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Samuel e Raven - La cosa più temuta





Avrebbe dovuto essere altro, invece erano quasi sempre le sue mani.
Era la forma delle nocche e la scultura dei tendini in rilievo, vene come ferite e lana bianca a sfiorare la pelle nella percezione segreta di un tocco impalpabile – soffio di neve fredda e una corolla di fiato umido alla base del collo.
Silenzio, colpa.
E poi da capo incontro a nuove bestemmie – per quanto i pensieri possano spingersi oltre il lecito resta sempre una spietata dolcezza, alla base di tutto, ed è forse questo l’affronto più sfacciato: che occorre immaginarla, costruirla nei respiri. Rinnegare la consuetudine di esperienze passate per consacrare alibi che abbiano il sapore di espiazioni e poi crederci davvero, che sarebbe possibile. Che sarebbe innocente.
Questa costanza, questo perdurare, questo sapere che esiste,
che non serve chiudere gli occhi e affondare il braccio nel fiume,
che i pesci dalle squame fragili non brillano come mani,
che scivolano tutti i dubbi mentre la gola si ostruisce.


(1)
A volte basta l’odore sottile della polvere, un cerchio di luce chiara che galleggia sul palco e tutto intorno quella platea di velluto rosso - velluto sporco.
A volte può capitare che ti domandi se un tempo sia stata realmente la tua voce, il rosario di parole inutili che qualcuno gonfia d’enfasi perché suonino ancora più straniere.
Samuel non sa spiegarsi cosa lo abbia condotto in quel teatro – Helene gli aveva chiesto di presenziare ai provini e Liam aveva insistito perché scegliesse almeno il protagonista dello spettacolo, eppure non si può dire che siano state davvero le loro raccomandazioni a guidarlo fin lì: quando era entrato in aula, quella mattina, aveva lasciato scorrere lo sguardo su ognuno dei suoi studenti - aveva sentito il silenzio diventare brusio e il brusio farsi man mano più rumoroso. I minuti sciogliersi in attesa, uno dopo l’altro.
“Professore?”
Lui aveva scrollato la testa – mosso un passo indietro.
“Scusate,” aveva detto. “Per oggi niente lezione, mi dispiace.”
E poi c’erano stati i libri sugli scaffali della biblioteca, un controluce di pulviscoli leggeri e il ricordo struggente della sua voce, i brividi di un contatto troppo lieve: il corpo di Björn l’aveva toccato per la prima volta quella notte, attraverso il filtro di un monitor. Attraverso parole abbastanza lievi da poter ritrarre i suoi movimenti e abbastanza solide da scolpire nel bianco la curva netta delle spalle, delle braccia.
C’è sempre stato qualcosa di paurosamente erotico, nel suo essere così maschile e fragile al tempo stesso: se avesse potuto gli avrebbe respirato sulla fronte - avrebbe aperto le mani per posargliele sul petto e inclinato la testa per offrirgli la gola.
“Toccami,” gli avrebbe sussurrato. E poi più piano – quasi un respiro: “Scopami…”
Si trova lì per fuggire certe parole, forse - perché ci sono fughe che non trovano meta e mete troppo mostruose per ammettere di averle dentro: troppe volte lo specchio si è levigato inutilmente e troppo orrore si è annidato nella piega dei giorni come una malattia che non sai curare, che si alimenta del tuo stesso sangue.
“Questo sei tu,” diceva David – non neve non ghiaccio non aria.
E David non sapeva ancora quanto desiderio avrebbe intessuto la delusione di quel pomeriggio, come la voglia di fargli male si sarebbe curvata inevitabilmente nel bisogno disperato che fosse lui a far male di nuovo, ancora di più. Ancora più a fondo, fino a strappare l’amore dal petto come una radice impura.
La nostalgia è lacerante nonostante tutto e il silenzio non basta, ogni respiro è veleno. Nausea, sapore amaro. Rabbia?
Samuel potrebbe alzarsi in piedi e far crollare il tempio della finzione una volta per tutte – gridare al ragazzo sul palco che quelle parole non sono mai state innocenti e che non c’è niente di puro adesso, che ha sempre avuto ragione Logan nel riconoscere in ogni preghiera un’eresia e in ogni carezza una violenza.
La moneta con cui paghi certe cose ha necessariamente una doppia faccia - perfettamente etereo, aveva detto. Poi, affilando il sorriso: perfettamente carnale.
Ma il suono continua a sciogliersi verso l’alto come se non avesse peso e non esiste alcun modo per disperderne la vibrazione, manca l’aria e non ci sono forze per combattere un’altra guerra già persa: i mesi trascorsi hanno limato l’onestà fino a renderla tagliente come vetro, trasparente come cristallo, e se Il Dio Malato ha mai avuto una voce è sulle labbra di Mark che ha definito la vibrazione più potente – Mark con le gambe incrociate sul pavimento e la stoffa slavata dei jeans a premere sull’inguine, con la ferita spietata delle sue labbra.
E le parole. Fiori di metallo.
A volte era sufficiente che sollevasse gli occhi dal foglio per scatenare tempeste, a volte bastava guardarlo e ogni costellazione spariva nel gorgo di vertigini oscure.
A quel tempo Samuel non immaginava che quindici anni più tardi neanche il suo ricordo si sarebbe addolcito in nostalgia e che nessun vento avrebbe soffiato mai abbastanza forte da spegnergli la vita: Mark legge Il Dio Malato da quel palco e non importa chi sia realmente a recitare i brani, non importa il timbro né l’intonazione né la profondità.
È nel retrogusto delle parole, la sua presenza – nei brividi.
Taci, taci. (3)
Non se n’era mai reso conto con quella lucidità paurosa o forse semplicemente non aveva mai osato ammetterlo - ammetterlo avrebbe significato dover credere a Logan e riconoscerle perfino dentro il bianco più assoluto, le proprie ombre.
Ma sono tutti lì i suoi spettri – tutti allineati nel riflesso ingannevole di una leggerezza che scivola sui ricordi come il fumo impalpabile di una sigaretta: sembra accarezzi le cose, e le sporca, sembra trasparente.
Samuel preme le dita sulla fronte, chiude gli occhi.
È questo che ha dato a Björn, queste le parole di neve.
Neve grigia.
Non è mai riuscito neanche a slegare il ricordo di Mark da tutta quella vita, da quella frenesia cieca che non trova direzione e non trova perdono. Fa freddo.
Quando le luci si accendono è come se l’impatto di un pugno colpisse lo stomaco con la violenza della pietra – come ritrovare i confini del proprio corpo, tutti quanti.
Improvvisamente.
E sentirle nella carne, le pulsazioni del cuore - nelle ossa. Giù, in fondo, dove si annidano gli inferni più osceni e i germi delle colpe inconfessabili. L’anima, forse.
“Un autografo, maestro?”
A volte te ne accorgi così che non sarai mai cielo – che troppo sangue si addensa sotto la pressione di una mano e che probabilmente ogni ombra è uno specchio, ogni contatto una dannazione che si ripete. E si ripete.
Voltandosi lentamente, Samuel scopre la forma di dita maschili sulla propria spalla: un anello al pollice, intarsi già conosciuti. Già studiati a lungo, incasellati nella memoria. Liam.
E il suo sorriso, là in alto – luce gialla a marcare i contorni degli zigomi.
Divertimento, nella sua voce: “Che onore. Non credevo saresti venuto sul serio, dev’esser la mia giornata fortunata.”
Bisognerebbe alzarsi, stringergli la mano o ricambiare il sorriso – la misura della follia è la capacità con cui vesti la solita maschera in ogni circostanza - ma gli occhi scivolano inesorabilmente verso destra, invece, e basta quello perché ogni proposito vacilli. Basta sollevare lo sguardo per scoprirsi completamente nudo: la piega di quelle labbra è troppo affilata ed è troppo allungata la forma degli occhi, c’è troppo nero nelle pupille e troppo vento.
Tempesta, ancora.
È una sorpresa?
La cosa più segretamente temuta accade sempre (4) – non è che un richiamo, la paura, come se il destino fosse una bestia feroce che fiuta nell’aria il terrore della sua vittima.
Perché lui da quegli occhi d’ombra è già fuggito una volta e ci sono persone a cui non sarà concessa una seconda possibilità, ci sono sguardi inesorabili come gorghi e mani forti come bastioni – abissi e vento e terra.
Piombo impetuoso, sale. Caldo.
“Lui è Raven,“ dice Liam, mentre Samuel si alza in piedi e le ginocchia cedono segretamente. Mentre la stoffa della camicia definisce ogni singola fibra di cotone, sulla schiena, e lo sfregare dei capelli sul collo avvita nelle tempie spirali di brividi estenuanti. Brividi oscuri.
Non ha ancora distolto gli occhi dai suoi, il ragazzo – Liam sta spiegando che è venuto per aiutarlo a organizzare i provini e che si è rivelato indispensabile per tenere in riga gli aspiranti attori, che forse sarà anche così gentile da darci un suo parere sui candidati. Il terzo non sembrava male, quello con la cresta blu e gialla. Basta tagliargli i capelli e abbiamo risolto il problema, no?
Ma lui sta accennando un sorriso e ha l’espressione indecifrabile degli incubi segreti, della predestinazione e della resa. Di un passato mai concluso, mai sanato.
Non è neanche necessario collegare il suo nome ai racconti di Mark – alla somiglianza dei loro lineamenti, al taglio delle labbra – perché la consapevolezza di esser finalmente giunto alla resa dei conti invada lo stomaco come un vuoto d’aria, perché anche stringergli la mano diventi impossibile e perché il disagio si mostri nello sguardo insieme allo smarrimento e al nervosismo. All’attrazione – violenta come solo il desiderio di Mark sapeva essere, groviglio misterioso e tatuaggio sulla nuca – bronzo e attesa.
Sono i versi di sempre, quelli che rendono oceano ogni respiro e che diventano carne nel vortice di un impatto che è naufragio e cataclisma.
Deriva.
Immensa roccia d’acqua sul punto di rovinare. (5)
L’aveva già visto a lezione – una volta, due.
Tre.
L’aveva guardato allungarsi sulla sedia e stirare lentamente i muscoli, radunare i capelli in una coda o scrivere qualcosa a margine di un libro. Sollevare gli occhi – sorridere.
Era la sua gestualità a incidere la carne – il nero dello sguardo, sì, ma non sarebbe bastato per lasciarsi toccare e non avrebbe bruciato la volontà così nel profondo: teneva la penna in mano nello stesso modo di Mark, invece, e quando sollevava lo sguardo aveva la forza spaventosa dei suoi occhi. Gli stessi sorrisi, la stessa bocca.
E una consapevolezza più pericolosa nel vestire il proprio corpo con quella fluidità ipnotica, più morbida e al tempo stesso meno ingenua - equilibrio assoluto. Sensualità feroce, tossica come l’odore di fiori esotici e di spezie leggendarie. Mondi lontani.
“Quindi?” sta ridacchiando Liam, al margine del campo visivo. “Tu invece che ne pensi, qualcuno ti ha convinto?”
Lui si volta lentamente – è confuso. È perso.
“Andiamo Sam, mi serve il tuo parere! Senza la tua approvazione Helene non accetterà mai il mio giudizio, lo sai…”
“Helene non accetterà facilmente neanche il mio,” risponde lui, e quasi le parole si inceppano in gola: Raven è sempre stato lì – mesi di neve e gelo da dividere insieme in quella stanza, a Portland, e la sensazione fin troppo radicata di conoscerlo da sempre attraverso le parole di Mark. La sorpresa di ritrovarselo davanti quindici anni dopo, sapere ogni particolare della sua infanzia e non riuscire a incasellarla in quell’erotismo violento - non riconoscere se stesso, prima di lui.
Sentirsi sciogliere.
E sentirsi scivolare addosso il suo divertimento distratto - curiosità svogliata. Nero che penetra, che affonda.
“Vero, ma questa volta si sforzerà di tenere in considerazione la tua opinione,” continua Liam, mentre Raven sposta il peso da una gamba all’altra e il frusciare sommesso dei vestiti tende i nervi come fossero scoperti. “Credo la faccia sentire a disagio, mettere le mani nel tuo lavoro.”
“A disagio?”
“Già.”
Ma la conversazione è congelata nell’evidenza ormai palese che di quei provini lui non ha seguito un solo un solo istante, che non riesce a garantire la sua presenza neppure in quel dialogo e che l’attenzione è completamente sbilanciata verso un’interazione molto più sotterranea – sguardi brevi, la reazione del corpo ad ogni movimento proveniente da destra. Elettricità palpabile, bisogno d’aria.
Di fuggire.
“Okay. Scusate solo un attimo, vado a vedere che succede,” sospira infine Liam, forse rassegnato. Forse semplicemente incalzato da altre urgenze – qualcuno lo sta chiamando, dal palco, qualcuno sta discutendo in uno sventolare concitato di fogli.
C’è una mezzaluna d’ombra, sul volto di Raven, e Samuel non saprebbe dire se a spaventare tanto sia il richiamo della luce o quello del buio - non sa ritrovare un equilibrio stabile quando l’amico si allontana.
La sua assenza improvvisa fa precipitare il baricentro verso destra e le labbra dell’altro accennano un sorriso indecifrabile – lui sente il sudore farsi troppo gelido o troppo caldo.
Troppo pesante l’aria, nei polmoni.
“Non dev’essere facile…”
Il cuore perde un battito – piomba in gola.
“Prego?”
“Assistere allo scempio che quei ragazzini fanno della sua prosa,” chiarisce Raven, indicando col mento in direzione del palco. Ha ancora quel mezzo sorriso, sulle labbra – le mani affondate nelle tasche e le spalle coperte da una colata di capelli nerissimi. Lisci come vetro, intoccabili.
Uno sguardo.
“È ancora convinto della nobiltà del suono, o questa esperienza le ha fatto definitivamente cambiare idea?”
Adesso Samuel lo capisce chiaramente, che la differenza fra Mark e suo fratello sta nel diverso punto d’impatto della loro forza: che se Mark colpiva dritto al cuore e allo stomaco, gonfiandolo di vertigine, Raven affonda direttamente in basso, invece. All’inguine, subito – solo un respiro: il tempo di un vuoto d’aria, un battito di ciglia e nessun coinvolgimento oltre quello puramente fisico – neanche il bambino di cui Mark parlava continuamente sembra più avere il solito volto, ormai.
Ci sono persone che percepisci col cuore, altre con i sensi.
Difficile comprendere un meccanismo tanto misterioso, svegliare la ragione quando la pelle è così sensibile e la realtà così ovattata, tutto intorno. Così sfumata che potresti arrivare dimenticarla – a dissolverti.
“Ho seguito qualche sua lezione, un paio di mesi fa,” dice Raven – e parla come se la voce fosse seta. Un frusciare ubriacante, labbra che si curvano intorno alle parole come se i significati nascessero dalla profondità del timbro.
“Un corso interessante,” aggiunge. “Mi è dispiaciuto dover smettere di frequentare, ma ho avuto problemi con gli orari e sono stato costretto a sacrificare i facoltativi.”
Non è uno scambio di informazioni ma un lento penetrare della sua voce nel cervello - Samuel sa perfettamente che il ragazzo ha compreso e lascia che il suo sguardo segua i contorni del volto senza provarci neppure, a soffocare i brividi. La stanchezza si sta addolcendo in abbandono, l’eccitazione in calore. Calore lieve, oblio di tutto.
Forse la vera follia è benedire quel richiamo maledetto, quel magnetismo subdolo che fa impazzire l’ago della bussola nel sovrapporsi incessante di direzioni opposte. Se Mark era il Sud, gli occhi fermissimi di Raven sono semplicemente il fondo.
Il fondo sempre fuggito e mai accarezzato, mai toccato.
“Lei somiglia…” È quella la resa definitiva – quelle parole. “Somiglia in maniera incredibile ad una persona che conoscevo. Molto tempo fa.”
“Un amico?”
Aprirgli la strada e offrirgli la gola per non rischiare mai più di sussurrarle a Björn, certe parole – per discendere la scala del tempo e ritornare dove tutto è iniziato. Rendere l’onestà a chi l’aveva sottratta, perdersi lì: nel limbo di una sincerità mai affrontata, nella foresta di simboli che è sempre stata la sua vita. La favola inconclusa.
“Qualcosa di più essenziale,” dice.
E potrebbe essere la fine o l’inizio - il viso di Raven è ancora un contrasto pauroso di luci e ombre mentre le dita di Mark sfiorano le pagine di un libro cristallizzando i percorsi del destino sulla traccia di quell’unico verso:
Dimmi adesso il segreto della tua esistenza… (6)
La ragione dei respiri e l’origine delle lacrime, dove nasce ogni colpa. Dove muore.
E perché amare non serve mai, perché non bastano i ricordi e quanto possa graffiare una carezza – quanto è lontano il silenzio.
Qualunque risposta sarebbe un insulto e forse è per questo che il suono impazzisce – lo squillare del telefono riavvia una clessidra immobile mentre Raven affonda la mano nella tasca ed improvvisamente sembra solo un ragazzo molto giovane, un’altra domanda sospesa e un’altra vita.
Samuel lo vede accennare un sorriso di scuse, portarsi il cellulare all’orecchio. Lo guarda allontanarsi di qualche passo, aggrottare le ciglia. Tendere le spalle.
Björn è un cristallo di neve nel palmo della mano – qualcosa prezioso e fragile che stai cercando di rendere al vento perché lo porti lontano dal tuo deserto, lontano dai desideri e da quel fondo scuro in cui solo le unghie lasciano segni alle pareti. Ed è sempre stato lì, invece – uno spillo di gelo a pungere la pelle. Tatuaggio di ghiaccio.
E orizzonti troppo bianchi, troppo chiari.
Non ti resta che affrontare te stesso, quando la vita di chi ami puoi solo guardarla da distanze infinite: perché a volte le mani sono così vuote da scavare abissi e ci sono cose che non puoi cambiare, cose che ti uccidono lentamente anche se resti vivo. Anche se ti domandi come sia possibile, restare vivo. Respirare.
Succede.
Succede che devi scendere in basso, per poter salire, e che gli spettri lasciati indietro li ritrovi un giorno tutti quanti dietro una curva qualunque della strada: succede che il destino degli altri deve avere un senso al di là del circolo chiuso di un amore impotente, che devi lasciarti toccare e lasciarti uccidere. Rinascere, forse. O solo morire.
La volta del soffitto sembra immensa, vista dal basso: Liam sta discutendo con qualcuno, sullo sfondo di tendaggi scuri, e il corpo di Raven è una vibrazione che diventa lentamente più distante. Più flebile.
Uscire da quel teatro significa sollevare il volto contro un mondo orfano di qualsiasi coordinata, amputato delle braccia di David e tentacolare come un incubo - così reale da schiacciare i polmoni, così alieno. Ma esiste un’unica porta, e non puoi stare dentro per sempre.
Non puoi sfogliare l’infinito guardaroba delle tue maschere quando neanche il dolore cambia più niente e la sola direzione che resta conduce verso un coraggio spietato come un fendente che non ti aspetti. Che non perdona.
A volte è insita nella separazione, la vera vicinanza.
Sentire l’unità e il suo esatto opposto, lacerazione e completezza.
Sono te che ti muovi fra altri veli,
silenzio o chiarezza, terra o astri.

Terra. O astri.
Tra volo di mondi sotto il freddo
tremando nel bianco che non parla,
separato da me come un coltello
che divide due rose quando nevica.


(6)





La difficoltà più grande, quando cerchi di rompere abitudini consolidate da anni, sta nel fatto che la minima distrazione è sufficiente a far crollare il tuo proposito.
Raven non aveva intenzione di rispondere a Jude, se si fosse fermato a riflettere probabilmente non l’avrebbe fatto, ma il cellulare era squillato proprio mentre lo sguardo di Weldon disegnava il suo corpo ed era talmente usuale, quell’occorrenza, che non c’era stato bisogno di pensare per infilare sorridendo la mano in tasca.
Il tempo di mettere a fuoco la situazione e già aveva voltato le spalle al professore – già Jude stava parlando, con la voce troppo alta di quando è nervoso, e non importa se il loro rapporto sta cambiando troppo in fretta o se la fiducia si è ormai deteriorata: Raven è sicuro che qualunque cosa possa succedere, non verrà mai il giorno in cui saprà restare insensibile di fronte a una sua richiesta d’aiuto.
Possiamo vederci, stasera? Ho bisogno di parlarti.
Di cosa, non l’aveva detto.
Raven, del resto, non aveva fatto domande.
E un po’ si chiede, ora che la comunicazione si è chiusa e il silenzio è tornato a scivolare nel cervello come un liquido troppo freddo, se non sia stata una forma di vigliaccheria anche quella: rispondere di sì senza cercare informazioni ulteriori, prendere accordi per il dove e il quando senza esercitare la minima pressione affinché il compagno chiarisse l’interrogativo più pressante. Perché?
Avrebbe dovuto pretendere di saperlo, forse. Può darsi che Jude non l’avrebbe neanche costretto a insistere.
Ma se c’è qualcosa che fa spavento, in quel buco d’informazioni che inghiotte la sua serata e vanifica qualunque aspettativa, è innegabile che sia al tempo stesso un sollievo non doversi ancora preoccupare con certezza di quel che Jude potrebbe dire.
Il presentimento è un brivido che scivola lungo la schiena, ma non incide ancora la pelle. Non scava le ossa.
E Raven non può scacciare dalla mente l’idea che la resa dei conti si stia avvicinando: che la loro storia non potrà uscire indenne da quell’incontro, che qualche pezzo essenziale verrà lasciato indietro. Scartato, forse, o forse semplicemente tramutato in altro.
“La possibilità che non debba parlarti di voi non la prendi neanche in considerazione?”
In piedi vicino all’ingresso secondario del teatro, Liam sta fumando l’ennesima sigaretta della giornata.
Ha una spalla appoggiata al muro, è vestito di nero: jeans scuri e maglietta che lo fanno sembrare più giovane dei suoi trent’anni, più snello e più simile al ragazzo di un tempo.
Per un attimo, la sensazione di familiarità è talmente forte che quasi Raven allunga la mano per intercettare la sigaretta e rubargli una boccata di fumo; reprimendo l’istinto, invece, si costringe a sollevare le braccia verso l’alto. Stira i muscoli, come se quel gesto potesse liberare anche la mente da tutte le tensioni.
“Calcolando che sarà la prima volta che ci vediamo dopo la scenata dell’altra sera?” domanda, inarcando un sopracciglio. “Non davvero. È stata una discussione troppo brutta per passarci sopra come se niente fosse, anche se si trattasse di altro. Ne dovremmo comunque parlare. E sinceramente, che sia successo qualcosa è evidente. Se Jude avesse qualche altro casino oltre a me, lo saprei. Magda almeno me l’avrebbe detto.”
“Pensi che si tratti di Dylan?”
Bagnandosi le labbra, lui distoglie lo sguardo.
“Non lo so. È possibile.” Esita, poi. Infila le mani in tasca. “L’ultima volta che abbiamo parlato, era abbastanza chiaro che spettava a lui prendere una decisione. La mia posizione è scontata, Dylan…” Pausa. “Dylan è un ragazzino, ma è stato lui a fare il primo passo. E non credo che si sarebbe tirato indietro, di suo. Mentre Jude…”
“Raven,” lo interrompe Liam – il tono basso. “Tu credi davvero che potrebbe scegliere Dylan?”
Ed è quella la domanda essenziale, no?, quella che ferisce più nel profondo. La risposta che fa terra bruciata di tutte le certezze e lascia al loro posto una distesa di dubbi, di fumo.
Raven non avrebbe mai pensato che un giorno si sarebbe trovato a non poter dare fiducia a Jude, a non averne il coraggio. Né che il suo nome sarebbe potuto restare incastrato in gola in quel modo – strozzarlo.
“Credo che, se anche scegliesse me, non sarebbe sufficiente,” mormora, senza sollevare lo sguardo. In tasca, le nocche sfregano sulla stoffa del jeans, le unghie premono con delicatezza dentro il palmo. “Non credo che basterebbe a lui.”
“E Dylan gli basterebbe, invece?”
Una scrollata di spalle. “No, certo. Ma potrebbe convincersene.”
È difficile immaginarlo, in realtà, come se la mente non si fosse ancora concessa il tempo di tracciare davvero progetti che non contemplino Jude. Al tempo stesso, viene quasi spontaneo sfogliare la memoria per recuperare momenti che ritraggano lui e Dylan insieme, attingere a quel materiale per costruire collage fin troppo realistici.
Le dita di uno appoggiate sulla mano dell’altro, i loro sguardi complici. I sorrisi.
È un’abitudine che risale alla prima sera, in fondo, alla prima occasione in cui davvero si è permesso di guardarli interagire e di goderne dell’effetto complessivo.
L’unica novità, rispetto a quel tempo, è la punta di incertezza che accompagna il proprio percepirsi all’esterno: il senso di tradimento sotterraneo che allora non esisteva e che sta facendo comparsa adesso per la prima volta. In tutta la sua vita.
Raven non ricorda di aver mai sentito nulla di così simile alla gelosia per nessuno che non fosse Mark, e lo disturba rendersi conto che potrebbe essere arrivato anche per lui il momento di fare i conti con il proprio egoismo. Assaggiarne il veleno.
“Possiamo cambiare argomento?” domanda, bruscamente, staccandosi dalla parete con un colpo di reni e muovendo un passo verso il centro del cortile.
Sulla sua testa, oltre i tetti delle costruzioni, il cielo è coperto e la luce filtra attraverso le nuvole in una sfumatura più spenta. Pesante.
Voltandosi verso Liam, si scosta i capelli dal volto con un movimento del capo.
“Raccontami di Weldon, piuttosto. Sei riuscito ad avere la sua opinione sui candidati?”
È un sollievo ricordarsi che di tutte le persone che lo conoscono, l’amico è l’unico che potrebbe concedergli di deviare la conversazione con tanta goffaggine senza rinfacciargli la paura di affrontare l’argomento né preoccuparsi per il suo disagio. Chiunque altro insisterebbe per scavare più a fondo o si fermerebbe interdetto – esiterebbe, imbarazzato. Liam resta immobile, invece, e quando scuote la testa per rispondergli ha già cambiato espressione.
“Ho l’impressione avesse altro a cui pensare,” risponde, le labbra curvate in un sorriso. “È rimasto confuso anche dopo che tu ci hai fatto la cortesia di rimuovere la principale fonte di distrazione…”
Rilassando le spalle, Raven rovescia gli occhi al cielo. “Come se non mi avessi portato da lui con quell’esatto proposito…”
“Non pensavo vi conosceste già, però. Non mi avevi detto niente.”
“Non credevo ci fosse niente da dire,” è la risposta, distratta. “Insegna all’università, ho frequentato per qualche tempo il suo corso. Fino a oggi non ci eravamo mai neanche rivolti la parola.”
“No?” Sorpreso, Liam sgrana appena gli occhi. Poi ridacchia, prendendo l’ultima boccata dalla sigaretta. “In effetti, non mi stupisce. Dev’essere imbarazzante.”
E Raven non saprebbe dire perché l’affermazione suoni distorta, nel contesto di quella conversazione: non contiene nessun doppio senso apparente, niente che possa insospettire.
Di fronte a lui, l’amico sta gettando a terra il mozzicone appena fumato, lo sta spegnendo con il tacco della scarpa: un gesto familiare, quotidiano. Nulla che giustifichi l’improvvisa torsione dello stomaco o il senso di minaccia incombente. La sua nuova agitazione.
“Imbarazzante?” ripete. “Perché dovrebbe essere imbarazzante?”
“Hm?” Lo sguardo che l’altro gli riserva è neutrale, in un primo momento: come se il cambiamento di tono fosse stato troppo rapido per venire registrato da qualcuno che non l’abbia sperimentato nell’incresparsi della pelle, nel fluire del sangue. L’indifferenza lascia posto al dubbio in fretta, però, non appena Liam mette a fuoco la sua espressione – ed è con titubanza che raddrizza la schiena, a quel punto.
Che mormora, quasi esitando: “Beh. Per Mark, no?”
Lentamente, lui lascia andare il fiato.
È sempre strano quando il nome di suo fratello esplode in mezzo a un silenzio che non lo riguarda – strano trovarlo sulle labbra di qualcuno che non avrebbe alcun diritto di pronunciarlo, o scoprirselo in bocca impastato alla saliva. Ogni volta, è difficile capire se il vuoto allo stomaco nasca dalla sorpresa o se non sia altro che la conclusione di una caduta iniziata molto tempo prima - come se la strada che porta al suo ricordo fosse costellata di indizi, sempre, e lui iniziasse a presentirne l’avvicinamento con largo anticipo, nello stesso modo in cui certi animali prevedono l’arrivo della pioggia.
Adesso, gli sembra di capire finalmente l’emozione che ha abitato il suo corpo per tutta la giornata. Può distinguere al di sotto della tensione causata dalla telefonata di Jude un’elettricità più statica, più pericolosa, e riconosce che l’incontro con Weldon non ha fatto nulla per disperdere quel senso di minaccia.
Ha scomposto le carte, forse – l’ha distratto dai pensieri soliti.
Ma in profondità il nodo si stringeva mentre la vita scivolava inconsapevole verso questo momento. Questo respiro preciso.
“Che cosa c’entra Mark con Samuel Weldon, Liam?” domanda, e sebbene ogni sillaba sia un chiodo che penetra l’aria, non ci sarebbe neanche davvero bisogno di chiedere. Di ascoltare.
Lei somiglia incredibilmente a una persona che conoscevo, suona la voce del professore nel ricordo, mentre Liam si passa una mano tra i capelli, nervoso.
“Si frequentavano, ai tempi di Portland,” dice. “Hanno studiato lì entrambi.”
Lui annuisce. “Erano amici?”
Una scrollata di spalle. “Non proprio.”
Qualcosa di più essenziale.
“Sarebbe a dire?”
“Quando li ho conosciuti io già non si parlavano,” risponde Liam, quasi brutalmente. “Ma era evidente a chiunque li incrociasse anche solo per sbaglio che c’era qualche storia dietro. Qualcosa di grosso. Mark non te ne ha mai parlato?”
“No.”
È un monosillabo secco. Scarno.
La vertigine che di solito accompagna le discussioni che tirano in ballo suo fratello è del tutto assente, in questo momento – è assente il dolore, la nostalgia lancinante. Il senso di essere perduto e la solitudine, il vuoto.
C’è un’assenza paurosa di tutto, nel silenzio che separa una parola dall’altra, e Raven non saprebbe dove guardare per trovare qualcosa capace di riempirla. Non saprebbe cosa dire – che tono di voce usare.
“Hai…” Si interrompe. Deglutisce, come per rendere meno aspro il passaggio alle parole. “Di che storia si trattava? Lo sai?”
“Non di preciso. Mark non ne parlava volentieri con nessuno, e io e lui non eravamo esattamente intimi…”
Liam ha l’aria di star centellinando le informazioni, soppesandole attentamente prima di affidarle al suo vaglio, e questo potrebbe bastare a far capire quanto debba essere trasparente la sua confusione perché misurare le parole non è mai stata sua abitudine. Non c’è mai stata nessuna cautela tra loro, neanche quando si sfioravano gli argomenti più delicati, e il fatto che qualcosa adesso lo faccia esitare dovrebbe scuotere Raven, forse – sorprenderlo, spingerlo a cercare di riprendere l’orientamento – ma anche questo come tutte le altre cose sembra essere precipitato sullo sfondo.
O forse sta precipitando lui. Difficile dirlo.
“Parla chiaro, forza. Che c’era tra loro? Sesso?”
“Probabilmente,” risponde l’amico, infine. Scrolla le spalle. “Hanno diviso la stanza durante il secondo anno, credo sia successo lì. Non so quanto sia durata e non so chi dei due abbia chiuso – ho sempre pensato che Samuel fosse innamorato perso di Mark, ma lui non sembrava vivere molto meglio la situazione. Erano un po’ la chiacchiera di tutti: nessuno capiva perché non potessero resistere insieme nella stessa stanza. Certo, può darsi che Luis c’entrasse qualcosa…”
“Quindi era coinvolto anche Luis?” lo interrompe Raven. “Cos’era, un ménage à trois mal calibrato?”
“Dubito. Ma Samuel e Luis sono sempre stati vicini, e tenendo conto di come stavano le cose tra Luis e Mark…” Improvvisamente, si fa strada la certezza che una sola altra parola potrebbe farlo impazzire.
È curioso, forse, che anche l’allarme risuoni quasi pacato, come se il tempo esterno si fosse dilatato rispetto a quello interiore e non servisse correre, quindi, per mandare al cervello informazioni di natura tanto urgente: Raven registra il bisogno di smettere di ascoltare e come se fosse un atto totalmente conseguente chiude gli occhi.
Si passa la lingua sulle labbra, volta la testa.
“Non riesco a crederci,” dice, e Liam subito si zittisce. Muove un passo avanti.
“Davvero non ne sapevi nulla?” domanda, con aria quasi imbarazzata. Lui ride, lanciandogli uno sguardo, e per un attimo ha l’impressione che non si tratti neanche di una reazione nervosa ma della semplice constatazione oggettiva di quanto di comico abbia quella circostanza.
Ha trascorso anni a inseguire il fantasma di Mark in ogni angolo d’America – ha rintracciato tutti i suoi amici e camminato nelle stesse strade, ha recuperato i suoi libri e i suoi scritti. Ha lasciato scorrere gli occhi su innumerevoli corpi cercando di immaginare che aspetto avessero sotto le sue mani ed è arrivato a cercarne le tracce all’interno, a volte. A percorrerli con le labbra – ogni curva, ogni insenatura – per risalire il suo percorso a ritroso e sentirlo un po’ meno distante. Più vivo.
In nessuna delle testimonianze raccolte durante quel pellegrinaggio c’è mai stato il minimo accenno a Samuel Weldon – Luis stesso non l’ha mai nominato. I suoi romanzi stavano accatastati sugli scaffali della biblioteca come tutti gli altri, pieni di sottolineature e segnalibri. Forse, soltanto un po’ meno pesantemente annotati.
Nulla lasciava intendere che Mark potesse avere avuto con lui una relazione più intima. Nulla faceva presumere che ci fosse mai stato un contatto, anche solo uno scambio di opinioni.
“Non mi aveva detto neanche di conoscere l’autore del Dio malato,” ricorda di colpo, scuotendo la testa. “A diciott’anni ero innamorato di quel romanzo. Lui diceva di non averlo ancora letto, avevo dovuto spedirglielo io.”
“Raven,” mormora Liam. “Io non so come stavano davvero le cose tra loro, ma se non ti ha mai detto nulla ci sarà stata…”
“Tutti hanno sempre ottime ragioni per mentire,” lo interrompe lui, brusco. “Non vale neanche la pena di parlarne.”
Era Mark quello che dava importanza alle parole, del resto, e forse è anche per questo che smascherarlo ha il sapore di un tradimento molto più grave. Un segreto di suo fratello non è semplicemente la premura di un adulto che non vuole pesare troppo addosso a un bambino e non può chiamare in causa il bisogno di discrezione. Si tratta di una menzogna, un inganno portato avanti per anni: l’ombra tracciata in un cielo limpido e il definirsi improvviso di curve e angoli mai immaginati.
Raven credeva di sapere tutto di Mark, ogni momento importante della sua vita: tutte le ragazze che aveva avuto, tutti i ragazzi da cui si era lasciato toccare. Fino a quella mattina era stato sicuro di poter tracciare il suo ritratto perfetto: che gli sarebbe bastato chiudere gli occhi per ricordarlo com’era quell’ultimo giorno, per rivivere con precisione assoluta il momento in cui per l’ultima volta gli aveva sfiorato la mano.
Erano nati dallo stesso sangue, avevano sui palmi linee gemelle. Gli otto anni di differenza non contavano nulla in rapporto a quel senso di comunanza totale, alla loro scelta di restare fianco a fianco. Raccontarsi quel che non potevano vivere insieme.
Mentre adesso, dal nulla, il cielo si apre e la luce si riversa nel ricordo: un reticolo di crepe mai indovinate si fa visibile, sottolinea pause, reticenze.
A quando risale quella storia? Lui dov’era?
Ce ne sono altre, nascoste in angoli remoti dove lui neanche ha mai pensato di guardare, o si tratta di un’occasione unica e per questo così tanto più preziosa? Si tratta di un nome solo, da aggiungere all’infinito elenco delle persone che hanno dentro di sé un pezzo di suo fratello, o ci sono altri fuggiaschi? E cosa è peggio?
Samuel Weldon.
Nonostante la confusione nasca proprio dall’imprevedibilità della scoperta, Raven non può evitarsi di tornare indietro con la memoria cercando di rivivere il momento in cui ha posato gli occhi sull’uomo per la prima volta – cercando di ricordare se ci fosse stato nel loro incontro qualche segnale che lui aveva mancato di cogliere, qualche cosa che l’avrebbe potuto insospettire. Ma è difficile richiamare i dettagli di un momento che la sua mente aveva già archiviato secondo altri criteri: ricorda la maniera in cui gli occhi dell’uomo si erano dilatati per accogliere la sua figura, l’irrigidirsi quasi impercettibile del suo corpo. I movimenti nervosi con cui aveva poggiato sulla cattedra la risma di fogli che teneva in mano.
L’attrazione era stata immediata ed evidente fin da subito, ma Raven non aveva mai avuto la percezione che il professore vedesse un altro quando si permetteva di posare gli occhi su di lui: dopo una vita trascorsa a camminare sui passi di Mark e a inseguire le persone che l’hanno amato, credeva di essere diventato abbastanza abile a riconoscere il desiderio riflesso, il bisogno di allungare la mano e toccare un fantasma attraverso un corpo. Con Weldon non c’era stato nulla del genere, o almeno non gli era sembrato.
Dà la nausea, adesso, ricordare il proprio placido abbandonarsi alla sua attenzione: ripensare alle sue labbra, alla cura meticolosa con cui si curvavano per pronunciare ogni parola. Ripensare alle proprie fantasie e inserire la figura di suo fratello in quel contesto: immaginarlo sotto le mani del professore, sopra il suo corpo.
Rivedere l’attenzione con cui Weldon seguiva i suoi movimenti, soltanto un’ora fa, e sentirsi un impostore. Sentirsi derubato.
C’è sempre stata una sfumatura di possessività, nel suo rapporto con Mark: un bisogno di darsi e di avere, di mostrarsi agli altri senza concedere niente. È sempre stata quella, l’unica dimensione della gelosia: l’emozione di distendersi su un corpo, in un letto, e percorrerlo con le labbra come per arrivare a berlo non si avvicinava neanche all’avidità di ascoltare suo fratello parlare, nelle notti che potevano trascorrere insieme. La bellezza più feroce, il dolore, il piacere, erano semplici declinazioni fisiche di qualche verità che aveva già messo radici nel suo corpo molto tempo prima, quando lui era soltanto bambino.
Non ha mai sopportato l’idea che altri potessero scavare la vita di Mark, invadere zone che a lui erano precluse – aveva bisogno di prenderne parte, in qualche forma, così come aveva bisogno di offrire a suo fratello il resoconto di ogni esperienza per ottenere la percezione di averla davvero vissuta. Era un patto tacito che sosteneva il loro legame e gli dava respiro, ed è soffocante rendersi conto ora che qualcosa l’aveva invece scalfito. Che quella crepa ha un nome, e un corpo, e che basterebbe allungare la mano per ristabilire con violenza l’equilibrio.
È straziante dover ammettere che l’equilibrio manca da anni, in realtà, da quando Mark è morto, e che qualunque vendetta resterebbe sterile perché non troverebbe il bersaglio. Perché suo fratello è muto e non potrà rispondere di quel tradimento, non potrà scusarsi. Offrire spiegazioni. Parlargli.
Premendosi le mani sugli occhi, Raven inspira lentamente e si lascia andare contro la parete. La superficie è ruvida, quando sfrega sulla nuca, e lui cerca di concentrarsi sul tatto, sul bisogno di toccare qualcosa che abbia una forma familiare. Conosciuta.
Al suo fianco, sente Liam schiarirsi la gola.
“È tutto ok,” dice allora, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. “Non me l’aspettavo soltanto.”
“Ho notato.”
“Già.” Scuotendo la testa, si allontana di un passo.
L’ondata di rabbia sta già recedendo - lasciando al suo posto il senso di stanchezza assoluta che segue ogni discussione su Mark. Questa volta, il bisogno di andarsene sembra ancora più urgente: attraversare la città per arrivare al fiume, andare ancora oltre. Perdersi nell’acqua e lasciare che sia il silenzio a dare spessore alla voce.
“Torni da me, stanotte?” chiede Liam, e lui annuisce distrattamente. Gli lancia uno sguardo, cercando di camuffare la fretta con una patina di insofferenza.
“E da Jude, hai intenzione di andarci comunque?”
Mordendosi l’interno della guancia, Raven curva il pugno intorno alla maniglia. Con un colpo secco del polso, l’abbassa, lasciando che l’aria fredda del cortile si riversi nel corridoio, lo riempia di luce.
“Farò quel che devo,” risponde. “Poi si vedrà.”
Un respiro breve – uno più profondo.
Poi, mormorando a stasera, si chiude la porta alle spalle.




NOTE: Capitolo dedicato a Ste.
Perchè è il 100. Perchè metà del pov di Samuel l'ho scritto insieme a lei e grazie a lei. Perchè le vogliamo bene e avremmo voluto dedicarle qualcosa di più *leggero*, ma questo era importante. Ed è per lei.

(1) Esta constancia, esta vigencia, este saber que existe,
que no sirve cerrar los ojos y hundir el brazo en el río,
que los peces de escamas frágiles no destellan como manos,
que resbalan todas las dudas al tiempo que la garganta se obstruye.
Vicente Aleixandre - Espadas como labios – Mudo de noche

(2) Calla, calla. No soy el mar, no soy el cielo,
ni tampoco soy el mundo en que tú vives.
Vicente Aleixandre – da: La Destrucción O El Amor - Mina

(3) Cesare Pavese – da: Il mestiere di vivere

(4) ¡Ah! eres tú, eres tú, eterno nombre sin fecha,
bravía lucha del mar con la sed,
cantil todo de agua que amenazas hundirte
sobre mi forma lisa, lámina sin recuerdo.
Vicente Aleixandre – da: La Destrucción O El Amor – La muerte

(5) Dime pronto el secreto de tu existencia;
quiero saber por qué la piedra no es pluma,
ni el corazón un árbol delicado,
ni por qué esa niña que muere entre dos venas ríos
no se va hacia la mar como todos los buques.
Vicente Aleixandre – da: La Destrucción O El Amor – Quiero saber

(6) Soy tú rodando entre otros velos,
silencio o claridad tierra o los astros:
soy tú yo mismo, yo, soy tú, yo mío,
entre vuelo de mundos bajo el frío
tiritando en lo blanco que no habla,
separado de mí como un cuchillo
que separa dos rosas cuando nieva.
Vicente Aleixandre –da: Espadas como labios - Blancura









































































































































































































































































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