rosadeiventi: (Piume)
PIUME DI BOA
di Roh & Fata



Capitolo 5

Black- Living Nightmare




Il pesce lo sta fissando. Con un occhio solo.
Se ne sta adagiato sul piatto, esangue, e fissa Dylan con un occhio solo perché l'altro è rimasto impietosamente sommerso sotto una piramide di patate lesse.
"Non ti faccio tenerezza?" sembra chiedergli. "Non ti sembro la cosa più triste del mondo???"
Sospirando, lui posa la forchetta sul tavolo.
Anche la sogliola di Ash sta fissando Ash - lei, con entrambi gli occhi - eppure suo fratello non pare toccato in alcun modo dalla faccenda.
"Beh? Non mangi?" gli domanda, affondando il coltello nelle viscere della sua vittima.
Dylan ha sempre detestato pranzare nella mensa della scuola - nessuno si preoccupa mai di servire cibo in una forma meno shoccante. Meno brutale.
Questo, a suo parere, la dice lunga sul livello di civiltà che ci si può aspettare dalla pubblica istruzione.
Sono anni che ripete ai suoi genitori che frequentare la scuola finirà per abbrutirlo - che nessuno dovrebbe costringere la sensibilità dei propri figli a svilupparsi in un simile ambiente.
Inutile dire che non è mai stato ascoltato.
La sola cosa di cui è soddisfatto è che per lo meno, fortunatamente, lo smalto che ha messo oggi si sta rivelando del tutto adeguato alla luttuosa circostanza.
Nero incubo vivente.
Se lo sentiva, che sarebbe stato perfetto.
D'altra parte, il suo umore era già abbastanza cupo quando è passato a saccheggiare i soliti tester della solita profumeria di fronte alla scuola, prima di entrare a lezione: ancora non è riuscito a consolarsi per il fallimento del proprio piano - ancora non è stato capace di elaborarne uno alternativo. E i giorni stanno passando, intanto.
Impietosi come Ash con la sua sogliola.
A volte gli sembra davvero che sia tutto perduto, ormai - che non ci siano più speranze.
Assorto, allontana il piatto con un gesto sconsolato.
"Ma si può sapere che hai?" chiede suo fratello, guardandolo incuriosito. "Scoperto qualche doppia punta?"
Chiaramente, non può capire: non è stata neanche la scuola, in realtà, a produrre sulla sensibilità di Ash quegli effetti devastanti.
Lui è così di natura, purtroppo.
In più, ha l'agghiacciante capacità di richiamare sempre alla mente i suoi incubi peggiori. Le paure più segrete.
"Doppie punte???" esclama infatti Dylan. Allarmato. "Perché, mi stanno venendo le doppie punte???"
"Assolutamente no," risponde suo fratello, serafico. "Se le avessi, capirei la faccia da funerale. Ma così…"
"E allora, evita di farmi prender certi infarti. Grazie," borbotta lui. Gli sta ancora battendo il cuore come dopo una corsa - come quando il professore chiama il suo nome all'interrogazione di matematica.
Ora che ci pensa, c'è in programma anche quella. Nel pomeriggio.
Seriamente, oggi sarebbe la giornata adatta per il suicidio.
Potrebbe saltar già dal cornicione della finestra - medita - ma no: troppo sangue. Ci vuole qualcosa di più degno, qualcosa che possa garantire anche al suo cadavere una certa eleganza. Veleno, forse. Gli viene da piangere.
"Oh, ma c'è Candy!" salta su d'improvviso, facendo quasi sobbalzare suo fratello. "E Babs!" aggiunge, estasiato.
"Stai scherzando?" strilla Ash, voltandosi a controllare di scatto. "Cazzo… Ma mica hai intenzione di chiamarle qui!?!"
"Ehi! BaCa, ehi!!!"
"Dee!" esclama una delle ragazzine, quella bionda, facendoglisi incontro col suo vassoio del pranzo. "Ommioddio, ma che smalto figo!!!"
"Dee, ma è Incubo vivente???" squittisce l'altra.
Dylan si lascia prendere le mani, deliziato. Sono le sue amiche del cuore, quelle: i suoi amori.
Entrambe cheerleaders da anni, entrambe popolarissime, entrambe grandi esperte di cosmetici. E lui le adora.
Il giorno che non ha potuto presentarsi con loro alle selezioni per le cheerleaders, ricorda, è stato in assoluto il peggiore della sua vita.
Ha ancora gli incubi, qualche volta. Ancora sta male, ad ogni partita della squadra di basket.
"Ma dove lo hai trovato???" sta domandando Candy - la bionda - intenta a studiare i riflessi dello smalto.
"Credevo non fosse ancora in commercio!" esclama Babs.
"Oh, ma lo tengono in vetrina proprio qui sotto!"
"Nella profumeria davanti alla scuola???"
"Giuro! Stamattina ero lì che provavo…"
"Dee, ci vediamo dopo," lo interrompe Ash, alzandosi in fretta. "C'è Jordan che mi sta chiamando…"
"Sisì…" risponde lui. Senza badargli.
E riprenderebbe a raccontare di come ha trovato lo smalto - di come è successo che abbia deciso di scegliere proprio quello, e di come la commessa lo abbia guardato male per l'ennesima volta - se sollevando gli occhi non scoprisse gli sguardi delle due ragazzine puntati entrambi nella stessa direzione. Sulla schiena di suo fratello, esattamente.
Sulla sua fuga frettolosa.
"Dì, ma ne hai poi parlato con i tuoi genitori?" domanda Babs, indicandolo col mento.
Sospirando, lui scrolla la testa.
"Non sembrano dar troppo peso alla faccenda, purtroppo…"
"No, ma perché guarda che peggiora ogni giorno…"
"È sempre più scorbutico!"
"Già…" ammette Dylan, avvilito. "Non capisco come i miei possano non preoccuparsi del fatto che va sempre in giro così arruffato. Che decapita sogliole come se nulla fosse…"
"E che socializza solo col suo iPod…" aggiunge Candy.
Lui annuisce. "Che non sia minimamente interessato ai cosmetici…"
"Sembra incredibile che siate gemelli…" osserva Babs, sporgendosi a specchiarsi nel vetro del bicchiere. "E con lo strafigo, invece?" domanda ancora. "Come procede, con lui?"
"Oh… Con Chris la situazione è ancora più catastrofica…" si trova costretto a rivelare Dylan.
Con aria depressa, si stringe nelle spalle.
"Non riesco a capire quale sia il suo problema, sinceramente. Perché okay che è pur sempre un uomo; okay che non ci si può aspettare grandi cose, dalla sensibilità estetica di un maschio. Ma insomma, sarebbe evidente anche per un orango quanto io sia carino. E sensuale. E desiderabile…"
"A me sembra impossibile che non ti noti, Dee!" commenta Candy, indignata. "Sei certo di aver adottato la strategia giusta?"
"Ma si è messo a ridere del mio boa!!!!!!!" strilla lui. "Mi ha chiamato pennuto!!!!!!!!"
"Appunto." Con piglio da esperta, Candy gli lancia un'occhiata. "Io ho paura che tu lo abbia sopravvalutato…"
"Sopravvalutato?" ripete Dylan, drizzando la schiena.
E sposta lo sguardo da Candy a Babs, nel silenzio che segue. Da Babs a Candy.
Le due amiche si stanno schiarendo la voce, come indecise se comunicargli o meno qualcosa di molto importante.
"Dee. Tu purtroppo sei ancora un ragazzino inesperto…" inizia infine la bionda, cautamente. "Non hai abbastanza esperienza della vita. Degli uomini."
"Beh. So che sono esseri bruti!" protesta lui.
"Già." Scrollando la testa, Babs sospira. "Ma continui ad aspettarti da loro reazioni troppo raffinate. Troppo complesse. Capisci?"
"No," ammette Dylan.
Scambiandosi un'occhiata, le due ragazzine si sporgono sul tavolo per parlargli a bassa voce.
"Dee, rifletti. Prova a metterti nell'ottica giusta. Se tu fossi un essere primitivo, quale sarebbe la tua priorità?"
"Procurarmi una pelle di leopardo!" esclama lui, deliziato.
"Ma no!" Le due sospirano - all'unisono. "No, prima ancora! Prima ancora di pensare alla moda!"
Silenzio.
"Cogliere fiori per abbellire la spelonca?"
"Procacciarti cibo!" rivela Babs, sconfortata. "Da che mondo è mondo, Dee, il più elementare impulso umano riguarda la sopravvivenza. Quindi il nutrimento. Questo imprinting è rimasto nel codice genetico anche adesso, sai? E tanto più la struttura mentale di un individuo è poco articolata, tanto più il cibo ne diventa il motore principale."
"Ma dai…" borbotta Dylan - con una smorfia.
Fra l'altro, non ricorda di aver mai sentito Babs parlare tanto forbitamente.
"Chris non sembra poi così tanto primitivo, su…" azzarda.
Di fronte a lui, però, Candy ha sollevato un sopracciglio.
"No?" incalza. "Quindi vuoi dire che far colazione non è il suo primo pensiero, la mattina? Vuoi dire che prima si spazzola i capelli? Che si lima le unghie?"
"Hm…"
"Sono sicura che avrebbe decapitato quella sogliola esattamente come ha fatto tuo fratello, Dylan! Solo per potersela divorare più in fretta!"
"Okay, okay," concede allora lui. Arreso.
Purtroppo è fin troppo facile immaginarsi Chris seduto a quel tavolo - la forchetta che affonda con decisione nel ventre del pesce e la sua bocca che mastica con appetito la coda. La pancia. E perfino la testa - che sicuramente neanche si accorgerebbe che esiste, una testa.
Almeno Ash ha avuto l'accortezza di decapitarla.
Oltre tutto gli sta sovvenendo adesso dove ha già sentito i termini strani con i quali Babs si è appena espressa: era la lezione di biologia di venerdì scorso.
E questo non può che confermare che si tratta di verità genuine. Dati di fatto ormai acquisiti dalla storia, e universalmente riconosciuti.
Gli uomini sono primitivi. Chris è primitivo.
Lui rabbrividisce, distogliendo lo sguardo dall'occhio della sogliola.
"Quindi che dovrei fare?" domanda, stancamente.
Ma la risposta arriva subito: diretta, precisa.
Brillantemente consequenziale.
"Prenderlo per la gola, no?" ghigna Candy.
D'improvviso, è come se nella mente di Dylan si spalancassero le porte della divina onniscienza.
"Preparargli una cena!" esclama, euforico. "Una cena afrodisiaca!"
"Una cena molto, molto piccante!" annuisce Babs, soddisfatta. "Con crostacei, magari."
"E tanto pepe!"
"Paprika!"
"Peperoncino!"
"Zenzero!"
"Oddio, oddio!!!" saltella su lui, battendo le mani. "Mi conviene anche ubriacarlo, che dite????"
"Oh, no!" lo frena subito Candy. "No, assolutamente! Poi c'è il rischio che non gli si drizzi più…"
"Ah, vero…"
Pausa.
"Ma non mi è ben chiara una cosa…" mormora quindi Dylan, assorto. "Come dovrebbe succedere esattamente che poi dalla cena si passi al sesso? Cioè, pensate che mi aggredirà più o meno quando? Dopo l'aragosta?"
"Ehhhhhh, non è mica così semplice!" lo ammonisce l'amica di rimando. "Ricordati il discorso sulla struttura mentale primitiva, Dee. Serve un input!"
"Un che?"
Ruotando gli occhi al cielo, le ragazzine sospirano.
"Dee. Concentrati, per favore. Qual è l'elettrodomestico più primitivo che ti viene in mente, hm?"
Aggrottando le sopracciglia, lui passa velocemente in rassegna la cucina di sua madre. Apre ogni anta. Ogni mobile.
Con attenzione, si sforza di visualizzare tutti i marchingegni che ricorda.
"Il tritafagioli?" tenta infine.
Dall'altra parte del tavolo, le amiche lo fissano immobili.
"Il tritafagioli?" ripete Babs, lentamente. "Che cavolo sarebbe un tritafagioli, Dee?"
"È un robo che usava mia nonna per fare la zuppa di verdure…" spiega lui, cauto. "Cioè, credo non triti solo fagioli, veramente. Ma lei lo usava per tritare quelli, ecco. E anche mia madre. Forse qualche volta ci trita anche…"
"Okay, vada per il tritafagioli," concede l'altra, agitando la mano. "Quindi, immagina che Chris sia un tritafagioli…"
Lui scoppia a ridere, divertito.
Babs gli lancia un'occhiataccia.
"Dylan. Per favore!" lo ammonisce, seria. "Vuoi o non vuoi che lo strafigo…"
"Okay, okay. Chris è un tritafagioli."
"Bene."
Pausa.
"Adesso immagina che hai già fornito al tritafagioli l'elemento fondamentale."
"I fagioli?"
"Esattamente. È pieno zeppo di fagioli, il tuo marchingegno. Lo hai caricato. Ed è già il primo passo."
"A questo punto, cosa ti serve per fare in modo che il tritafagioli entri in azione?" domanda Candy, con il più smagliante dei sorrisi.
Dylan sbatte le ciglia. Allibito.
"Non so. Mia madre?" domanda.
"Ma lascia stare tua madre! Dio, Dylan!" esclama l'amica, allungandogli uno scappellotto. "Ti serve di infilare la spina nella corrente, no?"
"L'input!" chiarisce Babs.
Ma lui continua a non capire. L'idea di svegliare Chris rovesciandogli addosso una scarica elettrica da centinaia di volt non gli sembra granché geniale - di certo tutto quel che c'è da drizzare gli si drizzerebbe. Perfino i capelli. Però potrebbe uscirne un po' rimbambito, forse. Forse addirittura cadavere!
"Quindi, traducendo la metafora in termini pratici," riprende Candy, e lui tira un sospiro di sollievo. Cancella dalla mente l'immagine di un Chris mezzo carbonizzato.
Raddrizza le spalle, annuendo.
"Traducendo la metafora, dicevo, una volta che avrai ben ingozzato lo strafigo di peperoncino e aragosta, non ti resterà che una cosa da fare: innescare la reazione erotica."
"Innescare," ripete lui, stranito. "La reazione erotica…"
Silenzio.
"Cioè?"
"Beh. In realtà non hai che l'imbarazzo della scelta, riguardo alle opzioni disponibili," risponde Babs, stendendosi il lucidalabbra sul sorriso. "Potresti tentarlo con qualche discorsetto piccante, o potresti scioglierlo con un massaggio un po' indiscreto." Ridacchia. "Potresti anche arrangiare uno spogliarello dietro al paravento come Kim Basinger in Nove settimane e mezzo."
"Come chi?"
"Ma io sceglierei la strategia del vino, fossi in te," riprende lei, senza badargli. "È sempre la migliore. Diretta, infallibile, rapida. In più, fa leva anche sui sensi di colpa. E questo non è da sottovalutare."
"In parole povere, Dee, ad un certo punto della cena tu dovrai rovesciarti del vino sui pantaloni," spiega Candy, a voce più bassa. "Facendogli credere che è stato lui, ad urtare il bicchiere per sbaglio. Che è colpa sua!"
"I tuoi bellissimi pantaloni rovinati per colpa sua!" geme Babs.
Candy lancia un urletto straziante. L'altra le fa eco.
"Poi, gli farai vedere il guaio che ha combinato…"
"Glielo farai toccare!" sogghigna Babs. "Con la scusa di farti aiutare ad asciugare la macchia…"
"E alla fine gli comunicherai che vai a cambiarti," termina Candy, trionfante. "Sparirai nella stanza accanto. E ricomparirai al suo cospetto con addosso il vestito più sexy e provocante del mondo. Scollo vertiginoso. Spacco da brivido. Ti salterà letteralmente addosso, Dee!"
"Letteralmente addosso, parola!" ripete l'altra.
E lui si porta la mano sulla bocca, troppo emozionato anche per proferire parola. Anche per respirare.
Non riesce a crederci.
Un'ora prima era convinto che sarebbe morto vergine, che avrebbe dovuto rassegnarsi al grigiore piatto di un'esistenza ascetica, che tutto era perduto.
Adesso invece ha di nuovo un piano - e stavolta è un piano che non prevede fallimento. Un piano geniale! Vera strategia!
Commosso, allunga le braccia sul tavolo per stringere le mani delle amiche.
Le guarda negli occhi, con gratitudine profonda.
Quasi, si metterebbe a piangere…
"Ma c'è il problema che Ash è praticamente sempre in casa con noi, la sera…" sussurra, afflitto. "Poi, io non ho un abito vertiginoso… Nessuno mi compra mai abiti di quel tipo, possiedo solo stracci…"
Si sente molto Cenerentola prima del ballo, e gli piace da impazzire.
Gli piace l'idea di avere le sue fatine personali - il suo principe azzurro.
Il fratellastro da neutralizzare.
Tirando su col naso, fissa Candy e Babs con occhi colmi di fiducia.
"Oh, ma quello non è assolutamente un problema!" dice la bionda, scostandogli un ciuffo dalla fronte. "Mia madre ne ha a bizzeffe, di vestiti del genere! Te ne porterò uno che si intona col tuo boa!"
"Lo faresti davvero?" geme lui.
"Sicuro!"
Un sorriso.
"Per il resto, Dee, devi essere ottimista," riprende Candy, sporgendosi a baciarlo sulla guancia. "Ci siamo noi, okay? Vedrai che ci verrà in mente anche qualcosa per liberarci di tuo fratello!"
"Ehi! Ma c'è la festa di Cathy, questo fine settimana!" salta su Babs, come fulminata da un'idea improvvisa.
"Giusto!"
"Potremmo spedirlo là!"
"Te lo toglieresti dai piedi per due interi giorni, ci pensi?"
"Hm…" si limita a rispondere Dylan. Inizia a sentirsi strano.
Inquieto, lascia scorrere lo sguardo lungo la prospettiva dei tavoli - sui volti degli altri ragazzi.
Non riesce più a vedere Ash.
La testa della sua sogliola è ancora nel piatto - la panca su cui sedeva è sempre vuota.
E c'è quella specie di malessere strano, in fondo alla gola. Un senso di stordimento che sembra un po' familiare ed un po' nuovo.
Un po' folle. E un po' pauroso.
"Che hai Dee?" domanda Candy, battendogli sul braccio.
"Nulla," assicura lui.
Ma Ash è scomparso - non riesce a trovarlo. Non riesce ad immaginare due interi giorni senza suo fratello - così tante ore. Così tanti chilometri, fra loro.
Quasi sussulta, quando qualcuno gli scrolla la spalla.
"Beh? Si torna in aula?"
"Ash!" esclama, sentendo i muscoli rilassarsi improvvisamente. Le labbra tendersi in un sorriso, l'aria tornare a farsi leggera. Trasparente.
Dietro di lui, suo fratello mostra invece il cipiglio lugubre di un condannato a morte.
Ha sempre quell'espressione, quando Candy e Babs sono nei paraggi.
E lo sguardo diventa ancora più truce quando una delle ragazzine si sporge verso di lui, ridacchiando: "Oh, Mister Allegria! Vuoi già abbandonarci per tornare in classe?"
"Sempre socievole, lui!" ghigna l'altra.
"E noi che parlavamo proprio di te, invece…"
"Di te e di Cathy, esattamente!"
D'istinto, Dylan si tiene indietro.
"Ma quante cavolo di volte devo dirvelo che non c'è niente, tra me e Cathy!" salta su Ash, come da copione. "Siete sorde, oltre che pazze?"
"Eddai, ma se siete così carini!" squittisce Babs.
"Proprio teneri!"
"Poi sabato conoscerai anche i suoi genitori: non sei emozionato???"
Lo sguardo di Ash, di colpo, si fa confuso.
"Sabato?" ripete, aggrottando le sopracciglia.
"Sabato, già," esclama Candy. "La festa!"
"Non dirmi che non vai alla festa della tua ragazza!"
"Vi ho detto che non è la mia…" Ash si blocca - sgrana gli occhi. "Ma perché, è questo sabato?!?"
Due giorni - ripete intanto Dylan. Dentro di sé.
E non capisce la ragione di quell'ansia - di quel presentimento sotterraneo. Non se lo spiega.
È del tutto improbabile che Ash voglia andare al compleanno di Cathy, e se anche fosse tentato di farlo non si muoverebbe mai senza di lui.
Resterà sicuramente a casa.
Niente cena afrodisiaca, quindi, e niente vestito vertiginoso. Niente vino sui pantaloni.
Dovrebbe esserne felice?
Sospirando, si lascia scivolare sulla panca.
"Ma certo!" sta dicendo Candy, intanto, con tutta l'aria di chi ha in testa un piano preciso. "Non dirmi che l'avevi scordato!"
"Tutti uguali, gli uomini!" sbuffa Babs.
"Povera Cathy!"
"E povero anche Dee!" riprende l'altra, contrariata. "Lo sai che tuo fratello ci tiene alla festa di Cathy, Ash! Vuoi lasciarlo andare da solo???"
Ancora più perplesso, Ash si volta verso di lui. "Da quando in qua ci vuoi andare?" gli domanda, e Dylan sbatte le palpebre. Confuso.
Esitando, lancia un'occhiata all'amica.
"Ma infatti…" inizia, incerto.
Solo che in quel momento gli arriva un calcio nello stinco, da sotto il tavolo. Lui sussulta.
E mentre Ash si volta, Babs inizia ad esibirsi in un curioso teatrino di gesti strani.
L'indice incastrato sotto l'ascella.
La lingua penzolante, gli occhi vacui.
Improvvisamente, Dylan capisce tutto quanto.
"Oh sì!" assicura, raddrizzando la schiena di scatto. "Sì, Ash, ci tengo così tanto! Andiamoci, ti scongiuro! Voglio mettermi la maglietta nuova, e voglio provare lo smalto che cambia colore! E voglio conoscere i tuoi futuri suoceri, ti prego! Andiamo alla festa di Cathy, per favore!"
A volte è seriamente spaventato, dalle menti diaboliche di BaCa.
Il suo piano è perfettamente completo adesso, perfettamente strutturato in ogni sua parte e perfettamente, assolutamente geniale.
Funzionerà per forza. Non ci sono dubbi.
Sabato dopo la scuola, quando ormai tutto sarà già programmato per la partenza, lui dirà di sentirsi male. Metterà il termometro sotto l'acqua bollente. Lo mostrerà a sua madre.
A quel punto, Ash dovrà per forza andare alla festa di Cathy da solo.
E lui avrà la camera libera.
Potrà sedurre Chris!
Allontanare i suoi genitori non dovrebbe essere un grosso problema ne è convinto. Basterà fare gli occhi dolci a suo padre - funziona sempre. Inventargli una scusa qualunque.
Ormai, nulla potrebbe più fermarlo!
"Ash! Ti supplico!!!!" esclama ancora. Aggrappandosi alla sua maglietta. "Ti scongiuro, andiamo alla festa!!!"
Sospettoso, suo fratello socchiude gli occhi. "Ci tieni tanto perché vuoi metterti la maglietta nuova?" domanda. "Eppure lo sai che Chris trasloca lunedì sera - pensavo che saremmo rimasti con lui per…"
"Ma proprio per quello!!!" geme Dylan. "Oh, Ash! Sarà straziante!", aggiunge, mentre le amiche annuiscono solenni. "Vederlo preparare le valige… Sparire all'orizzonte… Ne resterò shoccato a vita, sono sicuro! Non mi riprenderò mai più!!!"
"Ma sembra un po' brutto lasciarlo da solo proprio l'ultimo giorno…."
"Beh. O l'ultimo giorno, o per sempre," interviene Babs. Pratica. "Perché Dee morirà se lo costringi ad assistere a tanto strazio."
"E non è simpatico, sai?, avere sulla coscienza la dipartita di tuo fratello!" sibila Candy, mentre Dylan si abbandona esanime contro la spalliera. Già agonizzante. Inconsolabile.
Dall'alto, Ash lo guarda stupito.
"Oh, e va bene," borbotta, sollevando gli occhi al cielo. "Ne parleremo a casa con papà, ok?"
È fatta.
Non è stato così difficile, alla fine - non c'è stato neppure bisogno di farsi venire le lacrime agli occhi immaginando il solito terrorista che piazza la sua bomba in una fabbrica di smalti.
Eppure Dylan non può fare a meno di stringere la mano di suo fratello, durante il percorso che li riporta fino a casa.
Ogni tanto Ash ci prova, a liberarsi.
Ma lui riallaccia la stretta, senza badargli. Come se improvvisamente avesse un bisogno disperato di stargli il più vicino possibile - di camminargli quasi attaccato al fianco.
Come quando era piccolo.
Come quando non sapeva che farsene delle manciate di bilie vinte alle macchinette della spiaggia, se poi suo fratello non giocava con lui. Se non poteva rovesciargliene nel palmo almeno la metà.
Ed era stranamente triste, guardare quelle bilie alla luce del sole.
Osservare i riflessi colorati del vetro - sapere di averle desiderate tanto - senza riuscire a sentirsi l'anima invasa da quell'arcobaleno di luci. Senza che la nostalgia smettesse di strisciare in profondità. Da qualche parte dell'anima.
Silenziosamente.
Quando Ash rovescia lo zaino sulla poltrona della sala, entrando in casa, Dylan fa altrettanto.
Lo segue tenendo il passo mentre sale le scale - cammina al suo fianco lungo il corridoio.
E lancia il giubbotto sopra il suo, sul letto della camera.
Gli chiacchiera dietro finché Ash non si ferma sulla porta del bagno. Finché non solleva un sopracciglio - in attesa.
Allora lui sbatte le palpebre, stranito. Si guarda intorno.
Ridacchiando, muove un passo indietro.
"Ah, sì…" balbetta. "Ti aspetto giù di sotto, eh…"
Ma quando la porta del bagno si chiude, fra loro, si siede per terra sul pavimento. Inizia a giocherellare con la lampo della felpa. Canticchia per farsi compagnia.
E non saprebbe dire se Chris sia già tornato a casa o se debba ancora rientrare.
Con gli occhi fissi sulla maniglia della porta, aspetta che Ash esca dal bagno e non riesce a pensare ad altro che a spalmarsi con lui sul tappeto della camera per ascoltare la musica. O per fargli il solletico. Per chiacchierare ancora un po'.
Semplicemente, di tutto il resto, si è già dimenticato.



Capitolo precedente Capitolo successivo



Creative Commons License
Piume di Boa by Roh e Fata is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://rosaventi.altervista.org/copyright.html

rosadeiventi: (Default)
81
Dylan e Ash - Vanità di vanità
.:: prima parte ::.






Con il divano di Jude, Dylan ha ormai sviluppato un rapporto quasi simbiotico: gli piace il colore del velluto, sentirne la trama sotto le dita e passarci sopra l'indice per scurirne i riflessi.
Per schiarirli.
Gli piace sprofondare fra i cuscini, senza scarpe, e lasciarsi avvolgere dalla morbidezza dell'imbottitura. Lasciarsi abbracciare.
E gli piace guardare il mondo dal basso, mentre se ne sta raggomitolato fra il bracciolo e la spalliera: tenere la testa leggermente inclinata, filtrare ogni immagine attraverso le ciglia.
Incantarsi.
In genere, Jude è impegnato a fare qualcos'altro, e anche questo aiuta.
Soltanto quando in una casa puoi trascorrere del tempo da solo inizi a sentirla anche un po' tua - inizi a familiarizzare con gli oggetti e ad interrogarli sulla loro storia. A caricarli dei tuoi sguardi: ogni sguardo un legame, un sistemarsi ancora più comodamente sull'imbottitura del divano, in maniera che prenda l'esatta forma del tuo corpo e sappia riconoscerlo.
Quando vivi in una città sconosciuta, hai bisogno anche di questo.
E soprattutto ne hai bisogno quando la stanza dove dormi ha pareti di ghiaccio - lastre lisce come specchi e altrettanto affilate.
Il divano di Jude è una pozza di luce, invece, e l'odore del tabacco disegna spirali di fumo che salgono a seguire le curve del corpo di Raven ammorbidendone i contrasti. Scivolando fra il bianco e nero delle stampe - disegnando nuove scale di grigi.
Dylan neanche saprebbe dirlo con esattezza, cosa lo affascini tanto in quelle foto.
Sa soltanto che lo sguardo torna inevitabilmente lassù, che lassù finisce per fermarsi.
E forse c'entra il fatto stesso che sia necessario sollevare gli occhi, per poter vedere; che sentirsi minuscolo e fragile può essere straordinariamente appagante, quando dall'alto due pupille nerissime sembrano fissarti come se sapessero tutto, e tutto potessero raccontarti in forma di favola. In forma di maledizione.
O forse è il richiamo dell'ignoto - lineamenti esotici che sembrano venire da lontananze inimmaginabili. Colori di notte che conoscono il buio, che dentro al buio si muovono con la leggerezza oscura di una pantera.
Dylan è sicuro che avrebbe un sapore del tutto diverso, il suo piacere.
E si perde ad immaginare il gusto amaro di legni umidi, di muschio e pioggia.
Prova a sentire il peso dei suoi capelli sul petto - l'impronta della sua fronte sulla schiena.
E quasi vorrebbe chiederlo a Jude, se fa davvero l'amore come bacia.
Se ti sfiora le labbra, prima di entrare, e se quando entra lo fa con la stessa calma avvolgente.
Se ti scioglie nello stesso modo, ma più profondamente ancora, come l'alcol con il sangue.
Come la notte con le luci.
O se si muove come l'oceano. Se il suo sudore è salato nello stesso modo.
Per Dylan, Raven è la foresta antica inabissatasi nel mare all'inizio dei millenni: le onde lambiscono spiagge punteggiate di città, spazzano via luci e strade lasciando solo sabbia nuda sulla costa. E la luna è grande come nei deserti, all'orizzonte.
Presto si alzeranno le maree - l'acqua disegnerà la forma di nuovi continenti.
E verrebbe da rannicchiarsi di nuovo fra le braccia di Jude, nascondersi. Non fosse che Jude sta parlando al telefono, adesso, e come sempre quando parla al telefono lui si ritrova a fissarlo con un'attenzione tutta diversa.
Ha sempre avuto questa strana mania, Dylan: osservare le persone mentre sono impegnate a fare altro lo attrae in maniera irresistibile, perché i gesti risultano più naturali - perché lui finisce per trovarsi sullo sfondo. Finisce per diventare un semplice spettatore, come al cinema.
Ed è esattamente questo che vorrebbe, al momento: trasformarsi nel vetro che scherma le foto di Raven, o nel legno del mobile contro il quale Jude appoggia il fianco.
Essere niente.
Eppure, l'attimo dopo, essere il motore di tutto. Il fulcro di ogni sguardo - di ogni motivazione. Il riflesso di tutti i riflessi.
Premendo il mento sulle ginocchia, chiude il labbro inferiore fra i denti: Jude fa una smorfia - sta parlando con sua sorella a quanto pare. Distrattamente, sta tamburellando l'indice sul pacchetto delle sigarette.
E lui pensa a come gli ricadrebbero i capelli sulle spalle, se adesso rovesciasse la testa all'indietro. Se Raven gli avvolgesse la braccia alla vita - se gli premesse le labbra sulla gola.
Deglutisce.
Ha l'aria di sapersi perdere, Jude, forse perché i suoi occhi sono chiari. Perché si vedono i rilievi delle ossa, sui polsi, e le striature viola delle vene.
Ma ha anche la sicurezza del timoniere - di chi il mare lo conosce a fondo, e sa come infrangere le onde. Come leggere le stelle.
Potresti dormire sotto coperta, se sai che lui dirige la nave. Eppure fa paura anche questo, in qualche misura: perché d'improvviso Dylan ha voglia di diventare scoglio - diventare tempesta. Spezzare il legno e soffiare sulle onde.
Evocare naufragi.
Non ha senso.
Come non ha senso immaginare di essere Ash, quando per un istante lo sguardo di Jude incrocia il suo.
Dylan inclina la testa su un lato - sente gli occhi farsi intensi di una sensualità oscura. E la lingua scorre lentamente sulle labbra, mentre le gambe si allungano lentamente sul divano. Mentre la maglietta scivola verso l'alto, scoprendo il fianco.
Jude si affretta a guardare altrove.
E lui ripiomba nel proprio corpo, come precipitando da altezze sconfinate. Come quando ti svegli di colpo, con la mente confusa e l'eccitazione che scorre sottopelle. Come un sogno che riconosci. Ma che non fa paura.
Strano.
Non fa paura neanche avvicinarsi, dopo - muovere un passo dopo l'altro, con i piedi nudi che affondano nella lana del tappeto e i capelli che sfiorano la curva della schiena. Con gli occhi di nuovo fissi in quelli di Jude. Fermissimi.
Gradualmente, la voce del ragazzo si fa più incerta - il volto più pallido.
La distanza si assottiglia - metri. Centimetri. Le spalle che si sfiorano.
Senza fermarsi, Dylan passa oltre.
"La vuoi anche tu, una sigaretta?" gli chiede poi, dalla soglia della cucina.
Non si volta a controllare la sua espressione - non ne ha il coraggio.
Potrebbe scoprire il suo sguardo sui fianchi, o potrebbe invece trovarlo contrariato. Non vuole sapere.
E non aspetta neppure una risposta per sporgersi sul tavolo a recuperare il pacchetto delle sigarette. Per sfilarne due, appoggiarsele sulle labbra. Accenderle.
Inspira, infine. Lentamente.
Con cautela, lancia un'occhiata alle proprie spalle.
La cosa che lo destabilizza maggiormente è riuscire a sentire la presenza di Raven ovunque, in quella casa, come se fosse sempre nascosto dietro qualche angolo ad osservare ogni movimento. Come se i suoi occhi avessero la consistenza del fumo - dell'incenso.
Raddrizzando la schiena, Dylan torna a voltarsi.
Da quella prospettiva, il viso di Jude è nascosto dai capelli. Le labbra sembrano più lucide - le mani più grandi. Allungate ed eleganti.
"Hm. Ed Helene che ne pensa?" sta borbottando, dentro la cornetta.
E lui torna indietro, misurando i passi. Lasciandosi alle spalle la soglia della cucina. La scia di fumo delle sigarette.
Raven lo sta guardando, ancora.
"Secondo me faresti bene a parlargliene. Così, giusto perchè ci vivi insieme," mormora il ragazzo, al telefono, mentre Dylan si ferma al suo fianco. Mentre allunga il braccio, incastrandogli la sigaretta fra le labbra. Sfiorandole con l'unghia del pollice, quasi distrattamente. Quasi di sfuggita.
Di riflesso, gli occhi di Jude tornano a fissarsi nei suoi.
Dovesse dire che diavolo stia facendo, non saprebbe neppure da che parte iniziare.
È come se l'atmosfera si fosse gonfiata di vibrazioni, in un certo senso; come se tutto l'erotismo soffocato negli ultimi giorni con Raven stesse in qualche modo defluendo adesso - come se tracimasse da ogni falla senza più alcun controllo.
Non che a Dylan sfugga l'impegno col quale Jude sta cercando stoicamente di mantenere le distanze: si è accorto benissimo del suo scostarsi impercettibile - dello sguardo che continua a sfuggire e dell'attenzione che mette in ogni gesto. Della sua cautela.
Eppure, nonostante questo, si sente perfettamente tranquillo.
E quando l'altro si decide a chiudere la comunicazione mormorando, un po' nervosamente: "Scusa… Non ho mai imparato a interrompere Magda, quando inizia a parlare…", Dylan semplicemente si limita a sorridergli.
A permettergli di ristabilire un minimo di distanza fra i loro corpi, senza nessuna delusione. Senza provarci neanche, ad avvicinarsi ancora.
Si sente bene: con Jude è quella la costante, qualunque cosa succeda. Un senso di sicurezza imprescindibile. La presenza di Raven, in sottofondo.
"Non sapevo avessi una sorella…" commenta. L'altro ridacchia, divertito.
"La conoscerai presto, non credere. Sta sempre nei paraggi."
"Ti somiglia?"
"Giudica tu: è lei," risponde il ragazzo, indicando una delle foto appese.
In realtà Dylan l'aveva già notata: erano stati i capelli a colpirlo. Quel biondo sole - biondo grano. Come Jude, anche Magda pare capace di addolcire la luce.
"Caratterialmente sembra più la sorella di Raven, invece…" aggiunge l'altro, e lui morde un sorriso fra i denti.
"Mistica anche lei?"
"Fuori di testa, più che altro. E stronza. Avrei dovuto imparare a dire di no a tutti e due una vita fa."
"Ma tu non sei particolarmente bravo a dire di no, vero?" domanda allora Dylan, perché è inutile: quell'elettricità sottile non si spegne - continua a serpeggiare negli sguardi, fra le parole, e sembra nutrirsi del suono stesso che declina le sillabe del nome di Raven, anche quando è incastrato in altri discorsi. Anche se viene semplicemente taciuto.
C'è da perderci la testa.
Soprattutto se ci sono quei vuoti di silenzio, prima di una risposta - vuoti di respiro.
Gli occhi di Jude che ancora affondano nei suoi, e nessuno dei due che sembri trovare la forza di interrompere il contatto.
Raven. Fra loro.
Come una vibrazione costante.
"Mai stato, no," ammette il ragazzo, e Dylan sente la pelle punteggiarsi di brividi. Sente il cuore accelerare.
Di nuovo, è Jude il primo a distogliere lo sguardo.
"Ti fermi a cena?" domanda, passandosi una mano tra i capelli.
È nervoso - un po' a disagio.
Lui ridacchia, piano. "La cena è fra quattro ore…"
"Lo so."
Pausa.
"Dicevo perché così magari incroci Magda, se ti fermi…"
Chiudendo gli occhi, Jude prende un respiro profondo.
"Ok, d'accordo," sospira. "Invece di dir cazzate, forse è il caso che mi metto a fare qualcosa di produttivo…"
E Dylan è consapevole di star giocando sporco - sa che non dovrebbe farlo. Che proporgli una cosa del genere significa metterlo alle strette, far leva sui suoi punti deboli. Barare, in un certo senso.
Ma non riesce a farne a meno.
"Intendi dire che ti metti a far foto?" domanda, con l'aria più innocente del mondo.
"A… me?" aggiunge, inclinando la testa.
Chris avrebbe ruotato gli occhi al cielo, fosse stato presente. Ash, di sicuro, starebbe già ridacchiando.
Jude si blocca di colpo, invece, come fulminato. E si volta a guardarlo, dopo - lentamente.
Apre le labbra una volta. Le richiude.
Si schiarisce la gola, quasi non riuscisse a parlare.
"A te?" viene infine la domanda - incerta.
Intrecciandosi i capelli sull'indice, lui sorride.
"Stai parlando sul serio?"
Sorride di nuovo.
Dopo - gli occhi fissi dentro i suoi - ascolta il silenzio che si stende sui respiri e pensa che gli mancava, quella sensazione di leggerezza. Quel modo di giocare - un po' malizioso e un po' innocente. E gli mancavano sguardi così intensi - leggere il desiderio negli occhi dell'altro.
Osservarlo da ogni angolazione.
Quando torna a parlare, Jude ha la voce più bassa del solito.
"Hai mai fatto da modello per qualcuno, prima d'ora?"
Trattenendo il sorriso, lui scrolla la testa.
"E ti piacerebbe provare?"
Silenzio.
"Sai," mormora allora l'altro, assorto. "Ho avuto voglia di fotografarti fin dalla prima volta che ti ho visto," ammette. E parla ancora, dopo, mentre si avvicina al mobile per prendere la macchina. Mentre regola le impostazioni, e avvita l'obbiettivo. E sceglie le pellicole.
È come un rito.
Il fruscio dei movimenti scivola morbido sulla pelle, la voce non è che un bisbiglio avvolgente.
Anche la stanza dove Jude lo conduce ha un aspetto irreale, in un certo senso: luce pastosa, tiepida. Sfondo chiaro, come se tutte le ombre fossero diluite.
Dylan non pensava potessero esistere ancora posti come quello, all'interno del suo mondo. Nessun incubo nascosto.
Nessuna paura.
E quando il ragazzo gli chiede, sottovoce: "Pensi di sentirti bene?", lui si limita ad annuire lentamente. È come se fosse immerso nell'acqua, come se la realtà avesse perso consistenza.
Da piccolo gli capitava spesso nei sogni, di nuotare in quell'atmosfera rarefatta. Di solito c'era Ash, insieme a lui.
Ora è diverso.
Si sente completamente solo - i suoni che gli arrivano sembrano attutiti, ovattati - eppure ogni muscolo è abbandonato. Il corpo senza peso, leggero. E lui si sente bellissimo, come era bellissimo suo fratello quando dormiva.
O quando ascoltava la musica.
Bagnandosi le labbra, appoggia la schiena alla parete. Inspira.
Non ha neanche voglia di parlare - quel silenzio gli piace, e gli piace osservare le mani di Jude che si chiudono intorno agli oggetti. Che li spostano, li sistemano in un ordine misterioso. Che li sfiorano soltanto, spesso.
Lo ha visto sfiorare il braccio di Raven in quel modo, a volte. A volte invece lo ha visto serrare la presa, esercitare pressione.
Molto del fascino che Jude esercita su di lui sta nel modo in cui muove le mani, più ancora che negli sguardi. Più che nella voce.
Immaginare la pelle di Raven, sotto le sue dita. Il contrasto dei colori.
Senza alcuna fretta, si guarda intorno.
Non è mai stato in quella stanza - non ne sospettava neanche l'esistenza. Forse rimane chiusa, quando Jude non lavora. Forse, ne è anche un po' geloso.
Lo osserva abbassare il cavalletto della fotocamera - osserva le sue spalle, i capelli che scivolano dentro il collo della camicia. Le scapole in rilievo, sotto la stoffa.
E cerca di non fare alcun rumore mentre sgancia uno ad uno i bottoni dei jeans, lasciandoli scivolare lungo le cosce. Mentre si sfila la maglietta, e cammina fuori dai pantaloni. E si abbassa i boxer, lanciando un'occhiata ai movimenti dell'altro.
Non è nervoso.
Immobile, aspetta pazientemente che Jude si volti - aspetta i suoi occhi. La sua sorpresa.
Eppure la sola immagine su cui riesca a concentrarsi, quando il ragazzo sposta finalmente lo sguardo su di lui, è il riflesso dorato che la luce gli accende dentro gli occhi. Dentro quel verde opaco.
Rabbrividisce.
Tutto lo stupore di Jude si esprime così, e nel serrarsi improvviso della mascella. Nell'allargarsi delle pupille - in quell'attimo di immobilità. Nient'altro.
È quasi un sollievo, per Dylan, accorgersi che stavolta non si sta lasciando destabilizzare troppo. Che non sta spezzando l'atmosfera.
In qualche modo, è come se lo stesse proteggendo.
"Sei sicuro?" domanda soltanto, a voce bassa. Voce morbida.
Ma lui neanche risponde.
È questa la differenza che rende Jude acqua e Raven fuoco - pensa. Questo silenzio.
La tensione scorre ad un voltaggio talmente basso che la pelle non si ustiona, e il senso di protezione che ne consegue è qualcosa di fortemente rassicurante.
Semplicemente, tutto sembra lasciarsi controllare. Lasciarsi gestire.
E il cuore non batte nelle tempie con l'eco impazzita di quando Raven si avvicina. Le ginocchia non si sciolgono - il terreno è stabile. Sicuro.
Lui, si sente galleggiare.
Neanche si era accorto che ci fosse un divano, nella stanza, fino a quando la voce dell'altro non lo invita a sistemarcisi sopra. Sta parlando ancora molto lentamente, Jude.
Molto piano.
"In una posizione che trovi comoda," gli sussurra. "Che non ti faccia sentire a disagio."
Ma il disagio non fa parte di quel momento, e Dylan osserva il divano bianco farsi sempre più vicino mentre attraversa la stanza lasciando ondeggiare i capelli sulla schiena. Lasciando ondeggiare le braccia lungo i fianchi.
Sa che Jude lo sta osservando.
Fino ad ora ha armeggiato con la macchina fotografica, ha sistemato le luci. Forse, in effetti, ha cercato di evitare sguardi troppo diretti.
Adesso invece è impossibile non sentirseli addosso, i suoi occhi - non provare quella vertigine improvvisa nel rendersi conto che anche Raven deve averli percepiti nello stesso modo, chissà quante volte. Con quali sensazioni.
Chiude gli occhi.
Quando li riapre, il divano è una macchia bianca che riempie la visuale fin quasi ad avvolgerla tutta. Dylan potrebbe stendervisi sopra, e non si avvicinerebbe neanche lontanamente a raccontare il languore che sente nel sangue. Potrebbe sedervisi, e non direbbe nulla di quanto si sente sensuale. Libero.
Potrebbe aggirarlo. Ma ha voglia di essere guardato, ha voglia di vedere l'eccitazione negli occhi di Jude. Nei movimenti delle sue mani.
Inspirando a fondo, si volta indietro: l'altro sta aspettando in piedi, accanto al treppiede, e lui ripensa improvvisamente alla foto di Raven, quella appesa in sala. Quella dove sta disteso a pancia sotto - appoggiato sui gomiti. Il profilo della schiena curvato in un arco perfetto.
Gli viene da ridere.
Raven gli ha raccontato che la prima sessione fotografica è durata ore, per lui. Che Jude non sembrava decidersi in alcun modo ad iniziare - che ha impiegato un pomeriggio intero solo per decidere la luce dello sfondo.
Adesso parla lentamente, invece. Così lentamente da calmare l'aria, da calmare i respiri.
Ed è affascinante, l'idea del contrasto.
Le forme marcatamente maschili dei muscoli di Raven. Le sue, più morbide - più dolci.
Yin e Yang.
E la stessa posizione - la schiena curvata nello stesso modo. I capelli che si impigliano nelle labbra con la medesima angolazione.
Chissà se Jude si è accorto di quel che gli sta passando per la testa.
Dylan vorrebbe dirglielo, che è per lui.
Sussurrarglielo nell'orecchio.
Come un dono.
Rimane in silenzio, invece, e lascia che sia la lente dell'obbiettivo a svelare la complementarietà dei corpi. L'aderenza degli incastri - chiaro su scuro.
Non ricorda di aver mai avuto così nitida la percezione della propria nudità, prima d'ora, né di aver mai percepito così distintamente lo sguardo di qualcuno in ogni curva del corpo.
Non è neanche eccitazione. È qualcosa di più profondo - di più mentale.
Vedersi attraverso gli occhi di un altro.
Non soltanto lo sguardo di Jude ma lo sguardo di Raven, in quello di Jude. Un legame indissolubile.
Chiude gli occhi.
Non saprebbe neanche dire quanto tempo sia passato da quando gli scatti della macchina fotografica hanno iniziato a spezzare il silenzio, eppure quel suono è diventato familiare, ormai. In qualche modo, ha la vertigine e la naturalezza del respiro di Ash - solo che è il petto di Raven che Dylan immagina premuto sulla guancia, nel buio delle palpebre chiuse. È il suo sapore che sente sulla lingua. Il battito del suo cuore.
Sulla tempia.
"Dee?"
Socchiude le ciglia, pigramente. Si stiracchia.
Di fronte a lui la prospettiva della stanza è cambiata, nota, ma non è ancora abbastanza lucido per capire in che modo. Cosa ci sia di diverso.
La percezione della realtà arriva d'improvviso, quando ormai le sillabe del suo nome sono già sfumate nell'aria: non c'è più la macchina fotografica, sul cavalletto.
Non c'è Jude.
Soltanto, la pelle pizzica in maniera strana sulla schiena. E non ha bisogno di voltarsi, Dylan, per sapere che il ragazzo è lì accanto. Che basterebbe allungare il braccio per toccarlo.
Sentirlo.
Rimane immobile.
"Vorrei fotografarti gli occhi. È un problema?"
Lui ispira, a fondo.
Lentamente, ruota la testa sul cuscino.
Verde e nero - pensa - come l'oceano d'inverno. Le iridi scurissime di Raven. Sulle sue.
Sorride.
E Jude sorride di rimando, mentre quasi con delicatezza scatta la fotografia. Mentre mette la fotocamera da parte - movimenti lenti - e si china a infilargli una ciocca dietro l'orecchio. A sfiorargli la fronte con le labbra.
"Grazie," mormora.
Dylan ha un brivido.
Sopra il suo petto, il ciondolo di ossidiana che l'altro ha appeso al collo oscilla circolarmente. Cattura la luce, la rilascia. Sembra avere un che di magico.
Gli occhi continuano ad osservarlo anche quando Jude torna a sollevarsi, e aggira il divano per prendere una coperta.
Puntando i palmi sul cuscino, lui si mette a sedere.
"Davvero era la prima volta che posavi?" domanda il ragazzo, porgendogli il plaid bianco.
Adesso la pietra è appoggiata sulla sua maglia, all'altezza del cuore. Come una lacrima.
Allungando il braccio, Dylan annuisce.
"Andava bene?"
"Non era solo questo." Scrollando le spalle, Jude si lascia cadere al suo fianco sul divano. "Che fossi fotogenico l'avevo immaginato subito. Ma sembravi anche perfettamente a tuo agio." Un sorriso. "Non è sempre così, le prime volte. Mi ha stupito."
"Hm."
La coperta è morbidissima, nota Dylan.
Strano come tutto quel che è associato a Jude sembri sempre così delicato - ricorda i chiaroscuri delle sue fotografie, in un certo senso. O la sua voce, quando sussurra.
Quando allunga le vocali in suoni caldi.
Densi.
"E ti è piaciuto, quindi?" mormora, sporgendosi in avanti.
La mente non è pienamente consapevole di quel che sta accadendo - non del tutto. Forse è colpa delle luci se l'atmosfera appare così sfumata, o magari è semplicemente la droga del silenzio. Le voci basse.
Ma i muscoli sono rilassati - i nervi sciolti.
E Dylan sente le ossa di Jude premere sotto le sue quando gli scivola in braccio, e punta le ginocchia ai lati delle sue anche. I polsi sulle sue spalle.
Inclina la testa, dolcemente.
"E…" Silenzio.
"E sei eccitato, Jude?" sussurra, guardandolo attraverso le ciglia. Ma pensa alle sue labbra, intanto - non riesce a pensare ad altro.
Le sue labbra che scorrono sul ventre di Raven - che ne conoscono il sapore da sempre. Che ne conoscono le forme.
Senza distogliere lo sguardo, l'altro deglutisce.
"Credo che sarebbe meglio se tornassimo di là, Dylan…"
"Meglio, sì…" bisbiglia lui.
Nel frattempo sta piegando i gomiti, però. Sta avvicinando il viso.
E il cuore accelera pigramente, quasi, quando lascia che la lingua sfiori le labbra di Jude nello stesso modo in cui quella di Raven aveva sfiorato le sue.
Con la stessa lentezza. La stessa calma.
Tutto diventa immobile.
Per un attimo, il tempo pare fermarsi nell'esitazione di respiri trattenuti.
Sguardi silenziosi.
Poi, improvvisamente, la vertigine.
Le labbra del ragazzo si aprono - Dylan sente la sua lingua spingersi nella bocca. Nel cervello, come un'ondata di calore. Le sue mani scivolare sulle spalle.
Rabbrividisce.
Ogni bacio è un dialogo senza menzogne - questo l'ha imparato quando era ancora adolescente. Ed ha imparato a testare l'intensità del desiderio, dai movimenti dell'altro. A misurare il coinvolgimento emotivo.
Con Raven, non è stato possibile: con lui i sensi erano completamente persi nel piacere di farsi trasportare, e non c'è stato tempo per capire. Non c'è stato modo.
Con Jude è diverso.
Dylan si scopre presente - vigile al punto di prevenire gli affondi della sua lingua. Al punto di andar loro incontro. La coscienza è sveglia.
Ed è un'emozione imprevista accorgersi del modo in cui le dita del ragazzo affondano fra i capelli, perché non è soltanto eccitazione. Non è semplice voglia di sentire il corpo dell'altro, ma è tenerezza, anche - sentimento. Qualcosa che ricorda le mani di Chris sulle corde del basso, o la voce di Ash che scivola dentro il microfono. O le notti raggomitolate dentro il buio a chiacchierare. A raccontarsi segreti - cose che alla luce non diresti mai.
Che non diresti a tutti.
Mordendogli appena le labbra, Dylan scivola più vicino.
Neanche la percezione del suo sesso fra le gambe lo fa sussultare - il corpo è talmente rilassato che perfino il piacere diventa gestibile. Potrebbe restare a baciarlo per ore - continuare ad accarezzargli la lingua.
E potrebbe fare l'amore con lui.
Non sesso. Non soltanto col corpo.
L'idea, per un attimo, fa quasi girare la testa.
"Hmm…" protesta, sommessamente, quando le mani del ragazzo premono sui fianchi. Si sta accorgendo solo adesso che il telefono ha iniziato a squillare, in lontananza.
Sotto il suo, il corpo di Jude si è irrigidito.
Non fa neppure in tempo ad aggrapparsi alla sua camicia - l'altro lo spinge da parte con un solo gesto. Delicatezza. Ma anche decisione.
E lui si ritrova in ginocchio sui cuscini con le guance arrossate, con la mente confusa. I pensieri disarticolati, come se non si rendesse conto. Come se fosse ancora altrove.
"Pronto?"
Dylan raddrizza la schiena.
Dall'altra parte della stanza Jude si è portato il cellulare all'orecchio. Si sta passando una mano tra i capelli.
"Scusa," sillaba intanto, in silenzio. Rivolto a lui.
Ma non torna ad avvicinarsi, e lui rimane a fissarlo ancora qualche minuto prima di riuscire a riconnettersi con il mondo circostante. Prima di capire che si tratta di una telefonata di lavoro, probabilmente. Che il momento è finito - e che non sarebbe stato possibile aspettarsi qualcosa di diverso. Non è mai così facile, quando entrano in gioco i sentimenti.
Inspira.
Senza fretta si infila i boxer - strattona i jeans sui fianchi. Agganciando i bottoni, lancia un'occhiata all'angolo di divano dove lui e Jude stavano seduti.
"Mi spiace, scusa. Quando iniziano a parlare, non finiscono più…"
L'altro sta appoggiando il cellulare sul tavolo, intanto - sembra che la sua telefonata sia finita.
Ed è stranissimo guardarlo adesso, adesso che le labbra conoscono il suo sapore. Adesso che sembra tutto così diverso - più intimo, eppure anche più doloroso.
Più vero.
La solitudine impari a sentirla sul serio solo dopo che qualcuno ha saputo riempirla con la sua presenza. Tornano a riaffacciarsi i fantasmi - torna quel malessere sottile. E torna la nostalgia di Ash, così intensa da far quasi male. Così oscura.
"Non mi hai poi risposto, comunque. Che fai per cena, ti fermi qui?" domanda Jude.
Lui sbatte le ciglia.
"Dipende," ridacchia, un po' nervosamente. "Cucini tu?"
"Se non riesco a convincere mia sorella a farlo per me, sì." Un mezzo sogghigno. "Dici che una pizza d'asporto sarebbe la scelta più saggia?"
"La meno traumatica, più che altro…" scherza Dylan. Ma non ha fame, in realtà. Si sente ancora stordito.
Avrebbe soltanto voglia di raggomitolarsi sul divano e di appoggiare la testa sulle sue ginocchia - lasciarsi accarezzare i capelli. Lasciarsi addormentare.
Non aveva mai fatto caso a quanto fossero importanti certi rituali, nella sua vita: a Rosenfield mancano lenzuola già scaldate da un altro corpo, mancano le lingue umide dei cani che ti sfiorano la guancia. Manca la musica dei Doors in sottofondo. In qualsiasi momento della giornata. E manca il riflesso speculare di Ash, manca come l'aria. Come la luce.
Se in certi istanti l'esperienza del tutto nuova di sentirsi unico risulta quasi ubriacante, arriva sempre il momento in cui la vanità si placa. La libertà non basta più. E l'inquietudine riprende a strisciare nel sangue come fosse un virus.
L'acutizzarsi della malattia.
Chissà chi è ritratto davvero nelle foto che Jude gli ha scattato oggi - si domanda Dylan. Chissà se saranno la prova che lui esiste davvero, senza Ash.
O la conferma del contrario.
E chissà se Jude si era accorto già mentre scattava le foto, che tutto poteva esser solo un sogno. Che forse si trovavano entrambi dall'altra parte dello specchio.
Raven probabilmente non vedrebbe che un divano vuoto, in quelle immagini.
Ed è questa, in un certo senso, la cosa che fa più male.


SECONDA PARTE





Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.


 

rosadeiventi: (Default)
80
Vivian e David - La terapia del disequilibrio






Keith ha un modo strano di reagire alle cose che lo fanno irritare. Vivian se n'è accorto molto presto, quando ancora erano bambini.
Era difficile fargli ammettere che qualcosa lo aveva ferito - difficile anche solo capire che il suo silenzio nasceva dalla tensione, invece che dalla timidezza solita. Capitava a scuola, con le parole dei compagni.
Capitava a casa, con i rimproveri dei genitori.
E capitava con Vivian, quando uno scherzo si spingeva troppo avanti. Quando le risate si trasformavano in coltelli e l'imbarazzo bloccava ogni via di fuga.
È il problema di personalità tanto riservate: non è facile misurare le loro reazioni, calcolare le risposte e i tempi. Bisognerebbe monitorarli di continuo ma a volte, quando vivi, i passi si fanno troppo veloci e neanche ci pensi di voltarti a controllare.
Te ne accorgi soltanto troppo tardi, che qualcosa è successo. Che si è rotta l'armonia del momento. E non puoi neanche sapere subito quanto sia grave, quell'incrinatura, o da quanto tempo si protragga, perché l'altro è già scappato.
Si è già fatto lontano. Isolato.
E il suo silenzio, quando lo ritrovi, non è una risposta possibile. In quei casi, davvero, non ti spiega niente.
Keith non sembrava diverso dal solito, quando ha sollevato la testa dal libro nel sentirlo entrare.
Aveva i capelli negli occhi, i gomiti puntati sul materasso e un mezzo sorriso sulle labbra. La testa incassata tra le spalle, in una difesa senza motivazione.
Il volume che stava studiando brillava di caratteri piccoli - nero su bianco, sottolineato a matita. E non ci sarebbe stata alcuna ragione di sospettare turbamento.
Nessuna ombra sul volto.
Nessuna inflessione dello sguardo.
Eppure, impossibile non sentirla, quella nota stonata. Impossibile non chiedersi da dove provenisse - come riaccordarla.
Lentamente, Vivian si era chiuso la porta alle spalle. Per un istante le voci del televisore e dei signori Luciani erano filtrati attraverso l'ultimo spiraglio - un angolo di famiglia, in quell'aria un po' inquieta - poi la serratura era scattata e la stanza si era sigillata intorno a loro.
Accogliente come ogni volta che Vivian vi aveva cercato rifugio. Forse, soltanto un po' più fredda.
"Sei arrabbiato?" chiede, ora, dalla sua postazione raggomitolata sulla scrivania.
Come da previsione, Keith si limita a scrollare le spalle. Gli lancia un'occhiata, da sopra il libro, inarcando le sopracciglia come per dire: Dovrei?
"Non hai detto una parola da quando sono entrato," spiega lui.
"Sto studiando, Viv. Devo finire il capitolo."
Ed ha ragione: non è niente di strano. Impossibile aspettarsi davvero che Keith lasci stare la sua Fisica per dare retta a te - soprattutto se tu non hai niente di fondamentale da dire. Eppure, c'è qualcosa di diverso nell'aria.
Una sottile tensione.
"È per quel che è successo con David?"
Sul letto, il corpo dell'amico si irrigidisce appena.
Sarebbe un movimento impercettibile, forse, se gli occhi non fossero così tanto allenati: un semplice serrarsi della mascella, un indurirsi degli arti. La schiena che di colpo segna una linea più retta - angoli meno morbidi.
Per Vivian, è come il rumore di qualcosa che si spezza.
Secco nella notte.
Vetro infranto a terra.
Chiudendo le mani intorno alle ginocchia si sporge in avanti, incredulo.
"Davvero? È per quello?"
"Lascia stare, Viv."
"Lascia stare un cazzo," protesta lui - perché è una tattica che l'amico usa spesso, questa.
Sminuire ogni cosa, rimandare il confronto. Spingerlo ai margini, come se ciò bastasse a togliergli peso.
Ed è faticoso, dover inghiottire sempre.
Deglutire i discorsi, e le paure.
"Cos'è? Solo perché ti ho costretto…"
Ma la voce di Keith è più bassa, quando lo interrompe. Un po' rauca, un po' fragile. Quasi mancasse di convinzione.
"Dobbiamo parlarne per forza?" chiede, senza guardarlo - e Vivian esita, bagnandosi le labbra.
Perché nonostante la frustrazione è impossibile negare che ci sia qualcosa di egoistico, nel suo bisogno di tornare sugli eventi di quel pomeriggio. Una necessità di assoluzione, forse - di sentirsi dire che tutto va bene, che niente è cambiato. Nel cercare un'occasione per spiegare. Mettere in fila le sue ragioni e convincere Keith che, qualunque sia la cosa che l'ha turbato, non era terribile come sembrava. Che lui aveva tutto sotto controllo, e non avrebbe mai forzato la mano se non fosse stato più che sicuro.
Eppure, in fondo, non è neanche egoismo.
Non quando lo scopo finale è solo quello di far star bene qualcun altro.
"Non posso spiegarti, almeno?" domanda, incerto - come quando da bambini giocavano a nascondersi al buio e per non rompere l'incantesimo era necessario sussurrare.
La fragilità di adesso è più profonda - l'incantesimo si è spezzato, per forza - ma qualcosa di quella complicità è rimasta la stessa. Spoglia di qualunque artificio, ridotta alla semplice essenza.
Il tono sommesso della loro stessa amicizia.
Quel linguaggio mandato a memoria quando ogni concetto conosceva soltanto la sua forma più vera, e non c'era spazio per gli inganni. I dubbi, e le recriminazioni.
I tentativi di carpire un segreto, e i tentativi di nasconderlo. Di mascherarlo con altro - di mascherare te stesso.
"Non c'è niente da spiegare, Vivian." Keith sorride - un sorriso volatile e poco convinto.
Bilanciandosi la matita tra due dita, la fa dondolare lentamente - la osserva in controluce.
L'espressione è quella di sempre: malinconica e schiva. Soltanto la punta di rassegnazione raccolta all'angolo della labbra denuncia qualcosa di diverso - allarga la crepa che si sta aprendo nel mondo e rende l'incertezza pulsante.
La superficie abrasiva.
"Non sono arrabbiato," prosegue, con quella sincerità discreta cui non puoi non credere. "Mi spiace solo di averti fatto fare quella figura."
Deglutendo, Vivian cerca di scrollarsi di dosso la sensazione di star perdendo di vista qualcosa di essenziale. Di star guardando gli effetti, solamente - di star camminando in tondo - invece di andare dritto al cuore del problema. Di rimetterlo a posto.
"Che figura?" chiede, mentre l'amico scrolla le spalle come se niente fosse.
"David penserà che il tuo amico è ritardato," risponde.
E lui sgrana gli occhi, perché tutto si aspettava tranne che un'affermazione del genere.
Conosce Keith abbastanza bene da sapere che non si tratta di una provocazione - che non sta esagerando per farlo sentire in colpa, che neanche pensa di potersi sbagliare. E lo irrita l'autorecriminazione che scorge dietro quella facciata di indifferenza costruita - dietro l'imbarazzo più profondo che gli irrigidisce i lineamenti, e scurisce le guance.
L'ha sempre irritato, scoprire Keith così debole.
Saperlo tanto acuto nel decifrare la realtà che lo circonda, e tanto cieco nel guardare quel che gli rimanda lo specchio.
"David penserebbe che sei un ritardato, quindi?" domanda, con una risata un po' più tagliente di quel che avrebbe voluto. "E per quale ragione, di preciso? Perché vuoi studiare fisica astronomica al MIT o perché sei mio amico?"
"Tu non…"
"Vuoi sapere cos'ha pensato quando ti ha visto? Quando ci hai piantato in asso per scappartene via, neanche ti stessimo aggredendo?" lo sfida, inarcando le sopracciglia.
Seduto sul letto, a disagio, Keith incrocia le braccia sul petto.
"Non…"
"Esattamente la stessa cosa che ha pensato quando ti ha trovato mezzo svestito negli spogliatoi," lo interrompe Vivian, senza badargli. "O con addosso soltanto il costume, in piscina."
Fermandosi un istante, lascia che l'aspettativa tenda ulteriormente i nervi dell'amico - aspetta che i suoi occhi tornino a cercarlo.
Morde un sorriso tra i denti, a quel punto.
Si sporge in avanti, soddisfatto.
"E cioè, che gli sarebbe piaciuto averti nel letto. Possibilmente, senza neanche il costume addosso."
Si aspettava una reazione brusca - la stava cercando, in tutta sincerità. Quasi vent'anni di amicizia gli hanno insegnato perfettamente quali tasti premere per ottenere una determinata risposta, e ogni parola del suo discorsetto era stata scelta per colpire esattamente dove Keith è più fragile. Per costringerlo a reagire, forse. Per metterlo alla prova, e tastare quanto l'insicurezza corra profonda. Quanto sia vera.
Non aveva messo in conto un sussulto così violento, però - la velocità con cui l'amico distoglie lo sguardo, l'espressione ferita del viso.
Di imbarazzo non c'è traccia - non c'è traccia neanche di disagio stavolta. O di timidezza.
"Sei davvero uno stronzo, quando fai così," dice Keith, appoggiando lentamente la matita sulle pagine del libro.
Le dita tremano appena, nota Vivian.
La pelle sulle guance è quasi bianca.
"Perché cazzo sarei uno stronzo? Solo perché non assecondo i tuoi deliri di autocommiserazione?"
"Sapevi benissimo che era il tuo avvocato, il tipo dello spogliatoio. Lo sapevi da subito."
Incerto, lui si stringe nelle spalle. "Non esattamente, ma lo so da un po', sì. Perché, che c'entra adesso?"
Scuotendo la testa, Keith lascia andare una risata incredula.
Si passa una mano sulla bocca, come se mancasse ogni parola.
"Che cazzo c'entra sta storia, adesso?" ripete Vivian, più infastidito. "Perché a me sembra che stavamo parlando di tutt'altro, e…"
"Lo sapevi, e hai passato comunque un mese a stressarmi con sta storia dello strafigo e a ricordarmelo ogni santo giorno. Cos'era, uno scherzo?"
Sollevando il capo, Keith fissa gli occhi nei suoi.
"È per questo che mi hai presentato il tuo avvocato? Per farti due risate?"
"Ma sei completamente rincoglionito?" sbotta lui, saltando giù dalla scrivania. "Io ti presento l'uomo dei tuoi sogni e tu pensi che ti stia sfottendo?"
"Vivian, mi hai praticamente sbattuto in faccia il fatto che il tizio che tu hai trasformato nell'uomo dei miei sogni è anche lo stesso tizio che tu ti stai scopando da mesi!"
E forse è perché Keith non alza mai la voce e adesso ha quasi urlato.
Forse è per quello che ha detto.
Forse, per lo sguardo che gli ha puntato addosso come per sottolineare quel tu amareggiato.
Ma per un attimo è come se il resto si fermasse - il cuore, il fiato, il tempo - per poi riprendere a scorrere in un silenzio improvviso. Quasi spaventato.
Lentamente, Vivian sbatte le ciglia.
Abbassa la mano che teneva sospesa a mezzaria - muove un passo avanti, aggrottando la fronte.
Si schiarisce la voce.
"Non…"
"Non volevo gridare," lo interrompe Keith, lo sguardo già di nuovo fisso sul libro. "E non volevo neanche accusarti di niente. Lo so che non… Non credo che tu l'abbia fatto apposta, non davvero. Solo, è stato imbarazzante."
Trovare le parole per rispondergli sembra impossibile perché la dimensione del mondo reale e quella in cui l'amico sta rintanato sono talmente opposte che non basterebbe una vita, per ridurre la distanza, e perché Vivian non saprebbe da che parte cominciare neanche se fosse più semplice.
Perchè non pensava fosse così grave, la situazione. Non pensava che, inconsapevolmente, avrebbe potuto ferire Keith così tanto. Nè che Keith gliel'avrebbe lasciato fare.
E rendersene conto adesso fa male.
Nell'eccitazione di organizzare quell'incontro - nell'impazienza di vedere l'espressione di David, e di consegnare a Keith le chiavi di una nuova esperienza - si era completamente dimenticato che l'amico ha l'abitudine di non guardare mai negli occhi nessuno. Di non leggere quel che può dirti uno sguardo - non crederci, se vi trovi dentro qualcosa di bello - continuando a percorrere caparbiamente una strada segnata.
Continuando a dar retta soltanto a a ciò che è già stato sperimentato. Visto. Creduto.
A quel che sembra saldo.
Non che si aspettasse che avrebbe colto al volo l'occasione di mettersi in gioco - in realtà, faceva affidamento proprio sulla sua naturale prudenza, per smorzare l'impetuosità di David. Ma neanche credeva che Keith sarebbe stato così ostinato nell'opporsi anche alla semplice idea.
Che David potesse essere interessato.
Che Vivian potesse sapere quel che stava facendo.
Che ci fosse qualche possibilità. Per gli altri e per lui stesso.
Non saprebbe neanche come fare, a convincerlo.
"Ti ho presentato a David perché voleva conoscerti," mormora, incerto. "Fin da quando ti ha visto quel giorno negli spogliatoi."
Ma Keith sbuffa, con un'incredulità venata di fastidio, e lui neanche può dargli torto: l'affermazione suonava vuota alle sue stesse orecchie. Priva di ogni possibile forza persuasiva.
Del resto, è sempre stato così: ha imparato da bambino a modulare gli atteggiamenti per condurre le persone nella direzione che vuole, ma con Keith i suoi trucchi non hanno mai avuto successo.
Può costringerlo a fare un passo - può obbligarlo ad uscire, agire, parlare - ma certe convinzioni sono come alberi con radici profondissime. È impossibile estirparle, liberare il terreno per colture più gentili. Impossibile sgomberare il passo di tutti i pensieri rampicanti.
Non in tempi ragionevoli, almeno.
Non su due piedi.
"Non pensavo che l'avresti presa così," ammette, lasciandosi cadere al suo fianco sul letto.
Sollevando lo sguardo dal libro per fissare gli occhi nei suoi, Keith scrolla le spalle.
"Non è stata la migliore delle tue trovate," risponde, con una disinvoltura un po' forzata. "Questo è vero. Ma dicevo sul serio, prima. Non ce l'ho con te - non credo di essermi incazzato neanche sul momento. Ero solo… Imbarazzato. E mi sentivo stupido." Un minuscolo sorriso. "E ok, forse un po' incazzato lo ero. Perché finisce sempre così, ogni volta che cerchi di tirarmi in uno dei tuoi casini."
"Non stavo cercando di tirarti in uno dei miei casini, Keith."
"E cosa pensavi di fare, quindi?"
"Di presentarti David. Solo questo." Pausa. "Lui piace a te. Tu piaci a lui…"
"Vivian," lo interrompe l'amico, allungando la mano a toccargli il polso. "Basta con le stronzate, ok?"
Irritato, lui solleva lo sguardo. "Non sono stronzate, Keith."
"Non puoi pretendere che io creda seriamente che quel tipo potrà mai essere interessato a me," ribatte l'altro, e subito si affretta a proseguire, alzando la mano come per sbarrare il passo ad ogni obiezione: "So che non l'hai fatto con cattiveria e che avevi ottime intenzioni e tutto quel che vuoi, ma non funziona così. Non mi sento meglio solo perché hai messo in scena il tuo teatrino. E preferirei archiviare del tutto la faccenda, se non ti spiace."
Sbattendo le ciglia, Vivian lo guarda incredulo.
Perchè è assurdo che dopo tutto quel tempo la capacità di Keith di infilare la testa nella sabbia riesca ancora a stupirlo. Dovrebbe averci fatto l'abitudine, ormai.
Al suo bisogno di certezze. Al suo terrore delle emozioni.
E alla necessità quasi patologica di ridurre tutto ad una formula matematica. Teoremi da applicare e dimostrare, senza che nessun dato possa scamparla. Senza che nessuna delle imprecisioni che la realtà regala venga registrata.
"Deve sempre essere tutto così semplice, vero?" scandisce. "Perchè dalle cose semplici è più facile scappare."
"Non sto scappando," lo corregge Keith, ostinato.
"E cosa staresti facendo, quindi?" sbotta lui, scattando in piedi. "Hai già deciso da solo che David non ti guarderebbe due volte, che ti considera un idiota e che io vi ho presentati tipo atto caritatevole. Già tanto che non mi hai accusato di averlo pagato per portarti a letto, tra un po'."
Arrossendo appena, l'amico abbassa lo sguardo. Imbarazzato.
E Vivian non saprebbe dire se sia perchè si è accorto di star dicendo idiozie o se perchè la possibilità che fossero quelli i termini della proposta l'ha davvero sfiorato, ma si ritrova a lasciar cadere le braccia lungo i fianchi ugualmente.
A sentire l'irritazione sbiadire, lasciando posto soltanto alla stanchezza. Alla tenerezza lieve e un po' acida di una discussione già conclusa in partenza.
"Vorrei che ti dessi una possibilità, Keith," mormora, scuotendo la testa. "Per una volta, almeno. Soltanto per provare."
Per un attimo, si lascia quasi cullare dalla speranza che quel tono abbia saputo comunicare ciò che l'esasperazione mascherava solamente. Si permette di sperare che Keith solleverà la testa per sorridergli - che gli dirà 'va bene'. Senza crederci davvero, magari. Ma senza neanche continuare a rifiutarsi.
Quando l'amico torna a parlare, però, la sua voce ha recuperato tutta la sicurezza dei primi momenti. La stessa amarezza, e l'ironia.
"Provare a fare cosa? Ad uscire con il tuo ragazzo?"
E' quasi allucinante, poi, la naturalezza con cui si sporge a recuperare il libro abbandonato sul cuscino e scivola indietro fino a premere le spalle contro la parete - con cui piega le ginocchia e vi poggia sopra il volume, puntando la matita nel centro della pagina. Pronto a ricominciare a lavorare, come se quella cazzata potesse chiudere il discorso.
Come se Vivian non avesse altra scelta che ammettere la superiorità del suo ragionamento deficiente.
Strano come con Keith la tenerezza sia sempre così facile da trasformare in rabbia. La dolcezza in esasperazione.
Voglia di piangere, in voglia di gridare.
Prendendo un respiro profondo, Vivian chiude gli occhi un istante.
Lentamente, li riapre.
"David non è il mio ragazzo, Keith," risponde. "Pensavo che almeno questo..."
"Beh, sicuramente non è neanche la tua solita scopata," sbuffa l'amico. Senza guardarlo.
E lui si sporge sul letto, strappandogli il libro da davanti agli occhi.
Gettandolo sulla scrivania, come se quel gesto potesse liberare l'aria da tutto quel discorso assurdo.
"Non è una scopata," sibila, irritato. "Ciò non toglie che non sia neanche l'amore della mia vita. O il mio futuro marito. E che se tu decidessi di tirare fuori le palle, per una volta, mi farei da parte senza pensarci due volte."
Dal letto, Keith inarca un sopracciglio.
"Sono sicuro che a lui farebbe piacere sapere che la pensi così," commenta. "L'hai chiesta, la sua opinione?"
"La sua opinione è stata perfettamente chiara nel momento in cui ti ha tirato in ballo mentre si parlava di amanti ideali."
L'enfasi con cui l'amico rovescia gli occhi al cielo lascia intendere quanto credito dia a quest'ultima informazione - e Vivian gli racconterebbe la conversazione punto per punto, sapesse che potrebbe avere qualche utilità. Conoscendo la testardaggine di Keith, invece, si limita a riprendere posto al suo fianco.
A premere la spalla contro il muro, imitando il suo gesto.
"Senti, non sto dicendo che devi andarlo a cercare tu, ok?" inizia. "Nè che devi credermi. Solo, non buttare via l'occasione se si presentasse. Giusto per provare, almeno. Per potermi venire a dire 'avevo ragione'."
C'è un attimo di silenzio, a quel punto, mentre l'amico assorbe quel che lui ha detto. Mentre si rigira le parole nel cervello, cercando una scappatoia forse. Un possibile senso.
"Cos'è che dovrei fare, quindi?" domanda infine, senza guardarlo.
"Parlargli se te lo trovi davanti," risponde Vivian, prontamente. "Uscirci, se ti chiede di uscire."
"Hai organizzato qualche altro incontro casuale, per caso?"
"No, certo. Io la mia parte l'ho fatta. Adesso sta a voi." Pausa. "Me lo prometti?"
"Perchè è così facile che domani me lo trovo davanti, vero? In fondo, frequentiamo esattamente gli stessi ambienti..." ribatte Keith, sarcastico.
Ma Vivian si limita a guardarlo fisso.
A sorridere, enigmatico.
"Non si può mai sapere, no?" dice. E lo sa benissimo, che se Keith accetta la promessa è soltanto perchè ha la sicurezza matematica che non si troverà mai nella situazione di doverla mantenere.
Sa benissimo che non crede ad una parola, e che nel momento stesso in cui scrolla le spalle e annuisce sta già facendo il possibile per cancellare anche il ricordo di questa conversazione.
Così come si stava sforzando di cancellare il ricordo di David, prima che lui lo riportasse in vita.
Così come a volte gli viene da pensare che, se le cose fossero andate diversamente e non fossero stati amici fin da quando erano in fasce, si sarebbe affannato a cancellare anche lui. Dopo il primo sguardo. Con tutta la determinazione di un impegno giurato.
Vivian potrebbe dirgli che David non è tipo da lasciar andare le cose altrettanto facilmente, invece.
Ricordargli che non tutti percorrono la città come fosse fatta di compartimenti stagni.
Che le strade si possono incrociare.
Che gli incontri più strani possono avvenire.
Ma sarebbe inutile comunque, perchè già sa che Keith non lo ascolterebbe. Perchè sa che, se per caso lo ascoltasse, neanche la promessa che gli ha appena strappato potrebbe convincerlo a non tirarsi indietro.
E lui ha bisogno che sia inconsapevole, almeno, se pretenderlo consenziente è chiedere troppo.
Ha bisogno che non faccia attivamente ostruzionismo, se vuole sperare che la fuga dell'altro giorno si trasformi in un confronto.
Per capire se aveva visto giusto, nel riconoscere quella possiblità tra loro.
Capire se si sbagliava quando pensava che David, con Keith, potrebbe trovare il suo centro.
Che Keith, con David, potrebbe forse imparare ad apprezzare il disequilibrio.
Perchè non si può trascorrere tutta la vita con gli occhi affondati in un libro e le pareti della stanza a fare da schermo. Perchè a volte è necessario spaventarsi, per imparare a muovere i passi. A seguire un ritmo.
Perchè finchè non inciampi non capirai mai che dopo che sei caduto puoi anche rialzarti.
Finchè non salti, non saprai se la distanza è davvero troppo vasta. La vertigine troppo intensa, e lo sforzo sovrumano.
Non conoscerai mai l'ebbrezza del volo.
E Keith ha sguardi troppo vivi per restare tutta la vita a due centimetri dal suolo. Ha bisogno di aria e nuvole sotto i piedi - di leggerezza, per scandire il suo pragmatismo fin troppo terreno. Ha bisogno di provocazioni pungenti, perchè la pigrizia che a volte lo coglie non si faccia troppo comoda. Familiare.
David potrebbe dargli tutto questo, forse. O forse, potrebbe soltanto insegnargli che tutto questo esiste, e che è giusto impegnarsi per trovarlo.
Insegnargli che non la raggiungerai da solo, la tua verità più profonda. Che hai bisogno di uno specchio per guardarti - hai bisogno degli occhi di un altro.
E che finchè continuerai a fuggire da quello sguardo, sarà sempre solo una la persona a cui volterai le spalle.
Te stesso.
Con i tuoi occhi più nudi, e la tua ombra.
Con il peso delle insicurezze che non riesci a gestire.
E non basteranno foglietti di carta su cui impostare calcoli - non basteranno formule, schemi, figure. Non basteranno neanche i disegni che il cielo regala per spiegarti il destino - per illuminare il percorso.
Perchè quello da cui fuggi è l'unico infinito che ti porti dentro.
Ed è solo in quel segreto - nelle sue profondità trasparenti - che puoi trovare la tua forma di riscatto.





Ragazzini.
David aveva dimenticato la quantità incredibile di ragazzini che puoi incontrare nei corridoi dell'università - quell'odore quasi impercettibile di gomma da masticare e ormoni che sembra chiamarti da ogni direzione.
Impossibile decidere dove fermare lo sguardo - impossibile anche mantener fede ai buoni propositi quanto uno ti urta la spalla, e un'altra ti pianta negli occhi lo sguardo più suadente che si possa immaginare. E un'altra ancora ti finisce dritta fra le braccia, nella sua corsa frettolosa verso le aule, premendoti i seni sul torace. La destra sulla spalla.
È quasi un attentato all'autocontrollo - viene da pensare.
"Ossignore mi scusi! Non le ho rovinato la giacca, vero?" farfuglia la ragazza, chinandosi subito a raccogliere i libri.
David ha scelto un abbigliamento insolito, per l'occasione: jeans scuri su una Lacoste rosso scuro e giubbotto di pelle nera - anch'esso griffato. Prezzo di mercato imbarazzante. Uno dei pochi esemplari prodotti.
Se la tizia gli avesse davvero rovesciato addosso il caffé che stava bevendo, probabilmente la reazione sarebbe stata di tutt'altro genere.
Piegandosi sulle ginocchia la aiuta a radunare i volumi, invece, e lei ridacchia sommessamente. Affonda i denti nel lucidilabbra rosa. Lui sorride.
Ha sbagliato mestiere - pensa, gettandole un'occhiata dentro lo scollo della camicetta.
Ancora una volta, la sensazione è che quel paraculo di Samuel sia stato più furbo di tutti.
Quello non è il tempio del sapere: è il paradiso terrestre. Con tanto di tentazioni e sinuosi panorami - frutti proibiti che occhieggiano allegramente da ogni prospettiva. Da ogni angolo.
Rialzandosi, David le porge la mano per tirarla in piedi.
"Sicuro che non le ho macchiato la giacca?" insiste lei.
"Sicuro."
Un sorriso.
"Ma se proprio vuoi farti perdonare, per come la vedo io, hai addirittura due possibilità."
"Ah sì?"
Lui solleva le sopracciglia, ammiccando. E subito, in risposta, riceve una di quelle risatine idiote che solo le ragazzine di quell'età sanno render sopportabili. Perfino attraenti.
È abituato da una vita a quel genere di schermaglia - sa che non porterà da nessuna parte.
Ma continua a trovare la cosa divertente, dopo tutto. Un passatempo come un altro.
Si spolvera la giacca, lanciandole un'occhiata.
"E la seconda?" ridacchia la tipa, come da copione.
"La seconda è quella di indicarmi come posso arrivare all'aula di fisica," risponde lui, in tutta tranquillità. "Fisica per neofiti, credo. O qualcosa del genere."
"Ah. Fisica uno!"
"Possibilmente, aggirando il reparto dei poeti estinti," aggiunge, guardandosi intorno, che non ha nessuna voglia di incontrare Samuel. Di passare sotto il fuoco incrociato delle sue domande.
Ci mancherebbe solo quella.
Quando torna a concentrarsi sulla ragazza, però, l'ennesima risatina ebete gli rivela che non deve aver afferrato affatto il significato dell'ultima frase. E improvvisamente ricorda il senso di quel che è venuto a fare nell'eden: c'è un ragazzino che sembra avere perfino un cervello, incastonato nella parte alta di un corpo decisamente interessante. Che non ridacchia come un deficiente e non sembra destinato a riproporre cose già viste.
Un ragazzino che lui ha deciso di portarsi via, stasera. Dove, non ha ancora idea.
Ma ha voglia di conoscerlo meglio - di vederlo in difficoltà. Vedere come riuscirà a cavarsela e guardare i suoi occhi che sgusciano via. Inchiodarli al proprio sguardo.
L'aula di fisica è ancora chiusa, quando arriva al piano superiore.
Per un attimo tornano alla mente immagini ingiallite - jeans decisamente meno costosi, a vestire i fianchi, e il corpo di qualche compagna premuto addosso.
Le labbra di Samuel, curvate sui versi delle sue poesie spagnole. Di quelle francesi.
Curvate in controluce, a respirare il fumo di sigarette consumate contro le pareti di bagni che adesso sembrano avere porte meno scrostate.
E un futuro diverso, altri orizzonti.
Distogliendo gli occhi, incontra la stampa a colori del volantino di un'associazione studentesca. La legge è DAVVERO uguale per tutti? - è scritto in rosso, a caratteri cubitali.
Adesso inizia a ricordarselo, perché non abbia intrapreso la carriera accademica: pochi soldi, domande idiote appese alle pareti e sfigati che si fanno massacrare di botte su biciclette anteguerra. L'arma nobile degli ideali.
Fanculo.
È quasi un sollievo, quando la porta dell'aula si spalanca.
Decine di ragazzi gli sfilano davanti, in una confusione frenetica, ma individuare Keith non si rivela particolarmente difficoltoso: è l'unico con l'aria assorta - l'unico che non sta chiacchierando con nessuno. E che sembra ancora intento a rimuginare sulla lezione.
Che non ha ancora rilassato la fronte.
Sorridendo, David gli si affianca. Inizia a camminare con lui, adeguandosi al suo passo. Senza dire una parola.
È incredibile.
Keith è talmente concentrato nel suo mondo che fanno in tempo a raggiungere la curva del corridoio, prima che si accorga della sua presenza. E si blocca di scatto, a quel punto - qualcuno gli urta la spalla. Qualcun altro lo spintona in avanti, facendolo sobbalzare.
Lui sembra impietrito.
Se avesse appena visto uno spettro, forse, avrebbe occhi meno sbarrati. Uno sguardo meno incredulo.
Divertito, David inarca le sopracciglia.
"Oh! Ma accidenti, quanto è piccolo il mondo!" esclama, con un gesto vagamente teatrale.
"Keith, giusto?" Trattiene un sorriso. "Ho sempre qualche problema a riconoscerti, con i vestiti addosso…"
È fin troppo facile farlo arrossire - basta la battuta più stupida del mondo. A volte è sufficiente anche soltanto guardarlo in volto. Pronunciare il suo nome.
Affrettandosi ad abbassare gli occhi, il ragazzino si schiarisce la voce.
"Buongiorno," borbotta, in maniera quasi incomprensibile.
Ed è perfetto.
L'essere più dannatamente erotico che David riesca a concepire - il solo capace di fargli sballare l'equilibrio ormonale così: senza neanche rendersi conto. In modo del tutto inconsapevole.
Sono le sue reazioni, principalmente. Ma è anche il modo in cui si esprimono.
Perché è innegabile che Keith mostri una sorta di interessante ambiguità anche nel momento in cui appare più fragile - una personalità che nonostante tutto riesce a filtrare attraverso espressioni appena percettibili del volto o in gesti minimi. Movimenti involontari.
Se è a disagio, è sicuramente anche irritato per il fatto di esserlo. Per non saperlo evitare.
E se gli manca l'esperienza per sostenere certi sguardi - per schermare i propri, e renderli meno trasparenti - è vero anche che perfino l'imbarazzo, in lui, è improntato da una dignità istintiva. Qualcosa che troverà la sua strada, prima o dopo.
Non è un perdente.
E non è uno stupido - di questo David è stato consapevole fin dalla prima volta che lo ha visto.
Somiglia più ad un rebus, in realtà.
Un rompicapo complesso, con una soluzione nascosta e milioni di combinazioni da sperimentare. Da rubargli poco alla volta.
"È stata interessante, la lezione?" gli domanda, inclinando appena la testa per riuscire a guardarlo in volto. Perché anche quella è una sfida continua: chiamare i suoi occhi.
Riuscire a fermarli su di sé, incatenarli al proprio sguardo.
In fretta, l'altro gli lancia un'occhiata.
"Sì, grazie," risponde. "Molto."
Pausa di qualche secondo, poi: "È qui con Vivian, lei?"
E David lo sa di esser bastardo quando si volta indietro domandando, stupito: "Lei chi?"
Ma si sta divertendo - erano anni che non si divertiva tanto.
"Oh! Intendi se io sono qui con Vivian!" si decide ad esclamare infine, come folgorato da un'intuizione improvvisa.
Agitando la mano, scrolla appena la testa.
"No, no. Non sono con lui. Esco anche da solo, di tanto in tanto…" risponde, cercando di restare serio. "Tu, invece?"
Non che sia semplice, restare serio: che il ragazzino sia nel pallone è del tutto evidente, ma se David aveva messo in conto il piacere di vederlo arrossire non aveva invece previsto che si sarebbe rivelata anche così surreale, la situazione - così assurda: Keith impiega quasi mezzo minuto per rispondere - trenta lunghissimi secondi e almeno due false partenze. Una decina di morsi nervosi sul labbro. È uno spettacolo.
"Io ero a lezione..." mormora infine, con un filo di voce.
Neanche c'è bisogno di sottolinearla, l'ingenuità di quella risposta: l'altro sembra accorgersi benissimo anche da solo di quanto appaia scollegato - c'è da giurare anzi che stia già cercando disperatamente un modo onorevole per porre fine alla conversazione. Un modo che non sembri di nuovo una resa.
Potrebbe trovarlo, e sarebbe un peccato.
O forse sarebbe ancora più stimolante, invece. Nuova fuga, e nuovo incontro casuale.
Nuova sfida.
Però David non ha voglia di aspettare altri giorni - non è intenzionato a rimandare ancora.
Per questo gli basta sentire crescere la tensione per decidere che è arrivato il momento di annunciare: "In realtà, ero venuto per invitarti a cena."
E Keith sussulta, irrigidendo la schiena. Sgranando gli occhi - dimenticandosi di tenerli bassi, per una volta.
"A cena?"
Fosse vestito in maniera meno informale, magari, non sembrerebbe neanche così giovane. Ma Keith indossa un semplice paio di jeans - scarpe da ginnastica e una camicia bianca che continua ad allentarsi al collo, come se gli mancasse l'aria. O come semplice reazione al disagio, più verosimilmente; ma l'immagine è decisamente eccitante.
Ed è eccitante il momento in cui gli sguardi si incontrano, perché per quanto David sia abituato al fascino che suscita negli altri continua ad avere i brividi ogni volta che quel ragazzino lo guarda in quel modo. Neanche fosse dio. Per poi arrossire, subito dopo, ed affrettarsi a distogliere gli occhi.
Verrebbe da afferrargli la nuca - baciarlo con forza.
Premergli le labbra su quel lembo di gola che scopre di continuo e succhiargli la pelle.
Leccarla lentamente.
"A prendere un aperitivo, più esattamente," risponde invece, rilassando il pugno. "E poi magari anche a cena, sì. Se non hai impegni. Ero piuttosto interessato al discorso dell'altro giorno, e non mi è mai piaciuto lasciare le cose a metà."
È evidente che il ragazzino sia confuso quanto prima - sconcertato.
"Che discorso?"
"La forza degli elementi," sussurra allora David, e stavolta proprio non ci riesce ad evitare un sorrisetto divertito. "Il che potrebbe portarci direttamente alla legge dell'attrazione universale, volendo approfondire, ed alla sperimentazione delle sue naturali conseguenze. Keith," aggiunge poi, scrollando la testa. "Andremo avanti ancora a lungo, con questo teatrino?"
Ma l'altro non risponde subito, e lui decide di lasciargli tutto il tempo per radunare le idee. Per calmarsi, e riflettere. Riprendere il controllo.
È un gioco di equilibri, dopo tutto.
Spingere sull'acceleratore può esser divertente, ma quel ragazzino sembra capace di offrire stimoli decisamente più interessanti di un semplice copione surrealista.
La curiosità di conoscerlo si è fatta più intensa, adesso, e la voglia di spostare tutto su un piano diverso è troppo forte per piegarsi ai capricci di un passatempo sì esilarante, ma dopo tutto fine a se stesso. Una pellicola superficiale.
Difficile che si accontenti di così poco, David.
Non è nelle sue corde - non l'ha mai fatto.
Per questo diventa estremamente appagante, alla fine, quando Keith risponde: "Non è un teatrino."
Gli lancia un'occhiata rapida, subito dopo. Inspira.
"È che mi hai preso un po' alla sprovvista," spiega. "Non mi aspettavo di vederti qui, e non..."
"Non credi che io sia davvero interessato a Newton, giusto?"
Il sorriso che l'altro gli riserva è appena venato di nervosismo.
"Vivian non ha mai parlato di questa passione, no..." ammette.
Quello scambio sta finalmente iniziando a somigliare ad un vero dialogo, e lo stimolo ha ormai assunto sfumature più complici. Anche l'ironia sembra avere un peso più lieve, adesso.
Meno paralizzante.
"E questo fa di me un pessimo candidato," sorride lui, muovendo un passo avanti. "O pensi di poterla accettare ugualmente, quella famosa cena?"
Di nuovo, il ragazzo distoglie lo sguardo.
"Non..." Si ferma.
Esita, prendendo un respiro.
"Va bene," annuisce infine.
Non è convinto, e non sembra neanche particolarmente tranquillo. Ma pare che quella serata la trascorreranno insieme, in qualche modo, e questa è la sola cosa che importi a David: uscire da quel palazzo, aprire a Keith la portiera della Jaguar. Sentire il vento fra i capelli, la musica che si riversa dalle casse come adrenalina.
E fumare una sigaretta, magari, che inizia ad averne bisogno.
Accelerare.
Non ha ancora deciso dove andranno a cena, né soprattutto cosa si inventerà per il resto della serata: ma l'idea di continuare a spingere l'altalena fra imbarazzo e intimità non gli dispiace per nulla. Appoggia distrattamente la mano sulla schiena del ragazzino, quindi.
La lascia scivolare lungo il fianco, guidandolo verso l'uscita, e finge di non accorgersi dell'irrigidirsi istantaneo dei suoi muscoli - dello sguardo nascosto dietro ai capelli.
Del suo respiro irregolare.
"Che rapporto hai con la cucina etnica?" gli domanda invece. Come se niente fosse.
Però intanto lo scorcio dell'aula di disegno richiama alla mente Megan, e i suoi pittori d'avanguardia. Le mostre - il silenzio dei soffitti altissimi. E la pubblicità intravista di sfuggita in una delle riviste d'arte che sua moglie si fa recapitare a casa regolarmente: "Dieci pittori omosessuali interpretano l'erotismo maschile".
"E con la pittura?" aggiunge quindi, sorridendo.
Perché dopo tutto serve mestiere anche in quello: saper tirare fuori l'asso dalla manica al momento giusto - riuscire ad incastrare insieme le occasioni più diverse.
La genialità è tiranna: non è cosa che si possa soffocare.
E non è colpa di David, alla fine, se lui finisce per esserne sempre la vittima più illustre.



Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.


 

rosadeiventi: (Default)
78
Keith e David - I cattivi pensieri






Keith non ha ricordi molto precisi del giorno dell'aggressione.
Quando si ferma a pensarci si accorge che è strano: momenti così drammatici dovrebbero lasciare una traccia profonda nella coscienza - nella memoria. Dovrebbe essere sufficiente chiudere gli occhi per ricordare quanto fosse basso il sole all'orizzonte, fuori dalla piscina - e l'esatta sfumatura della luce sui capelli di Vivian, l'esatto disegno dei lividi. La sua posizione, i suoi vestiti.
Invece, è tutto molto distante - come se la nebbia fosse caduta presto, avvolgendo le forme e smussando tutti gli spigoli.
Razionalmente, sa quello che ha visto.
Erano le cinque del pomeriggio, verso la fine dell'inverno: già quasi sera, nel cielo. La notte alle porte. E Vivian stava seduto a terra dietro l'angolo, un po' scostato dai lampioni. Scarpe da ginnastica e maglietta stropicciata. Polso slogato. Labbro rotto.
Quel che lui ricorda con più chiarezza, tuttavia, è la sensazione dei capelli ancora umidi scivolati sotto l'orlo della felpa. Il peso del borsone sulle spalle; la stanchezza dei muscoli; la perplessità di non trovare subito l'amico all'uscita degli spogliatoi.
Non era preoccupato, quella sera.
Non c'era ragione di preoccuparsi: non ancora.
I ragazzi a scuola dicevano stronzate e Vivian rispondeva anche peggio, ma Keith non aveva mai pensato sul serio che sarebbe potuto succedere qualcosa. Per davvero.
È stato solo dopo - dopo che tutto era già accaduto, dopo che Vivian aveva smesso di venire ad aspettarlo e mancava anche proprio l'occasione, per il pericolo - che è venuta l'apprensione.
Keith ha passato almeno un anno della sua adolescenza ad uscire dagli allenamenti con la gola chiusa dall'angoscia. A lanciare uno sguardo veloce al muretto dove di solito l'amico si sedeva, e a rabbrividire ogni volta che incrociava qualche gruppo di ragazzi.
Chiedendosi se erano stati loro.
Se erano stati così tanti.
Vivian non gli ha mai detto cosa è successo davvero, quel giorno.
Forse, non ne ha mai parlato con nessuno.
E sarebbe la cosa più semplice, non fermarsi a pensare.
Sarebbe la cosa più semplice archiviare del tutto i ricordi, invece di sforzarsi per perfezionarli e renderli più precisi - invece di rigirare il rompicapo da ogni angolo per trovare il modo di incastrare nella maniera migliore tutti i pezzi.
In fondo, non è neanche quello il problema più grosso dell'amico. E con l'altra questione Keith ha adottato da sempre la strategia più comoda - quella più indolore. Non pensare, non riflettere, non ragionare. Così come a quel tempo l'imperativo era stato Non sentire non parlare non guardare.
Così come, ancora adesso, l'ordine perentorio è: Non chiedere.
Perché dovrebbe essere più importante sapere se i ragazzi che gli hanno rotto il polso a sedici anni hanno fatto di peggio - e quanto di peggio - quando sa benissimo che la storia con suo padre l'ha segnato da prima, e probabilmente ha contribuito a metterlo sulla strada del pestaggio?
A volte Keith se lo chiede.
E l'unica risposta plausibile è che in ciò che è accaduto quando avevano sedici anni lui è più coinvolto - più colpevole, in qualche modo. Perché qualunque cosa sia successa con Herman Osvik, loro erano troppo piccoli per capire o agire: l'orrore non filtrava oltre lo schermo candido dell'infanzia. Non traspariva davvero dai sorrisi.
L'aggressione, invece, è avvenuta appena fuori dalla piscina.
Lui era a pochi metri di distanza: stava misurando le vasche a colpi di braccia, stava rovesciando gli occhi al cielo di fronte alle prediche dell'allenatore. Si insaponava i capelli o rispondeva agli scherzi dei compagni. Respirava. Respiri profondi.
Mentre fuori quelli del suo migliore amico erano interrotti dai colpi.
Mentre fuori, le stesse persone che forse incontra ancora quotidianamente per strada misuravano la sua resistenza a calci.
La responsabilità è diversa.
È diversa la paura.
E lui non può evitare di pensarci ogni volta che, uscendo dagli spogliatoi, ritrova Vivian seduto sul muretto, come allora. I piedi a dondolare a mezz'aria, i capelli negli occhi. Un sorriso.
Il braccio già proteso - malizioso - ad offrirgli una caramella o un biscotto.
È quasi un déjà vu, incontrare il suo sguardo.
"Vuoi?" chiede l'amico, agitando a mezz'aria il dolce di quel giorno.
Lecca-lecca, nota Keith con una smorfia, mentre sbuffando gli schiaffeggia via il braccio e si lascia cadere al suo fianco, il borsone a terra.
"La concentrazione di zucchero che ingurgiti in un giorno è sempre sbalorditiva," commenta, acido. "Cosa faresti, se diventassi diabetico? Ci hai mai pensato?"
"Mi suiciderei, probabilmente."
Meditabondo, l'amico torna ad infilarsi il lecca-lecca in bocca.
Scrolla le spalle.
"Oggi comunque sono giustificato."
"Ah sì? E da cosa? Il dentista ti ha fatto un buono sconto?"
"Sono amareggiato. Fortemente. Ho bisogno di qualcosa che mi risollevi la vita."
Sospettoso, Keith lo guarda con la coda dell'occhio.
"Non sarà ancora per la storia dello stronzo, vero?"
"Certo che è per la storia dello stronzo!" protesta Vivian, scandalizzato. "Per cosa vuoi che sia?"
"Ma non avevate chiuso tre mesi fa? Che sei, a scoppio ritardato?"
"Sì, beh. Io pensavo avessimo chiuso perché era etero. Adesso viene fuori che abbiamo chiuso solo perché mi odia. È diverso."
"Pensavo aveste chiuso perché tu odiavi lui," fa notare Keith, appoggiandosi al muretto con le mani.
Il cemento è ruvido, contro i palmi.
Un po' umido, forse - freddo.
"Credo che la dichiarazione di odio fosse reciproca, in effetti," sta ragionando Vivian, intanto - distratto. "Ma è stato lui a cambiare le carte in tavola dopo. Quindi, io sono ugualmente la parte lesa."
Keith ridacchia, lanciandogli un'occhiata.
"Frequentare avvocati sta influenzando la tua dialettica, noto."
"David è un ottimo insegnante, sì."
Pausa.
"A proposito."
"Hm?"
Non c'è da fidarsi dell'amico quando ha quel sorrisetto: Keith l'ha imparato molto presto, prima ancora che le tabelline passassero dall'essere filastrocche all'avere un qualche senso. Aveva quattro anni, forse, la prima volta che si è messo nei guai dando retta a quell'espressione; a nove ha provato a sottrarvisi, senza grande risultato.
Dieci anni dopo, sta ancora cercando il modo di puntare i piedi per opporre una resistenza un po' più convinta.
La sensazione, di solito, è di perdere terreno ogni volta.
"A proposito di che?" insiste, quando Vivian si limita a mordersi il labbro, divertito.
"Di David."
"Cosa, a proposito di David?"
"Vorrei fartelo conoscere," spiega l'amico, sbattendo le ciglia, e lui risponde senza neanche pensare.
"Non se ne parla."
"Cosa? E perché?"
Spingendo le mani in tasca, Keith scrolla le spalle.
"Devi darmi una ragione, scusa!"
"Non mi sembra una buona idea, tutto qui."
"Ma perché?"
E lui vorrebbe poterglielo dire, davvero, ma spiegare certe cose a Vivian è impossibile oltre che imbarazzante. Il pensiero di farle a voce alta, certe rivelazioni, stringe lo stomaco e annoda la gola.
Perché se anche non ci fosse il sospetto che l'amico stia architettando qualcosa - e se Vivian non stesse architettando qualcosa non avrebbe fatto ricorso da subito allo sguardo con cui da piccolo convinceva Mike a dargli doppia porzione di gelato - rimarrebbe l'altra questione mai del tutto risolta.
Quella neanche mai veramente affrontata.
Quella che un po' somiglia ad un tabù, e un po' è fascinazione.
Quella strettamente legata a Vivian, e al sesso, e al disagio profondo che Keith sente ogni volta che immagina un ragazzo qualunque a letto lui. L'imbarazzo che ha colorato la sua adolescenza - venato di preoccupazione, venato di gelosia - e che non è sicuro riuscirebbe a scrollarsi di dosso ora.
Faccia a faccia con questo famoso amante senza volto.
Che ragazzo non è, e ha un nome vero.
"Sei vuoi puoi farmi conoscere Weldon," offre, lanciandogli un'occhiata.
"Io voglio farti conoscere David."
Pausa.
"Cioè, chiaro che posso farti conoscere Samuel. Possiamo andarci anche adesso se vuoi - o passare a prenderlo all'università. Finisce tra un'oretta, mi pare, ed è in bici. Ma David…"
"Vivian. No."
Risoluto, Keith si alza in piedi.
"Non me la sento, ok? È… Mi imbarazza," spiega, guardandolo in faccia. "Per favore. Cerca di metterti nei miei panni, per una volta…"
Fissi nei suoi, gli occhi dell'amico sono azzurrissimi e hanno perso l'innocenza esasperata che esibivano fino a pochi attimi fa - il che potrebbe essere un segno positivo: significa che almeno quella trappola è stata evitata.
A Keith non capita spesso di averla vinta così in fretta.
Alla fine dei conti, dovrebbe sentirsi sollevato.
Non fosse che, mentre lui parla, lo sguardo dell'amico scivola oltre le sue spalle, spaziando sul parcheggio. Non fosse che, mentre si allunga fino al margine estremo del campo visivo, lui la nota distintamente, la luce cambiare.
E l'innocenza sparisce, sì - niente più bimbo disarmante - ma lascia spazio alla stessa sfumatura pericolosa di quando a quindici anni aveva deciso di baciarlo in pubblico. Sulla bocca.
Qualunque cosa stia per accadere, Keith è sicuro avrà conseguenze peggiori di un furto di gelato.
"Viv?" chiede, con un filo di voce.
Il sorriso che l'altro gli rivolge è agghiacciante.
"Dà un po' un'occhiata," lo invita, solerte, indicando con il mento dietro alle sue spalle.
E quando lui ubbidisce - quando si volta, lasciando spaziare lo sguardo lungo il perimetro del cortile - è come se tutti i particolari della scena si incastrassero nel disegno con la lentezza di una moviola: il cielo azzurro tra i palazzi, la distesa di asfalto frammentata dalle auto. La strada, gli alberi.
La jaguar rossa parcheggiata nell'angolo - il proprietario che si allontana, tranquillamente.
Il suo volto.
"Cazzo."
Non pensava che fosse davvero tanto bello come ricordava, il tipo dello spogliatoio.
Aveva la descrizione di Raven, come testimonianza - aveva la descrizione di Vivian, che da settimane racconta la storia come fosse stato lui il protagonista - e aveva tutti i fotogrammi incamerati dalla sua stessa memoria, anche; ciononostante, era convinto di sbagliarsi. Esagerare.
Perché l'uomo cristallizzato nei suoi ricordi aveva gli occhi durissimi di un felino impietoso, e le labbra tese da un ordine mai pronunciato, e muoveva il corpo con la stessa naturalezza con cui gli altri respirano - con la stessa padronanza. Inclinava la testa su un lato - abbozzava un sorriso - ed era come se lo stesse chiamando.
Come se gli stesse parlando, senza neanche sforzarsi di farlo.
Non poteva essere reale.
Eppure, il tipo che adesso sta attraversando il parcheggio ha quegli stessi occhi. Quella stessa bocca. Ed è forse ancora più bello dell'immagine stampata nella memoria. Ancora più destabilizzante, mentre si bilancia il borsone sulla spalla e dice qualcosa nel microfono del cellulare, perché le sue azioni si iscrivono in un contesto reale. Perché ha passi forse più stanchi - gesti forse più bruschi. Ed è più vero.
Deglutendo, Keith sente la gola chiudersi - lo stomaco stringersi in un nodo.
Con uno scatto, senza neanche pensarci, allunga la mano ad afferrare il braccio di Vivian - a strattonarlo in piedi.
"Forza, andiamo," dice, a denti stretti, chinandosi in fretta a raccogliere la sacca. "Datti una mossa."
Neanche fa caso all'insolita docilità con cui l'amico si lascia manovrare - alla nuova sfumatura del suo sorriso, mentre si scosta i capelli dagli occhi. Mentre socchiude le ciglia, chiedendo: "È lui il tuo strafigo, vero?"
Non fa caso al fatto che neppure Vivian, con le sue presunte doti divinatorie, dovrebbe poter essere capace di azzardare certe affermazioni e azzeccarle.
L'imperativo - una necessità quasi fisiologica - è quello di scappare.
Togliersi di lì - subito.
Nascondersi.
"È davvero fighissimo, in effetti."
"E abbassa la testa, che altrimenti ti vede!"
"Perché?"
"Perché se vede te vede anche me e se mi riconosce muoio. E potresti morire anche tu."
"Ma è un'occasione unica, Key! Praticamente un segno del destino!"
"Mi è bastata la scorsa di occasione, grazie. Non ci tengo a…"
"Non fare il guastafeste, su!" lo interrompe l'altro, sgusciando fuori dalla sua stretta.
Gli afferra a sua volta il polso con un movimento repentino, poi.
Comincia a trascinarlo nell'opposta direzione.
Opporre resistenza è praticamente impossibile, quando l'amico decide che qualcosa deve accadere.
"Ti sto facendo un favore" afferma infatti. Convinto.
"Vivian - sei pazzo?"
Ma l'unica risposta del ragazzino è una risata - lo scuotersi della testa, il brillare dei capelli. Del sorriso.
"David!" grida, entusiasta, sventolando in aria la mano.
Ed è come se quel grido fossilizzasse il mondo.
Quel nome - utilizzato come richiamo.
La sua voce piegata su un'inflessione gioiosa che lui non ricorda di avergli mai davvero sentito, e il conseguente voltarsi dell'uomo. L'espressione di sorpresa che si dipinge sul suo volto - gli occhi che si allargano appena per accogliere la figura di Vivian. Che si affilano, per spostarsi di lato. Per affondare nei suoi.
Keith non è sicuro di riuscire a processare quel che sta accadendo.
La realtà che si sta definendo sotto i suoi occhi, frammento accostato a frammento.
Il tipo dello spogliatoio. Vivian. Le risate con Raven.
L'avvocato - e tutti i racconti.
David.
Il cervello rifiuta di crederci.
Eppure, è evidente che non si tratti di uno scherzo: Vivian è troppo sicuro di sé, mentre attraversa il parcheggio - il sorriso è troppo malizioso, troppo spontaneo. E l'uomo, malgrado lo stupore, ha l'aria di essere più che tutto incuriosito mentre si fa loro incontro. Lentamente.
Muovendo un passo dopo l'altro, con tutta la calma invidiabile che aveva mostrato quel giorno nello spogliatoio.
"Che sorpresa vederti qui!" esclama l'amico, quando la distanza tra loro si è infine ridotta a pochi metri. "Stai andando a nuotare?"
Con un movimento misurato, l'avvocato si sfila il borsone dalla spalla.
Lo appoggia a terra - sorride.
Muove lo sguardo sul suo volto, bagnandosi le labbra.
"Così pare," risponde, lentamente.
Anche senza voltarsi a controllare, Keith sa che Vivian sta ancora sorridendo - lo capisce dalla pressione delle sue dita intorno ai muscoli del braccio, dal tono compiaciuto della voce.
"David, lui è Keith," lo sente affermare, in tutta disinvoltura. "Il mio migliore amico. Pensa che gli stavo giusto dicendo che dovevo presentarvi, prima o poi, quando ti abbiamo visto scendere dall'auto. Se non è un segno del destino…"
È strano, a questo punto, vedere l'uomo assottigliare gli occhi.
Perché la sensazione è che tra lui e Vivian stia passando un qualche messaggio difficile da decodificare - un dialogo sotterraneo da cui lui è del tutto escluso. E Keith non è abituato a sentirsi tanto estraneo a qualcosa che riguarda la vita di Vivian.
Non è abituato a notare una luce divertita negli occhi di qualcuno - a vederla riflessa in quelli dell'amico - senza sapere minimamente a cosa attribuirla.
È quasi un sollievo quando infine il silenzio si rompe - quando David rilassa i muscoli del volto, piegando le labbra in un sorriso quasi divertito.
"Un segno del destino," ripete. "Senza dubbio."
Il vento gli getta i capelli sulla fronte, mentre gira appena la testa.
Ancora una volta, lo sguardo saetta in quello di Vivian.
"Vi conoscerete da una vita, immagino…" dice - ma anche se è a lui che sta tendendo la mano, Keith sa che la battuta continua ad essere rivolta all'altro.
"Siamo nati a qualche mese di distanza nella stessa via. Vicini di casa."
Lentamente - con un gesto stranamente delicato - l'amico rilascia la stretta sul suo braccio.
"Keith è probabilmente la persona che meglio mi conosce al mondo."
"Dio. Se sei stronzo," si lascia sfuggire allora David, a dimostrazione del fatto che realmente lui e Vivian stavano parlando fra loro. Linguaggio segreto.
Complicità sotterranea.
Forse proprio per questo è così inaspettato, subito dopo, accorgersi che l'uomo è tornato a rivolgere l'attenzione verso di lui.
Che ha affondato lo sguardo nel suo - che lo sta fissando.
E che lo sta facendo in quel modo: come se improvvisamente non esistesse nessun altro al mondo.
Occhi scurissimi. Penetranti.
Neppure il sole sembra schiarirne i contorni, neppure la luce.
Keith può quasi sentirla nella carne, la forza di quel contatto, mentre la stretta della mano si prolunga oltre ogni tempo ragionevole.
C'è una sicurezza estrema, nell' immobilità dei suoi muscoli.
Dello sguardo.
"Keith ed io abbiamo già avuto modo di incontrarci, comunque," lo sente dire, quando finalmente le sue dita allentano la presa. E la sorpresa di sentire sulle sue labbra quel riferimento è talmente grande da spingerlo a ritirare il braccio di scatto, come fosse stato ustionato.
Incredulo, guarda Vivian sbattere le ciglia - chiedere: "Davvero?", con una curiosità fin troppo innocente - e cerca di capire chi odi di più, in quel momento.
Se l'amico, che deve saperlo perfettamente quanto quella domanda lo stia mettendo in imbarazzo, o il suo avvocato. Che, evidentemente, condivide il suo stesso sadismo.
"Un pomeriggio, negli spogliatoi," risponde Keith, senza guardare in faccia nessuno.
"Sul serio? Negli spogliatoi?"
La sfumatura di sorpresa nel tono dell'uomo, tuttavia, è completamente inaspettata.
Anni di convivenza con Vivian avrebbero dovuto addestrarlo meglio - insegnargli ad evitare certe trappole - ma quel giorno i riflessi sembrano essere del tutto scollegati e lui si ritrova a sollevare la testa, stupito, come se fosse possibile credere davvero che David abbia scordato l'episodio.
Si accorge subito dell'errore, del resto. Non appena incrocia il suo sguardo, e scorge sulle sue labbra quel sorriso.
Ironia sottile. Trionfo.
La soddisfazione di chi ha raggiunto l'obiettivo che si era prefisso, e adesso ne sta godendo i risultati con un compiacimento evidente. Trattenuto a stento.
"Io mi riferivo al fatto che ti ho visto spesso in acqua, veramente. Gli allenamenti della squadra di nuoto finiscono qualche minuto prima dell'orario pubblico," spiega l'uomo, rivolto a Vivian.
E poi, di nuovo a lui: "Tu sei quello con il costume rosso, esatto? Quasi non ti avevo riconosciuto, con i vestiti addosso…"
Al suo fianco, la risata dell'amico suona irridente - divertita.
Imbarazzato, Keith si sforza di non arrossire.
Odia quando la complicità di Vivian va a legarsi con quella di qualcun altro, ergendosi come un muro tra le loro esperienze.
Forse è proprio per questo che ha cercato di evitarlo in tutti i modi, l'incontro con quel suo famoso avvocato: aveva paura di accorgersi che la distanza era già troppo grande. Che la frattura si era già aperta, e che sarebbe divenuta ad ogni istante più profonda. Lacerante.
Il fatto poi che quel tizio abbia occhi tanto pericolosi - che a vederli l'uno di fronte all'altro sia così tanto facile immaginarli insieme, lui e Vivian - non rende meno doloroso il disagio di sentirsi messo da parte.
Il desiderio codardo - e l'inconfessato terrore - di poter sbiadire.
Non saprebbe neanche dire perché si trovi ancora lì con loro - perché non abbia rifiutato di accompagnarli al bar, quando è nata la proposta, adducendo una scusa qualunque.
Vivian probabilmente avrebbe capito che si trattava solo di un pretesto - il programma, alla fine dei conti, era di passare il pomeriggio insieme - ma David non avrebbe sicuramente battuto ciglio.
Forse - è possibile - sarebbe stato addirittura sollevato.
E lui, almeno, non si troverebbe prigioniero in quella situazione spinosa: che fare da terzo incomodo non è mai piacevole, ma trovarsi costretto ad assistere al continuo gioco di sguardi tra il tuo migliore amico e il tipo che nelle ultime settimane è stato protagonista inconsapevole di troppi pensieri imbarazzanti attribuisce una nuova sfumatura al termine disagio.
Keith non può evitarsi di sobbalzare, quando l'avvocato torna infine a guardarlo.
Ha le gambe accavallate: un'eleganza innata che neanche i suoi abiti firmati potrebbero davvero conferirgli - che neanche la morbidezza della seta saprebbe esaltare con maggior precisione.
E ha il tono di voce di chi sa esattamente come parlare - cosa dire. Di chi non conosce dubbi, o incertezze. Tentennamenti.
"Posso ordinarti qualcosa, Keith?"
Per un istante, i suoi occhi lo tengono inchiodato - poi lui abbassa in fretta i propri, arrossendo.
"No, non…" inizia a rispondere, sollevando una mano; ma Vivian interrompe a metà il suo gesto, sporgendosi ad afferrargli il braccio.
"Cioccolata anche per lui," afferma. "Con panna. Gli servono calorie."
In una pozza di sole, le dita dell'uomo si chiudono intorno al pacchetto delle sigarette.
Marlboro Rosse. Cerini, e la sua risata elegante.
"Ah sì? Ti servono calorie?" domanda, soffiando via il fumo.
"Secondo Vivian, servono sempre calorie…" borbotta Keith, senza guardarlo.
"Se non gli si sta dietro, Keith è capace di saltare anche la cena. Dopo aver fatto un allenamento lungo ore. E magari, a pranzo solo un panino."
"Sì, direi che serve della cioccolata, quindi," è il commento - divertito.
"Esatto."
Premendo le mani sul piano del tavolo, Vivian si alza in piedi.
"Vado ad ordinare, quindi. David: non fare lo stronzo."
In risposta, l'avvocato si limita a lanciargli un sorrisetto malizioso. E Keith vorrebbe sporgersi a frenare il movimento di Vivian - premergli la mano sulla spalla, costringerlo a tornare seduto. Chiedergli quale sia esattamente il gioco che sta giocando e che ruolo si sia convinto lui potrà ricoprire - chiedergli di pensare. Qualche istante.
E decidere poi se sia davvero il caso di lasciarlo solo con quel tipo.
Cosa si aspetta che ne potrebbe uscire.
Ma i riflessi sono ritardati e, prima che il cervello si sia ripreso dallo stupore e abbia saputo ordinare ai muscoli di scattare, Vivian si è già allontanato. Sta già varcando la soglia del locale, con la camminata leggera dei momenti di distrazione. Il sole nei capelli - uno spicchio d'ombra ritagliato sul viso.
E al tavolo sono rimasti soltanto lui e l'avvocato.
L'incresparsi dell'aria sulla pelle - l'odore delle sue sigarette.
Il silenzio.
Mordendosi il labbro, Keith si costringe a lasciar andare un respiro profondo.
Fissa gli occhi sulla copertina del menù - il logo del bar uno scarabocchio castano, sullo sfondo bianco - e cerca di dimenticare ogni causa di disagio.
Di convincersi che non è niente - soltanto un pomeriggio come un altro.
Al margine del campo visivo, l'avvocato è una sagoma troppo netta: l'immobilità assoluta di un pericolo imminente, un pensiero che non si lascia archiviare.
Occhi che scivolano addosso, lentamente - per testare le acque, forse.
Per indagare.
E la sua voce, infine. Sicura.
Come prima, perfettamente calibrata.
"Allora, Keith: che ne dici se tu ed io proviamo a fare amicizia, per ingannare l'attesa?"
Nervosamente, lui si inumidisce le labbra.
Solleva la testa.
"Che fai di bello, nella vita?" chiede l'altro, inclinando appena il capo per soffiare fuori il fumo - e Keith vorrebbe davvero riuscire a sostenere il suo sguardo.
Riuscire a mantenersi saldo - a sorridere, tranquillo.
Per una volta, almeno.
Imbarazzato, allunga la mano per rigirarsi una bustina di zucchero tra le dita - si stringe nelle spalle, lanciando un'occhiata verso la strada.
"Studio," risponde, borbottando.
E lo percepisce anche senza vederlo, il sopracciglio sollevato dell'altro. Il divertimento che colora il suo tono - il suo sorriso - quando annuisce e ripete, lentamente: "Studi. Perfetto."
Il suo respiro ha un ritmo profondo, rilassato.
Perfettamente accordato con il consumarsi quieto della sigaretta tra le sue dita, e con lo sciogliersi del tabacco nell'aria. Tra di loro.
"E cosa studi, di preciso?"
"Fisica, più che altro."
Scostandosi i capelli dalla fronte, Keith si costringe a tornare a guardarlo.
"Sono ancora al primo anno, ma mi piacerebbe riuscire a specializzarmi in astronomia."
"Hm-hm."
Altra boccata di fumo.
"La Terra ti va stretta?"
"Non proprio." Facendosi coraggio, anche lui abbozza un sorriso. "Ma mi sono sempre piaciute le prospettive più globali."
"L'importante è non soffrire di vertigini," commenta l'uomo. E con chiunque altro Keith probabilmente saprebbe cosa dire - come rispondere. Magari scherzare. Ma l'avvocato ha un modo di guardarti, mentre dice certe cose, che sembra obbligarti a considerare ogni affermazione da tutti i lati. A rigirarti le parole in bocca - nella testa - scoprendo significati nuovi.
Nuovi accenti.
Difficile leggere la parola 'vertigine' sulle sue labbra senza ricordare quel pomeriggio negli spogliatoi - la sensazione assurda che fossero solo le braccia di Raven a tenerlo in piedi. Che fosse solo la sua presenza, il contatto con il suo corpo, a salvarlo in qualche modo dalla caduta.
E forse è per questo che si ritrova ad abbassare di nuovo lo sguardo, quando David in tutta disinvoltura conclude dicendo: "Devi salire molto in alto, per ottenere il tipo di prospettiva che cerchi."
Perché non c'è niente di neutrale, nel messaggio che sta passando.
Nulla di pacato, nelle emozioni.
Ed è un fastidio.
Quando Keith si decide a replicare, infine, è una sorpresa scoprire la propria voce ferma.
Non sentirla infrangersi, come precipitata da quelle immense altezze.
"Forse," mormora. "Ma mi hanno sempre detto che ho i piedi sufficientemente ancorati a terra per farlo…"
"Un nuotatore con i piedi ancorati a terra ed il futuro proiettato verso lo spazio, quindi."
Espirando il fumo, l'uomo si sporge in avanti.
"E dunque qual è veramente il tuo elemento, Keith?" aggiunge, inclinando la testa. "Acqua. Terra. Aria."
Pausa.
Un sorriso.
"O fuoco, magari…."
E lui non saprebbe dire cos'avrebbe fatto, se Vivian non avesse fatto ritorno in quell'esatto momento. Se fosse stato costretto a rispondere qualcosa - a imbastire una qualche reazione.
Perché la domanda dell'avvocato somigliava tanto allo scacco matto di una partita che lui neanche si era accorto di aver iniziato, e non c'era contromossa possibile.
Solo il silenzio, o il rossore.
Fortunatamente, se Vivian ha un talento innato per dileguarsi sempre nei momenti più sbagliati, è anche altrettanto bravo a ricomparire quando chiunque l'aveva già dato per disperso. Keith non ricorda di essere mai stato tanto sollevato, nel rivederlo.
Senza far caso al loro silenzio, l'amico appoggia con grazia il vassoio sul tavolo - si infila una ciocca di capelli dietro l'orecchio, poi sistema un espresso davanti all'avvocato.
Una tazza di cioccolato, alla portata di Keith.
La terza - straripante di panna - la tiene per sé.
"C'era una coda infinita," comunica intanto, tornando a scivolare sulla panca. "Spero che sia almeno decente, la cioccolata."
Si sporge ad afferrare una bustina di zucchero, poi.
La scuote, sollevando lo sguardo verso di loro.
Ed è solo allora, probabilmente, che nota l'espressione divertita di David - le guance arrossate di Keith, i suoi gesti nervosi - perché raddrizza lentamente le spalle. Sposta l'attenzione dal viso di uno a quello dell'altro, un paio di volte.
Sorride.
"Mi sono perso qualcosa?"
"Keith mi stava raccontando i suoi progetti accademici," risponde l'avvocato, tornando ad accomodarsi contro la spalliera.
Schiaccia la cicca nel posacenere, intanto.
Getta un'occhiata al proprio caffè, commentando soddisfatto: "Ti ho addestrato bene, vedo."
La sfumatura che il sorriso di Vivian acquista in risposta è sufficiente affinché Keith ricordi perfettamente come mai non dovrebbe trovarsi lì, con loro - e perché sia così tanto inopportuna la velocità a cui il suo cuore sta battendo.
Prendendo un respiro profondo, chiude le dita intorno alla tazza di cioccolata, quindi, determinato a finire la consumazione il prima possibile per potersi finalmente allontanare. Ma Vivian non ha mai tollerato che le vie di fuga fossero così praticabili. Del tutto sgombre.
Né è mai stato davvero il tipo da mangiare in silenzio, concentrandosi solo sul cibo.
"Keith è un genio, comunque, sì," esordisce infatti, come se l'affermazione fosse perfettamente pertinente. "Tutte le sufficienze in matematica le ho prese grazie a lui."
David, del resto, sembra somigliargli anche in questo, perché non si mostra minimamente sorpreso.
"Un genio. Interessante," si limita a commentare, assaggiando il primo sorso di caffè.
E Keith si trova di nuovo ad odiarli entrambi, quando l'uomo si volta verso di lui. Perché sembrano farlo apposta, a tenerlo al centro dell'attenzione.
A non permettergli di rilassarsi - non lasciarlo stare.
"E dove vanno di solito, i geni, a laurearsi in fisica astronomica?" domanda David, le sopracciglia sollevate in una curiosità eccessiva. "Non mi pare che il nostro esimio ateneo preveda una specializzazione in materie scientifiche. Sono occupati a riesumare poeti defunti, più che altro, come se servisse davvero una laurea per delirare in maniera appropriata."
"In realtà la laurea di primo livello puoi prenderla. Il programma non è male, e la preparazione buona," borbotta lui, in risposta, trattenendosi a stento dal lanciare un'occhiataccia a Vivian. "Poi, tra quattro anni si vedrà."
Da sotto il tavolo, l'amico gli allunga un calcio contro la caviglia.
Rovesciando gli occhi al cielo, Keith sospira.
"L'obiettivo sarebbe proseguire al MIT," si decide ad ammettere. "Ma è tutto molto in forse. Le selezioni sono notevolmente difficili."
"Il MIT. Boston." Con calma, l'uomo appoggia la tazzina sul tavolo.
"Del resto, puntare in alto mi sembra coerente con il mestiere che hai scelto," commenta - e quando torna ad affondare gli occhi nei suoi, Keith davvero non riesce a trovare la forza di affrontarli.
Non con Vivian così vicino - non con quella sensazione di disagio già troppo opprimente. Con quell'insofferenza fragile, tesa, a correre sottopelle.
"Non c'è ancora niente di sicuro neanche in quello…" mormora, scostandosi i capelli dal viso.
Ma l'altro non sembra intenzionato a lasciar cadere l'argomento, perché abbassa la voce - quasi con delicatezza.
Si sporge appena in avanti - lo aspetta.
"Non c'è nulla di sicuro nella vita in generale, Keith," dice. E lui lo sa che dovrebbe fuggire. Che la vibrazione del pericolo è ancora più forte e che intorno a quell'istante si sta stringendo la rete.
Nodi resistenti, difficili da sciogliere.
Fili elastici che non si lasciano strappare.
Ma David ha occhi scurissimi, e in quel momento non sembra più l'avvocato vincente che Vivian si sta portando a letto. Non sembra neanche il tipo incontrato nello spogliatoio - quel suo volto stupendo.
L'intensità è morbida. Quasi avvolgente.
E tutto sembra vicinissimo - a portata di mano. Basterebbe allungare le dita per toccarlo: per sentirlo, una volta soltanto. Per sempre.
Non conta neanche quel che sta dicendo - le parole che sussurra, con quella sua voce impostata.
"Nulla di sicuro a parte le stelle, forse. Le leggi della fisica…"
Keith riderebbe di quelle affermazioni, riuscisse soltanto a processarne il significato. A ritagliarne il suono dal nero deciso dei suoi occhi. Delle pupille.
Ma il momento si allunga, e in quel vuoto di realtà è quasi straniante accorgersi che lui sta allungando il braccio - che lo sta facendo davvero.
Millimetri di distanza che si riducono inesorabilmente.
E il tocco delle sue dita che scivolano sulla tempia, d'improvviso. Che gli incastrano i ciuffi dietro l'orecchio, come se fosse un gesto del tutto naturale.
"E il vento," conclude l'uomo. Il tono bassissimo. "Che è matematico debba rompere i coglioni continuo, quando hai i capelli ancora bagnati…"
È come se una secchiata d'acqua gelida gli fosse stata gettata in faccia: David quasi non ha finito di parlare - quasi non ha ritirato la mano - che Keith è già scattato in piedi.
Ha già spinto indietro la sedia, bruscamente, voltandosi a cercare Vivian. I suoi occhi allibiti.
Fissandolo dall'alto, il viso in fiamme, affonda i denti nel labbro.
"Scusate."
In fretta, si china a raccogliere il borsone della palestra - se lo bilancia sulle spalle, fingendo una concentrazione assoluta.
"Scusate," ripete, senza guardare nessuno in faccia. "Avevo promesso di essere a casa subito dopo gli allenamenti. Vivian, ci sentiamo. Signor Hamilton, è stato un piacere conoscerla."
Neanche riesce ad immaginare quanto stupido debba suonare il suo farfugliamento - quanto stupido debba sembrare lui, mentre si precipita in strada come se fosse stato aggredito. Come se non si fosse trattato di un tocco così innocente - come se non fosse stato presente Vivian.
Come se ci fosse stata la possibilità che qualcosa sfuggisse al controllo.
Come se le intenzioni dell'uomo si spingessero oltre il semplice gioco un po' sadico con un ragazzino impacciato - oltre la curiosità di vedere quanto diverso da Vivian sia il suo amichetto.
Quanto più timido.
Quanto più ingenuo.
Uno scherzo da ragazzi, prenderlo in giro.
Seduto nell'ultima fila del pullman - tempia premuta contro il finestrino - Keith guarda le fermate susseguirsi e le strade passare e pensa che dovrebbe odiarli, forse, David e Vivian. Un odio momentaneo, almeno - costruttivo, catartico.
Come un esorcismo.
Forse, se riuscisse a prendersela con loro - per il teatrino inscenato, per il confronto a cui l'hanno costretto - sarebbe più facile superare la vergogna di essere scappato in quel modo.
Più facile smettere di immaginare l'espressione sul volto dell'avvocato - il giudizio che non ha voluto guardare. Smettere di pensare a cosa devono essersi detti lui e Vivian dopo la sua uscita precipitosa - alle scuse che l'amico deve aver fornito per giustificare il suo comportamento.
Cos'avrà detto, Vivian?
Fin dove si sarà spinto?
Sempre che di lui abbiano parlato, in fondo, e che non abbiano considerato la sua presenza troppo insignificante anche solo per sprecarci qualche parola.
Non saprebbe dire quale prospettiva faccia più male, in realtà.
Immaginarli del tutto indifferenti, o sapere di aver fatto una così brutta impressione.
Che poi lo sa, che non è giusto: Vivian non gli farebbe mai niente del genere, ed il solo fatto di mettere in dubbio le sue buone intenzioni è frutto di capricci da bambino. Eppure, è difficile non domandarsi perché l'amico abbia passato settimane a convincerlo che il tipo dello spogliatoio doveva essere davvero straordinario per avergli lasciato addosso una così durevole impressione, quando oggi ha dimostrato chiaramente di sospettarlo già, che lui e l'avvocato fossero la stessa persona.
È difficile non risentirsi per l'incontro cui ha dovuto partecipare - per l'insistenza di Vivian affinché si unisse a loro, e socializzasse, e si lasciasse andare.
Difficile non fargliene una colpa. In una qualche misura.
Che fosse in buona fede è indubbio: i disastri peggiori Vivian li combina sempre quando sta cercando di aiutarti. Keith non può prendersela con lui per questo - lo conosce, in fondo. Da quasi diciott'anni.
E se lo stesso discorso dovrebbe in teoria valere anche al rovescio - se dopo diciott'anni anche l'amico dovrebbe essere capace di comprenderlo e calcolare le sue reazioni - è pur sempre vero che Vivian non è mai stato particolarmente bravo a fare i conti. Keith dovrebbe saperlo. Premunirsi, in qualche modo.
È quel che conclude ogni volta.
Il proposito che, ogni volta, non gli riesce di mettere in pratica.
Perché in fondo non importa quanto spesso si ripeta che deve imparare ad imporsi - a mantenere i nervi saldi, e le proprie risoluzioni. Già lo sa, che di fronte all'entusiasmo di Vivian sarà sempre disarmato - che non saprà mai dire di no ai suoi occhi, al suo sorriso.
Al bambino che sta ancora nascosto nella sua ombra, e che dieci anni fa correva per strada tenendolo per mano.
Così come sa che non importa quanto si sforzerà, per cancellare il ricordo di quel pomeriggio dalla memoria - per cancellare gli occhi di David, i movimenti delle sue mani, la sua voce calda. Non importa quanto sarà pressante il bisogno di dimenticare che l'uomo che in quel preciso momento sta toccando il suo migliore amico ha lo stesso volto dello sconosciuto che aveva fatto irruzione nello spogliatoio, lasciandogli impressa nella mente la forma del suo sorriso.
Certe battaglie sono vane - qualunque sia la loro dimensione.
C'è l'amicizia, di mezzo. Le verità che il tuo corpo ha imparato a conoscere - quelle che sa soltanto immaginare. E, in fondo, si tratta pur sempre di un terreno facile da percorrere. Senza grossi pericoli.
Del tutto mentale.
Neanche Vivian, con tutto il suo potere, potrebbe essere capace di dare corpo a certe suggestioni - di trasformare in realtà certi pericoli, certe paure.
È una sicurezza come un'altra quella.
Un'arma di difesa.
E se la sensazione, quando la porta di casa si chiude alle spalle, è di aver nascosto per l'ennesima volta la testa sotto la sabbia - di aver ignorato ancora qualcosa che era così tanto evidente da sembrare scontato - non importa.
Ci saranno altre occasioni di fare la scelta coraggiosa.
Altre occasioni di provare.
E forse, un giorno, saprà trovarsi sulla lingua il gusto del rimorso. Invece di quello solito e familiare - fin troppo tenue - del semplice rimpianto.






Ci sono momenti che portano un benessere raro, come se il mondo avesse preso d'un tratto ad accordarsi col tuo respiro - o tu col suo: lo scurirsi progressivo del cielo, il vento fra i capelli.
Il fumo della sigaretta che scivola sul dorso della mano, in spire sinuose. E l'odore dell'acqua, mischiato a quello della sera. Mischiato a quello del tabacco, che sfarina pulviscoli di sole sui capelli sottili di Vivian. Sulle sue labbra umide.
Pigramente, David sposta il peso del corpo sul gomito destro.
Ha ancora il sapore amaro del caffè, in bocca - ha allentato il nodo della cravatta e indossato gli occhiali da sole. Ha mandato al diavolo l'appuntamento con Cooper, anche. Ha spento il cellulare.
Aveva in programma una nuotata in piscina, quel pomeriggio: nulla di speciale, soltanto un po' di allenamento per scaricare le tensioni. Poi sarebbe tornato in ufficio - avrebbe lavorato fino a tardi. E avrebbe acceso la lampada alogena, dopo una certa ora. Avrebbe mandato giù qualche sorso di whisky, osservando l'ombra delle proprie spalle distendersi sul legno scuro della scrivania.
Adesso invece c'è il cielo, nei suoi capelli, e nessun limite fra lui e la linea infuocata dell'orizzonte. Nessuna parete.
Nel palmo della mano, la pelle pizzica ancora come se il contatto con la guancia di Keith non si fosse mai interrotto ed il marrone ambrato dei suoi occhi è rimasto incastrato nelle pupille nello stesso modo in cui ti abbaglia il sole: schiarendo i colori delle cose, ammorbidendone i contorni.
Non c'è nulla di romantico in quell'appagamento calmo - somiglia più all'attimo di abbandono sfinito dopo il sesso. Eppure, dopo il sesso, nessun corpo gli avrebbe lasciato impressa una percezione altrettanto intensa. L'eccitazione non sarebbe ancora tanto forte - l'adrenalina si sarebbe sciolta in respiri più profondi. E le fantasie, probabilmente, avrebbero smesso di tratteggiare nella mente la curva esatta dei suoi fianchi. Distorta dall'affondare delle proprie dita, marchiata di segni rossi. Bagnata del proprio piacere.
Vuole quel ragazzino.
Nel piazzale del bar la gente è sfollata progressivamente, senza fretta, lasciando colmi di tazze vuote decine di tavolini abbandonati che sembrano quasi materializzarsi da una delle atmosfere simboliche dei romanzi di Samuel.
Il vento muove le bustine di zucchero, le ombre si allungano sul selciato.
E a David viene da ridere, perché manca solo la nebbia per completare il quadro. O le foglie secche, che si accartocciano sotto i piedi gemendo ad ogni passo.
I soli gemiti che a lui piace immaginare, invece, sono quelli che spezzerebbero i respiri di Keith nel silenzio assoluto della propria mano chiusa a fermare i suoi polsi dietro la schiena - l'inguine che sfrega con forza contro il suo. E le dita che gli sollevano il mento, intanto, perché gli sguardi possano allacciarsi. Perché ogni rifugio diventi inaccessibile - ogni nascondiglio interdetto.
Tutto si sarebbe aspettato eccetto la fortuna di vedersi consegnare direttamente fra le mani il più proibito degli oggetti del desiderio. Potrebbe erigere un monumento a Vivian, per questo. O potrebbe strangolarlo.
Non ha ancora deciso.
Per il momento, si limita a guardare le sue labbra attraverso le lenti scure degli occhiali e a pensare che in ogni caso, quella sera, le sentirà chiudersi sul proprio sesso. E che con lui non c'è altro modo, in fondo - né per ringraziarlo. Né per maledirlo.
Il fumo scivola in gola, denso - alla sua destra, la sedia che Keith ha lasciato vuota è un incresparsi leggero della pelle e la promessa silenziosa di una nuova sfida.
Lui osserva la stoffa della camicia scoprire la pelle del polso, mentre allunga il braccio per schiacciare la cicca nel posacenere, e si accorge di star sorridendo.
Herrera sarà di sicuro impegnato ad addomesticare cimici, in quel momento. Vivian è lì, di fronte a lui. Non c'è assolutamente nulla che non vada, nel mondo, e improvvisamente ha voglia di celebrarlo. Di lasciarsi andare completamente a quel benessere inatteso.
Si sente Dio.
Il fatto che gli capiti spesso, del resto, non rende la cosa meno esaltante. O meno preziosa.
Placidamente, si concede una risatina soddisfatta.
"Di vista, eh?" domanda allora a Vivian, come riprendendo una conversazione interrotta soltanto poco prima.
Non è neppure del tutto arbitrario, in un certo senso: quel dialogo è già avvenuto attraverso gli sguardi, quando Keith gli è stato presentato. Ma l'argomento è troppo stimolante per non concedersi ancora qualche assaggio, e le parole offrono più intriganti occasioni di scambio. Da sempre.
Per questo quando l'altro risponde, distratto: "Mi sembrava di non essere stato troppo preciso, in effetti…", David non può evitare di lasciarsi sfuggire un mezzo sorrisetto che sa di trionfo. E di complicità.
Perché con Vivian hai la certezza di contare sempre su un rilancio adeguato - nessun gioco finisce mai troppo presto. L'adrenalina resta in circolo - pizzica i nervi. E le bugie che gli ha raccontato sul suo rapporto con Keith non hanno mai fatto veramente male. Nemmeno mentre le diceva - neanche adesso.
Sono servite soltanto a rendere la sfida ancora più interessante, al contrario. Ad alzare la posta. David ama questo genere di situazioni.
Ama sottolinearle, ironizzarci sopra. E ama Vivian, perché sa concedergli spunti sempre diversi. Nuove provocazioni.
Sistemandosi gli occhiali sul naso, solleva un sopracciglio.
Lo guarda dal basso, oltre lo schermo delle lenti.
"Lo stesso problema che avevi con i compiti di matematica, a quanto pare…" sogghigna.
"Già." In risposta, un sorriso sibillino. "È più divertente inventarseli, i risultati, non trovi?"
"Soprattutto quando la creatività può sconfinare nella bastardaggine…"
Accavallando le gambe, si sporge in avanti. "Quindi?" domanda.
"Quindi cosa?"
"Stavi esprimendo la tua geniale inventiva, quando mi hai raccontato quelle balle, o intendevi tenere segreto il tuo amico in modo da potermelo impacchettare per Natale?"
Ma è sufficiente quella domanda per rompere la maschera scherzosa che il ragazzino stava indossando - per trasformare i suoi occhi in quelli di un adulto; di qualcuno che è abituato a riflettere, prima di agire, soprattutto riguardo certe questioni. Certe persone.
"Diciamo che stavo cercando di decidere se era davvero il caso, di impacchettartelo," risponde, lentamente.
Chiedergli perché sarebbe superfluo. Fraintendere, non è possibile.
In qualunque altra occasione, David avrebbe magari aggrottato le sopracciglia - si sarebbe risentito, forse. Forse offeso.
"E quando è successo che ho superato l'esame, esattamente?" scandisce invece adesso, senza alcun reale fastidio.
Perché è bastato guardarlo negli occhi, Keith, per avere la percezione nettissima di quanto la miscela potrebbe diventare esplosiva - di quanto incongruenti siano i dati di quella formula azzardata.
Lui. E un ragazzino del genere.
Un ragazzino che arrossisce per niente.
Niente.
E la scarica di eccitazione che quel suo atteggiamento gli scioglie nel sangue - l'impulso ancestrale alla conquista di un territorio del tutto incontaminato.
Che non sarebbe solo una scopata è palese: ma il valore aggiunto non è qualcosa che potrebbe rassicurare nessun migliore amico, questo lo comprende benissimo. Neanche ci sarebbe bisogno che Vivian gli spieghi niente, in fondo. Che risponda piano, scrollando la testa: "Non era solo per te."
David lo lascia proseguire comunque, però. Perché in qualche modo sembra che per lui sia importante, che abbia bisogno di farlo.
Ed è strano che fra le pieghe di momenti simili si increspi sempre quella tenerezza improvvisa, quando si tratta di Vivian. Curioso che l'oggetto sia regolarmente lui, anche dopo che è stato un altro ragazzino a fuggire sconvolto.
"Il fatto è che voglio un bene dell'anima a Keith," lo sente aggiungere, con una serietà assoluta. "È praticamente mio fratello, ed è parte della mia vita da sempre. Ma siamo completamente diversi, su moltissime cose, e…" Pausa.
"L'hai visto," riprende poi, stringendosi nelle spalle. "Non sapevo come avrebbe reagito, se vi avessi presentati. Avevo paura che succedesse un disastro."
Distogliendo lo sguardo, lancia un'occhiata alla strada.
"In realtà ce l'ho ancora, sta paura. Ma credo sia giusto lasciar decidere a lui," conclude, più piano.
Spiegargli che in realtà Keith non ha facoltà di decidere niente, riguardo a tutto questo, sarebbe forse un colpo basso.
La consapevolezza che David ha sempre avuto del proprio fascino è troppo precisa perché possa dubitare che la situazione sia completamente in mano sua - o perché possa non esser certo che in qualunque momento deciderà di avere quel ragazzino, lui avrà quel ragazzino.
Senza compromessi.
Eppure la coscienza di aver giocato un po' troppo pesante, quel pomeriggio, non riesce a fargli rimpiangere davvero il proprio comportamento.
Sapeva di star spingendo deliberatamente la situazione oltre la soglia di quello che Vivian chiama disastro: gli sono stati sufficienti cinque minuti per inquadrare Keith - per individuare i confini del suo disagio. Avrebbe potuto tenersi ai margini. Andare più cauto.
Non ha voluto farlo.
Troppo eccitante vederlo arrossire - bere l'imbarazzo dalle sue labbra come assaggeresti un bacio inopportuno. Qualcosa di proibito.
Ha avuto voglia di giocare con lui fin dalla prima volta che lo ha visto con i capelli bagnati e le guance arrossate, negli spogliatoi della piscina. E certi giochi sono droghe che non bastano mai: che ti stimolano unicamente a volerne di più. Spingerti ancora più lontano.
"Hai combinato un bel casino, già…" borbotta, tamburellando l'accendino sul piano del tavolo.
"Tu credi?"
"Per una volta che stavo facendo il bravo…" aggiunge lui, molto sinceramente.
Del resto, è vero: neanche saprebbe spiegarlo, perché abbia cercato di proteggere quel ragazzino per così tanto tempo. Forse un periodo di misericordiosa generosità - forse l'arrivo di Vivian, nella sua vita. O forse solo il fatto che sta invecchiando. Che inizia a perdere colpi.
Cazzo.
"Sono mesi che mi sto impegnando a stargli lontano," confessa, simulando noncuranza; ma l'altro sembra quasi indovinare i suoi pensieri, perché ha già recuperato la leggerezza di poco prima - quel sorriso ironico che è provocazione ed è divertimento, ed è bellissimo sulle sue labbra.
"Mesi che ti trattieni dall'irrompere durante l'allenamento e ripescarlo a forza dalla piscina, intendi dire?"
"In un certo senso…" sorride allora lui, scostando la sedia.
E per un attimo si domanda se Vivian si renda conto veramente di quel che ha messo in moto - se abbia capito di aver appena dato corpo ad una delle sue fantasie più pericolose.
Vorrebbe domandargli perché l'abbia fatto, cosa si aspetti. Per quale ragione gli abbia offerto Keith su un piatto d'argento se per lui quel ragazzino è così importante - se ci ha riflettuto tanto, prima di decidersi a presentarglielo.
Potrebbe sembrare un comportamento azzardato. Suicida.
Eppure ci dev'essere dell'altro, perché Vivian non è mai stato un ingenuo. Non in questo genere di cose, comunque. E non con lui: non può aver dimenticato dove si sono conosciuti.
Come.
E non può aver scordato quella prima notte di sesso ruvido. Sesso e basta. L'egoismo di affondi decisi e nessun'altra preoccupazione che il proprio piacere.
Neanche si sarebbero più rivisti, se il caso non li avesse condotti di nuovo sulla stessa strada.
Il fatto che Keith gli abiti nel cervello da mesi rende solo la prospettiva più rischiosa, non certo meno preoccupante. David si conosce.
E Vivian lo conosce forse meglio di qualsiasi altra persona al mondo. È sempre stato spietatamente sincero, con lui. Non ha senso.
Ma non ha senso neanche porsi certe domande, probabilmente. Non per procedere comunque nella direzione iniziale, come sa che farà in ogni caso. Come sa perfettamente anche Vivian.
I sensi di colpa hanno poco a che fare con la sua vita - riescono solo a renderla più piccante.
Più intensa.
"Su, andiamo."
Tirandosi in piedi, osserva dall'alto la mano del ragazzino: sembra minuscola, posata sulla sua - sottile come i fuscelli di legno che Samuel impila nel camino per accendere il fuoco, e altrettanto fragile. Ha voglia di sentirsela scivolare sulla pelle nuda - fra i capelli.
Eppure non ha mai pensato di fermargliela dietro la schiena. Mai ha immaginato che l'eccitazione, con Vivian, debba passare attraverso la percezione del suo disagio.
Tendendo il muscolo, lo trascina in piedi.
"Ritengo che l'evento meriti di esser festeggiato in maniera adeguata," gli spiega, trattenendo un sorriso. Ma è solo quando lui gli domanda, scherzando: "Mi offri un'altra cioccolata, cioè?" che David archivia definitivamente quei pensieri negli scantinati segreti della giornata. Che chiude fuori le risposte che non ha voglia di darsi - i propositi buoni. Quelli cattivi.
Keith.
E che si lascia riempire i polmoni soltanto dal vento leggero dei movimenti di Vivian.
Almeno, fino a domani.



Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.


rosadeiventi: (Default)
77
Dylan e Jude - Incisi del destino






È capitato spesso che Dylan abbia sentito parlare di strani tunnel di luce, in televisione. O che ne abbia letto in qualche rivista, dove testimoni più o meno miracolati raccontavano le proprie esperienze di premorte con immancabile dovizia di particolari.
Chris ha sempre sostenuto si trattasse di stronzate, quando veniva chiesta la sua opinione. Ash neanche si è mai disturbato a rispondere.
Eppure qualcosa deve esser rimasto impresso a fondo nel subconscio di Dylan se quella mattina, svegliandosi avvolto in un alone di luce bianca, ha subito pensato di esser morto.
Non che fosse una sensazione sgradevole. Anzi.
C'era un silenzio quieto, tutto intorno, ed il corpo sembrava abbandonato in un torpore languido che lo rendeva quasi senza peso. Subito dopo era esploso nella mente Ash, però. Ash rimasto da solo dall'altra parte dello specchio - Ash che non avrebbe mai più respirato al suo fianco. Ash.
Perduto.
E Dylan aveva spalancato gli occhi, di colpo. Si era tirato a sedere, col respiro spezzato, muovendo disperatamente lo sguardo oltre i confini di quella luce per cercare di tornare indietro. Tornare da lui.
"Oh, accidenti…" aveva esalato poi, in un sospiro, non appena la trama bianca delle tende aveva svelato pieghe e drappeggi. Le gigantografie in bianco e nero di Raven avevano incasellato i ricordi nella memoria - rimesso ordine nella realtà - e la nebbia si era dissolta in una consapevolezza più vigile.
Non era morto.
Doveva essersi addormentato a casa di Jude, ieri sera: quelle sembravano senza dubbio le pareti del suo salotto, e la leggerezza soffice che avvolgeva il corpo somigliava decisamente alla morbidezza del suo divano.
Si era stropicciato gli occhi con le nocche delle mani, allora - aveva scostato il plaid di lana dalle ginocchia. E si era guardato intorno, ancora assonnato, nel tentativo di individuare la presenza di qualcuno.
Non aveva idea di che ore fossero. Non ce l'ha neppure adesso.
Sa soltanto che sono almeno dieci minuti che se ne sta raggomitolato lì, alternando il respiro a sbadigli più o meno languidi, in attesa di captare qualche rumore. Qualche movimento.
Tutto tace, invece.
E le stanze chiuse iniziano ad esercitare il loro richiamo, nel silenzio, come pure lo scorcio di camera che si intravede dallo spiraglio dell'unica porta rimasta accostata: difficile che la curiosità non drizzi le antenne, in una situazione del genere.
Difficile restarsene lì fermo in attesa, resistere alla tentazione di sbirciare oltre la soglia.
L'adrenalina è già in circolo - succede sempre quando una porta socchiusa solletica le fantasie più segrete.
Dylan si stiracchia distrattamente, quindi. Lancia un'occhiata intorno, mordicchiandosi il labbro.
Si tira in piedi.
Non gli è mai piaciuto svegliarsi con addosso i vestiti della sera prima, ma in questo caso la camicia indiana mezza stropicciata gli sembra particolarmente adatta all'atmosfera intrigante della situazione: mentre cammina a piedi nudi attraverso la sala immagina di aver partecipato ad una seduta fotografica, la sera prima. Di essersi risvegliato nello studio deserto, drogato e sfinito. Sedotto dal fotografo, probabilmente. I ricordi sono confusi.
Come è confuso il film che sta interpretando - la colonna sonora che accompagna i movimenti e la prospettiva dell'inquadratura che segue il percorso dei passi. Regia surrealista - sensuale.
Sorride.
La telecamera sta salendo verso l'alto, lentamente. Caviglie e cosce e fianchi.
La seta scivola sulle curve delle natiche - disegna le forme. L'immagine sfuma nel bianco.
Flashback.
Darebbe qualsiasi cosa per ricordare il momento in cui Jude gli ha sfilato i pantaloni - perché deve esser stato lui a toglierglieli, per forza. E chissà se è rimasto lì a guardarlo, dopo. Se ha avuto l'impulso di scattare qualche foto.
L'idea che conservi da qualche parte fascicoli interi di scatti rubati a decine di ragazzi diversi gli fa scattare il cuore in gola, d'improvviso. O magari è stato lui il primo - pensa, deliziato.
Magari ha stampato le fotografie - le ha riunite insieme con un nastro di raso.
Forse le mostrerà a Raven, un giorno.
A Raven soltanto.
Si ferma sulla soglia della camera, trattenendo il fiato: da dentro arriva il suono ritmico di respiri lievi, ed è come se un impalpabile spostamento d'aria solleticasse la nuca.
La seta della camicia si incolla alla pelle - i brividi nascono lenti, scivolano lungo la schiena. Lungo le braccia.
Lui chiude gli occhi.
Che Jude dorma ancora gli sembra un'ipotesi fortemente plausibile, a questo punto: la sfida realmente eccitante, adesso, è immaginare come.
La possibilità di trovarlo nudo, abbandonato fra cuscini e lenzuola, era stato quanto di più audace aveva saputo concedersi. Aveva anche elaborato qualche piccolo particolare, a dire il vero: una posizione sufficientemente eccitante - qualche malizioso gioco d'ombre. Cose così.
Quando riapre gli occhi, invece, il quadro che gli si disegna davanti lo costringe a premersi la mano sulla bocca, soffocando nel palmo il più profondo dei sussulti. Il più fioco.
Non riesce a crederci.
Perché nella penombra il letto sembra quasi galleggiare, nel centro della stanza - perché la luce filtra dalle imposte socchiuse in lamine sottili. Affilate.
E perché in quella foto non c'è soltanto Jude.
Perché il contrasto della pelle di Raven con le lenzuola bianche è qualcosa che spezza il fiato - perché spezzano il fiato quei centimetri di materasso nascosti dalle coperte. L'intreccio dei loro capelli, sul cuscino - inchiostro e sole. Silenzio.
E il cuore che batte velocissimo, intanto, come durante una corsa. Come se dovesse esplodere da un momento all'altro.
Ancora, Dylan non è riuscito a respirare.
Eppure non c'è nulla che denunci un'intimità sospetta, in quel quadro sfumato - la posizione dei corpi non è quella di due amanti dopo il sesso. Raven ha la testa china in avanti, la guancia destra premuta sul cuscino, e Jude se ne sta disteso su un fianco senza sfiorarlo neppure.
Non sono abbracciati, e non sono nudi.
Non sono neanche troppo vicini, a ben vedere.
Ma il sonno di entrambi è improntato di un abbandono profondo, e c'è quella vibrazione sottile nell'aria. Un solletico lieve.
Non serve neanche immaginare che le distanze si riducano per percepire l'elettricità -nessun'altra situazione riuscirebbe a sembrare tanto erotica e sensuale al tempo stesso.
Forse dipende dal fatto che uno scenario del genere lascia comunque enormi spazi alla fantasia. O forse sono gli scherzi del risveglio. Il corpo ancora illanguidito dal sonno.
Dylan non sa dirlo.
Però se immagina di accarezzare i capelli di Raven non sono le sue dita quelle che lo sfiorerebbero, ma le dita di Jude. Guidate dalle proprie.
E se pensa di sussurrare il nome di Jude, è all'orecchio di Raven che lo bisbiglierebbe. Molto piano. Quasi un sospiro.
Le lame di luce si sono spostate lungo il bordo della parete, intanto, e l'ombra si è fatta più trasparente. Ci sono riviste di fotografia, sparse per la stanza. Qualche paio di jeans.
Gli occhi bruciano come sotto il sole.
Quando i muscoli si tendono di colpo, Dylan non è neanche sicuro di averlo percepito davvero, quel lievissimo fruscio di lenzuola; ma due secondi più tardi è già schizzato in sala, ha recuperato coperta e cuscino.
Tre secondi più tardi è seduto di nuovo a gambe incrociate sul divano - le guance arrossate. Il fiato corto.
E quattro secondi più tardi sta cercando di regolarizzare le pulsazioni del sangue, mentre dalla stanza accanto giunge il suono incerto di passi ancora assonnati. Fruscio di movimenti. La figura un po' instabile di Jude, sulla soglia della porta.
"Ehi, ciao. Sei già sveglio?"
Neanche riesce a rispondergli, tanto la gola sembra prosciugata.
Per quanto sia ancora mezzo addormentato, Jude appare sicuramente più presente di lui.
Dylan non vuole neanche provare ad immaginare il proprio aspetto - la fissità imbarazzante di uno sguardo quasi allucinato. Le palpebre colate di mascara, sicuramente. Perché non ha pensato di sciacquarsi il viso?
Di nuovo, si sente arrossire.
"Sì," balbetta, fioco. E poi, stupidamente: "Tu?"
Ma l'altro non sembra particolarmente colpito dall'assurdità della domanda: si avvicina in tutta tranquillità, anzi, come se non avesse notato nulla di strano. Come se niente fosse.
E quando sussurra, sedendoglisi accanto: "Hai dormito bene?" lui si rende conto di aver dormito bene sul serio. Per la prima volta dopo settimane, forse.
Dopo mesi.
Non si è ricordato di controllare il cellulare per leggere i messaggi di Chris, appena sveglio, e non si è neppure domandato se quella notte Ash l'abbia passata con il fotografo di New York.
Non ha avuto voglia di piangere. E ha fame.
Gli andrebbe di bere qualcosa di caldo, e di mangiarsi un cornetto alla crema. Con scaglie di cioccolata.
Sbatte le palpebre, perplesso.
"Colazione la fai, tu?" si informa.
"Uhm."
Imbarazzato, Jude si passa una mano tra i capelli.
"Sì, voglio dire, non sempre, ma… Vuoi che ti preparo qualcosa? Non so bene quanto sia rimasto dopo l'ultima razzia di Vivian, però se…"
"Mi sono addormentato qui, ieri sera?"
Silenzio.
"Sì," risponde poi l'altro, lentamente. "Non ho le idee molto chiare, ma ci siamo addormentati entrambi. Ti avrei svegliato per metterti a letto, che il divano non è l'ideale per passarci la notte, ma poi è arrivato Raven e…" Si stringe nelle spalle. "Non ero sicuro di quale fosse la combinazione migliore, ecco."
Lo ha detto sottovoce - per non svegliare l'amico probabilmente. Per nessun'altra ragione.
Eppure quel bisbigliare sommesso, unito alle immagini non esattamente caste che quel la combinazione migliore si porta inevitabilmente dietro, costringono Dylan ad abbassare gli occhi e a tossicchiare - a mordersi il labbro. Ad abbozzare il più colpevole dei sorrisetti, arricciandosi una treccia fra le dita.
È stranissimo.
Non gli era mai capitato di fare pensieri erotici che non avessero se stesso come protagonista principale - ultimamente, poi, Ash e il suo riflesso ambiguo lo avevano costretto a censurare sul nascere qualunque fantasia.
È quasi destabilizzante non trovarci neppure l'ombra di suo fratello, in quei nuovi territori.
Non trovarci se stesso.
"Beh, non mi sono accorto di nulla…" ammette, non sapendo che altro dire. "Cioè, neanche che è venuto Raven…"
"Non ha fatto molto rumore, entrando. Credo cercasse di non svegliarci," risponde l'altro, e lui neanche se la sente di chiedere ulteriori chiarimenti.
Ha come l'impressione che certe cose sia bene lasciare a loro soltanto - limitarsi a guardarle da lontano, nello stesso modo in cui poco prima aveva spiato il loro sonno dallo spiraglio della porta.
Non è neanche questione di delicatezza - è proprio che gli piace, restare ai margini di quel cerchio misterioso. Immaginarne il nucleo, avvicinarlo lentamente senza rischiare di perdere l'orientamento. Senza che l'equilibrio vacilli.
È rassicurante.
Ed è rassicurante anche trovarsi con Jude in cucina, dopo - accorgersi di non essere l'unico a non aver mai saputo preparare una colazione normale. Inventarsi i toast alla nutella, spalmargli sul naso una noce di cioccolata. E fare la lotta per evitare di venir spalmato a sua volta, poi. Accorgersi del fumo nero che esce dal tostapane.
Si è già completamente dimenticato che Raven sta ancora dormendo quando si precipita gridando a staccare la spina dalla corrente - e scoppia a ridere, divertito, quando i toast schizzano fuori dall'apparecchio completamente carbonizzati.
"Secondo me Vivian riuscirebbe a mangiarsi anche questi," osserva, allegramente.
La cucina è diventata un campo di battaglia: sul tavolo sono sparse fette di pane bruciacchiate, briciole nere, ditate di cioccolata.
E forse riderebbe di nuovo, notando l'effetto piuttosto cinematografico della nuvola di fumo nero che si addensa sui lineamenti esotici di Raven - sul suo improvviso affacciarsi alla soglia della stanza. Sembra un capo indiano sul piede di guerra - nota.
Ma nota anche altro, e la risata soffoca in gola prima ancora di nascere: perché le sue spalle sono nude; perché la stoffa dei jeans aderisce perfettamente alla curva dei fianchi. Alla forma dell'inguine.
E perché i capelli sciolti scivolano sul petto come rivoli d'inchiostro nero.
Perché lui si ricorda di colpo di non essersi ancora pettinato, di non aver lavato il viso.
Di indossare soltanto quella camicia spiegazzata.
Arrossisce.
Stare mezzo nudo di fronte a Jude non gli creava alcun imbarazzo. Adesso invece muove un passo di lato, in fretta, cercando disperatamente di nascondere le gambe dietro il piano del tavolo. Il viso sotto le trecce arruffate.
Abbassa gli occhi.
"A cosa avete dato fuoco?" lo sente chiedere, incuriosito - nell'esatto momento in cui anche Jude si accorge della sua presenza, e si volta per controllare.
"Ehi! Ti abbiamo svegliato?"
Ma l'altro scrolla le spalle, distratto, mentre allunga il collo per sbirciare i resti dei toast.
"Dovevo alzarmi comunque. Ho lezione tra un'ora." Pausa. "È rimasto qualcosa di commestibile, per caso?"
"Ciao," si decide allora a dire Dylan. Quasi sottovoce.
Riesce sempre a sorprenderlo la naturalezza con la quale sia Jude che Raven affrontano quei suoi momenti di evidente disagio - a volte si è perfino chiesto se non sia diventato particolarmente abile lui, nell'arte della dissimulazione, visto che nessuno dei due sembra mai far caso alle sue guance infuocate. O ai suoi silenzi improvvisi.
Non ci è abituato.
Anche adesso, Raven ha sulle labbra il sorriso più tranquillo del mondo mentre gli risponde, sporgendosi sul tavolo per scegliere una fetta di pane: "Ciao, Dylan. Buongiorno."
Neanche lo sta guardando.
E di certo non sembra interessato alle sue gambe. Né ai suoi occhi da panda.
Lui riprende a respirare, lanciandogli un'occhiata.
"Buon giorno," ripete, ancora un po' timidamente. Ma l'istante successivo si è già staccato dal tavolo, ha aggirato la sedia. E si sta sollevando sulle punte dei piedi per premergli le labbra all'angolo della bocca - la mano poggiata sulla sua spalla. Il cuore che batte veloce.
Velocissimo.
Subito, scivola lontano.
Neppure si accorge che lui sta seguendo con gli occhi i suoi movimenti, mentre torna a nascondersi dietro il suo angolo di tavolo. Non si accorge della sua sorpresa - del suo sorriso.
Né del fatto che Jude ha distolto lo guardo, nel frattempo. Che si è rimesso a spalmare la nutella sul toast.
Che si è fatto silenzio.
"Hai detto di aver lezione fra un'ora, quindi?"
Torna a concentrarsi sulla realtà soltanto quando Jude parla di nuovo, e si accorge in quell'istante di non aver fatto altro che sbirciare con la coda dell'occhio il fondoschiena di Raven. Per tutto il tempo.
Non riesce a crederci.
"Fra quaranta minuti, ma prima devo passare in stanza per intercettare Carlos," lo sente rispondere, mentre lui si costringe a guardare altro. A pensare ad altro.
Inutilmente.
"Mi ha lasciato un messaggio incomprensibile in cui blatera di cimici e di un aereo per il Messico. Vorrei capire cosa si è fumato."
Inarcando un sopracciglio, Jude affonda il cucchiaio nel barattolo.
"Inizia a far cazzate già di prima mattina, adesso?"
"Che vuoi che ti dica? Ci vuole talento."
Pausa.
"Voi, piuttosto? Che programmi avete?"
"Credo che inviterò Jude a pranzare in qualche posto molto elegante," annuncia Dylan, senza averlo minimamente preventivato. "Visto che ci abbandoni per andare a lezione, mi sembra equo che tu debba almeno invidiarci un po'. Sono appetitosi, sì, i panini della mensa?" domanda, trattenendo un sorriso.
In risposta, Raven prende un morso dal toast.
Sorride a sua volta, con aria di sfida.
"Deliziosi," assicura.
"Del resto, saranno sicuramente panini molto mistici," osserva lui, stringendosi nelle spalle. "Non c'è silicone plastificato che non possa diventare emmenthal, con una buona dose di meditazione…"
E Raven ride, deglutendo l'ultimo boccone. "I miracoli dell'autocosapevolezza," ammicca, prima di depositare sul tavolo il coltello. Prima di voltar loro le spalle, in tutta naturalezza, e muovere un passo dopo l'altro verso la porta della cucina. Verso la sala.
Deve aver annunciato di andare a vestirsi, forse.
Disgraziatamente, Dylan era troppo preso dallo stamparsi del jeans sulle sue natiche per ricordarsi le parole esatte. O per finire di masticare il proprio panino.
Torna a voltarsi soltanto quando lui è definitivamente scomparso dietro la parete, e solo allora si decide finalmente a deglutire il suo toast.
Lancia a Jude un'occhiata fugace, a quel punto, iniziando a muovere con l'indice le briciole sul tavolo. Fingendo distrazione. Noncuranza.
È anche abbastanza eccitato.
Per sua fortuna, a Rosenfield nessuno sa ancora che in quelle circostanze gli vengono gli occhi lucidi. E le guance rosse.
Ridacchia, divertito.
"Beh?" chiede l'altro, sollevando il sopracciglio.
"Hm?"
Ridacchia ancora.
"No, è che…" si decide a dire infine, mordicchiandosi il labbro. Ed esita un istante, prima di inclinare la testa di lato - prima di sporgersi in avanti. Prima di aggiungere, sottovoce: "Ci hai mai fatto caso, tu, al modo in cui i jeans gli aderiscono al sedere?"
Non c'è più Chris a prevenire certe sue uscite, del resto: prima ancora che Dylan potesse elaborarle, l'amico le aveva già fiutate nell'aria. Gli allungava un calcetto sulla caviglia, allora.
O una gomitata nelle costole.
A volte bastava una semplice occhiata, per evitare situazioni del genere.
Adesso la spontaneità di Dylan è una mina vagante, invece, e quella nuova trovata sembra riuscire ad incrinare perfino la serafica imperturbabilità di Jude. Perfino la sua disinvoltura.
Sbattendo le ciglia, resta per un attimo a fissarlo incredulo - poi si schiarisce la voce. Distoglie lo sguardo.
"Sì, beh," inizia, affrettandosi a mandare giù un sorso di caffè. "Sarebbe difficile non notarlo, credo…"
Sembra più divertito che disturbato, comunque, e tanto basta perché lui si senta autorizzato ad aggiungere, entusiasta: "E le vene? Hai visto come si gonfiano le vene sulle braccia, quando fa forza per spostare la sedia?"
"Hm-hm," annuisce l'altro, guardandolo con la coda dell'occhio. "Non solo quando sposta le sedie, comunque..."
Ed ha questo modo di dire certe cose, Jude - questa pacatezza un po' imbarazzata e un po' distratta; un equilibrio decisamente eccitante fra detto e non detto - che letteralmente fa esplodere nella fantasia di Dylan milioni di fotogrammi diversi. Uno più intrigante dell'altro, come foto sparse sul pavimento. Come se gli occhi non sapessero decidere dove guardare.
Dove fermarsi.
Gli gira la testa, quasi. Il cuore ha iniziato a pulsare velocissimo.
Quando l'immagine definitiva si fissa nella mente, infine, non può fare a meno di spalancare sul volto di Jude due occhi enormi - lucidi di una fissità intensa, irreale. Ipnotizzati.
Perché improvvisamente le mani di Raven sono puntate ai lati della sua testa, e le vene delle braccia si definiscono nello sforzo di sorreggere il peso del corpo. E la lingua di Jude sta seguendo i percorsi del sangue, e i movimenti sono lenti. Poi rapidi. Poi incalzanti.
Sbatte le ciglia, immobile.
Da dietro, la voce di Raven lo fa sobbalzare di colpo.
"Io vado, allora. Ci vediamo stasera?"
È come una scossa ad alto voltaggio - come l'aria che schiaccia i polmoni sulle montagne russe. Pazzesco.
Deve aver stampata in faccia un'espressione davvero comica, Dylan, se di fonte a lui Jude si morde perfino il labbro, nel tentativo di non scoppiare a ridere.
"Sicuro. Divertiti," dice, sollevando lo sguardo oltre la sua testa per affondarlo in quello dell'amico.
E lui ringrazia tutti gli dei di tutti i pantheon esistenti per essere voltato di spalle. Per poter contare su qualche secondo almeno di ammortizzamento. Su un nascondiglio sicuro. Inspira. "Ciao…" borbotta, senza neppure girarsi.
Ma Raven si ferma un istante, prima di uscire. Esita - poi chiede: "Resti per cena, vero Dylan?"
"No!" viene subito la risposta. Fin troppo rapida.
"No?"
"Perché no?" interviene Jude. "Che hai da fare di meglio, scusa?"
"Devo…"
Silenzio.
"Devo regolarizzare i miei bioritmi," mormora lui, non riuscendo a trovare nessuna scusa meno stupida. Meno improbabile. "Ieri sera ho fatto tardi. Stasera vado a letto alle sei. O alle cinque.…" aggiunge.
Si sente idiota.
Idiota come il giorno in cui era fuggito precipitosamente da casa del fotografo, a New York - idiota come la sera che aveva mollato gli amici nell'appartamento di Alan. Idiota.
Impacciato come sa essere solo quando la paura si rovescia improvvisamente nel tessuto intatto di situazioni quotidiane, e si allarga a macchia d'olio fino ad impregnare la mente.
Impregnare il sangue.
Non sa spiegarsi il motivo di quel panico irrazionale - non riesce a capire: un attimo prima stava scherzando allegramente con Jude - l'attimo dopo le parole di Raven avevano già infranto ogni equilibrio. E non si è trattato di quel che ha detto, quanto piuttosto della sua stessa presenza. L'impatto fisico della sua voce.
E la voglia intensissima di sentirsela scivolare sulla pelle nuda - il pensiero del proprio corpo. Del corpo di Ash.
E i confini che tornano a sfumarsi - a confondersi di nuovo. Che sussurrano una maledizione antica.
"Anzi," si affretta a dire, tirandosi in piedi. "Magari mi incammino, che è già tardi… Pranziamo insieme un'altra volta, okay?" aggiunge, rivolto a Jude.
"È tardi, hai ragione," ribatte però lui, afferrandogli il braccio. "Raven, se non ti dai una mossa il professore ti lascia fuori," aggiunge, e Dylan si trova di nuovo a sedere sulla sedia.
Di nuovo con quel terrore inspiegabile che paralizza ogni ulteriore tentativo di fuga - di nuovo soffocato dalla spirale dei riflessi. Degli specchi.
Sposta lo sguardo da un punto all'altro della stanza, trattenendo il fiato: gli sembra di accorgersi soltanto adesso che le ante della cucina sono fatte di vetro, che il barattolo dello zucchero disegna sulla superficie di latta ogni oggetto circostante.
Alle sue spalle, Raven tace.
E lui chiude gli occhi, lentamente. Inspira.
"D'accordo. Allora… Ci vediamo in giro," lo sente dire infine, e solo quando lo scatto della serratura spegne l'eco dei suoi passi Dylan sente la stretta di Jude allentarsi, sul proprio braccio. Sente allentarsi i nervi, lentamente.
Il gelo defluire pian piano, come un'onda.
"Non credo che ai tuoi bioritmi gioverebbe molto che tu vada a dormire alle quatto del pomeriggio, Dylan," è il solo commento che l'altro sembra concedersi.
E per un attimo lui è quasi tentato di dirglielo, che ha paura: che il panico arriva improvviso, a volte, e domandargli il perché. Chiedergli di aiutarlo.
Si limita ad annuire, invece. Con gli occhi bassi, e le trecce sul viso. Con le mani che tremano ancora.
Gli lancia un'occhiata - incerta.
"Non è che voglio tenerti in ostaggio qui," spiega il ragazzo, con un sorriso. "Se davvero preferisci andare a casa, ti accompagno anche adesso. Ma se ti fermassi..."
"Possiamo magari cambiare stanza?"
"Cambiare stanza?" Jude sbatte le ciglia, sorpreso. "Sicuro… Possiamo tornare di là, certo."
Pausa.
"Stai bene, Dylan?"
"È che ci sono specchi dappertutto, qui…" mormora lui, quasi senza voce.
Non avrebbe voluto lasciarselo sfuggire, in realtà: stranamente, però, Jude non fa domande.
Non torna sull'argomento neppure quando finalmente arrivano in sala, e si siedono sul divano. Neanche quando Dylan si raggomitola al suo fianco, in silenzio, e gli appoggia la mano sul petto. La guancia sulla spalla.
Sta iniziando a sentirsi meglio.
Sotto il palmo, il cuore dell'altro batte regolarmente e lui pensa che in qualche modo ricorda il ritmo delle pulsazioni di Chris: calmo, lento. Solido come un rifugio sicuro - diverso da quello di Ash. Diverso dal proprio.
Chris gli manca - da morire.
Non se n'era mai reso conto con quella nitidezza, prima - mai con un senso di nostalgia così struggente. Eppure Jude non gli somiglia poi così tanto, in realtà: soltanto il fatto che sia decisamente più biondo rende del tutto diverso il modo con cui Dylan gli appoggia la testa sulla spalla, ad esempio. O l'emozione di respirare con lui.
E non è solo quello.
"Tu ce l'hai un amico del cuore?" gli domanda, lentamente.
Piegando la testa per guardarlo, l'altro sorride divertito.
"Un amico del cuore?"
"Si, insomma…" Un sospiro. "Qualcuno importante. Che hai voglia di abbracciare senza aver voglia di fare sesso, sai…"
"Non credo, no." Una scrollata di spalle. "Raven è il mio migliore amico, prima che qualunque altra cosa. Ma gli abbracci non sono mai stati particolarmente all'ordine del giorno, tra me e lui."
Incuriosito Jude socchiude gli occhi, poi. Domanda: "Perché?"
Ma Dylan non ha idea del motivo che l'ha spinto ad associare lui a Chris, a parte il battito del loro cuore. A parte il bisogno improvviso di riascoltare il suono del proprio nome, quello più privato. Quello vero. Ascoltarlo dalla voce di qualcuno che sappia pronunciarlo come lo pronunciava Chris. Con la stessa forza, e la stessa delicatezza. La stessa intimità.
Esita, incerto.
"Se vuoi puoi chiamarmi Dee, comunque" annuncia quindi, guardando Jude negli occhi con la solennità dei momenti importanti.
Arrossisce appena, dopo. Abbassa lo sguardo.
"Cioè, lo so che è un nomigliolo un po' scemo…"
"Non è scemo," mormora però l'altro, divertito. "Poi, ti sta bene," sorride.
E forse finalmente quella città sta diventando sul serio un po' casa sua, pensa Dylan, se d'ora in avanti ci sarà qualcuno che lo chiamerà ancora come quando era bambino. Perché certi suoni sono come sigilli, capaci di racchiudere in una sola sillaba i frammenti sparsi di un' intera vita. Perché ti raccontano chi sei, quando ti sembra di averlo ormai dimenticato.
E perché sanno scacciare la paura come le favole che tua madre ti leggeva per farti addormentare. Perché rendono vera la tua, di favola.
La tua storia.
Dee - ripete dentro di sé. Lentamente.
E gli sembra quasi di sentirla, la voce di suo fratello a due anni. Il modo del tutto naturale con cui storpiava il suo nome, e la sensazione stranissima di accorgersi che anche tutti gli altri lo imitavano.
Suo padre, e sua madre. Chris, più tardi.
Una città intera.
Eppure pensarlo sulle labbra di Raven, quello stesso suono, è una vertigine troppo spaventosa perché lui possa anche solo concedersi di immaginarne la vibrazione.
Non proteggono soltanto qualcosa di già compiuto, i sigilli: se infranti, possono rivelare al mondo segreti paurosi. Possono lasciar liberi fantasmi - paure.
E Raven è già troppo bravo a cambiare la forma delle cose usando soltanto la voce - usando gli sguardi. Incantesimi silenziosi che non hanno bisogno di formule magiche per diventare efficaci - oracoli che potrebbero chiamare a raccolta gli spettri più nascosti.
Tutto avrebbe il nome di Ash, dopo.
Lo stesso numero di lettere, ma molto meno semplici - molto più oscure. Misteriose.
Articolate e multiformi come le sue non saranno mai, perfette per incastrarsi nella carne senza scivolare via lungo la curva di vocali troppo lunghe.
E, come sempre, scritte a rovescio.
Per poter passare dagli occhi. Ricomporsi.
E incidersi nel destino, come un tatuaggio.






Da ragazzino, Jude passava le ore a guardare sua sorella muoversi.
Non era niente di particolarmente conscio - niente che potesse avere qualche significato aggiuntivo: semplicemente un'attenzione particolare verso l'ampiezza dei suoi gesti. La sottigliezza della sua vita - delle braccia. L'onda dei capelli.
Era dolce, per qualche strana ragione. Come tornare a casa, senza però essersi mai allontanato.
È stato solo con l'irruzione di Raven nel loro microcosmo che ha cominciato a notare anche aspetti diversi. A percepire nel sangue, sottopelle, la necessità di fissare certe ombre, certe luci. Prospettive fuggevoli da analizzare in privato, con calma, per impedire al tempo di strappargliele - di ridurle a brandelli.
È strano, ora, ritrovarsi ad ammettere che neanche la pellicola di una fotografia potrebbe servire a spiegare quel che sta avvenendo davanti ai suoi occhi. Perché non sta nella fissità di un secondo, il segreto di tutto: è in divenire, il miracolo vero.
Il cambiare costante delle forme, del corpo: gli occhi di sua sorella, più presenti nel mondo, e il gonfiarsi del suo ventre. Istante, dopo istante.
Osservando la tela del vestito scivolarle sui fianchi - mascherare e svelare al tempo stesso l'inclinazione della schiena, dell'equilibrio - Jude pensa che non si abituerà mai alla nuova forma del corpo di Magda. Al suo essere così donna, ogni giorno di più - ogni giorno sempre meno ragazzina.
Raven trova la cosa esilarante, e dice che probabilmente finirà per accettare la sua pancia esattamente il giorno prima della nascita del bambino - "Giusto per, sai, continuare a angosciarti anche dopo…" - ma lui dubita che cinque mesi - quattro - saranno sufficienti a metabolizzare un tale cambiamento.
A prepararsi per l'evento.
Per accoglierlo.
Viverlo.
Soltanto l'idea che il cuore di suo nipote stia già battendo, da qualche parte dentro il corpo di sua sorella, è sufficiente a fargli venire le vertigini.
Inquieto, cambia posizione sulla sedia - si sporge ad allineare un bicchiere, una forchetta.
"Sei sicura che non ti converrebbe sederti?" domanda, sollevando lo sguardo verso Magda. "Posso mescolarlo io, il riso. E anche tutto il resto - basta che mi dai le indicazioni. Da seduta. No?"
La ragazza, prevedibilmente, neanche si disturba a rispondere: si limita a voltare la testa, a lanciargli un'occhiata eloquente. E lui pensa che tra qualche anno guarderà suo figlio, in quello stesso modo.
Con lo stesso affetto. La stessa esasperazione.
Suo figlio.
Non importa quel che dice Raven - quel che dicono tutti: razionalizzare certe cose è impossibile.
"Non sei stanca? Sono quasi le otto di sera…"
"Jude, mi stai facendo venire mal di testa."
"Hai mal di testa?"
"Ma non hai niente di più interessante da fare che stare qui a stressarmi mentre preparo la cena?" sbuffa Magda, seccata. "Raven dov'è, per una volta che servirebbe?"
"Si sta facendo la doccia," borbotta lui, sprofondando contro lo schienale della sedia. "Siamo fortunati se sarà pronto tra un'ora, quindi…"
In realtà, anche quello è un piacere sottile.
Sedere al tavolo della cucina insieme a sua sorella, con l'odore della cena che impregna l'aria e lo scrosciare dell'acqua della doccia in sottofondo, attutito dalle mura - Raven presente e altrove al tempo stesso, chiuso dietro una porta, parte della sua vita.
Sono quelli i momenti che scandiscono il suo tempo- che disegnano le dimensioni di quelle stanze, di quella casa. Più ancora di tutti i volti più o meno sconosciuti che affollano certe notti - più della presenza diffusa degli amici.
L'intimità di certi nodi profondi.
Magda e Raven.
Ognuno nelle sue forme.
Avrebbe dovuto dirlo a Dylan, forse, quando quella mattina si parlava degli amici del cuore. Invece di sorridere per quell'espressione quasi infantile, e limitarsi a scrollare le spalle come senza capire.
Dirglielo, che l'unica persona che ha davvero mai avuto voglia di abbracciare - un bisogno profondo, fine a se stesso - è sua sorella.
"Io sono il tuo amico del cuore, Magda?" domanda, incuriosito, inclinando la testa.
"Di che stai parlando?" risponde lei, aggrottando le sopracciglia.
"Sì, sai. Qualcuno che hai voglia di abbracciare senza volerci fare sesso."
"In realtà le persone che ho voglia di abbracciare senza volerci fare sesso sono la maggioranza, Jude. Non è che soltanto perché tu hai pochi problemi a saltare nel letto di chicchessia siamo tutti così, sai?"
"Vaffanculo," protesta lui, lanciandole addosso un pezzo di grissino. "Non è affatto vero!"
"Come mai ti metti a indagare sui miei amici del cuore, comunque?" Un sorriso. "Stai cercando di farmi fare pratica per quando mio figlio avrà sei anni?"
Jude fa una smorfia - come ogni volta che l'idea del bambino prende consistenza un po' meno teorica.
"No," dice. "È solo un discorso che facevo oggi con un ragazzo."
"Che ragazzo?"
"Un amico di Vivian," risponde. Vago. Prima di prendere fiato, bagnarsi le labbra. Ed aggiungere, in un tono appena diverso: "E di Raven."
Non è una sorpresa vedere le spalle di sua sorella irrigidirsi - i capelli scivolare sulla schiena mentre lei volta la testa indietro, a cercare i suoi occhi.
Sapeva che il sottinteso sarebbe stato colto: Magda conosce a memoria tutte le sue inflessioni, e tutti i suoi pensieri. Sa cos'ha significato per lui accettare la maniera insolita che ha Raven di amare - l'immensa libertà e responsabilità di vivere senza accordarsi alle regole esterne, e senza barriere.
Conosce le sue gelosie, il suo orgoglio, le sue ferite.
I suoi limiti. Quelli veri, e quelli che invece si è trovato a superare.
Per questo, forse, parlarle di Dylan adesso è la cosa più pericolosa che Jude potrebbe fare: perché neanche lui l'ha ancora capito, dove si collochi quel ragazzino nella geografia della sua anima, e non ha idea di cosa potrebbe indovinare Magda. Cosa potrebbe comportare un'improvvisa chiarezza.
"Amico nel senso che se l'è portato a letto? O nel senso che ha intenzione di farlo?"
"La seconda, credo." Una scrollata di spalle. "Più o meno."
"E com'è che tu chiacchieravi di amici del cuore con la prossima scopata di Raven?"
"Perché oltre ad essere la prossima scopata di Raven è anche un ragazzino interessante. E devo fargli delle foto."
"Un ragazzino?" Immediatamente - senza prestare più alcuna attenzione alla cottura del riso - Magda si lascia cadere su una sedia di fronte alla sua, occhi sgranati. "Jude, di solito non riesci a sopportarli più di mezzo minuto, i ragazzini di Raven!"
"Di solito sono loro che non sopportano me. È diverso."
"Già gli adolescenti sono instabili per natura. Se ancora li metti nei dintorni di Raven, diventano…"
"La smettete di parlare come se portarmi a letto i quindicenni fosse la mia principale occupazione?" interviene Raven, dalla soglia della stanza. "No, che forse vi è sfuggito il fatto che la maggior parte dei miei contatti con gli adolescenti li ho avuti quando adolescente lo ero anche io."
"E comunque Dylan non è un adolescente," precisa Jude, appoggiandosi allo schienale della sedia. "Ha vent'anni."
Rovescia la testa indietro, poi - lancia un sorriso all'amico. "Però, non ha tutti i torti. Mi vengono in mente un paio di casi in cui il tuo infallibile giudizio ha…"
"Devo ricordarti le volte in cui ha fatto cilecca il tuo, di giudizio infallibile? Perché ti assicuro che me li ricordo tutti, uno…"
"Se non la finite immediatamente ve lo faccio io, un elenco completo," li interrompe Magda, rovesciando gli occhi al cielo. "E la mia memoria, in certe cose, è decisamente più affidabile che la vostra."
Sobbalzando, Jude torna a voltare la testa verso di lei.
"Hai tenuto la lista?" chiede, spaventato - mentre dietro di lui Raven ridacchia e attraversa la stanza, tirandosi indietro i capelli.
Sono ancora un po' bagnati: più pesanti del solito, lisci e scuri. Scivolano appena sulle spalle, mentre sposta una sedia e ci si abbandona a sua volta - Jude non può fare a meno di chiedersi cosa direbbe Dylan, in quel momento.
Guardando la maniera in cui la stoffa umida aderisce alla forma dei muscoli, delle ossa.
Guardando come i jeans consumati si accomodano intorno alle gambe, quando piega le ginocchia.
È strano ritrovarsi ad osservarlo con i suoi occhi, d'improvviso.
Come se non ne conoscesse già a memoria tutti i gesti - tutte le proporzioni.
Come se la sua bellezza potesse ancora stupire perché nuova, e non perché così profondamente interiorizzata.
Fa quasi paura.
Raven è sempre stato qualcosa di molto privato, per lui - qualcosa di suo, che andava protetto e nascosto, non importa quanti fossero i nudi appesi alle pareti. Non importa quante altre persone potessero toccarlo, o modellarlo.
La sua percezione, almeno - l'immagine che prendeva forma sulla pellicola delle fotografie - era proprietà di Jude soltanto.
Adesso, è destabilizzante ritrovarsi a desiderare di poter fotografare quel che Dylan vede. Il pericolo dell'ignoto, invece che della terra troppo conosciuta - il sogno che non sei sicuro di volerti concedere, invece di quello in cui sei già annegato.
E in fondo, è soltanto l'ultima di queste epifanie.
Perché con Dylan è stato diverso tutto dal principio, ed è questo a spaventarlo maggiormente.
Questo, a rendere impossibile ipotizzare un itinerario per il suo viaggio nel loro mondo.
Il fatto che Dylan capisca, in qualche maniera strana.
Che non si stupisca.
E che sembri saperli guardare.
Neanche Magda ha mai avuto la stessa disinvoltura, nell'esprimere le proprie emozioni - neanche lei, che fin dall'inizio si è trovata al centro di quel loro rapporto, ha mai mosso passi così poco calcolati. Azzardato così tanto, senza preoccuparsi delle conseguenze.
Dylan, sembra non accorgersi neppure.
"Lo conoscete da molto?" sta chiedendo adesso sua sorella, incuriosita - mentre scosta una bottiglia per fare posto alla pentola, e riempie i piatti di riso e si porta la forchetta alla bocca.
Gesti minimi - quotidiani - che sembrano sottolineare la familiarità di quei momenti - del loro trovarsi intorno ad un tavolo, tutti e tre insieme. Come quando erano ragazzini - come sempre.
"Non credo di averne mai sentito parlare…" aggiunge, deglutendo il boccone.
"È arrivato da New York qualche settimana fa," risponde Raven. "Pare che fosse il vicino di casa di Björn. Quindi, logicamente, Vivian ha dovuto andare a pedinarlo."
"Ve l'ha presentato lui?"
"Non proprio." Jude fa una smorfia. "Diciamo che ci ha provato, ma Dylan non è in un periodo particolarmente socievole. Così, Viv ha pensato bene di spedirgli Raven a casa."
"Discreto," sbuffa Magda.
"Quel che ho detto anche io."
"Non credo ci fosse nessuno schema diabolico, dietro," ribatte Raven. "Semplicemente, Dylan voleva un tatuaggio."
"Un tatuaggio?"
L'altro scrolla le spalle.
"Un tatuaggio. Che poi non abbiamo fatto perché lui non sapeva decidersi se lo voleva dritto o a rovescio, e a me sembrava che almeno su quello fosse il caso di avere le idee un po' più chiare."
Ed è strano, ritornare adesso su quell'episodio - un po' perché a quel tempo Dylan era ancora soltanto un nome privo di volto e Jude non aveva prestato molta attenzione al resoconto del pomeriggio. Un po' perché la bizzarria del tatuaggio a rovescio gli suona curiosa - nuova, prima di tutto, che Raven non vi aveva mai fatto cenno, ma anche affascinante.
In una maniera sottile.
Come fosse l'eco di qualcosa che ha già visto, già sentito.
Come potesse visualizzarlo, anche se neanche sa quale fosse il soggetto.
"Davvero lo voleva a rovescio, il tatuaggio?" domanda, aggrottando le sopracciglia.
"Sì, sai," risponde Raven, voltandosi verso di lui. "Come fosse riflesso in uno specchio."
Ed è quello a chiudere il cerchio: a rafforzare l'eco e trasformarlo in ricordo preciso - "È che è pieno di specchi, qui", detto in una voce come di bambino - costringendolo a raddrizzare la schiena, di colpo.
A chiedere: "L'ha proprio detto lui, dello specchio?"
Perplesso, Raven aggrotta le sopracciglia a sua volta - inghiotte il sorso d'acqua, si rigira il bicchiere tra le dita.
"Non ricordo… Era un collegamento abbastanza automatico. Implicito."
"Perché stamattina a me sembrava che gli specchi gli creassero problemi, più che tutto."
"Davvero?"
"Ha chiesto se potevamo andare via dalla cucina perché ce n'erano troppi," spiega Jude. "Credo si riferisse alle superfici riflettenti, più che altro, ma…"
Si interrompe, inquieto.
Scambia uno sguardo con Magda - si schiarisce la gola.
"Raven…?" chiama, incerto - perché l'amico ha lo sguardo di quando macina pensieri faticosi, e dopo tutti quegli anni lui non ha ancora fatto l'abitudine a vedere quell'ombra calare sul suo viso.
Il ricordo di Mark.
Un dolore troppo sfacciato, e per questo tanto più fragile. Indifeso.
"No, è che il tatuaggio non era un disegno normale," spiega adesso il ragazzo, senza guardarli negli occhi.
La voce lenta - quasi svogliata.
La mano chiusa intorno al vetro - appoggiata sul tavolo.
"Doveva essere il nome di suo fratello." Pausa. "Gemello."
Ed è sufficiente quella parola perché si spieghi tutto - l'improvvisa gravità dell'amico, la sua esitazione, la lentezza.
Se prima poteva restare qualche dubbio, di colpo l'antipatia di Dylan per gli specchi si trova a perdere ogni innocenza.
"Credi che…"
"No. Qualunque sia il suo problema, non è un lutto," lo precede Raven, fermamente. "O almeno, non recente."
"Come sarebbe a dire, perlomeno non recente?"
"Sarebbe a dire che non è scappato da New York perché è morto suo fratello, Jude. Gemello," precisa - con un'inflessione dura, quasi ruvida. Roca.
In fretta, torna ad abbassare lo sguardo.
"Dio, non me lo riesco neanche ad immaginare," mormora, premendo i palmi contro lo spigolo del tavolo per tirarsi in piedi - movimenti nervosi.
Solleva il proprio piatto, poi - lo mette nel lavandino.
Avvicinandosi al frigorifero apre lo sportello; prende una bottiglia d'acqua, svita il tappo.
Senza voltarsi, inclinando indietro la testa, beve un lungo sorso.
"Credo che se avesse una storia del genere lo sapreste," dice allora Magda, e la sua voce è uno stacco talmente netto dall'elettricità contenuta di Raven che Jude sussulta, come se per un attimo si fosse dimenticato della sua presenza.
Scrollando le spalle, lei prosegue: "Voglio dire, la morte di un fratello non è un segreto scabroso. Björn lo saprebbe di certo, se così fosse. E l'avrebbe fatto sapere anche a voi."
Pausa.
"Anche tu preferisci che la gente lo sappia, Raven. Proprio perché non ti piace parlarne."
"Vero," ammette lui, a bassa voce, prima di tornare a voltarsi verso di loro. "Poi, il suo non sembra quel tipo di vuoto."
"Più che altro, a me sembra confuso," interviene Jude, guardandolo negli occhi. "Anche rispetto a te. È strano."
"Bipolare?" suggerisce Magda, nascondendo un sorriso, e lui fa una smorfia.
"Più o meno…"
"In realtà, non so bene come dovrei comportarmi," interviene Raven, tornando verso di loro. Ha movimenti più fluidi, ora - occhi presenti, espressione attenta. Intensa.
Jude vorrebbe che fosse sempre così semplice distrarlo dal pensiero di Mark - che bastasse davvero dargli altro su cui concentrarsi: un compito in cui impegnarsi, un enigma da svelare. Qualcosa.
È faticoso starlo a guardare, in quei momenti. Frustrante perché non puoi neanche allungare la mano e toccarlo: perché non troveresti davvero lui, nel farlo. Il suo corpo, forse, ma non l'energia.
La sua bellezza, ma non l'autoconsapevolezza che vive in ogni suo respiro.
Quella notte era rimasto sveglio fino a tardi, ad ascoltarne il ritmo come per decifrarne i segreti. Un braccio curvato intorno alla sua schiena - la sua testa incastrata sotto il collo - fissava il soffitto e lo lasciava dormire, pensando a Dylan addormentato nella stanza di fianco. Al vibrare delle sue ciglia quando l'aveva coperto - alla delicata suggestione dei toni di rosso, di verde, di bianco.
Il rosato delle labbra.
La forma delicata delle dita.
Non aveva risolto nessun mistero, chiaramente - il sonno era arrivato troppo presto, e lui si era lasciato sbiadire.
Quando aveva aperto gli occhi, la mattina, Raven dormiva dalla sua parte del letto e non sembrava turbato da nessun pensiero. Era stato un sollievo, trovarlo di nuovo integro: un segno che i tempi stavano cambiando, forse, che la convalescenza si stava facendo più rapida da smaltire.
E poi, entrando in soggiorno, si era ricordato di Dylan.
L'aveva trovato già sveglio.
Era stato strano.
Jude non è sicuro che Raven sappia cosa sta cercando, in quel ragazzino - e sa per certo che il ragazzino, da parte sua, non ha idea di cosa potrebbe trovare. Spetterebbe a lui, forse, mantenere un ruolo vigile: coinvolto è coinvolto comunque, e certi pericoli li riconosce bene.
Ma è difficile, quando Dylan si incastra tra loro in maniera così naturale.
È difficile, quando i suoi occhi sono già diventati un filtro.
Quando Raven, accostato alla sua bellezza, è già diventato un altro.
E lui non riesce a non guardarlo incantato. A non essere, malgrado tutto, curioso.
È il problema di sempre, in fondo. E, al tempo stesso, un territorio totalmente nuovo.
Forse sono i passi di Dylan, quelli che Jude vede sbiadire ai margini - forse sono le tracce di Raven, quelle che sta cercando per capire quale direzione prendere.
Forse sono le luci del tramonto. Quelle dell'alba - l'allungarsi dei raggi nel cielo.
E forse parlarne con Magda sarebbe stato utile, prima, quando invece perdeva tempo a tergiversare. Forse avrebbe dovuto abbassare le carte e dirlo chiaramente almeno a lei, quali sono le cose che più lo spaventano - quelle che più lo intrigano.
Quelle che non è sicuro di saper controllare.
Quelle che non è sicuro di voler intraprendere.
Sua sorella avrebbe capito. Probabilmente, avrebbe saputo dare un consiglio.
Ma Magda ha un corpo in cambiamento continuo, adesso, e una vita che sta nutrendo di sangue. È un terreno bellissimo che culla e nasconde il germoglio di un fiore. E non ha chiesto consiglio a lui, prima di accettare l'incarico.
Non ha trovato le parole per dirglielo. Non ha trovato i gesti giusti per domandarglielo.
E forse c'è qualche ragione profonda, in questo silenzio che non brucia e non fa male. Forse, è anche questo crescere.
Diventare adulti.
Smettere di cercare indicazioni altrove.
Neanche Raven aveva chiesto niente a nessuno, il giorno in cui era partito per ricercare i fantasmi. Non aveva nessuno al suo fianco, mentre li incontrava.
Mentre si accomiatava.
Quando è tornato, era un uomo diverso.
Forse, anche per Jude si sta preparando lo stesso salto.
E anche se il confine è tracciato da un ragazzino dagli occhi verdi e le risate troppo spontanee per essere davvero innocenti, non cambia molto.
Bisognerà muovere un passo.
Raggiungere l'orizzonte nuovo.
E lasciarsi alle spalle - mal accettato dolore - quel che già si è visto e respirato.



Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.


CAPITOLO 76

Feb. 2nd, 2010 08:44 pm
rosadeiventi: (Default)
76
Carlos e David - Scacco al re






Barba bianca da gnomo gentile - sorriso bonario e rassicurante.
Faccione rubicondo in stile Disney e un orsacchiotto di peluche a cavalcioni sulle spalle.
Holmes: il nonno di tutti i bambini.
Il re dei giocattoli.
Sul monitor ad alta definizione che David Hamilton ha preteso per ogni membro del proprio staff, la pelle del viso appare plastificata come quella delle bambole.
Barbie versione maschile.
Barbie con la curva delle tette calata a livello addome.
Neanche le rughe appaiono reali - del resto sono almeno venticinque anni che quell'uomo sembra avere la solita faccia.
Forse già vecchio ci è nato, verrebbe da pensare. Come certi ubriaconi dei film western - come Babbo Natale, o Zio Paperone.
O Dio.
Distogliendo gli occhi dal monitor, Carlos si lascia scivolare contro la spalliera della poltrona.
Leggeva un fumetto europeo, da piccolo, in cui un affascinante criminale creava in laboratorio maschere che riproducevano in maniera perfetta la pelle umana.
Poteva prendere le sembianze di chiunque, con quello stratagemma.
Perché mai Holmes non avrebbe dovuto fare altrettanto?
Vendere il brevetto di una simile scoperta non gli avrebbe certo fruttato i guadagni da capogiro che è riuscito ad ottenere semplicemente servendosi della propria immagine come strumento pubblicitario, dopo tutto.
Diventare l'eroe dei bambini è un investimento che abbraccia generazioni intere. Che si tramanda di padre in figlio, come il codice genetico. Archetipi acquisiti.
Anche lui è caduto nella trappola, inutile negarlo.
Malgrado le accuse che adesso pendono sulla testa di quell'uomo - malgrado più lui studi le carte e più sembrino aumentare le probabilità di un effettivo coinvolgimento di Holmes nello scandalo che l'ha travolto - lo stupore di ritrovarselo davanti e di percepire quella carica di negatività agghiacciante è stata una cosa che lo ha destabilizzato profondamente, fin dalla prima volta che lo ha incrociato nei corridoi dello studio legale.
È strano come da qualche tempo nulla sembri più essere come appare, si ritrova ad ammettere. Né i miti dell'infanzia, né la percezione di sé. Neanche le persone che ogni giorno gli vivono accanto. Curioso.
Solo lo sguardo di Vivian aveva la stessa limpidezza di ghiaccio, nel bagno di quel locale. Solo i suoi occhi di stelle straniere - di delusione e rabbia.
Le sue parole.
Ci ha pensato tutta la notte - per tutta la notte il buio gli ha rimandato quell'immagine.
Avrebbe voluto chiedergli scusa e non sarebbe servito.
Non sarebbe servito giustificarsi - abbracciare il coraggio. Dirgli che lo ha sempre amato.
Tutto inutile.
Non puoi parlare alle stelle quando sono tanto lontane - quando c'è un intero universo di tempo e di spazio, a dividerti da loro, e ogni frase morirebbe nel vento.
L'imbarazzo gli è rimasto appiccicato sulla pelle come la sensazione di nausea che gli hanno lasciato le mani di quel ragazzo. La sua bocca.
E gli è rimasta negli occhi la generosità di Raven, cristallizzata in lacrime di commozione che non sapranno mai formarsi. Non piange facilmente, Carlos.
Non piange perché gli manca del tutto la cultura del pianto - perché nessuno gli ha mai insegnato a farlo.
Eppure quel nodo in gola è lì da ore, e sembra stringersi di più ogni volta che il cellulare squilla e che il nome sul display non è quello di Vivian. Che non è il suo per chiacchierare del nulla, o per fissare una serata fra amici. Per ridere o per intessere la rabbia di ironia gelida. O per sentirlo chiedere di andarlo a prendere da qualche parte. Dentro qualche incubo.
Non è giornata per lavorare: manca del tutto lo stimolo - la concentrazione si perde nella scia infinita dei mille se che disegnano i presenti alternativi di una vita non sua.
Se quella situazione non lo avesse colto tanto di sorpresa - se non fosse sempre stata l'impulsività a decidere per lui.
Se avesse avuto abbastanza forza. Abbastanza coraggio.
La verità è che non soltanto ha sempre pensato di non aver alcun tipo di responsabilità verso gli altri, ma neppure gli è mai passato per la mente di averne di importanti nei confronti di se stesso.
Non è capace di proteggersi esattamente come non ha saputo proteggere il suo rapporto con Vivian. Come non ha saputo proteggere lui.
E come non sa proteggere Megan, adesso che dall'ufficio del vecchio arrivano quei sibili rabbiosi: l'ha vista entrare nello studio legale appena mezz'ora fa.
L'ha salutata cercando di calibrare con attenzione ogni sguardo. Ogni parola.
E l'ha guardata entrare nella stanza del padre, dopo, con la precisa sensazione che avrebbe fatto meglio a portarla via di lì. Forse lei avrebbe riso, certo - gli avrebbe chiesto con che diritto. Si sarebbe irritata.
Ma almeno lui si sentirebbe un po' meno inutile, ora - meno estraneo alla propria vita, e alle persone che ne fanno parte. Meno disarmato nei confronti del mondo, e degli eventi. Di quello sguardo…
Quello sguardo.
Sussultando, Carlos raddrizza la schiena.
Di fronte a lui - la giacca ancora infilata sottobraccio, gli occhi ridotti ad una fessura affilata - David Hamilton se ne sta appoggiato con la spalla alla cornice della porta.
Chissà da quanto tempo.
Immobile.
E sì: lo sta fissando. Con uno sguardo fermissimo - impossibile da definire. Uno sguardo che fa rabbrividire Carlos fin dentro le ossa, e che non ha niente a che vedere con l'ironia di sempre. O con le provocazioni.
È strano.
Fino ad ora l'atteggiamento del bastardo poteva avergli provocato frustrazione, imbarazzo. Umiliazione, spesso. O soggezione.
Ma mai aveva avvertito quel disagio oscuro, quella specie di malessere perfino fisico. Quasi come se lo stesse toccando - torcendogli un polso. Schiacciandogli i polmoni.
Deglutisce.
"Ah. Buongiorno…" balbetta, schiarendosi la gola.
Ma non è sicuro che la voce sia uscita, e non potrebbe giurare che l'altro abbia sentito. Non ha battuto ciglio, del resto. Né sembra intenzionato a volerlo liberare dalla morsa dei propri occhi. Della rabbia.
Le pupille si allargano: è qualcosa che somiglia a rabbia, in effetti. Rabbia gelida.
Controllata.
Per un attimo, Carlos pensa sul serio che potrebbe vederlo avvicinarsi. Sentire le sue mani serrarsi sulla gola. Affondare nella carne.
"L'ha cercata Lockward, verso le nove," dice, cercando disperatamente di non farsi spaventare da quelle fantasie. "E Cooper. Sostiene di aver notizie interessanti per lei. Il fascicolo che mi ha chiesto ieri lo trova sulla sua scrivania, e c'è sua moglie nell'ufficio di suo suocero. Vuole che le prepari il caffè?"
È stanco di quel lavoro.
Stanco di fare da segretaria a quel tipo, stanco di quell'ufficio opprimente dove qualunque pensiero sembra ingigantirsi nutrendo il malessere stesso che lo ha generato.
Perfino Vivian diventa una condanna senza appello, fra quelle mura. Perfino il futuro.
"Amaro. Giusto?" sibila, lanciando un'occhiata verso la porta.
"E rapido," è la risposta. Secca. "Ti voglio nella mia stanza fra esattamente… Dieci secondi," scandisce l'uomo, controllando l'orologio.
Dopo, vederlo sparire dietro la parete del corridoio è un sollievo che non porta alcun reale conforto. Resta solo irritazione verso se stesso - verso la propria incapacità di difendersi.
Un'altra sconfitta.
Potesse avvelenarglielo, quel caffè, lo farebbe senza rimpianti. O incendierebbe direttamente tutto lo stramaledetto studio, soci e assistenti e segretarie. Holmes, alla faccia delle sue cauzioni milionarie. E il vecchio. Il suo sigaro fetente.
Li detesta tutti.
Anche perché quando Megan esce dall'ufficio del padre - nello stesso istante in cui il dannato macchinario restituisce la tazzina colma di brodaglia amara, e le dita si scottano nel cercare di riprenderla - Carlos non può fare a meno di notare che le sue labbra sono piegate nella stessa curva severa che poco prima disegnava l'espressione di Hamilton.
Solito controllo gelido. Medesimo sguardo.
La cosa che fa più male è che anche Vivian aveva quegli stessi occhi, nel bagno del Queer. E che è stato lui a ferirlo tanto a fondo da insegnargli la freddezza. Lui.
Non un padre più disgustoso del suo tabacco cubano, non un marito i cui unici ideali sembrano declinarsi negli infiniti sinonimi di tirannia e sopraffazione.
Ma lui. Carlos Herrera.
Cosa c'entra lui, con quella gente? Per quale importantissima ragione si trova in quello studio legale, cosa lo ha spinto a far di tutto per assicurarsi quel lavoro?
Al momento, non se lo ricorda neppure.
"Ehi. Va tutto bene?" domanda, depositando il caffè sulla scrivania con un gesto deciso.
Di fronte a lui Megan è bellissima come sempre - elegante e fiera anche in quel momento che sembra così fragile. O forse è solo una sua fantasia. Non importa.
Appoggiarle la mano sulla schiena è un po' come sfidare controvento i turbini di una tempesta- come gridare a voce alta nel silenzio opprimente di quell'ufficio maledetto.
Carlos sa che non dovrebbe.
Eppure non esita un istante, mentre affonda gli occhi nei suoi. Mentre stringe appena la presa, e inclina la testa per tenere ancorati gli sguardi. E inspira.
Lei sorride.
"Sì, non preoccuparti."
Non sembra infastidita, e questo in qualche modo lo tranquillizza. Eppure è l'accenno di morbidezza che torna a disegnare le sue labbra in quel momento, ciò che davvero commuove Carlos.
"Questioni di famiglia. Mio padre ama tenermi aggiornata," la sente aggiungere, con calma. E pensa che vorrebbe riuscire a fare qualcosa di simile anche per Vivian: appoggiargli la mano sul fianco - rendergli un poco almeno della dolcezza di un tempo. Solo un accenno.
Scrolla la testa.
"Mi sei mancata, Megan," sussurra, sottovoce. Sapeva che non sarebbe riuscito a trattenersi, e quasi gli viene da sorridere.
Non si tratta semplicemente del bisogno di parlarle - raccontarle quel che è successo, o poter contare sulla sua capacità di ascolto. Quel che Carlos rimpiange più di tutto è la sensazione di intimità che solo lei è stata capace di dargli - la possibilità di sedersi ancora insieme in qualche locale alternativo a bere vino. A fumare.
E guardare se stesso, attraverso i suoi occhi.
Guardare lei.
"Ti ho detto che sono schifosamente romantico…" aggiunge, non sapendo bene come giustificarsi. Perché stavolta Megan è rimasta rigida - immobile come se i nervi si fossero tesi di colpo. Tutti insieme.
E lui se ne rende conto perfettamente: non sarebbe stato il caso neppure se David non fosse appena arrivato in ufficio, se non stesse aspettando da ben dieci minuti il suo dannato caffè e se non ci fossero che gli sguardi delle segretarie e dei soci, a cui dover prestare attenzione.
Se lo studio del vecchio non si trovasse appena dietro quella parete.
È stato un'idiota.
Quando si volta, non è neppure sicuro di esser riuscito a ritirare in tempo la mano: Hamilton è una figura ancora in movimento, ai margini del campo visivo, ma non c'è alcun dubbio che sia già entrato nella stanza. Che adesso si trovi lì - con loro. E che qualcosa potrebbe aver visto. O ascoltato.
Sentendosi impallidire, lui abbozza un sorriso incerto.
Non c'è modo di trovare conferme sul suo volto, e non c'è modo di placare i timori: David è una maschera imperscrutabile come sempre - occhi scurissimi che non si lasciano leggere e capacità di controllo che rasenta la perfezione.
E Carlos si guarda intorno per cercare disperatamente di individuare la famosa tazzina - quella che deve aver lasciato da qualche parte, quando Megan è uscita dall'ufficio del padre. Quella che avrebbe dovuto portare subito al bastardo, invece di esibirsi in tali virtuosismi di incoscienza. Quella che doveva avvelenare, e che invece sta avvelenando lui.
Merda.
"Stavo domandando a sua moglie se magari avrebbe gradito qualcosa da bere anche lei…" tenta di balbettare, ma l'altro ha già attraversato la stanza. Gli ha già sbattuto decine di fascicoli sulla scrivania, senza dire una parola. Ha già recuperato il suo caffè.
"In ogni caso, mi rimetto subito a lavorare per quell'indagine…" assicura, brancolando fino alla scrivania.
David è a due passi da lui, e sta guardando Megan attraverso la trasparenza della tazzina.
Le sta sorridendo - un misto di provocazione e complicità.
Sta inspirando l'aroma del caffè, con calma.
"No. No, non è necessario," lo sente dire, con gli occhi ancora fissi in quelli della donna. Come se lui neanche esistesse - come se fosse trasparente.
"Dell'indagine mi occupo io," prosegue poi, posando la tazza sullo spessore del monitor. "Tu vai pure a casa a preparare le valige, Herrera. Fra due ore hai un aereo per il Messico, e non vorrei riuscissi a perderlo."
"Eh?"
"Quel che ti dicevo," spiega allora alla moglie, indicando verso di lui con il mento. "Deve esserci un qualche intoppo serio, nel collegamento fra il suo apparato uditivo e quello neuronale. Ma adesso realizza, tranquilla. Gli servono solo quei dieci secondi per attivare le sinapsi."
"David, ma… a far che cosa, in Messico?"
"Vedi?" viene la risata. Divertita. "Dieci secondi esatti. Non si può dire che non sia puntuale!"
"Non abbiamo nessun campo di indagine aperto in Messico, riguardo il caso Holmes!"
"Sa essere perfino loquace, una volta superato l'empasse iniziale."
"Noto." Scostandosi dalla scrivania, Megan muove un passo avanti.
"Avrei bisogno di parlarti, comunque," lo informa. "Sempre che tu abbia finito di dare le coordinate al tuo assistente..."
"David. Da verificare in Messico c'era solo la questione di quel viaggio nel '96," seguita Carlos, agitato. "E l'abbiamo già archiviata settimane fa, ricorda? Tutti quei controlli incrociati… La relazione di Cooper…"
Lentamente, l'uomo annuisce.
"Problemi col vecchio?" domanda alla moglie, chiudendole la mano sul braccio.
Impietrito, lui li segue con lo sguardo mentre attraversano la stanza uno di fianco all'altra. Entrambi perfetti, nella loro eleganza di lineamenti e gesti. Ognuno con la propria maschera di raffinata finzione. È grottesco.
Sta per partire per il Messico senza aver ricevuto alcun preavviso, senza nessuna idea di cosa dovrebbe fare laggiù né di quanto tempo dovrà restarci. E il bastardo sembra avere tutte le intenzioni di chiudersi nel suo ufficio con la moglie, invece di dagli indicazioni. Invece di spiegargli.
Scatta in piedi, serrando i pugni.
"David," ripete - stavolta a voce più alta. Quasi con rabbia. "Per favore, aspetti un attimo! Non so neppure in quale albergo…"
"C'è un solo albergo, a Santa María," risponde finalmente l'altro, in tutta tranquillità. "E sono praticamente sicuro che non ti serva alcuna prenotazione, per riuscire a trovare una stanza."
Fermandosi un istante sulla porta, si volta indietro.
Solleva un sopracciglio. Sorride.
"Vogliamo scommettere?" aggiunge, prima di sparire con Megan dietro la parete del corridoio.
Dopo, Carlos rimane a fissare il riquadro vuoto della porta fino a quando la visione non diventa biancastra - fino a quando le implicazioni di quel Santa María non prendono forma una dopo l'altra, nella mente, e le ginocchia quasi si piegano da sole facendolo ricadere a peso morto sulla poltrona.
Improvvisamente è passata in secondo piano perfino la gelosia. La preoccupazione di essersi fatto scoprire - i timori per Megan. Dev'essere in incubo.
Se le ricorda perfettamente le telefonate con l'investigatore Cooper - la sua voce disturbata dalle interferenze mentre si lamentava delle cimici nelle lenzuola. Dell'odore nauseabondo di cipolle che esalava dai piani inferiori. Notte e giorno. Del gestore che preparava le colazioni con le unghie orlate di nero. Dopo essersi "grattato le palle".
Gli sta venendo da vomitare.
Cooper non è certo un tipo schizzinoso - Carlos è praticamente certo di non averlo mai visto scomporsi per nulla.
"Non chiedermi mai più di tornare in quel posto di merda," aveva però detto ad Hamilton, entrando nel suo ufficio. Impossibile non notare che aveva ancora il collo punteggiato di bubboni rossi, sotto la stoffa della camicia. Lui neanche se l'era sentita, di chiedergli cosa fosse successo.
"No. Santa María no…" esala, premendo la fronte nei palmi delle mani.
Non riesce a crederci.
Deve partire per quel posto da videogioco splatter, la cui fama si è gonfiata nei giorni diventando pian piano una specie di leggenda metropolitana dell'orrore. E deve partire adesso. Adesso che solo l'idea di allontanarsi da Vivian lo manda nella paranoia più totale - adesso che desidera soltanto trovare un modo per avvicinarlo di nuovo. Per spiegargli.
Non è possibile.
Si sente fragilissimo, incapace di affrontare qualunque altro cambiamento.
Per quanto sia patetico doverlo ammettere, ha bisogno di trovare Raven sdraiato sul letto con uno dei suoi libri di antropologia, quando torna a casa. Ha bisogno di incrociare il mare calmo dei suoi occhi. Di fumare con lui nel cortile del campus.
E ha bisogno di sapere che se il cellulare dovesse per caso - per puro caso - mostrare sul display il nome di Vivian, gli basterà inforcare la moto per raggiungerlo. Per farsi urlare addosso la sua rabbia o per chiedergli perdono. Qualunque cosa.
Carlos lo sa perfettamente: non c'è alcuna ragione perché debba riaprirsi il fronte d'indagine in Messico. Hamilton lo costringerà a rinchiudersi nei seminterrati umidi del quotidiano locale per verificare informazioni che Cooper ha già chiarito settimane fa. Lo costringerà a visitare tutti i bordelli a cielo aperto della cittadina. A ripercorrere i passi dell'investigatore senza neanche nulla di concreto da dover verificare. Assurdo.
C'è stato un salto netto, gli pare, dalla crudeltà un po' goliardica delle angherie subite finora alla severità più affilata di questo nuovo scenario.
Non sembra neanche divertirsi più, Hamilton. Il gioco è diventato dannatamente serio - la posta si è alzata di colpo. E lui si sente sfinito - così stanco che anche elaborare ipotesi gli sembra un'impresa al di là delle proprie forze.
Non ha voglia. Non ha testa.
Inspirando, si sporge in avanti per spegnere il monitor del computer: la barba da gnomo di Holmes scompare immediatamente, inghiottita da un rettangolo nero.
Deve ancora fare le valige. Scrivere un biglietto a Raven.
Per uno che avrebbe dovuto imparare a difendere se stesso, non è niente male come inizio.
Al solito, pensa, deve ricominciare tutto da capo.






Se c'è una cosa che David Hamilton ha sempre detestato - e che non mancherà mai di irritarlo, vivesse anche cent'anni - è quella di vedersi costretto a promuovere un imbecille al rango di nemico.
Ogni sfida deve avere una sua pericolosità intrinseca, o è come giocare a scacchi contro un bambino di tre anni: il nero vince in due mosse e quattro sbadigli.
No, certe partite non fanno per lui.
Per questo ha sempre speso più attenzione nello scegliersi i nemici che gli amici - per questo è seriamente tentato di strangolare chiunque gli imponga avversari non degni di lui. Non abbastanza scaltri.
Vivian.
Vivian sarebbe stato da prendere a sberle, ieri sera. Perché che si sia innamorato di un imbecille cronico è già grave di per sé, ma che poi ci stia anche male è addirittura inaudito.
Questo costringe lui a spalancare al suo assistente cerebroleso le auree porte dell'Olimpo dei nemici giurati. Quelli che in teoria dovrebbero essere avversari interessanti. Gente per lo meno al suo livello.
È seriamente contrariato.
Il mondo deve essere impazzito del tutto, se perfino Megan sembra condividere una qualche sorta di intimità sospetta con quella sottospecie di protoscimmia arboricola. Era convinto avesse target più degni, almeno lei. Lei che si presume più adulta - più avveduta.
Non ha senso.
Potrebbe in effetti archiviare la questione, David: l'ipotesi che qualcuno, avendo lui a disposizione, possa nutrire anche un solo barlume d'interesse per Carlos Herrera gli sembra talmente inverosimile da risultare perfino ridicola.
Ma Vivian fa scuola, e Megan è pur sempre una donna: donne e ragazzini non ragionano in maniera affidabile. Entrambi hanno il sistema ormonale perennemente in subbuglio, e sua moglie può addirittura vantare una qualche strategia vagamente articolata dietro un comportamento di quel genere.
In fondo l'ha appena detto lui stesso: di quell'idiota, non sospetterebbe mai. Lo ha perfino incaricato di riaccompagnarla a casa, una sera, con la stessa tranquillità assoluta con la quale ci avrebbe spedito un novantenne decrepito.
Iniziare una relazione proprio col suo assistente sarebbe una vendetta interessante, a ben vedere: non fosse altro che per sbattergli davanti un rivale di appena vent'anni.
Senza considerare il fatto che Megan non ha mai approvato che sia lui, ad occuparsi della difesa di Holmes. Costringerlo ad una guerra fredda contro Herrera significa anche togliergli la possibilità di poter contare sulla collaborazione del suo unico assistente.
L'idiota non gli sarà di alcun aiuto, relegato in Messico a farsi divorare dalle cimici.
Dovrà occuparsi per conto proprio perfino delle questioni più marginali - come se non fosse già abbastanza impegnato ad elaborare da solo l'intera impalcatura difensiva.
Sarebbe da prendere a sberle anche lei, per avergli instillato un dubbio del genere. In un momento simile, soprattutto.
Osservandola di sbieco, da dietro la scrivania, è quasi tentato di tirarle addosso il pesante posacenere di cristallo che si è appena trovato fra le mani.
"Dunque?" le domanda invece, limitandosi ad arricciare le labbra in una smorfia irritata.
In realtà odia quando Megan compare allo studio: la principessa sul pisello che sfiora schifata il piatto in cui mangia - la somma dea discesa dall'alto. Gli ricorda il gatto di Samuel quando cammina sul prato infangato. O quando è costretto ad attraversare una pozzanghera.
Insopportabile.
"Di cosa volevi parlarmi, quindi?" borbotta, cupo.
Ma lei non sembra particolarmente intimorita.
Prende posto su una delle poltrone di fronte alla scrivania, invece, accavallando le gambe con tutta la disinvoltura del mondo. Con tutta la dannata naturalezza che hanno da sempre le donne quando fanno cose del genere.
Le stronze.
"Ne deduco che mio padre non ti ha ancora detto niente," ribatte, aggiustandosi le pieghe della gonna.
E David distoglie lo sguardo, perché certe prospettive sono sempre piuttosto pericolose.
Meglio concentrarsi su qualcosa di meno curvilineo, se vuole mantenersi lucido. La libreria in palissandro, ad esempio.
A volte l'arredamento austero di quell'ufficio può risultare perfino utile.
"Detto cosa?" domanda, cercando di nascondere l'eccitazione dietro uno sbuffo distratto.
Lo sbuffo serve anche a dissimulare curiosità, comunque, perché non c'è niente da fare: la fregatura, con Megan, è che inizi a risponderle per semplice forza d'inerzia e finisci inevitabilmente col prenderci gusto. Un po' come le slot machine dei casinò. Come le sigarette.
Il primo tiro puoi farlo per noia. Quando arrivi al secondo, sei già fottuto.
"Ho avuto quindi l'onore di esser stata la prima, a raccogliere le sue confidenze?" dice infatti adesso, mordendo un sorriso fra i denti, e resistere alla tentazione di risponderle non è già più neanche un'opzione. Il gioco ti prende, semplicemente.
Un altro giro che male può fare, dopo tutto? La scusa è sempre quella.
"Non mi sognerei mai di sottrarti certi privilegi di sangue, amore mio," ridacchia quindi David, azzardandosi finalmente a lanciarle un'occhiata. "Che è successo, stavolta?"
"Il solito." Dalla sua poltrona di pelle nera e calze velate, lei scrolla le spalle.
"Incontro ravvicinato con Helene. E Magda," lo informa. "Pare che mio padre non fosse ancora al corrente della novità. È rimasto, come dire… Sorpreso."
"Non dev'esser facile, per un ateo come lui, dover prendere atto di certe realtà," viene la risposta, divertita. "Del resto, erano più di duemila anni che lo Spirito Santo non dava così evidenti segni di sé…"
Ruotando gli occhi verso l'alto, Megan si lascia andare contro lo schienale della poltrona.
"Sì, beh," puntualizza. "In piena coerenza col suo spirito illuminista, ha deciso che sua nipote non dovrà avere nulla a che fare con certi oscurantismi. Metà del colloquio è stato incentrato su questo particolare passaggio, per la precisione."
"Tradotto?"
"Tradotto: se porto ancora una volta April in quel covo di depravati, ci saranno conseguenze."
Un sorriso - ironico.
"Chiaramente, nella categoria dei depravati sarebbe compreso anche Samuel."
"Samuel?" sbuffa lui, sinceramente divertito.
"Non poteva lasciarsi scappare l'occasione di tirarlo in mezzo, ti pare?"
Ed ha un tempismo invidiabile, pensa David. Non c'è che dire.
Proprio adesso che casa del professore odora di santità a chilometri di distanza: niente sesso, niente pensieri impuri, solo narcisi e piume d'angelo.
Pensandoci bene sarebbe quasi il caso di ringraziarlo, suo suocero: eviterà che la bambina cresca con inclinazioni pericolose. Sia mai che le venga in mente di farsi suora, in futuro. O di diventare fioraia.
Meglio prevenire.
"Noto che il vecchio ha intrapreso una serissima crociata moralista, mh?" commenta, sporgendosi a prendere le sigarette.
"L'ipocrisia è sempre stata il suo forte, del resto."
"Pover'uomo," sospira allora lui, soffiando fuori il fumo. "Chissà cosa ne direbbe se aprendo la porta del proprio ufficio, un giorno di questi, trovasse il suo tirocinante più talentuoso che si spoglia con gli occhi l'altra sua figlia… Quella che non ha mai dato grattacapi, sai. Quella brava brava…"
"Presumo che gli farebbe più effetto scoprire che il suo genero preferito - quello tanto promettente, tanto dedito al lavoro - ha appena spedito il suddetto talentuoso tirocinante in vacanza forzata per via di una stupidissima - e anche vagamente ridicola - crisi di gelosia."
Inarcando le sopracciglia, Megan lo guarda negli occhi.
"O per segnare il territorio, meglio. Il che è probabilmente ancora più stupido."
"Come preferisci," taglia corto David, con un gesto annoiato. "Vedo che non hai perso l'abitudine a considerarti il motore principale di tutte le mie azioni," sibila.
E sarebbe tentato di sbatterle in faccia Vivian, quasi, se la partita a scacchi ingaggiata con Megan avesse mai previsto la possibilità di uscire incolumi da una mossa arrischiata.
Lo scontro diretto non paga, con lei.
Ogni attacco deve necessariamente dispiegarsi per vie trasversali. E deve esser ponderato a mente fredda. Mosse e contromosse.
Una settimana gli sembra sufficientemente lunga, per ragionare con calma sul da farsi.
Per adesso, lei si trova comunque nel suo ufficio: zona privata. Confini netti.
Senza contare che ha perfino inclinato il busto in avanti, e che lo scollo della camicia sta disegnando ad ogni respiro prospettive sempre più audaci. Nel suo territorio.
Sembrerebbe quasi un tacito riconoscimento di supremazia.
Megan non te le dirà mai a voce, certe cose. Devi saperla leggere, interpretarne i segni.
Le donne sono sempre così dannatamente complicate…
"Possiamo ringraziare tua sorella e le sue cazzate naif, quindi," riprende David, inspirando il fumo, "se l'occhio implacabile del vecchio viene dirottato costantemente verso altre mete. Tu ed io siamo due fuorilegge piuttosto fortunati, a quanto pare."
Ma è solo un diversivo.
Come ogni sigaretta, anche questa non basta già più. Ci vuole un pacchetto intero, ormai.
La vittoria definitiva.
"Non so se si può parlare di fortuna, David."
"Tu dici?"
"Helene sarà anche il centro dei pensieri di mio padre, ma non è lei quella che deve sopportarsi i suoi deliri."
"Povero amore. Dev'esser stato terribile…" ridacchia allora lui, alzandosi in piedi.
"Ha ripetuto ancora una volta quanto tu e tua sorella siate diverse, forse? Lei così ribelle, così sfrontata… E tu invece talmente virtuosa da rasentare la santità…"
Fermandosi alle sue spalle, le scosta i capelli dal collo.
Si china in avanti, le parla all'orecchio.
"Non ha minacciato un'altra cena per riunire gli elementi ancora sani della famiglia, vero?"
"Intendi dire, oltre a quella che abbiamo già in programma questa domenica?"
"Oh merda!" Uno sbuffo, contrariato. "L'avevo rimosso…" brontola David, raddrizzando la schiena.
E per un attimo la presunta vittoria passa in secondo piano perché aveva in programma di incontrare Vivian, domenica, e l'idea di dovervi rinunciare non gli piace per niente.
Ha bisogno di assicurarsi che stia bene - vuole portarlo da qualche parte a bere cioccolata.
Vuole portarlo con sé dentro un letto.
E poi non è sicuro di reggerla, un'intera serata a discutere dell'immacolata concezione.
Ingurgitando caviale e aragosta.
Potrebbe venirgli la nausea.
"Però… Però forse ho un'idea per scamparla…" mormora, affilando le labbra in un sorrisetto malizioso.
In realtà stavolta gli tocca andare, e lo sa benissimo.
La sola cosa che gli resta da fare è organizzarsi per spostarlo a sabato, l'incontro con Vivian, e tentare di trarre da quell'inconveniente almeno qualche vantaggio.
Torna ad appoggiare le mani sulle spalle di Megan, quindi, accennando un massaggio lento. Baciandole la tempia.
Lei sospira.
"Secondo te perché non mi sento rassicurata?" ribatte - ma ha già chiuso gli occhi, e David ha già allungato il braccio destro per ruotare la chiave nella serratura.
Sesso in ufficio.
Neanche ci sperava che sarebbe stato tanto facile, dopo tutto.
L'idea che in quel momento Herrera sia probabilmente impegnato a preparare le valige rende ancora più piacevole quella già piacevolissima circostanza: certe cose non hanno prezzo, decisamente. Come vedere Megan che inclina la testa per lasciargli spazio - come premerle le labbra sul collo e sentire i muscoli rilassarsi. I nervi sciogliersi.
"Può sembrare un piano un po' sfrontato, amore mio…" sorride, mordendole appena il lobo dell'orecchio. "Ma se ci facessimo scoprire, potrebbe perfino capitarci la fortuna di venire estromessi dal ramo virtuoso della famiglia appena in tempo per evitare la cena di domenica…"
Insinuandole le mani sotto lo scollo della camicia, scosta la stoffa del reggiseno. Le chiude i capezzoli fra le dita.
Ridacchia.
"Potrebbe bastarci?" soffia. "O conviene orientarci verso prestazioni molto, molto disdicevoli? E sperare in una scomunica perenne?"
"Temo di non aver tempo per nessuna prestazione disdicevole, David," sussurra lei, posando le mani sulle sue. "Devo essere a casa tra neanche mezz'ora…"
Ma David è ormai settato su tutt'altra lunghezza d'onda.
Perfino la rigenerante immagine di Herrera fra le cimici è stata mandata al diavolo. Perfino l'imminente appuntamento con Holmes. Ha priorità più urgenti, al momento.
Molto, urgenti.
Quasi pressanti - nel vero senso della parola.
"So di avere una resistenza fuori del comune," sogghigna, scivolandole fra le ginocchia. "Ma riesco a fare anche piuttosto in fretta, quando è necessario, sai?" aggiunge, dal basso.
E le appoggia le mani sulle gambe, dopo. Le fa scorrere verso i fianchi, trascinandosi dietro l'orlo della gonna.
Un altro pericoloso inconveniente, con Megan, è che così arrendevole non la scopri quasi mai: che sono rare le volte in cui succede, e che non c'è mai stato verso di farci l'abitudine.
Dimentichi anche di domandarti le ragioni, spesso. L'eccitazione batte nelle tempie - nei polsi, nelle mani - e capita perfino di arrivare a sussurrare il suo nome, in certi momenti. Quando il ritmo si calma un istante - quando riprendi fiato. O quando torni ad affondare nel suo corpo con più forza, con la sensazione nettissima che almeno in quell'istante lei appartenga a te soltanto, e a nessun altro. A nient'altro.
Cazzate.
È buffo quanto possa esser per sua natura invasivo, un atto sessuale, pur continuando a restare comunque sorprendentemente effimero. Puoi spingerti a toccare qualsiasi profondità - lasciare qualsiasi segno. Eppure nessuno di quei segni sarà mai definitivo.
Ogni vittoria racchiude in sé l'impronta di tutte le sconfitte future. Di quelle passate.
Un gioco estenuante, che non ha vincitori né vinti. Solo altre partite. Un girotondo infinito.
Che stronzata.
"Cazzo. Quarantadue virgola trentacinque secondi…" esala David, esausto, abbandonandosi contro la spalliera del divano. Lascia ricadere il braccio sul cuscino, poi.
Chiude gli occhi
Sa di non potersi concedere troppo tempo, il telefono sta già squillando. Holmes sta attendendo in sala d'aspetto, probabilmente. E quel dannato preservativo è finito chissà dove. Magari spalmato sull'elegantissima camicetta di Megan. Gli viene da ridere.
"Comunque, pare non ci abbiano scoperti," considera, sistemandosi i pantaloni.
"Ti toccherà presentarti alla cena, dunque," commenta lei, languidamente. "Da bravo genero devoto."
Ma non riceve alcuna risposta.
Il momento è passato, e David non ha già più voglia di giocare. Ha un cliente con cui deve discutere - probabilmente il cliente più importante della sua carriera. Ha un assistente in partenza per il Messico. Un processo che deve assolutamente vincere. E un sospetto che continua a strisciare in testa - un sospetto che non si sgonfierà tanto facilmente.
Chi l'ha vinta davvero, quella partita?
"Andiamo, muoviti. Non eri tu, quella che aveva tanta fretta?" dice a Megan, seccamente, agganciandosi la cintura.
Il preservativo è finito sulla borsa di Herrera - nota intanto.
Incollato alla maniglia, ciondola l'estremità finale nel vuoto come una specie di grosso lombrico esangue, ma David semplicemente distoglie lo sguardo. Sistema il nodo della cravatta.
E senza dire nulla, distrattamente, lo prende in punta di dita per buttarlo nel cestino.



Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.


rosadeiventi: (Piume)
PIUME DI BOA
di Roh & Fata



Capitolo 4

Purple - Crushed Cherry





"Ash?"
Disteso a pancia sotto sul tappeto - un lapis infilato in bocca, crivellato dalle impronte degli incisivi - Dylan lascia andare uno sbuffo e solleva gli occhi dal quaderno di matematica, guardandosi intorno con aria truce.
Ci sono pulviscoli di sole, nella stanza - la luce sonnolenta del pomeriggio ristagna in un silenzio statico che si addensa nelle orecchie come polvere.
E suo fratello è seduto al computer. Chris sta leggendo una rivista, stravaccato sul letto.
Sono quelli i momenti in cui vorrebbe aver conservato almeno uno dei petardi di capodanno, o anche il semplice palloncino del luna park. Un sacchetto di carta. Qualunque cosa.
Dylan deve accontentarsi di sbattere la scarpa contro il bordo della libreria, invece, ed il tonfo che ne ricava non lo soddisfa per niente.
E' una scarpa da ginnastica, del resto. Non puoi ragionevolmente aspettarti troppo, da una suola in gomma.
"Ash?" ripete, indispettito. E' di pessimo umore.
La bambola sexy è stata miseramente smontata dal sarcasmo di un bruto, il suo piano è tutto da rifare e come se non bastasse ci si mettono anche i compiti di algebra, a rallegrare il pomeriggio.
"Ash!!!!!" strilla, tirandosi sui gomiti.
Ecco cosa stava facendo suo fratello, al computer: ascoltava musica!
Ascoltava musica così. Tranquillamente. Senza neanche degnarsi di far caso al suo malumore, senza mostrare un minimo accenno di empatia!
Vedendolo finalmente toglirsi l'auricolare dall'orecchio, Dylan pensa che dovrà ricordarsi di cancellare tutti quegli odiosi files dal disco fisso, prima o poi.
Tanto saranno i soliti Doors.
Sai che perdita…
"Ma porca paletta, ti ho chiamato tre volte! Tre volte tre!" brontola, cupo.
Dal letto - nota - Chris ha finalmente alzato la testa dalla rivista che sta leggendo.
Dovrà ricordarsi di strappare i suoi giornalini, anche. Farne coriandoli minuscoli e bruciarli sulla piastra del gas. Disperderne le ceneri.
Avanti di questo passo avrà bisogno di una segretaria personale, per tenere a mente tutte quelle urgenze.
"Ash?"
"Che c'è?" sospira suo fratello, senza voltarsi.
Allungando il braccio, Dylan si sporge a staccare lo spinotto delle cuffie. Assottiglia le palpebre, con aria battagliera.
"Domandi al bruto quanto fa sette per nove, per favore?" chiede, come se Chris neanche fosse presente. "E digli di passarmi la coca cola, già che ci sei. Ne voglio un sorso," aggiunge, indicando la lattina.
Sono giorni che vanno avanti così: nel momento stesso in cui Dylan ha preso la risoluzione di non parlare più a Chris, ha anche deciso che Ash avrebbe fatto loro da tramite.
E' capace di chiamarlo dalla cucina, se ne ha bisogno, per passargli un messaggio da girare all'amico. O di bussargli alla porta del bagno.
Svegliarlo mentre dorme, forse, è l'unico azzardo che ancora non ha avuto il coraggio di concedersi.
"Ancora?!?"
Esasperato, suo fratello si lascia andare contro lo schienale della sedia.
"Che palle. Ma quand'è che fate pace?" sbuffa, voltandosi verso Chris.
"Dì al pennuto che le tabelline si imparano a sette anni," risponde però l'altro, divertito. "E digli anche che la coca cola è mia. Che vada a prendersene una in cucina, se la vuole…"
Disgraziatamente per Ash, ha optato anche lui per quel genere di guerra fredda.
Sono giorni interi che Chris è il bruto. Dylan è diventato il pennuto in onore al suo boa di piume rosse - cosa che non manca mai di scandalizzarlo fino all'orrore.
"Ah!" esclama infatti. Indignato. "Quindi non solo il bruto non sa distinguere una quaglia da un boa, ma è anche omertoso! Digli che la racconti giusta," borbotta. "Cambia discorso perché non lo sa neppure lui, quanto fa sette per nove!"
"Ma farà qualcosa come cinquantaquattro…" taglia corto Ash, sporgendosi a riattaccare la spina dello stereo. "Numero più, numero meno…"
"Numero più, numero meno, ti salta l'espressione," ridacchia Chris. "Non so se conviene rischiare…"
"Puoi dire al bruto che qui l'unico a rischiare è lui, se non mi dice subito il risultato e non mi passa altrettanto subito la coca cola?"
"Puoi chiedere al pennuto cos'ha intenzione di farmi, se non ubbidisco?"
"Puoi rispondere al bruto che il legno del suo basso potrebbe essere perfetto, per affilarsi le unghie?"
E' un incubo.
A pranzo il padre dei gemelli si è eclissato senza finire neanche quel che aveva nel piatto - Dylan lo ha trovato poi in sala che guardava quasi in trance una televendita di materassi.
E la madre ha fatto finta di dimenticare le patatine fritte nel forno, pur di rispedire in camera i figli. Il più in fretta possibile.
La strategia difensiva di Ash, invece, non sembra funzionare con altrettanta efficacia.
Gli auricolari piantati nelle orecchie non sarebbero neanche stati un cattivo espediente, se il CD portatile non si fosse rotto mesi prima. Se non fosse rimasta che l'opzione di attaccarle allo spinotto del computer, le cuffie. E se il suddetto spinotto non si trovasse alla portata di Dylan, soprattutto, che suo fratello sa esser più molesto di una mosca. Più dispettoso di una zanzara. E più solerte di un intero formicaio, quando si tratta di romperti le scatole.
""Dee. Se succede qualcosa al mio basso sei morto, ok?" minaccia Chris, mentre Ash riattacca le cuffie e Dylan le ristacca di nuovo. E lui la riattacca. E l'altro la ristacca. "Morto, stecchito. Impiccato col tuo boa!"
"Ash?…"
Le sopracciglia si aggrottano appena, sotto i ciuffi rossi.
"Lo senti anche tu, questo brusio?"
"Potrebbero essere i miei nervi," risponde l'altro, chinandosi di nuovo ad inserire lo spinotto nel computer. "Stanno per saltare, Dee."
"Ma no, dai. E' come il ronzio di uno scarafaggio, lo senti? Viene da quella parte…"
Lo scarafaggio-Chris non sembra intenzionato a raccogliere, però.
"Ash," scandisce invece - distrattamente. "Di' al pennuto che sette per nove fa sessantatré. E che fossi in lui mi guarderei allo specchio, perché c'è un ciuffo che ha una direzione strana…"
"Che direzione strana???" scatta su Dylan, allarmato. "Che ciuffo???"
"Da queste parti…" ghigna l'amico, indicandosi un punto nella testa.
E lui salta in piedi, si precipita alla scrivania. Scosta Ash con un movimento brusco, si specchia nel monitor.
Gli sta venendo da piangere.
Il ciuffo è sul serio fuori posto - una lingua di rosso acceso che ondeggia solitaria sulla tempia. Un fuoco fatuo, quasi. Orrore.
Cercare di ridurla all'ordine sembra un'impresa disperata: più le dita cercano di schiacciarla, più la terrificante fiammella pare decisa a librarsi nell'aria.
Ma questo inconveniente - già di per sé piuttosto grave - diventa addirittura tragico se viene strumentalizzato dall'insensibilità abissale di certi elementi.
Dal suo giaciglio di cuscini e coperte avvoltolate Chris ridacchia, infatti, e Dylan sente di odiarlo con tutto se stesso. Con tutta l'anima.
Lo detesta!
Non soltanto ha la sensibilità di un panzer, il senso dell'umorismo di un beccamorto e la simpatia di una sanguisuga digiuna: ma non è neanche così biondo come gli era apparso i giorni scorsi, guardandolo bene.
Indispettito, si lecca il palmo della mano e se lo preme sui capelli, deciso a domare l'ammutinamento del ciuffo ribelle. Ash riceve una gomitata nelle costole, durante l'operazione.
Gli auricolari cadono per terra.
"Dee!" protesta il poveretto, lanciandogli un'occhiataccia.
Ma Dylan neanche gli fa caso.
"Puoi dire al bruto che lo odio?" grugnisce, invece. "Puoi dirgli che per quanto mi riguarda i suoi capelli sono stopposi, puzzolenti, irsuti e neanche per niente biondi?"
"Puoi dirglielo anche da solo," è la risposta che riceve, acida.
La pazienza di Ash è arrivata al capolinea, pare.
"Anzi, puoi pure non dirglielo," aggiunge suo fratello, infilando la porta. "Tanto, ti ha sentito comunque. Io me ne vado."
"Eh?"
"Me ne vado!" arriva lo strillo dall'altra stanza.
E Dylan rimane a fissare il rettangolo vuoto del corridoio - l'ombra immobile che si stende sul pavimento. La sedia scostata, in primo piano.
Sospira.
Basterebbe un minimo di riflessione e forse potrebbe anche arrivarci, a farsi un'idea del perché suo fratello sia fuggito in quel modo.
Disgraziatamente qualcosa di più urgente sta già distogliendo la sua attenzione da certe riflessioni: somiglia ad solletico leggero - un formicolio che dalla colonna vertebrale si avvolge intorno alla nuca. E pizzica la pelle. E la rende sensibile.
Mordendosi il labbro, trattiene un sorriso.
Sbircia con la coda dell'occhio il margine del campo visivo. Rabbrividisce.
Ha come l'impressione che gli occhi di Chris si siano posati sulla sua schiena - quando esattamente sia successo non saprebbe dirlo. Eppure adesso è sicuro che stiano scendendo piano, che scivolino lungo la curva delle spalle per spingersi sempre più in basso.
Ancora più in basso.
Si sta eccitando.
D'altra parte, pensa, era umanamente impossibile che l'amico non fosse per nulla toccato dalla sua irresistibile sensualità: probabilmente stava solo fingendo, quando ostentava indifferenza.
Forse era la presenza di Ash, ad impedirgli di lasciarsi andare. Forse l'orgoglio.
Chissà.
Del resto è risaputo che i maschi hanno la tendenza ad atteggiarsi in maniera odiosa, quando sono in presenza di altri esemplari del loro stesso sesso.
Così un eroticissimo boa di piume diventa un cappio per la forca.
Un ciuffo maliziosamente ribelle si trasforma in occasione per mostrarsi superiori. Rudi.
Sono teneri, in fondo!
Perché ecco che invece basta restare da soli - basta che il confronto con un altro maschio sia scongiurato, e la reputazione venga considerata ormai fuori pericolo - perché perfino Chris sia costretto a cedere al richiamo dei sensi.
Gli sta guardando la schiena, non c'è dubbio. Gli sta guardando il sedere.
E Dylan solleva il mento, soddisfatto, avvolgendosi il boa sulle spalle mentre si volta lentamente.
E lo guarda a sua volta.
E lascia andare un gemito scandalizzato.
Da non credere!!!
Il buzzurro non sta affatto guardando lui: sta leggendo la sua dannatissima rivista di musica! Con tutta la tranquillità del mondo, per giunta!
Come se niente fosse!
Fanculo alla raffinatezza: precipitandosi verso il letto, Dylan afferra il giornalino e lo sbatte per terra. Ci salta sopra con furore una volta. Due. Dieci.
Si getta sul materasso, isterico.
"Stronzobastardobruto!!!" strilla, sporgendosi ad azzannare un Chris ancora basito. "Spero che ti si liquefacciano le dannate corde del dannato basso e che ti colino sui capelli e che ti debbano rasare a zero per toglierti il metallo dalla testa e che quando esci dal barbiere un piccione ti lanci una cacca sulla rapa e che la cacca ti cementi i bulbi piliferi e che tu rimanga pelato a vita esattamente come un uovo sodo senza guscio!"
"Sei impazzito? Che diavolo ti ho fatto adesso?"
"Senza guscio! Un uovo sodo senza guscio!!!" esplode di nuovo la maledizione, mentre Dylan scalcia, e morde. E graffia.
Non lo diresti mai che possa rivelarsi così pericoloso, un esserino del genere.
"Dio, che palle!" sbotta Chris, cambiando la presa in modo da tenerlo fermo con più facilità. "Senti, Dee, litigare con te è divertente e tutto quel che vuoi, ma credi che potremmo fare una tregua, almeno per un po'? Giusto per riprendere fiato, dai. Che ti ho anche comprato un regalo, oggi… " aggiunge, con tono appena più conciliante.
E si sa: esistono da sempre parole magiche, capaci di operare prodigi.
Regalo è una di esse - la più potente forse: trasformare un vegetale in carrozza e quattro topi in cavalli bianchi non è che giochetto da fatine rincoglionite, se paragonato al miracoloso mutamento di una belva inferocita in sognante ragazzino.
Dylan si blocca di colpo, infatti. Si tira indietro lentamente, sbatte le ciglia.
"Hai detto… regalo?" domanda, mentre i lineamenti si ammorbidiscono in linee quasi infantili e si fa più suadente la voce. Più brillante lo sguardo.
Nulla da dire: la metamorfosi è sorprendente.
"Per me?" chiede ancora, avvolgendosi il boa intorno al collo. "Un regalo per me?"
"Per te, sì. Lo vuoi?"
"Se proprio ci tieni…" è la risposta, distratta. Ma cercare di nascondere l'entusiasmo è pura illusione: l'adrenalina ha già infiammato le guance - gli occhi si sono accesi di luce.
Perché a parte il doppio senso piuttosto eccitante di quella domanda, se Chris è andato sul serio a comprare un regalo per lui - se ha davvero speso del tempo per pensarlo, e per cercarlo, e per incartarlo - significa che Dylan può anche provare a rivedere le sue ultime posizioni nei confronti dell'amico e soprattutto - soprattutto! - significa che sta per ricevere un pacchetto!
Un pacchetto da scartare! Con dentro qualcosa!!
Quasi non sta nella pelle.
Quasi non riesce a trattenersi dal saltellare su e giù per la stanza e dal comunicare a tutti la novità e dal fare mille domande sulla sorpresa che lo aspetta. Quasi non riesce neanche a respirare, tanto è eccitato.
"Che regalo è?" chiede, impaziente.
In risposta, solo un sorriso divertito.
"Non vuoi provare a indovinare?" sogghigna Chris, mentre si sporge verso lo zaino gettato ai piedi del letto per recuperare un sacchettino.
Gli oggetti più preziosi stanno dentro pacchetti minuscoli - questo Dylan lo sa bene.
E l'incarto che si ritrova fra le mani adesso è davvero troppo piccolo perché lui possa trattenersi dal gridare, estasiato: "Oddio! Un diamante!!!"
Ha già immaginato il taglio. La lucentezza.
Se lo è già visto incastonato all'anulare e ha già abbagliato tutte le persone che gli sono passate per la mente. Qualcuno gli ha chiesto, invidioso: un anello di fidanzamento?
Lui ha risposto, senza scomporsi: non ho fidanzati.
Qualcun altro ha insistito: un dono del tuo amante?
Lui ha risposto: quale, esattamente?
"Era una battuta, vero?" interviene però Chris, riportandolo sulla terra.
E il sogno finisce lì - come ogni sogno che abbia bisogno del contributo dell'amico per realizzarsi.
Contrariato, Dylan scrolla le spalle.
Ma il pacchettino lo prende ugualmente - ci mancherebbe.
E se lo rigira fra le dita come faceva da piccolo con i regali di Natale, giocando ad indovinare il contenuto basandosi su indizi quali il colore della carta, o la bombatura del fiocco. L'adesivo del negozio, magari.
Sussultando, si lascia sfuggire un gridolino euforico: c'è l'etichetta della profumeria, nella parte inferiore del pacchetto!
Riconoscerla ed avventarsi con le unghie sulla carta è un tutt'uno.
"Uno smalto!!!!" esclama poi, quasi senza fiato. E ancora, in una specie di rantolo fioco: "Uno smalto color ciliegia spiaccicata!!!!"
Il diamante da settemila carati è finito dritto dritto nelle oscure soffitte degli oggetti dismessi: d'altra parte, potrebbe mai reggere il confronto con una tale meraviglia?
Esiste forse qualcosa che sia più desiderabile di uno smalto color ciliegia spiaccicata?
"Oh, Chris!" Commosso, Dylan si preme la mano sulla bocca.
E vorrebbe piangere - che fa tanto scena da film. Vorrebbe svenire. Ma è troppo eccitato per perder tempo a stramazzare sul pavimento: non esiste al mondo qualcuno più sensibile di Chris - pensa - qualcuno che abbia altrettanto buon gusto e che sia così straordinariamente perfetto. Non riesce a credere di aver pensato che neanche fosse biondo, solo pochi minuti prima!
Gettandogli le braccia al collo, lo bacia sulla fronte. E sugli occhi.
E poi ancora sulle guance, sulle tempie. Sulle labbra.
E' deliziato.
"Abbiamo fatto pace, quindi?" domanda l'amico, affondando le dita fra i suoi capelli. "Il mio basso è salvo, posso stare tranquillo?"
Sarebbe quello il momento: Dylan se ne rende conto quando sente la mano di lui scivolare sulla nuca - quando sente nascere quei brividi fin troppo familiari alla base del collo.
Basterebbe farsi un po' più vicino. Baciarlo di nuovo sulla bocca e aprire le labbra, stavolta.
Basterebbe così poco.
"Vado a provarlo: dev'essere fantastico!" esclama invece, perché nella vita è tutta questione di priorità: per quanto Chris possa esser biondo, uno smalto è sempre uno smalto! Deve stenderlo sulle unghie. Subito!
Il resto, di qualunque cosa si tratti, può benissimo aspettare.
"Osserva! Osserva il cromatismo vellutato del porpora, e l'aroma delicatamente fruttato della tonalità amarena…" mormora poi, morbidamente disteso sulla sponda del letto, mentre ruota il polso verso la finestra e soffia piano sul pollice appena colorato.
Ha uno spicchio di sole fra i capelli. Le ciglia, in controluce, sembrano sottilissimi filamenti di rame.
"Non dimenticherò mai che mi hai regalato uno smalto color ciliegia spiaccicata," aggiunge, sollevando sul volto di Chris uno sguardo colmo d'amore. "Mai, ne sono convinto. Mai per tutta la vita…"
"È un onore, sapere che verrò ricordato per qualcosa di tanto fondamentale..." risponde l'amico - solenne.
Ma a Dylan non passa neppure per la mente che stia facendo dell'ironia: Chris è rientrato nelle sue grazie, ormai, e lui si sente bellissimo. Sensualissimo.
Si sente in pace con l'universo intero.
"Il tuo basso non l'avrei mai toccato, comunque…" ammette, con una smorfia. "Era solo un bluff. Stavo barando."
E gli piace restare accoccolato vicino a lui - appoggiare la guancia sul suo petto e guardarsi le unghie. Avvolgersi nell'odore della sua pelle, sentire la stoffa della sua maglietta sotto le mani e ascoltare la sua voce. Ascoltarlo respirare.
"Se gli succedeva qualcosa me la pagavi. Questo lo sai, vero?"
"Non mi avresti mai fatto nulla, dai." Un risatina, beata. "Mi adori troppo."
Distrattamente, Chris scrolla le spalle.
"Non so cosa ti avrei fatto io" puntualizza, ridacchiando. "Ma di certo i tuoi genitori me l'avrebbero ricomprato nuovo. E quasi sicuramente avrebbero fatto pagare a te il conto. Hai idea di che conseguenze avrebbe avuto, sui tuoi fondi per i cosmetici?"
"Oh, nessuna conseguenza al mondo!" risponde lui, tirandosi a sedere.
Gli scivola addosso gattonando, poi. Occhi negli occhi, e movimenti felini.
"Tanto ci sei tu che mi compri regali… No?"
"Adesso non farci troppo l'abitudine," ammonisce l'amico. "Le mie finanze sono quel che sono, sia chiaro."
E lui non sa decidere se ha più voglia di baciarlo o di abbracciarlo. Di lasciarsi coccolare oppure di sederglisi sull'inguine e sfilarsi la maglietta. E guardarlo dall'alto. E sorridere.
L'erotismo fa sempre guerra con la tenerezza, quando si tratta di Chris.
E' un'altalena che Dylan non ha ancora trovato modo di fermare - che rende certi contatti completamente casti e carica altri di scosse elettriche sotterranee.
Anche in quel momento, è difficile decidere cosa sia più urgente.
Sentirsi bambino. O sentirsi adulto.
Il bivio di sempre. E nessuna idea di dove convenga dirigersi - nessun segnale.
"Mi dispiace di averti preso a morsi, l'altro giorno…" bisbiglia, nell'attesa di prendere una qualunque direzione. Ma le ginocchia stanno già premendo sui fianchi dell'altro, e l'orlo del boa gli è scivolato sulla spalla. Si è posato sul petto di Chris, in una nuvola rossa.
"E anche di averti graffiato," seguita Dylan, affondando gli occhi dentro i suoi. "E di averti pestato la rivista…"
"Non è un problema," risponde l'amico, sollevando il boa con un gesto distratto. "Mi sarebbe solo dispiaciuto se quella litigata fosse durata troppo... Ci terrei a passarle bene, queste ultime settimane."
"Si, già…" Un sorriso.
Dylan struscia il bacino contro l'inguine di lui - si sporge un poco verso le sue labbra.
"Pensa che peccato se non avessimo più avuto la possibilità di far pace, tu ed io…"
"Beh, prima di andarmene qualcosa mi inventavo comunque. E poi ti conosco: al momento dell'addio tirerai su una sceneggiata delle tue. Altro che guerra fredda e trattamento del silenzio."
Pausa.
"Hai già pensato a come vestirti, per l'occasione?"
Stavolta non arriva risposta, però.
C'è l'ombra della confusione più totale nelle pupille di Dylan, mentre dall'alto fissa le labbra dell'amico come se stesse cercando di decifrare una lingua sconosciuta. Come quando gli chiedi le tabelline, e ti guarda sconvolto. O quando lo svegli la mattina per andare a scuola.
In certi momenti, sembra davvero precipitare sulla terra da un mondo parallelo.
"Dee?" domanda Chris, aggrottando le sopracciglia. "Qual è il problema?"
"Problema?" ripete lui, stranito.
"No, è che mi sembri scollegato..."
Silenzio.
"Lo sapevi, vero, che stavo cercando casa? Non è che come tuo solito hai fatto finta di ascoltare mentre pensavi a tutt'altro e adesso caschi dalle nuvole?..."
Casa scandisce mentalmente Dylan, cercando di mettere a fuoco il concetto.
Cercando casa
"Cercando casa???" salta su infine, neanche gli si fossero spalancate improvvisamente le porte della divina onniscenza. "Chi stava cercando casa? Tu stavi cercando casa???" esclama, inorridito.
"Io e Alan. Da qualche mese. E te l'ho detto."
"Tu ed Alan!" strilla l'alrto, balzando gù dal letto. "Da qualche mese!!!" ripete, premendosi la mano sulla bocca. E si volta di nuovo verso Chris, poi, con gli occhi spalancati.
Gli punta l'indice contro, incredulo.
Assottiglia le palpebre.
"Come ti permetti di cercar casa mentre io sto per farmi baciare???"
"Tecnicamente, sei tu che ti sei messo a cercare di farti baciare quando io già l'ho trovata, la casa..."
"Ma perché sei infido come tutti gli uomini, perché occulti informazioni fondamentali al fine di raggiungere i tuoi loschi scopi! Ti pare che stavo a perder tempo con i giochetti erotici, se sapevo che volevi andartene? Ti pare che ci spendevo quattro mesi quattro, su un bastardo di piano che neppure funziona???"
"È per questo che sei così strano, ultimamente? Stai archittettanto uno dei tuoi piani?"
"E non cambiare argomento, adesso!" strilla lui, isterico. Ma in effetti qualcosa gli pare di ricordare, pensandoci bene: spezzoni di frasi captate per caso a tavola, discorsi ascoltati a metà. Come al solito, la gente non ha il minimo rispetto per le sue urgenze. Si mette a parlare di cose fondamentali senza considerare minimamente che lui potrebbe anche non stare ascoltando. Essere occupato con pensieri più importanti.
E' incredibile!
"E quando sarebbe, questo tuo fantomatico trasloco?" scandisce, cercando di calmarsi almeno un poco. Respirare.
E' inutile.
"Dee. Non cambierà niente, davvero…" risponde Chris, avvicinandosi con cautela.
"Dimmi. Quando. Sarebbe."
"Fra una settimana."
"Ah!" arriva allora l'urlo di Dylan. Agghiacciante.
Non riesce a crederci, dev'essere un incubo! Sette soli giorni per elaborare da capo il piano più complicato della storia, sette miseri miserrimi giorni!!!
La sua vita è finita.
Avrebbe fatto meglio a svenire quando ne aveva avuto l'occasione, quando ancora tutti sembrava bellissimo. E c'era lo smalto color ciliegia spieccicata.
E' un'ingiustizia…
"No, non puoi farmi questo!" geme, premendosi la destra sul cuore, mentre il fallimento si addensa all'orizzonte ed il futuro disegna nella mente gli scenari più inquietanti: una vita di privazioni e castità. Le ragnatele di Ash, nei pantaloni. La visione di un saio.
"Su, Dee… Mica potevo vivere per sempre a spese dei tuoi genitori, ti pare?"
Chris lo sta abbracciando - lo fa sempre quando lo vede disperato.
Eppure lui neppure se ne accorge, quasi. La sua mente sta già dibattendosi alla ricerca di una soluzione - la frustrazione sta montando in rabbia.
Vorrebbe deapitarlo. Appendere la sua testa sul pennone più alto del palazzo.
Usarla come parafulmine.
"Non vado poi molto lontano, dai…" lo sente sussurrare, dolcemente. "Soltanto un isolato da qui. Cinque minuti a piedi…"
"Che diavolo vuoi che mi importi se vai a vivere dietro l'angolo o nella Patagonia occidentale!" esplode, assestandogli un pestone sul piede. "Puoi anche traslocare su Urano, per quanto mi riguarda. Ma non fra una settimana!" strilla, fuori di sé. "Non fra una schifosissima misera settimana!!!"
Chris gli mancherà.
Gli mancherà chiacchierare con lui e Ash fino a notte fonda, al buio, quando la mattina dopo devi alzarti presto per andare a scuola e chiacchierare fino a notte fonda sembra la più trasgressiva delle imprese.
Gli mancherà spiarlo mentre si spoglia. Mentre si veste.
Rompergli le scatole quando parla al telefono o raggomitolarglisi vicino quando si sente triste.
Nascondergli le scarpe. Averlo fra i piedi.
Ma non ha tempo di pensare a questo, adesso: non ha tempo neppure di notare l'espressione basita sul suo volto, quando esce sbattendo la porta della stanza: i minuti passano veloci, inesorabili. Lui ha bisogno di un piano d'emergenza. E i sette giorni stanno già diventando sei virgola ventitrè ore virgola cinquantacinque minuti.
Se ha fatto bene il conto.
Anche su questo, come sul resto della sua vita, aleggia al momento il dubbio più fitto.

Capitolo precedente Capitolo successivo




Creative Commons License
Piume di Boa by Roh e Fata is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://rosaventi.altervista.org/copyright.html

rosadeiventi: (Piume)
PIUME DI BOA
di Roh & Fata



Capitolo 3

Red - You are a Doll



Un piano di seduzione non è cosa semplice, da elaborare.
Prima ancora dei dettagli strategici va messa a punto una vera e propria filosofia dell'evento, in quanto anche il sesso, come qualunque altra cosa, necessita di una solida base metafisica per esprimere a pieno le proprie potenzialità.
Fortunatamente la buona sorte ha aiutato Dylan anche in questo, palesandogli la via maestra dell'erotismo sotto forma di simpatiche caselline da spuntare in un altrettanto simpatico test della personalità.
Siete bambole o colonnelli? - recitava il titolo.
E lui neanche aveva dovuto perder tempo a terminarlo tutto: era stata una folgorazione!
La verità rivelata diceva che conveniva diventare una bambola - una perfetta bambola sexy disponibile a soddisfare le più inconfessabili fantasie maschili.
All'apparenza.
In realtà, la bambola sexy avrebbe inebriato gli uomini promettendo arrendevolezza incondizionata, per poi manovrarli a suo piacimento quando fossero stati abbastanza storditi da non rendersi neanche più conto di quel che volevano davvero.
Chris, fra l'altro, sembrava particolarmente adatto a subire un simile trattamento: Dylan se lo ricorda bene come si era rincoglionito un anno e mezzo prima, quando aveva incontrato Gabriel.
A volte lo sorprendevi a fissare il vuoto con lo sguardo ebete, a volte dovevi ripetergli le cose una decina di volte prima che le capisse.
Con Ash avevano fatto la prova, un giorno: lo avevano avvicinato in uno dei suoi momenti di astrazione, e gli avevano chiesto se si riteneva idiota.
"Sissì," aveva risposto lui. Distrattamente.
Loro si erano scambiati un'occhiata interdetta.
Ovviamente, con tali precedenti, Dylan era ragionevolmente sicuro di aver optato per la scelta più adatta, riguardo l'impostazione del suo piano.
Mancavano solo i dettagli, a quel punto: la realizzazione della bambola sexy.
Ma una bambola sexy credibile era nondimeno un capitolo essenziale, nell'elaborazione di una strategia vincente: servivano sguardo suadente, labbra invitanti.
Abbigliamento attentamente studiato per mostrare e non mostrare.
E l'atteggiamento giusto, naturalmente.
Prepararsi di fronte allo specchio avrebbe falsato ogni prospettiva: per fortuna, lui poteva contare su un gemello identico a se stesso per valutare l'effetto del proprio corpo dall'esterno.
Sarebbe bastato non farlo camminare. Non farlo proprio muovere - che altrimenti l'enorme disparità di eleganza si sarebbe notata.
Ma per il resto, Ash era adattissimo!
Guardandolo adesso, dal suo punto d'osservazione privilegiato sul davanzale della finestra, Dylan medita che rimane a questo punto un solo particolare di cui occuparsi.
Particolare non trascurabile, purtroppo: convincere suo fratello a collaborare.
Un'altra settimana di piatti da lavare non la reggerebbe.
Deve inventarsi qualcos'altro, per renderlo malleabile: puntare sulla tenerezza, magari.
Difficilmente Ash riesce a dirgli di no, quando lo vede triste.
Potrebbe funzionare. Forse.
Meglio passare subito all'azione, in ogni caso…
"Ash?" chiama, in un sospiro flebile.
Dal letto, suo fratello solleva la testa.
Tiene un libro di storia aperto fra i gomiti - la guancia pigramente affondata nel palmo della mano. E si sta annoiando a morte, Dylan ne è sicuro.
Per fortuna, la miracolosa congiunzione astrale della buona sorte sembra essere ancora in atto: distrarre Ash non è difficile, quando sta studiando.
È sufficiente rendere lo sguardo vacuo, reclinare la testa contro la parete e sospirare mestamente.
Come quando vai a pesca, in un certo senso.
Getti l'amo. Attendi.
E lo sai da subito, che prima o poi il pesciolino abboccherà.
"Stai male?" domanda infatti suo fratello, aggrottando le sopracciglia.
A questo punto, bisogna lasciar passare qualche secondo prima di rispondere.
La tensione deve crescere - Ash si deve preoccupare.
Un altro sospiro sconsolato ci sta decisamente bene, nel frattempo.
"Non so, non so davvero…" mormora poi Dylan, con un filo di voce. "Mi sento strano…"
"Che hai?"
"Hm…"
Stancamente, si abbandona contro la parete. Sospira ancora, in maniera quasi straziante. "Sono molto avvilito, Ash…"
"Avvilito?" chiede suo fratello, già meno preoccupato. "E perché saresti avvilito, scusa?"
Si è tirato a sedere, intanto.
Ha incrociato le gambe sul materasso - ha puntato i gomiti sulle ginocchia.
Distoglierlo dai compiti, prevedibilmente, si è rivelato un gioco da ragazzi: ben più difficile sarebbe stato se avesse avuto gli auricolari nelle orecchie, e la voce di Jim Morrison caricata sul CD. In quel caso, la sensibilità di suo fratello si riduce radicalmente - non importa chi stia male. O per cosa.
Bisogna saperlo prendere nei momenti giusti, Ash.
Per fortuna, Dylan è un genio anche in quello.
Come in tutto il resto, naturalmente.
"Sono avvilito perché mi sento orribile…" risponde - gli occhi persi nel nulla.
Sta per dire la sua frase ad effetto: serve ancora un attimo di silenzio, quindi. Le pause sono importanti tanto quanto le parole - il maestro di musica lo ripete di continuo.
E funziona.
Quando torna a parlare, quasi si spaventa da solo.
"Ti eri mai accorto, tu, di quanto siamo terribilmente brutti?" domanda, rabbrividendo.
Dal letto, anche suo fratello sgrana gli occhi.
"Ma sei scemo?"
In risposta, un altro sospiro sconsolato.
"Mostruosi, Ash. E la cosa terribile è che non serve neanche coprire gli specchi: ci sei sempre tu! Mi basta voltare la testa, per prendermi un infarto…"
A dimostrazione di quel che ha appena detto, Dylan si gira, lentamente.
Sussulta appena, quando gli occhi incontrano la figura dell'altro.
"Ecco, guarda. Guarda!" geme, premendosi la mano sulla bocca. "Dio, sei orripilante!"
"Ma vaffanculo: non sono orripilante," borbotta Ash, lanciandogli un'occhiataccia.
Socchiudendo le palpebre, poi, si sporge in avanti.
Lo squadra attentamente, inclinando la testa di lato.
"Sei sicuro di non stare male, comunque? Sembri un po' pallido. Vado a chiedere il termometro a mamma?"
"No, ti prego! Resta con me…"
"Va bene."
Pausa.
"Vuoi sdraiarti?"
"Non servirebbe, temo…"
Suo fratello inarca un sopracciglio.
"Quindi cosa intendi fare?"
"Morire," singhiozza lui, lasciando che la voce si spezzi sull'ultima sillaba. "Morire subito. Facciamolo insieme, Ash. Oh sì, ti prego: facciamolo insieme!"
Balza giù dalla finestra, allora. Afferra l'altro per le spalle.
Ha sempre avuto un discreto talento per la recitazione, Dylan.
Forse avrebbe anche iniziato una promettente carriera come attore, se non si fosse sempre premurato di tenere accuratamente nascoste certe sua qualità.
Non avrebbe più potuto ingannare nessuno, altrimenti.
E fingersi malato è una cosa che gli ha fatto comodo spesso, quando si è trattato di sfuggire a qualche compito in classe.
"È l'unica soluzione dignitosa, l'unica strada percorribile per esseri disgustosi come noi!" sta gemendo adesso, gli occhi fissi in quelli di suo fratello. Le mani avvinghiate alla sua maglietta - lo sguardo spiritato.
"Pensa, pensa a quando vorrai lavorare come commesso in un negozio di smalti per unghie e ti diranno che non puoi perché spaventi i clienti! Pensa a quando cercherai di baciare Cathy e lei ti pianterà un paletto di frassino nel petto! Ash, dobbiamo essere coraggiosi: bisogna metter fine a tanta sofferenza, deciderci al passo estremo! Tu ucciderai me, e io poi ucciderò te! Ti supplico, facciamolo adesso! A meno che…" aggiunge, fermandosi di colpo.
Sbatte le ciglia, allora, come colto da una rivelazione improvvisa.
Si preme la mano sul petto.
Trattiene il fiato.
"A meno che…"
"Sei davvero sicuro di non avere le febbre, Dee?" domanda l'altro, corrugando la fronte. "Perché, lasciatelo dire: mi sembri ancora più sconclusionato del solito…"
Ma lui scrolla la testa, deciso.
Si concentra affinché gli occhi appaiano ricolmi di una luce ispirata. Quasi mistica.
"No, Ash: ascolta! Mi è venuta un'idea che potrebbe salvarci entrambi!" rivela, entusiasta. "Lavoreremo insieme al nostro miglioramento, tu ed io. Come una squadra! Io, che sono più intelligente ed ho uno spirito più raffinato, ti sistemerò in modo che tu possa apparire stupendo. E tu, che tanto non saresti capace di fare altro, fungerai da modello!"
Chi mai potrebbe rifiutare una simile proposta?
Soddisfatto, Dylan inarca le sopracciglia.
Lo sguardo che suo fratello gli riserva, però, non sembra particolarmente convinto.
"In pratica, vuoi che mi metto i tuoi vestiti per vedere che effetto farebbero su di te," borbotta, diffidente.
"Ma no! Sarà un intervento molto più strutturale, capisci?"
Senza attendere risposta, Dylan torna ad arrampicarsi sul davanzale.
Gambe penzoloni, accavalla le ginocchia.
"Vedi, a volte l'atteggiamento è tutto," spiega ad Ash, pazientemente. "È come nelle foto, no? Prendi quella del matrimonio di mamma e papà. Hai presente che razza di figo sembra nostro padre, in quella fotografia? E ti pare che sia appena passabile, nella realtà?"
"A te sembra che papà sia figo, nella foto del matrimonio?"
"Oh, ma perché devi sempre contraddirmi in tutto!" sbuffa lui, esasperato. "Era per farti un esempio, no? Quel che voglio dire," riprende, sospirando, "è che se assumi il giusto atteggiamento - la giusta posa, insomma - potresti apparire bellissimo perfino tu! È su questo che lavoreremo, Ash. Portamento e impatto. Spogliati, su," termina, distrattamente.
E si sarebbe aspettato uno strillo scandalizzato, a quel punto.
Era già pronto al piano d'emergenza.
Dimentica sempre troppo facilmente che Ash si presterebbe di buon grado a qualunque cosa, pur di non dover studiare. Non è neppure la prima volta che lo veste in modo strano: il giorno prima dell'interrogazione di matematica era riuscito perfino a truccarlo.
Ora che ci pensa, anche domani c'è una verifica in classe.
È fuor di dubbio che sia davvero il suo periodo fortunato, questo.
"Che vestiti vuoi mettermi?" si informa intanto suo fratello, sospettoso.
Ma non sembra particolarmente restio.
Adesso, tutto sta nel procedere con calma. Contenere l'eccitazione e agire d'astuzia.
"Stai tranquillo. Non voglio metterti nessun vestito, Ash," lo rassicura Dylan, suadente. "Te l'ho spiegato, no, che voglio solo affinare la tua postura…"
"E non puoi affinarmela vestito?"
"Posso, certamente."
Pausa.
"Ma non so, capisci, se alla fine dei conti lo preferiresti…" insinua, sibillino.
"Eh? E perché?"
"D'accordo," sospira lui, saltando giù dal davanzale. "Vado a prendere la biancheria di mamma, allora. Tanga o slip? Hm… Magari un perizoma, sì! E per le calze, gradisci un venti denari o la classica…"
"Ma sei pazzo?" strilla Ash, tappandogli la bocca. "Totalmente, pazzo!"
Gli occhi fissi nei suoi, sbatte un istante le ciglia - prima di sbuffare e indietreggiare di un passo, cominciando a sfilarsi la maglietta.
"Cosa devo togliermi, su?"
Quasi non riesce a crederci, Dylan, di esser stato tanto terribilmente convincente: entro un'ora anche la fase più complicata del piano potrà dirsi perfezionata, e lui sarà finalmente in grado di mutare se stesso in una perfetta bambola sexy!
Ormai nessun ostacolo sembra ostacolarlo nel raggiungimento del suo scopo. Basta che studi bene l'effetto che fa suo fratello.
Se non avesse avuto alcun gemello, come se la sarebbe cavata?
Non vuole neppure pensarci.
Gli vengono i brividi.
"Sisì: togliti pure la maglietta," dice ad Ash, sventolando l'orlo del suo boa. "E poi magari anche le scarpe, già che ci sei. E i calzini."
"Basta che mi tieni il tuo robo lontano," borbotta l'altro, saltellando su un piede solo. "E che non mi metti addosso niente di rosa."
"Niente di rosa, no. Non preoccuparti."
Il rosa non è colore da bambola sexy, del resto. Troppo soft.
Sarà anche seducente, Dylan non lo mette in dubbio, ma ha un effetto lento: come ubriacarsi con l'aperitivo, per capirsi. A lui serve qualcosa che sia d'impatto, invece.
Qualcosa che recida d'un colpo tutte le sinapsi maschili.
"Togliti anche i jeans," dice intanto, continuando ad agitare distrattamente le piume del boa. E quando solleva gli occhi, e vede Ash mezzo nudo, in attesa: "Beh?" domanda, alzando un sopracciglio. "Credi forse di esser carino, con quei ridicoli boxer dell'uomo ragno?"
v "Non sono dell'uomo ragno!" protesta lui, subito.
"Vuoi dire che la ragnatela l'hanno fatta da soli?" Dylan ridacchia. "Il tuo rifiuto per il sesso sta producendo effetti preoccupanti, lascia che te lo dica…"
"Dio, se sei stronzo!" sibila allora Ash, incrociando le braccia. "Che poi, non avevi una missione da compiere, invece di sfottere le mie mutande? Che aspetti?"
E lui scrolla le spalle, sospirando.
Tace, pazientemente, in attesa che l'altro si decida a spogliarsi del tutto.
Eppure, malgrado suo fratello sia tanto arruffato, Dylan rileva che l'effetto complessivo non è niente male, anzi. Forse i capelli spettinati sono un'idea geniale, perfino: suggeriscono l'idea di qualcosa di lascivo. Sesso allo stato puro. Sesso selvaggio.
Avvicinandosi ad Ash, lo fa sedere sul letto.
Lo osserva con attenzione ancora una volta, quindi.
Riflette.
E poi gli affonda improvvisamente le dita nei ciuffi rossi, strofinandoli con forza. Neanche deve lottare contro la sua resistenza, tanto è riuscito a prenderlo in contropiede.
"Devi farmi lo scalpo, per affinarmi?" si limita a borbottare suo fratello, chinando la testa.
Ma lui gli solleva il mento, lo studia da ogni prospettiva.
Soddisfatto, annuisce convinto.
"Prova ad immaginare di essere un leone, Ash," lo invita, euforico. "Fai un attimo Roarrr!"
"Ma ti sei rincoglionito proprio del tutto?"
"E su, che ti costa? Un attimo!"
"Non mi metto a farti Roarr! Ma dai!"
Alla fine una bambola sexy non ruggisce - si consola Dylan, mentre torna ad allontanarsi. Mentre misura la stanza con passi assorti, intrecciando distrattamente le dita nelle piume del boa.
L'aspetto spettinato lo convince, comunque: adotterà quello, con Chris.
Adesso ci vuole solo qualcosa di rosso da indossare - ha anche già in mente l'esatta sfumatura.
Decisa ma non invadente, invitante ma non esplicita.
Accondiscendente. Ma non sottomessa.
Quelli che producono smalti per unghie l'hanno inventata da tempo: si tratta del rosso sei-una-bambola. Il colore mangia-uomini.
La resa incondizionata dei neuroni maschili.
La prima volta che l'ha visto, Dylan ha creduto che il segreto stesso dell'universo gli si fosse rivelato miracolosamente dentro la profumeria.
Eppure, dove trovare un indumento di quel colore?
Un indumento che mostri e non mostri, oltre tutto?
"Uffa!" esclama, lasciandosi cadere sulla sedia. "Sai se in casa c'è qualcosa color sei-una-bambola?"
"Scusa?" protesta suo fratello. "Che razza di colore sarebbe, il color sei-una-bambola?!?"
"Rosso. È rosso," risponde lui, agitando il boa.
Ed è in quel momento che si rende conto di averlo esattamente sotto il naso, il rosso sei-una-bambola!
Quasi rovescia indietro la sedia, mentre scatta in piedi. Mentre si sfila il boa dal collo, euforico, per saltellare ad avvolgerlo intorno ai fianchi di Ash.
"E stai buono, non ti agitare!" brontola, tenendolo fermo.
"Ma tu sei pazzo," grida suo fratello, aggrappandosi alla sua spalla. "Com'è che nessuno se n'è accorto prima? Pazzo!"
Chiaramente, lui neppure lo ascolta.
Il nodo è fatto, ormai, le piume svolazzano morbide sui fianchi. E Dylan muove un passo indietro, estasiato, per ammirare la propria opera da una prospettiva più ampia.
Non c'è niente da fare: è un genio!
Riuscirà anche a togliere quell'espressione inorridita dal viso di Ash, ne è sicuro. Ormai niente può interporsi fra lui e la messa a punto del suo piano! Chris cadrà semplicemente ai suoi piedi. Altro che quel coso nero di Gabriel! Lui sì che è un vero artista della seduzione.
Un virtuoso, quasi.
"Ash. Morditi le labbra," esclama, trattenendo a stendo l'euforia. "Ma forte, eh! Mordi forte!"
"Certo, perché tanto è evidente che sono masochista!"
"E su! Serve per farle diventare gonfie. E rosse. Mordi, dai!"
"Ma che cazzo, non mi avevi detto che nella tua testa fine fa rima con porno!"
"Oh, quanto sei polemico!" sbotta Dylan, avventandoglisi addosso.
Ha fretta, adesso: mica può star dietro alle paranoie di suo fratello!
Se non vuol mordersi da solo ci penserà lui, decide. Poco gli importa se l'altro scalcia, intanto. E si divincola. E strilla, sopraffatto dall'orrore: "Ma sei anche cannibale, ora?!?"
Le labbra devono apparire carnose, e rosse.
Non può rinunciare ad un particolare così importante.
Tutto deve risultare perfetto, se vuol davvero rendersi conto di come potrebbe apparire lui stesso agli occhi di Chris. Non può permettersi alcuna approssimazione.
Manca così poco…
Eppure, si sa: l'universo è in movimento.
C'è chi dice si espanda. Chi ritiene stia collassando su se stesso. Teorie.
Diatribe oziose.
Che diamine importa se lo stronzissimo si allarga o si restringe, quando alla fine è l'assenza di staticità stessa a creare danni?
Le congiunzioni astrali di Dylan erano perfette, fino a due minuti prima. Adesso invece la porta si è spalancata improvvisamente. Lui ha bloccato i movimenti.
E quando gli occhi scorgono la figura di Chris, sulla soglia della stanza - quando vedono la sua espressione allibita, le sue labbra aperte di sorpresa - lui capisce in un attimo che il vento della buona sorte ha definitivamente cambiato direzione.
"Ma che diavolo….?"
L'amico li sta fissando, impietrito, e Dylan non saprebbe dire se siano i suoi denti ancora affondati nel labbro di Ash, a fargli questo effetto, o le unghie dell'altro piantate della sua schiena. Non saprebbe dire se sia la situazione inattesa. Lo stupore.
Non si rende conto.
Quel che è certo è che la reazione che Chris mostra nel realizzare che suo fratello è nudo - nell'accorgersi delle piume rosse del boa, sui suoi fianchi, e dell'acconciatura selvaggia che lui tanto accuratamente ha realizzato - non ricorda affatto quella di qualcuno assalito da un impeto di incontenibile eccitazione.
Quasi non riesce a crederci quando, dopo i primi istanti di smarrimento, lo sente scoppiare a ridere in quel modo. Ha perfino le lacrime agli occhi - nota. Perfino quelle!
E si tiene le braccia premute sulla pancia, come se dovesse esplodere da un attimo all'altro.
"Potresti anche darmi una mano invece di fare lo stronzo!" protesta Ash, cercando di liberarsi.
"Voglio dire," aggiunge. "Lo vedi da te che è impazzito!"
Ma l'amico continua a ridere anche mentre si avvicina. Anche mentre si china ad afferrare il braccio di Dylan, e lo tira in piedi. E lo allontana dall'altro, tenendolo a distanza.
Probabilmente erano anni che non si divertiva tanto.
"Non sono sicuro di voler sapere," commenta, lanciando un'occhiata al boa. "Cos'è, giocavate agli uomini primitivi? In mancanza di pelliccia…"
Ed è quello l'affronto definitivo: declassare un regalissimo boa al rango di pelliccia!
Dylan si lascia sfuggire un gemito scandalizzato - si preme una mano sulla bocca.
Inorridito, si decide a far scorrere lo sguardo lungo il corpo di Chris soltanto per dover ammettere che no, non è affatto eccitato. Continua a sghignazzare come il più bastardo dei bastardi, invece.
Come osa???
Ridere della sua bambola sexy! Della sua arte!!
Non avere neanche il buon gusto di eccitarsi un pochino - almeno per far vedere l'impegno! La buona volontà!
Non è possibile!
Quando la rivista del parrucchiere parlava dell'insensibilità abissale degli uomini, Dylan non avrebbe mai creduto che si potessero toccare sul serio livelli così infimi.
La sua vendetta sarà terribile - medita.
Ormai non c'è più nulla che Chris potrebbe dire o fare per rientrare nelle sue grazie. La loro storia è arrivata al capolinea!
E lui si precipita di nuovo addosso ad Ash, con gli occhi iniettati di veleno.
"Ridammi subito il mio boa! Ridammi il mio boa, ladro!" strilla, avvinghiandosi ai suoi fianchi.
Un gemello serve anche a quello, in fondo: quando la persona che vorresti picchiare è troppo più robusta di te, puoi sempre declinare su di lui.
E puoi sempre approfittare del fatto che il bastardo sia occupato a separarvi per allungargli un calcio nello stinco. E pestargli un piede. E mordergli la mano.
La vendetta successiva, ovviamente, sarà togliergli il saluto.
Ma questo dopo. Più tardi.
C'è ancora la possibilità di piantargli le unghie nel collo, adesso. Per fortuna.
E quest'ultima occasione, Dylan, non ha proprio intenzione di lasciarsela sfuggire.



Capitolo precedente Capitolo successivo



Creative Commons License
Piume di Boa by Roh e Fata is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://rosaventi.altervista.org/copyright.html
rosadeiventi: (Piume)
PIUME DI BOA
di Roh & Fata





Capitolo 2
Pink - Sailors Delight

(Rating del capitolo: per Tutti)






Una volta, quando erano piccoli, qualcuno lesse ai gemelli la storia dell'Uomo Invisibile.
Di tutto il racconto, adesso, Dylan ricorda poco o niente. Una cosa, però, è ben impressa nella memoria: che essendo invisibile, l'uomo invisibile era come non avesse corpo.
Nessuno avrebbe potuto dire con certezza dove fosse; camminava fra la gente, e i suoi passi non facevano rumore.
Esattamente su questo aveva giocato Ash, per mesi interi, divertendosi ad instillargli il dubbio che anche la loro camera brulicasse di uomini invisibili.
Lui non avrebbe mai potuto verificare. Non c'era modo di togliersi il sospetto di dosso.
Neanche suo padre, che pure si alzava nel cuore della notte per assicurargli di stare tranquillo, appariva troppo credibile: evidentemente, se l'uomo invisibile era invisibile, neppure lui poteva esser capace di vederlo.
Dylan ha trascorso il periodo più spaventoso della sua vita, durante quell'inverno.
Ma adesso quell'esperienza sembra tornargli utile, finalmente, perché se è vero quel che ha letto nella rivista di sua madre, che la maggior parte dei farmaci funzionano unicamente per effetto placebo, allora significa che l'autoconvinzione ha un potere impensato.
E che a lui basterà concentrarsi sull'idea della propria invisibilità per scivolare giù dal letto senza svegliare suo fratello. Per attraversare il corridoio senza che suoi genitori lo notino. E per spiare nella serratura del bagno in tutta tranquillità, senza destare sospetti.
Sono le sette del mattino, rileva.
Tutto tace.
Ed anche se non ha mai avuto il coraggio di alzarsi ad un'ora tanto antelucana, Dylan ha deciso che Ash non è stato granché esauriente, riguardo ad una certa questione.
Non è stato esauriente affatto, per esser precisi.
E lui, quindi, deve assolutamente verificare di persona. Deve approfittare del fatto che in casa ci sia quella calma insolita - sonnolenta - per seguire in silenzio i passi che Chris ha percorso neanche cinque minuti prima.
Era perfettamente sveglio, quando l'amico si è alzato.
Non gli è sfuggito il fatto che si sia diretto verso il bagno con i vestiti sotto braccio.
Probabilmente farà una doccia. Come tutte le mattine.
Ma questa mattina, finalmente, lui è invisibile. L'autocoscienza si è destata.
I dubbi non fanno più parte della sua vita, ormai.
Fine delle domande.
Consapevolezza.
"Sono invisibile," bisbiglia, sottovoce, mentre sguscia fuori dalle lenzuola. Mentre allunga la mano verso il fondo del letto, e recupera il suo boa. E se lo avvolge intorno al collo. E sorride.
"Sono invisibile. Invisibile," ripete, mentre si alza.
Il pavimento è freddo, sotto i piedi, ma lui scrolla le spalle e continua a camminare verso la porta, un passo dopo l'altro: è invisibile, dopo tutto. Non può sentire freddo.
Come non può temere di esser visto, quando passa di fronte alla camera dei suoi genitori.
La porta è appena socchiusa - nota. Da dentro, non arriva alcun rumore.
Così Dylan può concentrarsi sul suono dell'acqua che giunge da lontano, sul battere del proprio cuore. È un po' nervoso. Deve ammetterlo.
Ma questo non gli impedisce di sentir crescere l'emozione, mentre si piega di fronte alla porta del bagno.
Il boa gli scivola sulla spalla, lentamente.
Lui lo lascia scivolare.
Trattenendo il respiro, accosta l'occhio destro al foro della serratura. Ruota appena la chiave, per avere una visuale più ampia.
Si morde il labbro.
Mette a fuoco.
"Ma uffa, che palle…" borbotta, quando si accorge che la prospettiva è invasa di un vapore denso. Biancastro.
E sì che si era perfino eccitato, anche. Per nulla!
Contrariato, soffia leggermente dentro la serratura.
Aggrotta le sopracciglia, soffia di nuovo.
Torna a spiare nel foro, inquieto.
Ed è in quel momento, mentre già sta pensando di dover rinunciare, che finalmente accade il miracolo: il rumore dell'acqua tace d'improvviso, oltre la porta - lo sportello della doccia si spalanca. Il cuore schizza in gola, come uno schianto.v Il vapore, lentamente, inizia a diradarsi….
"Dylan? Che stai facendo?"
Con uno scatto fulmineo, lui raddrizza la schiena: sua madre è in piedi contro lo sfondo del corridoio - le braccia incrociate sul petto. Un sopracciglio sollevato.
E non ha affatto l'aria di qualcuno che stia guardando una parete bianca.
Per nulla.
Sbattendo le ciglia, Dylan lancia un'occhiata in basso. In effetti anche lui può vedere le proprie gambe, nota. Avrebbe dovuto dar retta a suo fratello, quando sosteneva che su quelle riviste scrivono solo stronzate. Anche Chris lo aveva confermato.
L'uomo invisibile, purtroppo, è stato una fregatura su tutta la linea.
"No, nulla: stavo solo…"
Dylan si schiarisce la voce.
Mordicchia nervosamente le labbra, esitando.
"Stavo solo controllando che Chris non soffocasse…" balbetta, maledicendosi per la stupidità della scusa. "Fa un vapore terribile, quando usa l'acqua calda… Potrebbe soffrire d'asma senza saperlo. A volte ci sono queste persone, sai. Come quelli allergici agli antibiotici…"
Per un lungo istante, la donna si limita a squadrarlo - impossibile capire cosa pensi, o cosa stia per dire. Dylan non è neanche troppo sicuro di volerlo sapere sul serio, alla fine.
I dubbi non gli paiono più così terribili, d'improvviso.
Eppure quando la sente sospirare - quando la vede portarsi una mano alla fronte, rassegnata, e scrollare lentamente la testa - ha come la sensazione che rimanere nel dubbio, stavolta, non sia davvero possibile.
"Va' a svegliare tuo fratello," dice la donna, voltandosi verso la porta della sua stanza da letto. "E scendete in cucina. Credo sia arrivato il momento di farlo davvero, quel discorso…"
"Che discorso?" deglutisce lui.
"Cose probabilmente inutili che non è il caso comunque di dare per scontate," risponde sua madre, e Dylan prova a dare un senso minimamente più comprensibile a quella frase mentre si stringe nel suo boa e torna sui propri passi per rientrare in camera, lanciando un'ultima occhiata alla porta del bagno.
Inspira, quando la penombra della sua stanza lo avvolge.
Lentamente, si siede sul letto dove dormono lui ed Ash. Piega un ginocchio sul materasso.
Punta l'indice sul naso di suo fratello, sospirando.
"Ash?"
In risposta, soltanto un grugnito.
Accompagnato da uno schiaffo poco convinto sulla mano, per completare il buongiorno.
"Ash?" ripete lui. Evitando di toccargli il naso, stavolta.
E finalmente l'altro sospira, premendo il viso contro il cuscino come per soffocare ogni interferenza estranea.
Dylan lo sa bene, quanto detesti esser svegliato: cerca sempre di non farlo, se non è necessario, e se proprio deve si sforza comunque di usare la massima delicatezza.
Quando lo sente mormorare, confusamente: "Che c'è?", quasi non ha il coraggio di dirgli che deve già alzarsi. Per colpa sua.
Si sente mortificatissimo. E inquieto.
"Ash, è successa una catastrofe…" mormora, fissando lo sguardo sull'intreccio nervoso delle proprie mani.
"Hm."
Un altro sospiro - più lungo.
"Che hai combinato?"
Silenzio.
"Sai quella faccenda di Chris?"
"Non puoi svegliarmi per parlarmi di questo…" geme suo fratello, stringendo con più forza gli occhi. "È traumatico!"
"Se tu non avessi l'abitudine di traumatizzarti per così poco," ribatte lui, cupo, "io non avrei avuto bisogno di andare a verificare di persona la questione, stamattina, e adesso non dovresti alzarti all'alba per scendere in cucina ad ascoltare cose probabilmente inutili che non è il caso comunque di dare per scontate!"
Ash apre un occhio.
"Eh?"
"La mamma mi ha sorpreso mentre cercavo di spiare Chris dalla serratura del bagno," spiega allora Dylan, in un bisbiglio. "E ha detto di svegliarti e di scendere a fare un discorso…"
Pausa.
"Ash? Credi che mi allontaneranno da casa?" domanda, allarmato. "Sono ancora piccolo, non possono farlo! Non sarebbero mai capaci di separarci, no?"
"Ma figurati."
Sbadigliando, suo fratello si tira a sedere.
Si passa una mano tra i capelli, scalcia via le coperte.
Scrolla le spalle, distratto.
"Probabilmente vorranno ricordarti che guardare dalla serratura non è una bella cosa," commenta, sbadigliando.
"E perché vogliono che ci sia anche tu, allora?"
Solerte, Dylan gli passa i jeans.
"Stanno per darci una notizia spaventosa, me lo sento…"
"È che dobbiamo soffrire insieme, lo sai. È tipo maledizione. Come quando uno dei due deve andare dal dentista, che ci finisce anche l'altro."
"Io mi sento che devono darci una notizia spaventosa," ripete lui. Abbattuto.
E cerca di stare quanto più vicino possibile ad Ash, dopo, mentre scendono le scale per raggiungere la zona giorno con passi ancora incerti. Assonnati.
Sul fuoco, il bollitore del latte borbotta una melodia tetra.
Presagio di sventura, forse.
Lui affonda i denti nel labbro, preoccupato.
"Oh: eccoli," dice suo padre, non appena si affacciano alla soglia della cucina.
Anche sua madre solleva gli occhi dalla colazione, quindi.
Prima ancora che lui possa trattenerlo, Ash scivola a sedere al tavolo con loro e inizia a spiare dentro le ciotole, incuriosito.
"Dylan."
La voce di sua madre è calma - quasi rassicurante.
"Stai tranquillo. Non siamo arrabbiati."
"Vieni. Siediti," lo invita suo padre. Con un sorriso.
Lui allora sposta lo sguardo dall'uno all'altro - cerca di farsi coraggio. Inspira.
E finalmente si decide ad entrare in cucina, cautamente, neanche stesse camminando su un terreno infestato di mine inesplose.
Non si sente imbarazzato per quello che è successo - non è mai stato l'imbarazzo, il suo problema principale, quanto piuttosto il terrore congenito di venir allontanato da Ash, prima o poi. Per qualche ragione. Da qualcuno.
Ogni volta che succede qualcosa, Dylan si riscopre terrorizzato come quando era bambino.
Allora temeva che potessero essere gli gnomi a separarlo da suo fratello. Rapirlo di notte e condurlo nel loro regno sotterraneo, dove sarebbe stato costretto a vivere da solo per l'eternità.
Adesso che è cresciuto, solo gli gnomi sono scomparsi. Non le paure.
Per questo forse gli viene istintivo andare a sedersi accanto ad Ash - il più vicino possibile - ed intrecciare la gamba con la sua mentre suo fratello domanda, per nulla preoccupato: "Il caffè è già fatto?"
Sorride timidamente a suo padre, intanto, nella speranza di fargli tenerezza.
Controlla l'espressione di sua madre. I suoi gesti. La praticità quotidiana con cui versa il caffè nelle tazze, con cui allunga verso di loro uova fritte e bacon.
Ha voglia di piangere.
Proprio non sa spiegarsi come possa esser così tranquillo, Ash. Come riesca a mangiare fette di maiale morto e pulcini abortiti in una circostanza tanto nefasta. Le tragedie hanno bisogno di sobrietà: non puoi farcirle con una colazione americana!
Meglio sarebbe contornarle di radici e tuberi, allora.
Più spartano. Più rispettoso, di certo.
"Bene," inizia suo padre - e il cuore schizza in gola, di colpo. "Visto che siamo tutti qui riuniti, per una volta, vi chiedo cortesemente qualche minuto della vostra attenzione…"
Si schiarisce la voce, poi, posando sul tavolo la tazza del caffè.
Preme le spalle contro lo schienale della sedia.
Dylan si sente morire.
"Vostra madre ed io avevamo in programma da tempo di parlarvi di una certa cosa," continua l'uomo, mentre Ash seguita imperterrito a sgranocchiare il suo cadavere. "Non allarmarti, Dylan. Non è nulla di preoccupante," aggiunge, allungando la mano per stringere la sua. E solleva le sopracciglia in direzione di sua madre, poi. In attesa.
Fa sempre così, quando c'è da dire qualcosa di particolarmente difficile: in una delle riviste trovate dal parrucchiere, Dylan ha letto che gli uomini sono essenzialmente divisibili in due categorie principali. Quelli che si aspettano di esser tolti dai guai dalla mamma, e quelli che se lo aspettano dalla moglie.
Tutto questo, naturalmente, non può che preoccuparlo ancora di più.
È chiaro che c'è qualcosa di tremendo, all'orizzonte.
Anche sua madre esita qualche istante, prima di parlare. Ma che possa essere l'occhiataccia che lancia al marito, il motivo del ritardo, a lui non passa neanche per la mente.
"Sappiamo che siete ragazzi intelligenti," la sente iniziare, inesorabile, e il sangue crolla ai piedi come fosse fatto di piombo.
"Abbiamo sempre pensato che parlarvi chiaramente e affrontare a viso aperto le questioni fosse l'approccio migliore, anche quando eravate bambini, e ci piacerebbe poter continuare in questo modo. Anche per quel che riguarda aspetti più… delicati, della vostra vita."
C'è un attimo di silenzio, dopo.
L'anticamera della morte, probabilmente.
"Nello specifico, mi sto riferendo alla vostra vita sessuale," torna poi la voce della donna, e Ash quasi si soffoca con il suo caffelatte.
"Vita sessuale?" protesta, tossicchiando.
"Vita sessuale?" esclama invece Dylan. Sollevato.
"Vita sessuale. Esatto," ripete suo padre. Solenne.
E lui sente l'angoscia evaporare in un istante, come se improvvisamente l'intera cucina si fosse illuminata di sole.
Deliziato, si accomoda più morbidamente sulla panca.
Avvolge il boa intorno al collo, con tutta l'eleganza di cui è capace. Si concede un sorriso estatico - soddisfatto.
"Che vita sessuale, mamma?" sta brontolando Ash, orripilato. "Sei impazzita?"
"Beh, tutti quanti hanno una vita sessuale," interviene Dylan, con aria esperta.
"Spiare la gente dalla serratura del bagno non è vita sessuale, Dee."
Ma lui scrolla le spalle, senza badargli.
Prende a sorseggiare il suo caffè, con grazia studiata.
"La mamma stava parlando, Ash," dice, serio. "Non interrompere come tuo solito. Ascolta."
Suo padre ruota gli occhi al cielo, quindi, e fa cenno di continuare.
Dylan quasi non sta nella pelle, quasi non riesce neppure a rimanere fermo.
"Mamma?" la invita, eccitato.
"Non credo ci sia niente di così interessante, nel mio discorso, Dylan. Né niente di così sconvolgente, Ash," aggiunge, scambiando un'occhiata con l'altro figlio.
"Semplicemente, prima o poi arriverà il momento in cui incontrerete qualcuno, se non l'avete già incontrato. E ci farebbe piacere che vi sentiste liberi di parlare con noi di qualunque cosa, senza imbarazzi o altro. Senza bisogno di nascondere niente."
Pausa.
"Questo, per quel che riguarda l'aspetto più generale."
"L'aspetto generale, esatto," ripete suo padre. Annuendo.
"Per il resto…"
Sua madre fissa entrambi negli occhi, a turno.
"Non c'è davvero bisogno di farvi la predica sul sesso sicuro, giusto? Voglio dire, siete abbastanza intelligenti da sapere che il preservativo è necessario e tutte le ragioni, spero."
"Sì, questo ce l'hai già detto un mucchio di volte…" sbuffa Dylan, deluso.
"Bene," commenta allora suo padre. "Quindi coglierei l'occasione per darvene qualcuno, di questi famosi preservativi, che vi ricordo vanno conservati responsabilmente. Niente tasche dei jeans o zainetti stipati di roba, ci siamo intesi?"
"Oddio, oddio! I miei sono color delizia-dei-marinai!" salta su Dylan, entusiasta.
"Delizia-dei-marinai?"
E lui annuisce, con aria esperta.
Si schiarisce la voce - accavalla le gambe.
"Si tratta di un rosa tenue, abbastanza morbido," spiega, impostando adeguatamente il tono. "Zuccheroso, in un certo senso, ma con un retrogusto quasi epico."
"Un marinaio con il gonnellino Hawaiano, praticamente…" ridacchia suo padre, mentre da entrambi i lati gli arrivano le occhiatacce della moglie e dell'altro figlio.
Lui tossicchia innocentemente, allora.
Porge anche ad Ash i suoi profilattici, in silenzio.
"Anche i tuoi sono color delizia-dei-marinai?" domanda Dylan, senza riuscire a trattenersi. Ma l'altro non risponde. Sembra non trovarne la forza.
In punta di dita, neanche si trattasse di lombrichi putrefatti, allontana le bustine dalla propria tazza. Deglutisce.
"Ora che mi avete rovinato del tutto l'appetito, posso andare avanti con la colazione?" si informa, mordendosi il labbro.
"Purtroppo vostra madre deve ancora mostrarvi come si usano correttamente," lo informa però suo padre, lanciando un'occhiata alla donna.
E gli occhi di Dylan si spalancano di entusiasmo, le pupille si accendono di luce.
Lui lascia andare un gridolino estasiato, premendosi la mano sulla bocca.
Quella giornata si sta rivelando decisamente più interessante del previsto: pensare che era iniziata nel peggiore dei modi.
Quasi non riesce a farsi una ragione di tanta fortuna - dev'essere in corso qualche rarissima congiunzione astrale. Il sole in Venere.
O magari in Saturno - che gli ispira di più.
"Davvero ce lo spieghi dettagliatamente, mamma?" esclama, sporgendosi in avanti. "E ci dai anche una dimostrazione pratica?"
Al suo fianco, Ash è tanto pallido da fare quasi spavento.
"Che dimostrazione pratica?" mormora, debolmente, stringendo le dita intorno al cucchiaino. "Non prenderla così male, Ash" è l'invito della donna, paziente. "Non c'è niente di terribile, nel discorso che sto per farvi. E non sono cose su cui si debba scherzare."
"Esatto. Non c'è niente di terribile," ripete suo padre. Annuendo.
Un quarto d'ora più tardi, a dimostrazione di quanto quelle rassicurazioni abbiano avuto effetto, in cucina sono rimasti solo la madre, con ancora in mano un preservativo color delizia dei marinai; il padre, che ha ripreso tranquillamente a sorseggiare il suo caffè americano; e Dylan, infine, a far domande su particolari a suo dire non abbastanza chiari.
Ash è sgusciato via appena la spiegazione è terminata, invece.
Lui di domande non sembrava averne. Né sembrava avere il minimo interesse ad ascoltare quelle di suo fratello, per giunta.
"Ma quindi srotolarlo con la bocca non è una buona idea…" medita Dylan, assorto, facendo quasi strozzare nel caffè anche suo padre. "Voglio dire. Potresti graffiarlo con i denti. No? Bucarlo."
Sua madre non sembra scomporsi più di tanto, però.
"Direi che, come in tutte le cose, è meglio procedere gradualmente, Dylan. Non solo per quel che riguarda il modo di srotolare i preservativi, tra l'altro."
"Oh. C'è dell'altro?" esclama lui, deliziato.
Sollevando gli occhi al cielo, la donna sospira.
"Credo che il resto potrai scoprirlo da solo, con calma. Possibilmente, senza bruciare venti tappe in una sola partenza, magari. Ma dato che ci troviamo qui… Ci sarebbe qualcos'altro di cui forse dovremmo parlare, sì."
Discretamente, lancia un'occhiata al marito.
"Tua madre deve dirti qualche parola anche su una persona in particolare, Dylan," spiega lui, schiarendosi la voce.
E Dylan si volta subito verso la donna, incuriosito.
Con gesti studiati, si accomoda il boa sulla spalla. Annuisce.
"Su Chris?"
"Sì. Su Chris."
Pausa.
"Non è che siamo contrari per principio alla cosa, Dylan. Non è neanche che ci sorprenda - l'avevamo messo in conto fin dal momento in cui l'abbiamo invitato a stare qui con noi, che le possibilità che il vostro attaccamento crescesse in una certa direzione erano molto alte. Ma non vorremmo che tra voi nascesse qualche problema. E che tu ne soffrissi."
Lo sguardo della donna si addolcisce - il sorriso si fa un po' più triste.
"Sai bene che Chris non è al momento nello stato d'animo adatto per iniziare un'altra storia. Ancora non si è ripreso da Gabriel."
"Oh, ma Gabriel non era carino come me," esclama lui, agitando la mano.
"Dylan. Chris era innamorato di Gabriel, e probabilmente lo è tuttora. Non credo ci sia bisogno che te lo dica io. Vorrei solo che tenessi presente tutto questo, o rischi di scottarti. E di rovinare una bella amicizia."
A volte i genitori non capiscono proprio nulla - si ritrova a pensare Dylan, dopo, mentre sale le scale che lo riportano in camera.
Perché insomma, l'ex di Chris sarà anche stato affascinante. E Chris sarà ancora certamente innamorato, niente da dire.
Ma tutto questo cosa potrebbe mai aver a che fare con lui? - si domanda.
Lui e Chris sono una cosa a parte - esattamente come il colore di uno smalto è diverso da un altro. Esattamente come le piume del boa, che potrebbero precipitarti addosso a migliaia senza farti alcun male.
Nessun graffio.
Nessun cambiamento, se non forse solletico. Una risata.
E la sensazione di qualcosa di incredibilmente morbido intorno al corpo. Qualcosa che in qualche modo è stato tuo da sempre.
Gabriel è un'altra faccenda.
Gabriel sta dalla parte bassa della bilancia, e non è abbastanza leggero per galleggiare nel sole. Non è mai stato geloso di Gabriel, Dylan.
Tutto questo amore assoluto e tragico, a dire il vero, fatica anche a concepirlo.
"Ash, guarda! Guarda che mi ha dato papà!" esclama, entrando in camera con lo stesso entusiasmo che mostrerebbe se non si fossero visti da secoli, lui e suo fratello.
"Del lubrificante!" rivela, aprendo la porta di corsa. "E indovina? Color…"
Deglutendo, si blocca sulla soglia.
Sbatte le ciglia, si schiarisce la voce.
Come mai non avesse messo in conto di trovarci anche Chris, nella stanza, non sa proprio spiegarselo: eppure l'amico è lì. I jeans ancora calati a metà coscia - i boxer neri.
E il profilo del sesso, sotto la stoffa elastica.
I capelli sul viso. Quasi biondi. Ancora umidi.
D'improvviso, Dylan non è affatto sicuro di ricordare quel che aveva intenzione di dire - non è sicuro di ricordare neanche il proprio nome, per la verità.
"Color cosa, Dee?"
È Chris a spezzare l'immobilità della sorpresa: il tempo torna ad incastrarsi nel meccanismo solito mentre ridacchia - mentre si strattona i jeans sopra i fianchi e soffia via i capelli dalla fronte.
Ash gli lancia addosso una maglietta appallottolata, lui l'intercetta al volo.
E Dylan raddrizza la schiena, entrando dentro la stanza con passi misurati.
Piede destro.
Piede sinistro.
L'ondeggiare leggero dei fianchi, e le piume rosse che gli accarezzano il viso.
Un sorriso sapiente sulle labbra.
Ambiguo.
Forse.
Di certo, l'intenzione sarebbe quella di farlo apparire sensuale.
Chissà se la tecnica funziona, si domanda Dylan.
Non l'ha ancora affinata a sufficienza, purtroppo.
"Color delizia dei marinai," risponde, un po' indispettito, scandendo le parole come se si trattasse di intervenire ad un talk show.
Quelli li ha studiati bene, invece.
Come rivestire il nulla concettuale di seta e diamanti: arte pura.
"Sfumatura appena più chiara, in pendant con i preservativi," continua, solenne. "È un abbinamento molto raffinato, sai? Molto elegante."
Si sarebbe aspettato ammirazione e meraviglia, a questo punto. Onestamente, gli sembrava proprio di meritarsela.
Ma Chris ride, lasciandosi cadere sul letto al fianco di Ash. E non sembra particolarmente colpito dal suo discorso.
Non sembra colpito per niente, volendo esser precisi.
"Del resto, c'è bisogno di eleganza in certi momenti," commenta, lanciandogli un'occhiata. "Vero, Ash?"
"Vaffanculo," è la risposta - soffocata nel cuscino.
E Dylan pensa che sono due buzzurri senza speranza. Entrambi.
Neanche sarebbero da considerare, non fosse che uno è così tanto carino, quando dorme, che finisci per perdonargli qualunque cosa.
E l'altro è quasi biondo, disgraziatamente. E veste i jeans in quel modo incredibile.
A conti fatti lui continua ad esser convinto che Chris l'apprezzi eccome, la raffinatezza: solo che è figo.
E i fighi devono mostrarsi un po' rudi per forza, se vogliono apparire credibili.
C'era scritto anche nella rivista del parrucchiere, la stessa che divideva gli uomini in due categorie. Perle di saggezza.
I termini usati erano appena differenti, ma il senso alla fine era quello.
"Quindi com'è andata, la lezione di educazione sessuale?"
"Oh! Una roba mitica, non puoi immaginare!" esclama, d'istinto, prima ancora di accorgersi che la domanda è arrivata da Chris. Che probabilmente conveniva rispondere in maniera appena diversa, se l'intenzione era quella di apparire raffinato. E che comunque, in tutti i casi, è bene far sempre attenzione a parlare lentamente. Sottovoce, quasi.
Ha letto nella solita rivista che le persone risultano più sensuali, quando parlano piano. L'unico problema è ricordarselo anche quando qualcuno ti fa domande così interessanti.
L'estetismo è una strada disseminata di trappole, purtroppo.
Non puoi mai distrarti un istante.
Mai abbassare la guardia, in nessun momento.
"Del resto, erano tutte cose che conoscevo già da solo," si corregge, sventolando il boa con aria superiore. "La lezione era principalmente per Ash. Lui è talmente inesperto, sai…"
"Sì, infatti mi stava giusto dicendo come quella spiegazione gli abbia cambiato la vita. Gli si è aperto un mondo, davvero. Cathy sarà entusiasta!"
"Ma che cazzo c'entra Cathy adesso!" protesta suo fratello, scattando in piedi con le guance in fiamme.
"Beh, la sollevi da una grossa responsabilità, ora che sei così esperto di condom e affini…"
"Se vuoi posso insegnare a Cathy a mettertelo con la bocca," interviene Dylan, distrattamente.
"Dylan!" strilla Ash, scandalizzato, mentre Chris ride più forte e gli preme una mano sulla spalla per farlo tornare a sedere.
"Non fare così, dai. Guarda che è un'offerta generosa, da parte sua!"
In realtà Dylan non saprebbe neppure da che parte iniziare, a srotolare un preservativo con le labbra, ma fingere esperienza sta avendo su Chris i suoi effetti. Ne è sicuro.
Non a caso si trovano nella stessa stanza già da dieci minuti e ancora ci sono metri di distanza, fra di loro. Questo, considera, non è normale.
Significa che l'amico preferisce il contatto del tutto innocuo con suo fratello, ed in fondo è comprensibile: aver vicino lui sarebbe sicuramente troppo, per Chris.
Come potrebbe controllare l'eccitazione, se i loro corpi si sfiorassero?
Probabilmente sta solo cercando di contenere la passione.
Fa quasi tenerezza, poveretto.
Chissà quanto deve costargli, quell'autocontrollo ferreo. Chissà quanto deve soffrire…
Soddisfatto, Dylan torna a sedersi sul davanzale della finestra.
"Posso anche prestarti un po' di lubrificante, se ti fa piacere," offre ad Ash, facendo scorrere pigramente l'indice lungo il bordo del tubetto. "Magari volessi provare con Cathy esperienze insolite… Nuovi giochetti…"
"Giuro che vomito, se dici un'altra volta la parola giochetti…" geme suo fratello. Disgustato.
Ma Chris lo stringe in un abbraccio - ridacchia.
Solleva gli occhi al cielo, divertito.
"Sapete, vi conosco da dieci anni e a volte ancora mi chiedo come facciate ad essere davvero gemelli…" osserva, allegramente.
E forse è quella parola. Gemelli.
Forse è l'essere così lontano dagli altri due - la prospettiva insolita con cui si ritrova ad osservarli dal suo eremo di raffinatezza ostinata.
O forse è solo un improvviso squarcio di Nirvana. Dylan ha sentito dire che capita, a volte.
La santità incombe, del resto. Nulla di cui stupirsi particolarmente.
Però d'improvviso, mentre osserva Ash e Chris abbandonati sul letto, la sensazione nettissima è quella di star guardando se stesso, e non suo fratello, fra le braccia dell'amico.
Il quadro immobile delle mani vicine sembra definirsi in una dimensione quasi intima, privata, dove nostalgia e tenerezza si sciolgono insieme e insieme si confondono.
La diversità complementare dei corpi. Gli incastri perfetti.
Lui sarebbe magari meno arruffato di Ash, e avrebbe probabilmente il boa di piume intorno al collo.
Eppure il cuore manca un battito, tanto l'immagine riesce a colpirlo.
Improvvisamente, per qualche ragione, quel gioco inizia a fargli una paura terribile.
Come se gli fosse caduto in testa un enorme castello di carte, come se la maschera del mondo si fosse fatta mostruosa. Complicata.
Per oggi ha vestito i panni della vamp più che abbastanza, decide.
Non potrà fare tutto questo gran danno, in fondo, se torna bambino per un po'.
Giusto il tempo di scacciare quel terrificante senso di estraneità, magari.
Qualche minuto. Ma sì…
Saltando giù dal davanzale, saltella allegramente fino al letto.
Si infila fra gli altri due, incastrando la testa sotto il collo di Chris.
"Mi sento solo," annuncia.
E Chris ride ancora, ma questa volta la risata è più tenera e le mani che scivolano lungo la schiena non hanno nulla di adulto - nulla di lontano dalla naturalezza della loro infanzia.
Giochi più familiari - ripetuti mille volte e mille volte cercati.
Pomeriggi di sole nel parco dietro casa. Le lotte con i cuscini davanti alla tv.
E coni gelato spiaccicati sulle magliette. Le proteste di Dylan, e i ghigni complici degli altri due.
È venuto il momento di vendicarsi.
Tanto Chris è il bastardo di sempre: si schiererà dalla parte del più rompiscatole, anche stavolta. Puoi sempre contare sulla sua complicità, quando hai bisogno di fare una cazzata.
Neanche Gabriel ha cambiato questo.
Nessuno potrà cambiarlo mai, probabilmente.
"Bleahhhhhhhhhh!!!" esclama quindi Dylan, spiaccicando una dose di lubrificante sul naso di suo fratello.
Ed è ridendo come un matto che vede Ash sgranare gli occhi. Che lo guarda balzare in piedi, di colpo, per strofinarsi velocemente il viso con le mani.
"Ma che schifo!!!" protesta, scandalizzato. "Questa è in assoluto la più *disgustosa* di tutte le cose disgustose che mi hai fatto nella tua vita, Dee. Giuro!"
Lui gli ha già riacchiappato il polso, però.
Ha già afferrato anche la cintola di Chris, che stava cercando prudentemente di tenersi fuori.
"Dai, ho appena fatto la doccia!" fa in tempo a dire l'amico, prima di ricevere a sua volta uno schizzo viscido sulla fronte.
Dopo, la guerra diventa spietata: un corpo a corpo scivoloso dove tutti attaccano tutti, senza compromessi. Chris ha quattro anni più di loro, eppure raramente è uscito vincitore da certe battaglie.
Ed il lubrificante, spalmato sui loro capelli - sui vestiti, sulle lenzuola; perfino sul pavimento - sembra non avere più alcun colore.
Nessun rosa. Niente delizia dei marinai.
Solo una pellicola umida che li fa scivolare, e ridere, e giocare a sfuggirsi. Gonfiare i preservativi come fossero palloncini colorati. Tirarseli addosso.
Precipitare nell'infanzia non è mai un volo troppo alto, quando hai quindici anni.
C'è solo la vertigine di ritrovarsi il boa spiaccicato sotto la schiena. Qualche piuma staccata.
Ma subito Chris ti fa il solletico - tuo fratello ti infila la mano umida nella maglietta.
E tu, del tuo boa di piume, ti sei già dimenticato.




Capitolo precedente Capitolo successivo



Creative Commons License
Piume di Boa by Roh e Fata is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://rosaventi.altervista.org/copyright.html
rosadeiventi: (Piume)
PIUME DI BOA
di Roh & Fata





Capitolo 1

White - Innocent Nude



Dylan avrebbe anche studiato, quel sabato pomeriggio, fosse stato per lui.
Aveva già aperto il libro di geografia: aveva allineato sul letto gli evidenziatori colorati, aveva perso un po' di tempo a disegnare linee fucsia sulla copertina del quaderno.
E aveva già memorizzato i confini del Messico.
Si era messo d'impegno.
Solo che poi suo fratello era entrato in camera. Si era seduto al computer, soffiandosi via i capelli dalla fronte. E a Dylan era venuto il terribile sospetto di non essere abbastanza pettinato - di avere magari quell'aspetto arruffato anche lui, di non essere perfettamente in ordine.
Naturalmente, non aveva potuto fare a meno di andare subito a controllare.
Chiedere ad Ash di dargli un parere affidabile sarebbe stata una perdita di tempo, così era scivolato giù dal letto con l'onestissima intenzione di infilarsi in bagno giusto un minuto. Giusto per specchiarsi veloce, sistemarsi qualche ciuffo.
Nulla di impegnativo.
Non è stata colpa sua se appena entrato - appena varcata la soglia, per l'esattezza - una delle più eccitanti visioni che si possano immaginare gli era apparsa sotto forma di decine di boccette colorate. Boccette minuscole, per l'esattezza.
Smalti per unghie.
Non poteva crederci!
Erano i mitici smalti della tousse-valigetta: impossibile sbagliarsi.
Da quando sua madre li aveva vinti alla pesca di beneficenza del quartiere - da quando li aveva portati a casa e accuratamente nascosti in chissà quale luogo segretissimo per impedire a lui di farne razzia - quei boccettini erano diventati il suo sogno proibito.
Li aveva cercati ovunque, li aveva desiderati con ardore. Con disperazione.
Li aveva inclusi in ogni fantasia notturna, ne aveva fatto il soggetto di tutti i disegni scarabocchiati in classe durante le ore di lezione.
E li aveva amati. Idealizzati.
Per merito di quale fortunatissima congiunzione celeste fossero stati dimenticati in bagno, quel giorno, Dylan non avrebbe mai saputo dirlo. Quasi aveva pensato di non essersi mai svegliato - di stare ancora sognando - tanto la circostanza gli era apparsa miracolosa.
Eppure no, il pizzicotto che si era dato nel braccio faceva male sul serio e quegli smalti erano tutti lì, ordinatamente allineati sulla mensola come piccole preziose gemme colorate.
Quello rosso-pin-up, quello verde-principessa-raffinata.
Quello rosa-petalo-di-zucchero. Perfino quello viola-cosmico!
Aveva dovuto premersi con forza la mano sulla bocca, per impedirsi di gridare.
Aveva saltellato per la stanza, aveva ripetuto sottovoce una serie infinita di "Sì, sì, sì!".
E poi si era avvicinato cautamente - quasi con rispetto. Aveva sfiorato il tappo di una boccetta con le dita, aveva sentito il cuore accelerare.
Contare fino a tre era stato inevitabile, allora, come lo era ogni volta che Dylan sapeva di star per fare qualcosa di molto, molto sconveniente.
Uno: chiudere gli occhi, prendere respiro.
Due: liberare la mente da ingombranti super-io e recuperare la dimensione strutturalmente innocente del desiderio puro. Tendere i muscoli. Sentire la vibrazione dello scatto.
Tre. Afferrare voltarsi fuggire.
Mezzo secondo più tardi era di nuovo in camera sua, appollaiato sulla mensola della finestra, e osservava in controluce la densità corposa dello smalto appena rubato.
Avrebbe potuto piangere, se l'estasi profonda nella quale era precipitato non avesse prosciugato nella sua sideralità infinita ogni altra emozione contingente.
Gli sembrava di non aver mai visto nulla di più bello in tutta quanta la sua vita - nulla.
E sono almeno tre quarti d'ora che gioca a stendersi quel colore sulle unghie, cercando di disegnare riempimenti perfetti. Nessuna sbavatura.
Non avrebbe mai pensato che potesse risultare così appagante, quell'operazione. Né che lo facesse sentire tanto rilassato, o che avesse il potere di stimolare in quel modo le fantasie.
I sensi.
"Ash?" chiama, assorto, senza distogliere lo sguardo dallo scorrere del minuscolo pennello.
Da suo fratello, in risposta, arriva un borbottio vago.
"Hm?"
Ma Dylan è troppo ammaliato per far caso alla scarsa attenzione che l'altro sembra riservargli. Ha appena scoperto che l'effetto del colore è ancora più luminoso, se aspetti che la tinta si sia asciugata per ripassarla un'altra volta.
E si sta sentendo un vero artista, al momento.
Un maestro di seduzione, un virtuoso della bellezza.
Allungando la gamba nuda, osserva da ogni angolazione l'unghia del pollice: chissà che sfumatura uscirebbe, se la seconda mano potesse essere rosa.
La tentazione di correre di nuovo in bagno è fortissima.
Rubare un'altra boccetta.
Una soltanto.
Ma c'è il terrore che sua madre lo scopra, di contro, e che anche lo smalto già messo al sicuro possa venirgli requisito.
Su certe cose non puoi permetterti di tentare la sorte a cuor leggero. Meglio accontentarsi.
Il rischio è troppo grosso, del resto. Troppo preziosa la posta in gioco.
"Ash?" ripete, piegando di nuovo il ginocchio.
"Eh."
È fuor di dubbio comunque che, in ombra, la resa del colore appaia totalmente diversa.
Voltandosi appena per schermare la luce con la schiena, si domanda con costernazione se esista un modo per rendere evidenti gli effetti madreperlacei della tinta anche quando la luminosità è scarsa.
Di nuovo, domandare ad Ash sarebbe inutile.
Ed è un peccato, perché il senso estetico è una cosa importante nella vita. Fondamentale.
A volte Dylan è seriamente preoccupato per il futuro di suo fratello: così spettinato, sempre. Con addosso quelle magliette lugubri.
Quasi sarebbe inutile anche domandargli quello che sta per chiedergli - medita.
Eppure deve pur parlare con qualcuno, quando ha certi pensieri per la testa.
Il suo piano non è ancora del tutto perfezionato - ci sono troppe zone d'ombra, troppe incognite da verificare. Non potrà mai farcela, da solo.
"Ash?" chiama quindi, ancora.
Questa volta, insieme alla voce, viene anche il rumore della sedia girevole che slitta sul pavimento. Lo sbattere del mouse sulla scrivania.
Insofferenza.
"Ma che c'è?!?"
Un'altra delle cose che si è sempre riproposto di insegnare ad Ash è la delicatezza - ragiona lui.
Educarlo a non infrangere così bruscamente certe atmosfere. Con quel suono atroce, poi!
Dovrà chiedere a suo padre di procurarsi dei feltrini da incollare sotto le ruote di quell'orribile poltrona, appena è possibile. E poi pregare Ash di rispondere più dolcemente, magari.
In maniera più elegante.
"No, mi stavo chiedendo…" mormora, intingendo di nuovo il pennello dentro la boccetta. "Tu ritieni che Chris sia abbastanza figo, fisicamente?"
Lo sguardo che il fratello gli lancia, a quel punto, è decisamente perplesso.
"Che vuol dire, abbastanza figo fisicamente, scusa?"
"Figo," ripete Dylan, scrollando le spalle. "Attraente, insomma. Prestante, bello. Erotico."
Il boa di piume rosse gli scivola sul braccio e lui se lo riavvolge morbidamente intorno al collo.
Rabbrividisce appena, sentendolo solleticare la gola.
Lo ha trovato un giorno abbandonato su una panca, quel boa, in una delle caffetterie dove sua madre fa sosta spesso quando è in giro a far compere.
Dylan l'aveva accompagnata anche quel pomeriggio - lo fa regolarmente, appena gli è possibile: c'è sempre la speranza di ritrovarsi in una profumeria, quando esci a far spese con le donne. O in una boutique. In un negozio di make-up.
Come rinunciare?
Appena entrati nella caffetteria sua madre era andata ad ordinare un latte caldo - ricorda - e mentre aspettava che tornasse al tavolo lui aveva sentito come un richiamo.
Qualcosa di sensualissimo. Sinuoso.
Qualcosa che somigliava ad un bisbiglio all'orecchio e che era anche calore. Brivido.
Qualcosa di mai sentito.
Adesso lo comprende chiaramente, che era stato il boa a chiamarlo: se ne stava lì, adagiato sul legno scuro della panca. Del tutto fuori luogo.
Ed anche se effettivamente c'era una borsetta nera, sulla stessa panca - anche se sul piano del tavolo c'era un the fumante, ed un pacchetto di sigarette ancora sigillato, ed un cellulare - lui aveva risolto che quel boa dovesse essere per forza abbandonato.
E che era destino lo trovasse lui.
Che a lui era stato assegnato da sempre. Alla sua sensualità.
Il completamento logico del suo stesso corpo.
Naturalmente, dopo, aveva di nuovo contato fino a tre.
"Dee?"
Sussultando, lui raddrizza la schiena.
"Sì?"
"No, niente. Avevi 'sto sguardo…" Ash fa un gesto con la mano - vago.
Socchiude appena gli occhi.
"Tipo come se ti fossi fumato tre canne di fila, ecco."
"Sul serio?"
Suo fratello scrolla le spalle, sporgendosi sulla scrivania verso un pacchetto di caramelle.
"Già," commenta, infilandosene distrattamente una in bocca. "Vuoi?"
"Fanno venire le carie, Ash. Lo sai. Poi ti diventano i denti neri. Dovresti smetterla con quella robaccia."
"E tu dovresti smetterla di respirare quei tuoi profumi. Voglio dire, sniffare fa un brutto effetto al cervello, eh…"
Dylan non pensa esista al mondo odore più emozionante di quello degli smalti per unghie, in realtà, e sarebbe anche pronto a sostenere una discussione di ore sull'argomento se non si ricordasse d'improvviso che non ha ancora avuto risposta alla sua domanda.
"Non hai ancora risposto alla mia domanda, comunque" fa quindi notare ad Ash, diligentemente.
Sospirando, l'altro punta il gomito contro il tavolo.
"Non mi sembra sia una novità che Chris è figo. Voglio dire, lo conosciamo poi solo da una decina d'anni…"
"Non chiedevo se è figo, infatti."
"No?"
"Uff. Non mi ascolti mai, quando parlo. Chiedevo se trovi che sia abbastanza, figo," puntualizza Dylan, stendendo un altro strato di smalto. "C'è una grossa differenza, sai?"
"Ma abbastanza per cosa, Dee?"
"Abbastanza," è la risposta. Molto esauriente, come al solito.
In effetti parlare con Ash di certi argomenti non è facilissimo, quando ci sono così tante cose che non puoi dirgli.
Da quando Chris si è stabilito in casa loro, qualche mese prima, le fantasie di Dylan hanno iniziato ad addentrarsi in percorsi troppo distanti dalla solita complicità fra fratelli perché lui possa azzardarsi a renderle note.
Ash non capirebbe. Manderebbe a monte il suo intero piano, probabilmente.
Ed anche se Dylan non è affatto abituato a tener nascosto qualcosa al suo gemello, non è neppure colpa sua se Chris ha furiosamente litigato con i genitori. Se si è fatto sbatter fuori di casa, se ha dovuto trovare asilo nel loro appartamento.
Nella loro camera.
Né è colpa sua se averlo a dormire a neppure due metri di distanza sembra mandare in tilt il suo già piuttosto instabile equilibrio ormonale.
Ash non ne sa nulla, di ormoni rivoluzionari.
E non sa nulla della sua più recente scoperta: al sole - incredibilmente - i capelli di Chris assumono riflessi quasi biondi.
Sarebbe stato umanamente possibile, non farsi venire certe idee?
Chi avrebbe potuto evitare di elaborare un accurato piano di seduzione, in quelle circostanze?
Giusto suo fratello, forse.
Il quale fra l'altro, volendo esser precisi, è pure la ragione per cui il suddetto piano non è ancora stato attuato.
Perché ci dormono in tre, in quella stanza.
Ed il progetto coinvolge due sole persone. Possibilmente, senza spettatori.
"Voglio dire, Ash," spiega Dylan, soffiando pigramente sulle unghie. "Visto così, è vero: Chris non è niente male. Abbastanza biondo, alto quel tanto che basta, muscoli al punto giusto. Non troppi. Non troppo pochi. Mani un po' callose, ma vabbè… Ognuno ha i suoi difetti…"
"Te le sei mai guardate le tue, di mani?" ghigna suo fratello, dalla scrivania. "Che sai, la chitarra fa di questi scherzi…"
"Come puoi dire una cosa del genere???" salta su lui, inorridito. "Uso sempre la crema che mi ha dato mamma, io! Tutte le sere prima di andare a letto, e tutte le mattine!"
"Sìsì."
Ash ridacchia, lo sguardo fisso sullo schermo.
"Lo so, non preoccuparti."
Ma lui scivola giù dal davanzale, scrutandosi le dita con aria critica.
Avvicina le mani alla finestra. Le ruota sotto la luce.
Attraversa la stanza, allarmato.
"Guarda: ti sembra che ci siano calli?" domanda a suo fratello, infilandogli la destra fra il viso e lo schermo del computer.
Lui l'allontana distrattamente, senza neppure degnarla di un'occhiata.
"Ma no, Dee. Stavo scherzando."
"Sei assolutamente sicuro? Non me lo dici per consolarmi, vero?"
"Dee. Potrei mai mentirti su qualcosa di tanto importante come i calli alle mani?" sospira allora Ash, ruotando gli occhi.
E lui torna a respirare, finalmente.
Rilassa i nervi - distende la fronte.
Ha quasi le lacrime agli occhi quando si sporge ad abbracciare suo fratello - quando gli sfiora la guancia con un bacio e ne deposita un altro più vicino alla bocca.
Vicino al naso.
Ash starnutisce, premendogli una mano sulla spalla.
"Cazzo, Dee!" protesta, strofinandosi gli occhi con l'altra. "Tu e il tuo cazzo di… coso! Ma mamma non te l'aveva confiscato?"
"È un boa," puntualizza Dylan, già offeso. "E poi me lo ha restituito quando ho preso sei in matematica," aggiunge, tornando verso il suo davanzale.
Lo smalto si è asciugato nel frattempo - nota. Magari è il caso di dare un'altra passata, giusto per renderlo più resistente. Più brillante.
Si arrampica di nuovo sulla mensola della finestra, quindi. Si concentra sulla carezza delle piume che scivolano lungo la spalla. E poi sul braccio. Sul dorso della mano.
Ha già la pelle d'oca.
"Comunque. Stavamo dicendo…"
Con un gesto studiato, accomoda il boa intorno al collo. Sorride, deliziato.
Torna a svitare la boccetta.
"Visto così, in effetti, potresti dire che Chris è abbastanza figo. Non c'è dubbio…"
Pausa.
"Eppure, non puoi neanche esserne del tutto certo. Non trovi?"
"Grace dice che tutto il mondo è pura apparenza."
"Sì. Per l'appunto. Per questo ecco, non puoi mai dire con certezza cosa si nasconda sotto il velo di Maya," considera Dylan, affascinato dal fatto che perfino le lezioni di filosofia sembrino avere una qualche utilità. "Ad esempio, tornando a Chris…"
Lancia un'occhiata in direzione della scrivania. Controlla l'espressione di suo fratello, con cautela.
"Tu hai mai visto come ce l'ha, esattamente?"
"Lo sapevo!" strilla Ash, voltandosi di scatto sulla sedia. "Me lo sentivo, che volevi arrivare a questo!"
"Shhh! Sei pazzo? Vuoi che mamma ci scopra???"
"Hm. Scusa."
Furtivamente, suo fratello lancia un'occhiata alla porta.
"Seriamente, però, Dee," inizia. "Possibile che non sei ancora riuscito a vederlo nudo, Chris? A me è capitato miliardi di volte di entrare in bagno mentre si faceva la doccia!"
"Sul serio?!?" scatta su lui, sgranando gli occhi. "Miliardi di volte??? Mentre faceva la doccia???"
"Ma sì. Ma è normale, eh."
"E come ce l'ha?" viene la domanda, immediata.
"Ma non lo so." Scrollata di spalle. "Mica ci ho fatto caso."
"Cerca di concentrarti, avanti! Se lo hai visto miliardi di volte qualcosa ricorderai sicuramente!"
"Dee! Non ho nessuna voglia di concentrarmi sul cazzo di Chris, dai!"
"Avanti! Per favore."
Tirandosi in piedi, Dylan gli torna vicino. Lancia di nuovo il boa sulla spalla - meno elegantemente stavolta: adesso non ha testa di pensare al boa.
"Ascolta, sparecchio tavola io per una settimana se fai mente locale… Ti è sembrato dritto? Storto? Lo ricordi particolarmente grande o particolarmente microscopico?"
"Lavi anche i piatti, se te lo dico?"
Una smorfia.
Ash sa essere schifosamente subdolo, quando si impegna. Verrebbe da pensare che ce l'avesse in mente fin da subito, il ricatto: farebbe qualsiasi cosa per evitare certi tipi di incombenze.
Qualunque bastardata.
Dylan non si è mai fatto troppe illusioni, riguardo al sistema morale di suo fratello.
"D'accordo. Per una settimana…" sbuffa quindi. Rassegnato.
E finalmente Ash annuisce, spingendo indietro la sedia.
Si stringe nelle spalle, lo guarda negli occhi.
Si schiarisce la voce - solenne.
"Ce l'ha normale," risponde. "Non enorme, non microscopico. Normale."
Pausa. Una smorfia.
"Non fa neanche particolarmente effetto, in realtà…"
"Normale…" mormora allora Dylan, assorto.
Normale - ripete ancora fra sé.
Normale.
"Sei assolutamente sicuro che non sia enorme, vero?"
"Sicurissimo."
"Già, hm."
Silenzio.
"Ma lo hai visto anche quando era eretto?"
"Dee!" protesta suo fratello, schifato.
E lui scrolla le spalle, tornandosene pigramente nel suo angolo di sole.
Insistere sarebbe inutile: Ash non è obiettivamente la persona più indicata, per fornire quel tipo di informazioni.
Spesso Dylan si domanda se sia mai riuscito a guardarsi addirittura il suo, figuriamoci.
Un'altra delle cose da mettere in lista - medita - è cercare di rendere suo fratello un po' meno sessualmente disinteressato. Assolutamente non gli pare normale.
Dovrebbe consigliargli di parlarne con un analista, forse. Quel ragazzo lo preoccupa ogni giorno di più, e probabilmente l'angoscia per il suo futuro tornerebbe a chiudere la gola se alla luce della finestra i riflessi dello smalto non apparissero di nuovo così tanto perfetti.
Ci vuole poco, in fondo, per distrarre Dylan.
Piegando le gambe al petto, appoggia il mento sulle ginocchia e si osserva attentamente le dita dei piedi, estasiato dalle pagliuzze argentate che sembrano brillare sulla superficie delle unghie.
Magari è quello che ci vuole per ingentilire un po' Ash - si dice, colto da un'illuminazione improvvisa. A volte si domanda da chi l'abbia presa, tutta quella genialità: evidentemente, non dev'essere una cosa genetica.
Sollevando gli occhi in direzione di suo fratello, sorride soddisfatto.
"Ash?" chiama, suadente.
Dall'altra parte della stanza, arriva uno sbuffo esasperato.
"Senti, Ash," continua lui, senza lasciarsi intimidire. "Che ne diresti se mettessi un po' di smalto anche a te? Giusto per vedere l'effetto, sai. Potrebbe piacerti, magari…"
"Dee. È praticamente rosa!"
"Ma no!" protesta lui, scandalizzato. "È color nudo-innocente, non vedi?"
"Color nudo-innocente?"
"Con riflessi budino-di-prugne."
"E tu vorresti mettermi uno smalto color nudo-innocente con riflessi budino-di-prugne?!?" strilla suo fratello, nel momento esatto in cui la porta si apre.
E Dylan lo sapeva - lo sapeva! - che era troppo bello per durare: sulla soglia della camera, sua madre ha ancora la mano serrata intorno alla maniglia. Una domanda già morta sulle labbra. Un sopracciglio sollevato.
E lui si è appena accorto di aver rovesciato sul davanzale mezza della sua preziosissima boccetta. Una cosa che non potrà mai perdonarsi.
Colpa di Ash, che strilla sempre come un indemoniato. Vorrebbe strangolarlo, se non fosse certo che nella colluttazione finirebbe per spettinarsi i capelli.
"È stato lui!" esclama quindi, puntandogli l'indice contro - neanche fosse davvero possibile credere che sia stato suo fratello, fra loro due, a rubare uno smalto da unghie.
Sua madre non sembra bersela minimamente, infatti.
E, per quel giorno, le porte del paradiso si chiudono inesorabilmente: la boccetta gli viene sequestrata. Recuperare lo smalto caduto sul davanzale sembra rivelarsi un'impresa impossibile. Ed Ash, al solito, ha ripreso a ticchettare sulla tastiera del computer.
Beato.
Dovrebbe rassegnarsi a lasciarlo al suo destino, pensa Dylan: sarebbe quello che si merita! Peccato che quel guastafeste sia pur sempre suo fratello.
Che disgraziatamente lui lo adora.
E che se non ci fosse, neanche i riflessi dello smalto sembrerebbero tanto eccitanti.
Neanche il suo boa di piume rosse. Nulla.
Se il mondo è profondamente ingiusto, alla fine, il miglior ruolo che possa capitarti è quello di diventare un martire. Un martire della bellezza.
Un giorno, forse, anche gli occhi dei profani si apriranno: la gente porterà in dono smalti colorati, il suo ascendente di sensualità divina verrà unanimemente riconosciuto. E tutto tornerà al proprio posto, finalmente. Dove è giusto che sia.
Dylan però ha da attuare un piano, nel frattempo.
E la faccenda, visto che la santità incombe, si sta facendo piuttosto urgente.


 





Capitolo successivo




Creative Commons License
Piume di Boa by Roh e Fata is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at http://rosaventi.altervista.org/copyright.html
rosadeiventi: (Default)
Stavolta è colpa del Natale & CO, non di Roh!^^
Però, come dire... *rolls*
Siamo di nuovo in ritardo. *rolls*

Non faccio neanche previsioni, che abbiamo pure sbagliato capitolo e quello da pubblicare dobbiamo ancora SCRIVERLO tutto!

Ma tanto voi avete le storie di CH da leggere, no?^^
(e, giusto per ricordarvelo^^, avete anche da votare al concorso di Natale^^)
F.
rosadeiventi: (Bjorn)
Ok, a sto punto mi sa che è ufficiale: questo fine settimana saltiamo.
Aggiornamento rimandato a domani. O martedì. Spero. Boh. *rolls*
E' un capitolo *strano*.
Mandateci influssi positivi, che ne abbiamo bisogno... *rolls*
rosadeiventi: (Default)

73
Dylan e Raven - La menzogna più bella






A volte, quando è nervoso, Dylan prova ad immaginare di osservarsi dall'esterno.
Non ricorda neppure quando sia iniziata, questa sua abitudine; probabilmente è cresciuta assieme a lui, e forse l'incredibile effetto rilassante che trasmette è da attribuire proprio all'imprinting infantile.
Nel suo caso, i confini percettivi hanno sempre compreso anche la presenza di Ash: per questo guardarsi dall'esterno è come ritrovare completezza, anche adesso. Per questo significa cullarsi istintivamente nella sola dimensione che sia mai stata familiare, nell'unico cerchio intatto che offra sicurezza.
Dylan non conosce il Queer - conosce a malapena il ragazzino che lo ha lasciato sulla soglia per andare a specchiarsi nel bagno. E non conosce quella città.
A New York non ha mai visto locali del genere, non ha mai incontrato tanti ragazzi vestiti tanto poco eccentricamente.
Guardarsi dall'esterno sembra il rifugio ideale, in quel frangente. Eppure da qualche tempo neanche quella soluzione funziona più - non in maniera perfetta.
Viene da domandarsi allora perché abbia voluto truccarsi gli occhi, se lo sapeva.
Perché si sia ostinato ad indossare quei vestiti.
Seta scura. Ricami indiani.
Tutte cose che ad Ash non sarebbe mai passato per la testa di mettersi addosso. Tutte cose che lui ha sempre adorato, invece, e che si è sempre divertito a cercare. A cucire. Ad indossare.
Qualcosa non torna.
Non ha senso il suo comportamento, se ogni volta che opera un cambiamento sulla propria persona - un cambiamento anche minimo - guardarsi dall'esterno diventa impossibile.
La visione si confonde. Ash sfuma nell'ombra.
Ma la vertigine dell'individualità assume quel retrogusto strano, al di là del malessere solito, e Dylan deve ancora capire come sia possibile.
Non è la prima volta che se lo chiede. Ma è la prima volta che lo sente così forte, la prima volta che quel qualcosa di nascosto si spinge tanto in superficie da pungere la barriera dell'estraneità.
I nervi pizzicano di adrenalina, la musica scivola sulla pelle.
Qualcuno lascia scivolare lo sguardo sul suo corpo, da lontano.
E per quanto Ash sia l'assente principale della serata - per quanto la nostalgia di lui sia pari soltanto alla paura di pensarlo, ed al terrore di ritrovarlo - Dylan sente crescere un'inspiegabile quanto pressante voglia di ballare. Con la guancia premuta sul collo di Raven, possibilmente.
Con suo odore addosso, e intorno. E ovunque.
Sorride.
Perché in realtà solo l'idea che Raven possa vederlo conciato in quel modo lo fa arrossire di imbarazzo. Ma al tempo stesso si sente bellissimo - perfetto.
E la percezione della seta che sfrega sulla pelle è un piacere segreto: qualcosa che acuisce le sensazioni rendendo i movimenti ancora più fluidi. E pigri.
Non ha idea di dove sia finito Vivian. Eppure per quell'attimo, in quell'angolo di penombra, lui sta bene così.
Potrebbe perfino chiudere gli occhi, se non si sentisse in dovere di tenerli ancorati alla porta del bagno. Creare una nicchia di buio in cui solo la musica possa esistere, e immaginare di diventare leggero come fumo. Immaginare le braccia di Raven che lo sollevano da terra. Che lo adagiano su un letto di pellicce annodate. E la sua voce che scivola nell'orecchio - bassa - a sussurrare parole mai ascoltate. In una lingua antica di antichi popoli.
Storie di vento e stelle. Praterie sterminate.
Cavalli bianchi e chitarre e fuochi.
Una domanda.
"Vivian è fuggito?"
Dylan si volta di scatto, sussultando.
Gli occhi incrociano la forma della mano che gli si è poggiata sulla spalla, le ciglia sbattono sul rilievo delle nocche. Delle vene.
Le ossa del polso, e il colore ambrato della pelle.
Un vuoto allo stomaco.
Raven.
Prima ancora di lasciar salire lo sguardo sull'avambraccio - e poi sul bicipite, sulla spalla; sul profilo del collo, e delle labbra - il cuore è già piombato in gola con lo schianto sordo di una pietra lanciata nel vuoto.
Dylan trattiene il fiato.
Sente il sangue crollare verso il basso - le ginocchia farsi instabili. Le guance avvampare, nel ricordarsi improvvisamente come si è vestito. Come è truccato.
Sta per morire, ne è praticamente certo.
"Vivian?" ripete. Senza capire.
Ma l'altro sorride tranquillo, ritirando il braccio.
Scostandosi appena, lancia un'occhiata alla porta del bagno.
"Vi abbiamo visti entrare, ma non ho fatto in tempo ad alzarmi che già era sparito," spiega, tornando a guardarlo. "È riuscito a convincerti ad uscire?"
"È andato un secondo a specchiarsi," taglia corto Dylan, come se ignorare quella domanda possa rendere meno imbarazzante il fatto che Raven l'abbia trovato lì, sulla soglia di un locale gay. Agghindato in quel modo. Dopo che per telefono gli aveva detto di non sentirsi di vedere nessuno. Di non voler uscire.
Non riesce a crederci.
Abbassando gli occhi, affonda i denti nel labbro.
"Dovrebbe tornare subito, credo…" aggiunge, cercando disperatamente di nascondere dietro i capelli l'eyeliner nero che gli incornicia gli occhi. E il mascara.
Invano.
Ha avuto la brillante idea di appuntarsi le dreads sulla nuca, prima di uscire. Può contare soltanto sull'ombra esigua di qualche ciuffo ribelle, adesso. Sulle luci basse del locale.
Vorrebbe liquefarsi.
Eppure gli basta spiare velocemente l'espressione di Raven, con la coda dell'occhio, per rendersi conto che l'altro appare perfettamente rilassato. Per nulla contrariato, o sorpreso.
"Noi siamo seduti in quell'angolo," gli spiega, indicando un punto del salone con un gesto della mano. "Vivian ci troverà di sicuro senza problemi, se vuoi aspettarlo con noi."
"Voi?"
"C'è anche Jude," risponde lui, sorridendo.
E Dylan lancia uno sguardo al tavolo, si bagna le labbra.
Sposta il peso del corpo da un piede all'altro, incerto.
Inspira.
Dire di no è difficile, a volte. Neanche l'imbarazzo è sufficiente perché la tentazione di accettare possa smorzarsi. Neanche i propositi di un'intera settimana, neanche la paura. Essere saggi diventa impossibile, quando Raven è così vicino.
Perfino la figura di Jude, in lontananza, sembra caricarsi di un fascino irresistibile: il suo corpo è una mezzaluna di luce calda, curvata sul piano del tavolo.
Musica ed acqua e chiarore.
L'attrazione delle maree.
Nessuna sorpresa che Dylan stia già seguendo i passi di Raven, quindi: le luci si infrangono sul nero liscio dei suoi capelli, l'orlo dei jeans scivola sui fianchi scoprendo lembi di pelle scura.
E il cuore batte quasi troppo forte, mentre lui cerca di capire se quella voglia disperata di toccarlo sia piacere o dolore. O incoscienza.
Chissà se Vivian lo sapeva, che si sarebbero incontrati.
Chissà se lo ha fatto apposta. Se lo aveva programmato fin dall'inizio.
Sarebbe capace.
"Ciao Dylan."
Seduto sulla panca - schiena appoggiata al muro - Jude li ha guardati avvicinarsi con una tranquillità quasi speculare a quella di Raven.
Dylan non può evitarsi di notare ancora il ciondolo nero, appeso al suo collo. L'eleganza distratta del corpo - della posizione. Le ossa delle spalle in rilievo, sotto la maglia.
Il biondo caldo dei capelli.
"Ciao," risponde.
Ma non si avvicina, e non si siede - almeno fino a quando Raven non preme il palmo nel centro della sua schiena, spingendolo in avanti. Indicandogli il posto.
"Vivian?" sta chiedendo Jude, intanto.
"Si è dato alla macchia," risponde Raven. "Ha detto che doveva andare in bagno…"
E basta questo perché l'attenzione del ragazzo biondo torni a concentrarsi su di lui - perché il sorriso torni a rivolgersi nella sua direzione, e gli occhi si addolciscano quasi.
"Avete fatto bene a venire qui, questa sera," dice. "Siete arrivati giusto in tempo per l'uscita del gruppo."
"Sì? Cosa suonano?"
"Stasera non lo so, di preciso." Un'occhiata al palco ancora deserto. "Fanno jazz, comunque. Sono anche abbastanza bravi…"
"Oh. Jazz."
Silenzio.
Lo sguardo ancorato al posacenere, Dylan prova ad immaginare che effetto possa fare il proprio volto, così truccato. Il proprio corpo.
Rabbrividisce.
"Li conosci?" domanda, non sapendo bene che altro dire.
"Vengono qui spesso," risponde l'altro, scrollando le spalle. "E siamo qui spesso anche noi. Li abbiamo incrociati più volte. Sono simpatici."
In realtà, Dylan non sta ascoltando. Non sente neanche più la musica, del resto. Non riesce a rilassarsi.
Perché Raven tace, e lui non sa immaginare cosa stia pensando. Perché Vivian non accenna a tornare, e le mani di Jude sono di una perfezione paralizzante sul legno scuro del tavolo.
Perché la voglia di abbandonarsi è così forte che fa quasi paura.
E perché lui lo sa, che quando l'adrenalina è così liquida le difese finiranno per cedere: Raven è una presenza troppo nitida, troppo potente. Non serve guardarlo per sentirselo sulla pelle. Basta osservare le mani di Jude - la forma allungata delle sue dita. I movimenti del pollice intorno al vetro del bicchiere - lenti.
Inspira.
"Non è che mi metto così tutte le sere, comunque…" sussurra, senza quasi averlo deciso. "È stato più un gioco fra me e Vivian, oggi. Una cosa scema…"
Arrossendo, lancia un'occhiata alla sua destra: Raven sta già sorridendo, divertito, ed il sollievo è talmente intenso che Dylan sente i nervi iniziare a sciogliersi in un'unica ondata densa. Calda.
Rilassa le spalle.
"Ti mette a disagio?" lo ascolta chiedere. "Perché non si direbbe."
"Quando siete entrati, tu e Vivian, quasi non vi abbiamo riconosciuti…" annuisce Jude, prendendo un sorso dal suo bicchiere - e Raven ridacchia, appoggiandosi allo schienale.
"Infatti, era già pronto a corrervi incontro per pregarvi di lasciarvi fotografare…"
"Fotografare?"
Dylan si volta di nuovo. Trattiene un sorriso, scostandosi una ciocca dalla fronte.
Lo sguardo che Jude gli lancia è quasi timido, poi.
"È un po' una mia fissa, sai…" dice.
Ma è il modo in cui ha abbassato gli occhi, che ha deliziato Dylan. La punta di imbarazzo che ha percepito nella sua voce, la vicinanza improvvisa. Inaspettata.
Tutto diventa incredibilmente leggero, d'improvviso.
"E ti viene facile, convincere i ragazzi a spogliarsi?" scherza, malizioso.
"Ma non è che si devono spogliare sempre!" protesta Jude, a mezza voce. "Perché tutti sembrano pensare che faccio solo nudi?"
"Perché tu fai solo nudi, Jude. Statisticamente parlando, almeno," ride Raven. "Ti riescono bene…"
"Ed è assolutamente merito tuo. Non dei modelli…" insinua Dylan, scivolando con le spalle contro lo schienale della sedia. Lancia un'occhiata a Raven, quindi.
Trattiene un sorriso.
Non ha avuto molte occasioni di veder interagire Jude e Raven, alla festa: adesso, l'idea di trovarsi in mezzo a quel loro scambio continuo di sguardi e parole gli fa quasi girare la testa.
È come sentirsi trapassato da qualcosa di molto elettrico. Scosse incessanti - misteriose.
Oscure quel tanto che basta per impedire al cuore di calmarsi, ma sufficientemente avvolgenti da farti sentire fluido. Piacevolmente stordito.
E c'è il corpo di Raven, poi.
Centimetri di distanza - centimetri esigui.
Le labbra che ricordano il suo sapore con una precisione nettissima - le labbra che tornano a bruciare. A gonfiarsi.
Come quella sera.
"Devo aspettarmi di essere appeso anch'io nel tuo salotto, se accetto di farmi fotografare?" sussurra, sporgendosi appena in avanti.
"Dipende da quanto sei pudico…" sorride Jude, divertito.
"O da quanto il fotografo sa esser convincente…" rilancia allora lui, gli occhi fissi nei suoi. Fermi, come una sfida. Un gioco strano, perché che sia Raven il destinatario di quello sguardo è evidente per tutti.
E Dylan non sa spiegarsi cosa renda tanto intrigante quell'intreccio di riflessi - cosa ci sia esattamente in Jude che funzioni da catalizzatore per ogni messaggio diretto a Raven.
Ma è come una corsia preferenziale - un rettilineo da percorrere a velocità folle, che rende la corsa ancora più eccitante.
Forse il contrasto di colori. Di forme.
I lineamenti eleganti di Jude che ammorbidiscono quelli più esotici di Raven. Le tensione della complicità che si respira fra loro. Un universo tutto da scoprire.
Ma è ubriacante anche restare in silenzio ad ascoltarli mentre si scambiano battute, dopo.
Mentre Jude dice, serio: "Di solito, mi impegno di più a convincerli a farsele fare, le foto. L'esposizione è meno importante."
Mentre Raven sbuffa: "Sicuro! Infatti non hai passato un mese a convincere Vivian a lasciarti esporre il suo ritratto, vero?"
Muovere gli occhi dall'uno all'altro è come lasciarsi cullare dalle onde.
Lasciarsi stordire.
E Dylan ha come l'impressione che potrebbe facilmente passarci l'intera nottata, nel centro esatto di quella corrente. Perdere la rotta sembra fin troppo facile.
Dimenticare tutto il resto.
Perfino Vivian.
"A proposito," osserva però Raven, aggrottando le sopracciglia. "Ci si è perso, in bagno?"
E l'eccitazione si sposta ancora su un piano diverso.
"Ha detto che andava solo a…"
Pausa.
"A specchiarsi per vedere come lo avevo conciato," conclude Dylan, mordicchiandosi il labbro.
E non saprebbe dire perché scelga proprio quel momento per decidersi a voltarsi - a guardare Raven negli occhi, direttamente.
È da quando si sono seduti al tavolo che ha voglia di farlo: concentrare l'attenzione sulla riga nera dell'eyeliner - immaginare il contrasto del pigmento col verde chiaro delle proprie iridi.
Piegare appena un poco la testa, in modo che lo sguardo arrivi dal basso.
E affondare gli occhi nei suoi.
Mantenere il contatto a lungo.
Un invito.
"Magari vado a vedere…" sussurra, lentamente.
E se ne accorge adesso - mentre il nero assoluto di Raven entra attraverso le ciglia, e scende in basso, e scivola lungo la schiena - che il meccanismo solito si è rovesciato.
Perché stavolta non sarà lui ad alzarsi - a misurare ogni passo spiando indietro per assicurarsi che l'altro lo stia seguendo. Non condurrà nessuno attraverso la sala, e non ci sarà nessun guinzaglio da tirare. Né recite da allestire.
"No, lascia. Vado io," decide infatti Raven, scostando la sedia. "Chiedo un po' in giro se qualcuno l'ha visto. Giusto per precauzione," aggiunge, tirandosi in piedi.
A Dylan non resta che rimanere lì seduto, quindi.
Non gli rimane che sbattere le ciglia. Deglutire.
E domandarsi come accidenti sia possibile che le cose smettano sempre di girare nel modo solito, quando Raven è nei dintorni. Avere tutta quella voglia di toccarlo. Tutta quella paura.
E sentirsi così felice di ritrovarsi costantemente smentito in ogni aspettativa.
Come se le interazioni solite fossero diventate troppo scontate, d'improvviso. Troppo noiose.
"Vivian non si fidava del tuo talento di truccatore, che ha preferito andare a controllare di persona il risultato?"
La voce di Jude arriva dalla periferia più remota dei centri percettivi, e lui sospira.
Lancia un'ultima occhiata all'inchiostro dei capelli di Raven. Alla sua onda morbida.
Lentamente, si volta verso il ragazzo.
"Non credo fosse abituato a truccarsi, tutto qui," risponde, abbozzando un sorriso. "Forse non avrei dovuto insistere. Non so cosa mi fosse preso."
"Figurati. Vivian non è tipo che si fa grossi problemi, in quel senso."
Pausa.
"Poi, mi pare che stesse benissimo anche lui…"
"Hm."
Assorto, Dylan lascia scivolare l'indice lungo il bordo del bicchiere.
Il bicchiere di Raven - si trova a considerare.
La sua birra.
L'idea di portarselo alla bocca e di appoggiare le labbra sulla stessa superficie dove si sono premute quelle di lui, per un attimo, lo fa quasi rabbrividire.
Si sente strano, stasera.
Languido in una maniera perfino più intensa del solito - più folle. Perfino Jude gli appare paurosamente sensuale, mentre preme distrattamente il pollice sulla linguetta dell'accendino.
La fiamma si accende. Disegna una mezzaluna di luce sul suo zigomo. Fa brillare i suoi capelli.
E Dylan pensa che avrebbe voglia di allungare il braccio, sotto il tavolo. Appoggiare la mano sul tessuto dei suoi jeans - farla scivolare in alto. E chiedergli di raccontare la sua versione di quella prima seduta fotografica con Raven, intanto.
Quel che hanno fatto prima. Quel che è successo dopo.
"Vivian se n'è andato."
Raddrizza la schiena di scatto, invece, quando sente le dita di Raven chiudersi sul muscolo della spalla.
Non è sicuro di aver avuto la prontezza di riflessi necessaria a nascondere il brivido che gli ha contratto i nervi. Affonda i denti nel labbro, quindi.
Scioglie lo sguardo dagli occhi di Jude.
Eppure neanche l'imbarazzo sembra riuscire a sopraffare il senso di esaltazione che la vicinanza di Raven gli mette addosso. È qualcosa di paurosamente fisico - qualcosa di perfettamente definito.
Potrebbe tracciarne i contorni con le dita, quasi. Arrivare a toccarlo.
Deve fare uno sforzo notevole per concentrarsi sulle parole di lui, dopo, e non soltanto sul timbro della sua voce. Perché Raven ha quella tonalità terribilmente erotica anche quando parla di tutt'altro. Anche quando si lascia cadere sulla sedia, nervosamente, e la sua espressione diventa seria. Quasi grave.
"Ted dice che l'ha visto uscire di corsa almeno un quarto d'ora fa, e i ragazzi fuori han confermato."
Dylan si volta a guardarlo, senza capire.
Sbatte le ciglia.
"Chiaramente, ha anche il cellulare spento."
"Hanno visto dov'è andato?"
"Non lo sanno. Pare sia uscito da solo, a piedi, e Ted ha detto che non sembrava molto in forma. Incazzato. O spaventato, forse."
"Spaventato?"
Sta iniziando a connettere adesso, Dylan; adesso che i movimenti di Raven si fanno più bruschi - quasi ruvidi - e le dita tornano a premersi di nuovo sui tasti del cellulare.
"Comunque non può essergli successo niente di grave," lo sente dire, il telefono incastrato fra l'orecchio e la spalla. "Vivian è troppo sveglio per cacciarsi nei casini proprio al Queer, di tutti i posti."
E lui lo sa, che quell'osservazione è sensata: che il solo paragonare il Queer ad uno dei locali di New York basterebbe a tranquillizzare chiunque - che Vivian ha probabilmente solo avuto da ridire con qualcuno. Cose che succedono. Nulla di terribile.
Eppure l'ansia cresce al ritmo dell'attesa - si scioglie nel silenzio che accoglie la voce di Raven quando infine lui riaggancia il telefono comunicando, di nuovo: "Spento."
E non si allenta neanche quando la band sale sul palco - quando le luci si abbassano.
Non serve provare a concentrarsi sulle sonorità del jazz, spiare il profilo di Raven per scoprirlo privo di segnali di allarme. Controllare l'espressione di Jude.
La porta del locale.
La mente di Dylan continua inesorabilmente a settarsi sugli scenari più agghiaccianti che la sua fantasia riesca ad elaborare - skinheads con i coltelli affilati, tossici che brandiscono siringhe infette. Vivian accerchiato da una ventina di camionisti ubriachi.
Vivian violentato contro lo specchio del bagno, con i polsi inchiodati al muro.
Per colpa sua.
Perché lui ha voluto per forza vestirlo in quel modo. Truccarlo in quel modo.
Perché si è messo ad improvvisare imbarazzanti giochetti erotici ai danni di Jude e Raven, quando invece avrebbe dovuto preoccuparsi da subito.
Andare a vedere che fine avesse fatto.
Salvarlo.
Non se lo perdonerà mai.
Come non si perdonerà mai di non riuscire a prendere una qualunque iniziativa, adesso; di limitarsi ad attendere che il tempo passi, con il cuore che manca un battito ogni volta che Raven azzarda un movimento. Ogni volta che Jude cambia appena posizione.
Ogni volta che un brano finisce. Che ne inizia un altro.
Ha voglia di piangere.
Raggomitolarsi sotto le coperte insieme ad Ash e ascoltarlo respirare. Ha voglia di sentire la voce di Chris.
La voce di Jim Morrison e il traffico familiare di New York.
Il vibrare del telefono quasi spezza il respiro quando batte sul legno del tavolo, improvviso.
"Pronto?"
Che l'apparente tranquillità di Raven fosse in realtà soltanto autocontrollo Dylan lo capisce adesso, dallo scatto con cui il suo braccio si è allungato a recuperare il cellulare.
"Dove sei, Vivian?" lo sente scandire, nel ricevitore.
Sposta lo sguardo sul profilo di Jude, allora.
D'istinto, gli si fa un poco più vicino.
Ed è nel momento in cui Raven si alza in piedi - quando si allontana verso l'uscita con il telefono all'orecchio, facendo loro cenno di attendere - che lui viene colto dalla certezza quasi matematica che Vivian stia chiamando dall'ospedale.
Che quella sia l'ultima telefonata della sua vita.
L'ultimo anelito di fiato.
Voltando lo guardo verso Jude, affonda gli occhi dentro i suoi.
Apre le labbra per parlare, senza riuscire a pronunciare una sola sillaba.
Il sorriso che il ragazzo gli rivolge, a quel punto, è quasi straniante.
"Tranquillo," dice, spingendo il ginocchio contro il suo. "Va tutto bene."
E lui non riesce a far altro che appoggiargli la mano sul fianco - premere la guancia sulla sua spalla. Concentrarsi sulla trama della stoffa, sull'odore della sua pelle. Dei capelli.
Inspira.
La sensazione è simile a quella che ha provato mille volte con Chris, in un certo senso. Intima, e calda. Avvolgente.
Eppure ha anche un retrogusto completamente diverso - difficile da identificare. Forse perché le ossa di Jude sono più in rilievo, perché le sue spalle non sono ampie come quelle dell'amico. Perché sono diverse le sue mani. L'intensità del suo respiro.
E l'abbraccio, quando infine arriva, ha un impatto del tutto nuovo.
Come un confine superato. Una complicità stabilita.
Jude non si scosta neanche quando infine Raven torna a sedersi di fronte a loro, distratto.
"Quindi?" domanda, cambiando soltanto l'angolazione della testa. "Che è successo?"
Ma la paura è quasi del tutto passata, ormai.
Dylan non si aspetta più notizie terribili. Annunci di morte imminente. Catastrofi.
Forse aveva bisogno unicamente di quello: essere abbracciato.
Trascorrere giornate intere senza contatto fisico non è facile, per chi come lui è abituato a cercarlo di continuo. Per chi neppure ha mai dormito una notte da solo, in tutta la vita.
È come se mancasse l'aria.
Come se ci fosse bisogno di un altro corpo, accanto, per completare la percezione del proprio.
"Non ci crederai mai."
Raven ha appoggiato le spalle contro lo schienale, intanto. Sta massaggiandosi la fronte con la mano.
"Pare che Carlos abbia deciso di testare la sua nuova sessualità facendosi fare un pompino nel bagno del Queer," dice. "Esattamente nel momento in cui Vivian entrava. Io non so come si faccia ad essere tanto idioti, seriamente."
"O tanto sfigati," interviene Jude. "Ma trattandosi di Herrera, direi che idioti è un termine più adatto."
"Vivian comunque è incazzatissimo. Non credo abbia inteso la cosa nella maniera giusta."
"Beh, difficile intendere nella maniera giusta il fatto che il tipo che ti ha detto mille volte di no perché era etero sta nel bagno di un locale gay a…"
"Tu sei di parte, Jude. E non l'hai visto di recente, Carlos."
Non che a Dylan passi minimamente per la testa di domandarsi chi sia, questo Carlos.
La notizia che Vivian non è in pericolo gli è arrivata forte e chiara: il resto, per quanto lo riguarda, non ha poi tutta questa importanza.
Non adesso che Raven è di nuovo lì, comunque.
O che il contatto con la spalla di Jude sta diventando avvolgente. Tiepido. Come quando le lenzuola prendono la forma del tuo corpo, e il materasso ti si affossa sotto il fianco.
Sentirsi scostare è quasi traumatico, in quel momento.
Come perdere un punto di appoggio fondamentale.
Svegliarsi di colpo.
"Vivian ti ha detto qualcosa di tutto questo, per caso?" gli sta domandando Jude, ma Dylan fatica a ritrovare equilibrio senza il sostegno della sua spalla.
Chris era abituato: non lo allontanava mai troppo bruscamente.
"Di questo cosa?"
"Di Carlos," risponde il ragazzo, mentre Raven sbuffa: "Figurati se gliene ha parlato. Quel nome è tabù, ormai. Quasi mi stupisce sia riuscito a dirmelo per telefono…"
"Carlos sarebbe il suo ex?" domanda allora lui, cercando di concentrarsi.
"Non proprio. Non hanno mai avuto una storia. Carlos è etero. Dice."
"Carlos è totalmente andato per Vivian." Raven sprofonda contro lo schienale della sedia, contrariato. "Solo, ha qualche problema ad ammetterlo."
"È anche il suo compagno di stanza," spiega intanto Jude, indicando l'amico col mento. "Nonché uno stronzo di prima categoria. Mai capito perché gli voglia bene."
E Dylan ci prova, a recuperare la tensione di poco prima.
"Forse è conseguenza del suo esser così tanto mistico" azzarda, mordendo un sorriso fra i denti. Ma se Jude ridacchia distrattamente, Raven neanche sembra sentire.
E lui lo avverte già pesare in quel silenzio, il mondo esterno. Quel mondo che li sta chiamando verso direzioni diverse, quella città sconosciuta.
Strano come anche la musica suoni nemica, adesso: come tracci i confini fra i loro corpi, invece di sfumarli.
Raven fissa il piano del tavolo. Assorto.
Lui cerca di immaginare dove sia la sua mente - quali fantasmi rincorra. Quanto sia lontana.
E gli occhi di Jude sembrano studiare entrambi, con quella discrezione che appartiene ad ogni suo gesto.
L'incanto si è spezzato.
Dylan è sicuro che le lancette segnerebbero mezzanotte, se solo sporgesse il braccio a controllare l'orologio.
"Ok," mormora allora Jude, alzandosi in piedi. "Io direi che potremmo anche andare."
Raven solleva un sopracciglio, ma l'altro scrolla le spalle.
"Vuoi farmi credere che non stai morendo dalla voglia di correre a vedere se Herrera è ancora tutto intero?" domanda.
E Dylan non saprebbe neanche dire perché si senta in dovere di allargare il sorriso, a quel punto. Forse per assicurare a Raven di non esser troppo dispiaciuto - per fargli capire che almeno per lui non deve preoccuparsi.
Forse per scusarsi di essere sparito un'intera settimana. Di dover sparire ancora.
O forse solo per lasciargli qualcosa di sé - qualcosa da portare via.
Ma quell'impulso a prendersi cura di qualcuno che non sia Ash è un'esperienza del tutto nuova, per lui, e in qualche modo gli piace sperimentarla.
Non gli era mai capitato di provare nulla di simile, prima.
E non gli era mai capitato di baciare un ragazzo che gli piace sulla guancia, al momento di salutarlo. Di guardarlo allontanarsi nel vetro del finestrino augurandogli mentalmente la buona notte.
Dormi bene. Riposati.
Adesso che sono rimasti soltanto lui e Jude, nell'auto che li sta riportando a casa, cercare i suoi occhi viene quasi naturale. Come se in qualche modo potesse trovarci tracce di Raven, nelle sue iridi. Immagini impresse in una pellicola.
Negativi in verde.
"Era preoccupato, vero?"
Scrollando le spalle, l'altro incontra il suo sguardo nello specchietto retrovisore.
Annuisce.
"Raven tende a prenderle molto di petto, certe cose. È sempre stato così, anche da ragazzino."
Pausa.
"Finisci per farci l'abitudine, dopo un po' che lo frequenti."
"Adesso passerà il resto della serata ad occuparsi del suo amico?"
Una risata.
"No, è più probabile che passi il resto della serata a litigarci, in realtà. Herrera è troppo coglione per permettere a qualcun'altro di occuparsi dei suoi casini," conclude Jude. E Dylan si ritrova a sorridere suo malgrado, in risposta. Senza neanche saper bene perché - che non solo non conosce Herrera e i suoi casini ma neanche trova particolarmente divertente l'idea che Raven stia per accollarsi i problemi di qualcun altro.
Eppure Jude sembra avere questo strano ascendente, su di lui: se è allarmato, Dylan tende ad allarmarsi di riflesso. Se ride, viene da ridere anche a lui.
Così. Solo per osmosi.
Gli piace scoprire le diverse espressioni del suo viso: accorgersi di quanti infinitesimali atteggiamenti siano identici a quelli che costituiscono la gestualità tipica di Raven.
Guardarti attraverso lo specchietto retrovisore, ad esempio.
Tamburellare le dita sul volante. Distrattamente.
"Mi pare di aver capito che questo Herrera non sia esattamente il tuo amico più intimo," osserva, divertito, perché un altro degli effetti che Jude sembra avere su di lui è che gli fa venir voglia di chiacchiarare. E di scherzare. Voglia di complicità, forse.
L'altro, del resto, non sembra intenzionato a farsi pregare.
"È il classico strafigo macho che non si azzarda mai a buttar giù la maschera," risponde, svoltando una curva. "Hai presente il tipo, no? A me stanno sul cazzo istintivamente. Raven dice che in realtà quella è tutta una posa e che Carlos ha molto di più, dentro, ma io non ho mai avuto il piacere di assistere alla trasformazione. Per dirti: non ho mai neanche avuto voglia di fotografarlo. E ha un volto che in qualunque altro caso sarei stato disposto a pagare, per ritrarlo."
"Ah sì?" Dylan morde un sorrisetto. "Tipo il mio?"
Senza guardarlo, anche Jude piega le labbra in un sorriso.
"Sei sempre così tanto a caccia di complimenti, o è un onore che riservi a me?"
"È che non capita tutti i giorni di poter contare sull'occhio esperto di un artista."
Pausa. Studiata.
"Con il tuo talento, poi…"
"Adulatore, anche. Come se non bastasse…"
"No. In realtà sto parlando sul serio," mormora Dylan, lanciandogli un'occhiata.
E non sa perché si stia addentrando in certi argomenti. Non sa neppure dove intenda arrivare, con quel discorso. Ma la notte è buia, fuori. La distanza che lo divide dalla fine di quella serata si sta facendo sempre più esigua. E lui non ha voglia di restare da solo - non sopporta il silenzio.
Non riesce a distogliere gli occhi dai capelli biondi di Jude.
Dai suoi colori caldi.
"Mi piace fare un certo effetto sulle persone," lo sente dire, con un sorriso. "Sapere che provano qualcosa quando guardano il mio lavoro. Che sentono, forse quel che volevo dire. E mi piace quel che lega una fotografia a me, e al soggetto. Credo sia la parte che ho sempre amato di più."
"E non ti imbarazza?" domanda Dylan, cauto. "Mai?"
"Che cosa?"
"Beh… Lasciarti vedere…"
Pausa.
"Insomma, Raven sarà pure appeso nudo nel tuo soggiorno, dove chiunque può guardarlo," riprende, mordicchiandosi il labbro. "Ma alla fine sei tu. Nessuno ha visto davvero lui, immagino."
Un sorriso. "Cosa te lo fa pensare?"
"Forse il fatto che…"
Dylan si schiarisce la voce.
"Il fatto che dopo aver visto quelle foto perfino io saprei dire esattamente in che modo lo tocchi quando fate sesso. O in che modo ti lasci toccare."
Gli lancia un'occhiata. Un controllo rapido.
"E altri particolari, anche. Quasi tutti, credo…"
Aggrottando le sopracciglia, Jude torna a cercare il suo sguardo nello specchietto.
"Trovi?" domanda - e sembra quasi sorpreso.
Scuotendo piano la testa, sorride appena.
"Scusa," prosegue. "È che quelle in realtà sono le foto meno intime che ho di lui. Quelle pensate già con in mente uno spettatore esterno."
Esitando, si inumidisce le labbra.
"Credo che rappresentino lui, più che altro. Non tanto com'è con me, quanto com'è nei confronti del mondo. In un certo senso, niente che chi lo guarda non avrebbe già potuto vedere di suo."
"Sì. Hm."
Silenzio.
Ci fosse seduto Chris, nel seggiolino posteriore dell'auto, starebbe probabilmente già sudando freddo. La scena si è ripetuta mille volte, nel corso degli anni: Dylan che rimugina di dire qualcosa. L'altro che prega gli venga la divina ispirazione di tacere - per una volta.
E Ash che scrolla le spalle, sistemandosi gli auricolari: perché sperare di scamparla è inutile, ormai l'ha imparato. Tanto vale accendere un po' di musica. Attrezzarsi.
Questione di autodifesa.
"Io sono convinto che non tutti vedano quelle ombre dietro il suo corpo, invece," inizia infatti Dylan - quasi sottovoce. "Non in maniera così netta, almeno. È strano creare zone così scure per poi sfumargliele addosso in una luce tanto morbida, non pensi?"
Pausa.
Un'altra occhiata - cauta.
Jude sta ancora guidando, e non sembra sentirsi a disagio.
"Raven è un enigma, Dylan," risponde infine, dopo qualche tempo. "È qualcosa di troppo grande per poterlo spiegare. Per poterlo raccontare. Io lo conosco da quando ho quindici anni, e mi capita ancora di pensarlo, a volte. Che sia troppo."
Scuotendo il capo, si scosta una ciocca di capelli dagli occhi.
Riprende a parlare, a voce più bassa.
"C'è un'opera teatrale spagnola che verso i diciotto anni amava molto. Gliel'aveva fatta leggere suo fratello credo - e lui me la citava di continuo. Non so dirti di cosa parlasse, che era una roba strana, molto surrealista, ma c'era questo pezzo. Uno scambio di battute tra due personaggi. In cui uno dei due accusava l'altro di mentirgli soltanto, e questo rispondeva qualcosa come… 'Però io ti racconterò la menzogna più bella'. Ecco, Raven è questo. La menzogna più bella. E non perché non dica la verità - assolutamente. È la persona più sincera che conosco. Ma perché la sua verità cambia, nello stesso modo in cui cambia lui. In cui lui diventa altro, per adattarsi a quel che cerca chi gli sta accanto. Ai suoi bisogni."
Pausa.
"Poi, ci sono le volte in cui ti avvicini a toccare quel che è davvero. A spogliarlo. Ed è quasi spaventoso." Ride, lanciandogli un'occhiata. "Credo di non essere ancora riuscito a ritrarlo davvero, nudo, in dieci anni che lo fotografo. Non ne ho il coraggio."
L'auto rallenta, di fronte alla barriera del semaforo, e Dylan osserva la luce gialla lampeggiare nella notte. Guarda accendersi il cerchio rosso, più in alto, e la strada riempirsi di macchine.
Motori.
Il battito del proprio cuore - come una musica insistente.
Il respiro di Jude. La sua mano sul volante.
Inspira, lasciandosi andare contro la spalliera del sedile.
Non è serata per tornare a casa, quella. Non è serata da camere d'albergo, né da sigarette lasciate spegnere nei posacenere.
La menzogna più bella ripete fra sé.
E quasi ha voglia di dirlo a voce alta, per scoprire che effetto farebbero quelle parole sulle proprie labbra. Se farebbero venire i brividi. O se davvero avrebbero lo stesso sapore di Raven, sulla lingua. La stessa sensualità spaventosa.
Deglutisce.
"Ho pensato ai tuoi sfondi scuri, quando mi ha baciato," mormora, molto sinceramente. "Non so come sia possibile che una cosa che mi terrorizza tanto mi attragga anche con tanta forza. Dici che ha senso?" domanda, voltando la testa sull'imbottitura del seggiolino.
Jude scrolla le spalle.
"Poche cose hanno senso, riguardo a certi argomenti," si limita a dire.
Ed è esattamente sulla scia di quelle parole che i colori della notte si sgonfiano d'aria - che le luci della strada si fanno più sbiadite. Lontane.
L'entrata della pensione è appena dietro l'angolo - Dylan se ne rende conto in quel momento.
Una sola curva. Lo spazio di un unico respiro.
Guarda il cofano della macchina inghiottire il nastro dell'asfalto, un metro dopo l'altro, e sa che dovrebbe dire a Jude di fermarsi. È arrivato. Stanno andando troppo oltre.
Ma lo sguardo rimane fisso sulla strada - il vuoto si apre in una voragine spaventosa. E la voce trema appena quando finalmente lui riesce a mormorare, piano: "Qui. Lasciami pure qui."
Dovrà fare quasi un chilometro a piedi - considera.
Vorrebbe non essersi mai vestito in quel modo. Vorrebbe non essersi mai truccato.
Inspira.
"Mi fa quasi effetto trovarmi sotto casa con un tipo biondo e non invitarlo a salire," prova a scherzare, per vincere l'angoscia. Per non sembrare tanto a disagio. Tanto perso.
Ma quando Jude ribatte, divertito: "Sarebbe il colore dei capelli, la discriminante?", Dylan si rende conto che ogni istante guadagnato è solo un granello di nostalgia in più.
Scendere da quell'auto diventa solo più difficile. Come quando non puoi fumare, e assaggi un tiro dalla sigaretta di qualcun altro. Al solo scopo di volerne di più. E di sentirti più vuoto ancora. Più fragile.
"Mi sfottono da una vita, per questo…" taglia corto quindi. Aprendo la portiera.
"Comunque, grazie per il passaggio. Sei…"
Gentile, sta per dirgli.
"… da solo, stanotte?" gli esce invece - e subito spalanca gli occhi. Si schiarisce la voce, imbarazzato.
"Cioè. Non per quello, giuro," si corregge. "Pensavo solo che magari non ti andava di dormire così presto. Che avevi voglia di farmi vedere qualche foto… Visto che dici non ti imbarazza…"
Ma Jude non sembra aver frainteso. Affatto.
"È un'ottima idea," risponde invece, ridendo. "Te l'avrei proposto io, ma pensavo che potessi essere stanco…"
E Dylan non sa se stia mentendo. Non sa se lo faccia solo per gentilezza, o se abbia captato la sua paura di restare da solo. Se avrebbe preferito concludere la serata in altro modo. Non averlo fra i piedi.
Però la notte è scurissima, fuori, e Jude ha i colori caldi dell'oro e del grano.
Ha le impronte di Raven sulla pelle. Dentro gli occhi.
E se anche tutto questo fosse una menzogna, resta pur sempre la bellezza assoluta delle sue mani.
C'è sempre tempo per un'altra favola, in fondo.
Almeno, fino a quando la notte non è finita.



LA SECONDA PARTE PER DI QUA^^






Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.



CAPITOLO 72

Dec. 6th, 2009 09:42 pm
rosadeiventi: (Default)
72
Vivian - Ali di cenere





Ha un'eleganza strana, Dylan.
Un modo di muoversi morbido, sinuoso. Come la curva delle onde, quando lentamente si infrangono - come i passi sulla sabbia, che in poco tempo sbiadiscono.
Non è una leggerezza propriamente femminile: ha qualcosa di più freddo, una tonalità più lunare. E il trucco che ha scelto per la serata al Queer non fa che enfatizzare questa particolare sfumatura - non fa che richiamare alla mente i colori del mare, dell'acqua: quei verdazzurri profondi, gelidi, che accostati al suo viso e ai suoi capelli rendono algida la bellezza.
Androginia.
Vivian non aveva capito davvero cosa significasse quel termine, prima di assistere Dylan durante la sua preparazione. Prima di vederlo svestire i panni semplici del ragazzino sognante per trasformarsi in quella creatura ambigua.
È necessario un certo coraggio, per camminare in strada con quel genere di provocazione stampata addosso - una sfacciataggine diversa rispetto a quando indossi magliette trasparenti e jeans attillati. Perché non stai usando la tua bellezza per urtare: non stai cercando di sconvolgere, o di ottenere qualche reazione. Non è il sesso che pubblicizzi - ma l'ambiguità sessuale. La crisi di tutte le categorie stabilite, per sostituire il caos all'ordine. L'indefinibile alle certezze radicate.
E forse sta passando troppo tempo con Raven, se comincia a filosofeggiare anche su un modo di vestire. Forse sta passando troppo tempo con Jude, se l'occhio autonomamente inizia a trovare suggestive certe angolature.
Ma Dylan sembra al tempo stesso totalmente inconsapevole di quel che sta facendo e perfettamente cosciente dell'effetto che sta causando, e mentre cammina al suo fianco Vivian non può evitare di sentirsi piccolo. Perché l'amico non è più il ragazzino sperduto con cui sedeva sul letto mangiando cioccolatini, e non è neanche il tipo simpatico che Raven ha presentato loro alla festa di Jude. Ha tutta una serie di ricordi tatuati sulla pelle - esperienze che hanno dato al suo passo quella cadenza precisa, e al suo portamento quella convinzione. Sguardi e carezze che l'hanno modellato. Una città intera - New York - che l'ha abituato a interagire con il mondo, a farsi notare.
Lui, invece, ha passato l'intera vita tra quelle vie familiari, discrete. Ha imparato a camminare sul confine che in una stessa strada separa ombra e luce, ad immergersi nell'aria e a guardare.
Ora, il suo punto di osservazione non sembra più così perfetto.
L'equilibrio fragilissimo si è incrinato.
Perché Dylan ha insistito che anche lui si lasciasse trasformare, ma se sull'amico quel trucco e quei vestiti danno il senso di una maturità raggiunta, a Vivian sembra soltanto di inciampare nella sua stessa incertezza.
Non è abituato a portare maschere così evidenti, lui.
Non è abituato a ostentare il proprio nascondiglio - a dire chiaramente alla gente che quel che stanno guardando è uno schermo e nient'altro.
Paradossalmente, trovarsi così protetto lo fa sentire ancora più sperduto.
Fragile.
Squilibrato.
Ma forse è anche colpa del cielo, che d'improvviso sembra essersi trasformato in un mosaico di nuvole. Forse è colpa del reticolo che tiene le stelle imprigionate, e dei frammenti di notte che si intravedono oltre le grate. Forse è la luna, che insieme ai lampioni bagna le strade. O il Queer che in fondo alla via li aspetta, e quasi sorride.
Dylan, che rallenta il passo. La gente che volta la testa, seguendolo con gli occhi.
"Tu ti senti più uomo o più donna, Vivian? Ci hai mai pensato?"
Lentamente, lui distoglie lo sguardo dal lampeggiare del semaforo.
"Uomo o donna?" ripete, perplesso.
"Esatto."
Divertito, Dylan accenna un sorriso.
"O la linea, magari," aggiunge, sollevando il mento per tornare a guardare a testa alta la strada. E i passanti.
"La linea sottilissima che traccia il confine fra i due sessi, e che va percorsa in perfetto equilibrio… È questione di arte."
"Ma quindi lo stai facendo apposta!" lo interrompe Vivian, in tono d'accusa. "Stavo cominciando a pensare che ti venisse spontaneo!"
La risposta dell'amico è un allargarsi infinitesimale del sorriso sibillino - lo scattare del verde, la ripresa del suo camminare leggero. E lui lo segue scuotendo la testa, divertito, perché in fondo già lo sapeva che quel rivoluzionario cambiamento non poteva esser che simulato. Perché è evidente che Dylan sia ancora la stessa persona che gli ha aperto la porta in t-shirt, quella sera, anche se ora gioca a misurare il passo e ad atteggiarsi da sirena.
È bravo - bisogna riconoscerlo.
Sa modulare i gesti, la voce, gli sguardi; sa quando insistere e sa dosare l'eleganza senza trasformarla in affettazione.
Un attore consumato.
Vivian riesce quasi a figurarselo, in piedi nel centro di un palco, a declamare con tono ispirato il monologo di qualche drammaturgo morto da tempo. Può quasi immaginare la luce dei suoi occhi - l'intensità del sorriso.
Strano scoprirsi tanto intrigato da una persona conosciuta da così poco tempo. Strano riuscire ad ammirarne la bellezza in maniera del tutto disinteressata, senza sentire in alcun modo neanche l'ombra dell'invidia.
Al contrario, gli basta notare la maniera in cui la gente del Queer guarda l'amico, per trovarsi a sorridere compiaciuto.
"Tu credi che ci siano tabaccai, da queste parti?" domanda Dylan, rallentando nuovamente a pochi metri dall'entrata.
Con gli occhi segue il profilo dell'insegna del locale - i caratteri un po' strambi con cui è dipinta sopra il legno; i colori contrastanti delle lettere contro lo sfondo.
Lentamente, si spinge a studiare il murales che occupa la facciata principale dell'edificio, ignorando studiatamente i ragazzi seduti sui gradini.
"Non saprei," risponde Vivian . E l'attenzione cade su un tipo con gli occhi scuri, appoggiato al muro vicino alla porta d'entrata.
"Forse sono chiusi, a quest'ora."
"Vuoi una sigaretta, rosso?" domanda allora il tipo, staccandosi dalla parete.
Ed era logico che succedesse. E' una vibrazione che ha iniziato a crescere da quando sono usciti di casa - che si è alimentata ad ogni sguardo incrociato. Ad ogni incontro.
Dylan sorride.
"Tutti chiusi? Sei sicuro?" chiede rivolto a Vivian, come se l'altro neppure avesse parlato. "Mi servono quelle fini, sai. Il tabacco non va bene, oggi…"
Ed è talmente evidente che quella sia semplicemente l'ennesima scenetta improvvisata per sfoggiare la sua nuova identità che lui non può fare altro che sollevare gli occhi al cielo, mentre lo spinge verso l'entrata.
"Scusa, ma sai: gli servono quelle fini, oggi…" risponde al tipo, intanto, sorridendogli con aria di scusa.
E quando l'altro scuote la testa, divertito, non può trattenersi dal pensare che è questa, una delle cose che più gli piace del Queer: la gente che vi si raccoglie e la tranquillità di ogni loro gesto.
Non devi preoccuparti eccessivamente di come ti stai comportando, di quel che stai trasmettendo. Non devi far troppo caso a quel che penseranno di te o a come ti tratteranno.
Il senso di complicità si estende anche tra completi sconosciuti. Ed è facile giocare, quando il momento lo permette. Così com'è semplice fare sul serio quando il gioco diventa più impegnato.
Vivian ricorda di aver visto, a distanza di settimane, le stesse persone riunirsi insieme intorno al palco per ascoltare un concerto o sedersi a terra per assistere alla proiezione di qualche film, come si potrebbe fare in un cineforum. Li ha ascoltati discutere il programma di una manifestazione o applaudire ridendo uno spettacolo di spogliarello - ha visto la sala trasformata in una mostra fotografica.
Ha visto se stesso, nudo, accoccolato sul pavimento, esposto in un angolo: ha visto la sensibilità con cui Jude aveva catturato ogni suo tratto.
È arrossito.
E subito dopo ha sorriso, quando ha sentito un ragazzo complimentarsi con l'amico per quello stesso ritratto, senza neanche accennare al fatto che il modello sedesse al loro fianco completamente vestito.
Ama il Queer, Vivian, nella stessa maniera in cui ha imparato ad amare l'amicizia di Jude e di Raven. Come risultato di un addomesticamento lento. Di un graduale ricongiungimento con il proprio polo positivo.
Quando l'hanno portato in quel locale per la prima volta, l'idea che tutti si conoscessero di vista - che quasi tutti si interessassero al suo nome - gli aveva stretto la gola per l'angoscia.
Ora, invece, è rassicurante sapere che basterebbe intercettare il primo passante e chiedergli di Raven per vedersi indicare la giusta direzione. Rassicurante sapere che, se anche non avesse già individuato il tavolo dell'amico, raggiungerlo non sarebbe comunque difficile.
Certi posti ti cambiano - nello stesso modo in cui sanno cambiarti alcune persone.
O forse si consuma nel lento rieducarti alla tua vera identità, il loro incantesimo. Forse ti riportano solo dentro te stesso. Perché anche Dylan sta già tornando ragazzino, fra quelle mura; e fa tenerezza notare quanto l'abbia già distratto il nuovo ambiente - quanto più avvicinabile appaia, ora, rispetto alla creatura che scivolava per strada come se camminasse sulle acque.
Come una sirena bellissima.
E irraggiungibile.
"Ma è casa di qualcuno, qui?" domanda, incuriosito.
Vivian ridacchia, scuotendo la testa.
"Quasi," risponde, con aria misteriosa.
"Senti, perché non ti metti comodo, comunque?" prosegue, fermandosi sulla soglia. "Io devo fare un salto in bagno a controllare come mi hai conciato, prima di socializzare troppo…"
E quasi mancherebbe il coraggio di lasciarlo da solo - che Dylan ha di nuovo l'aria sperduta di un'ora prima mentre si morde il labbro, incerto. Mentre lancia un'occhiata verso l'uscita. E sembra voler fuggire.
Ma Raven ha già scostato la sedia, in lontananza. Si sta già alzando.
E lui preferisce non essere intorno per mediare il loro incontro - preferisce lasciare al Queer il compito di costruire un paravento.
Lasciare a Raven la possibilità di convincerlo da sé, Dylan.
Lasciare a Dylan la possibilità di accettare.
Allarga il sorriso, quindi; si sporge a baciargli la guancia, d'istinto.
"Tranquillo che torno subito," aggiunge, indietreggiando di un passo. "Va bene?"
Poco convinto, l'altro scrolla le spalle.
"Sicuro," risponde. "Io magari ti aspetto qui, però…"
E mentre si allontana, Vivian pensa che la curiosità di spiare la loro interazione resta, comunque. La voglia di sapere che espressione prenderà il volto di Dylan quando Raven gli rivolgerà la parola - e cosa si diranno, come si guarderanno.
Gli piacerebbe essere con loro quanto faranno ritorno al tavolo dove li aspetta Jude - quando per la prima volta si troveranno faccia a faccia, tutti e tre. Quando dovranno iniziare ad abbozzare i termini di quel nuovo equilibrio - capire quanto sia solido il filo e quanto forte la vertigine, e se sia possibile mantenersi in bilico.
Se riusciranno ad accordarsi.
Forse, la sua presenza potrebbe servire a costruire una certa stabilità.
Forse, potrebbe aiutarli.
Ma quando si volta, un attimo prima di abbassare la maniglia della porta del bagno, Raven ha già raggiunto Dylan - gli sta già parlando. Ha già sorriso. E Dylan è arrossito e ha distolto lo sguardo e forse Vivian avrebbe dovuto comunicargli il programma della serata - forse avrebbe dovuto avvertirlo dell'esistenza di quella congiura - ma non riesce a rimpiangere davvero di averlo tenuto all'oscuro perché se l'amico avesse saputo cosa lo aspettava sicuramente si sarebbe rifiutato di seguirlo e lui e Raven insieme sono talmente belli che valeva la pena azzardare qualche sotterfugio.
Sarebbe bastato un qualunque avvertimento, del resto, a rompere la spontaneità della scena. A rendere quell'incontro meno impacciato - meno tenero, nella misura in cui tenero è Dylan con i suoi occhi verdi e la sua timidezza ambivalente. Con le sue recite non del tutto rifinite e le sue chiacchiere sui baci mistici, e su chissà quasi altre teorie.
Divertito, Vivian scuote la testa.
Torna a dar loro le spalle - muove un passo avanti.
Spinge la porta del bagno, con delicatezza.
Ed è nell'esatto istante in cui varca la soglia che viene assalito dalla netta sensazione di lasciarsi alle spalle la familiarità conquistata a fatica - il calore di gente conosciuta, di volti sorridenti e amicizia - per mettere piede in un territorio vaneggiante. Specchio rovesciato - incubo distorto.
Strada sconnessa che si perde al margine, nell'ombra. Nel buio.
Perché lì, nello spazio presente - materializzata dalla luce impietosa delle lampade al neon - la figura di Carlos appare inaspettata e grottesca come una visione distorta.
Carlos.
Con gli occhi chiusi.
Carlos.
Con i pantaloni slacciati.
Carlos con la testa rovesciata all'indietro - Carlos con le spalle premute contro il muro.
Il corpo teso come la corda di un arco - ogni senso puntato verso l'obiettivo.
E le dita contratte, come aggrappate ai ciuffi di capelli. Aggrappate al calorifero, invece.
Al metallo. Non ha senso.
Il ragazzo inginocchiato tra le sue gambe, in un primo momento, non è altro che una macchia scura posta di fronte al suo inguine: sono scuri i capelli, e le maniche della maglietta. Sono scuri i jeans, le scarpe, i passanti della cintura. È scura la sua figura, anche, in quel momento: come se si trovasse dietro ad un vetro opaco.
Difficile trovare un equilibrio in quel che sta facendo.
Difficile trovarvi armonia, o anche solo credere che qualcosa del genere stia davvero accadendo.
Tutto appare irreale. Un sogno di febbre - incoscienza.
Tempo immobile.
Lentamente, senza avere in mente un disegno preciso, Vivian si trova ad avanzare di un altro passo.
Sotto i suoi piedi il pavimento del bagno sembra essersi trasformato in una scacchiera lastricata: le mattonelle disegnano tante caselle su cui lui si muove, come una pedina, eppure anche quel paragone ha un sapore sbagliato. Perché non ci sono più schieramenti, in quella partita, ma soltanto la sua solitudine accampata su di un lato e dall'altra parte della stanza il peggiore dei suoi incubi, inchiodato al muro.
Carlos ha la bellezza violenta di un dio che non offrirà mai la mano per salvarti, mentre piega la testa per seguire i movimenti del ragazzo, e lui pensa che non è giusto.
Ritrovarlo lì, dopo mesi in cui era riuscito ad evitarlo.
Incontrarlo di nuovo nel posto meno sospetto, e trovarsi sbattuto in faccia il culmine di ogni insulto.
È come mettere il piede sopra un chiodo, mentre cammini scalzo sulla lana di un tappeto.
Come inciampare su un tuo sbaglio. Spezzarti di nuovo un osso già rotto.
Un dolore già sperimentato.
"Fortuna che ero io, quello con la passione per le scopate nei cessi."
La voce suona come un colpo di frusta, nell'aria immobile, e Vivian quasi non si accorge di essere stato lui a parlare finché gli occhi di Carlos non si aprono di scatto e il suo volto si contrae in un'espressione diversa.
Sorpresa, probabilmente.
Probabilmente imbarazzo.
Vaffanculo.
"No, ma continuate pure, eh," prosegue Vivian, inarcando le sopracciglia, mentre lo guarda raddrizzare la schiena di scatto. "Non fate caso a me, ci mancherebbe…"
L'altro però ha già allontanato con una spinta il ragazzo e si sta riallacciando i pantaloni con movimenti veloci, febbrili.
Le dita tremano appena, mentre annaspano tra bottoni e cerniera - gli occhi sono sgranati, le pupille dilatate.
Vivian non ricorda di averlo mai visto così sconvolto, nei due anni che lo conosce: neanche quella sera al Limbo, quando tra le sue gambe si era inginocchiato lui stesso. Neanche quella notte in macchina, dopo che l'aveva baciato.
Stringendo i denti, abbassa lo sguardo sull'altro ragazzo, che sta voltando la testa dall'uno all'altro con l'aria di chi si trova davanti un rompicapo e cerca di capire quale ordine dare agli elementi sparsi sul tavolo.
Ora che può guardarlo in faccia a Vivian sembra anche di riconoscerlo: un volto già visto, incrociato chissà quante volte in quello stesso locale - occhi scuri, grandi, espressivi, labbra pronte al sorriso e al gioco.
Forse gli è già anche capitato di scherzarci, mentre in coda al bar aspettava da bere.
Forse hanno chiacchierato.
Adesso, mentre lo guarda seduto lì a terra con la fronte aggrottata dal sospetto, si trova a desiderare di averci fatto ben altro: di averglielo succhiato anche a lui, il cazzo, così come lui lo stava succhiando a Carlos - in quello stesso bagno, magari, in una serata simile a quella.
Rimetterebbe un po' a posto le cose, forse.
Lo farebbe sentire un po' meno tradito.
"Il Queer non aveva qualche regola non scritta che vieta il sesso in luoghi pubblici, comunque?" Fermandosi nel centro della stanza, inarca un sopracciglio. "Forse, chiudere almeno la porta…"
"Avevamo un po' altro per la testa…" ribatte il tipo - con un'aria di tranquillità divertita che in ogni altro momento gli farebbe venir voglia di ricambiare il sorriso.
Ora, l'impulso è soltanto quello di picchiarlo.
Un pugno a lui, e uno allo stronzo che ha la faccia tosta di venire a fare certe cazzate nel cuore del suo territorio. Non crede che ne avrebbe la forza, comunque.
L'energia.
Perché già solo l'idea di voltarsi verso Carlos lo fa sentire esausto - la prospettiva di guardarlo di nuovo negli occhi, di sbirciare sotto la sua maschera. Di sentire l'insulto fermarsi in gola e non trovare la voce per urlarglielo in faccia, quanto sia ipocrita.
Ridicolo, con la sua aria da macho del cazzo, e grottesco in quel bagno. In quel mondo.
Patetico.
Non si aspettava di trovarsi il suo sguardo piantato addosso, comunque.
Non si aspettava di voltare la testa e di trovarlo già lontano dalla parete - a portata di mano, quasi, come intenzionato a toccarlo - né di scoprire tracce di incertezza sul suo volto. Di scoprirvi confusione e dispiacere.
È come uno schiaffo.
Perché Carlos non ha nessun diritto di venire al Queer in cerca di un pompino solo per mostrarsi rammaricato dal fatto che Vivian, tra tutti, abbia dovuto sorprenderlo. Non ha diritto di infestare i suoi luoghi, di contaminarli - di superare il confine tacitamente tracciato la mattina di quell'ultimo litigio - e soprattutto non ha il diritto di guardarlo in quel modo dopo.
Come per chiedere scusa. Come per spiegare.
Spiegare cosa?
Vivian non è sicuro che riuscirebbe a mantenere la calma, se l'altro azzardasse una cazzata del genere. Ed è un sollievo quando infine lo vede rinunciare a trovare la voce - quando l'altro richiude la bocca, abbassando gli occhi, e si affretta a raggiungere l'uscita senza neanche sfiorarlo. Aggirandolo come se fosse un ostacolo fisso - tenendosi lontano, neanche fosse radioattivo.
Alle sue spalle, la porta si chiude con un rumore sommesso.
Lui serra le palpebre, prendendo un respiro.
"Stai bene?" arriva la voce del ragazzo, venata di scetticismo - ed è strano come funziona la rabbia, in certi momenti. Strano come monti quando la ragione manca - come invece si smorzi schiantandosi contro un muro quando esternandola si potrebbe ottenere qualcosa.
Vivian sa benissimo che non è colpa di quel tipo, se Herrera è figo e stronzo ed è impossibile dirgli di no, ma quando riapre gli occhi per trovarlo lì tranquillo, con le mani infilate in tasca e la schiena appoggiata al muro, non può impedirsi di odiarlo. Con tutta la stanchezza dell'odio represso.
Il "Vaffanculo" che gli lancia addosso nasce dalle profondità di quel risentimento - dalle pieghe più oscure dell'anima, dagli anfratti più remoti.
Ci sono mostri strani, infossati in quegli angoli. Corpi sfumati dagli incubi e carezze rifiutate, carezze subite. C'è il percorso che ha compiuto finora - tutte le tappe di questi diciannove anni, quelle bruciate, quelle ignorate - e c'è il filo di buio che si lascia alle spalle, che lo lega.
Straccio di stoffa a coprire gli occhi.
Il graffio della luce.
Carlos ha sempre avuto la capacità infernale di chiamarli a rapporto, quei fantasmi.
Ogni volta che Vivian gli parla - ogni volta che lo affronta - li sente brulicare sulla pelle, viscidi. Macchie di grasso che mai sbiadiranno - macchie di unto, di gelo.
Lo sporco che raccogli quando gratti il fondale del mondo - nero sotto le unghie, indelebile, acidulo. Bile nella bocca, nelle viscere, e sangue raggrumato in disegni sulla pelle.
La vertigine delle scale.
Non ha mai capito perché la sua opinione conti così tanto. È un anno che se lo chiede - un anno che cerca di ignorarlo - eppure l'effetto è lo stesso del primo giorno.
La prima volta in cui ha subito quello sguardo.
Il primo insulto.
Avrebbe dovuto capirlo da subito che qualcosa con quel ragazzo stava andando storto, perché quasi ancora non si conoscevano eppure il 'puttana', sulle sue labbra, aveva fatto più male che quando a rigirarselo in bocca era stata sua madre. Aveva colpito in profondità - ferito - quando ormai epiteti del genere non facevano che accarezzarlo.
Avrebbe dovuto capirlo da subito.
Tenersi alla larga - evitarlo.
Aveva continuato a ronzargli intorno, invece, come una farfalla stordita dalla luce. Aveva continuato a bruciarsi, centimetro dopo centimetro, perché man mano che le ali prendevano fuoco sembrava andarsene via un pezzetto di sporco. E non importava se faceva male. Non importava se rendeva faticoso volare.
L'illusione era una fiamma.
Carlos, la candela.
Ma battito dopo battito le ali si sono consumate del tutto - l'hanno lasciato nudo, tremante. Un insetto spogliato di ogni bellezza - di ogni fulgore.
Neanche la rabbia resiste.
Negli anfratti dell'anima, anch'essa si spegne.
E non saprebbe trovare una ragione razionale al perché quell'incontro lo abbia sconvolto tanto - perché abbia avuto il potere di cancellare d'un sol colpo tutti i disegni nuovi che piano piano aveva cominciato a tracciarsi addosso, per decorare il suo corpo ormai svestito di altre dolcezze, di altre illusioni.
Non saprebbe dire perché sia bastato vederlo per rendere gelido anche il calore del Queer - per far tornare la fame di buio, l'ansia di vuoto. Per ritrovarsi a lasciare quel nido con la fretta incosciente di un animale impazzito, misurando la strada con passi veloci. Misurando il tempo con i propri pensieri.
Quando si costringe a rallentare l'andatura è già nella notte, lontano: il marciapiede gli si snoda davanti come una riva posta a contenere l'asfalto e non c'è nessuno di fronte a lui, nessuno al suo fianco.
È solo.
La paura nasce lenta, come un'onda, dagli stessi abissi in cui prima si era originata la rabbia. Nelle stesse cavità di veleno dove la disperazione macera - dove si scioglie la sfiducia.
Lui la ascolta salire gradino dopo gradino - chiudendo gli occhi la vede, marea scura e vischiosa, e nausea e impotenza e senso di colpa e dolore.
Prende un respiro profondo - è fredda l'aria della sera.
Schegge di ghiaccio che incidono la pelle.
Stilla di sangue.
Una ferita.
Riaprendo gli occhi di scatto, si preme i polsi sulle tempie e lentamente lascia scivolare le mani verso la nuca. Con decisione - con forza - intreccia le dita.
Dopo, è forse un gesto di viltà quello che lo spinge a recuperare il cellulare dalla tasca dei pantaloni. A premere un pulsante, digitare una serie di cifre. Concentrarsi sulla forza di un nome.
Forse è viltà - mancanza di determinazione.
L'incapacità di concludere che uccide tutti i suoi propositi sul nascere.
Ma forse anche il riconoscersi vili è un atto di coraggio.
Non chiudere gli occhi - non rendere cieco il passo.
Sbarrare il passo all'alta marea.
Domandare aiuto.
E respirare un po' più leggeri, dopo aver avuto conferma che, questa volta, non sarai solo.






Vivian non saprebbe spiegare perché David abbia quest'effetto sui suoi nervi.
Non sarebbe neanche esatto dire che lo calmi perché in realtà non è serenità che porta, lui.
Samuel sì - Samuel con il crepitare del suo camino, con la luce del tramonto che cola liquida sulle statue. Samuel con la sua voce morbida e le carezze, e i libri.
Con lui le angosce passeggere sbiadiscono. Si lasciano mettere da parte - ignorare.
Dimenticare.
Con David questo non succede mai, invece.
David non ti aiuta a ignorare le cose che ti stanno abbattendo: le brucia, piuttosto. Strappa loro le radici. E non offre consolazioni momentanee - non regala parentesi di respiro.
Non davvero.
Insieme a lui, Vivian si sente protetto.
Come se bastassero le sue mani a dargli la certezza di non essere più disarmato - come se bastasse la sua sola presenza, la vista della sua auto che si avvicina a velocità folle. La sgommata dello sterzo.
Sarebbe addirittura in grado di sorridere, forse. Quasi in grado di piangere.
Lentamente si alza in piedi, invece. Si avvicina alla fiancata senza cambiare espressione, spolverandosi i jeans con i palmi delle mani.
"Vivian."
Dall'interno, David si è sporto ad aprirgli la portiera.
Ha occhi scuri - più scuri del solito. Più attenti.
Difficile illudersi che non abbia colto l'ansia nella sua voce, durante la telefonata. Difficile immaginare cosa stia pensando, prevedere le sue mosse.
Dirgli qualcosa.
Dentro l'abitacolo c'è odore di tabacco e dopobarba - il silenzio insolito di un'autoradio spenta.
Nessuna domanda, da parte sua. Nessun interrogatorio.
E Vivian lo sa, lo sente, che è proprio questo il motivo per cui quel silenzio non durerà a lungo. Che se David avesse esordito pretendendo di sapere cosa fosse successo probabilmente gli avrebbe propinato una scusa qualunque, ma che quella sua anomala discrezione non farà altro che strappargli qualche segreto.
È solo questione di tempo.
Questione di strada, forse. Qualche altro chilometro…
"Non male, il look," lo sente mormorare, quando hanno già imboccato il viale di circonvallazione.
Con una smorfia, valuta l'insolita scarsità di ironia che accompagna quella sua affermazione. Si stringe nelle spalle, senza guardarlo. Inspira.
"Dovresti vedere il tipo che me l'ha consigliato, allora…"
"Serata insolita?"
Annuendo, lui serra appena la mascella. Potrebbe dare questa risposta e basta, in fondo.
Potrebbe sedersi più comodamente, voltare la schiena alla portiera e mettersi a raccontargli di Dylan - raccontargli di Raven, e Jude, e la congiura. Potrebbe parlare di tutte le stronzate con cui riempie le orecchie di David di solito, finché lui non si stanca di ascoltarlo e lascia che una battuta prenda una curva troppo maliziosa e che la conversazione si perda nei doppi sensi di tutta la loro storia.
Potrebbe anche non dire niente e limitarsi a sporgersi verso il suo corpo - allungare il braccio. Premere la mano tra le sue gambe e sorridere, mentre lo tocca.
Respirando profondamente gli lancia un'occhiata, invece.
E lo sa, nel momento esatto in cui dice: "Siamo andati al Queer," che il suo presentimento si è avverato e che non c'è modo di fermarsi, adesso.
Non c'è modo di deviare.
La voce è contenuta mentre prosegue, con calma: "Dovevamo incontrarci con un paio di amici. Passare un po' di tempo insieme. Divertirci. Niente di strano, no? Non mi sembrava di pretendere troppo."
Deglutendo, si ferma.
Basta chiudere gli occhi per vederlo ancora, Carlos. Bellissimo e arrogante e brutale in quel suo essere così intoccabile - nel suo lasciarsi contaminare.
Basta fare un minuscolo sforzo per sentirlo.
Per immaginare tutte le parole che non ha detto. Per registrare tutti i rumori che neanche stava facendo.
Bagnandosi le labbra, Vivian stringe i denti.
"Invece quando vado in bagno chi mi trovo, in bella vista a farsi fare un pompino nel posto più romantico del locale?" chiede, premendosi due dita sulle tempie.
David gli lancia uno sguardo.
"Lo stronzo che ha passato gli ultimi sei mesi della sua vita a giurarmi che a lui i maschi non piacevano," riprende lui, in fretta. "Lo stronzo che se non mi aveva vomitato addosso l'unica volta che gli ho succhiato il cazzo è stato solo perché era sbronzo, che ha passato gli ultimi sei mesi della sua vita a farmi la morale perché sono una puttana e lui le puttane non le frequenta, sai, a parte quando ce l'ha duro e quindi gli fa comodo che qualcuno non si faccia pregare troppo per prenderglielo in bocca. Lo stronzo che i maschi gli fanno schifo e gli fanno schifo i gay e gli faccio schifo io però il tipo che glielo stava succhiando maschio lo era decisamente, e neanche di quelli troppo ambigui se vogliamo dirla tutta, voglio dire, capirei l'avessi beccato con Dylan, invece no, perché evidentemente non è quello il problema, perché evidentemente è un cazzo di ipocrita che neanche riesce ad ammettere che in realtà della sua morale bacchettona non gliene fotte un cazzo, e che prima di andarsene mi ha quasi parlato, cioè, ti rendi conto?, mi ha quasi detto qualcosa con quella cazzo di faccia come se gli avessi fatto io un torto a comparire sul più bello, che così si sente in colpa perché lui è tanto buono e io sono solo il povero ragazzino psicolabile che si è preso una cotta demente per la sua aria da strafigo e gli fa scenate ad ogni piè sospinto e figurati adesso che sa che potrebbe avere qualche possibilità!, non lo lascerà più vivere!, come se non avessi un po' di dignità, no?, come se fossi lì a pregarlo di scoparmi, come se non avessi capito l'antifona, ormai, e neanche ci stessi più tanto male, perché seriamente, non lo stavo neanche più pensando così tanto da quando non me lo trovo davanti tutti i giorni, e lui chiaramente deve andare a rovinare tutto facendosi fare un pompino nel mio locale preferito da un tizio che forse mi ha anche offerto da bere un paio di volte e…"
Pausa.
"Perché cazzo ti stai fermando, scusa?"
"Secondo te?"
"Siamo arrivati?"
"Sei perspicace, stasera," risponde David. Con calma.
E Vivian sbatte le ciglia, ammutolito, perché fuori lo scenario è diverso da quello che è solito vedere al momento di scendere dalla Jaguar: nessuna insegna di motel, nessun locale più o meno promettente. Neppure il tramonto che muore sulla collina, allungando le ombre sulle rare volte in cui David decide di dividere il loro tempo con Samuel.
C'è uno spiazzo semideserto, invece, incassato fra i palazzi. L'imboccatura di una strada secondaria e il perimetro netto di aiuole non troppo curate - una sola auto sistemata in uno dei posti numerati. Lucernari di cantine.
Tutt'intorno, avvolgente, una foschia irreale.
"Andiamo. Scendi," dice l'uomo, sporgendosi sul sedile posteriore per recuperare le sue cose.
Ha movimenti sicuri, David. Quelli di sempre - come se lui neanche avesse parlato. Come se non avesse trascorso l'ultimo quarto d'ora ad accostare parole e rabbia e indignazione.
Come se fosse tutto normale.
Perplesso, Vivian apre la portiera.
"Andiamo dove?" domanda.
"Chiudi con delicatezza, sii gentile," lo ammonisce l'altro, lanciandogli un'occhiata.
Si infila la giacca, intanto. Fa scattare l'antifurto.
E Vivian si ritrova con il suo braccio stretto alla vita, subito dopo - le dita morbidamente affondate nella tasca posteriore dei jeans, e il suo profumo che arriva più forte. Più definito.
Per un istante, la fiamma dell'accendino illumina l'ombra - il fumo della sigaretta la stria di bianco, velando la notte.
E lui prende respiro, concedendo al proprio corpo di rilassarsi nell'abbraccio - permettendo all'uomo di condurlo attraverso lo spazio asfaltato senza rivelare nulla circa la loro destinazione, come se quella fosse una passeggiata qualunque.
Come se ci fosse il lago, sullo sfondo - o qualche meta facilmente intuibile.
David sa farle bene, certe cose: evitare promesse. Guidarti nel buio.
E poi fermare i tuoi passi sull'orlo di un'aspettativa che se a volte sa portarti lontano, altre volte invece può condurti semplicemente ad un mucchio di mattoni crollati.
Ciuffi d'erba che penetrano dall'esterno - una breccia nel muro.
E il suo polso che ruota, lentamente, per indicare il passaggio.
L'inquadratura ha anche una sua poesia, in fondo. Una suggestione poco adatta a David, ma comunque interessante. A Jude piacerebbe, probabilmente.
Forse neanche sembrerebbe così surreale, a lui.
"David, giuro che stasera non ti seguo."
Sbattendo le ciglia, Vivian si volta a guardarlo.
"Perciò forse è meglio che ti segua io," ammicca l'uomo per tutta risposta, regalandogli il primo sorriso della serata.
E forse è questo a convincerlo ad avanzare: il fatto che l'altro sia divertito e che lo guardi con l'atteggiamento giocoso che mostra di solito prima di fargli qualche regalo. La sicurezza che qualunque cosa lo aspetti, oltre quel muro, sarà curiosa e perfetta per risollevarlo.
O forse il senso di fatalità. Di protezione. Forse un misto di tutto questo.
Ma dall'altra parte del muro il prato è ampio - una distesa lineare e rada cui la notte e i lampioni donano un aspetto un po' sinistro. E Vivian lascia che sia la mano di lui a condurlo in quel territorio lunare - lascia che siano i suoi passi a guidarlo.
"Riesci a fare molto, molto piano?" lo sente sussurrare all'orecchio, quando arrivano di fronte ad un capanno di legno.
Di colpo, la fiamma dell'accendino torna a spezzare il buio - a illuminare i contorni della costruzione, le punte un po' piegate dei chiodi divelti - e David allunga il braccio verso le assi sconnesse, piegandosi sulle ginocchia.
Sta sorridendo.
Qualunque cosa stesse cercando, evidentemente, deve averla trovata.
"Ma ci sono dei gatti?" esclama Vivian, eccitato, quando dal basso il silenzio si scioglie in un sibilo netto. Irritato.
Allargando il sorriso, si affretta ad abbassarsi per guardare meglio oltre la barriera del legno.
Scosta appena un po' le assi, con delicatezza.
Si morde il labbro.
La luce fioca dell'accendino è quasi insufficiente per vedere davvero: le figure sono ombre sfumate - rosso e nero e grigio, forse - il pelo un po' arruffato dei micini selvatici e l'oscurità lucida di pupille ostili. Una zampina che scatta in avanti, senza decidersi tuttavia a graffiare.
E la risata sommessa di David, in sottofondo.
Un sibilo più convinto.
Premendo il palmo della mano sul terreno, Vivian prende lentamente fiato.
Non è mai riuscito davvero a spiegare perchè i gattini arrabbiati gli ispirino tanta dolcezza - le ragioni di quell'amore viscerale, quasi pauroso.
È una tenerezza ancestrale, qualcosa che affonda le radici nella sua visione del mondo. Nel suo modo di concepire il coraggio.
Ricorda di averne parlato con Raven, una sera - di essere quasi riuscito a formulare il concetto. Forse perché anche l'amico lo capiva, in fondo. Forse perché gli prestava qualche parola.
È commozione per la bellezza, in parte. Ammirazione per l'incoscienza completa di un esserino minuscolo che invece di scappare attacca. La sensazione struggente di una fragilità che combatte contro se stessa, e forse vince e forse perde, ma non accetta mai la resa.
La gola si era chiusa, quella notte, mentre lasciava che le mani dell'amico gli pettinassero i capelli e che la sua voce desse un senso a quel che anche lui faticava a raccontare. E la sensazione, mentre parlavano di cuccioli e bellezza, era stata quella di volare molto bassi sopra qualche cosa mai detta prima.
Nessuno dei due aveva lasciato che il ragionamento si sporgesse troppo vicino al segreto. Nessuno dei due aveva chiesto al bisbiglio di trasformarsi in confidenza, e di svelarsi.
Ma Vivian sentiva le lacrime premere contro gli occhi, e per questo continuava a fissare il cielo. E adesso, mentre avverte David cambiare posizione e guarda la luce tremolare e sente un altro sibilo provenire dalle profondità della tana, non può che ringraziare il buio per confondere le cose. Per mascherare il ritorno di quella strana commozione.
Offrirgli rifugio.
Schiarendosi la voce, inclina la testa verso l'uomo.
"Credi che siano soli?" domanda. "La mamma non c'è?"
"Non chiedere a me. Non sono pratico di cenci pelosi, lo sai."
Anche senza guardarlo, Vivian può indovinare il sorriso nella sua voce.
"Oggi pomeriggio c'era, comunque. Sono sicuro perché la mia collega è tornata con la mano assassinata, quando è andata a vedere."
"Meno male," mormora lui, in risposta. "Sono troppo piccoli per stare da soli. Li ha trovati la tua collega?"
"Non esattamente."
Muovendo la mano, David fa luce più all'interno.
"Ho quasi stirato quello rosso, uscendo dal parcheggio," spiega, illuminando verso destra.
"Cosa?? E si è fatto male?"
"No, non era sangue. Credo che fosse rosso proprio il pelo," è la replica - surreale come ogni discorso che relaziona David ai felini. "Ma sai come sono le donne… Ero con questa tizia, in auto, ed è assolutamente dovuta scendere a seguire il coso. L'ha scoperto lei, il nascondiglio."
"Non sono le donne, David," borbotta Vivian, sollevando gli occhi al cielo. "Sei tu che odi i gatti. Scommetto che ti sei preoccupato più per la Jaguar che per il micino…"
"Beh. Di gatti è pieno il mondo…"
La fiamma si spegne. Il prato precipita nel buio.
"Certe cose invece sono incredibilmente preziose," prosegue l'uomo, in un sussurro. "Rare…"
E il ritmo del respiro cambia impercettibilmente - cambia l'atmosfera.
Cambia la densità dell'ombra, e il calore del suo fiato. La vicinanza dei corpi, che si fa esigua.
L'inclinazione della testa.
Vivian chiude gli occhi, quando sente le sue dita affondare fra i capelli.
Socchiude le labbra. Aspetta.
È strano baciare David in quel modo, in quella situazione. Strano farlo mentre le lacrime stanno prigioniere in fondo alla gola e la pelle vibra di brividi non ancora sciolti.
Non c'è niente di propriamente sessuale, in quel loro cercarsi. Nessuna eccitazione violenta - nessuna fretta, nessun contrasto. Solo il sollievo di un contatto rimandato troppo a lungo - una vicinanza necessaria e grata, che sembra abbracciarli.
Vivian avrebbe dovuto baciarlo subito, forse - appena entrato nell'auto. Prima di qualunque sfogo, prima di qualunque altra cosa. Eppure, l'impressione è che se si fossero toccati allora tutto avrebbe preso una piega diversa - altre sarebbero state le esigenze, la fretta. Le intenzioni.
Ora non c'è che languore, invece.
La sensazione pervasiva di una forza esterna, capace di guidarti, e la certezza che ci sia qualcosa di profondamente giusto, in tutto questo.
La sicurezza delle sue mani. Della sua bocca.
La solidità del suo corpo.
"Mi porti da qualche parte?" domanda, a bassa voce, e sente le sue labbra tendersi in un sorriso.
Il suo respiro scivola tra i capelli, accelerato. Lui si tira indietro.
"Sì. Togliamoci di qua," risponde. "Non mi sembra il caso, davanti a dei minori…".
Ed è l'ennesima sorpresa quando torna a guidarlo attraverso il cortile, lungo il perimetro del muro, fino ad una porta che nel buio Vivian neanche aveva notato. Quando estrae dalla tasca un mazzo di chiavi, e le infila nella serratura. Quando apre. E gli fa cenno di seguirlo.
C'è un atrio breve, dopo, e rampe di scale che si arrampicano verso l'alto.
Una porta massiccia, in cima. Una targa in ottone.
"È qui che lavori?" domanda Vivian, incuriosito, lasciando scorrere lo sguardo sui quadri appesi alle pareti.
"Qui. Già."
"Giusto sopra la casa dei gatti?"
"Così sembrerebbe…"
I ritratti sono dipinti ad olio - immensi, racchiusi in elaborate cornici di legno dorato. Il colore dell'intonaco, sullo sfondo, non fa che enfatizzare la loro solennità.
Ed è una penombra severa, quella che pesa dai soffitti.
Addirittura David, in quell'ambiente, sembra perdere calore per farsi più duro - la mascella più scolpita, i passi più spediti. Le spalle tese.
Sorridendo, Vivian allunga la mano a sfiorargli la guancia.
"Mi stai portando nel tuo ufficio?" chiede, inclinando la testa di lato.
Ma l'altro gli ha già chiuso le mani intorno al viso. L'ha già spinto contro lo stipite della porta, ha già premuto il corpo sul suo.
E non resta spazio che per il solito caleidoscopio di movimenti affrettati, dopo - la frenesia di quando c'è bisogno di trovarsi nudi e manca il tempo di trasformare anche l'attesa in un gioco. Quando mancano la leggerezza e la voglia di fare dell'esasperazione una forma di sfida.
Quando vuoi prendere. E dare, e prendere ancora.
Subito.
David non ha la pazienza necessaria neanche a liberare l'orlo della giaccia dalla fibbia della cintura: la strappa via, invece, con uno strattone deciso.
La stoffa piomba a terra - le dita corrono a sbottonare la camicia.
E Vivian si trova a pensare che in fondo tutto ciò che quel momento ha preceduto - i gattini e l'erba bagnata e il bacio nel buio - non erano altro che una parentesi per arrivare a questo. Una piccola deviazione su un tragitto già deciso - uno spazio vuoto da riempire di altro, per far risaltare ancora di più quel che conta davvero.
Perché se il profumo di David costruisce uno scudo contro il resto del mondo, le sue mani offrono altro: forza, coraggio. Calore. Ricoprono la pelle di una nudità che non fa male. E scacciano tutti i fantasmi che ancora aleggiavano nell'aria: scacciano tutti i ricordi di quella serata, e Carlos e il Queer e il ragazzo inginocchiato per terra.
Scacciano la solitudine della strada, l'eternità smarrita dell'attesa, e lo portano semplicemente al momento in cui tutto ha avuto inizio.
L'attimo in cui ha riaperto gli occhi nel buio per comporre il suo numero di telefono.
L'istante in cui ha sentito la sua voce rispondere - quando gli ha chiesto di venirlo a prendere.
Era questo che cercava.
Questo che aspettava più o meno coscientemente - questo che voleva.
Non sesso.
Forse, neanche amore.
Ma il calore della pelle di David contro la propria. La forza delle sue braccia, il suo sapore, il suo fiato. Il disegno dei suoi muscoli e l'intensità e i brividi. Scoprire ogni senso saturo di lui, fino all'ultimo atomo.
Scoprire che non resta spazio per nient'altro.
Neanche per se stesso.
È quasi ironico, in fondo, ritrovarsi a guardarlo dal basso mentre le dita gli aprono la chiusura dei pantaloni, e scendono sotto la stoffa. Perché il teatrino si è rovesciato, e la differenza essenziale è che ora manca il pubblico - manca il rumore del locale appena oltre la porta e la fretta un po' aspra del piacere clandestino.
Nel buio di quella stanza il silenzio è assoluto, e David non è uno sconosciuto che guarda la sua bocca e basta - non è il tipo anonimo che fa scorrere il pollice sulle sue labbra, mentre il respiro si inceppa.
Carlos aveva le palpebre serrate - il volto contratto nel tentativo di non pensare.
David lo sta guardando come se stesse imprimendo nella memoria ogni tratto del suo volto, invece, ed è terribilmente intimo prendersi il tempo di dargli piacere in questo modo. Con gli occhi fissi nei suoi, senza segreti. Senza doversi nascondere e senza cercare di regalargli inganni.
"Dovremmo partire insieme, tu ed io…" sussurra l'uomo - la testa abbandonata all'indietro - quando intorno a loro l'aria si fa di nuovo immobile.
Il buio inghiotte il corridoio, oltre la porta dell'ufficio, e non ci sono più fruscii a spezzare il tempo. Niente suoni bassi, nessun respiro accelerato. Nessuna fretta.
Solo le sue dita affondate fra i capelli, e l'orlo bagnato dei suoi pantaloni che preme contro il braccio. Il sapore del suo piacere, sulle labbra.
Il suo sorriso.
"Andare a sud, magari. Molto a sud..."
"Cosa c'è da vedere, a sud?" mormora Vivian, senza aprire gli occhi.
"Non ho idea. Tutto quello che non c'è a nord, immagino."
Silenzio.
"Non sapevo fossi innamorato," viene poi il bisbiglio, quasi troppo basso per essere udito con chiarezza. Quasi un respiro.
David ha parlato lentamente, eppure nell'atmosfera languida di quel momento l'affermazione suona brusca quanto l'infrangersi di un vetro.
Vivian riapre gli occhi, raddrizza la schiena.
Si scosta dal suo corpo, tirandosi in piedi.
"Non sono innamorato," lo corregge. "E comunque, cosa c'è a nord che ti fa tanto schifo?"
"Samuel ha deciso che d'ora in avanti il suo corpo appartiene unicamente alle alte sfere celesti" risponde l'altro, come se il collegamento fosse evidente. Ed anche lui cambia posizione - si riaggancia i pantaloni. Si alza, un po' a fatica, chinandosi poi per recuperare la propria giacca. La maglia di Vivian. Sigarette.
Ne accende una, aggirando la scrivania.
"Le sfere celesti sarebbero il vichingo?"
"Andiamo a sud. Tu ed io."
David scosta la poltrona, vi si lascia cadere sopra.
Ridacchiando, gli tende la mano.
"La puttana e il demonio. Manderemo loro una cartolina dalle viscere dell'inferno."
"Chissà come mai me ne dimentico sempre, che il tuo cervello approfitta del sesso per prendersi una vacanza…"
"Chi è il tipo?"
"Perché non facciamo che io non ti chiedo che cazzo ti frega di chi è il proprietario del corpo di Sam e tu lasci perdere le stronzate che ti ho detto prima?"
Agganciando le dita ai passanti della sua cintura, David sorride.
"Potremmo farlo, sì," risponde, attirandolo vicino. "Oppure, potremmo anche non farlo. Giocare davvero di squadra, per una volta."
"Cosa vuoi sapere, David?" sospira allora Vivian, lasciandosi tirare a sedere sulle sue ginocchia. Preme la fronte contro la sua, stancamente.
Chiude gli occhi.
E non ha idea di che risposta si aspetti, non ha intenzione di fare pronostici.
Non ha neppure troppa voglia di muoversi, o di cambiare posizione.
Si tira indietro di scatto solo quando l'altro scandisce, in tutta serietà: "Sai che potrei ucciderlo."
Perchè è una scossa improvvisa. Il tono stesso della sua voce, forse.
L'eco di quelle parole.
Ma succede troppo di rado che David si spinga fino a fare dichiarazioni tanto estreme, e c'è qualcosa di paurosamente solenne stasera, nell'aria. Quella stanza sembra generare l'ombra, renderla densa.
Sembra poter creare mostri - visioni.
"Ma non dire idiozie!" Tirandosi in piedi, Vivian si allontana. "Non è colpa sua se io sono un idiota con tendenze..."
"Non con me!" viene allora il sibilo dell'altro.
David ha movimenti nervosi, adesso. Irrequieti.
Occhi che percorrono le pareti della stanza come in cerca di una valvola di sfogo, fino a fermarsi in un punto imprecisato fra la libreria e la porta.
Un angolo buio.
Con rabbia, prende un'altra boccata.
"Libero di darti tutti gli appellativi che vuoi, quando sei con chiunque altro. Ma non con me," ripete, tornando a guardarlo.
È quasi brusco il gesto con cui tira indietro la sedia, poi.
La maniera in cui si alza in piedi - in cui recupera dal piano della scrivania i loro vestiti.
"La tua camicia," dice, lanciandogliela. "O di chi cazzo è, che o te l'hanno prestata o dovevi aver fumato fiori di loto, il giorno che l'hai comprata…"
Non ricorda di averlo mai visto tanto ostile, Vivian.
A disagio, abbassa lo sguardo sui propri pugni stretti intorno alla stoffa stropicciata. Dovrà chiedere scusa a Dylan - pensa, distrattamente. Spiegargli che è stato un attimo di disattenzione, che nessuno dei due badava a certi particolari. Che non intendevano rovinargli la camicia, e che…
Si blocca, colto da un pensiero improvviso.
Con uno scatto, raddrizza la schiena.
"Cazzo, Dylan!" esclama, prima di affondare affannosamente la mano nella tasca alla disperata ricerca del cellulare.
L'occhiata che David gli lancia è - se possibile - ancora più carica di disapprovazione e lui cerca di spiegargli quale sia il problema mentre cerca il numero di Raven nella rubrica e aspetta che il contatto si stabilisca.
Uno squillo. Un altro.
Le mani di David puntate sui fianchi, in attesa.
"Non ho detto a nessuno che andavo via con te, non ho detto nemmeno che andavo via. Solo che facevo un salto in bagno e sono passate ore ed è già tanto se non hanno chiamato la polizia, che…"
Un rumore rompe il silenzio, dall'altra parte dell'apparecchio.
"Raven?"
"Dove sei, Vivian?"
La voce dell'amico è impostata sul tono quasi inespressivo di quando è preoccupato davvero. Una calma forzata - irreale. Controllo di ogni emozione.
"Scusa se non vi ho avvertito. Sono con David."
Nessun commento.
"Non mi ero accorto di aver spento il cellulare, quando l'ho chiamato," aggiunge Vivian, mordendosi il labbro. Ma c'è solo il rumore di una sedia scostata, in risposta - l'affievolirsi del ronzio, mentre la confusione del Queer si allontana.
"Stai bene?" viene infine la domanda. "È successo qualcosa?"
"Ho visto Carlos," risponde lui.
Può quasi immaginarlo, l'aggrottarsi delle sopracciglia dell'amico.
"Carlos?"
"Herrera. Al Queer. Nel bagno." Pausa. "Mentre si faceva fare un pompino."
"Cosa…" Raven si interrompe - respira.
"Vi siete parlati?" domanda poi, dopo qualche istante.
"Cos'è, dovevo fargli i complimenti per essere finalmente venuto a patti con i sentimenti del suo cazzo?"
"Non è questa la questione," lo corregge l'altro, fermamente. "Ma d'accordo. Non posso darti torto."
Lui annuisce, scostandosi dal viso una ciocca di capelli.
Lancia un'occhiata a David - di sfuggita.
"Dylan?" chiede, distrattamente. "Sta bene? Mi dispiace da morire di averlo dovuto piantare in asso, ma…"
"Non pensarci: è tutto a posto. Quando sono venuti a dirci che ti avevano visto precipitarti in strada ci siamo un po' preoccupati, ma per il resto non c'è problema. Si sta divertendo, credo. Grazie di averlo convinto ad uscire."
"Te l'avevo detto, no, che te l'avrei portato?" scherza Vivian, inclinando la testa di lato.
David ha ancora lo sguardo fisso su di lui - i lineamenti scolpiti di un'immobilità strana.
Neanche batte ciglio, di fronte al suo cenno interrogativo.
Solo, respira.
Respiri lenti. Scanditi.
Attentamente controllati.
"David?"
Non basta neppure chiudere la telefonata, per vederlo cambiare espressione.
"Che hai?" chiede Vivian, facendosi più vicino.
Ma l'altro deglutisce, semplicemente.
Attraversa la stanza; schiaccia la cicca nel posacenere.
"Vestiti. Prenderai freddo."
"Che cazzo vuol dire, 'vestiti che prenderai freddo'? Cosa sei, mio fratello?" sbuffa lui, aggrottando le sopracciglia. "Qual è il problema, adesso? Qualche altro appellativo che ho usato durante la telefonata?"
Ma la risposta è di nuovo inaspettata - quasi violenta.
Una ferita che si apre nella carne, profonda.
Assurda.
"Carlos Herrera è il mio assistente."
"Come, scusa?"
Non si è ancora rivestito, David - la camicia non è abbottonata del tutto, la cravatta è allentata. I capelli sono spettinati quasi come quando stanno a letto - i movimenti lenti.
E Vivian si sforza di ricondurre quell'immagine a parametri concreti - di visualizzare gli aspetti più realistici, perché l'assurdità trovi conferme o si lasci smentire. Ma non è facile.
Perché David è un avvocato e lavora in quell'ufficio imponente, ma lui non ha mai saputo immaginarlo davvero in un'aula di tribunale.
Perché ha modi bruschi e sa essere crudele, ma anche mani calde e tenerezze e risate.
Perché se Carlos è il suo assistente, vuol dire che lui è il suo superiore.
Il dittatore.
Hamilton.
David.
"Cazzo," mormora, senza distogliere lo sguardo. "Non avevo minimamente collegato…"
"Già!" Ironico, l'uomo si passa la lingua sulle labbra.
Ispira.
"Piccolo il mondo," commenta, tirandosi indietro i capelli e posando il bicchiere sul ripiano. "Da non credere."
"David."
Pausa.
"Ti proibisco di fargli qualunque cosa, è chiaro?"
"Non è il mio tipo, dolcezza."
"Guarda che non sto scherzando."
"Neanche io," sibila l'altro.
Ed è la tranquillità di quella risposta, a destabilizzare - perché ha la superficie metallica delle osservazioni che l'uomo riserva agli altri, delle discussioni che vince senza neanche piegare i muscoli. L'autocontrollo che si usa di fronte ai nemici, e che Vivian ha sempre visto rovesciato sul mondo e mai addosso a sé.
Perché fa paura, adesso, scoprire i suoi occhi così duri e affilati.
Scoprirli così impenetrabili, e lontani.
"Non voglio litigare," bisbiglia allora, scuotendo piano la testa. "Per favore, David. Non voglio litigare questa sera. Non con te."
Passo dopo passo, copre la distanza che li separa - allunga una mano a sfiorargli il braccio.
Deglutisce.
Ed è con la dolcezza di sempre, poi, che David fa scorrere le nocche contro la sua mascella - che, delicatamente, chiude le dita intorno alla sua nuca.
"Ho bisogno di tenerti con me, stanotte," gli sussurra all'orecchio, mentre lui si china a poggiare la testa contro la sua spalla.
Contro la guancia, il colletto della sua camicia è morbido. L'odore della sua pelle caldo, familiare. Asciutto. I suoi capelli sfiorano la fronte e fanno quasi solletico.
Respirando profondamente, Vivian abbassa le ciglia.
"Anche io ho bisogno di te," mormora. Ed è quasi una confessione, in quel frangente - una preghiera che è anche un modo per dire grazie: per lasciarsi abbracciare.
Cucire con parole sincere lo strappo che si è aperto tra loro - trasformarlo in un nodo.
Per trovarsi ancora più vicini.
Per abbandonarsi una volta di più nelle sue mani - nascondersi contro il suo petto, perdersi nel suo calore.
David ha la forza di uno scudo, quando gli sta accanto in quel modo. Senza pretendere e senza parlare. Con il respiro calmo di quando vuole convincerti che tutto andrà bene.
Con la sicurezza profonda di starti restituendo quello che hai perduto.
Un'unità originaria che tu ricordi spezzata - una fiducia sbriciolata in frammenti, annegata nel buio.
Con David, la luce non dà mai fastidio.
Bastano le sue spalle a schermarla. Basta il suo sapore a trasformarla in altro.
E in quel momento - con la notte dietro di loro, fuori dalla finestra, e il resto dell'edificio addormentato - la sensazione è di trovarsi raccolto in un cuore pulsante: in un bozzolo sicuro dove potrai dormire a lungo.
Finché le ali non si ripareranno.
Finché il fuoco non smetterà di far male, e tutto tornerà a posto. Ogni significato esatto.
Come un indovinello che, finalmente, riuscirai a decifrare.







Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.


rosadeiventi: (Default)

71
Vivian e Carlos - Prima del temporale







Jude ha i capelli corti, sulla nuca - ciuffi biondo scuro che il sole arricchisce di riflessi più chiari.
All'ombra, invece - al buio - hanno un colore un po' ambiguo: come certe pietre che bagnate non sai riconoscere. Come certe stoffe cangianti, che cambiano sfumatura a seconda delle pieghe.
Vivian glieli invidia, ogni tanto.
Quando ha fumato, oppure bevuto un po' troppo.
Quando si sente freddo. E gli piacerebbe avere addosso qualche particolare caldo.
L'amico ha riso, l'unica volta che ne hanno parlato. Ha affondato le dita nei suoi, di capelli, e ha detto qualcosa sul colore dei suoi occhi. Sul colore della sua pelle - ghiaccio e delicatezza. Hanno finito per ridere insieme.
Vivian adora Jude, in realtà. Lo adora con Raven e lo adora da solo - lo adora con Keith, e con sua sorella, e anche quando si nasconde dietro una macchina fotografica. Lo adora e basta. Non soltanto per la disponibilità della sua dispensa.
Ha una maniera diversa di entrarti sottopelle, rispetto a Raven che sembra sempre esplodere.
Jude è un sorriso un po' guardingo - uno sguardo distolto nel momento più indicato e tenuto fisso quando l'argomento si fa teso. È una voce meno profonda, che tocca corde diverse. Un pensiero meno invadente.
Stare intorno a lui è sempre confortevole.
Non c'è il rischio di bruciarsi - non c'è sospetto che prima o poi ti lascerà cadere. È solido, come il terreno che senti sotto i piedi. Come il tappeto che ti protegge dal pavimento - morbido, folto e sostanzialmente indifferente.
Vivian adora stare sdraiato nel centro del suo soggiorno, a lasciar scorrere lo sguardo tra le fotografie appese o a fissare il soffitto ascoltando una canzone. Gli piace l'odore dell'aria - fumo e lana e legno e familiarità domestica - e il disordine in cui trova posto ogni cosa.
Gli piace che basti allungare il braccio di lato per incontrare una rivista.
Che basti rotolare sulla pancia e puntare i gomiti a terra per cominciare a sfogliarla.
Ci sono mondi interi, racchiusi in quelle pagine. Astratti e concreti e bellissimi, di quella bellezza che può avere a volte anche l'orrore.
Ogni tanto trova qualche menzione di Mike, tra le righe che accompagnano le fotografie. Qualche suo lavoro racchiuso dietro la superficie patinata delle illustrazioni.
Ed è una soddisfazione riconoscere il suo stile. Una sicurezza, rendersi conto che anche in quelle composizioni è presente qualche privatissima costante.
Voltando una pagina, distrattamente, appoggia il mento sul palmo della mano.
"Stasera che si fa, quindi?" chiede, chinandosi appena per studiare con aria critica l'ennesimo ritratto.
I primi tempi, il mondo di Jude lo interessava solo per l'aspetto più carnale del mestiere. Le fotografie non erano arte, ma semplici corpi nudi che si lasciavano guardare.
Non contavano le ombre, le luci, le posizioni studiate attentamente. L'unica cosa che la sua mente recepiva erano le forme dei muscoli, e le proporzioni.
È stata necessaria la pazienza dell'amico, perché i segreti di quella bellezza gli si svelassero davanti agli occhi. Una lenta educazione alla contemplazione, al sentimento - come insegnare il silenzio ad un bambino cresciuto nel traffico.
A volte, gli viene da pensare che senza quell'addestramento discreto, indiretto, non avrebbe mai imparato neanche a stare fermo tanto a lungo. A perdersi nei disegni del fuoco, o nelle pagine di un libro.
Il ragazzino che non riusciva a guardare oltre la carne mortale dei modelli presi in prestito da Jude non avrebbe saputo cosa dire a Samuel. Non l'avrebbe saputo ascoltare.
Distogliendo lo sguardo dalla rivista, lancia un'occhiata al corridoio.
"Ehi?" chiama di nuovo, prima di alzare la voce. "Oh, Jude? Sei morto?"
"Si può sapere che hai da strillare?" domanda l'altro, comparendo sulla soglia della cucina.
"Stasera che facciamo?"
Lentamente, il ragazzo si scosta dallo stipite della porta.
"Pensavamo di andare al Queer," risponde. "Raven ha appuntamento lì con qualcuno."
"Qualcuno? Chi?"
Jude scrolla le spalle, lasciandosi cadere sulla poltrona.
Con calma, estrae dalla tasca dei jeans il pacchetto di sigarette - lo apre, ne sceglie una, l'accende.
Socchiudendo gli occhi, prende la prima boccata.
"Qualcuno," dice poi, vago, sprofondando maggiormente contro i cuscini. "Sai com'è fatto Raven."
"Hm."
Stiracchiandosi languidamente, Vivian si tira a sedere.
Passandosi la lingua sulle labbra, accenna un sorrisetto.
"Non sarà mica Dylan, vero?"
Perplesso, Jude aggrotta le sopracciglia.
"Dylan? No." La sigaretta stretta tra due dita, abbozza un gesto con la mano. "È un suo compagno di corso - un tipo che io non conosco. Devono vedersi per qualche cosa che riguarda la lezione, niente di che."
Piegando il braccio, prende un'altra boccata di fumo.
"A proposito di Dylan, comunque," ricomincia poi, espirando.
Vivian inarca un sopracciglio.
"A proposito di Dylan, che?"
"L'hai ancora visto, tu?"
"Non da quella sera a casa tua, no," mormora lui, confuso. "Perché?"
"No, così. Per sapere. Sembravate amici."
"E questo che dovrebbe significare, scusa?"
"Ma niente." Jude scrolla a terra la cenere della sigaretta, distogliendo lo sguardo. "Solo, ha detto a Raven di non farsi più vedere e pensavo che magari avevi idea di quale fosse il suo problema. Mi era sembrato un ragazzino a posto, non…"
"Come sarebbe che ha detto a Raven di non farsi più vedere?" lo interrompe Vivian, raddrizzando la schiena di scatto. "Ma quando?"
Lentamente, Jude si avvicina la sigaretta alle labbra.
Aspira.
"Un paio di giorni dopo la serata da me. Raven l'ha chiamato, gli ha chiesto come stava. Se gli andava di uscire. E lui ha detto che non era il caso, e anzi non era il caso proprio che si vedessero ancora, e anzi di non farsi proprio più sentire. Da allora, silenzio." Abbozza un sorrisetto eloquente, poi. "Voglio dire, non è proprio normale," aggiunge.
E Vivian annuisce, perché Jude ha ragione quando sottolinea l'incongruenza dei comportamenti di Dylan. Perché l'hanno visto tutti il modo in cui guardava Raven, alla festa, e tutti hanno registrato la tensione che si respirava tra loro. Tutti hanno fatto pronostici; tutti hanno condiviso la stessa opinione.
Addirittura Keith, che di solito non si sbilancia mai, non ha potuto fare altro che annuire quando Vivian l'ha costretto ad ammettere che insieme sembravano fin troppo perfetti.
Stesse parlando con chiunque altro, ora, tutto questo lo ribadirebbe senza esitazioni.
Ma ci sono persone con cui è difficile affrontare certi argomenti - e parlare con Jude della vita sessuale di Raven non è mai stato semplice, o rilassante. Per quanto evidenti siano le prove che il loro legame esula da certi vincoli - per quanto sia chiaro che loro due non hanno le stesse remore a discuterne - il sospetto che le ferite ci siano rimane.
L'idea che le cicatrici esistano, e siano solo troppo trasparenti per lasciarsi vedere.
Che qualche parola fuori posto potrebbe forse riaprirle. Dar loro un nuovo percorso.
Tornare a farle bruciare.
Avvicinandosi alla poltrona dell'amico, Vivian passa la mano sulla trama del tappeto. Lo sente scorrere sotto il palmo - ruvido e morbido al tempo stesso - e piega l'indice per seguirne il bordo con il dito.
"A te Dylan piace?" domanda, quasi sovrappensiero.
Voltando la testa per guardarlo, Jude si sistema meglio contro l'imbottitura dei cuscini.
"È a posto, direi," risponde, scrollando le spalle.
"A posto?"
L'altro rovescia gli occhi al cielo.
"È bellissimo," spiega, come se quel particolare fosse ovvio. "E ha quell'aria un po' fragile, no? Tenera. Al fianco di Raven è perfetto. E sembrerebbe aver bisogno di qualcosa del genere, al momento," conclude, soffiando fuori il fumo. "Per questo non capisco perché l'abbia mandato al diavolo. Non mi sembrava masochista, ad un'occhiata superficiale."
"Non pareva intenzionato a mandarlo al diavolo, in effetti…"
"Appunto," annuisce Jude. "Cioè, non è che ci tengo particolarmente, a vedere lui e Raven insieme. Voglio dire, non mi darà fastidio ma neanche io sono masochista, sai? Però è comunque strano. E Raven ci sta rimuginando sopra da giorni. Speravo che tu ne sapessi qualcosa."
"Io non sapevo neanche che ci fossero problemi…" risponde Vivian, appoggiandosi al bracciolo della poltrona. "Ero rimasto che se n'erano andati insieme. Pensavo che, beh." Pausa. "Cioè, sembravano abbastanza presi…"
Imbarazzato, si interrompe.
Dalla sua postazione sulla poltrona, Jude lo sta guardando divertito.
"Stai cercando di proteggere i miei sentimenti, per caso?" domanda, inarcando un sopracciglio.
Lui distoglie lo sguardo, impacciato. "Ma no. Cioè, cosa…"
"Perché sarebbe divertente, visto che con Keith non ti eri fatto nessun problema," prosegue l'altro, senza badargli. "Credevo che avessi deciso che tra me e Raven non c'è niente di 'quel tipo'."
Il tono è leggero - quasi ironico, come se le parole scivolassero facili sulla lingua.
Il sorriso è lo stesso di sempre - un po' irridente, ma in maniera gentile.
Addirittura gli occhi sono perfettamente limpidi, come se riflettessero la sincerità dell'umore.
Eppure, Vivian non può fare a meno di sospettare che ci sia qualcosa di forzato, in quella disinvoltura esagerata. In quell'ostentata assenza di gelosia.
Perché l'altra sera Raven e Dylan erano quasi elettrici, da guardare, ma non si trattava solo di questo. Non si trattava di sesso, o di amicizia - non era come con Keith, e non era neanche nulla di simile a quel che lui stesso a suo tempo aveva vissuto con Raven.
Potevi quasi sentirla, l'attrazione crescere.
Il fascino e la complicità rafforzarsi, sbocciare, accordandosi a passi di una danza segreta. Seguendo un ritmo simile al battere di un cuore.
E lui si rifiuta di credere che Jude possa essere rimasto del tutto indifferente alla prospettiva di un cambiamento così grande. Che sappia scrollarsi di dosso ogni implicazione possibile e comportarsi come farebbe in qualunque altro caso.
Con qualunque altra persona. Qualunque altro amico.
"Non credo di aver mai capito davvero cosa sia, quel che c'è tra te e Raven," si decide infine ad ammettere, cauto. Scrutando la sua espressione.
Ma Jude ridacchia, invece di rispondere.
Allunga la mano per toccargli i capelli - ne incastra una ciocca dietro l'orecchio, lasciandosela scorrere tra le dita.
E quando infine si decide a parlare, è solo per sussurrare: "Sei davvero di una tenerezza disarmante, sai?"
Invece di proseguire il discorso.
Invece di spiegare.
Potrebbe essere perché spiegare certi rompicapo è impossibile - perché è impossibile dare un nome a certe cose segrete - ma incrociando il suo sguardo Vivian sente comunque un brivido scorrere lungo la schiena.
Perché Jude ha colori caldi.
Ciuffi di capelli biondo scuro a velare gli occhi e sorriso morbido, carezze avvolgenti.
E la paura che Raven possa non rendersene conto - che possa fargli male - per un attimo è tanto forte da mozzare il respiro.
"Jude…" mormora, sollevandosi appena sulle ginocchia - e non ha idea di cosa stia progettando, mentre si avvicina. Se voglia abbracciarlo o premere le labbra sulle sue - se voglia lasciarsi accarezzare ancora o baciarlo. Se voglia continuare a parlargli o fargli altre domande o chiedergli di raccontargli qualche altra storia - una qualunque.
L'altro resta fermo, appoggiato contro lo schienale, e non sembra intenzionato a fermarlo, qualunque sia la sua intenzione.
Il momento è immobile.
Silenzio quasi teso.
È per questo, forse, che il chiudersi improvviso della porta d'ingresso suona come un colpo di tuono, e li fa sobbalzare.
Voltando la testa di scatto, Vivian fissa gli occhi in quelli di Raven.
Il ragazzo è ancora fermo sulla soglia - il mazzo di chiavi ancora stretto tra le dita; l'attenzione concentrata su di loro. Sembra sorpreso, per un attimo, mentre ricambia il suo sguardo - mentre, piano, solleva la testa per incrociare quello di Jude.
Ma qualunque cosa legga sul volto dell'amico deve essere una risposta sufficiente ad ogni interrogativo, perché l'istante successivo ha già rilassato le spalle e reso più convinto il sorriso. Ha posato le chiavi sul tavolo - mosso un passo in avanti.
Si è avvicinato al divano.
"Buongiorno," dice, lasciandosi cadere sul cuscino centrale con la disinvoltura che mostrerebbe in un'occasione normale.
Come se non avesse interrotto niente.
Come se non ci fosse stato qualcosa - per quanto vago - da interrompere.
Vivian non saprebbe spiegare esattamente cosa sia, ad irritarlo, ma è sicuro che fossero almeno due anni che un comportamento di Raven non gli dava tanto fastidio.
E sa che qualunque sia la ragione, deve trattarsi di qualcosa di totalmente irrazionale.
Sono sempre irrazionali, le sue insofferenze verso Raven.
Eppure, mascherarle è impossibile. Senza eccezioni.
"Alla buon'ora," lo accoglie quindi, tirandosi indietro. "Si stava giusto parlando di te, sai?"
Raven lancia un'occhiata a Jude - il sorriso si trasforma in sogghigno. "Sì?"
"Già. Jude mi stava raccontando che hai terrorizzato a morte Dylan. Dovremmo prepararci ad una denuncia o si limiterà ad evitarci come la peste per tutto il resto del suo soggiorno, secondo te?"
Rovesciando gli occhi al cielo, Raven preme la nuca contro la spalliera del divano. "Siamo acidi, vedo. Che c'è, Jude non ti ha sfamato a sufficienza?"
"In effetti, no. Era troppo impegnato ad aggiornarmi sulle tue prodezze, probabilmente."
"Vivian, Dylan non è incazzato con me," risponde l'altro, stancamente. "Non è incazzato, punto. Ha solo i suoi problemi da risolvere, come tutti."
Ed è quella, la prima crepa nella facciata della sua indignazione.
Scavata nella creta dal sospiro dell'amico.
Parallela all'incresparsi della sua fronte - all'ombra del suo sguardo preoccupato.
"Problemi?" ripete Vivian, nervosamente. "Che tipo di problemi?"
"Pensavi che fosse scappato da New York così, solo perché la Grande Mela gli era venuta a noia?"
"E perché sarebbe scappato, secondo la tua opinione superiore?"
"Ma che gli hai fatto, Jude?" sbuffa allora Raven, esasperato. "Si è svegliato con il piede sbagliato, stamattina?"
"Nah," mormora l'altro, soffiando fuori il fumo.
Sorride, pigramente, incrociando i suoi occhi.
"È solo convinto che stai preparando una fuga d'amore con Dylan senza curarti del fatto che mi spezzerai il cuore."
Lo sguardo che Raven gli rivolge, a quel punto, è talmente incredulo che Vivian non può evitarsi di arrossire.
"Che c'è?" sbotta. "Non posso preoccuparmi, adesso?"
"Sei seriamente preoccupato che io possa fare del male a Jude?" chiede l'amico, ed è la sfumatura ferita della sua voce a sciogliere del tutto ogni residuo di freddezza.
Perché di colpo tornano in mente tutte le volte che, nel corso degli anni, Vivian ha colto i suoi sguardi posati su Jude. Le sue carezze e i suoi sorrisi e il tono con cui raccontava della loro amicizia, del loro rapporto. L'esitazione con cui aveva pronunciato la parola amore.
Il pudore che quella reticenza sottolineava.
E insieme a quei ricordi essenziali riemergono anche, più definiti, alcuni flash sparsi della festa dell'altra sera. L'apparizione di Raven e Dylan sulla soglia di casa - la disinvoltura con cui i suoi occhi erano corsi a cercare quelli di Jude. La posizione delle sue mani - sul fianco di uno e sulla spalla dell'altro - e il sorriso che faceva da spola tra i loro volti. L'abbassarsi della voce, l'attenzione divisa tra entrambi.
L'orgoglio e la tenerezza.
La diversa armonia.
"Oddio," esclama, quindi, raddrizzando la schiena di scatto. "Credi che sia stato questo a spaventare Dylan?"
Dall'occhiata che gli altri due gli rivolgono, è abbastanza chiaro che non hanno condiviso la sua stessa illuminazione.
"Questo cosa, Vivian?"
"Il fatto che Raven sia evidentemente innamorato di te! Cioè, magari non ha capito che il vostro rapporto è strano, e pensa che…"
"Vivian," lo interrompe Raven, chinandosi in avanti fino ad appoggiare i gomiti sulle ginocchia. "Il problema di Dylan non ha nulla a che fare con me. Né con Jude. Né con qualunque cosa riguardi Rosenfield. Ok?"
"Come fai ad esserne così sicuro?"
"Non l'ha detto anche tuo fratello, che è qui per staccare un po' da qualche casino che ha a casa?" chiede Jude, sporgendosi a spegnere la sigaretta in un bicchiere abbandonato sul tavolo.
E lui sbatte le ciglia.
Torna ad assumere una posizione più comoda.
"Dite?"
"Mi sembra evidente," risponde Raven, rovesciando gli occhi al cielo. "Ascolta, non sto dicendo che noi non possiamo fare niente. Dico solo che non è in nostro potere risolvere i suoi problemi. Potremmo aiutarlo, se ce lo permettesse." Una scrollata di spalle. "Ma sta a lui decidere. E al momento sembra aver deciso che sia meglio se gli sto alla larga."
"Sei sicuro che sia quello che vuole?"
"Non so cos'è che vuole, Vivian. So cosa mi ha detto. E non lo conosco abbastanza da forzare la mano."
"Hm."
Vivian annuisce, pensieroso.
Sospira, un po' rassegnato.
E l'idea arriva, brillante e luminosa, un attimo prima che la desolazione costringa il pensiero di Dylan in un angolo della mente - un attimo prima che lo si debba archiviare.
"Perché non gli chiediamo se vuole venire al Queer, questa sera?" domanda, sollevando la testa con un sorriso raggiante.
Di fronte a lui, gli amici battono le ciglia.
Sospirando, Raven porta due dita a massaggiarsi la fronte.
"Quale parte del 'sta a lui decidere' non ti è chiara, Vivian?" domanda, stancamente.
"Ho detto di invitarlo, mica di rapirlo e trascinarlo con noi contro la sua volontà!" protesta lui, alzandosi in piedi. "C'è differenza, sai?"
"E credi che ti dirà di sì?"
"Tu hai qualche dubbio?"
"Non so." L'amico sogghigna. "A me ha detto di no…"
E Vivian si morde il labbro, raddrizzando la schiena. Fissandolo negli occhi - agganciando i pollici nei passanti della cintura.
"Vero. Ma sai." Pausa. "Qui nessuno dubita che io sappia essere molto più convincente di te, Raven…"
Alla sua sinistra sente i movimenti Jude - la sua risata trattenuta, soffocata in uno sbuffo. Immagina i suoi occhi assottigliarsi, i denti chiudersi a mordere il labbro.
La mano sollevarsi a scostare i capelli, lentamente.
E sa che, di fronte a lui, Raven sta facendo lo stesso.
Sa che sta morendo dalla voglia di distogliere gli occhi dai suoi per poter tornare a guardarlo. Sa che non lo farà, perché il gioco è proprio questo.
Questa la sfida, il patto - l'equilibrio.
Non conta soltanto la promessa che Vivian gli sta facendo. Non conta la prospettiva di avere Dylan davanti, tra non molto - di potergli parlare e cercare di rimetterlo in quadro. Non conta neanche il litigio che solo qualche minuto fa per poco non è scoppiato.
Perché ogni volta che sostieni gli occhi di qualcuno - ogni volta che lo cerchi, e gli parli, e lasci che lui a sua volta ti studi - in fondo ti stai spogliando.
Tra lui e Raven, gli sguardi hanno una lunga storia - costituiscono il fondamento della loro amicizia e hanno fatto male molte volte. Hanno fatto bene. Hanno costituito la sfida che ha permesso di continuare a camminare; di accelerare il passo per tagliare il traguardo più in fretta. Per vincere la gara.
Vivian non ha mai capito davvero che cosa l'amico abbia dentro gli occhi, così com'è sicuro che Raven abbia soltanto intuito la consistenza delle ombre che offuscano talvolta i suoi. Eppure, nonostante questo, sulle cose essenziali hanno sempre trovato un accordo.
Anche quando sembrava che tutto stesse per perdersi.
Anche quando sembrava che ogni carezza dovesse spezzarsi.
E adesso che l'amico sorride, può quasi leggerla la domanda che nasconde. Può quasi rispondergli, senza neanche dover mettere in fila le parole.
E dire grazie.
Prego.
Di niente.
Che l'amicizia è sempre venirsi incontro, in fondo. Per parlarsi o urlarsi addosso, conta poco.
Non c'è mai bisogno di dire altro.
Né, davvero, c'è bisogno di capire.






Quando Vivian è andato a cercare Dylan per la prima volta, non aveva in mente un piano preciso per mettere a soqquadro la sua vita.
Non si era autonominato suo salvatore, né intendeva infastidirlo o pedinarlo come Keith si divertiva a sostenere. Non era neanche propriamente curioso. Non più del solito, almeno.
Semplicemente, Dylan era amico di Björn.
L'aveva visto di recente - gli aveva parlato. Avrebbe potuto raccontargli dettagli, aneddoti, episodi: qualche particolare, per quanto minuscolo, che servisse a rendere un po' meno profonda la distanza. Qualche istantanea che glielo facesse sentire più vicino.
Keith non ne sapeva nulla, ma Vivian era fermamente deciso a sottoporre quel ragazzino sconosciuto ad un fuoco incrociato di domande - pronto a strapparglieli con l'inganno, se necessario, i particolari desiderati.
Quel proposito - profondamente radicato nella sua coscienza - aveva vacillato nell'istante esatto in cui Dylan aveva aperto la porta della stanza. Quando il suo volto era apparso incorniciato dallo spiraglio - pallidissimo e fragile, una bellezza spaurita.
Occhi verdi e labbra rosa scuro.
Capelli rossi, e la linea elegante del collo. Delle dita.
Per qualche strana ragione, trovarsi di fronte alla concretizzazione delle descrizioni di Björn l'aveva destabilizzato. Aveva trasformato la curiosità in tenerezza, e la voglia di strappargli informazioni in voglia di infondergli energia.
Questa volta pensava di essere più preparato agli strani effetti che Dylan sembra avere sul suo sistema emotivo. Si sono già parlati, in fondo: hanno mangiato insieme, chiacchierato. Vivian conosce la sua voce, e se si sforza riesce addirittura ad ipotizzare il suono di una sua risata - a costruirlo a partire dai sorrisi con cui l'altra sera alla festa ha accolto i suoi scherzi.
Eppure, quando Dylan viene ad aprirgli, si rende conto immediatamente che la conversazione non andrà come aveva pianificato. Che non sarà sufficiente sbattere le ciglia, per convincerlo ad uscire, e che probabilmente neanche prenderlo per mano e trascinarlo fuori dalla stanza servirà a niente.
Il viso che gli si presenta, nel riquadro della porta, è ancora più pallido di quanto non fosse il pomeriggio del loro primo incontro. Contro il candore della pelle le labbra spiccano con violenza ancora maggiore, e gli occhi hanno una fissità più inquietante.
Una tristezza più profonda, nascosta nel verde.
Una solitudine bruciante.
È sufficiente un battito di ciglia, e tutti i piani arrangiati in auto mentre ascoltava battibeccare Jude e Raven si infrangono: quasi sbiadisce il proposito di convincerlo ad accompagnarlo al locale. Resta solo il bisogno di fare qualcosa per riscaldarlo - di trovare la maniera di scivolargli vicino e dargli forza, sostegno.
Coraggio.
Di nuovo.
È destabilizzante il sentimento di impotenza che gli mette addosso Dylan - forse perché è controbilanciato dall'impulso di agire.
Dalla necessità di inventarsi un nuovo linguaggio, visto che i termini correnti non sembrano più avere significato.
Anche il sorriso va calibrato in maniera diversa, con lui.
Non servono le maschere di allegria esagerata che Vivian indossa di solito per costringere Keith a mettere il naso fuori di casa, né è possibile ricorrere al tipo di tenerezza che usa in genere con tutti gli altri.
Occorre una nuova dolcezza, con Dylan.
Inclinare il capo su un lato per rendere meno affilato lo sguardo, e sorridere come si farebbe con un animale spaventato.
Allungare la mano lentamente, per non minacciarlo.
Lasciargli annusare il palmo, poi, finché non si sarà convinto che può anche permetterti di accarezzarlo.
Stringendo le dita intorno allo stipite della porta, Vivian si sporge appena verso l'interno della stanza.
"Ciao," dice, a bassa voce. "Non disturbo, vero?"
In risposta, il ragazzo sbatte le ciglia.
Scuotendo la testa, muove un passo indietro - si fa da parte, come per lasciarlo entrare.
Anche l'abbigliamento è lo stesso del loro primo incontro - nota lui, passandogli di fianco.
Maglietta bianca di due o tre taglie troppo grande, morbida intorno alle spalle e lunga fino a metà coscia. Piedi nudi, e rasta sciolte sulla schiena.
La differenza rispetto al ragazzo che camminava allacciato a Raven alla festa di Jude è praticamente incredibile: a distanza di un paio di giorni Dylan sembra essere diventato più fragile. Quasi trasparente.
Ed anche la stanza sembra più disordinata della volta scorsa, più confusa. Il letto è rifatto, ma ci sono vestiti sparsi a terra. Spartiti musicali, e riviste.
La chitarra abbandonata in un angolo, ancora chiusa nella custodia.
Ruotando su se stesso per avere una panoramica completa, Vivian si infila le mani in tasca.
Torna a guardare Dylan, rafforzando il sorriso.
"Passavo da queste parti, sai," prosegue, come se non avesse fatto caso al suo silenzio. "E ho pensato che potevo venire a trovarti. Vedere come stavi. Se volevi mangiare qualcosa insieme, magari. O hai già cenato?"
Fermo sulla soglia, l'altro non sembra avere realizzato del tutto di essere in presenza di un estraneo. Un piede sopra l'altro, lo sguardo remoto, appare come avvolto in una nube di silenzio.
Lontano anni luce da quel mondo.
Astratto dal presente - come un frammento di realtà ritagliato.
Vivian sente il cuore stringersi, all'idea che questo stato possa durare da giorni. Che qualunque sia la cosa che l'ha spinto a rifiutare l'intromissione di Raven, possa averlo portato così distante dal resto. Dal suo stesso corpo.
Guardandosi intorno distrattamente, decide di sedersi sul letto.
"Io odio mangiare da solo," continua, sporgendosi a prendere in mano la custodia di un cd. "Di solito costringo sempre qualcuno a farmi compagnia - o almeno ad assistermi, se proprio non ha fame. E immagino che anche tu non avrai molto appetito, comunque, che dopo un po' anche i take-away stancano. Il dolce di sicuro non l'hai mangiato." Lasciando ricadere il cd sul materasso, solleva sul ragazzo un sorriso luminoso. "Quindi ti ho portato un po' di cioccolato."
"Cioccolato?" ripete Dylan, dal suo esilio.
E lui non può evitare di ridacchiare, annuendo, mentre si infila una mano nella tasca della giacca per recuperare i cioccolatini che ha rubato alla credenza di Jude, un attimo prima di precipitarsi in auto.
Raven l'ha sfottuto per metà del viaggio, sostenendo che non era molto professionale ricorrere a certi mezzi di persuasione - e Jude ha rincarato la dose dicendosi sicuro che i cioccolatini non sarebbero comunque rimasti intatti a lungo - ma al momento si sente profondamente fiero di quella trovata.
La prima parola che Dylan gli ha detto, da quando gli ha aperto la porta, è stata in risposta alla sua offerta. E lui non ha nessuna intenzione di perdere il terreno guadagnato, qualunque cosa Raven sostenga.
E qualunque battuta Jude potrebbe aver pronta.
"La mia filosofia di vita è che al mondo non ci sia niente di tanto grave da non poter essere risolto con un po' di cioccolato," spiega intanto, guardando il ragazzo di sottecchi. "Sono sicuro che anche la politica internazionale ne trarrebbe giovamento. Per non parlare dei suoi risaputi effetti psicologici! È un dono del cielo, credimi. Ora, devi solo decidere: fondente o al latte? Forse ne dovrei avere uno anche alla nocciola…"
Dylan deglutisce.
Lentamente - la schiena premuta contro la porta, le braccia incrociate dietro la schiena -muove la testa da un lato all'altro.
"Non posso," risponde, a bassa voce. "Mi vengono le bolle…"
Eppure, forse senza neanche rendersene conto, ha già mosso un passo verso di lui.
Ha cominciato a coprire la distanza che li separa, in silenzio, fino a quando gli si ferma di fronte per squadrarlo con uno sguardo vagamente incuriosito.
"A te non vengono i brufoli?" domanda, un tono di voce già più presente di qualche istante prima.
Seduto a gambe incrociate sul bordo del letto, Vivian sogghigna compiaciuto e scuote il capo in segno di diniego.
"Mai successo. Keith è convinto che io sia geneticamente modificato. Ma non puoi non mangiare il cioccolato, su! È una delle grandi gioie della vita! Dai," lo esorta, allungandogli un cioccolatino. "Al latte va bene?"
È quasi esilarante sostenere il suo sguardo, dopo.
Perché Dylan ha di nuovo l'aria di un animale spaurito, e a lui torna in mente quando da piccolo aveva trovato una cucciolata di micini nascosta nel cespuglio del giardino di Keith.
I piccoli l'avevano accolto con sibili indispettiti, pronti a graffiarlo se lui solo avesse osato avvicinarsi, e Keith non aveva resistito che mezzo secondo prima di chiudere il pugno intorno alla sua maglietta per cominciare a strattonarlo indietro. Eppure, Vivian sapeva che un modo di instaurare il contatto doveva esserci.
Bastava attendere.
Cercare un linguaggio.
E quando infine il più piccolo si era deciso a smettere di soffiare per farglisi vicino - rassicurato dalla sua immobilità, probabilmente, e dalla fermezza della sua mano aperta - lui aveva sentito la risata nascere nel petto, profonda.
Una nuova prospettiva disegnarsi, come per magia.
Quando Dylan si decide ad accettare il cioccolatino che gli sta offrendo, la soddisfazione è simile. E quando lo vede sedersi sul letto, anche se ad una certa distanza, e portarsi il dolce alle labbra, sente la stessa tenerezza di quel pomeriggio passato a giocare con la cucciolata.
Lo stesso senso di conquista. Poco importa se esagerata.
Gli viene anche da ridere, all'idea.
Perché è buffo come tutti i legami che ha intrecciato nella sua vita possano essere riconducibili a quel sapore sulla lingua - ne riflettano la consistenza, la sfumatura.
Il primo ricordo che ha di Keith è quello della cioccolata densa che preparava sua madre, quando in inverno loro giocavano nella neve. È un ricordo fatto di odori contrastanti - quello gelido e pulito dell'aria in cortile, quello del cacao rovesciato per sbaglio sul ripiano della cucina. Macchie di bagnato sul pavimento e gli occhi luminosi di Keith, le sue guance arrossate.
David è il cioccolato amaro di quella prima colazione sul lago, invece; Sam la morbidezza della torta di quel loro incontro al ristorante.
Jude e Raven sono i bastoncini mikado sgranocchiati davanti alla televisione, in una delle prime serate trascorse a ridere insieme, e Carlos… Carlos è una mattina nella caffetteria dell'università - l'ultima istantanea prima che tutto andasse a puttane.
Memorie dolci e amare.
Zuccheri e polveri mischiate e confuse.
Forse tra qualche anno anche Dylan sarà archiviato in quel modo. Forse sarà solo l'immagine dei suoi denti affondati nella pasta scura del cioccolatino - le sue labbra macchiate sull'angolo, le sue guance che riprendono colore. Gli occhi un po' più limpidi con cui torna a guardarlo.
Forse, se tutto andrà bene, tra qualche anno potrà raccontare a qualcuno che la loro amicizia è nata così: appollaiati sul letto di una stanza piena di disordine, negli spazi di copriletto lasciati liberi dalla distesa di cd, a mangiare cioccolatini rubati e chiacchierare.
Sarebbe un bel modo di cominciare una storia.
Ed è strano accorgersi adesso, mentre immagina quel presente trasformarsi in passato, che era tanto tempo che non declinava davvero qualche verbo al futuro.
Tanto tempo che non si sentiva così morbido. Così a posto nel mondo.
Così bene.
"Sai, Björn l'aveva detto che saremmo andati d'accordo," commenta, sfregandosi i palmi delle mani sulla stoffa dei jeans. "E non è che non ci credevo, ma… È bello verificarlo da sé, ecco. Rendersene conto."
Sono seduti più vicini, adesso.
Schiene appoggiate alla parete, spalle quasi a contatto.
Vivian non saprebbe dire chi abbia cominciato a consumare i centimetri che li dividevano - presume di essere stato lui, nel mezzo di un racconto particolarmente avvincente, ma è sicuro che Dylan non abbia fatto nulla per tenerlo a distanza.
Così come non ha fatto nulla per convincerlo ad andar via, in fondo.
Anche il silenzio può essere accogliente, quando funge da vuoto avido in cui lasciar cadere le parole.
Vivian parlava; Dylan lo ascoltava osservandolo con quelle sue iridi verdi che per l'occasione parevano farsi ancora più grandi, e a lui sembrava quasi di vederli distintamente, i nodi di tensione sciogliersi nei suoi nervi. La sua posizione farsi più rilassata.
La rigidità delle spalle più flessibile.
Era stato dolce pilotare la conversazione lungo le strade che sembravano avere gli effetti migliori sul suo contegno distante.
Tenere d'occhio le sue reazioni, al momento di liberare la mente, e aggiungere ogni tanto qualche nome. Come per abituarlo di nuovo alla gente.
Come per riscrivere il suo alfabeto sociale.
In fondo, non è stato molto diverso dall'aspettare con il braccio teso e il cioccolatino poggiato nel palmo della mano.
Non c'era grande differenza tra quello e la pazienza con cui aveva atteso che il micino dagli occhi più svegli prendesse il coraggio di avvicinarsi.
Sempre dello stesso gesto si tratta, in fondo. Mani aperte, tese a raggiungere l'altro.
Gli sembra di riuscire a capire meglio anche Raven e Jude, adesso. Di poter dare un valore più esatto agli sforzi che, a loro tempo, hanno fatto nella sua direzione.
E vorrebbe poterlo dire anche a Dylan, che sono persone straordinarie. Che se qualcuno può aiutarlo a star bene, loro sicuramente hanno le credenziali adatte.
Ma avvicinare brutalmente argomenti così delicati è difficile -rischioso. Perché Vivian ancora non ha idea di quale sia stato il motivo per cui quella sera, dopo che Raven l'ha accompagnato a casa, Dylan si sia trovato costretto a fare un passo indietro.
Per quanto Raven possa giurare che lui non c'entrava niente, e che il problema era un altro, è difficile dargli pieno credito. Rischioso non prendere in considerazione l'idea che anche lui, ogni tanto, nelle sue diagnosi possa sbagliare.
È necessario avanzare con prudenza.
Tastare il terreno con la punta del bastone, prima di muovere un passo, e assicurarsi che ti possa sostenere.
"Mi ha fatto piacere vederti, l'altra sera," dice quindi, senza guardarlo.
Per precauzione, si infila in bocca l'ultimo cioccolatino.
"A casa di Jude, intendo," specifica poi, voltandosi verso di lui mentre inghiotte il boccone. "Ti avrei invitato anche io, ma Keith diceva che forse c'era troppa gente per i tuoi gusti… Invece ti sei divertito, vero?"
"Credo di essere stato bene, sì," risponde l'altro, piano.
Ha gli occhi bassi, fissi in grembo, ma i capelli non risaltano più come sangue su uno sfondo bianco. Sembrerebbero aver assunto anch'essi un colore meno violento - così come gli occhi non nascondono più quella trasparenza spettrale.
E le dita sono quasi languide, mentre giocano a ripiegare l'orlo della maglietta. Mentre si fermano poi, rilasciando la presa, prima di piegarsi lentamente quando le braccia si distendono.
Inspirando, Dylan socchiude gli occhi.
Distrattamente, osserva le proprie mani in controluce - la forma delle ossa, il profilo dei polsi.
"Raven mi ha accompagnato a casa, dopo," si decide infine a mormorare.
Raccogliendo le ginocchia al petto, Vivian annuisce.
"Lo so. Sembravate andare d'accordo."
Esitando, si arrischia a lanciargli uno sguardo.
"È un tipo pazzesco, vero?"
Non ha idea se stia azzardando troppo - se si stia spingendo troppo avanti troppo presto.
Una simile considerazione l'altra sera sarebbe sembrata banale, ma tra la festa di Jude e il presente c'è la voragine dei giorni d'esilio. La solitudine che ha trovato stampata addosso all'amico, quando è venuto a cercarlo, e quel silenzio che sta scavando da ormai più di un'ora.
È difficile immaginare una reazione. Difficile prevederla.
Difficile anche capire se abbia incassato bene la domanda, Dylan, o se piuttosto non l'abbia neppure sentita.
Il suo sguardo continua ad essere fisso sulle dita allargate - la mano premuta contro l'orizzonte, quasi come per bloccare il passo a qualcuno - e c'è un'indecifrabile un'impronta di sorriso sulle sue labbra.
È una sorpresa, quando alla fine Vivian lo vede spezzare quell'immobilità per lanciare un'occhiata misteriosa nella sua direzione. Perché il suo corpo sembra sciogliersi di colpo - i gesti si fanno più lenti, più fluidi, mentre lui si lascia scivolare languido sul materasso.
E il sorriso che gli rivolge dal basso, è decisamente più pronunciato. Malizioso, e soddisfatto.
Praticamente un invito.
"È molto mistico, sì," risponde, di fronte al suo sopracciglio inarcato.
Stiracchiando la schiena, si puntella su un gomito.
"Siamo rimasti a parlare quasi un'ora, in macchina. Parcheggiati qui sotto…"
"Sì?" chiede allora lui, divertito. "E di cosa avete parlato?"
"Oh, non saprei…"
Dylan ha l'aria di chi si rigira in bocca un sapore pregustato da tempo. I modi di chi gioca con segreti impliciti, di cui tutti conoscono la vera natura, ma che ciononostante restano preziosi.
Perché a volte non è quello che dici, a contare, quanto piuttosto il modo.
Il tono della voce. E l'atto stesso del parlare, forse.
Del rivivere.
Vivian non è più vicino a indovinare la natura del fantomatico problema di quanto non lo fosse prima di bussare alla sua porta, ma ora capisce perfettamente perché Raven fosse tanto convinto della propria totale estraneità.
È evidente dal tono di voce che Dylan sta usando, che quella sera non c'è stato nessun intoppo. Che tra loro, almeno, tutto è andato per il meglio.
"Mi pare che lui abbia detto qualcosa riguardo alla condivisione, sai…" sta proseguendo, mentre si avvolge una ciocca di capelli intorno al dito. "E forse ha parlato di altro, anche… Cose molto mistiche. Non so…"
Silenzio.
"Solo, ad un certo punto," riprende, di colpo - e stavolta non gli riesce proprio di nascondere il sorriso. "Ad un certo punto era vicinissimo. Così vicino che mi girava la testa, capisci?" sussurra. E fa tenerezza, in fondo.
Perché ha le guance arrossate solo a raccontarlo, e gli occhi liquidi come quando sedeva sul divano di Jude. Perché a Vivian viene fin troppo facile figurarselo, quel che sta dicendo - ricordare momenti che lui stesso ha vissuto. E immaginarli caricati di emozioni nuove, di nuovi sapori. Ricordare David - il suo respiro accostato alla bocca.
Pensare a Raven, al suo posto - alla bocca di Dylan.
Sorridendo a sua volta, un po' malizioso, allunga la mano per scostargli una treccia dal viso.
"Sì?" lo esorta. "E continuava a dire cose mistiche, intanto?"
Sospirando, Dylan fissa gli occhi nei suoi.
Si morde il labbro.
"Vivian."
Silenzio.
"Lo sai com'è, tu, un bacio mistico?"
E lui scoppia a ridere. Non può evitarlo.
E' divertente immaginare che faccia farebbe Raven, se li sentisse sfottere così il suo concetto di misticismo.
"Non credo di aver mai provato l'emozione, no," risponde, mettendosi a sua volta più comodo. "Come sarebbe?"
Ma Dylan è tornato serio, d'improvviso.
Ha smesso di sorridere - di guardarlo scherzoso.
E quando parla, la sua voce è un sussurro quasi solenne - un bisbiglio privato, antico, che sembra nascere da qualche piega dell'anima. Dal centro del cuore.
"È solo fiato, per un sacco di tempo," mormora, abbandonando la testa sul cuscino.
Chiude gli occhi, poi.
Ispira a fondo.
"Solo fiato caldissimo, che ti scivola sul viso. E che diventa sempre più caldo, e che scende sempre più in basso. È pazzesco…"
La mano, appoggiata sul copriletto, lentamente si chiude a pugno.
Strusciando sulla stoffa, si sposta più in alto.
Più vicina al petto.
"Perché sei lì," prosegue, quasi parlasse a se stesso. "E non puoi muoverti perché le gambe non esistono più, e non puoi vedere nulla perché è tutto buio, e caldo… E non finisce mai… E poi…"
"E poi?"
Dylan si bagna le labbra.
Respira.
"Poi ad un certo punto senti la sua mano che affonda tra i capelli e giuro che ti si scioglie la testa, letteralmente. Come se fosse cera, sai?"
Pausa.
"Mi ha accarezzato le labbra con la lingua, prima di baciarmi," aggiunge, a voce ancora più bassa. "Non mi era mai successo. È stato spaventoso…"
Ed è sull'eco di quella parola che cade il silenzio, dopo.
Un silenzio solenne e gonfio, come un respiro addormentato. Un silenzio che li abbraccia, tenendoli vicini, e che increspa la pelle anche sotto la stoffa.
Che fa ricordare altri momenti, altri pensieri.
Che fa tornare in mente particolari scordati.
Anche Vivian aveva avuto paura di Raven, la prima volta che erano finiti a letto. A lui non l'ha mai detto chiaramente - non ha mai saputo come spiegarlo - e probabilmente non gli capiterà mai di parlarne con nessuno, ma se dovesse trovare un aggettivo per descrivere la propria esperienza sceglierebbe precisamente quello.
Spaventosa.
Perché è spaventosa l'intensità, quando sei abituato a muoverti sulla superficie delle cose.
Perché se hai passato una vita a ripetere gesti meccanici fa paura rendersi conto che è possibile caricarli di senso; perché se non l'hai mai cercato davvero, il piacere - se non l'hai mai davvero voluto - è terribile trovarsi in un letto con qualcuno che invece ha tutte le intenzioni di dartelo.
Terribile conoscerlo, quel qualcuno.
Sapere il suo nome - averci parlato - quando prima di quel momento ti eri sempre sforzato di tenere il sesso totalmente scollegato dal resto.
Per Vivian, quell'esperienza era stata una rivelazione spiacevole, che l'aveva costretto ad affrontare seppur per qualche istante una realtà che avrebbe preferito ignorare per sempre.
E forse succedesse adesso sarebbe diverso.
Forse ora sarebbe preparato ad affrontarle, certe cose.
Ma allora era un ragazzino, troppo abituato a stare da solo per permettere che chi toccava il suo corpo potesse anche abbracciarlo. E certe vie di mezzo con Raven non hanno mai funzionato. Il sesso, con lui, non è mai un affare soltanto fisico.
Sta tutto qui, il significato del suo misticismo.
"È per questo che non vuoi più rivederlo?" domanda - a bassa voce, perché la vertigine non è una paura su cui si possa scherzare.
Ma l'amico muove la testa, da un lato e dell'altro.
Sollevandosi in ginocchio, punta i palmi sul materasso - gli si sporge incontro, fino a respirare contro il suo orecchio.
A sfiorarlo con le labbra - con la punta del naso.
"È che ho voglia di fare l'amore con lui," sussurra, dopo l'esitazione di un attimo. Prima di mettersi a ridere, piano, inclinando la testa di lato. Di scostarsi, con i soliti movimenti armonici: di tirarsi indietro.
Ed è mentre lo guarda tornare ad adagiarsi sul letto - a distendere le braccia sopra il capo e affondare la nuca nel cuscino - che Vivian decide di lasciar perdere la cautela e il rispetto del libero arbitrio: premendo una mano al lato della sua testa si china in avanti, portandosi al livello del suo viso. Lo guarda negli occhi, senza battere ciglio.
"Ti va di uscire, stasera?" chiede, convinto.
Dalla sua posizione sdraiata, l'altro corruga la fronte.
"Tu ed io?"
"Potremmo andare da qualche parte, no?"
Il solco tra le sopracciglia di Dylan si fa più profondo.
"Intendi in una gelateria?" domanda, senza alcuna malizia, e Vivian scuote la testa, ridendo. Raddrizza la schiena.
"Ma no, che gelateria!" risponde, come se solo l'idea fosse ridicola. "C'è un posto bellissimo, in città - sono sicuro che ti piacerebbe. È un locale gay, ma non è solo un locale gay. Cioè, è strano. Ma bellissimo, davvero. Io lo adoro."
"Un locale gay?" ripete l'altro, a bassa voce, e quando lui torna a guardarlo si accorge che le sue iridi hanno ripreso quella luce braccata. Il viso è impallidito, di nuovo, ed è come se si fosse risollevata qualche barriera.
"Sì, ma no! Cioè," si affretta a spiegare, agitando la mano. "Non è un posto dove vai solo se vuoi rimorchiare, giuro! Suonano anche, e a volte fanno spettacoli strani, e c'è della gente fantastica, sul serio. Ti piacerà, ne sono sicurissimo. Devi solo provare." Pausa. La voce si abbassa di un tono. "Per favore, Dylan…" aggiunge.
Ed è con un'ansia tutta particolare che studia la sua espressione, dopo. Che si sforza di leggere i pensieri che si muovono dietro la maschera di nuovo impenetrabile dei suoi occhi, e le emozioni nascoste da quel broncio distante.
Ma quando Dylan si tira a sedere e domanda, assorto: "Suonano anche, dici?", deve trattenersi a stento dal gettargli le braccia al collo - dall'impulso di stringerlo forte, ridendo, senza neanche aspettare una risposta più chiara.
"Di solito si," assicura. "Stasera non so esattamente cos'abbiano in programma, ma dev'essere qualcosa di carino per forza."
Scrollando la testa, Dylan accenna un sorriso.
"Per forza, eh?"
"È una legge di natura, che al Queer facciano cose interessanti," ammicca lui, divertito. "Dai! Ti prometto che sarà una bella serata, fidati!"
"D'accordo, va bene," concede allora l'altro, ruotando gli occhi.
Ed è difficile capire se si tratti di quel consenso infine guadagnato, o se sia la fiducia che quel consenso sottende. Se sia la bellezza dell'amico che finalmente è di nuovo viva, luminosa, o se semplicemente si tratti del sollievo per la sua tristezza svanita.
Il trionfo di un piano che forma non aveva, e che quasi aveva perduto di vista l'obiettivo a metà della strada.
La sensazione dolcissima che anche questa sia una riga da appuntare nella pagina della propria vita.
Ma Vivian sente ogni risposta esultante fermarsi in gola - stringersi in un nodo che non è commozione, così come non è angoscia. O dolore.
Che è solo tenerezza, forse, fine a se stessa e del tutto a se stante.
Come il gusto della cioccolata e l'amaro del cacao in polvere.
Come la pressione lievissima delle dita di Dylan sulle tempie. La carezza delle sue labbra sulla fronte - il suo sorriso.
Il suo respiro.
E la sicurezza profonda che quella serata costituirà per lui un nuovo inizio. Che sarà un'avventura, e sarà una fortuna, e se anche i suoi passi vacilleranno qualcuno avrà la forza di tendergli la mano.
Di rimetterlo in piedi - di incoraggiarlo ancora.
Perché è di questo che hai bisogno, in fondo, quando il mondo sembra farsi straniero e tu diventi minuscolo - soltanto un puntino.
Quando la tua stanza diviene il tuo regno, e tu ti ci nascondi come se il sole potesse scottarti.
Di qualcuno che ti insegni a guardare la luce.
Qualcuno che, nel buio, allontani le ombre.
Che bussi alla tua porta.
E che, dopo, trovi il coraggio di entrare.



IL COGLION... EHM.^^ LA SECONDA PARTE PER DI QUA^^






Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.



rosadeiventi: (Default)
70
Megan - Sogno avariato






Megan aveva ventitré anni compiuti da un mese, il giorno in cui si trovò a guardare Daniel negli occhi per dirgli addio.
Ventitré anni e un fidanzato distante, una famiglia opprimente, un matrimonio deciso da poco. Ventitré anni di cicatrici trasparenti, sulla pelle e sul cuore.
Di morsi e baci e rumori.
Sospiri.
E il rincorrersi delle bocche, sui sentieri sbagliati.
Daniel era di poco più vecchio - e molto più adulto, e molto più bambino.
Aveva mani che scivolavano veloci sui vestiti e lente - lentissime - quando la pelle era nuda, e un sorriso che amava premere sul suo ventre. Capelli nerissimi in cui lei poteva affogare tutti gli imbarazzi. Un corpo sfuggente - fianchi stretti e muscoli lunghi - e al tempo stesso terreno.
Familiare quanto il cielo che tutte le notti osservi, eppure quanto il cielo straniero.
Megan sapeva di amarlo anche mentre gli chiedeva di non fare ritorno. Anche mentre glielo gridava, e si lasciava insultare - mentre guardava la rabbia appannargli gli occhi e tendergli i nervi sulle braccia, le vene lungo il collo. Mentre sentiva il suo cuore battere dentro il sangue - ogni battito un rintocco nelle tempie, soffocato - e si tratteneva a stento dall'allungare il braccio.
Per tirarselo ancora contro.
Per spingerlo vialtrovelontano.
Per toccarlo - semplicemente. Subdolamente. Stupidamente.
E intrecciare un'altra volta le dita. Legarlo - un'ultima volta - al suo mondo.
Da allora, sono passati anni. Piogge torrenziali che hanno lavato tutte le strade - che hanno portato polveri diverse - e fogli accartocciati a volare sui marciapiedi. Morti e dolori e altre cicatrici. Altri segni di morsi.
Altri sorrisi.
Non ci sono più stati pianti disperati, però. Pugni stretti fino quasi a sgretolarsi e volto affondato nei cuscini. Notti trascorse sveglia, a misurare la propria solitudine e odiarla e amarla insieme. A berla, tutta d'un fiato.
Singhiozzi di veleno.
Nessuno strappo netto. Nessun organo vitale lacerato.
E niente crepe nella maschera - solo pennellate di un grigio profondo, sfumate di bianco. Calme ed eleganti. Come il freddo.
A nessuno degli amanti incontrati in seguito Megan ha permesso di scivolarle sotto la pelle. A nessuno ha permesso di penetrarle l'anima - di toccarla da dentro. Tutti i gesti, tutti i piaceri sono sempre rimasti in superficie: fuochi artificiali che illuminavano il cielo, ogni tanto, ma che in realtà servivano soltanto ad insegnare la bellezza della notte. A metterne in evidenza il nero splendore.
Con nessuno di loro ha provato rimpianto, al momento dell'addio.
A nessuno ha chiesto di restare. Da nessuno ha accettato esitazioni.
Taglio netto. Indolore.
La carne era già anestetizzata.
Con Carlos è stato diverso, invece. E non perché abbia fatto male - non perché ci fosse, da parte sua, desiderio di proseguire. Neanche per rimpianto di quel che sarebbe potuto accadere. Forse, è solo questione di tenerezza.
La dolcezza languida di quando ti senti ormai adulta - di quanto tutto hai già testato - e cedi ad altri il testimone. Restando ferma, sulla soglia del presente, a guardarli correre via. A sorridere delle loro andature, e pregare che con loro il futuro sappia spingersi un poco più lontano.
Seduto in quell'angolo un po' d'ombra - con le ginocchia ripiegate sotto il tavolo e gli occhi fissi sul coraggio raccolto nei palmi aperti delle mani - Carlos le aveva ricordato ancora una volta Daniel. Ancora una volta, senza ragione apparente.
Parlare a lui, ascoltarlo, era stato come sdebitarsi per tutti i consigli che lei aveva ricevuto. Come chiedere scusa per tutti gli sbagli, regalando un'altra possibilità a qualcun altro.
Gli occhi del ragazzino della foto, poi, avevano lo stesso azzurro del ghiaccio appena sciolto. La stessa freddezza limpida - luce sincera. E qualcosa, nella fragilità delle sue dita - nella delicatezza del corpo accostato alla figura più solida dell'amico - l'aveva commossa profondamente.
Come una carezza tra i capelli.
Come un sorriso inaspettato.
Avrebbe voluto dire a Carlos di non lasciarlo andare. Dirgli quel che Daniel aveva detto a lei stessa, un giorno - dirgli che sono altre le cose che contano, che aspettative e desideri non sempre coincidono - e chiedergli di smettere di soffocarsi nel dubbio.
Chiedergli di smettere di prendere le misure al solito inganno.
Non spettava a lei quel discorso, però - non spettava a lei di interferire ulteriormente con la sua vita. Spingere i tocchi oltre il limite lecito - sotto la pelle, ad accarezzare il centro della vita.
Non puoi prenderti certe libertà senza aprirti in risposta - senza confessarti a tua volta.
Spogliarti.
E Megan è talmente abituata a tenersi sempre addosso i segreti che parlare davvero, in quel momento - raccontarsi - sarebbe stato come piangere.
E il pianto non è un dono che puoi fare a chiunque.
Esige solitudine, e stanze chiuse. O mani familiari - calde - annodate ai capelli. Braccia avvolte intorno al corpo come spire e fiato sulla guancia. Sulla tempia.
Labbra asciutte.
Carlos non avrebbe saputo proteggerla, così come lei non ha saputo proteggere lui.
Il silenzio era stato l'unica alternativa, dunque.
Un silenzio intenso, privato - rimasto tra loro come il nodo di un legame mai del tutto sciolto. Come un segno leggero all'interno del polso, tra il rilievo dei tendini.
Un minuscolo neo.
Quando Megan entra in casa, mezz'ora dopo, lo sente ancora pulsare come se fosse stato appena tatuato.
E forse è quello a distrarla, mentre si chiude la porta alle spalle e lascia scorrere gli occhi nel buio. Forse è quello, insieme al ricordo della voce di Carlos. Insieme alla tenerezza che quell'incontro le ha lasciato.
O forse è solo che si aspettava di incontrare Lucy già pronta a salutarla, invece della figura di suo marito. Che non si aspettava di vedere April addormentata tra le sue braccia, e di incontrare i suoi occhi fissi nei propri.
Sbattendo le ciglia, solleva una mano a sciogliersi il nodo della sciarpa.
"David?" chiede, stupita. "La riunione è finita prima?"
Dal divano, lui non risponde. Si limita a seguire i suoi movimenti - lo sguardo attento, vivo. Il nero delle iridi profondo e stranamente caldo.
Distrattamente, Megan posa la borsa sul tavolo; si china a baciare April sulla fronte.
Le ciglia della bambina fremono - il respiro cambia appena ritmo. La guancia si preme contro la spalla di David, come a trovare rifugio, e lei sorride, sollevando gli occhi sul volto di suo marito.
"Tutto ok?" mormora, scostandosi appena.
"Ho mandato a casa la baby-sitter," risponde lui, piano. "Ha chiesto se domani sarebbe dovuta tornare alle dieci. Le ho detto che l'avresti richiamata."
Ha la voce calda, come quando manca la voglia di recitare. Quando mascherare la stanchezza gli viene difficile, perché stanco lo è davvero - fin nelle ossa. Fin nelle vene.
È un tono che si concede raramente, e che sempre la colpisce a tradimento. Scava nel ventre vuoti di passato, e la lascia spossata più di ogni litigio.
In altri momenti Megan può fingere di non conoscerlo - fingere di non avere le sue impronte sulla pelle, di non essersi modellata intorno ai suoi riferimenti. Può fingere di odiarlo soltanto: di viverlo come un riflesso di suo padre - uno schermo contro cui schiantare tutti i sogni che lui a suo tempo ha già infranto.
Ma quando parla con quella voce è impossibile non ricordare i primi tempi. Impossibile non ripensare a quando l'amore sembrava esserci - e anche convincersi che non ci sia mai stato. Impossibile dipingere in bianco e nero il presente.
Ignorare tutte le troppe sfumature di grigio.
Ed è pericoloso abbandonarsi troppo a lungo in quello stadio.
Pericoloso resistere alla tentazione di ritirarsi - di lasciarlo stare, lasciarlo solo, a macerare tutti i problemi che da solo ha creato.
Eppure, ogni volta, Megan non riesce a muovere neanche un passo indietro.
Sospirando, allunga una mano ad accarezzargli i capelli. David rimane immobile, sotto il suo tocco, e lei si costringe ad interrompere il gesto un istante prima che diventi troppo intimo.
Contando i secondi. Concentrandosi sul tempo.
"Le telefono subito," annuisce, raddrizzando la schiena.
Fuori dalla finestra, la notte sembra più fitta di quanto non fosse pochi minuti prima.
Il buio si addensa intorno al profilo degli alberi - si diluisce appena in strada, in prossimità dei lampioni.
Con la cornetta incastrata tra le spalla e l'orecchio, Megan cerca di concentrarsi sullo squillo del cellulare di Lucy - cerca di pensare a quel che dovrà dire, di visualizzare l'agenda della giornata. Cerca di non far caso alla penombra morbida che regna in casa - a quell'atmosfera ovattata, densa.
Ma David ha la testa di sua figlia abbandonata contro la spalla, poco lontano, e i loro respiri sono quasi indistinguibili. Il suo bisbiglio arriva caldo, mischiato al frusciare della stoffa, quando si alza in piedi.
"La porto di sopra" sussurra, passandole vicino.
Megan sente i suoi movimenti sciogliersi nell'aria - il suono dei suoi passi, la carezza della sua mano sul fianco.
Ed è la sua vita, in fondo.
Il castello che da bambina sognava, la torre d'avorio da cui d'adolescente ha cercato di scappare. La prigione che ha costruito pietra dopo pietra - limando le inferriate, disponendo le catene.
Intrecciandole d'odio.
Legandole con amore.
Forse avrebbe dovuto dire anche questo, a Carlos: che a volte la distinzione è difficile da fare. Ma Carlos in quel momento è solo un'ombra - solo un pensiero troppo privato: quando Megan chiude la comunicazione, David sta già scendendo le scale. E lei solleva gli occhi, si appoggia alla parete. Dal basso, osserva la stretta della sua mano sulla ringhiera di legno - il rilievo delle ossa. Delle vene.
La curva delle labbra, un po' amara e un po' dolce.
La curva delle spalle.
"L'hai messa a dormire?" chiede, incrociando le braccia sul petto.
La stessa posizione assunta in altri momenti come forma di attacco, adesso è soltanto un estremo tentativo di difesa - barriera tremante, di fronte ad un disequilibrio che non si decide a sbiadire.
Ma David non sembra intenzionato a forzare i tempi.
Non cerca i suoi occhi, non cerca contatti.
"Le ho lasciato la porta aperta," si limita a dire, sbottonandosi i polsini della camicia.
Si avvicina all'armadietto dei liquori, poi. Si versa da bere.
In controluce, quei gesti hanno la consistenza morbida di un'ombra allungata - elegante.
L'inclinazione del polso, quando si porta il bicchiere alla bocca, è la stessa di quando fuma. La mascella si incava nello stesso modo - la lingua scorre sulle labbra, con il solito sapore svogliato.
"Come è andata l'udienza?"
Lentamente, lui posa il whisky sul mobile. Aggrotta la fronte, voltandosi appena.
"Faticosa," risponde.
Silenzio.
"Il tuo pomeriggio, invece?" chiede.
E lei pensa che forse converrebbe parlargliene ora, della sua intenzione di riprendere il lavoro. Forse sarebbe il caso di dirgli che dopo aver visto Helene, quel pomeriggio, è andata alla galleria d'arte. Che ha già deciso.
La discussione che seguirebbe probabilmente spezzerebbe quell'atmosfera un po' incantata - David perderebbe quell'espressione contemplativa, tornando il nemico di sempre, e le distanze sarebbero preservate.
Ma è stanca anche lei, forse. O forse, semplicemente, non ha abbastanza forza per costringere suo marito ad accollarsi anche quel nuovo peso.
"Sono stata da Helene," mormora quindi, scrollando le spalle. "Abbiamo finito per cenare insieme."
E intanto cerca di ricordare se c'è stato un tempo in cui tacere i particolari più importanti le provocava qualche imbarazzo - un tempo in cui mentire era difficile, e a David bastava guardarla negli occhi per capire cosa gli stesse nascondendo.
Ora può sostenere il suo sguardo senza nessuna esitazione, e neanche il pensiero di Carlos porta qualche senso di colpa. Solo, quieta tristezza.
Uno smarrimento che raspa la gola come polvere, e quasi cambia le distanze. Perché quella sera David non sembra comunque intenzionato a scavarle gli occhi - non pare sospettare di ogni parola, non cerca conferme né punti deboli.
Semplicemente, sta lasciando andare.
Dolcemente.
Mentre si allontana dal mobile - da lei, e dalla luce - i polsini bianchi della camicia gli ricadono sul dorso delle mani e creano un effetto strano. Un po' lunare, forse. Un po' malinconico.
Come di lacrima nel buio.
"David," chiama Megan, a bassa voce, gli occhi fissi sulla linea delle sue spalle. "Che cos'hai?"
"Pensavo ad April," è la replica - troppo immediata perché sia una finzione.
Capita raramente, del resto, che David finga quando si parla di sua figlia. E la tonalità della voce è quasi dolce - il sorriso quasi troppo lieve, per la curva definita delle sue labbra.
Lasciandosi cadere sul divano, rovescia la testa contro la spalliera.
"Pensavo a come dovevi esser stata tu, quando avevi la sua età…"
Sorpresa, Megan inarca un sopracciglio.
"A come dovevo essere stata io?" ripete.
In risposta, un'occhiata - come un improvviso lampo di sfida.
"Così dolce e accondiscendente, sai…" insinua David, divertito.
Lei solleva gli occhi al cielo, sedendosi in poltrona.
"Beh," inizia, accavallando le gambe. "Mia madre dice che ero più accondiscendente di Helene, se può farti piacere…"
"Fingevi solo con più eleganza, scommetto," obietta l'uomo, tornando a fissare il soffitto. Ed è difficile, a volte, capire se il problema con David sia che la conosce troppo o troppo poco. Difficile capire se certe cose le pensa o se le dice soltanto, come munizioni caricate in un fucile usato per gioco.
Perché ha ragione, spesso.
E al tempo stesso, Megan è sicura che non capisca neanche la metà delle sue motivazioni.
Senza cambiare espressione, resta a studiarlo in silenzio. Osserva il suo sguardo rivolto altrove, l'abbandono morbido del corpo sui cuscini. La forma rilassata dei muscoli e la maniera intima con cui gli si dispongono addosso gli abiti indossati durante tutta una giornata di lavoro.
Tra le pareti del suo ufficio quella camicia e quei pantaloni dovevano dargli un aspetto affilato, duro, quasi metallico. Ora sono stoffa morbida, su cui lasciar scorrere le dita.
E quando l'uomo solleva il braccio verso di lei, è quasi tentata di accettare quel che sta offrendo. Di saltare subito al finale della notte - all'unica destinazione possibile per quel tipo di tensione - senza rischiare passi falsi. Per una volta, senza dolori.
Ma arrendersi a David è sempre una sconfitta.
E Megan non è ancora pronta ad inghiottire l'orgoglio, quella sera.
"April non è davvero così accondiscendente," si decide quindi a mormorare, limitandosi chinarsi in avanti per sfiorarlo con la punta delle dita, il palmo della sua mano. Seguendone la forma con l'indice - accarezzandone le linee. "Ti dà retta soltanto perché ti adora. E perché la vizi in maniera indecente."
Quando David incontra il suo sguardo, lei sa che ha compreso il rifiuto.
E che, per il momento almeno, sembra averlo accettato.
"Nah," risponde, con un sorriso. "È solo perché nessuna donna mi resiste, lo sai."
"Sicuramente. Non può essere che questo, il motivo…"
"Sicuramente."
Ma il silenzio torna ad espandersi subito dopo, come fosse la luce stessa della lampada a generarlo. Perché l'atmosfera della serata è irreale come le ombre che si allungano dietro i mobili, come le loro mani ancora unite. Come il pollice di lui che scorre lentamente sul polso, in un movimento ripetuto. Attento.
E come il contorno quasi sfumato delle sue spalle. Le ciglia posate sulle guance - le labbra socchiuse.
Il sapore appena percettibile del whisky, nell'aria.
Un respiro più profondo.
Quando David si alza, senza far rumore, per un attimo le sue spalle schermano la luce in un'oscurità quasi dolce.
Lei lo osserva aggirare la poltrona - versarsi ancora da bere; avvicinarsi alla finestra - e pensa che è strano che possa sembrare allo stesso tempo così tanto vecchio e così tanto bambino.
Il profilo è lo stesso di quando l'ha conosciuto: quella linea elegante, perfetta, che parlava già allora di durezza e ambizione. Gli anni, passando, ne hanno soltanto smussato i bordi. Eppure, li hanno anche affilati.
"A volte ho la percezione nitidissima di non aver mai lasciato nessun segno nella vita, a parte April," mormora, piano, scostando la tenda per guardare oltre il vetro.
Le sopracciglia si aggrottano, leggermente; le labbra si tendono in un'espressione ostile. E Megan vorrebbe chiedergli di nuovo a cosa stia pensando.
Chiedergli che cosa gli sia successo.
Ma lui parla ancora, a bassa voce, e lei si limita respirare, inumidendosi le labbra.
"Ti capita mai di aver paura, Megan?"
Quando si volta, i suoi occhi sembrano quasi nudi.
"Paura che smetta di respirare, mentre sta dormendo. O che una mattina ti svegli, e non la trovi nel suo letto."
Pausa.
"Paura che cambi, anche. Paura che cresca."
Il contorno del suo corpo è sfumato contro lo sfondo scuro del vetro, e forse se non fosse così lontano Megan lo abbraccerebbe. Per dargli forza, amore, scudo. Per proteggerlo, in qualche modo.
Senza neanche rivendicare il proprio trionfo.
Senza rancore.
"Quando crescerà diventerà bellissima, David," si limita invece a rispondere. In un sussurro.
Perché è facile dimenticare che anche David soffre, quando entra ed esce da quella casa come se tutti gli appartenesse e nulla gli bastasse. Come se quelle pareti lo soffocassero, e proprio per questo gli sembrassero adatte soltanto a murare lei, in quell'inferno.
È facile dimenticarlo quando le sue carezze hanno l'arroganza degli schiaffi, e i baci non sono altro che marchi sulla carne. Affilati quanto i morsi.
È facile dimenticare che la rete dei loro sbagli ha spento anche i suoi, di orizzonti. Che anche lui ha sofferto, altrettanto profondamente.
Eppure, quando smette di vestire la maschera di forza che solitamente si dipinge addosso, risulta altrettanto evidente che la realtà di tutti i giorni - quella battaglia silenziosa, fatta di cene saltate e di appuntamenti scordati - non è altro che la superficie falsa di una scenografia. Che la loro storia si muove su altre profondità - richiede altre misure - e trasformare tutto in un semplice canovaccio è riduttivo.
Che il loro frequentarsi non ha mai seguito le regole di una relazione comune.
Le vendette sono sempre state come il sangue - davano forza e sporcavano le mani. I tradimenti erano ferite da cui lasciarle trasudare, e c'era un'eleganza anche nel loro continuo farsi male. Nella durezza degli sguardi, nella complessità delle menzogne.
Nel sovrapporsi degli sbagli.
Con David quel gioco è sempre stato cruciale: la trasparenza non ha mai costruito la base del rapporto. Non è la trama, né l'ordito. E il semplice atto del denudarsi si è caricato di significati più profondi: è stato cedimento, e fiducia e ricompensa. È stato rabbia, in altri momenti, e menzogna perfettamente orchestrata. Misura del tradimento e dell'offesa.
Ora è una tenerezza strana, agrodolce, come la nota non propriamente stonata che trasforma una canzone familiare in melodia inquieta. Ed è commozione, annodata stretta in gola per non lasciarla trasparire.
È la consapevolezza improvvisa di tutta la strada percorsa insieme. Tenendosi lontani e ferendosi, soffocandosi quasi. Trattenendosi indietro. Ma senza mai lasciarsi andare.
"Che diventerà bellissima lo so perfettamente,"
Dall'alto, la voce di lui continua a suonare intima - quasi morbida - mentre si avvicina di nuovo alle labbra il bicchiere del whisky.
Prende un altro sorso, poi.
Tende i nervi della mascella, lasciandolo bruciare in bocca.
"È proprio questo che mi spaventa, a volte," dice infine, tornando a voltarle le spalle.
Con un sorriso, lei inclina la testa di lato.
"Stai già entrando nell'ottica del padre possessivo?"
Ma David non risponde.
Poggia il bicchiere sul mobile, invece. Inspira.
"Potrebbe somigliarti molto, Megan," mormora, voltandosi.
E lei annuisce, cercando i suoi occhi.
Sostenendo il suo sguardo - come se fosse possibile distinguere tutti i diversi significati che costituiscono il tessuto di quella frase densa, scura. Come se fosse possibile orientarsi nei labirinti emotivi di David - come se non fosse sempre stato troppo sfibrante e pericoloso anche solo immaginarli.
Come se lui non avesse questa capacità di mantenere l'espressione ferma anche quando si mostra così fragile. Una maschera granitica che resta salda anche secondi prima di sgretolarsi. E come se lei non avesse ormai imparato ad aspettarsi un colpo basso, sempre. Come se i muscoli non fossero già tesi, comunque. Anche nel sorriso.
Megan sa che quella è l'ultima possibilità.
Potrebbe alzarsi in piedi e salutarlo - dargli la buonanotte da lontano e lasciarlo lì, in soggiorno, ad ingannare le ore con il whisky e a spiare la battaglia tra stanchezza e sonno. Potrebbe farlo senza perdere dignità - senza sbilanciarsi, senza rischiare.
Prima che lui l'abbia raggiunta.
Prima che il conto alla rovescia si interrompa.
Ma David si sta già avvicinando e cammina lentamente, come per darle tempo di fuggire. Tiene gli occhi fissi nei suoi e c'è morbidezza, nel suo sguardo - non la dolcezza di quando cerca di rubarle qualcosa, non la tenerezza simulata. Solo un nero intenso, e una luminosità bassa. Avvolgente.
Calda quanto l'ombra.
"Quindi? Anche questa giornata è finita?" le chiede, quietamente, fermandosi di fronte alla poltrona.
Tendendole la mano, di nuovo - lasciando che sia lei, a scegliere il momento in cui vi chiuderà intorno alle dita. Lasciando che sia lei ad alzarsi in piedi, senza esercitare nessuna forza.
E senza indietreggiare di un centimetro, quando infine si ritrovano faccia a faccia.
Gli sguardi sono ancora allacciati - le labbra quasi troppo vicine. Come per un bacio, forse, ma separate dalla tensione sorda di una sfida.
Megan socchiude gli occhi, quando lui appoggia la mano destra sul suo fianco - quando sale a chiudere la sinistra al lato del suo collo, e lascia scorrere il pollice lungo il profilo della mascella.
Sono le carezze lente e nervose di quando nessuno dei due ha ancora deciso cosa fare.
Di quando David deve ancora progettare i movimenti e lei interrogare il presente - decidere cosa concedere al proprio corpo. Cosa permettere a quello di lui.
Ed è questo, l'altro particolare che trascura troppo spesso quando si trova ad analizzare oggettivamente la loro relazione.
L'accelerare del cuore in certi sguardi; l'intensificarsi delle sensazioni sulla pelle, nella gola.
È successo migliaia di volte, in quei dieci anni condivisi. Di sentire le barriere assottigliarsi - i confini dell'orgoglio farsi più elastici, più recettivi. Di trovare la forza di coprire gli ultimi centimetri - ogni volta un salto nel vuoto, una distrazione o uno sbaglio. Un cedimento, o un riscatto.
Difficile capirlo.
David ha sempre occhi sinceri.
E la sensazione, ogni volta, è che stia lasciando a lei la scelta. Il controllo del gioco - del suo inizio, almeno.
Forse è per questo che i rimorsi, dopo, affondano sempre i denti in profondità. Perché quando il momento è passato la sincerità di David somiglia troppo a una menzogna, e tornano in mente i dubbi - le bugie e le umiliazioni. Tornano in mente le lotte, i litigi, e si fa amaro il gusto di ogni bacio.
Si guasta, mischiato a quello troppo forte del veleno.
Tutto questo Megan lo sa - lo ricorda - eppure chiudere David fuori dal suo corpo non è mai facile. Non lo è quando l'odio è fresco, quasi troppo bruciante; prende un sapore acido anche quando il sangue è gelido. E quella notte lui ha mani tiepide, accoglienti.
Rughe appena accennate sulla fronte - spalle stanche.
Socchiudendo gli occhi, Megan si sporge in avanti.
Lui lascia che le labbra sfreghino sulle sue ed espira piano, stringendo appena la presa sul suo fianco.
Inclina la testa.
Sorride, senza approfondire il bacio. Senza dire niente.
E lei pensa che il loro rapporto si è sempre costruito su equilibri fragilissimi - meccanismi complessi, delicati, facili da incrinare. Bastava una carezza fuori posto o un sospiro troppo forte. Una parola detta all'orecchio, quando sarebbe stato meglio non parlare.
L'immobilità di David, in questi frangenti, può assumere significati spaventosamente diversi. Ci sono state volte in cui Megan l'ha vissuta come una sfida - come un modo di lasciarla a lei, la responsabilità di tutto - e volte che ha avuto la forza di uno schiaffo. Che ha fatto male, come hanno fatto male troppe cose tra loro.
In quel momento sembra semplicemente un regalo. Un tentativo di non influenzarla - di non pretendere da lei altro che questo.
E forse è semplicemente una manovra.
Forse, tra un'ora, le sembrerà di aver commesso il solito passo falso - di aver, come sempre, ceduto. Forse rimpiangerà di non essersi tirata indietro quando ancora era in tempo.
Di non essersi sottratta al suo respiro.
Ma in quel momento David non sembra altro che il padre della sua bambina. Non sembra altro che l'uomo che ha diviso il suo letto, il ragazzo che in momenti diversi lei ha amato. La persona che conosce da troppi anni, a cui è legata da troppi ricordi.
Troppe catene.
E non sembra importante chiedersi di che colore avesse gli occhi l'ultima persona che gli ha toccato i capelli. Non sembra importante sapere quanto fossero morbide le curve su cui ha passato le mani - a chi appartenesse il corpo che l'ha accolto.
Non sembra importante Carlos, e la confusione che solo poche ore fa lei ha indovinato nei suoi pensieri. Il ricordo del tessuto della sua pelle, la forma delle sue braccia.
Le dita di David, chiuse sul suo fianco, sembrano capaci di raccogliere la sua intera esistenza. Accarezzano quel momento, e promettono un calore che non andrà disperso.
Un sapore che forse non andrà guastato.
E quando Megan preme il palmo sul suo petto - quando socchiude le labbra e sente il suo cuore battere contro la stoffa e la stretta della sua mano serrarsi, intorno alla vita - pensa che quel sapore, forse, è lo stesso della notte che si sta sciogliendo intorno a loro.
Un bacio che sa di buio. Di whisky inghiottito con forza e carezze con forza trattenute.
Di corpi che si conoscono. Che un po' si odiano, e un po' si amano.
Che si specchiano l'uno nell'altro, parlandosi addosso.
Restando in silenzio.
Perché i riflessi hanno bisogno l'uno dell'altro, per vivere.
E forse se lei fosse sola si sentirebbe più libera. Forse se lui fosse solo si sentirebbe più sciolto. Ma è necessario coraggio.
Forza e determinazione.
La voglia di guardarla negli occhi, la solitudine.
E per quella notte - in quel buio - è più dolce cercarla nell'altro. Accarezzarla e giocarci, senza volerla davvero scacciare.
Senza volere dare nomi.
E senza neanche volerla capire.






Il sesso con David non è mai stato semplice.
All'inizio, quando ancora avrebbe dovuto essere elementare, era il senso di colpa a rovinare tutto. Respirare un odore che sapeva sbagliato, sentire accostata al corpo la forma di un altro. Socchiudere gli occhi e vedere lui, al suo fianco: con i suoi gesti ipnotici e lo sguardo sfrontato.
Con la sigaretta tra le dita e i pensieri distratti. Il suo sorriso.
C'era ancora Daniel, a quel tempo - in una forma impersonale eppure dirompente. Un suono familiare, un gusto mai scordato. La sensazione delle sue dita intorno al polso e la sua presenza nella vita.
E il senso di colpa era verso di lui; verso di David.
Verso se stessa, anche - verso la maschera che avrebbe dovuto mantenere. Le bugie che raccontava ai suoi sogni e la paura di prendere una decisione. Senso di colpa per tutti gli sbagli a cui avrebbe potuto porre rimedio, se qualcosa fosse stato diverso.
Se Daniel se ne fosse andato. Se David non fosse mai arrivato.
A quel tempo la sua vita si muoveva racchiusa tra i vertici di quel triangolo. Un ragazzo che amava e che non la poteva toccare; un ragazzo che la toccava senza poterla possedere. Se stessa, e i mille segreti. Le parole mai dette, neanche a mezza voce.
Non saprebbe dire con esattezza quando il disegno si sia complicato. Non saprebbe spiegare neanche perché - cos'abbia segnato il passaggio. La transizione misteriosa da un triangolo a un prisma, in cui ogni verità cambia volto. Ogni colore si scompone.
L'arcobaleno aveva sfumature inquietanti, in quei giorni.
Il cielo sembrava troppo grande, e troppo contratto.
Forse il gioco con David si era fatto più serio. Forse quello con Daniel si era fatto più frustrato. Forse i sensi di colpa diversi si erano fusi insieme - mischiati alla paura, e alla gelosia. Alla confusione di quando hai vent'anni e il mondo non sa darti spiegazioni.
Il pensiero che David potesse non esserle totalmente devoto, i primi tempi, era stato quasi un sollievo. I suoi ritardi mai spiegati, gli appuntamenti cancellati all'ultimo. Le scuse non chieste e non presentate. Il suo fascino sempre più intenso. Sempre più evidente anche al resto del mondo.
Tutto, in qualche modo, sembrava transitorio - destinato a riassestarsi. Nuovo equilibrio, nuova composizione.
Una linea retta, forse, finalmente.
Dopo anni.
Senza più nessun vertice.
E invece le dimensioni non erano diminuite. Nessuna semplificazione: nessun ritorno da una geometria piana ad una lineare. La profondità era esplosa di colpo, investendo ogni cosa. Ogni relazione.
In quel mondo improvvisamente tridimensionale, anche il suo rapporto con David aveva assunto significati più profondi. Più oscuri.
I primi passi verso quella loro guerra.
Megan avrebbe dovuto tirarsene fuori allora - alla prima avvisaglia che qualcosa non andava.
Ma suo padre non era mai stato così tanto orgoglioso di lei, e gli occhi di sua madre si illuminavano ogni volta che David entrava in casa. Lei sentiva la gola stringersi ad ogni sua carezza - ad ogni appuntamento mancato - ed ogni parola suonava come una promessa, ormai.
Come una minaccia.
Anche quelle sussurrate all'orecchio.
Anche quelle soffiate sulla pelle, arrischiate a letto.
La reazione spontanea era stata una fuga. Mentale, se fisica era impossibile - nell'anima, se il corpo doveva restare aperto.
Rendere la propria mente una fortezza impenetrabile.
Non lasciar passare neanche la minima illusione.
E forse tutto sarebbe stato tutto più semplice, se questo suo atteggiamento avesse scoraggiato David. Forse sarebbe stato più semplice se in ballo non ci fosse stato anche il suo futuro - il suo mestiere. Se non avesse avuto così tanto da guadagnare, oltre ad una ragazza scontrosa e una complicata relazione.
Ma lui e suo padre stavano già lavorando insieme.
Il loro regno già si stava delineando.
E per il tempo in cui Megan l'aveva capito, di essere sempre stata soltanto la gemma incastonata nel centro della corona, le dimensioni di quella storia si erano già moltiplicate. Il prisma aveva perso il conto delle facciate; i colori si erano scomposti e confusi.
Le loro esistenze, indissolubilmente intrecciate.
E i dolori di tutti erano già intessuti.
Le ferite, già dipinte sulla pelle. Come tracce che aspettavano solo di venire incise.
Aveva pensato qualcosa del genere, Megan, il giorno della scoperta che aveva cambiato la sua vita. Quando la ragione della disattenzione di David si era fatta palese, e lei non aveva più potuto continuare a fingere di non sapere.
Di non sospettare niente.
Quella notte, quando David aveva fatto scorrere le dita sotto le spalline del vestito per far scendere la stoffa lungo le braccia, Megan era rabbrividita. E si era spogliata da sola, in fretta, come se accorciare i tempi potesse rendere meno straziante l'attesa.
Dopo, era stato impossibile concentrarsi su altro che sul pensiero del suo segreto. Impossibile lasciarsi andare e dimenticare chi stava toccando il suo corpo - cosa stesse accadendo.
Impossibile chiudere gli occhi e non restare a guardare con intensità quasi ossessiva le ciglia abbassate di lui - gli spettacoli segreti che dietro le sue palpebre si orchestravano. Non chiedersi a cosa stesse pensando, a chi. E quanto fosse umiliante quella posizione di semplice sostituto.
Da allora, i loro incontri si sono susseguiti simili, con variazioni minuscole e insignificanti. E ogni volta era un dolore nuovo, ogni volta era un nuovo segno sulla pelle.
L'odio feroce di certi momenti - verso di lui, verso se stessa, difficile dirlo - e il desiderio profondo di altri. La confusione. Il rancore. In un ripetersi continuo, come se tutte le fasi fossero anelli di una sola catena.
Forgiati di un metallo ardente, prezioso.
Legati stretti al polso. Posti come un memento, intorno al dito.
Forse è per questo che durante i primi anni di matrimonio ha cercato tanti amanti. E forse è per questo che, ogni volta che si è trovata a giacere nel letto con qualcun altro, ha sentito qualcosa mancare.
Un particolare misterioso che nessuno aveva mai saputo indicarle.
Un sentimento che avrebbe dovuto riconoscere, e che invece si perdeva nel languore del sonno. Nel piacere un po' maligno del tradimento, e in quello tutto fisico dell'orgasmo.
Forse è questione di abitudine.
Di assuefazione.
Dopo aver trattenuto il fiato per tante volte nell'attesa di venire scarnificata dalla sua voce, è difficile non sentirsi a disagio sapendo che la mano che ti accarezza la schiena ne sta semplicemente ammirando la curva. Difficile scacciare del tutto l'impressione che la tregua stia per cessare, e non scoprirsi in bocca un'inspiegabile punta di delusione quando il silenzio si prolunga, invece, e ti accorgi che non ti è rimasta neanche la guerra.
Forse è questione di abitudine; forse di adrenalina. Forse è soltanto l'assurdità di quell'intera storia - le formule tutte sbagliate che hanno trasformato il triangolo in prisma e il prisma in qualcosa di ancora più complesso e irregolare.
Ma ci sono momenti - rari, sparsi negli anni e stranamente agrodolci - in cui Megan si trova a pensare che la ragione potrebbe essere più semplice.
E accordarsi in qualche maniera strana alle regole duttili dell'amore.
Perché non c'è adrenalina, ora, in quel suo respirare dolcemente con la guancia premuta contro il cuscino. Non c'è abitudine nell'appagamento profondo che sente sciogliersi nel sangue, ad ogni minimo movimento. E non c'è spiegazione razionale alla sensazione di completezza che nasce dal sapere che il corpo premuto contro il suo - la mano poggiata sul suo ventre - appartiene a David. E che David, per qualche breve momento e in qualche piccola misura, appartiene a lei.
Ma quella notte, del resto, anche il buio ha una sfumatura diversa.
Gli occhi di lui hanno un taglio più morbido - come di lama smussata.
E non c'era nessuno tra loro, per una volta, a ferirli. Non c'era nessun altro nel letto - nessuna fretta, nessuna rabbia.
Solo la traccia debole di quel bacio scambiato in soggiorno. Il filo sottilissimo che li lega alla loro bambina, addormentata nella stanza di fianco.
Il silenzio, intorno.
E gli occhi di David - le linee del suo volto. L'arricciarsi dei capelli sulle tempie e il ritmo del suo respiro.
"Hm…" protesta lui, corrugando la fronte, quando Megan si solleva sul gomito per guardarlo dall'alto.
Ha le ciglia abbassate - l'aspetto appagato di un ragazzino un po' stanco e un po' imbronciato.
Allungando la mano per scostargli i capelli dal viso, lei scuote la testa.
"In questo momento, hai davvero gli stessi occhi di April," commenta, trattenendo un sorriso.
E forse la scelta più saggia sarebbe chinarsi a baciarlo, senza aspettare nessuna risposta. Forse sarebbe più sicuro tornare ad appoggiare la guancia contro il suo petto - permettere alle sue braccia di cingerla, alla sua presenza di scaldarla.
Lasciar sbiadire tutti i problemi - scioglierli nel sonno. Per una volta, almeno.
Ma le rughe sulla fronte di suo marito non nascono soltanto dalla stanchezza di una giornata di lavoro, e Megan è sicura che soltanto ieri mattina non fossero così tanto profonde.
È sicura che, se lui fosse tornato a casa, ieri sera, qualunque confronto tra loro sarebbe finito in maniera molto diversa.
E tacere, con David, non è più un'opzione da troppo tempo. Accantonare le preoccupazioni, ignorare i segnali.
Il paradiso, tra loro, non dura mai a lungo, così come non si disegna mai con precisione l'inferno.
A volte, l'intera loro storia non le sembra altro che un purgatorio diluito. Disegnato per espiare peccati commessi per sbaglio, e tutte le viltà che ogni giorno si accumulano.
"È successo qualcosa?" sussurra quindi. Piano.
E quasi spera che lui non senta, o che scelga di non rispondere. Quasi spera che stia già dormendo.
"Ti riferisci al fatto che ho evidentemente superato me stesso, stasera?" lo sente chiedere, invece. In un sorriso.
Rovesciando gli occhi al cielo, lei torna ad affondare la nuca nel cuscino.
"Più che altro, mi riferisco al fatto che ti sei quasi addormentato prima di finire…"
"Averlo saputo prima, che la mia stanchezza ti faceva un effetto tanto erogeno, mi sarei risparmiato anni di snervanti preliminari…" ridacchia David, divertito.
"Pensavo che il tuo orgoglio virile si sarebbe sentito sminuito, di fronte ad una tale rivelazione."
"Voi donne vi eccitate nei modi più improbabili…" è la risposta, distratta. Mentre la mano riprende ad accarezzarle il fianco, quasi con dolcezza. E il gioco sembra farsi più languido - mostrarsi morbido, arrotondato. Per una volta, senza nascondere nessun tranello.
Lentamente, Megan fa scorrere l'indice lungo il suo braccio - segue la forma del muscolo, la sporgenza dell'osso sul gomito.
Preme le labbra contro la sua spalla, respirando il coraggio.
Maledicendo la propria ostinazione.
"Posso sapere se stai cambiando argomento apposta, o se sei solo troppo stanco per seguire il filo del discorso?" chiede, chiudendo gli occhi. "Giusto per regolarmi, sai."
E lo sa, che la tregua si chiuderà lì.
Sa di averlo varcato coscientemente, quel confine, e poco importa che questa volta l'abbia fatto senza nessuna intenzione di dichiarare guerra. Che sia stata solo l'inquietudine, a spingerla.
È venuto comunque da lei, l'affondo.
La responsabilità del graffio.
"Non è successo nulla di particolare, Megan," dice David, affondando le dita nei suoi capelli.
I gesti sono ancora morbidi - ancora calmi. Ma il territorio in cui si stanno addentrando mostra già le prime asprezze, e fermare il passo è impossibile.
Quando raggiungi l'abisso, non puoi mai evitarti di cadere.
"Forse semplicemente non sono così indistruttibile come vorrei credere," mormora lui, in un sussurro assorto. "Forse a volte hai bisogno di abbracciare tua figlia, per lasciarti alle spalle certe giornate. E poter andare avanti."
Esitando, Megan cambia appena posizione.
"Stai lavorando ad un caso particolarmente difficile?" domanda.
Ma David tace, e il silenzio si allarga per troppo tempo.
È come acqua che si stende, versata dentro un piatto.
Una progressione lenta.
E quando infine la risposta arriva, è lo schianto della porcellana che cade a terra ed insieme l'esplodere delle gocce. Pioggia che bagna e gela, corrode.
"Samuel Weldon."
Come un bisbiglio.
Ma Megan non può che sollevare la testa di scatto - fissare gli occhi in quelli di David, con uno stupore quasi violento.
"Samuel? Che è successo?"
Distogliendo lo sguardo, lui si solleva sui gomiti. Sporge il braccio oltre il materasso. Prende le sigarette.
La sequenza di gesti è fin troppo familiare - l'accendino che scatta in un sibilo; fiamma; prima boccata di fumo.
È successo mille volte, in ogni letto che hanno condiviso.
Tensione che sale e tensione che si scioglie.
Contemporaneamente.
Megan sente già lo stomaco pesante, come aggravato da un nodo.
"Devo soltanto trovare il modo per sopravvivergli, credo," lo ascolta mormorare, in una nuvola acre. E le gocce d'acqua scivolano sulla pelle - tracciano solchi che sono di lacrime, e sono ferite già rimarginate.
Livellate dal tempo, e costantemente riaperte.
"È sempre irritante, accorgersi di trovare ancora falle così spaventose nel tuo sistema di difesa," conclude David, scrollando la cenere. "Tuo padre non esiterebbe ad estromettermi dallo Studio, se mi permettessi di gestire tanto maldestramente una delle sue cause."
E lei deve voltarsi dall'altra parte - tirarsi a sedere e smettere di guardarlo - per non ricordargli cosa farebbe suo padre, se sapesse ciò che lui già si sta permettendo. Se non avessero deciso troppo tempo fa di non parlarne mai - non tra loro, non con gli altri. Se il silenzio non avesse inghiottito tutto, erodendo i bordi di ogni verità, fino a renderla così sottile da farti sospettare di averla solo sognata.
Una sera.
Una notte.
Fantasia che trasuda veleno.
Non riguardavano Samuel, le voci che per prime avevano cominciato a circolare. Si trattava di qualche ragazzino anonimo, piuttosto - Megan non si è mai preoccupata di assicurarsi che dietro i pettegolezzi ci fosse qualcosa di fondato. Non importava molto conoscere l'identità di quell'amante incauto, o i particolari del momento in cui la discrezione di David aveva compiuto il primo sbaglio.
Le sue prove erano diverse, più intime e più dolorose.
Le aveva toccate con mano - sfiorate in punta di dita.
Ammirate con dolcezza, quasi. Con un senso di tristezza soffocante.
Ricorda che Daniel aveva riso, quando quella sera stessa gliel'aveva raccontato.
Aveva rovesciato il capo all'indietro, fino quasi ad urtare il muro, e fissato gli occhi nei suoi come con disprezzo.
"Cos'è?" aveva chiesto, a bassa voce. "Il sesso anale a disturbarti, Meg? O la scelta un po' varia dei soggetti con cui lo pratica, piuttosto? Perché non puoi dirmi che non lo sapevi, che qualcosa del genere stava succedendo. Neanche se ti impegni, sai essere tanto stupida."
Lei si era allontanata senza rispondere.
Dopo qualche minuto, lui l'aveva seguita.
E forse se avesse allungato la mano a intrecciare le loro dita quella prima notte, tutto sarebbe stato diverso. Forse se Daniel avesse tenuto salda la presa, tutto il disastro che li aspettava si sarebbe evitato.
Ma non c'era stato nulla quella notte - nulla neanche le notti successive. Nulla nemmeno quando qualche conoscente, conversando, aveva lasciato cadere nel discorso una nuova insinuazione.
Il passo ulteriore - l'ultima facciata del prisma, l'ennesima scomposizione dei colori - aveva avuto luogo solo quando Samuel aveva fatto il suo ingresso nel disegno. Quando si era rimodellata anche la sua figura.
Perché in tutto il tempo che Megan aveva conosciuto David - in tutto il tempo che aveva conosciuto Samuel - non aveva mai pensato che potesse esserci qualcosa del genere, tra loro. E non l'aveva mai pensato neanche Daniel, che pure di David pensava di regola tutto il peggio possibile.
Forse perché Samuel era l'amico di infanzia - ed era naturale che fossero legati. Forse perché anche Daniel aveva amici cui piacessero i ragazzi, e non era mai successo niente con nessuno di loro. O forse semplicemente perché Samuel non sembrava il tipo.
Perché Samuel non era un ragazzino ambiguo e pericoloso.
Forse, perché Samuel non sarebbe stato solo un capriccio.
Vederli insieme - saperli insieme, immaginarli - aveva costretto Megan a distruggere ogni certezza finora conservata. A radere al suolo ogni concetto precedentemente costruito per ricomporre da capo il mosaico del mondo.
Difficile capire quale fosse il suo posto, nel disegno risultante.
Difficile trovare la voglia di provare a indovinarlo.
Lei e Daniel erano finiti a fare l'amore quel giorno stesso. Nella stanza di Daniel, con la porta chiusa a chiave anche se l'appartamento era vuoto. Con le finestre aperte sul pomeriggio e le tende appena tirate, a filtrare la luce. A renderla più calda, più morbida, più accogliente. A trasformare i loro corpi in ricordi, e i loro baci in sorrisi.
Era stato come rinascere, per un breve periodo.
Come radunare le forze per poi spiccare il volo.
E quando la gabbia si era chiusa intorno a loro - una grata pesante ad impedire il contatto - Megan si era sentita come un uccello a cui tagliano le ali. Costretta a terra, stremata e sofferente. Con dentro gli occhi, come un addio, l'azzurro cupo del cielo.
Aveva odiato David per tutto questo - e forse ancora adesso quel sentimento non è del tutto passato.
Perché, in fondo, David Samuel non l'ha perso.
E suo padre, di loro due, non ha mai neanche lontanamente sospettato.
Prendendo un respiro profondo, Megan si preme le dita sulle tempie.
Sul lato destro della stanza, la finestra non è altro che una forma sfumata - camuffata dalla stoffa delle tende, dal buio che sembra farsi più fitto.
Oltre il vetro, la notte dev'essere libera e trasparente.
Dentro i confini di quel letto, l'aria soffoca. Mentre il calore che li aveva avvicinati si spegne come una fiamma, poco a poco.
"Cos'è successo, con Samuel?" chiede lei, pacatamente. "Avete avuto da discutere?"
Immagina David scrollare le spalle - il frusciare delle lenzuola quando il suo corpo cambia posizione.
Anche la sua voce è più bassa, quando torna a parlare.
La stanchezza crepita nelle pause tra le parole - la tensione serpeggia, ed è quasi un piacere.
"Al solito," risponde.
Con calma, prende un'altra boccata di fumo.
"Poi sono tornato in aula, ed è stata un'udienza difficile," continua. "Difficile mantenere i nervi saldi, difficile non cedere alle provocazioni. Difficile."
Pausa.
Un'occhiata in tralice - come un'accusa.
"Difficile anche rientrare a casa ed accorgersi di non averla mai vista prima, la donna che tiene in braccio tua figlia," conclude l'uomo, freddamente. "Non mi aspettavo di trovare la baby-sitter."
Ed è sempre impossibile trovare una risposta adeguata, in questi frangenti. Mettere d'accordo tutte le reazioni contrastanti - la voglia di ridere con quella di piangere con quella di spingerlo via, giù dal letto.
Insultarlo e dirgli di andarsene, di non rovinare di nuovo tutto.
Di tornare quando sarà cambiato davvero.
Quando avrà deciso di mettersi minimamente in gioco.
Ogni volta, è necessario prendere un respiro profondo prima di poter parlare.
Chiudere gli occhi e schiarire la mente - richiamare il controllo, inchiodare la maschera.
Non lasciare aperto nessuno spiraglio alla rabbia.
Piegando la testa di lato, Megan si sforza di guardarlo negli occhi.
"Dev'essere stato destabilizzante," mormora, senza battere ciglio. "Come entrare per sbaglio in un'altra dimensione, immagino. Hai capito subito che non era lei tua moglie, o per un attimo c'è stato il dubbio di esserti solo confuso?"
Il silenzio si allarga come una voragine, sulla coda di quella sfida.
Ogni cosa sembra farsi immobile - il respiro di David, il fumo. Il tempo.
Il ticchettare continuo dell'orologio.
E Megan può quasi vederlo, il finale diverso. Può quasi immaginare se stessa sorridere, scuotere la testa - chinarsi di nuovo in avanti e premere le labbra sulla sua bocca.
Sciogliere con un bacio la sua ruvidezza.
Forse, chiedergli addirittura scusa.
Ma David ha l'espressione impassibile di quando sente inevitabile la battaglia, e non conta che le spalle siano tese - che intorno agli occhi abbia rughe di stanchezza.
Non conta che questa sera di guerra lui non avesse voglia.
Quando parla, l'intenzione è quella di ferire.
"Impossibile confondervi: lei aveva almeno dieci anni meno di te, amore mio."
E forse in un altro momento questo sarebbe l'inizio di uno scambio infinito. Forse, se lei non sentisse ancora addosso la prova di un'alternativa possibile, risponderebbe come ha sempre fatto.
Ma il corpo è caldo - sulla pelle c'è il suo odore.
E David, così stanco, fa quasi tenerezza.
Perché è vero che la gabbia di Megan ha le sbarre strette, e che il suo cielo sarebbe ormai troppo lontano da raggiungere anche se infine decidesse di aprirle, ma il guinzaglio di suo marito non è poi molto più lungo.
David può girare intorno, sgranchirsi le gambe. Pensarsi libero e fingere di scappare.
Ma anche lui è legato.
Dalla sua stessa ambizione, dal suo stesso futuro.
Dal bisogno di avere tutto sotto controllo - di non lasciare che niente vada perduto.
Non può correre troppo lontano.
Non se ci tiene ad assicurarsi che il lucchetto della gabbia di lei sia ancora ben chiuso.
E quando Megan abbassa gli occhi, scostando le lenzuola, sa che anche quel tirarsi indietro finirà per sembrare una vendetta.
Rabbia svincolata - frustrazione amara.
Così com'è amara la piega della bocca che solo mezz'ora fa premuta contro il suo collo sorrideva. Com'è amaro il sapore che entrambi sentono sulla lingua - sogno avariato - e com'è amaro il risveglio, ogni mattina.
Com'è amaro anche il sonno, in quel letto.
E l'illusione ogni volta che qualcosa possa cambiare. Che gli sbagli si possano cancellare. Che il futuro si sappia riscrivere.
Che prima o poi entrambi impareranno la lezione.
Senza la protezione delle lenzuola, l'aria assale la pelle ed è fredda.
Megan sente i brividi incresparsi, così come sente gli occhi di lui inchiodarla a quel momento - inseguirla. Scorrere lungo la schiena; scivolare sulle spalle, sul ventre.
Segnarla.
Lei non si volta a guardarlo fino a quando non ha già raggiunto la soglia della stanza.
"Mettiti a dormire, David," mormora a quel punto, a voce bassa. Le dita già premute sull'interruttore della luce - la mano chiusa intorno alla maniglia della porta. "Io vado a dare un'occhiata ad April. Quando torno, cercherò di non svegliarti."
E forse vendetta lo è davvero, in fondo.
Uscire senza lasciarlo rispondere.
Guardarsi nello specchio del bagno e cercarsi il presente negli occhi. Cercarvi il passato.
Chinarsi sulla culla di April e osservare il suo volto, e indovinarvi il futuro.
Forse è una vendetta.
Forse, un tentativo di salvezza.
Per lei, per lui, per la loro bambina.
La loro vita.
Per la gabbia che magari un giorno si aprirà.
Per il guinzaglio che un giorno, magari, a forza di tendersi si romperà di scatto.
E per il cielo troppo lontano.
Che potrà tornare di nuovo vicino.






Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.


rosadeiventi: (Default)

69
Carlos - Stelle bionde






"Seymore?"
"Mh?"
"Mi stavo domandando…"
Schiarendosi la voce, Carlos lancia un'occhiata in direzione di Raven.
È sera - una serata neanche troppo diversa dalle altre: qualche decina di pagine da recuperare in vista del prossimo esame e la musica di una band anni ottanta in sottofondo, per favorire la concentrazione.
Avvolto in un alone di luce gialla - il libro di antropologia aperto fra i gomiti - Raven sta sdraiato a pancia sotto sul suo letto. Esattamente come dieci minuti prima.
Come un'ora prima.
C'è da chiedersi seriamente come ci riesca, a rimanere immobile per tanto tempo.
"Cosa ti stavi domandando?" mormora, assorto.
Non servono particolari capacità intuitive per sospettare che il suo pomeriggio di studio sia stato più proficuo di quello di Carlos.
Abbandonando il proprio testo sulla scrivania, lui si concede una smorfia di sconforto.
Cerca le sigarette, in tasca.
Non le trova.
"No, mi stavo chiedendo…" ripete, di nuovo. E Raven si decide a sollevare il viso, finalmente - a piantare gli occhi dentro i suoi, vagamente esasperato.
"Ma che hai, stasera?"
"Ma nulla, volevo solo farti una domanda. Credo che fra l'altro si possa anche dire che un po' c'entri, con l'antropologia…"
L'altro inarca un sopracciglio.
Lentamente si tira a sedere, incrociando le gambe.
"Con l'antropologia?" chiede - il tono improntato di un vago scetticismo.
"Sì, beh. In qualche misura…"
Silenzio.
In realtà, Carlos si sta già pentendo di aver parlato.
Gli succede spesso, ultimamente: un attimo prima sembra non riuscire a tenersi dentro quello che gli passa per la testa, e l'attimo successivo la smania si sgonfia d'improvviso, senza una ragione.
Magari è l'anticamera della follia.
Non ci sarebbe troppo da stupirsi, del resto.
"Come ve ne accorgete, voi del vostro gruppo sociale, se un altro membro ci sta provando?" dice tutto d'un fiato, senza quasi prender respiro.
"Per 'nostro gruppo sociale' intendi cosa, esattamente, Herrera?" si informa Raven, in perfetta serietà. "Studenti universitari di antropologia culturale di origine nativo americana, tra i venti e i trent'anni, bisessuali, buona situazione familiare?"
"Eh? Nono, non esattamente!"
Pausa.
Lui sbuffa di nuovo, rassegnato.
"In realtà mi stavo domandando se esista un codice, sai. Insomma, per capire se un esemplare maschio ti stia inviando espliciti messaggi sessuali, capisci? Perché con le femmine è facile - voglio dire, te ne rendi conto. È normale…"
"E da cosa te ne accorgi, con le femmine?"
"Ma non lo so! Te ne accorgi e basta, è istintivo."
"Beh. Anche con Vivian te n'eri accorto, no?"
E Carlos scrolla le spalle, affrettandosi ad affondare gli occhi nel libro di diritto. Perché il nome di Vivian è sempre un pugno allo stomaco - perché ancora non si è del tutto abituato ad incontrarlo nelle conversazioni con gli amici. Perché somiglia alle corse senza meta degli incubi ricorrenti e sussurra sottovoce le angosce di sempre, le stesse domande: dove starà in questo momento? Con chi?
In quale letto?
Carlos detesta quel circolo vizioso.
Detesta non avere risposte - non saperle immaginare. Non volerle, immaginare.
"Andiamo, con Vivian era facile," scandisce, come fosse una vendetta. "Io intendo con la gente normale. Quella che non è così esplicitamente espansiva con tutti, se capisci cosa intendo."
"Beh, con la gente normale è abbastanza lo stesso," risponde allora Raven, altrettanto seccamente. "Se non che forse c'è un po' più di ipocrisia. E piantala con le domande del cazzo, Herrera, che è un'idiozia cercare costanti in questo genere di cose. Come se io e te avessimo lo stesso modo di avvicinare una ragazza, scusa," borbotta, tornando ad afferrare il suo libro.
Dopo, nel silenzio che segue, Carlos osserva l'angolo di rifrazione della luce sul suo libro di diritto. Studia attentamente la qualità della carta - ne valuta consistenza e tessitura.
Ripete mentalmente i numeri e le date delle ultime sentenze che ha studiato - ascolta il respiro di Raven. Il ticchettare della sveglia.
Musica che muore.
"Perché? È successo qualcosa?"
La voce dell'amico lo fa quasi sobbalzare, quando risuona di nuovo nella stanza.
"Nono, ci mancherebbe altro. Deve per forza esser successo qualcosa?" si affretta a rispondere.
"Beh. Di solito non fai domande del genere per pura curiosità, Carlos. Anzi. Di solito cerchi proprio di non pensarci, a certe cose…"
"Sì, hm…"
Esitazione.
"Okay, forse in effetti qualcosa è successo. Forse. Ma non sono sicuro, Raven," sbuffa lui, in un gesto di sconforto. "È tutto talmente incasinato… Mi sembra di non disporre più dei parametri necessari a valutare le situazioni, le persone…"
Scivola più avanti sulla sedia, svogliatamente. Allarga le ginocchia.
"Anche Hamilton…"
"Hamilton, cosa?"
Carlos scrolla la testa, imbarazzato.
"Non so neanche bene come spiegartelo, veramente," mormora, iniziando a rigirarsi il braccialetto fra le dita. "Il fatto è che tu te ne sei uscito con quella specie di assurda rivelazione, l'altro giorno, e… E boh. Ho iniziato a farci caso, credo. A riconsiderare certi suoi atteggiamenti, o certe parole. Merda!" sbotta, affondando le dita nei capelli. "Ad un certo punto ho pensato perfino che volesse scoparmi, ti rendi conto? Tu e le tue cazzo di idee! È stata l'esperienza più agghiacciante di tutta la mia vita, Seymore. Giuro. La più agghiacciante in assoluto!"
"Hamilton non sarebbe esattamente il candidato migliore per il tuo battesimo omosessuale, questo te lo concedo…"
"Non posso neppure pensarci," borbotta lui, rabbrividendo. "E sta diventando davvero un casino, Seymore, perché è sempre così. Quando ti guarda in quel modo hai sempre il dubbio che qualcosa di strano gli stia passando per la testa. E poi c'è quell'altra questione, anche. Cazzo, non so neppure se mi sento peggio per una faccenda o per l'altra…"
"L'altra questione?"
"Sì, beh."
Pausa.
"Megan, sai," sussurra poi Carlos, a bassa voce, come se parlare piano rendesse la cosa meno reale. Come se i sensi di colpa non potessero udire il richiamo, ed il silenzio non ne rimandasse l'eco. Come se bastasse quello.
È inutile.
In realtà non si leggono quasi più le pagine della sua vita, sotto i segni rossi che indicano gli errori. Da bambino c'era da fare i conti con suo padre, dopo, quando il compito andava firmato. Adesso quasi li rimpiange, quei momenti.
Render conto a sé stesso è dannatamente più difficile. Più doloroso.
E forse, in un certo senso, anche meno liberatorio: gli sbagli restano, trasformano l'inchiostro rosso della penna in cicatrici. E non importa quanto ti dispiaccia: i segni non si cancellano. Neanche quando la carta ingiallisce, neanche quando verranno scritte nuove pagine.
Pagine pulite.
I segni non si cancellano.
"Ascolta, Herrera," scandisce Raven, e lui unisce le sopracciglia: non ha voglia di ascoltare -non più.
Ma non ha voglia neanche di restarci da solo, di fronte a quella bacheca di sughero. Sono troppi i post-it inchiodati al legno. Troppi quelli sovrapposti, e quelli volati via.
Quelli illeggibili.
"Punto primo: ad Hamilton non passa neanche lontanamente per la testa di scoparti, stai sereno." Raven agita la mano, in un gesto di fastidio, e Carlos distoglie lo sguardo.
Prende ad osservare il copriletto, con l'attenzione un po' svogliata di chi nulla sta guardando.
E nulla ha intenzione di guardare, neppure.
"A quanto ne so, se non sembrano minorenni neanche li considera, lui; e direi che tu non sei esattamente il prototipo del ragazzino appena entrato nell'adolescenza. Da quel lato non hai nulla da temere, quindi. E spero fino a qui di esser stato chiaro."
Pausa.
Le note iniziali di Smooth criminal in sottofondo - un'insinuazione di dubbio gusto.
"Punto secondo: con sua moglie, chiudi," aggiunge poi Raven, severo. "Non vale la pena di fotterti il posto per questo. Per non parlare di lei. È la più grande cazzata che tu abbia mai fatto, Carlos, e credo ci sia poco altro da aggiungere."
"Ma io voglio chiudere con Megan, te lo assicuro!"
Nervosamente, lui si alza in piedi.
Cerca le sigarette sotto le dispense di diritto, le cerca sulla mensola.
Nelle tasche del giubbotto.
Nulla.
"Solo non è semplice," continua, iniziando a camminare su e giù per la stanza. "Non è come rompere con una tizia qualsiasi, capisci? Cioè, che diritto avrei, io, di rompere con una come lei? Sarebbe quasi come se… Non lo so."
Sbatte la giacca sulla sedia, esasperato.
"Quel che voglio dire, Raven, è che mi sembra di camminare su un terreno minato: ho come l'impressione che qualunque passo decidessi di muovere salterebbe tutto in aria, e non sto parlando solo del lavoro. È qualcosa di più pericoloso ancora, credimi, e giuro che non ho idea di come mi ci sono infilato, in questo casino, né di come potrei…"
Si interrompe, d'improvviso.
Sbatte le ciglia.
"Eh?" esclama, sgranando gli occhi. "Hai detto minorenni?!?"
Raven rovescia gli occhi al cielo.
"Sei così lento anche in tribunale, Herrera?" si informa, distrattamente. "No, perché non so se hai fatto proprio la scelta giusta, in campo professionale…"
"Ammettilo: questa te la sei inventata! Adesso chi cazzo ti avrebbe detto una roba del genere, mh? Ci discuti la tesi, per caso, sulle abitudini sessuali di Hamilton?"
Ma l'amico non risponde subito. Lo guarda a lungo, come se stesse soppesando le diverse opzioni - e Carlos non sa mai cosa aspettarsi quando fa così.
Stavolta non è affatto sicuro che riuscirebbe ad affrontare un'altra delle sue rivelazioni.
Stavolta potrebbe arrivare a soffocarlo col cuscino, pur di farlo tacere.
"Megan era la ragazza di mio fratello, prima di conoscere Hamilton," lo sente però mormorare, prima ancora di elaborare una qualche strategia difensiva. E le sopracciglia si inarcano di colpo, in un'espressione di stupore. I gesti si bloccano.
Lui inclina la testa, sbattendo gli occhi.
"La ragazza di tuo fratello?!?" esclama.
"Già."
"Di Daniel?"
"Di Daniel."
Raven annuisce, poi sogghigna: "E sua sorella è la ragazza della sorella di Jude."
"No. Senti, Seymore," geme allora Carlos, premendosi le dita sulla tempia. "Lasciamo perdere gli improponibili poligoni sessuali della gente che ti gira intorno, per favore. Sono già abbastanza confuso di mio senza che ci si debbano mettere anche i tuoi familiari, a farmi casino. Però, sul serio: non i minorenni! Non puoi dirmi che Hamilton si scopa i minorenni! Cioè, ti rendi conto che stiamo per accollarci la difesa di Holmes? Hai presente Holmes, sì? Hai presente i capi d'accusa? Come pensi che dovrei viverla questa cosa, come credi che potrei fare a…?"
"Cazzo, Carlos, non ho detto che David Hamilton sia un pedofilo! Ho detto soltanto che tu non sei il suo tipo, e ho cercato di spiegarti perché. Non so quanti anni abbiano i ragazzi che si porta a letto, so solo che se non sembrano giovanissimi non gli interessano. E non gli interessano i fisici come il tuo. Datti una calmata, okay?"
Ma Carlos non risponde.
Si lascia cadere sulla poltrona, invece - solleva i gomiti verso l'alto. Si preme i palmi sugli occhi, esausto.
"Sai per certo che si scopa i minorenni, oppure no?" domanda infine, fissando il soffitto.
Perché è importante.
Perché è stanco.
Perché se l'immagine di Hamilton con Prescott era forse perfino digeribile, pensarlo con un ragazzino di neanche diciotto anni è qualcosa di raccapricciante.
Pensare a Megan. Alle accuse contro Holmes - al modo in cui gli avvocati si sono contesi la sua difesa. A Vivian, che diciott'anni non li ha mai dimostrati.
A Vivian.
"No," viene la risposta di Raven, ferma.
Solenne, quasi, nella sua risolutezza.
"Quel che so per certo è soltanto che si è scopato ventenni che minorenni avrebbero potuto esserlo tranquillamente, a giudicare dal fisico. Questo ti rende più tranquillo, Herrera? Ti senti al riparo dall'epico fallimento della vostra difesa di uno stupratore pedofilo e mafioso, adesso?"
"Non è questione di fallimento. Non è quello."
Un sospiro.
Ed è la verità - non si tratta di vincere o perdere una causa. Non si tratta nemmeno di sentirsi in colpa per il fatto di dover difendere qualcuno accusato di un crimine tanto nauseante - Carlos ha sempre ritenuto etica qualsiasi difesa, se condotta onestamente. E non si tratta neppure di lasciarsi fermare dal proprio personale disgusto. Non si tratta di Holmes, in definitiva.
Ma è Megan.
Il ricordo dell'impatto ruvido che hanno gli sguardi di David, e l'angoscia di saperli sul corpo di lei. L'angoscia di immaginarli sui corpi di ragazzini sconosciuti, che ancora di maschile non hanno quasi niente. Polsi sottili. Guance liscissime - bianche.
Un brivido.
Viene quasi da pensare che Raven l'abbia fatto di proposito, ad insinuargli in testa certe immagini. Carlos sa perfettamente quanto l'amico disapprovi il fatto che collabori con Hamilton a quella causa - glielo ha detto chiaramente. Glielo ha ripetuto, e non si lascia sfuggire neppure un'occasione per ricordarglielo.
Eppure quello è il suo lavoro.
Non basta un'accusa per rendere un uomo colpevole, come non sono sufficienti le preferenze sessuali di David per fare di lui un mostro.
Deve restare con i piedi per terra.
Cercare di metter ordine in tutto quel groviglio infeltrito di supposizioni e rimandi nascosti - cercare di non cedere all'emotività. Perché è il pensiero di Vivian che fa orrore, principalmente.
Vivian soltanto un anno fa. Non troppo diverso, non troppo più piccolo.
Vivian e Holmes.
Vivian.
E David.
"Credo che telefonerò a Megan, comunque," annuncia a Raven, quasi con urgenza, cercando di scacciare dalla testa quei pensieri. Cercando di non far caso al nervosismo - alla nausea.
Da qualche parte deve pur iniziare, dopo tutto. Ed è una serata strana, quella.
Una serata che chiede lucidità - una serata di vento.
Stringendosi nella giacca, Carlos lascia che la porta si richiuda alle proprie spalle e solleva gli occhi verso la coltre del cielo. Le stelle sono bionde.
Strano.
Non ci aveva mai fatto caso, prima d'ora. Forse non le aveva mai neanche guardate davvero.
Ma la loro intensità sembra vibrare, e la lontananza non le rende meno vicine. Non le rende meno vive la consapevolezza che già da troppo tempo non esistono più - che sono tracce di strade mai percorse - e che ognuna di esse punge il cielo come uno spillo di rabbia. Di tenerezza.
E di buio, anche. Dentro lo sguardo.
Dentro la luce.
Un altro segno che forse, dal quaderno della sua vita, non sbiadirà mai.




L'orbita di Megan descrive ellittiche complicate.
Percorsi allungati, circolari, intersecati l'uno con l'altro nelle periferie vergini di quartieri mai esplorati. Un'altra città, quasi.
Un'altra vita.
Carlos si era perduto la prima volta, quando David l'aveva spedito a prenderla nella villa dei genitori. Si è perduto dopo, nel tentativo di localizzare la casa di mattoni rossi che avrebbe fatto da scenografia al loro primo e unico incontro. E si è perso stasera, nel labirinto di rettilinei tutti uguali che architetti votati alla praticità incidono nel tessuto suburbano dei grandi centri.
Forse è davvero quella la misura della distanza abissale che lo ha sempre diviso da Megan - pensa, mentre spegne il motore e sgancia la cintura di sicurezza. Mentre si sistema la cravatta, in fretta, lanciando un'occhiata nello specchietto retrovisore per controllare i capelli.
Lo ha poi comprato, alla fine, un abito dignitoso.
Ha speso quasi l'intero stipendio, nella famosa sartoria di Hamilton, ma per qualche strana ragione stasera aveva bisogno di vestirsi bene. In maniera adeguata all'eleganza di Megan - che pure è un'eleganza più interiore che esteriore. Niente stoffe pregiate o elaborati gioielli: piuttosto una classe innata - l'equilibrio dei movimenti. Parte di quel mistero seducente che sono la sua vita, e la sua femminilità.
Perfino quei posti un po' desolati diventano affascinanti, nell'alone della sua presenza.
Il locale che gli ha indicato per l'appuntamento è raccolto - dall'esterno, ricorda vagamente i classici caffè insonni dei romanzi esistenzialisti.
E Carlos si domanda se sia abituale, per lei, quel tipo di frequentazione. Se le piacciano gli ambienti alternativi, se quella scelta sia stata solo un'occasione per prendere la macchina e guidare nel buio. O se non abbia cercato lo scenario più contrastante con la figura di suo marito, invece.
Probabilmente, in un posto del genere, David non si sognerebbe di entrare neppure a comprare le sigarette: i vetri sono appannati - le tende ingiallite. Qualche raro cliente, dall'aria ispirata, parla sottovoce davanti ad un boccale di birra.
E qualcuno traccia schizzi veloci, sul suo blocco da disegno. Qualcuno legge.
Una delle cameriere spolvera i quadri appesi alle pareti - tele senza cornice impastate di colore denso. Firme sconosciute, agli angoli.
Lui deglutisce.
Scorgere il profilo di Megan, sullo sfondo di una tempera astratta, è come sentire di nuovo la curva della sua schiena sotto il palmo della mano.
La pelle sfrega contro il lenzuolo, umida di respiri troppo brevi.
E l'odore di incenso si confonde con quello della cera bruciata. Le candele accese, sui tavoli di legno, rimandano visioni così intime da costringere lo sguardo a spostarsi altrove.
In fretta. In silenzio.
Carlos si accorge di avere addosso gli occhi di tutti, quando finalmente si decide ad attraversare la sala.
"Scusami per il ritardo," esordisce, fermandosi vicino al tavolo dove Megan sta seduta, di spalle, con un bicchiere di caffè nero e un pacchetto di sigarette.
Gauloises - nota. E gli viene da sorridere.
"È da molto che aspetti?" domanda, serrando le mani sulla spalliera della sedia. Perché lei si è voltata, intanto, e i capelli le scivolano sul collo nello stesso modo in cui quel pomeriggio scivolavano fra le sue dita. La pelle traccia linee sottili, fra l'orecchio e la gola.
E lui ha voglia di baciarla un'altra volta, in quello stesso punto.
Ha voglia di ascoltare il suo respiro che vibra ancora sulle labbra - di aspettare che i suoi occhi si aprano. Fermare i movimenti.
Ricominciare.
"No, non preoccuparti." Con un cenno del capo, Megan lo invita a sedersi. "Sono arrivata anch'io da poco."
Il cuore batte veloce.
Come fosse grandine, quasi.
Ghiaccio che si spacca.
"Sei sicura?"
"Sicurissima. Davvero."
Perché lei è bellissima, e ricordare esattamente quanto fa quasi male.
Il rimpianto di non aver saputo guardarla con altri occhi ha il sapore un po' pastoso delle esperienze mancate, di quei suoi vent'anni che stavolta non sono bastati. Malgrado l'abbia desiderato fortemente. Malgrado tutto.
A volte anche la vita arriva in ritardo, nella sua altalena di possibilità: eppure è strano, accorgersi che mentre l'aspettavi hai già vissuto. Che sei cambiato. E che è stata la tua inconsapevolezza, a farti sbagliare le coordinate di quell'appuntamento.
Carlos ha sempre pensato che sarebbe stato più semplice, crescere.
Perfino quegli abiti, adesso, lo fanno sentire altrove. Non in quel locale - dove la gente lo sta ancora osservando, scettica, credendolo forse un ricco figlio di papà. Non dentro quella nostalgia strana, mai provata.
Megan è talmente vicina che è difficile perfino guardarla.
E lui sta per dirle addio.
La sensazione è che, in qualche misura, anche la partita con i miti della sua adolescenza si chiuderà lì.
Forse l'età adulta comincia adesso, in un locale fumoso nella periferia estrema della città. Nella periferia estrema di se stesso. Ma al di là del rimpianto, lei ha il sorriso tranquillo di chi quella stessa strada l'ha già percorsa. Di chi osserva i tuoi passi incerti, dall'altro lato, e non ha che tenerezza da darti.
Nessun rancore.
Carlos si decide a scostare la sedia, quindi - a farsi coraggio.
Prende posto di fronte a Megan, senza fretta, provando a ricambiare il sorriso.
"Spero di non aver scombussolato troppo la tua serata chiedendoti di vederci così, all'improvviso…"
"Mi basta essere a casa per le undici. Per il resto non c'è problema," risponde lei, lanciando un'occhiata veloce all'orologio. "Ero a cena nei dintorni, quindi non c'è stato nessun grosso cambio di programma. Avevo già avvertito la baby-sitter di April che non sapevo precisamente quando sarei tornata."
"Tua figlia sta bene?" Carlos stringe il bracciolo della sedia, sotto al tavolo.
Si rende conto di quanto sia inutile quella domanda: se la bambina non stesse bene, Megan di certo non si troverebbe in quel locale con lui.
Ma il nervosismo serra la gola - il tempo batte troppo in fretta.
E deve esser talmente evidente, quel suo disagio, che anche la donna sembra avvertirlo.
Torna ad inclinare la testa, infatti, come per ammorbidire lo sguardo.
Gli sorride, in silenzio.
"Benissimo, grazie," risponde poi - e per quanto brevi, quelle parole non sembrano una frase di circostanza.
Il ringraziamento ha un suono sincero, così com'è sincero l'abbassarsi della voce, subito dopo. La determinazione.
"È successo qualcosa?"
Carlos volta la testa.
Socchiude gli occhi sulla prospettiva della sala, sulla geometria dei quadri appesi alle pareti. Sui drappeggi delle tende, sulle ombre.
Sono un dipinto straordinariamente affascinante, lui e Megan, incorniciati nel riflesso scuro delle vetrate. La notte è buia, fuori. Le finestre della caffetteria somigliano a specchi magici - un po' opachi. Polverosi. Porte aperte sulla realtà di un'altra dimensione dentro la quale anche la sua immagine assume i contorni di una figura elegante, adulta. Lineamenti scolpiti, espressione seria. E le forme femminili di Megan - in contrasto.
Pietra e acqua.
La trasparenza di un ritratto che non sarà mai terminato - acquarello tenue, e troppa pioggia.
Gocce di condensa che colano sul vetro, lente.
"Volevo parlarti, e non mi sentivo di farlo per telefono."
Lui distoglie lo sguardo, tornando a voltarsi.
"Fra l'altro, non avevo idea che esistessero posti del genere in città. Capiti spesso da queste parti?"
"Fino alla nascita di April, ho lavorato come gallerista da Thorne," risponde Megan, lentamente. "In quel periodo frequentavo spesso questa zona. Negli ultimi due anni ci sono venuta molto più raramente, ma è ancora tutto abbastanza familiare." Un sorriso. "Probabilmente riprenderò almeno in parte le vecchie abitudini, in ogni caso. La cena di questa sera era appunto con il proprietario della galleria."
Carlos raddrizza la schiena, sorpreso.
"Non sapevo ti occupassi di arte…"
"Da bambina volevo diventare una pittrice. Avevo preso molto sul serio la cosa, in realtà, e l'illusione è durata anche abbastanza a lungo."
Un sorriso - gentile.
"Fino a quando non mi sono accorta che non avevo abbastanza talento, e l'attenzione si è rivolta a quelli cui invece il talento non manca. Penso che per mio padre sia stato un sollievo: gliene bastava una, di figlia scapestrata. Non si è neanche mai davvero opposto all'idea..."
"Beh, tuo padre deve esser un appassionato. Prima di metter piede allo Studio legale non avevo mai pensato che qualcuno potesse radunare in un solo appartamento tanti quadri originali. E di un tale valore, poi..."
"Mio padre adora possedere cose che fungano da status-symbol. La casa, l'auto, la reputazione."
Ancora un sorriso. Appena più amaro, forse.
"La moglie, anche. E le figlie. Il genero," aggiunge Megan, cambiando appena posizione. "Curare i particolari di questa facciata rispettabile è sempre stata la sua occupazione principale, credimi. Lo Studio Legale, in confronto, non è che un hobby."
"Oh."
Silenzio.
"Mi dispiace, Megan," mormora allora lui, tornando a guardare lontano: la coppia del riflesso è ancora lì, tratteggiata nel vetro.
Un uomo. Una donna.
Abiti scuri.
E Carlos si domanda come sia possibile apparire tanto adulti, dall'esterno, se i bambini che entrambi sono stati abitano ancora dentro di loro come ospiti un po' scomodi e tristi.
Quando lei risponde, distrattamente: "Ho solo rischiato di diventare un po' troppo cinica un po' troppo in fretta," il desiderio di avere un'altra età - un'altra forza - nasce in gola come a volte succede con le lacrime.
Poterla prendere per mano, Megan, e portarla lontano dal suo passato. O dalla sua vita.
Dai ricordi.
"Ho avuto la fortuna di incontrare persone che hanno controbilanciato la cosa, comunque," aggiunge però lei, e non sembra affatto chiedere di essere salvata.
Tornando a fissarlo negli occhi assume un'espressione più risoluta, invece: quello sguardo asciutto ed essenziale che è proprio di certi suoi atteggiamenti - di certi approcci.
E che colpisce dritto all'inguine, ogni volta.
Una precisione impressionante.
"Non voglio essere eccessivamente diretta, Carlos," dice, a bassa voce. "Ma non mi piace tenere le cose in sospeso. Non credo che questa sera tu intendessi parlare della mia infanzia, o sbaglio?"
"No, io…"
Il sangue torna a battere in gola.
È un'ondata improvvisa, difficile da arginare. Da nascondere.
Probabilmente sta anche sbagliando tutto, Carlos - di sicuro non è il caso che faccia perdere a Megan ancora altro tempo. Eppure è come se le parole si rifiutassero di formarsi. Come se un attimo in più di illusione potesse cambiare qualcosa.
Cambiare la realtà.
Assurdo.
"Vorrei che la nostra storia finisse qui," dice quindi, molto francamente.
E quasi gli gira la testa - quasi gli sembra di cadere.
"Ci ho pensato molto, e non posso continuare. Lavorare con David sta diventando un incubo," aggiunge, senza guardarla. "E anche se di certo quel che è successo fra noi non riveste un'eccessiva importanza, nella tua vita, ritengo comunque che tu meriti qualcosa di più appagante per te stessa. Qualcosa di migliore."
Le ha dette decine di altre volte, quelle parole: un copione imparato a memoria, in cui solo il nome della ragazza aveva un suono diverso.
Liz. Amber.
Ilary.
E soltanto la fretta brusca di sciogliere un legame, nella voce. Liberarsi caviglie e mani. Tornare a respirare mille altre possibilità - altro fiato.
Carlos non avrebbe mai immaginato che un giorno quelle frasi avrebbero rivendicato il loro senso - che si sarebbero ritorte contro di lui come armi a doppio taglio.
Perché Megan ha occhi dolorosamente tranquilli mentre lascia che il silenzio sottolinei l'istanza definitiva di quel momento. E forse è l'intima consapevolezza di riconoscere come giusta quella sua completa assenza di sorpresa, o di dispiacere, che rende ancora più sincero il rimpianto di quell'addio.
Stavolta non era una recita.
Le parole hanno tutto un altro peso, sulle spalle, quando sai che non faranno troppo male.
"Non credo di essere io, quella che merita qualcosa di migliore. E non credo che sia tu quello che tra i due deve giustificarsi."
Megan distoglie gli occhi, quasi dolcemente, e lui pensa che è davvero un altro mondo.
L'essenza reale di una disparità troppo grande - la misura della sua ancora troppo giovane età.
Ha solo giocato a toccare le stelle con la punta delle dita, in fondo. Come faceva da bambino.
"La mia relazione con David è sempre stata complessa. Il matrimonio non l'ha resa più semplice da vivere, o da gestire."
Lei parla piano, con l'intensità un po' remota delle riflessioni più private.
"Finora sono sempre riuscita ad evitare di trascinare in mezzo qualcun altro," aggiunge, assorta. "Mi dispiace solo di non aver usato la stessa accortezza anche con te."
Pausa.
"La situazione con David è precipitata?" chiede infine, tornando a guardarlo.
E Carlos scrolla la testa, inspira.
Si passa le dita fra i capelli, nervosamente.
"No, lui non sospetta nulla. Non credo."
Ancora silenzio.
"Sono io che non riesco più a…"
A giocare, vorrebbe dire - eppure non sarebbe esattamente corretto.
Si tratta piuttosto di aver perduto per sempre quella leggerezza che rendeva le cose semplici, e svuotava ogni azione di una qualunque responsabilità.
"Il punto è che sono cambiato," confessa, e forse a suggerirgli quelle parole è l'intimità con cui Megan lo sta guardando. Forse la convinzione di doverle della sincerità - la vicinanza del suo respiro. Però quando aggiunge, quasi sottovoce: "C'è un'altra persona, nella mia vita," è come se finalmente sentisse di aver trovato la strada.
Una strada dalla destinazione oscura, forse. Sconosciuta.
Ma una strada percorribile, finalmente.
Un passo avanti.
"C'è un'altra persona, e mi sono accorto di non riuscire a tagliarla fuori dalla mia mente. Neppure durante il sesso, capisci?" mormora. "Neanche allora. Non ci riesco."
"E c'è una qualche ragione per cui dovresti tagliarla fuori dalla tua mente, invece?" domanda lei, lentamente
"Perché…"
Pausa.
"Perché è complicato. Molto."
Silenzio.
"Lui è un ragazzo" dice infine Carlos - e lo stupore è che il mondo non vacilli, tutto intorno.
Che la voce non tremi, che non si abbassi di un solo tono.
È la prima volta che confessa a qualcuno quello che fino ad ora è stato il suo segreto più terribile. La prima volta che lo fa di sua iniziativa, senza trovarcisi costretto dalle circostanze. Senza imposizioni.
La prima volta.
"È un ragazzo" ripete, come per esser certo di averlo detto sul serio.
Ma le mani sono ferme, non tremano. E lo sguardo resta diretto, quasi fiero nella sua determinazione.
Quasi tranquillo.
Perché Megan annuisce, cauta, ma non sembra guardarlo in maniera troppo diversa. C'è solo una punta di stupore, nella sua espressione - un istante appena di imbarazzo. E lui si scopre ancora se stesso, dentro gli occhi di lei. Si scopre se stesso dentro gli occhi del mondo, sorprendentemente.
Dentro i propri occhi.
"Non ti era mai capitato di trovarti in una situazione del genere, prima d'ora?"
La domanda è gentile. Discreta.
"Credevo di essere etero, l'ho creduto per tutta la vita," risponde lui, recuperando con calma una sigaretta. Porge a Megan il pacchetto aperto, poi. Solleva il mento.
"Adesso non lo so più. Sono un po' confuso, ultimamente."
Chinando appena la testa, lei abbozza un sorriso.
"Posso chiederti qual è, esattamente, la cosa che ti preoccupa di più?"
"Forse il capovolgimento totale dell'idea che mi ero fatto di me stesso, credo."
Carlos fa scattare l'accendino.
Avvicina la fiamma al viso di lei, e ne osserva la forma. Ne osserva l'armonia di linee, e di colori.
"È un po' come quando ti capita fra capo e collo una malattia terribile" continua, aspirando il fumo. "Fino a poco prima eri lontano mille miglia dal pensare che sarebbe mai toccato a te. E' una di quelle cose che non sei preparato a gestire. Che non hanno mai fatto parte della tua vita, o dei tuoi progetti."
Morde un sorriso fra i denti.
"Ho sempre immaginato me stesso insieme ad una ragazza, sai. Soltanto l'idea di un uomo mi risulta talmente strana che…"
"Non mi è mai capitato, personalmente" mormora Megan, in risposta. "L'ho sempre vissuta solo dall'esterno - con amici, conoscenti. Mia sorella - non so se lo sapevi: è uno dei dettagli che mio padre non ama pubblicizzare. Ma a volte la vita che eri sicuro di star preparando non è quella davvero giusta per te, sai? Ed è meglio accorgertene prima." "In realtà la questione non è neppure così semplice…"
Silenzio.
"Ho passato mesi ad interrogarmi sulla mia sessualità. Ancora adesso non ne sono venuto del tutto a capo, della questione" continua poi Carlos, scrollando la cenere. "Ma non ho mai provato nulla di simile ad… ad attrazione, nei confronti di una persona del mio stesso sesso. E non mi spiego come possa essere esplosa così, tutta insieme. Come possa essersi incanalata in una sola direzione - verso un ragazzino che…"
Sbuffa. Guarda altrove.
"Forse l'ho repressa? Per tutti questi anni? Forse la sto reprimendo ancora, magari…"
"Può darsi che tu l'abbia repressa, sì. Ma se così fosse, non credo che sarebbe incanalata comunque verso una persona sola."
"Non lo so…"
Assorto, lui arrossisce appena.
"Avevo pensato anche di…" inizia, per poi tornare ad arrossire di nuovo. Irritato, affonda i denti nella carne della guancia.
Schiaccia la cicca nel posacenere, e sposta lo sguardo sulle pareti del salone, sui volti degli altri clienti.
La cameriera, dietro il banco.
La fila ordinata di bottiglie.
Ombre.
"Di provare," si decide a terminare infine, fissando gli occhi nei riflessi dorati del bicchiere. "Con qualcuno, qualcuno che non sia… Merda, è difficile!" geme, lasciandosi andare contro la spalliera. "Non ho mai parlato con nessuno di questa storia, non in questo modo. È abbastanza imbarazzante trovarmi a farlo proprio…"
"Non hai mai provato ad affrontare l'argomento con lui?"
"Con lui?"
Megan aggrotta le sopracciglia. "Pensi che potrebbe prenderla male?"
"Chi?"
La donna si appoggia allo schienale della sedia, inarcando le sopracciglia.
"Carlos, qual è esattamente la relazione tra te e questo ragazzo, al momento?" chiede.
E lui è costretto a fermare i pensieri - fermare la corsa.
Fermarsi, finalmente.
Fermarsi. E guardare.
Guardare.
C'è una corona di stelle bionde, nella mente - spine conficcate nella nuca e fiato che si condensa in brividi d'ombra.
Sorrisi - un po' bambini e un po' maliziosi. L'impronta dei denti che scurisce lentamente fino a diventare ricordo.
E la stretta delle mani, sui fianchi.
La stretta della labbra.
La voglia di ferire - di amare. E di ferire per amare più ferocemente.
La voglia di cadere.
Vivian è ancora lì, esattamente dove l'ha lasciato: nelle pieghe del desiderio, negli accenti della rabbia. Nelle notti e nei giorni. Nel piacere. Nella paura. Nella tenerezza e nel rancore.
"Non c'è nessuna relazione," mormora, piano.
Ma è un inganno.
Perché quando aggiunge, quasi sottovoce: "Lui mi odia, in realtà. E forse anche io odio lui," è perfettamente consapevole del fatto che sia sufficiente spostare la prospettiva di un solo grado - basta seguire la curva della nostalgia, basta quello - e la medaglia ruota.
Testa o croce.
Odio. O amore.
Lo stomaco si stringe allo stesso modo, in fondo. E Megan sembra saperlo fin troppo bene, perché lascia scorrere gli occhi sul suo volto con una forma nuova di pudore. Qualcosa che somiglia al rispetto, o all'incertezza.
Forse al dolore, anche.
Qualcosa di segreto - oscuro.
"Non è questo ragazzo la ragione per cui vorresti chiarirti le idee, quindi?" domanda infine, a bassa voce. "È un'esigenza soltanto tua, di sincerità con te stesso? Per capire cosa aspettarti dal futuro?"
"Sì. Credo."
Carlos inspira.
Si passa la lingua sulle labbra, lentamente.
"Sono talmente confuso che è soltanto una fortuna, per lui, che mi stia lontano," mormora.
E sente la mano tremare mentre la stoffa dei pantaloni sfrega contro il polso. Mentre affonda le dita nella tasca, in silenzio, cercando di continuare a respirare.
Un battito. Un altro. Non sa perché stia facendo una cosa tanto imbarazzante…
Ma c'è tutta l'emozione dell'audacia più segreta, in quel suo estrarre il portafogli. Nell'aprirlo con attenzione, in silenzio, per mostrare a Megan una foto di Vivian.
Il giorno in cui l'hanno scattata, erano ancora amici. Amici e basta, senza complicazioni.
E Vivian socchiude gli occhi ai raggi del sole. E sorride, e guarda avanti.
Ed è bellissimo.
Così fragile che sembra davvero fatto di carta.
Di sola luce. E basta.
"Credo di essere un po' romantico…" mormora, spingendo la foto verso di lei.
Ma è un momento spietato, quello. Un momento che non puoi stemperare con nulla - non con una battuta, non con un sorriso.
Nascondersi non ha senso, quando intorno hai solo sabbia.
"È davvero un ragazzino," commenta Megan, osservando il ritratto.
E ha occhi profondi, seri. Il fascino misterioso dei suoi momenti di riflessione, quando sembra così lontana da stordirti di vertigine. Così vicina da darti i brividi - da accelerarti il cuore.
"Immagino che tu ci abbia messo un po', per accettarlo. È per questo che vi siete allontanati?"
Carlos deglutisce. "In parte."
Silenzio.
"Ma non solo."
"L'hai ferito?"
"Credo di sì," risponde. "Molto."
E quando lei annuisce, con serietà, è quasi sul punto di alzarsi.
Alzarsi e andarsene così - dovunque.
Via da quell'addio. Via da quella foto.
Via. Lontano.
"Fai quello che credi sia più opportuno, Carlos," viene però la voce di Megan, e lui rimane lì fermo. Ad ascoltarla, a guardarla. A rendersi conto che fuggire non è più un'opzione - non per lui. E a scoprirsi un po' più adulto, forse. Un po' più coraggioso, e un po' più folle.
Un po' più solo.
"Chiarisciti le idee, se ne hai bisogno," la sente aggiungere, lentamente. "Prova tutte le soluzioni che vuoi, cercando di far male a meno persone possibile - te compreso. Ma una volta che la situazione ti sarà più chiara, ragiona seriamente anche su quello che sei disposto a rischiare. E su quello che sei disposto a perdere."
Gli occhi si incontrano di nuovo, in un respiro.
"Perché lasciar andare certe persone non è mai una buona idea, e se lo fai senza neanche aver davvero tentato il rimpianto di cosa sarebbe potuto succedere ti resterà attaccato addosso per tutta la vita," continua, fermamente. "Non è una bella prospettiva per il futuro, e non è un bel modo di vivere il presente. Quanto a questo: credimi. So di cosa parlo."
La sua mano spinge la foto sul piano del tavolo; il volto di Vivian sorride fra le sue dita.
E Carlos se la rinfila in tasca - con attenzione - domandandosi se riuscirebbe ad usare quella stessa delicatezza anche con lui, adesso. Dopo tutto quel tempo. Dopo quella serata.
No.
La rabbia è ancora lì, appena sotto la superficie. Basta immaginarlo ad un tavolo di quello stesso locale, con uno qualunque di quegli uomini.
In una qualunque macchina del parcheggio che si intravede dietro le vetrate.
La rabbia è lì.
E insieme ad essa la frustrazione, il rancore. Il senso di colpa.
È inutile.
"Mi dispiace," mormora, rivolto a Megan. "Non volevo coinvolgerti nei miei problemi, non l'ho fatto di proposito. Intendevo soltanto essere sincero. Credo che la situazione mi sia sfuggita di mano, poi…"
"Tu non mi hai coinvolto nei tuoi problemi." Scuotendo la testa, lei accavalla le gambe. "Questo al massimo l'ho fatto io, dal momento che se David avesse anche solo il minimo sospetto di quel che è successo ti renderebbe la vita impossibile. Ma credo che lo sapessi già prima di iniziare, e che tu sia abbastanza intelligente da compiere le tue scelte in autonomia."
Un sorriso. Divertito, stavolta.
Complice.
"Anche se, in tutta sincerità, non avrei mai immaginato che fosse questo, il tuo segreto."
"Sapevi che avevo un segreto?"
"Tutti abbiamo almeno un segreto, Carlos. È una delle grandi verità della vita," dice.
E qualcosa si spezza.
Forse adesso che la tensione si è allentata i nervi sono più scoperti, o forse è la percezione improvvisa di un momento definitivo. Una strada chiusa per sempre.
Forse sono gli occhi di Megan - così misteriosi e vicini. E profondi.
"Non è stato solo sesso, comunque," sussurra allora Carlos, lentamente. "Ci tenevo che tu lo sapessi."
Ma lei sorride di nuovo, in quel suo modo fiero. E dolce.
"Lo so," risponde. "Come so che non è stato solo un esperimento. E come tu non sei stato solo una vendetta."
Pausa.
"Certe cose diventano squallide solo se permetti loro di diventarlo. La scelta è sempre tua, Carlos. Ed è una tua la responsabilità," termina, mentre lui osserva il movimento delle sue labbra e pensa a cosa possa significare, sapere che esiste al mondo una bambina con il tuo stesso sorriso. Sapere che è tua figlia. Che dipende da te.
E quale sia il valore che assume la parola responsabilità, in quel caso. Se l'amore richiami lo stesso concetto.
Se lo richiami l'odio.
Quella sera la pelle di Vivian bruciava come una ferita, contro il palmo della mano: il futuro si stava già formando, mentre i suoi occhi si ghiacciavano nella memoria come un monito che solo adesso svela il proprio senso oscuro.
Responsabilità.
La responsabilità di restare in piedi nel buio del parcheggio fino a quando l'auto di Megan non sia scomparsa nella notte, lontana.
La responsabilità di sentirsi un po' più adulto, anche. Un po' più vero.
E la responsabilità di non vedere solo stelle, nel dipinto del cielo. Ma stelle bionde. Nuovi colori.
Fino a quando amore ed odio saranno solo una questione di prospettiva, e la medaglia non girerà di nuovo così velocemente da diventare un'immagine sola.
Un giorno, magari. O magari mai più.





Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.



rosadeiventi: (Default)

67
Samuel - Silenzio


Vedere David in tribunale è un'esperienza agghiacciante.
Non si tratta soltanto di percepire sulla pelle la ragnatela mortale della sua oratoria, o di scoprirsi la faccia schizzata dal sangue delle sue vittime.
Non si tratta della freddezza lucida degli agguati. O della gestualità studiata per intimidire. Della logica ossidata nel veleno - dell'empatia simulata.
Sono le parole, piuttosto.
Parole scavate della loro intima essenza - raschiate sul fondo. Comprate al mercato nero delle anime per pochi miseri denari ed asservite alla retorica dell'utilitarismo come le più venali fra le puttane.
A volte Samuel è stato sul punto di alzarsi in piedi - di urlare. Urlare fino a quando le mura dell'aula non fossero crollate, come templi pagani, seppellendo per sempre i loro idoli di pietra grezza.
Altre volte è soltanto silenzio, invece. Perché non c'è grido che possa vendicare lo stupro ignobile della poesia - che possa placare la nostalgia incolmabile di un dio bestemmiato, e crocifisso, e rinnegato.
Mai più, giura.
Mai più gli verrà in mente di assistere ad un'udienza, mai più.
Piuttosto attenderà David nei corridoi immensi del tribunale, seduto con le altre decine di persone che fanno la fila allo sportello delle informazioni. O nel cortile, sotto la pioggia. Sotto la neve.
Non importa.
Chi l'ha visto precipitarsi fuori dall'aula, quel pomeriggio, non immagina minimamente che il verdetto sia già stato deciso e che la condanna a morte venga eseguita con metodica sistematicità, fra quelle mura.
Ogni singolo giorno.
Appoggiando i gomiti sul davanzale della finestra, Samuel preme le dita alla base delle tempie e chiude gli occhi. Prende respiro.
Silenzio.
Basta lasciare ai margini il brusio lontano di voci sconosciute, basta dimenticare il suono dei passi che battono i corridoi.
Immergere i sensi nel cerchio liquido di un'eco sorda come acqua.
Ed è di nuovo silenzio.
L'angelo immobile.
Non quello che spazza cieli senza difese,
astri senza capanne,
lune senza patria.
*
Gli occhi si aprono lentamente, sui rampicanti del cortile.
Nevi.
Si aprono sulla pioggia che punge lo specchio lucido dell'asfalto, e sulla fontana uccisa dagli anni. Sui sussurri d'erba che spezzano le pietre.
Acqua.
Non quello che ai suoi capelli
legò la morte.
E si aprono sul ricordo delle sue labbra socchiuse, sul suo sonno struggente di resina e lana.
Ciuffi di grano abbandonati sul cuscino. I suoi capelli.
Ed il suo nome - senza suono.
Cerchio nell'acqua.
Quello che ai suoi capelli
legò il silenzio.
Silenzio.
Vorrebbe domandarglielo, a volte.
Sedersi per terra, fra le sue ginocchia, e chiedergli perché le parole intessano ancora poesia se è soltanto di silenzi che lui vive. Vorrebbe dirgli che le lacrime graffiano ancora la gola, dentro le aule dei tribunali, e che il profumo dei libri è come cera bruciata nelle chiese. Incenso.
E vorrebbe sciogliere la morte dai suoi capelli come fosse una treccia.
Dirgli ti amo.
Non dirgli niente.
Avere gli occhi immobili delle statue di gesso.
Nessun bisogno di gridare, o di fuggire.
Silenzio.
Quando la porta dell'aula si spalanca, alle sue spalle, Samuel si volta lentamente e osserva la gente che si riversa nel corridoio con il preciso sentore che chiunque di loro guardasse nella sua direzione - probabilmente - non vedrebbe che una finestra spoglia. Una parete.
E il fantasma di una pioggia troppo fragile per dissetare la terra.
Un battito d'ali.
Sul vetro, l'alone bianco del suo respiro si sta sciogliendo in trasparenza.
Lui inspira a fondo. Si bagna le labbra. E piano - senza fretta - attraversa il corridoio per tornare là dove tutto è iniziato. Dove la vita riprende il suo ritmo consueto, ed il corpo torna a definire la propria forma.
Voci. E rumori.
Gruppi di persone che parlano fra loro, in una geometria disordinata.
È come precipitare nella dimensionalità frenetica di un universo in formazione - per un attimo il cambio di densità mina quasi l'equilibrio.
Ma poi David gli sorride, da lontano. Gli fa cenno di avvicinarsi.
E sembra così strutturalmente radicato in quel mondo, lui, che raggiungerlo è come entrare nell'orbita di una massa compattissima. La forza di gravità attrae anche te.
Ti inchioda nel corpo.
"Ehi. Ad un certo punto non ti ho più visto, credevo avessi deciso di lasciarmi digiuno!"
David indossa la toga nera - sta radunando i propri fogli.
Alle sue spalle una donna in tailleur si sporge a sussurrargli qualcosa all'orecchio e lui ruota appena la testa. Le strizza l'occhio, divertito.
"Ti annoiavi?" ridacchia poi, tornando a guardarlo.
Ma Samuel non risponde. Deglutisce, spostando lo sguardo altrove.
È una sensazione stranissima, quella che lo coglie in certi momenti: come un senso di estraneità soffocante. Inadeguatezza.
David ha mani ferme, e spalle larghe. Il volto scurito da un sole che sulla sua pelle ha sempre scavato soltanto cicatrici, invece. Ed ha la luce del mondo intero dentro gli occhi.
Tutte le parole ai piedi del proprio trono, ed il potere di schierarle nella realtà come un esercito di neri cavalieri.
È stato Samuel a lasciargliele - questa è la verità. Lui che abita adesso l'oscura terra di mezzo fra le voci ed il silenzio, e che nessuna strada sa imboccare. Che mai potrebbe tornare per riprenderle indietro, e mai sarà capace di respirare senza di esse.
Lui che muore perché di vivere non è capace.
E che sposa la nostalgia all'altare del desiderio, adornandola di nebbia e narcisi bianchi.
"Samuel. È soltanto lavoro."
"Lo so," è tutto quel che riesce a rispondere, quando l'amico gli chiude la mano sulla spalla.
La sente scendere lungo la schiena, poi, e si lascia guidare nella stanza attigua.
Si lascia scrutare attentamente - il mento stretto fra le sue dita. Gli occhi fissi sulle sue labbra, a pregarle silenziosamente di non parlare.
Silenzio.
Silenzio, silenzio.
Silenzio.
"Okay. Che ti passa per la testa, mh?" sbotta invece David, abbandonando la presa. Fa scattare la serratura della porta, poi. Posa i fogli sul tavolo.
C'è una finestra minuscola, sul lato opposto della parete, e Samuel guarda fuori dai vetri mentre il fruscio dei suoi movimenti scivola come un brivido gelido lungo la colonna vertebrale.
Pioggia. E piombo.
E la sensazione paralizzante dei suoi occhi sulla schiena.
La sensazione di cadere all'indietro, lentamente.
"Ti ha fatto sul serio un effetto tanto forte?"
"È stato un errore incontrarci qui," risponde, bagnandosi le labbra.
"Si tratta di una normale udienza, Samuel. Nient'altro."
Ma lui inspira. Scrolla la testa.
"Si tratta dei tuoi occhi," dice, e quasi ha paura di tornare a guardarlo.
È l'altro che si sposta fra lui e la finestra, allora. Che inclina appena il capo, inarcando un sopracciglio, per entrare di nuovo nel suo campo visivo.
"I miei occhi?" ripete, in uno sbuffo. "Che accidenti hanno i miei occhi, adesso?"
"Riesci ad essere…"
"Terribile?" ride David, puntando le mani sui fianchi. "Implacabile, crudele? Satanico?"
Muove qualche passo intorno a lui - si porta alla sua sinistra.
Si sporge a parlargli nell'orecchio, chiudendogli le mani sulle clavicole.
"Oh. E' questo dunque…" sussurra, soffiando il fiato fra i suoi capelli.
"E la cosa ti terrorizza, professore?"
Un respiro.
Un altro.
Un altro ancora.
"O ti eccita?"
Silenzio.
Samuel chiude gli occhi - ingoia l'aria.
Ma David ride, alle sue spalle. Si allontana, scrollando la testa.
E quando scosta la sedia dal tavolo per lasciarvisi cadere sopra - le ginocchia divaricate, le braccia incrociate sul petto - l'immagine è quasi troppo forte perché gli occhi riescano a sostenerla.
La sua espressione è severa, adesso. La toga nera increspa la stoffa lungo le braccia, e all'angolo dei gomiti. Sulle cosce.
"Che gioco stai facendo, Samuel?" domanda, senza battere ciglio.
"Non sarei dovuto entrare in aula," ripete lui, piano. Ma sa che stanno scivolando in territori pericolosi. Non serve invocare il silenzio. Non è una fuga, e non è un dio.
Non è giusto.
"Volevo pranzare con te per parlarti di Vivian," dice allora, cercando di non perdere di vista la realtà. Le ragioni.
Quelle stanze brulicano di fantasmi, però, e il più subdolo di tutti lo ha evocato lui stesso.
Samuel sa perfettamente che non ci sarà più alcun pranzo, ormai, né alcuna lealtà in quel loro incontro. Sa che non avrebbe dovuto perdersi nella pioggia, e sa che David ha intuito tutto.
Quando viene, Björn incanta il mondo di bianco: impossibile non scorgerne le impronte nella neve. Impossibile non riconoscere la trasparenza che solo lui sa scavare negli occhi, e la nostalgia che il suo respiro soffia sulle labbra.
Troppo bianco, troppo.
Troppo evidente, il suo passaggio.
Samuel deglutisce, avvicinandosi alla finestra: le sbarre di ferro tagliano il cielo in quattro rettangoli gonfi d'acqua, e lo sguardo di David è altrettanto preciso sulla schiena.
Linee rette, angoli appuntiti.
Ruggine.
"Sentiamo," lo ascolta scandire, da dietro.
E chiude gli occhi, perché la sproporzione di forze non gli lascia scampo. Non gliene ha mai lasciato.
David sta scardinando le distanze con la rabbia delle mani nude - sta liberando i suoi mille scorpioni. E lui li sta già sentendo camminare sulla pelle. Insinuarsi nello scollo della camicia.
Dentro le narici, dentro la bocca.
Rabbrividisce.
"Sono passate settimane, ormai," si sforza di proseguire, tendendo i muscoli. "Settimane che diventeranno mesi, facilmente, senza che nessuna porta venga aperta. Tu sai cosa intendo. Non abbiamo idea di dove viva, né con chi. Non conosciamo nulla del suo passato. Non…"
Si interrompe. Restare immobile è un atto di volontà che brucia il cervello - controllare i nervi.
Respirare.
"Forse all'inizio è stato un dono," riprende, a fatica. "Ma adesso questa nostra ignoranza è diventata una colpa, David. Il passato di Vivian è avvelenato da qualcosa, e lo sai anche tu. Qualcosa di grave…"
La voce si incrina appena.
"Il nido non ti convince più?" domanda allora l'altro, da dietro. "Hai scoperto che l'ornitologia non è una scienza abbastanza nobile?"
E Samuel cerca di non far caso al tono ironico della domanda, cerca di non pensare a nulla.
Non agli scorpioni, non ai brividi che pungono la pelle.
Non al corpo.
Silenzio.
"Il nido non lo proteggerà da se stesso," mormora, piano.
Ma l'altro scoppia a ridere.
"E da se stesso intenderesti proteggerlo tu?" sbuffa, divertito. "Sarebbe questa la strategia che hai elaborato per assicurarti il tuo prezioso posto fra le schiere angeliche?"
"Ho bisogno del tuo aiuto, David."
"Spiacente, temo di essere ateo."
"Ma perché ti comporti così?"
Samuel si volta, esasperato - una reazione istintiva. Nessuna scelta ragionata, solo un grido che in qualche modo doveva cercare sfogo.
Un passo falso.
È soltanto quando si ritrova gli occhi incatenati ai suoi - mille scorpioni a scavare le pupille, gli aculei conficcati nella carne - che le implicazioni di quel gesto affondano davvero nella coscienza.
"Non ci pensare neppure," sibila infatti David, e lui vorrebbe riuscire a chiudere ancora gli occhi. Schermarsi - gettarlo fuori.
Ma l'altro gli ha già incatenato i muscoli - è bastato lasciargli uno spiraglio.
Non è tipo da concedersi di perdere un'occasione, David: i suoi assedi sono agguati in piena regola, e i suoi affondi mirano dritti alla giugulare.
Ha tutto il fiele dell'adrenalina più caustica, nello sguardo. E negli occhi ha la determinazione rabbiosa di quando qualcosa non gli piace.
Di quando non gli piace sul serio.
"Tu sei malato, Samuel," scandisce infatti, perfettamente immobile, e Samuel sa che ha appena piantato le unghie nella sua anima.
Sa che l'ha sezionata, che l'ha fatta a pezzi.
Che l'ha odiata.
E sa che il modo per strappargliela da dentro, lui, lo conosce fin troppo bene.
"Ho bisogno di farlo," sussurra, in un disperato tentativo di chiamare ancora a raccolta le parole. Ma gli alleati di sempre hanno disertato, ed i movimenti di David hanno la forza solida dei suoi pugni chiusi: vene in rilievo e sangue che pulsa - la morsa delle sue dita sugli zigomi.
Calore.
"Il do ut des è una formula troppo sleale perché tu possa pensare sul serio di servirtene, Samuel," gli soffia in faccia l'altro, e lui si sente liquefare.
Si sente morire.
"Soprattutto quando quel che dai è unicamente il distillato più nauseante del tuo egocentrismo," continua l'amico, implacabile. "E quel che chiedi in cambio ha invece tutta la dignità del reale."
"Non sai quel che dici, David…"
"No?"
La stretta si fa più dolorosa, sulla mascella.
Il calore, più bruciante.
"Non è egocentrismo," mormora Samuel - la voce appena spezzata. "Non puoi ridurre tutto a questo."
E vorrebbe poterglielo spiegare - saperglielo spiegare.
Vorrebbe riuscire a dirgli che è unicamente per mostrare a Vivian le proprie fragilità, che ha deciso di fargli leggere le bozze di quel romanzo mai compiuto.
Vorrebbe fargli capire che forse in quelle righe si nasconde lo stesso bambino che abita anche il passato di Vivian - le stesse paure - e che soltanto incontrandolo Vivian avrebbe la certezza che non sarà mai giudicato. O abbandonato.
E vorrebbe potergli chiedere silenzio, solo per una volta.
Silenzio.
Perché quel romanzo è ancora una ferita aperta, perché non è facile. Perché quel che è rimasto, dopo che le parole sono morte, è qualcosa di troppo intimo per riuscire anche solo a sussurrarlo.
E perché Björn non è una religione, ma è carne e sangue. Perché è lacerante, che sia carne e sangue.
Perché non è giusto.
Ma quando David avvicina il viso per sibilargli, nell'orecchio: "E cosa sarebbe quindi se non egocentrismo, professore?", lui riesce solo a rispondere in un soffio: "Sono io…"
Dopo, sente le sue labbra premere sulla gola. Sente le sue dita affondare fra i capelli, tirarli indietro. Sente il dolore e la paura.
L'eccitazione.
Ed improvvisamente - senza alcuna apparente ragione - quel silenzio che fin'ora aveva sempre e soltanto vagheggiato inizia a nascere realmente, molto piano. Molto a fondo.
"Oh. Saresti tu, dunque…" gli sta dicendo David, mentre gli succhia la pelle. Mentre la morde, subito dopo, seguendo con la lingua la scia dei brividi.
Ed è strano.
Perché il corpo ubbidisce ancora a lui, eppure il silenzio continua a sbocciare lentamente, in qualche altro luogo. Un luogo talmente segreto da esser rimasto fin'ora nascosto alla sua stessa anima - da rimanere un mistero anche adesso.
In quale cielo si addensa la prima neve dell'inverno? In quale nebbia?
E quale grumo di consapevolezza permette alla luna di stendere i deserti - alla luce delle stelle di piegare il tempo?
Le braccia di David lo inchiodano alla parete mentre la sua voce vibra alla base del collo, densa: "Quanto ti eccita questa toga, mh?"
E poi ancora, appena più pungente: "Scommetto che muori dalla voglia di giocare all'inquisizione, giusto?"
Ma il silenzio seguita ad espandersi, come se nessuna parola al mondo potesse scalfirlo.
Nessun suono.
Ed anche se il sorriso dell'altro si carica di trionfo, quando gli preme il palmo sull'inguine - anche se il corpo si scioglie, e le ginocchia sembrano liquefarsi - qualcosa, da qualche parte, continua a tacere.
"Questo sei tu, Samuel!" sussurra David, e forse lui sta per venire. Forse le pupille si sono rovesciate in alto e la testa si è piegata contro la parete.
Forse si è aggrappato alle sue spalle.
Eppure mentre il respiro si fa sale - mentre le labbra bruciano, e la voce di lui drappeggia come velluto - Samuel si ritrova ad ascoltare solo il silenzio. E lo sente nell'anima, ciò che non è più.
Non cieli senza difese,
astri senza capanne,
lune senza patria…
Silenzio.
Nevi di quelle che son cadute da una mano,
un nome…
Björn.
In quale cielo si addensa la prima neve? In quale nebbia?
Il palmo si preme sul petto di David, dolcemente. Il pollice gli accarezza le labbra.
E forse deve esserci davvero qualcosa di profondamente diverso, nei suoi occhi, mentre sussurra sottovoce: "Non posso." Perché l'altro sbatte le ciglia e si lascia allontanare senza opporre nessuna resistenza.
Si lascia spingere indietro.
Dopo, la percezione della rinuncia è così netta che fa perfino troppo male. Il bisogno di sentirlo vicino - il bisogno del suo corpo.
Ma il silenzio è ovunque, ormai, e resta solo bianco. Neve.
Resta solo l'assenza di Björn - la più terribile e dolce delle morti - e lo sguardo di David che riprende coscienza poco a poco. Che poco a poco torna ad indurirsi, ad affilarsi.
Quando l'amico gli soffia in faccia, aggiustandosi i capelli: "Fanculo," lui pensa che non l'ha mai amato così tanto. Che vorrebbe potergli premere le labbra sulle palpebre - sulla bocca.
E che non può far altro che lasciargli in dono la sua rabbia, invece. Perché baciarlo sarebbe come colpirlo. Accarezzarlo, come rubargli strati di pelle viva.
Ustionarlo.
"Quindi?" lo sente domandare, in una risata falsa. "È finito tutto? Perché non si tratta di oggi, non si tratta del luogo. È così, giusto?"
Lentamente, lui annuisce.
David ha gli occhi scurissimi di quando aveva vent'anni - le stesse guance arrossate. La stessa voglia di litigare con la vita, e di farci a pugni.
E di farci l'amore.
"E dove credi che ti porterà, la tua ridicola aspirazione ascetica?" continua, strappandosi la toga dalle spalle. "A collezionare piume d'angelo, Samuel? A trasformarti in un fottuto narciso?"
"Ne ho semplicemente bisogno,"risponde lui, con dolcezza.
Non saprà mai spiegare neppure questo, però. E David non potrebbe mai capire.
Perché è quando il corpo diventa più sensibile che la ferita riesce a farsi più dolorosa - a scavare più a fondo.
Perché la voglia di Björn è già così disperata che solo la rinuncia al sesso potrebbe renderla più lacerante, ormai.
E perché l'assenza è la sola cosa che gli rimanga ancora di lui. Il solo modo per sentirlo sulla pelle, e dentro la carne.
Non c'è niente di nobile, in questo: nessun atto di fedeltà, nessuna abnegazione.
Piuttosto, si tratta del piacere intimamente segreto che solo una cicatrice profonda sa darti, quando è scavata dai tuoi stessi denti. Quando diventa un legame.
"Bisogno?" ripete però David, in uno sbuffo quasi divertito. "Tu vaneggi, Samuel! Tu non sai quel che dici!"
Ed è bellissimo, in quel momento. Di una bellezza non perfetta, non scolpita nella forza. Non costruita.
Solo rabbia e passione, nei suoi occhi.
Il peso di anni interi.
"Tu sei il genio che si è impantanato nel contratto più palesemente bastardo della storia perché all'atto della firma la tua attenzione era concentrata unicamente sui giochetti erotici del tuo editore, non ricordi?" gli sta sibilando, a denti stretti. "Sei l'idiota che si è fatto togliere da sotto il culo la più prestigiosa delle cattedre solo per non dover rinunciare alle leggendarie doti del figlio del Governatore. Sei quello al quale devo premere la mano sulla bocca, Samuel. Ogni dannatissima volta. Quello che cinque minuti fa non si è fatto scrupoli a farselo venir duro nei locali pubblici di un tribunale, cazzo, quello che probabilmente ce l'ha duro ancora!"
Ride, scrollando la testa.
"Vuoi deciderti ad essere onesto per una volta?" aggiunge, gettando la toga sulla sedia. "Una volta soltanto, mh?"
Ma Samuel non risponde.
Il silenzio è troppo bianco - troppo dolce. E la tenerezza troppo avvolgente, perché quelle parole possano ferire davvero.
David è vestito in maniera impeccabile - abito scuro, cravatta, e il portamento studiato di chi sa come muoversi nel mondo. Di chi ne conosce ogni debolezza - ogni segreto.
Eppure mai come adesso è sembrato tanto bambino. Neanche quando bambino lo era davvero, e strappava Samuel al gelo del bosco gridandogli in faccia che suo padre era morto in guerra. Che se ne rendesse conto. Che non abitava nella nebbia, che congelarsi là fuori non lo avrebbe fatto tornare.
Non ha mai capito, David. Neanche allora.
Però non c'è commozione più struggente di vederlo dichiarare di nuovo guerra al cielo, di ritrovarlo dopo tutti questi anni ancora così uguale a sé stesso - ancora così fragile.
Così profondamente suo.
E quando raduna i fogli sottobraccio e si volta sulla soglia della porta per intimargli, severo: "Beh, raccontati pure tutte le favole che credi, Samuel, ma non contare su di me. Non. Contare. Su di me," lui lo guarda, immobile, e pensa che forse glielo dirà un giorno.
Che è un angelo anche lui.
Forse un angelo appena più maledetto - troppo innamorato delle cose umane per vestirsi solo di bianco. Forse un angelo caduto.
Ma un angelo vero. Un miracolo.
E se riderà - se risponderà qualcosa di ironico, se sogghignerà divertito - lui semplicemente premerà le labbra sulle sue palpebre. Sulla sua bocca, finalmente.
E non ci sarà bisogno di dire altro.


* da: "L'angelo buono" ("Degli Angeli", 1929) - Rafael Alberti




Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.



rosadeiventi: (Default)

66
Raven e Dylan - Il piccolo principe


Dylan ha gli occhi più verdi che Raven abbia mai visto.
Vivian gliel'aveva detto - in una mezz'ora passata ad elencare tutte le straordinarie qualità di quello straordinario nuovo amico - e Keith non si era mostrato particolarmente incline a dissentire, ma né lui né Jude vi avevano dato troppo peso.
Il ragazzino ha fama di divertirsi ad esagerare. E Keith prima o poi si stancherà di cercare di frenarlo.
Presumibilmente.
Ma gli occhi di Dylan hanno davvero un'altra trasparenza. Una limpidezza crudele, smorzata appena dalla dolcezza del sorriso.
Tutta la sua bellezza è giocata su simili contrasti, in fondo.
Lineamenti affilati e gesti morbidi. Pelle chiara e capelli rossi.
Una disperazione profonda incatenata addosso - come una pietra appesa al collo.
Il marchio della solitudine.
E quel tatuaggio fisso in mente. Come se fosse un simbolo: un sigillo per chiudere la strada agli spettri. O, forse, per liberarne il percorso.
Ti trovi a fare le cose più stupide, quando stai male.
Quando hai perso qualcosa, qualcuno.
Quando hai perso te stesso.
Puoi saltare sul primo treno senza neanche guardarti indietro - senza salutare nessuno, senza dare risposte, senza neanche cercare le giuste domande. Puoi scappare - correre lontano - e fermarti solo quando l'aria diventa diversa. Quando smetti di riconoscere gli odori - di riconoscere la strada.
Puoi perderti, ferirti, scagliare volontariamente la bussola più lontano possibile nel mare.
Puoi guardare negli occhi quel che ti distrugge e allargare le braccia, e farti avanti.
Correre indietro.
Raven non ha idea di che corrente stesse seguendo, Dylan, quando è approdato a Rosenfield. Non ha idea di cosa l'abbia ferito, e sa che non è possibile dargli una mano.
Quando il tessuto si spezza, non bastano ago e filo.
I rammendi imbastiti a casaccio non durano.
Solo il tempo riavvicina davvero i bordi. Solo il tempo ti aiuta a trovare una pezza - a mascherare lo strappo. E il filo - il collante - devi mettercelo tu. Inventarlo.
Con l'aiuto della tua stessa forza, e del mondo.
Non è lì per salvarlo, quella sera. Checchè ne dica Jude - qualunque cosa speri Vivian - non è quello il suo scopo.
Forse, un vero scopo neanche c'è.
Niente di logico e razionale.
Perché a volte basta uno sguardo, per riconoscere la forma di una persona. Basta un istante per accorgerti che potrebbe trovare spazio nella tua vita - per scoprire un vuoto che non pensavi di avere. E mentre ne percorri i bordi con le dita non puoi trattenerti dall'allungare l'altra mano.
Mentre ne misuri il diametro - ne saggi la profondità - non puoi evitarti di sfiorarne il profilo. Studiarne il colore.
L'altro pomeriggio, inginocchiato al fianco di quel ragazzino, Raven aveva sentito qualcosa di simile. Come un campanello d'allarme - un segnale d'avviso. Luce intermittente a scandire il buio.
Dylan aveva i polsi sottili e gli occhi luminosi.
Le labbra socchiuse come se lo stesse chiamando.
E lui si era ritrovato ad abbandonare del tutto la professionalità apparente che mai, comunque, è riuscito a sfoggiare per parlargli con una voce più sincera. Con parole più grandi.
Senza chiedere il permesso.
Come se ne avesse il diritto.
Non sa mai dove lo portino, certi legami improvvisi.
Jude è lì, nel suo presente - Magda è un'altra costante della sua vita - ed Helene ha la stessa forza attrattiva di un tempo, quando orbitava intorno a suo fratello e da satellite si trasformava in pianeta, e da pianeta in stella.
Loro sono rimasti.
Mille altri sono partiti.
E non c'è modo di sapere ora quanto tempo Dylan resterà nei paraggi - quando profondo diventerà il rapporto, e se qualcosa sboccerà. Che colore avranno i petali - il profumo dei fiori.
Non c'è modo di fare previsioni.
Il futuro è materia cangiante - l'inclinazione dell'asse muta ad ogni minuscolo spostamento.
E lui, di suo, non è mai stato tipo da oroscopi e astrolabi.
Eppure, quando il ragazzo apre la porta, si trova a sperare che il tempo sia sufficiente.
Per imparare la forma della sua bocca, per sfiorargli le palpebre in punta di dita.
Per accarezzargli il collo, e la guancia, fino a sciogliere la sua freddezza.
Liberarlo dal ghiaccio. Dalla prigione in cui forse neanche sa di stare languendo.
Osservandolo, Raven sorride.
Dylan sembra avere comunque un'aria più presente della volta scorsa - iridi più verdi, pupille più scure - e dentro gli occhi un senso di aspettativa familiare.
Una proposta silenziosa, muta - richiesta e offerta.
È quasi troppo facile, intuire cosa nasconda.
Quasi troppo difficile, non lasciarsi tentare.
"Entri?" sussurra il ragazzino. Con un sorriso ambiguo.
E malgrado le intenzioni, Raven non può fare a meno di fermarsi ad immaginare come sarebbe, rispondere di sì.
Un futuro immediato scomposto in istantanee diseguali: la pianta della stanza, la custodia della chitarra appoggiata alla parete, le dita di Dylan appoggiate alle spalle. La sua bocca socchiusa. La sua schiena.
Bagnandosi le labbra, incontra i suoi occhi.
Stringe le dita intorno al mazzo di chiavi.
"Ho promesso di portarti a cena, no?" dice, muovendo un passo indietro.
E non saprebbe spiegare cosa abbia dettato questa risposta, alla fine, se non forse la curiosità di vedere la sua reazione. Destabilizzarlo - cambiare forma al suo programma - per scoprire quanto sia vicino alla superficie il volto che mostrava l'altra volta. Quella timidezza imbarazzata, che stasera sembra essersi vestita di sicurezza.
Quando Dylan sbatte le ciglia, sorpreso, deve quasi trattenersi dal ridere.
Divertito, osserva il suo sguardo mutare - da seduttore farsi sospettoso, incerto - e le sue dita correre ad attorcigliarsi intorno ad una ciocca di capelli.
Il corpo cambiare posizione - spostare il peso da una gamba all'altra, definendo la curva del fianco sotto la stoffa.
E la resa, infine.
Convincere qualcuno a cambiare i suoi schemi precostituiti è sempre una soddisfazione profonda - il senso di una missione - ma con Dylan quella vittoria ha una sfumatura più sensuale: come un bacio sulla pelle, o la carezza di un respiro.
Somiglia alla tenerezza provata quando Keith si è lasciato abbracciare in pubblico per la prima volta. All'emozione di quando Jude, una vita fa, ha accettato di guardarlo in faccia ammettendo di essere confuso.
È il definirsi di un percorso - lo stringersi del legame istintivo.
Fiducia.
E al tempo stesso, il gusto dell'aspettativa.
Perché basta voltare lo sguardo verso Dylan, guidando, per rubare altre istantanee a quel possibile futuro. Cesellandone i particolari. Scandendone i tempi. E giocando il gioco dei rimandi - che è piacere e frustrazione insieme.
Stringendo appena le dita intorno al volante, Raven trattiene un sorriso.
"Hai fame?" chiede, guardandolo con la coda dell'occhio.
Annoiato, il ragazzino scrolla le spalle.
Gli lancia un'occhiata a sua volta, e accorgendosi di essere al centro della sua attenzione raddrizza la schiena.
Esita, a quel punto.
Riflette.
E quando parla, lo fa con una cautela quasi sospetta. Come se fiutasse un tranello nella domanda, e non volesse concedersi debolezza alcuna.
"Conosco gente che si sente male davvero, se per caso gli capita di saltare la cena…"
Pausa.
Nuova occhiata indagatrice.
"Tu hai molto appetito, in genere?"
Divertito, Raven scuote la testa.
Allunga il braccio verso la leva del cambio - scala la marcia.
"Impari a fare attenzione ai pasti, quando esci con Vivian," spiega. "E' un po' come girare con un neonato: ogni tot ore devi dargli qualcosa da mettere sotto i denti, o diventa insopportabile."
Dylan annuisce - già disinteressato - e lui approfitta del suo tornare a voltare la testa per studiarne il profilo.
Le ciocche di capelli rossi sono un contrasto ancora più forte, nell'aria dell'imbrunire, e accentuano la fragilità dei lineamenti - della bellezza.
La pelle è chiarissima, contro il viola scuro della maglietta.
E l'ossatura è delicata, più ancora che in Vivian.
Sottile, ed affilata.
Spigoli di vetro.
C'è qualcosa di terribilmente freddo, in quel ritratto, e non è solo questione di colori: il verde può accendersi, il bianco risplendere. La neve è gelida, ma sa scottarti.
Dylan, invece, sembra essere separato dal mondo.
Custodito dietro una parete di ghiaccio, intoccabile e solo.
Il bisogno di passare le mani sul suo corpo - per scaldarlo, per toccarlo - in certi momenti è quasi un istinto. Un desiderio che nasce da vuoti più profondi, e scivola nel sangue fino a raggiungere la pelle.
Con lui, il sesso richiama più l'idea di uno strumento che di un fine.
E la seduzione è un modo per conoscersi.
Terreno da esplorare.
A Raven è capitato spesso, di perdersi in un incontro appena nato. Gli è successo di trovarsi da solo, insieme a qualcuno; di sentire la complicità nascere e montare, e l'attrazione lambire la pelle come fuoco - come coraggio. Gli è accaduto di tuffarsi nella notte, senza guardarsi indietro.
Conosce i termini del gioco.
E le persone con cui ha giocato non erano certo più attraenti di quel ragazzino, o più forti. Non erano neanche più sane e più stabili.
Nascondevano anche loro i loro tatuaggi. Erano semi nel vento, e lui nient'altro che aria.
Nessun nutrimento. Con Dylan è diverso.
E non c'è fretta, non c'è calore, non c'è traccia di impazienza.
Solo la tenerezza divertita di un disegno che lentamente si svela.
Solo la languida dolcezza di un dolore che sfuma.
Jude, probabilmente, questo aspetto lo saprebbe cogliere bene. Ritrarre, come un simbolo tracciato sul vetro.
Senza perdere trasparenza.
Senza macchiarlo di colore.
Fermerebbe la luce così come entra dalle vetrate - quel tramonto leggero che non inquieta e non uccide - e renderebbe liquido il verde di quegli occhi. Scioglierebbe il ghiaccio, per berlo come acqua.
E il rosso dei capelli avrebbe la crudeltà che manca al cielo.
La pelle, tutta l'innocenza della vita.
Puntando i gomiti sul piano del tavolo, Raven sorride.
"Parlavi sul serio, prima, quando dicevi di non avere appetito…" osserva, indicando la pizza ancora quasi intera abbandonata nel piatto, e Dylan solleva lo sguardo, sorpreso.
Fuori, la luce cambia - la prospettiva si riassesta sul quotidiano.
Lui deglutisce il boccone.
"Mangio solo molto lentamente, tutto qui," risponde, con calma. "Faccio tutto molto lentamente, io."
Raven sogghigna. "Interessante. Un po' orientale, come filosofia…"
"Hm."
Una smorfia.
Inspirando, il ragazzino affonda la forchetta nella pasta. Taglia una minuscola striscia di pizza e la osserva con attenzione - assorto.
"Credo che il Nirvana possa esser considerato il culmine di un'esasperante esperienza di lentezza, non trovi?" dice, tornando a fissare gli occhi nei suoi.
"Sei molto mistico, tu?" conclude poi, mordendosi il labbro. Come in un suggerimento. Ed è l'ennesima mossa di quella partita che sta giocando da quando si sono incontrati. L'ennesimo tentativo di muovere la pedina per conquistare una posizione avvantaggiata sulla scacchiera - strategie logore, abusate, che nulla hanno da spartire con la sincerità dei suoi colori.
Raven non ha fatto altro che smorzare i suoi attacchi, per tutta la sera.
Sorridendo della sua ingenuità, e cercando di non dar troppo peso a quel suo svendersi inconscio. Inconcludente.
Sarebbe facile continuare in quel modo: rispondere con un sorriso, con un sopracciglio sollevato. Rilanciargli la battuta senza raccogliere il sottinteso - e senza smascherare il suo gioco.
Ma c'è qualcosa, nel verde di quegli occhi, che invita a guardare anche quando distogliere lo sguardo sarebbe più facile. Qualcosa nel taglio della mascella, nella forma delle labbra.
Trasparenza di vetro.
La menzogna più vera.
Ed è impossibile, in quel momento, lasciar cadere il discorso. Impossibile resistere alla tentazione di sbalzare quel ragazzino fuori dai binari sicuri della sua seduzione così poco personalizzata, per chiedergli di parlare con parole private.
Di raccontargliela davvero, la storia del suo tatuaggio e del suo credo.
Di raccontarsi a sua volta, come ha sempre fatto.
"Pensi davvero che sia possibile vivere - vivere pienamente - senza esserlo almeno un poco?" domanda, sostenendo il suo sguardo.
Sporgendosi in avanti, leggermente, e inclinando il capo di lato.
"Non sto parlando di misticismo religioso, Dylan. Non sto parlando di religione, punto. Ma del mistero. Di quella parte di te stesso che non puoi raggiungere con la ragione - che non puoi comprendere - e che devi vivere e basta. Sentire." Sorride, inarcando un sopracciglio. "In un certo senso, del dialogo intimo con il dio che vive in te."
Dopo, per un lungo momento, Raven ascolta il silenzio srotolarsi intorno a loro - avvolgerli, come onde in un lago - e conta i respiri - i secondi - cercando di capire se sarebbe meglio muovere un passo indietro.
Perché non è quello il luogo, per fare certi discorsi.
Perché sono temi troppo cari, e riportano alla mente pomeriggi d'ombre e tende di garza, e l'odore indiano dell'incenso e i sapori sulla lingua - intimi, privati. L'essenza di un corpo e di un'anima, a scivolare tra le dita.
Il tessuto dei capelli, e quello più ruvido delle lenzuola.
Ma la sera accarezza gli occhi di Dylan come se stesse cercando il modo di rubarli, e lui ha ciglia lunghe. Folte.
Il collo sottile e le vene tracciate sotto la pelle, come un alfabeto esotico. Alieno.
E quando parla, la voce non ha più nessuna traccia della solita seduzione impostata. Non ha secondi fini - non è arma, né strumento.
È solo un sussurro attento - basso e appena nato.
Sottile.
"Questo presuppone una concezione piuttosto ambiziosa di se stessi, immagino…" dice, appoggiando sul piatto la forchetta e il coltello.
Sistemandoli con cura, in un ordine astratto.
"Ma se il tuo intimo non fosse poi questa gran cosa?" chiede. "Voglio dire… Potrebbe non valerne neanche la pena, non pensi? Se abbiamo sviluppato tutta questa gran razionalità, nel corso dell'evoluzione, ci sarà pure un qualche motivo…"
"Nel corso dell'evoluzione abbiamo sviluppato anche tre grandi religioni monoteiste che mortificano il corpo come se il dolore fosse l'unico scopo dell'esistenza, non so quanti sistemi filosofici che giustificano queste assurdità e un numero imprecisato di strutture politiche che hanno reso la guerra una malattia endemica," fa notare Raven, ironico. "Ma non siamo ancora riusciti ad evitare che i tre quarti della popolazione mondiale muoiano di fame. A conti fatti, la nostra razionalità non mi sembra questa gran cosa…"
Si interrompe, poi.
Esita.
E quasi rinuncia, a fare quell'altra domanda.
Perché già la conosce, la risposta. E perché certi territori vivono di buio - eppure, quando le ferisci con una torcia, anche le ombre sanguinano.
"Pensi davvero che l'interiorità di qualcuno possa non 'valere la pena'?" mormora, cercando di arrotondare la voce intorno ai concetti.
Pietra su lama, per smussarne i bordi.
E si costringe a non insistere, quando Dylan abbassa gli occhi.
Lo guarda bagnarsi le labbra, invece - piegare il nervosismo tra le dita.
Attorcigliarlo sulla treccia, come per tenerlo a bada.
"Non lo so," lo sente mormorare infine, piano. "Mi riesce difficile immaginare un'individualità così potente da richiamare addirittura il concetto di misticismo…"
"Non si tratta di potenza, Dylan."
Dolcemente, Raven sorride.
"Che sono egocentrico me l'hanno detto in molti, ma neanche io penso di avere un'anima degna di essere venerata," aggiunge, divertito. "Quello che intendo è più che altro un'attitudine esistenziale. Impegnarti per cercare di entrare in te stesso, fino a capire come fare a stare bene. A vivere ogni momento apprezzandolo nella sua totalità. Assaporandolo."
Esita, sforzandosi di trovare le parole più adatte.
Scrolla le spalle, infine.
"È questione di profondità," conclude. "Riuscire ad immergerti, o restare in superficie."
Dylan ha ancora lo sguardo fisso sul tavolo - sui disegni della tovaglia, sulla pizza quasi intatta abbandonata nel piatto. Sulla bottiglia di birra, come se l'etichetta avesse stampata ogni risposta.
L'ombra delle sue ciglia, sulla guancia, è un semicerchio morbido, sfumato.
Contro il pallore del volto, il contorno della bocca risalta come dipinto.
"Può anche capitare che te stesso non si trovi affatto dentro, ma che sia molto in superficie," mormora, con un tono quasi assorto. "Talmente in superficie da ballare con un tizio in una parte della città mentre tu scendi in metropolitana, dall'altra parte…"
Di colpo, i denti affondano nel labbro.
Lui raddrizza la schiena, allunga la mano verso il bicchiere.
"Ma sono discorsi incasinati," conclude, abbozzando un sorriso. "Meglio parlare d'altro."
E Raven annuisce, anche se non ricorda di aver mai sentito tanto forte il bisogno di costringere qualcuno - di forzare il segreto.
Di domandargli di New York, della sua vita, di quando era bambino.
Chiedergli di Ashley - dei suoi occhi. Del suo tatuaggio.
Domandargli se è lui, l'ancora che strappandosi dal fondale l'ha costretto a quel viaggio - domandargli se è vivo, se è scappato, se è perduto.
Chiedergli quale significato abbia, quel termine, così concordato.
E domandargli dello specchio, dopo. Di quel nome a rovescio, e dei contorni del cuore.
Si schiarisce la voce, invece.
Accenna alla chitarra.
E si trova ad estorcere al suo silenzio altre risposte, una per una: particolari meno scomodi e altrettanto veri, nodi che compongono l'arazzo della sua vita.
Disegna l'albero familiare - padre madre fratello da non nominare - e il disporsi di New York intorno alle sue giornate. Registra l'esistenza di un Chris, di un Alan, e Jim Morrison sempre impegnato a cantare. Cover dei Doors e palcoscenici spogli.
Un ragazzino esile, nascosto in abiti troppo grandi.
Ed è una ricostruzione lenta - lentissima - dell'equilibrio che avevano raggiunto prima che il fantasma arrivasse ad increspare l'aria. Ignorando il pallore quasi diafano delle parole di Dylan e lo sfuggire dei suoi occhi, finché il verde non torna a concentrarsi.
Finché il ragazzino non ride di nuovo - più sciolto - schermandosi la bocca con la mano.
Appoggiando la guancia contro il palmo e inclinando verso di lui il sorriso.
"E tu, invece?"
"Cosa faccio nella vita?"
"Hm." Dylan scrolla le spalle. "A parte il mistico, s'intende…"
"Studio," risponde Raven, sorridendo. "Antropologia. Il che probabilmente influisce sul misticismo…"
"Antropologia?"
Lui annuisce, di fronte al suo sguardo incuriosito.
Appoggiandosi allo schienale, tamburella le dita sul tavolo.
"È un po' la tradizione di famiglia," spiega, ammiccando. "Sono cresciuto con certe storie - con un certo approccio alla vita. Decidere di occuparmene anche a livello accademico è stato un passo naturale. Anche se l'approccio dell'antropologia tradizionale a volte può essere un po' sgradevole, quando si viene alle culture native."
Rigirandosi il bicchiere tra le mani, si stringe nelle spalle.
Prende un sorso - inghiotte.
"Ci sono persone - vecchi, ma anche giovani che stanno riscoprendo le radici - che lo vivono come un'intrusione. Come una nuova violenza, se vuoi vederla in questo modo. Ma io credo che sia stupido fare di tutta un'erba un fascio, e che comunque l'evoluzione debba passare anche da questo. Non puoi combattere i pregiudizi senza accettare uno scambio. E qualche risultato si sta ottenendo."
Tornando a guardare il ragazzino, si stupisce di vederlo arrossire.
Divertito, inarca un sopracciglio.
Dylan si schiarisce la voce.
"E tu sei…" Esita, imbarazzato, per poi terminare in fretta: "Tu sei un po' pellerossa?"
Lui ride, scostandosi una ciocca di capelli dal viso.
"Per così dire, un po', sì," risponde, scherzoso. "Non proprio completamente, ma ho sicuramente più sangue nativo che altro, nelle vene."
Gli occhi di Dylan hanno perso ogni traccia d'ombra, ormai - sono chiari, limpidi, come una pozza d'acqua. E la superficie non è increspata da secondi fini o pensieri nascosti: al contrario, appare liscia e levigata.
Liquida, finalmente, come sarebbe sempre senza il peso del ghiaccio.
Ha anche smesso di accordare gli sguardi con i gesti - di calibrare i messaggi per pilotare la sera. E vederlo spontaneo, è come guardarlo alla luce.
Come aprire le finestre per permettere all'aria di entrare.
"Quindi studiare, per te, sarebbe come un ritorno alle origini…" osserva, facendo scorrere lo sguardo sui suoi capelli. Lasciando trasparire l'incanto, come una carezza lungo il collo. "Anche se viaggi sulla carrozza del nemico, giusto?"
Inclinando la testa, Raven annuisce.
"Sì, esatto. E in un certo senso, anche un modo di riappropriarsi della carrozza stessa…" Gli occhi di Dylan tornano a fissarsi nei suoi, luminosi. "Un ammutinamento, in pratica."
E lui ride, annuendo.
Premendo le mani sul bordo del tavolo.
"Prima o poi, anche i miei professori si rassegneranno…"
E' rinfrescante osservare il modo in cui Dylan piega il capo, dopo.
Un brivido familiare, trovarsi a guardarlo mentre si alza in piedi.
Cercare una scusa qualunque per toccarlo - sfiorargli la schiena.
E respirare il suo profumo, infine, quando in strada lo abbraccia da dietro.
Sentire il suo fiato a scivolare tra i capelli, e le sue dita leggere oltre la stoffa della maglia. Sicure. E al tempo stesso delicate - delicatissime. Quanto il petalo di un fiore.
"Adesso andiamo a casa?" lo sente sussurrare nell'orecchio - in un sorriso.
E Raven chiude gli occhi, per un istante.
Un istante solo.
Subito dopo raddrizza la schiena, però, premendo le mani sulle sue.
Si volta appena a guardarlo - intreccia le dita.
"In realtà avevo promesso a un amico che avremmo fatto un salto da lui," risponde. "Ti va?"
Ma è evidente che non fosse quella, la risposta che Dylan si aspettava, perché i suoi muscoli tornano a tendersi, d'improvviso.
Gli occhi si oscurano - il verde si carica di un velo.
E la dolcezza del sorriso si increspa in un'incertezza interdetta - come se quella nuova destinazione scompaginasse tutte le coordinate, e non lasciasse più aperta nessuna strada da praticare.
Del resto, adesso la sua offerta era sincera.
Non seguiva nessun disegno collaudato - non nascondeva malizia, né noia né paura.
Era un'intenzione limpida quanto il cielo sulla loro testa.
Una verità intima, da entrambi condivisa.
Il rimorso arriva immediato - come un morso alla lingua, seppure in ritardo.
Per una frazione di secondo, Raven è tentato di tornare ad allungare il braccio, di riattirarlo vicino - sporgersi a soffiare un bacio sul suo viso, una carezza intorno al mondo - perché la sua risposta non andava intesa in quel modo.
Doveva essere un rinvio, non un rifiuto.
Ma è difficile spiegare a quel ragazzino quanto profondamente sbagliato sia il silenzio che gli suona dentro. Difficile fargli capire quanto sia ancora netto, l'eco della sua rottura, e quanto importante sia lasciare all'aria il compito di riportare le note alla loro armonia consueta.
Sussurri, risate, giri di basso.
L'odore dell'erba e le ombre calde del fumo.
Tocchi innocenti di cui rivestirti. Prima del sesso.
Prima del nudo.
Dylan ha bisogno di respirare altra gente - ha bisogno delle risate di Vivian. Dei rossori di Keith. Di trovare sostegno, prima che piacere, dentro le sue mani.
Per questo Raven abbozza un sorriso e si allontana a sua volta di un passo - per questo sfugge alla tentazione abbassando lo sguardo.
Recupera il cellulare, apre lo sportello.
Preme un tasto, poi, e se lo porta all'orecchio.
"Sarà divertente," gli assicura intanto. "Non preoccuparti: ti troverai bene."
Dylan continua a portarsi dietro quell'aria poco convinta - a scrollare le spalle, come se la cosa non avesse alcuna importanza - e lui si sforza di confidare in Vivian.
Vivian, e la simpatia irresistibile dei suoi sorrisi più riusciti.
Vivian, e la luce fin troppo innocente dei suoi sguardi più azzurri.
Keith, e la sua affidabilissima discrezione.
La sua timidezza.
Jude.
Quando l'amico risponde al cellulare, ha la voce di sempre: quel tono appena distratto dal vorticare del mondo, e al tempo stesso concentrato su ogni cosa che dici.
Ogni traccia di te.
Raven lo immagina fermo sul terrazzo per sfuggire al rumore - immagina ombre e luci riempire la sua casa e la musica intrecciarsi, creando una barriera. Pensa che a lui hanno sempre fatto bene, quei ritrovi.
Pensa che hanno sempre dato qualcosa a tutti i partecipanti.
E che anche Dylan saprà scavarsi un suo angolo - anche Dylan saprà trovarsi un suo posto. Qualche frammento di se stesso, come in una fotografia.
Jude, sicuramente, sarebbe d'accordo.
Dopo, quando la telefonata si è chiusa, il silenzio suona nelle tempie come il battito di qualche cuore immenso - un organismo ancestrale, antico.
Raven respira, lasciandosi accarezzare dal buio, e sorride ai fantasmi e ai ricordi. A tutte le verità che si nascondono dietro i più casuali degli incontri.
E quando si volta verso Dylan, è quasi pronto a dirglielo - che casa di Jude sarà un nido, un porto, e che la sua barca potrà ammainare le vele. Che quando il mare infuria e il cielo si fa greve, basta chiudere gli occhi e respirarne l'odore.
Lasciarsi marchiare dal sale.
Sta quasi per dirglielo, che anche quello è un tatuaggio. E che è un piacere sottile portarli sulla pelle, i segni delle persone che ti hanno toccato.
Che è un piacere lasciarsi toccare.
Ma il ragazzino di colpo ha occhi tempestosi - intensamente freddi, e veri. E quel verde non ha sfumature tenere, o debolezze o maschere. È soltanto ferito, e forse un po' deluso.
Vecchio, di una vecchiaia ingannata troppo presto.
E la pelle è tesa sul disegno delicato dell'ossatura - pallida e nervosa, come uno schiaffo.
Un grido.
"Dylan?" chiama, cautamente. "C'è qualche problema?"
Il "No" di risposta è secco - immediato.
Falso, in ogni evidenza - una menzogna ostinata.
Scettico, lui piega un sopracciglio. Chiede: "Sicuro?"
E Dylan dice: "Sì," e ancora c'è silenzio.
Teso. Nervoso.
Come un fraintendimento.
Quando infine il ragazzino si decide ad ammettere la verità - arrossendo - è quasi un sollievo.
"È che non credo di essere molto portato, per queste cose…" spiega, senza guardarlo - il corpo un alfabeto di irrequietudini combinate casualmente, per offrire all'imbarazzo un ritratto.
Gli occhi bassi, il rossore violento.
L'indice avvolto nei capelli - intrappolato.
"Nel senso." Un morso al labbro. Un respiro. "Non credo che mi ci vedrei."
"Non ti ci vedresti?" ripete lui - cercando un modo di comprendere il senso.
Studiando i suoi occhi - l'accusa del suo sguardo.
La richiesta di perdono.
Messaggi contraddittori che si sovrappongono, cancellandosi a vicenda - annullandosi in un bianco inquietante, irreale.
Raven non riesce a capire quale prospettiva spaventi tanto Dylan. Quale sia il ricordo che gli scurisce gli occhi - che innesca quelle reazioni confuse, eppure in qualche modo evidentemente familiari.
Non ricorda di averlo mai visto tanto nervoso.
Tanto spaurito, e incerto, e imbarazzato.
Prima che possa formulare la domanda precisa, però - prima di trovare il giusto tono di voce per porla senza renderla minacciosa - il ragazzino china la testa e infila le mani in tasca. Come per ammettere la resa.
"Lo so che sono retrogrado…" mormora - ed è talmente anacronistico, quell'aggettivo, che Raven sente la tensione sciogliersi istintivamente.
Una risata nascere in gola e scivolare tra i denti, sulla lingua.
Fermarsi nella bocca, ancora incerta.
"Sei retrogrado perché non vuoi conoscere il mio migliore amico?" chiede, incredulo.
Di scatto, Dylan solleva la testa.
"Senti, Raven," inizia, con una punta di esasperazione nello sguardo - uno slancio improvviso di coraggio. "Mi dispiace che hai perso tempo, stasera. Davvero. Ma il fatto è anche se anche ci provassi lo so benissimo che poi mi bloccherei a metà. Mi conosco…"
I denti affondano nel labbro.
Il rossore si fa più intenso.
"Cioè, non so neanche se il tuo amico funziona…"
E la situazione si chiarisce, improvvisamente.
Il fumo si dirada - l'alfabeto ritrova un suo ordine.
Trattenere la risata, a questo punto, è impossibile.
"Per funzionare, funziona più che bene, credimi…" assicura Raven, scuotendo la testa. "Ma quando ho detto conoscerlo, Dylan, intendevo sorridergli. Stringergli la mano. E poi magari lasciarti rapire da Vivian, visto che sono giorni che vuole rivederti. Niente di più."
Si ferma, divertito - permettendo al silenzio di gonfiarsi, tra loro.
Dilatando gli spazi della reazione - misurando il tempo.
"Pensavi ti stessi organizzando un'orgia?" chiede infine, allargando il sorriso.
E Dylan sobbalza, come colto sul fatto.
Impietrito sgrana gli occhi - trattiene il respiro.
"Io…" mormora - tossicchiando. "Non…"
"Beh, del resto era un dubbio legittimo…" lo interrompe Raven, ridendo.
Muove un passo verso di lui - gli allaccia un braccio al collo.
Se lo tira vicino, portando i corpi a contatto - come se bastasse il calore a sciogliere i nervi. A diradare del tutto quel che resta della tensione.
"Ma dimmi: è stato il misticismo a trarti in inganno?" scherza intanto, cominciando ad indirizzarlo verso l'auto. "O era la formulazione dell'invito, ad essere così tanto ambigua?"
"Sono io, credo" è la risposta, imbarazzata. "A New York sono famoso, per fare sempre figure idiote…"
"Non è stato così terribile, dai…"
Il ragazzino sospira, chiudendo gli occhi.
"È che non sono abituato…" spiega - mentre istante dopo istante il suo corpo si rilassa.
Mentre il rossore sbiadisce, e la complicità ritorna.
Si rafforza la fiducia.
Quando Dylan si decide a voltarsi per affondare lo sguardo nel suo, il verde non conserva quasi più traccia di imbarazzo.
Solo esitazione, forse, ed un vago senso di pudore.
"In genere, se un ragazzo vuole presentarmi i suoi amici, è sempre per…"
Incerto, si interrompe.
Raven, si limita a serrare la stretta intorno alle sue spalle.
"Non è che non sia mai capitato," ammette, senza guardarlo. "Con Jude, intendo dire. Ma nessuno dei due ha mai fatto conoscere qualcuno all'altro con quell'espresso proposito. Sarebbe… Squallido." Il sorriso che gli lancia subito dopo è quasi una scusa. "Molto poco mistico, ecco."
"E Keith?" chiede allora Dylan, cautamente.
Raven si volta a guardarlo, perplesso. "Keith?"
"Credevo steste insieme…"
Lui aggrotta le sopracciglia. "Siamo usciti insieme per un certo periodo, ma non è mai stato niente di serio," risponde. "Eravamo più amici che altro - e nessuno dei due aveva intenzione di portare la cosa ad un altro livello."
"Quindi adesso non ci stai più, con lui?" domanda il ragazzino, lanciandogli un'occhiata.
"Non è che non ci sto più: non ci sono mai stato." Raven scrolla le spalle, con un mezzo sorriso. "Non sono tipo da relazione classica, Dylan. Preferisco l'intimità dell'amicizia - quando il sesso nasce spontaneo, solo perché si sta bene insieme. Non credo di funzionare granchè neanche con il sesso anonimo, in effetti," ammette. "Il più delle volte, se finisco a letto con qualcuno che ho incontrato in discoteca, finisco anche per diventarci amico."
"Davvero?"
Dylan ha di nuovo occhi verdissimi, in questo momento.
Innocenti e limpidi, pieni di luce.
In pizzeria, mentre parlavano, Raven si era scoperto a seguirne le metamorfosi ipnotizzato - la stessa volubilità con cui si muovono le nuvole nel cielo - e anche adesso è un miracolo tenero.
Una dolcezza fragile, da chiudere nel pugno.
"Davvero riesci a diventare amico delle persone con cui fa sesso?" insiste il ragazzino - e forse in un altro momento il gusto della sua sorpresa resterebbe più a lungo sulla lingua, amaro.
Come una medicina che non fa alcun bene.
Il memento di quante cose non funzionino, nella vita.
Perché occhi come quelli di Dylan non dovrebbero stupirsi della coniugazione di sesso e amicizia. Non dovrebbero bruciarsi sul confine dei due mondi - o conoscere territori più impervi.
Paludi basse, umilianti.
La fretta di stanze spoglie, o locali immensi.
Raven vorrebbe poterglielo dire, questo - offrirgli un'alternativa.
Trovare il modo di spiegarsi, e di aiutarlo.
Ma i rammendi imbastiti a casaccio non durano. E ognuno deve imparare ad usarli da sé, ago e filo.
Ognuno deve imparare a convivere con il proprio strappo.
Guardare l'abisso, e accettare.
Annuire.
Per questo scrolla le spalle, e ricorda momenti diversi. Ore della sua vita spese come in un viaggio, e liti furiose con passeggeri distratti. Ricorda la noia, angoscia e apatia. E gli occhi densi di Jude, quando tornava a casa.
Gli occhi di Jude, altrettanto distanti.
Le sue mani sulla pelle. Labbra e respiri.
"Non è sempre una cosa così positiva," mormora, senza guardarlo. "Soprattutto se hai a che fare con persone che in un rapporto cercherebbero qualcosa di più che sesso e amicizia. Pare che questo a me non riesca molto bene."
"Innamorarti?" chiede Dylan - e lui si volta, sorpreso.
Batte le ciglia, lasciando andare il respiro.
"Non esattamente," risponde. "Forse. In parte."
Imbarazzato, sorride.
"È più complicato, in realtà. Ma per farla breve…"
E lo sorprende, a quel punto, la risata dell'altro.
Il socchiudersi dei suoi occhi - il verde morbido dello sguardo.
La forma delle dita premute sulla bocca.
E l'eleganza languida dei movimenti, ora che l'imbarazzo è sciolto. Ora che sono sciolte le barriere, e non c'è freddo, e non c'è ghiaccio.
"Io non mi innamoro mai," rivela infine Dylan, la voce come arrotondata dal divertimento. "Neanche se mi impegno…"
E c'è qualcosa di tenero, in questa dichiarazione fin troppo fiduciosa - qualcosa che gli fa venire voglia di prenderlo per mano, e accompagnarlo. Guardarlo imparare le sfumature dell'amore - del piacere - e sentirlo parlare, dopo.
Raccontare.
Spiegare se anche per lui cambia il mondo, con ogni incontro - se sente pulsare la pelle dopo un tocco che brucia quanto un tatuaggio.
Se gli è mai capitato, di lasciarsi toccare così.
Se ne ha mai avuto paura - se l'ha mai desiderato. Con il sangue, con il cuore - con ogni cellula del cervello. Bruciarsi come una scintilla dentro il fuoco - trasformare la propria vita in colori incandescenti, strazianti. Se ha mai trovato il mondo di rallentare il tempo.
Di correre avanti fino a perdere il mondo.
Viene voglia di posare le mani sul suo viso - di chiuderlo tra le dita come si farebbe con l'acqua.
Di premere le labbra sulle sue e di berlo - e insieme a lui bere la sua risata, e il buio, e il cielo che in alto si stende limpido e sta accendendo le stelle.
Viene voglia di baciarlo lentamente, fino ad annegare.
Di muovere un passo avanti. Andargli incontro, senza parlare.
Trovare parole da dire.
Da bisbigliare.
Chinandosi verso di lui, invece, si limita a premere le labbra sulla sua tempia. A stringere la presa intorno al suo fianco - l'osso del bacino un rilievo perfetto. Perfettamente incastrato nel palmo.
Un istante di equilibrio, tra la fune e il vuoto.
E chissà che passo dopo passo non si riesca a raggiungere l'incanto.
Passo dopo passo, attraverso il cielo.
Con la luce come vetro, ed il sangue un ritmo.
Gli occhi, uno specchio.
E nello specchio il mondo - quel che sei stato, e quello che hai perso.
Quel che hai trovato.
Quel che ti aspetta in silenzio, e tutti i segni segreti che la vita deve ancora inventare.
Disegni da comporre.
Perché il tempo, alla fine, è inchiostro.
E il futuro, soltanto un tatuaggio da ricopiare.



LA SECONDA PARTE PER DI QUA^^




Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.



rosadeiventi: (Default)

65
Albert e Carlos - Dei delitti e delle pene






È difficile, a volte, capire se qualcosa fa bene o fa male. Se i suoi effetti sono positivi, o se ogni miglioramento in realtà è un inganno - il miraggio che intravedi quando stai per perderti davvero.
Rosenfield è qualcosa del genere, in un certo senso.
La sua tranquillità ti culla - ammorbidisce i nervi, anestetizza il dolore - ma non puoi sapere con certezza se quella calma ti stia accompagnando verso il sonno o se non sia invece preludio ad una silenziosa agonia.
La luce che si abbassa, piano - che muore agli angoli, si spegne. Gli oggetti che perdono colore. E la tua stessa vita che si scioglie, istante dopo istante.
Come un insieme di fotografie sfogliate e lasciate cadere. Andate in polvere, prima ancora che tocchino il terreno.
Tutto contribuisce a farti sentire in bilico. A rafforzare il passato, mentre il presente smagrisce.
E tu, con lui, sembri farti trasparente.
Forse è per questo che Mike ha sempre respirato male, in queste strade. I suoi scatti non potevano trovare i contrasti giusti - quelli vivi, e violenti, e dolorosi. Pregni di quell'erotismo aggressivo che lui vi imprime quasi inavvertitamente. Come un marchio o una firma - un segnale concordato.
Non dovrebbe esserci rimasto nulla di lui, in quella città.
Albert era convinto che trasferendosi a New York avessero portato via tutto - che Mike avesse raschiato la superficie di quel mondo per non lasciarsi alle spalle traccia alcuna. Nessun dono.
Ma in fondo, alla sua orbita niente è mai rimasto indifferente. Non le cose, non le persone - e Rosenfield non fa eccezione.
Come non fa eccezione Albert stesso.
E accade, quindi, di camminare per strade già archiviate e ritrovare all'angolo qualche frammento di ricordo. Capita di riconoscere una fotografia - una delle prospettive impossibili con cui Mike rivendica il quotidiano - oppure di fermarsi ad un semaforo e risentire la sua risata. Il calore innegabile che lo avvolgeva e che nel momento più inaspettato investiva anche te, come un'onda radioattiva.
Capita di rivederlo appoggiato ad un muro, o fermo davanti al chiosco degli hot-dog a scherzare con il venditore. Di ricordare una frase - un sorriso. Un bacio rubato e non conservato abbastanza gelosamente.
Fa male rendersi conto di aver sprecato così tante occasioni.
Pensare al futuro che avevano davanti, ed abbassare lo sguardo sulle ceneri che restano in mano.
Cambia in bocca ogni gusto.
Traccia diverse prospettive.
Fermo sulla soglia della libreria, Albert osserva per un attimo le automobili sfrecciare oltre la distanza del marciapiede - aggiusta il bavero della giacca, intanto; ruota appena la testa per sciogliere i muscoli del collo.
Pensa alle cose che dovrebbe fare - ai libri che ha ordinato, a quelli che ha lasciato a New York. Al coraggio che esigerebbe un'altra telefonata a Michael, e alla paura irrazionale di chiedere qualcuna delle sue proprietà indietro.
Come se, ogni volta che toglie un pezzo di sé da quella casa, diminuissero le possibilità di farci ritorno.
Come se lasciare tutto immobile potesse facilitare il cammino.
Come se la voragine tra i loro mondi non fosse già incolmabile.
La colpa, irriducibile.
Irritato, raddrizza le spalle - muove un passo avanti, lasciando libero il passaggio.
Si sposta di lato, distrattamente, ruotando su se stesso.
È solo l'abitudine all'equilibrio che gli permette di evitare lo scontro - di allungare la mano a sostenere il passante, chiudendogli le dita intorno al gomito. Accorgendosi che si tratta di una donna, solo in un secondo momento.
"Mi scusi," mormora lei, distratta, senza fargli caso.
E lui sta già per annuire - per farsi da parte altrettanto cordialmente - quando lancia un'occhiata al suo volto e invece di rilasciare la mano serra la stretta.
Esercita forza, per frenarla.
"Megan?" chiama, incredulo.
Gli occhi che si fissano nei suoi sono familiari e svogliati, spenti di ogni riconoscimento. C'è solo una luce vaga di fastidio - l'irritazione di trovarsi importunata, forse - e Albert sta quasi per chiedere scusa, o offrire le sue credenziali, quando l'espressione tesa di quel volto si scioglie nella sorpresa.
Gli anni scivolano via dalla sua pelle, d'improvviso, e lei torna a somigliare alla ragazza di un tempo.
"Albert?" chiede - sbattendo le ciglia. "Dio."
Si porta una mano alla tempia.
"Quanti anni sono?"
Lui ride, rilasciando la presa e sporgendosi a toccarle la spalla - sollevato. "Tanti, direi. Non ti ho quasi riconosciuta neanche io…"
"È che sei l'ultima persona che mi aspettavo di incontrare… Sei tornato in città?"
"Da qualche mese, sì," annuisce lui - lasciando spaziare lo sguardo sul suo viso. "Come stai?"
"Bene." Megan ride, scuotendo la testa.
Si sporge a baciargli la guancia - si ritrae appena.
"Cioè, a dire il vero no, ma per ora lasciamo perdere. Tu?"
Albert prende un respiro profondo - ricordando tutte i simili scambi che il loro passato conserva. Le confidenze e le lontananze - quell'amicizia strana che viveva di assenze e silenzi, salvo ritrovarsi per caso e riaccendersi come un fuoco mai davvero spento.
Come adesso.
Credeva che distanze di anni fossero più difficili da coprire, ma è bastato guardarla negli occhi, Megan - toccarla - per rendersi conto che i presupposti per la complicità esistono ancora.
Ed è bastato ascoltare la sua risposta - così spontanea, e così vera - per capire che lo stesso discorso vale per la sincerità.
Per questo piega la testa - lascia scivolare il sorriso.
Per questo spoglia il viso della maschera che da mesi tiene addosso, e si concede una pausa.
Un sospiro.
"Non davvero," risponde, francamente. "Gli ultimi tempi non sono stati una passeggiata."
"Problemi in famiglia?" chiede Megan. "Il lavoro?"
Lui scrolla le spalle. "Mike. È rimasto a New York."
Dopo, osserva il peso di quell'informazione filtrare nell'espressione della donna. I suoi occhi indurirsi - la schiena raddrizzarsi. Le dita, delicatamente, scorrere lungo la sua guancia - in una carezza discreta.
La femminilità di Megan è sempre stato un territorio misterioso, per lui. Un paese da sognare da lontano, da visitare con prudenza. Senza mai sostare.
Eppure, in qualche modo, quel suo modo di muoversi l'ha sempre toccato nel profondo.
Il suo sorridere, il suo guardare.
La maniera di camminare nella vita - senza mai correre, e senza rallentare.
Offre un rifugio dai colpi del mondo.
Una parentesi di risposo. Dolce, e dal profumo di giglio.
Inclinare il capo incontro alla sua mano, anche adesso, è solo naturale.
È naturale sorridere, quando la sente chiedere: "Sei di fretta?"
Ed è naturale piegare il cappotto sullo schienale della sedia, dopo, mentre prendono posto ad un tavolo appartato in una caffetteria del centro, simile a quella in cui avrebbero potuto darsi appuntamento dieci anni prima.
Un posto adatto a loro - da loro eletto. In contrasto con le serate passate sul balcone a stringersi nelle spalle, una sigaretta tra le dita e freddo e pensieri condivisi, mentre in casa gli altri scherzavano e costruivano calore.
"Mi sembra impossibile che vi siate lasciati," dice Megan, senza guardarlo - le maniche della maglia lunghe fin quasi a tagliare a metà la mano, e quell'eleganza finissima nei movimenti delle dita. La fede che brilla, seminascosta dalla stoffa.
Scuotendo la testa, Albert soffoca una risata.
La studia, quasi divertito.
"In realtà, tutti mi dicono che sembra impossibile che siamo rimasti insieme fino adesso," risponde.
"Diciamo che dopo dieci anni credevo che le vostre differenze si fossero ormai compenetrate…" osserva lei. Lanciandogli un'occhiata.
E lui si trova a distogliere lo sguardo - come a sfuggire.
A raddrizzare la schiena, di colpo - perché non è quello il momento di scappare.
"Lo so," mormora, più seriamente. "Anche io l'avrei pensato."
"Non è stato così?"
Un sospiro.
"Non te lo so neanche dire, Megan. Non è stata una cosa improvvisa, eppure in un certo senso sì. Come se tutte le tensioni di questi anni si fossero accumulate, e da un giorno all'altro l'elastico si fosse spezzato. E dopo non c'è più stato modo di ripararlo. O forse," aggiunge, scrollando le spalle. "Neanche ci abbiamo davvero provato."
"Avete litigato?"
"In parte."
Albert si bagna le labbra - solleva gli occhi a guardarla.
"Qualche settimana prima mi aveva contattato uno dei miei vecchi docenti, qui a Rosenfield, per propormi di lavorare con lui ad un progetto. Io non gli avevo dato una risposta definitiva, ma ero abbastanza sicuro di non accettare. A New York non avevo niente in ballo, ma… Direi di sì significava tornare indietro. E New York, per Mike, è la vita. Più passa il tempo e più fatico a capire come abbia fatto a crescerci, qui," sbuffa, indicando con un gesto il locale - e con il locale, la città intera. "Senza spegnersi, prima ancora di iniziare a vivere."
"Credo che Mike riuscisse a vedere anche Rosenfield da un'ottica diversa," mormora Megan. "Gli succedeva con tutto."
"Ciò non toglie che la odi. Negli ultimi anni non tornavamo più quasi neanche per le feste. E di sicuro non sarebbe stato felice se gli avessi chiesto di lasciare New York per trasferirsi di nuovo qui."
Lentamente, lei annuisce.
Lui prende un respiro - chiude le dita intorno alla sua tazza di caffè.
"Non gli ho detto niente, quindi. Non pensavo ce ne fosse bisogno." Pausa. "E poi è arrivata la notizia che il compagno di uno dei suoi migliori amici era risultato sieropositivo."
Sente Megan irrigidirsi, dall'altra parte del tavolo, e prosegue senza sollevare lo sguardo.
Cercando di ricordare quei giorni, e al tempo stesso di non riviverli davvero.
"La cosa assurda è che non erano neanche una coppia aperta, loro. Non facevano cazzate, non di regola. È successo una volta, per caso, e… E Mike invece erano più le notti che passava in giro di quelle che trascorreva nel nostro letto. E lo so che è colpa mia, probabilmente, e che gliele ho messe in testa io certe cazzate e lo so che tu e Ryan e Daniel e addirittura Raven mi avevate sempre detto che prima o poi mi si sarebbero ritorte contro, ma finora ero riuscito ad ammortizzare tutto abbastanza bene. Non mi faceva piacere, logicamente, e non… Ma lo tolleravo. Era una parte di Mike come un'altra - nella buona e nella cattiva sorte, no? Se non avesse scopato in giro non sarebbe stato lui, fine. O forse in realtà non l'avevo mai accettato veramente e mi ero sempre limitato ad inghiottire, non lo so. Può essere. Forse avevo solo bisogno di una scusa."
"Gli hai chiesto di smettere?" chiede Megan, a bassa voce.
Lui ride - con un'amarezza che fino a quel momento non si era neanche accorto davvero di provare - e risponde, voltando la testa verso la vetrata: "Gli ho detto di crescere."
Per un attimo, quel verbo sembra echeggiare tra le mura del locale, e ha lo stesso peso di quando l'ha pronunciato per la prima volta.
Gli sembra ancora di vederli, gli occhi di Mike. Così scuri e intensi e terribilmente bambini.
Gli sembra ancora di vedere la luce cambiare - le sopracciglia aggrottarsi.
Il volto farsi più duro.
"Gli ho detto che aveva trent'anni, ormai," prosegue, con calma. "Che era arrivato il momento di smetterla di cazzeggiare, e cominciare a comportarsi da persona adulta. Il momento di prendersi delle responsabilità. Di fare dei sacrifici. Di pensare anche agli altri - e di pensare a se stesso in termini un po' più ampi dell'istante immediato. E dell'immediata scopata."
Le labbra, controvoglia, si piegano in un sorriso ironico.
"Lui, chiaramente, non è stato molto d'accordo."
Megan non dice niente, e quando lui torna a guardarla i suoi occhi sono seri.
Profondi - un nero diverso da quello di Mike, più liquido - e agitati da correnti scure e da silenzi.
D'istinto, prima che l'opinione che lei si sta facendo possa rafforzarsi, Albert si affretta a precisare: "Non credo che il discorso fosse davvero il sesso, in realtà. Era tutto più complicato, più ingarbugliato. In un certo senso, avevamo appena scoperchiato dieci anni di cose mai chiarite e stavamo parlando di tutti i problemi che non avevamo mai neanche nominato, indicandone uno soltanto. Quello più evidente."
"Cosa ti ha risposto, lui?"
Uno sbuffo.
"Che non potevo cambiare le carte in tavola a metà partita, e che non vedeva perché improvvisamente il sesso anonimo fosse un problema. E mi ha chiesto di smetterla con le sceneggiate e di parlare chiaro, una volta per tutte."
Nervosamente, Albert si sporge ad afferrare una bustina di zucchero - se la rigira tra le dita. "A quel punto abbiamo cominciato a parlare chiaro tutti e due, cioè a sbatterci in faccia tutte le stronzate che riuscivamo ad immaginare, e io gli ho detto del lavoro a Rosenfield. E lui mi ha detto di prenderlo. E io ho detto che l'avrei fatto."
Pausa.
"E l'ho fatto."
Sollevando una mano a stringersi il setto nasale, conclude: "Inizialmente credo di essere tornato qui con l'intenzione di prendermi una pausa, e di dare a tutti e due il tempo di riflettere su quello che volevamo. Ma non so se lui l'ha mai intesa in questo modo. E in ogni caso, credo che ormai sia passato troppo tempo. In tutti questi mesi ci saremo sentiti una decina di volte, e non abbiamo mai parlato di cose più personali che il destino dei libri che ho lasciato a New York."
"Albert," dice Megan, pacatamente. "Non potete chiudere una relazione lunga dieci anni senza neanche dire chiaramente che avete chiuso."
"È che non so neanche cosa voglio. Tornare insieme a quelle condizioni è impossibile: non ce la farei più. Ma al tempo stesso a rompere non ci ricavo niente: lui non è con me e in giro scoperà ancora di più. E avrà ancora meno ragioni di fare attenzione. Sempre che io uno stimolo in questo senso lo sia mai stato," aggiunge, con una smorfia.
Non ha bisogno di guardare Megan negli occhi per sapere che quell'ultima osservazione è assurda - perché neanche nei momenti peggiori ha mai pensato che Mike non tenesse a lui, e non lo amasse almeno in qualche modo - ma non può negare il panico dei giorni successivi alla rottura.
Le notti spese a fissare il soffitto pensando ai corpi su cui Mike poteva star facendo scorrere le mani.
L'immagine dei loro sessi e la sua bocca e il disgusto di pensarlo infettato.
Una goccia di sangue, una goccia di sperma.
E le analisi, poi.
L'attesa dei risultati - la nausea e il sollievo.
Rosenfield all'orizzonte, come ovatta per disinfettare il graffio.
"Tu non hai idea di cosa significa vivere davvero chiedendoti con chi diavolo stai dividendo il letto," dice Megan, all'improvviso, spezzando il silenzio che era sceso tra loro.
Ha il viso più teso rispetto a quando sono entrati nel locale - la fronte è nuovamente aggrottata, le ciglia socchiuse.
Ha sciolto il nodo che teneva legati i capelli - li ha lasciati cadere sulle spalle, curvarsi sulla schiena. Una ciocca è scivolata sul petto - morbidamente arricciata, a segnare il profilo del seno.
La maglia che indossa ha uno scollo profondo.
Al collo, sta appesa una collana.
Ed è una donna, senza alcuna discussione. Una donna, quando dieci anni fa sembrava dibattersi tra mille età diverse e mille volti, e mille profumi. Una donna, con alle spalle uno di quei futuri allora solo immaginati - con sulla lingua il sapore di tutti gli istanti trascorsi.
Le amarezze e i veleni.
Le dolcezze, e i baci.
Albert non ha mai capito veramente come una persona come lei abbia potuto farsi chiudere in una storia tanto assurda.
Ricorda le sue mani nervose, mentre ne parlava - il baluginare dell'anello, come una catena. E ricorda gli occhi di Daniel rivolti in avanti.
Gli sguardi distolti.
Gli annunci, e gli sbagli.
"Non credevo che sareste rimasti insieme così a lungo, sinceramente," azzarda, appoggiandosi allo schienale.
Lo sguardo fisso sul contenuto della sua tazza, Megan piega lentamente le labbra in un sorrisino.
"Non è così facile divorziare da un avvocato," risponde, inclinando la testa. "Poi, ormai non è più mia, la decisione. Abbiamo una bambina."
"Una bambina?" chiede Albert, sorpreso. "Davvero?"
"Si chiama April. Ha due anni." Sporgendosi sul tavolino, Megan recupera la sua borsa; la apre; estrae dal portafoglio una fotografia.
Gliela porge, con delicatezza.
"Non credevo che sarebbe stato così," mormora, ritirando la mano. "Non era la prima volta che provavamo, e sapevo di desiderarla - di averne bisogno, anche - ma… Non pensavo che sarebbe stato così. Quanto è diverso quando la tua ragione di vita è una vita stessa - un'altra - che da te è nata. E che su di te fa affidamento. E che piano piano comincerà a camminare da sola, e…."
Si interrompe, quasi imbarazzata.
"Addirittura David la ama. Credo sia l'unica cosa vera che sia rimasta nella sua vita. E non posso togliergliela. Né togliere lui a lei. Non… Non finché riesco a sopportare."
Albert tiene lo sguardo fisso sull'immagine della bambina e annuisce, meccanicamente, anche se l'attenzione è concentrata su qualcosa che sta al di sotto delle parole.
Il tono di voce di Megan è diverso da tutti quelli che le ha sentito usare, e in qualche modo sembra dare spessore a quella fotografia bidimensionale - trasformare quel sorriso e quegli occhi scuri in qualcosa di tangibile, con consistenza e profumo.
"Ti somiglia," dice, sollevando la testa per lanciarle un sorriso. "E' bellissima."
"Somiglia anche a David," sussurra Megan, inclinando il capo di lato. Soffiandosi una ciocca di capelli via del viso. "Negli occhi. Sono gli stessi di quando l'ho conosciuto."
Lentamente, Albert annuisce.
Allunga la mano per restituirle la fotografia.
"E con lui, la situazione è sempre la stessa?"
In risposta, una risata.
"È difficile che i voti matrimoniali possano aggiustare cose tanto incrinate, Albert. Il tempo, di regola, le peggiora solamente."
E lui vorrebbe annuire, e sporgersi in avanti e chiederle quanto abbia intenzione ancora di lasciarle stare. Vorrebbe chiederle perché non se ne sia tirata fuori quando ancora era in tempo - chiederle perché ci si sia incastrata, in primo luogo.
Sono domande che gli bruciavano la lingua già dieci anni addietro, quando Megan era soltanto una ragazza bellissima con un'intelligenza struggente, e Daniel il suo migliore amico che non riusciva a lasciarla andare.
Che non riusciva a farla restare.
L'intera loro storia somigliava ad una gigantesca tela di ragno - e gli anni, passando, non hanno fatto altro che stringere i nodi.
È successo a lui, a Mike, a Megan e Daniel.
Anche ad Hamilton, forse.
Tutte prede, avvoltolate nei fili.
"Daniel non l'hai mai più visto?" chiede - nonostante sappia già la risposta.
Megan scrolla le spalle.
"Ogni tanto Helene mi parla di lui, e sono quasi sul punto di chiamarlo. Anche solo per salutare. Ma non sono sicura che saprei cosa dirgli."
"Quand'è stata l'ultima volta che vi siete parlati?"
Lei si morde il labbro - distoglie lo sguardo.
"Il giorno che… Siamo andati insieme al funerale di Mark," risponde, a bassa voce. "Mi ha chiamato quando c'è stato l'incidente."
Albert annuisce, lentamente.
"Vero. Mi ricordo."
"Dopo è di nuovo sparito, e l'ho lasciato fare. Ho pensato che avesse bisogno di tempo. Forse ne avevo bisogno anche io. E sono passati i mesi, e poi gli anni, e alla fine siamo qui."
Un'altra pausa - densa di pensieri.
"Ma forse è per il meglio."
"Per il meglio, Megan?"
"Io e lui come amici non siamo mai funzionati davvero. E Daniel non merita di essere il segreto di nessuno."
Incuriosito, Albert raddrizza la schiena. "Stai dicendo che in tutti questi anni sei sempre rimasta fedele a tuo marito?"
"Con Daniel sarebbe stato diverso," mormora Megan. "Sarebbe stato come tradire lui." Albert tace, accontentandosi di osservare il suo volto.
Di trovare risposta nell'arco delle sue sopracciglia - nel neo disegnato sulla guancia, o nella curva delle labbra.
Non ha mai capito davvero che rapporto intercorresse tra i due amici - non ha mai capito quali fossero i veri ostacoli, e quali invece i pretesti.
Ricorda serate trascorse a studiarli - a guardare i loro movimenti, l'ambiguità degli sguardi. Le distanze calibrate e i discorsi.
Le opinioni di Mike - le battute di Ryan.
E Raven e Mark seduti vicini - l'effetto strano che faceva vederli affiancati - a sorridere come se loro avessero capito tutto. Mentre invece, probabilmente, avevano solo rinunciato a capire.
"In realtà, dopo la nascita di April avevo deciso di provare, almeno, a farlo funzionare. Il matrimonio. Basta avventure, basta… Almeno da parte mia, uno sforzo."
Lui inarca un sopracciglio. "C'è qualche ragione, se usi un verbo al trapassato?"
Lei si morde il labbro. Sospira.
"Ho conosciuto un ragazzo, qualche settimana fa. Giovane. Fa il tirocinante allo studio di David."
"Oh, Dio," sbotta Albert, corrugando la fronte. "Megan!"
"Non so perché l'ho fatto. Non è il tipo di uomo che cerco di solito. Ed è giovane, davvero. Troppo. E non sono sicura che sarà abbastanza sveglio da tenere la bocca chiusa e che eviterà di farsi licenziare per aver scopato la moglie del capo."
"Quanto c'entrava David, in tutto questo?"
"Molto," ammette lei. "Sicuramente più di quanto pensassi sul momento. Anche se in realtà quello che è successo con lui è successo con lui. Non era più un gioco, una rivincita. Era… Non lo so." Pausa. "Forse, bisogno di innocenza."
"E l'innocenza vai a cercarla in un aspirante avvocato con l'abitudine di sedurre le mogli del suo datore di lavoro?"
Megan sorride, guardandolo da sotto le ciglia. "Non avrebbe saputo da che parte iniziare, a sedurmi," risponde. "Credo fosse questo, il suo fascino."
Albert sbuffa. "È molto bello, immagino."
"Molto, sì." Il sorriso si fa più malizioso. "Probabilmente sarebbe piaciuto anche a te, sai."
"Per favore, Megan. Tu non hai mai capito niente, dei miei gusti."
"Forse perché non ci hai mai capito niente neanche tu," ribatte lei - ed è un altro déjà vu.
Sguardo simile, identico sorriso.
Dieci anni di meno e libri sparsi sopra il tavolo.
La riproduzione di un dipinto ad olio, e l'illustrazione di una porzione del cervello.
Appunti in grafia fitta e didascalie sottolineate.
Gli occhi nerissimi di Daniel - rovesciati verso il cielo - e le risate.
"Quel che è certo, non mi sono mai piaciuti i ragazzini," risponde ora - ironico - allungando la mano a tastare il pacchetto di sigarette.
Dall'altra parte del tavolo, Megan continua a sorridere. Enigmatica.
"Fumi ancora?" domanda - ed anche quella è un'eco di discussioni eterne e propositi mai davvero affrontati.
Inarcando un sopracciglio, lui la guarda negli occhi. "E tu?"
"Ogni tanto. Quando sono nervosa - o in compagnia."
Albert annuisce, divertito. Chiede: "E adesso, sei nervosa?"
E ride quando lei scuote la testa, scostando la sedia per seguirlo fuori dal locale. Perché l'ultima cosa che si aspettava, uscendo di casa quella mattina, era di incontrare un frammento così importante del suo passato ancora perso tra le strade di Rosenfield - ancora limpido, lucente.
Come un vetro dai bordi levigati.
Come un pezzo di carta sagomato con cura.
Nonostante gli anni, e le cicatrici, e il peso delle croci che curvano le spalle. Nonostante le catene ai polsi - fedi di metallo prezioso. Nonostante l'accresciuta distanza, e il battere pigro del cuore nelle vene del polso.
L'impronta è la stessa.
Familiari i colori.
E forse questo mancava, per trovare la direzione in quel dedalo di ricordi. Per trovare la velocità giusta e non bruciare le tappe, non perdere gli snodi.
Per trovare la differenza tra quello che fa bene e quello che fa male.
Per non scambiare la realtà con il miraggio, e il miraggio con l'incubo che incide la pelle.
Il sogno con la notte - e lo spegnersi dei rumori.
Un segno che diradasse la nebbia.
Una lama che tagliasse la storia.
E filo per ricucire gli strappi, dopo.
Un ricamo da imbastire.
E qualcuno con cui farlo - a cui chiedere consigli e opinioni.
Qualcuno da accompagnare a tua volta.
E da cui lasciarti decifrare.







Soffocare gli sbadigli può diventare un'arte, quando sono mesi che ti alleni a farlo nel modo più discreto possibile.
Gettando un'occhiata furtiva all'orologio, Carlos registra che l'ora di pranzo sarebbe teoricamente passata da un pezzo. Eppure la riunione non pare destinata a concludersi in tempi brevi - non esiste il concetto di guerra lampo, fra gli avvocati.
I dieci soci dello studio legale sono ancora tutti lì, con le loro cravatte di seta. Con i loro abiti firmati - le loro armi ben affilate.
Dieci piccoli indiani.
Chissà quale sarà il prescelto, alla fine.
Il vecchio deve decidere a chi affidare la difesa del suo cliente più importante, oggi, e nessuno di loro sembra intenzionato a lasciarsi mettere da parte.
Si tratta di un processo che avrà grande eco mediatica - praticamente un tappeto rosso spiegato sulla soglia del successo.
"Una figata," l'ha definito David.
E Carlos lo sa, che David Hamilton vuole quel caso. Che sta giocando sporco per averlo.
Ce l'ha scritto negli occhi.

Dieci piccoli indiani se ne andarono a mangiar: uno fece indigestione, solo nove ne restar.

Il primo si arrenderà per fame, Carlos ne è sicuro.
Potrebbe essere Starkner, o Allen. Non hanno il fisico adatto - la loro stazza suggerisce l'ipotesi che non abbiano mai saltato neanche un solo pranzo, nella vita.
Al vecchio non piacciono le persone in sovrappeso. Non gli piacciono le debolezze.
Del resto, se sei obeso, potresti non apparire abbastanza feroce. Il ragionamento non fa una piega: semplice selezione naturale.
Avanti il prossimo. E dimenticate i carboidrati.

Nove piccoli indiani fino a notte alta vegliar: uno cadde addormentato, otto soli ne restar.

Perché è anche necessario avere alle spalle almeno dieci ore di sonno, per reggere un confronto del genere.
Benson ha gli occhi arrossati - lo sguardo stanco.
Non è indice di grande furbizia spendere nottate intere a studiare una linea di difesa convincente, se poi sei troppo stanco per risultare convincente quando la devi illustrare.
Il vecchio si schiarisce la gola - distoglie lo sguardo.
Brutto segno.
Se stai parlando e il vecchio distoglie lo sguardo, puoi anche tornare a sederti e lasciar perdere. Fine della corsa. Non sempre può andarti bene, del resto.
Riprova, e sarai più fortunato.

Otto piccoli indiani se ne vanno a passeggiar: uno, ahimè, è rimasto indietro, solo sette ne restar.

Knowlson è arrivato in ritardo.
Addirittura Carlos era già seduto quando ha fatto irruzione nella stanza, dimenticandosi perfino di bussare alla porta.
Probabilmente è rimasto imbottigliato nel traffico - abita dalla parte opposta della città, lui.
O ancora più probabilmente è stato costretto ad accompagnare i figli a scuola, quel giorno.
O il cane gli è scappato dal guinzaglio.
Non puoi pretendere di allevare un cane e quattro figli, quando fai un lavoro del genere.
Di certo, non puoi permetterti di lasciar fuggire tua moglie con un canadese che ha la metà dei tuoi anni.
Questione di buon senso.

Sette piccoli indiani legna andarono a spaccar: un di lor s'infranse a mezzo, e sei soli ne restar.

Carlos morde uno sbadiglio fra i denti, annoiato.
Mills sta parlando da un'ora - sta citando sentenze. Prospettando scenari.
Non lascia mai nulla al caso, Mills: è un giocatore di scacchi attento, che basa la propria strategia essenzialmente sulle tecniche di difesa.
Succede di rado che qualcuno lo sorprenda con le spalle scoperte.
Solo Hamilton poteva riuscirci.
Hamilton che lo interrompe, dopo un'ora esatta. Hamilton che in tre minuti riesce a smontare il cuore stesso della sua argomentazione, e dopo gli batte la mano sulla spalla.
"Nulla di personale," gli dice.
E Carlos sbatte le ciglia, perché non potrebbe giurarci ma gli sembra di ricordare che David abbia pranzato proprio con Mills, nell'ultima settimana. Ogni giorno.
Disgustoso.

I sei piccoli indiani giocan con un alvear: da una vespa uno fu punto, solo cinque ne restar.

L'assistente di Harris si chiama Mattew, e Carlos lo conosce bene.
Ha la sua età, più o meno. Carnagione bianchissima - viso slavato.
Gli ha raccontato una volta che la sua vita si è svolta in due fasi distinte: la prima si è conclusa quando è entrato a lavorare nello studio legale, ed è stata essenzialmente libri.
Soltanto libri.
Libri, e il miraggio di riuscire ad ottenere un tirocinio in quel posto. Un giorno. Magari.
Se avesse studiato fino alla nausea.
La seconda fase è venuta subito dopo, ad obiettivo raggiunto, quando suo malgrado ai libri si è aggiunto anche il lavoro.
Soltanto libri e lavoro.
Quel ragazzo potrebbe morirci, di ambizione, e neanche lo rimpiangerebbe.
Forse per questo fa un certo effetto, adesso, vederlo morire a causa di altro.
Quando alla fine del discorso di Harris il vecchio ha distolto lo sguardo, Carlos è stato sul punto di precipitarsi a sorreggerlo, Mattew.
Perché di Harris, Mattew si fidava ciecamente. Come di un dio. E la forza che adesso gli sarebbe necessaria per superare la delusione, l'ha già spesa tutta quanta ad adorarlo.
Brutto affare.
Almeno David glielo ripete sempre, a lui, di non fidarsi mai di nessuno.

Cinque piccoli indiani un giudizio han da sbrigar: un lo ferma il tribunale, quattro soli ne restar.

Non che Carlos avesse perfettamente chiaro il caso, quando la riunione è iniziata.
Sapeva soltanto quel che ha sentito dai notiziari: Holmes sospettato di pedofilia.
Una decina di ragazzine che lo accusano di aver abusato di loro, anni addietro.
Una di queste che si è suicidata.
E Holmes che ha dovuto interrompere la sua campagna elettorale, a seguito dello scandalo.
Holmes inviperito, che si è sempre detto vittima degli avversari politici.
Holmes.
Carlos ci è cresciuto, fra i suoi giocattoli, come del resto hanno fatto intere generazioni: lui era quello dei robot transformers, delle bambole che cantavano le sigle dei cartoni animati.
Una moglie, cinque figli, una carriera politica promettente e l'aspetto di un rassicurante Babbo Natale in giacca e cravatta. Una reputazione integerrima.
Ed è infatti sul suo passato apparentemente cristallino che sta facendo leva la strategia difensiva di Chambert - nota lui. Ma nota anche altro, fra un mezzo sbadiglio e l'altro.
Nota che molti aggrottano le sopracciglia - nota che qualcuno appare irrequieto.
"E' un azzardo che non possiamo permetterci," dice il vecchio.
E Carlos raddrizza la schiena.
Si guarda intorno, smarrito.
Perché c'è qualcosa che non quadra, ma la mente non sa mettere a fuoco. Non sa tirare le somme.
Silenzio.

Quattro piccoli indiani salpan verso l'alto mar; uno un granchio se lo prende, e tre soli ne restar.

L'attenzione si è fatta più vigile, adesso, anche se lo stomaco brontola per la fame.
Sono le cinque, ormai. Marquez ha appena iniziato a parlare.
E Carlos non saprebbe dire cosa lo spinga, stavolta, ad ascoltare ogni parola. A seguire il filo del ragionamento, a leggere fra le righe.
È strano.
Si rende conto di non essere un genio in quel campo, lui, ma apparentemente la linea difensiva proposta da Marquez non fa una grinza.
È scrupolosa, convincente. Risoluta senza essere aggressiva.
Geniale.
Eppure il vecchio distoglie lo sguardo, ancora.
Perché?
Quasi d'istinto, gli occhi corrono a cercare Hamilton: David siede sulla poltrona, le gambe accavallate. Il gomito poggiato sul bracciolo, distrattamente, e le labbra tese in un sorriso ambiguo. Immobile.
Accanto a lui, McOrdway si schiarisce la voce. Carlos assottiglia le palpebre.
Qualcuno accende la luce, da dietro la vetrata scura.

I tre piccoli indiani allo zoo vollero andar: uno l'orso ne abbrancò, e due soli ne restar.

È inutile: c'è qualcosa di strano. Di molto strano.
McOrdway è un mito perfino fra i non addetti ai lavori, è il socio più anziano. Quello più autorevole.
Le sue tattiche difensive sono studiate spesso anche nelle aule universitarie.
Carlos ci ha perfino dato un esame, su alcuni dei suoi testi.
Allora per quale ragione adesso sembra aver completamente dimenticato di toccare aspetti che perfino ad un principiante come lui appaiono fondamentali, nel costruire la difesa di questo tipo?
Perché sorvolare su un periodo tanto importante come quello in cui Holmes partì di persona per portare in beneficenza i suoi giocattoli ai bambini di un orfanotrofio messicano?
E perché la moglie ed i figli non sono neanche citati, nell'elenco dei testimoni?
Perché spendersi tanto per evitargli un confronto diretto con le ragazzine che lo accusano?
L'artereosclerosi, forse.
McOrdway non è più un giovanotto, alla fine.
Ma da quel poco che è riuscito a seguire della riunione, pare a Carlos che al vecchio non interessi tanto che la linea difensiva sia geniale, quanto piuttosto che risulti inattaccabile.
L'impressione è che cerchi qualcuno che sia anche e soprattutto in grado di coprire le falle.
E se ci sono falle da coprire, significa che Holmes ha qualcosa da nascondere.
Che la sua verità non è cristallina.
Che forse…

I due piccoli indiani stanno al sole per un pò: un si fuse come cera e uno solo ne restò.

Carlos lo sa perfettamente, che la tattica favorita da David Hamilton è la confutazione.
Lo ha visto in azione troppe volte per non averlo imparato a memoria, come gli piace agire: non capita spesso che si spenda anima e corpo per dimostrare una sua teoria - non capita quasi mai, a dire il vero.
A lui basta smontare quelle degli altri.
Smembrarle sistematicamente, punto per punto, fin quando i ragionevoli dubbi che instilla nella giuria diventano talmente numerosi da permettergli di vincerla facilmente così, la maggior parte dei processi.
Per questo forse non è una gran sorpresa, adesso, accorgersi che la relazione di Prescott si sta lentamente trasformando in un duello.
Dovrebbe essere il suo turno - toccherebbe a lui esporre la sua strategia.
Ma quando David decide di entrare in scena, preferisce farlo alla grande. Ama definire se stesso per contrasto - lo trova estremamente appagante. Efficace.
Ed è Prescott l'avversario più stimolante che potesse sperare di ottenere, in questo senso.
Vincere contro di lui significherebbe vincere contro tutti gli altri, perché loro due sono entrambi giovani. Motivati, ambiziosi.
Abili.
E perché è una guerra di nervi, quella che David sta cercando. Quella che vuole.
Sarebbe perfino istruttivo, starli a sentire, se la presenza fisica dei due uomini non fosse tanto forte. Se non lasciasse passare in secondo piano argomentazioni e contenuti, per inchiodare l'attenzione di Carlos sui loro movimenti.
Sui corpi.
Sull'impatto della postura, e dell'espressione.
È pazzesco.
Pazzesco come Hamilton riesca a modulare la voce per irritarti. O per rabbonirti. O per provocarti, per convincerti. Per snervarti, anche. A seconda delle circostanze.
Pazzesco come sappia rendere lo sguardo affilato o suadente. Amichevole. O minaccioso.
Come sia capace di affiancare alle parole un linguaggio parallelo, fatto di gestualità studiata.
Carlos deglutisce, cambiando appena posizione.
Per quanto si sforzi di bypassare l'argomento, la mente torna sempre lì: alle parole di Raven, a quella sua rivelazione incredibile.
Ha passato un'intera settimana cercando di cogliere qualche riscontro al fatto che David possa non esser completamente etero.
Ha osservato i suoi abiti, il disegno delle sue cravatte.
Le unghie.
Ha studiato il modo in cui fuma, quello in cui tiene in mano la tazza del caffè.
Ha sbirciato perfino il colore dell'inchiostro delle sue penne, quando l'ufficio era deserto.
Cosa sperasse di rilevare, da quei particolari, non lo sa bene neanche lui.
Ma nel suo immaginario Hamilton doveva nascondere qualcosa di femminile, da qualche parte.
Era scontato.
E quando ha dovuto ammettere suo malgrado che stava cercando elementi femminili nell'essere probabilmente più maschile che l'evoluzione umana abbia mai prodotto, le coordinate si sono confuse.
Carlos si è perso.
L'unica possibilità, a quel punto, era che Raven si fosse sbagliato. Per forza.
Perché anche volendo stracciare tutte le cazzo di etichette che l'amico disprezza tanto, resta comunque il fatto che un gay è sempre un gay. E deve comunque vedersi in qualche modo, che è gay.
Nel senso: etichette o no, sempre gay rimani.
Magari non parlerai in falsetto, ma è probabile che tu possa provare orrore per gli insetti, ad esempio. O che nel tuo pc siano stipati gli MP3 di Grace Jones, Diana Ross e Gloria Gaynor.
Potresti essere mancino. Parlare alle piante. Commuoverti di fronte a un tramonto.
Ma qualcosa deve pur svelare la tua natura - non c'è verso.
E Hamilton invece schiaccia le zanzare nel pugno - ascolta un'improponibile musica tecno-acid-qualcosa. È l'unico al mondo che sia riuscito a far morire disidratato un cactus - Carlos se lo ricorda bene, l'ha trovato lui spalmato sul davanzale della finestra - e dei tramonti si accorge soltanto quando gli riflettono la luce sullo schermo del pc, nel qual caso chiude le veneziane e li manda affanculo.
Qualcosa non torna.
È palese.
Viene da domandarsi, allora, per quale ragione adesso non sembri così improbabile la fantasia di lui che agguanta la cravatta di Prescott - che lo tira vicino. Che si lascia afferrare per i capelli, piegando appena la testa all'indietro. Affondando gli occhi dentro i suoi. Con forza.
Carlos deglutisce. Distoglie lo sguardo, in fretta.
Chissà perché non aveva mai pensato che l'omosessualità potesse avere anche una connotazione tanto maschile. Sganciarsi così nettamente dall'immaginario etero per definire una sua sensualità alternativa, diversa. E forte, cazzo.
Talmente forte che quasi ferma il respiro, per un momento, scavando nello stomaco strane voragini di calore.
Irritato, lui si lascia sfuggire un grugnito cupo.
Il vecchio si volta - tutti quanti si voltano.
Hamilton interrompe la frase, sollevando il sopracciglio.
"Qualcosa non ti torna, Herrera?"
Idiota.
"Evidentemente il tuo assistente preferisce la mia teoria alla tua, David!" ridacchia Prescott, e Carlos si sente morire.
Anche perché Hamilton ribatte, divertito: "Questo, del resto, non fa che confermarne la palese inferiorità…" E tutti gli altri ridono.
Perfino il vecchio si concede una smorfia strana - una specie di ghigno ferino.
Chissà perché Megan viene in mente adesso - proprio ora, sulla scia pungente di quella risata.
È un contrasto curioso, che fa quasi male.
Se immaginare le mani di Hamilton sulle anche di Prescott era stato relativamente semplice, pensarle addosso a lei è invece una fantasia improbabile, che non riesce a definire neanche i propri contorni.
Sembra impossibile figurarsela bambina - un'infanzia impregnata dall'odore nauseante di quel sigaro. Sollevare lo sguardo per cercare il sorriso di tuo padre e trovare il ghigno deforme di una iena, sul suo volto.
Fa male.
Come fa male sbirciare la foto di April, nella scrivania di Hamilton, e accorgersi che la bambina ha i suoi stessi occhi. Sulle labbra di Megan.
E che è un mistero di carne e sangue. Qualcosa che lui - come direbbe sua nonna - non potrebbe mai capire. Né dovrebbe mai permettersi di provare a farlo.
Cazzo.
Passandosi una mano fra i capelli, Carlos cambia ancora posizione. Rimanere fermo su quella dannata poltrona è diventata un'impresa impossibile.
Hamilton sta fissando negli occhi Prescott, nel centro della sala.
Prescott, sta fissando negli occhi Hamilton.
E lui distoglie lo sguardo, in fretta, cercando di non far caso all'adrenalina che si respira nell'aria - a quella sfida di gladiatori nell'arena.
Il boato del pubblico, dagli spalti.
I corpi. E il sudore.
Vivian.
Tanto il pensiero finisce sempre per arenarsi lì, non c'è verso.
Perché Vivian compare quando ogni cosa gli somiglia, e compare anche quando tutto è così diverso da richiamarlo alla mente per contrasto.
Gli occhi scuri di David - così fermi da paralizzarti.
I suoi occhi, chiarissimi. Trasparenti.
E lui, nel mezzo. A cercare di capire cosa resti, nella cenere, dopo il rogo che Raven ha fatto di tutte le etichette conosciute.
Affondare le dita nella polvere - tracciare segni stranieri.
Decifrarli.
E magari possibilmente riuscire a riconoscere anche il colore dei propri, di occhi. Sostituire se stesso a qualcuna di quelle visioni surreali, e vedere cosa ne esce. Se sarebbe fattibile.
Merda.
Tutto è troppo confuso - troppo grottesco. E la riunione è terminata.
I dieci piccoli indiani sfilano composti verso l'uscita - avvelenando in segreto le loro frecce mentre si stringono le mani. Caricando i loro calumet col cianuro.
Danza di guerra.
Ma Hamilton è immune ad ogni tossina, perché ha appena ottenuto il suo processo. Ha vinto, ed è rimasto solo.
Lui.
E la sua insaziabile ambizione.
Il destino che gli si prospetta è quello che ha sempre cercato - uno dei più onerosi che possano toccare in sorte: distruggersi. Da solo.
Carlos proprio non se la sente, di sentirsi felice per lui.

Solo, il piccolo indiano in un bosco se ne andò: ad un pino s' impiccò e nessuno ne restò.

"Quindi? Non ti congratuli con me, Herrera?"
Camminare vicino di David fa un effetto strano, da un po'.
Stanno attraversando il corridoio - i suoi passi risuonano fra le pareti altissime. Le luci elettriche illuminano le volte del soffitto, dai pesanti lampadari di cristallo.
"Congratulazioni," borbotta lui. Suo malgrado.
Ma se anche le felicitazioni fossero sincere, non aggiungerebbe altro comunque.
Perché da un po' di tempo fa davvero un effetto strano, camminare vicino a David. Come fa un effetto strano trovarsi faccia a faccia con lui, o incrociare il suo sguardo.
Toccare per caso le sue dita, quando gli porge dei documenti.
Carlos getta un'occhiata al portone, irrequieto.
Il vecchio si è chiuso nella sua stanza, e la maggior parte dei soci se ne sono andati, ormai. Forse a casa. O nella prima paninoteca che hanno trovato per strada, più probabilmente.
Loro invece hanno preso solo un caffè, e adesso stanno tornando in ufficio.
E lo studio è deserto.
E lui ha fame, è stanco, e non ha nessuna voglia di mettersi a sistemare alcune cose.
Quando David parla di sistemare alcune cose finisce sempre che ci schiacciano l'intera serata, incastrati in quel posto.
Loro due.
Da soli.
E se camminare vicino a David fa un effetto strano, da un po', l'idea di passare la serata chiuso con lui in un ufficio deserto fa ben altro che un effetto strano.
Carlos deglutisce, incerto.
Risponde con cupi monosillabi a quel che l'altro dice e intanto scruta guardingo le stanze vuote - le porte socchiuse. Anche Judith se n'è andata - nota.
E quel corridoio sembra non finire più. Un metro. Dopo l'altro. Dopo l'altro.
Mentre l'istinto cerca disperatamente di mantenere quanta più distanza possibile fra i loro corpi, e la sensazione di pericolo rende pesanti i movimenti. Rallenta i passi.
Merda.
"Toglimi una curiosità, Herrera," esclama David, fermandosi d'improvviso.
Lui sussulta - si blocca.
Solleva gli occhi sul suo viso, cautamente.
"Il fatto che tu mi stia camminando dietro significa che i bradipi in primavera sviluppano abitudini gregarie o è invece il mio fondoschiena, ad affascinarti particolarmente?"
Il sangue crolla ai piedi - tutto d'un colpo.
"Il suo…" Carlos sente la voce spezzarsi. "No, è solo che…"
"Sei anche pallido, fra l'altro."
"Sì?"
"Cos'è: l'emozione?"
Sbattendo le ciglia, lui lascia scorrere lo sguardo sul volto dell'uomo. Sulle ossa degli zigomi, sulla forma della mascella.
La curvatura beffarda delle labbra.
Si sta sentendo male.
"L'emozione?" ripete. Quasi senza voce.
"Beh, sai, una nuova esperienza…" ridacchia David, agganciandogli il braccio intorno alle spalle. Trascinandolo verso il suo ufficio, senza fretta. "E' comprensibile che possa spaventarti, e non ti nascondo che non sarà proprio una passeggiata…"
"David…"
"Ti consiglio di rilassarti, però," aggiunge, spingendolo dentro la stanza. "Penserò praticamente a tutto io, come sempre. Ti basterà assecondarmi senza far storie," sogghigna, chiudendo la porta alle loro spalle. "E vedrai che non ci sarà bisogno di altro perché anche tu possa godere del mio…"
Silenzio.
Di fronte a lui David ha inclinato la testa e si sta accarezzando il mento con aria pensosa, mentre lo squadra da capo a piedi.
Con quei suoi occhi scurissimi.
Con quel suo sguardo diretto - penetrante.
"Ma lo sai che sei pallido sul serio, stasera?" osserva.
Manca del tutto la forza di rispondere, però. Carlos semplicemente sta sentendo le ginocchia cedere - i muscoli farsi gelatina. Forse adesso sverrà lì - pensa.
Forse cadrà all'indietro, sbatterà la schiena contro lo spigolo della libreria e magari morirà direttamente. O resterà paralizzato per sempre.
Dalla vita in giù.
Niente più sesso attivo, fine delle preoccupazioni. Fine di tutto.
Maschi, femmine, etichette. Inchiostri rosa shocking.
Fine.
Solo David Hamilton.
Assecondarlo senza far storie.
Niente di più facile, a quel punto.
Godere per sempre del suo inimmaginabile raccapricciante disgustoso sicuramente enorme esigente ed insaziabile…
"Cazzo, siediti per favore!" esclama l'uomo - vagamente preoccupato.
Carlos sente affondare le sue dita nel braccio - si lascia spingere a sedere sul divano.
Chiude gli occhi, paralizzato.
Raven.
Preferirebbe perfino doverlo fare con Raven, a quel punto. Sarebbe agghiacciante comunque, ma almeno Raven è Raven. Ma Hamilton no, assolutamente.
Non è possibile.
Quando torna a sollevare le palpebre, David è piegato fra le sue ginocchia. Lo sta fissando con le sopracciglia aggrottate, dal basso. Gli sta allentando la cravatta.
"Merda, non intenderai morirmi proprio stasera!" borbotta, contrariato. "Ti rendi conto che abbiamo appena ottenuto l'incarico del secolo? Ti rendi conto di tutte le cose che hai da fare, entro domattina???"
Sbuffa, schiaffeggiandogli leggermente la guancia.
"Quando dicevo senza far storie intendevo esattamente questo, Herrera! C'è momento e momento per morire, e tu come al solito hai scelto quello meno opportuno!"
Carlos sbatte le ciglia, immobile, vedendolo poi tornare a sollevarsi.
Vedendolo attraversare la stanza con passi irritati - realizzando che si è appena allontanato. Che sta afferrando la cornetta del telefono. Che intanto lo sta tenendo d'occhio, disgustato.
E che no: pare proprio non intenda scoparlo.
Strano.
Forse in effetti - inizia a sospettare - potrebbe aver frainteso qualcosa…
"Il processo?" balbetta quindi, con un filo di voce.
Ma Hamilton aspetta di aver finito di comporre il numero per rispondere, cupo: "Il processo, sì! Esattamente quello! Spero che fra un letargo e l'altro tu ti sia almeno accorto, Herrera, che io sono stato così geniale da accaparrarmi il caso! È una grande occasione anche per la tua carriera, sai? Dovresti almeno cercare di tenerti vivo per riconoscenza, guarda…"
"Non è necessario che chiami l'ambulanza, David…" è tutto quel che riesce a rispondere lui.
"Non sto chiamando l'ambulanza. Sto chiamando mia moglie" sbuffa però l'altro, sventolando in aria un foglietto scritto a mano. "Judith ha lasciato scritto che mi ha cercato. Ci manca solo che sia successo qualcosa a mia figlia, mentre tu mi facevi perder tempo con le tue cretinate!"
E Carlos inspira, lentamente, abbandonando le spalle contro l'imbottitura del divano.
Chiudendo gli occhi, sfinito.
Massaggiandosi la tempia.
Non può andare avanti così. Non può.
Deve cercare di calmarsi, in qualche modo. Deve risolvere la faccenda - far chiarezza nella propria vita. Rilassarsi.
Tanto più che David ha ragione: si prospetta un periodo di lavoro massacrante, che richiederà tutta la sua concentrazione. A questo deve pensare, ora. Non a ragazzini biondi, mogli di altri o etichette varie.
Non a Prescott ed Hamilton che si strappano i vestiti di dosso nella sala riunioni.
Non a improbabili aggressioni in ufficio.
Quell'idea lo fa rabbrividire ancora, per un attimo, mentre lentamente torna a mettere a fuoco i mobili della stanza. Gli oggetti - la forme. La bottiglia di whisky, sullo scaffale.
In controluce, la figura di David è un'ombra possente, che copre quasi del tutto la visuale della vetrata.
"A cena fuori?" sta dicendo, nella cornetta. "Con un amico?"
Gli ha voltato le spalle, adesso, ed è soltanto dal tono della sua voce che Carlos si accorge di una tensione nuova - del tutto diversa da quella di prima.
L'uomo è contrariato.
Contrariato seriamente - l'irritazione che ha mostrato con lui non era che uno scherzo, al confronto.
"Megan, tu non hai amici!" sibila, glaciale. "Mi stai prendendo per deficiente, forse?"
In un attimo, il respiro si blocca. Il panico torna a mordere lo stomaco, irrazionalmente.
Stupidamente.
Carlos lo sa bene, che stavolta lui non c'entra. Sa di non avere in programma nessun appuntamento con Megan - di sicuro non stasera. Non è neppure certo che ne avrà ancora in futuro, onestamente.
Eppure il cuore inizia a battere veloce, le tempie prendono a pulsare.
"Albert? E chi diavolo sarebbe, Albert?" sbotta intanto l'altro, con una risata velenosa. "Stai perdendo colpi, amore mio. Una volta avresti di certo inventato un nome meno palesemente da checca, per il tuo amichetto..." aggiunge, ironico.
E Carlos non può fare a meno di domandarsi se anche il suo non sia per caso un nome palesemente da checca. Carlos.
Se lo ripete mentalmente, cercando di analizzarne il suono. Distaccandone le sillabe.
Carlos.
La sola cosa che lo rassicura, in tal senso, è che mai suo padre avrebbe preso in considerazione di chiamare un figlio in un certo modo, se non fosse stato più che sicuro dell'insospettabile mascolinità del nome.
Ma poi quelli son dettagli irrilevanti, perché checca o non checca resta il fatto che il tale Albert probabilmente è davvero solo un amico. E che con Megan ci è andato a letto lui, invece.
Lui.
E David è lontano mille miglia dal sospettare qualcosa. Merda.
Fra le situazioni da risolvere in fretta, deve ricordarsi di mettere anche questa. Sta diventando necessario.
Anche perché quando riaggancia il telefono, l'altro ha uno sguardo talmente terribile che Carlos sente il sangue gelarsi nelle vene. Sente le mani tremare.
"Quindi adesso andiamo a cena?" si azzarda a domandare, con un sorrisetto flebile.
"A cena?"
David alza gli occhi su di lui.
Lui rabbrividisce.
"Beh. Mi sembrava che avesse appena detto a sua moglie di aver intenzione di cenare con me, visto che lei non sarà in casa…"
"L'ho detto, infatti."
"Andiamo adesso, dunque?" propone Carlos, cauto. "O preferisce prima lavorare un po'?"
Ma David sbatte le ciglia, incredulo. Lui deglutisce.
"Herrera. Io non sono erbivoro. Mi spiace," lo sente dire, mentre afferra la giacca.
Mentre recupera dalla scrivania sigarette e accendino.
E cellulare.
"Un assistente serve notoriamente per alleggerire il carico di lavoro del suo principale. Se devo restare qui a sbattermi con te, vuoi dirmi che utilità avrebbe la tua persona? Ti faccio un favore, in realtà," ridacchia infine, abbassando la maniglia della porta. "Do un senso alla tua inutile esistenza. Dovresti apprezzare, sai?" conclude, uscendo.
E non è tanto sentirlo parlare al cellulare con qualcuno che chiama dolcezza, mentre attraversa il corridoio, a lasciare in bocca a Carlos quel sapore amaro.
Non è tanto rendersi conto che sta fissando di vedersi con quella persona, e non è il disgusto.
Non è il pensiero di Megan.
È qualcosa di più concreto, di tangibile.
È la foto di quella bambina che gli sorride con un dente solo, dalla scrivania di fronte, e che ha le stesse labbra di Megan. Gli stessi occhi di David - scuri come l'inchiostro delle sue penne.
Profondi come il casino nel quale lui sembra essersi infilato.
Dal quale non ha idea di come uscire.
Maledizione.
Lasciandosi sprofondare nella spalliera del divano, Carlos chiude gli occhi.
Avrebbe bisogno di chiarezza. Qualcuno che gli dica cosa fare, che gli spieghi. Che parli un linguaggio comprensibile.
Ma sei sempre da solo, di fronte a te stesso. Non si sfugge.
E anche volendo, sua nonna l'ha fatta precipitare dalle scale. Incautamente.
Neanche lei, ormai, può essere granchè d'aiuto.





Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.



Page generated Jul. 25th, 2017 12:31 pm
Powered by Dreamwidth Studios