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Dylan e Björn - Oltre la distanza





Dylan non l’aveva programmato, di dormire insieme a Chris.
Non aveva fatto storie quando Alan aveva sistemato le coperte sul divano e non aveva cercato di intenerire nessuno quando si erano spente le luci.
C’era bisogno di solitudine – voglia di buio e di silenzio. Stanchezza, forse pudore. Forse vergogna.
Ma se apriva gli occhi continuava a scorgere quella luce minuscola, nell’ombra, e quando cambiava posizione finiva inevitabilmente per tornare a voltarsi dalla stessa parte. Era come l’inizio di tante favole – una notte scura, passi alla cieca e niente luna. Luoghi alieni, tutto intorno.
E cammina cammina…
Aveva scoperto che quando cresci non raggiungi più casette sperdute nel bosco ma che la luce in lontananza potrebbe venire da qualcosa di molto meno poetico: il quadrante di una sveglia digitale, ad esempio - numeri tracciati nel chiarore verdastro e il respiro regolare di Chris a scandire i secondi. La consapevolezza improvvisa di trovarsi in camera sua, fra le sue cose. La tentazione illogica di accarezzarlo.
Era la prima volta che succedeva: Dylan non aveva mai avuto per la testa idee del genere né gli era mai capitato di fermarsi a immaginare quali sensazioni avrebbe potuto provare Gabriel, al suo posto.
Eppure quella notte, quando si era infilato nel letto dell’amico, invece di raggomitolarglisi addosso come al solito era rimasto a guardarlo - invece di cercare il suo abbraccio aveva puntato il gomito sul materasso, aveva allungato la mano. Gli aveva scostato i capelli dalla fronte, delicatamente.
E poi aveva fatto scorrere le dita sulla sua tempia, le aveva affondate fra i ciuffi chiari. Si era perfino sporto a premergli le labbra sulla guancia, rischiando di svegliarlo.
La mattina dopo si era trovato di nuovo rannicchiato contro di lui – vero – però le sensazioni di quei momenti gli erano rimaste addosso come il presentimento di una meta. Un filo rosso che aveva guidato i suoi passi lungo le strade di New York, più tardi, e che lo aveva condotto fino al negozio di dischi. Fino al gradino del marciapiede opposto, più esattamente, dove era rimasto immobile per forse un’ora a immaginare la scena del suo ingresso improvviso – il tintinnare della campanella sulla porta e la sorpresa di Ash, il suo sorriso.
Immagini perdute.
Quella città era diventata troppo grande – le prospettive sconfinavano nel cielo ed era stato straniante, dopo, accorgersi di non avere più un posto dove andare. Accorgersi che ogni percorso si era interrotto il giorno della sua partenza e che perfino gli amici sembravano aver proseguito senza di lui.
Tutti avevano cose da fare, impegni e orari. Appuntamenti.
Il solo motivo che aveva spinto Dylan fuori di casa era stato il bisogno di tornare a incastrarsi nel tessuto della quotidianità, invece, ma quando era andato a ricercare il suo vecchio lavoro aveva scoperto una ragazzina saccente, al suo posto, e quando era passato da casa dei suoi genitori non aveva trovato il coraggio di salire. Non era riuscito neppure ad avvicinarsi al suo appartamento, per il terrore di incontrare casualmente il fotografo.
Mike.
Mike – si era ripetuto, cercando di familiarizzare con quel nome. Cercando di abituarsi a usarlo, per Ash. Per avere qualcosa da dargli quando lo avrebbe rivisto.
Ed era stato sulla via di fuga da quel nome che gli era tornato in mente Björn – la sola persona che da sempre sembrava persa quanto lui. Estranea nello stesso modo, lontana da se stessa.
Da tutto.
Adesso – seduto sul marciapiede di fronte al magazzino in cui il ragazzo gli aveva detto di lavorare – osserva allungarsi le ombre sull’asfalto e aspetta di vedere abbassarsi i bandoni dei negozi, di riconoscere il suo profilo fra la gente. Di poter accarezzare anche lui come aveva fatto con Chris – incastrargli i capelli dietro l’orecchio e prendersi cura dei suoi silenzi.
Sa che non farebbe mai nulla del genere, naturalmente: ricorda i suoi problemi e i confini pattuiti - ricorda tutto.
Eppure il primo istinto è quello di gettargli le braccia al collo, quando lo scorge in lontananza – scatta in piedi, tirando via il cappuccio dalla testa, ed è come se improvvisamente un posto lo avesse trovato anche lui, in quella città.
Un posto minuscolo.
Björn, dall’altra parte della strada, sembra fatto della stessa materia delle visioni ed è così biondo che per un istante il cuore manca un battito.
Strano che il pensiero di Raven torni alla mente proprio ora, quasi per contrapposizione. Quasi a voler sancire i termini di una diversa prospettiva e di una consapevolezza ormai assimilata totalmente - come toccare una foto. E toccare un corpo.
Non rimane molto altro che una tenerezza commossa, dopo, quando Dylan lo raggiunge nel viavai caotico del marciapiede.
“L’ho visto, eh, quello più biondo di te,” esordisce, affiancando Björn sulla destra. “E dire che pensavo fosse impossibile, che ingenuo…”
È più alto del resto dei passanti – qualcuno gli urta la spalla mentre i passi si fermano e la testa si volta in direzione della voce, spontaneamente. Mentre lo sguardo incontra quello di Dylan – e lui aveva dimenticato quanto fossero chiari i suoi occhi. Quanto potesse definirsi con precisione il cerchio della pupilla, in quell’azzurro assoluto.
“Dylan?” lo sente domandare, sorpreso. “Sei tornato?”
“Ho pensato che sarebbe stato carino bere qualcosa insieme.”
“Rosenfield ti ha fatto venire voglia di the?” sorride Björn, ed è bello ritrovare certe complicità. Forse aveva bisogno di riappropriarsi degli spazi che si era ritagliato, Dylan – tirare le fila di discorsi già impostati e arricchirli di nuove esperienze.
Forse, semplicemente, aveva bisogno di bere qualcosa di caldo con qualcuno che avesse occhi abbastanza chiari.
“Diciamo che sto rivalutando il the dopo aver sperimentato cosa significhi ingozzarsi di cioccolato e patatine,” borbotta, arricciando il naso. “Vivian è pericoloso.”
“Sì, mi ha detto che vi eravate conosciuti. Immagino che il cioccolato abbia giocato un qualche ruolo fondamentale…”
Una smorfia.
“Ho avuto i brufoli per una settimana…”
La gente continua a urtare il gomito del ragazzo – si sono già accese le luci, in strada, quando Dylan indica col mento le insegne azzurre di un locale.
“Serviranno the, lì?”
“Possiamo provare…” è la risposta.
E lui incastra il l gamba sotto il sedere, sedendosi a uno dei tavolini, prima di realizzare che sta per ordinare un infuso in una caffetteria frequentata da clienti in giacca e cravatta.
Prima di assaporare il piacere segreto di sentirsi più adulto lui stesso – raddrizzare la schiena e accavallare le gambe. Assumere una posizione più composta.
Non ha idea di dove abbia imparato certe cose – non facevano parte del suo bagaglio quando è partito da New York, e non ha frequentato persone molto più grandi di lui, a Rosenfield.
Eppure si rende conto di aver tarato istintivamente la propria percezione di se stesso, durante il periodo che ha trascorso lontano da casa, e si accorge anche che Ash non sa nulla di quella sua scoperta - che non può immaginare cosa significhi sentirsi addosso gli occhi di Raven e affinare la seduzione per renderla concreta.
Oscura.
Parlare di suo fratello è ancora più difficile, alla luce di una distanza tanto immensa.
“Adesso sto da Chris,” spiega a Björn, e quasi non riesce a dire altro.
“Non deve esser facile né per te né per Ash…” mormora il ragazzo, e Dylan pensa che probabilmente è stato il tono della voce a spingerlo fin da subito verso di lui. La dolcezza con cui scandisce le parole – la tendenza a non chiedere spiegazioni. A rispettare i silenzi.
“Devo solo trovare un modo per fargli capire che gli voglio bene.” Aggiunge. “Più di chiunque al mondo.”
Björn sembra comprendere come sempre – i suoi occhi chiarissimi ti guardano come se anche tu fossi cielo o acqua. Qualcosa di trasparente, e pulito.
“Credi che andare via sia servito?”
“Non lo so, esattamente,” risponde lui, ispirando a fondo. “Non ho le idee molto chiare, in proposito, e non so nemmeno se ho fatto bene a tornare… Però ho conosciuto un ragazzo,” comunica, sentendo gli occhi accendersi di luce. “E anche un altro.”
Pausa.
“Due ragazzi, in realtà…”
“Due ragazzi?”
“Si. Hm…”
Arrossendo appena, Dylan inizia a giocare col menù.
“È stato Vivian, a presentarmeli,” chiarisce, come se questo potesse immediatamente rassicurare l’altro sul fatto che non ci sia nulla di torbido, sotto. O di perverso.
In realtà si sta accorgendo che c’è uno strappo nettissimo fra il suo bisogno di raccontare quella storia e la capacità di farlo - fra il fascino che evoca dentro di lui e lo stupore scettico con cui lo guarderebbe chiunque, perfino sua madre. Perfino a lei non sa come farà a spiegarlo, quando sarà il momento.
“Mi rendo conto che è una cosa un po’ insolita…” mormora, controllando l’espressione di Björn con un’occhiata cauta: non sembra scandalizzato, solo leggermente a disagio.
“Sei…” inizia, per poi esitare qualche istante. “Sei innamorato di entrambi?”
“Io non mi innamoro mai,” viene la risposta, perfino troppo rapida. Accompagnata da un senso di ansia improvviso – un nodo che chiude la gola e tende i nervi. “Non è quello, assolutamente, è soltanto…” Un respiro, incerto. “È soltanto che Raven è mezzo pellerossa, capisci, ed ha la pelle scurissima. Però scura in modo strano, più morbido. Quasi ambrato, credo, come il whisky quando è molto molto denso.”
Dylan si morde le labbra, accorgendosi di aver detto praticamente le stesse cose a Chris: dev’esserci qualcosa di realmente potente, nella fisicità di quei contrasti, o forse è solo che la forza di certe cose l’ha scoperta da poco e l’impatto sulla carne è ancora troppo vivo. Forse è che sta cercando di metabolizzarlo – comprenderlo.
“Cioè, è davvero come un’ombra,” spiega, serio. “Ed è Jude che dà i riflessi. Le sfumature…” L’altro sorride, gentilmente. “Raven e Jude?”
“Sì. Insieme.”
Silenzio.
“Ma anche l’uno o l’altro, spesso, perché comunque c’è Raven anche quando c’è solo Jude. E viceversa. Credo sia un po’ complicato da spiegare…”
“L’unica cosa importante è che sia felice tu.”
“Si, hm.”
La verità è che Dylan non ha assolutamente chiara quella parte della questione – non poteva dirsi felice a Rosenfield, dove c’erano loro ma non c’era Ash, e non si sente felice a New York dove suo fratello continua a non esserci. Dove comunque mancherebbero loro.
Se anche aveva creduto che sarebbero bastati i ricordi, a riempire il vuoto lasciato da Raven e Jude, sono stati sufficienti pochi giorni per rendersi conto che la loro presenza aveva un peso essenziale - che non si è mai trattato solo di affetto ma di un legame molto più fisico, quasi spaventoso nella sua concretezza.
Quasi troppo reale.
“Non penso che sarò mai felice,” confessa, non appena il cameriere ha portato le ordinazioni e gli occhi chiarissimi di Björn sono tornati a posarsi su di lui. “L’ho sempre immaginato che mi sarebbe successo qualcosa del genere. Fin da piccolo.”
“Non essere assurdo, Dylan. Sarai sicuramente felice, e presto. Stai solo passando un periodo difficile.”
“È che non hai idea di cosa sia...” mormora, e tace un attimo prima di aggiungere: “Avere un gemello…”
A volte se lo domanda cosa possa significare, essere unici - crescere senza qualcuno che cresce seguendo i tuoi stessi ritmi e che si plasma nelle tue stesse forme. Senza qualcuno che è un te stesso sul quale non puoi avere alcun controllo – qualcuno senza il quale non saresti mai comunque tu. Non completamente.
E vengono le vertigini, a immaginare quella solitudine sconfinata. Guardare le mani di Björn aperte sul tavolo e avere la certezza che certe libertà saranno sempre spaventose.
Sempre inconcepibili, aliene.
“Alla fine non è poi così male, questo the,” dice, cercando di stemperare l’angoscia in un sorriso. Cercando di distogliere la mente da quel circolo vizioso – pensare ad altro.
Eppure la domanda più intima arriva subito dopo, appena un attimo di esitazione.
Appena il tempo di uno sguardo.
“Posso chiederti una cosa, Björn?”
“Certo.”
Non avrebbe mai pensato di arrivare a tanto – sentirsi così perso da non sapere più a chi chiedere aiuto e tentare di ricevere risposte dall’unica persona che probabilmente è persa quanto lui. Più di lui, forse.
È strano, perché in condizioni normali non aprirebbe mai quell’argomento con Björn.
E non riesce a capire cosa ci sia di diverso oggi – cosa lo faccia sentire così vicino a lui da convincerlo a tentare un passo tanto azzardato, e difficile.
Pericoloso.
“Se fosse una persona che ami, a toccarti…” mormora – quasi un bisbiglio. “Una persona che ami molto, intendo.” Pausa.
Solleva gli occhi su di lui, indeciso.
“Come si fa, quando non hai idea di come potresti reagire? Voglio dire. Se hai molta paura. Di quello che potresti provare…”
“Non sono sicuro di aver capito di cosa stai parlando…” risponde l’altro, e lui si affretta a raddrizzare subito la schiena. Bere d’un sorso l’ultima boccata di the, allontanare la tazza sul tavolo. Spingere indietro la sedia, sorridendo.
“Nulla. Niente. Non farci caso.”
Non era mai arrivato così vicino a confessare il suo segreto a qualcuno e all’improvviso accorgersi di questo scioglie nel sangue un terrore gelido – qualcosa di paralizzante.
Non si era accorto di scoprirsi così tanto, mentre parlava, e non si era accorto che il cuore aveva iniziato a pulsare in quel modo.
Aveva dimenticato che dall’altra parte dello specchio non ci sono appigli e non ci sono vie di fuga – che non esistono sconti. È stato ingenuo.
Assurdo.
“Posso venire a prenderti al lavoro qualche altra volta, in futuro?” domanda a Björn, ma a malapena riesce a lanciargli uno sguardo. Cammina sul marciapiede senza far caso alle persone, poi, un passo dopo l’altro. Dopo l’altro.
E non sa più se tornare da Chris, se cambiare strada e salire dai suoi genitori. Se esiste ancora l’appartamento che divideva con Ash, da qualche parte della città - se quell’angoscia passerà mai. Se Jude lo ha cercato.
Raven.
L’indicazione dell’aeroporto appare in lontananza come un richiamo – Dylan ferma la corsa dei passi e rimane a fissare il cartello per qualche minuto mentre la gente attraversa la strada e il semaforo diventa rosso e poi verde. E poi ancora rosso, incolonnando le automobili in un serpentone di luci.
L’ora di cena è passata da un pezzo, quando finalmente entra in casa dell’amico.
“Dee!” esclama Chris, scattando in piedi. “Ma dove ti eri cacciato, hai visto che ore sono?”
Lui sbatte le ciglia, fermando i movimenti: si aspettava la scena di sempre – Chris al telefono con qualcuno e Alan impegnato a fare zapping con i canali, la musica in sottofondo. L’ordine vuoto di un ambiente estraneo, rumori alieni.
Invece c’è Ash, sul divano – Ash con i capelli sciolti e gli occhi arrossati, una mano puntata sul cuscino. La familiarità struggente delle labbra, lo sguardo.
Verdissimo, e profondo.
Per un attimo è come se l’ondata di calore esplodesse di colpo – un sollievo perfino troppo intenso per sussultare, sorridere. Premersi la mano sulla bocca, quasi senza fiato.
“Ash!” esclama Dylan, prima di ricordare il resto.
Subito dopo è la confusione di impulsi contrastanti che blocca i passi - che fa voltare la testa verso Chris. Cercare risposte da lui, in un’unica domanda incerta: “Ash?”
“Non è un’allucinazione, già,” viene la risata, ironica, mentre l’amico si lascia andare contro lo schienale della sedia. “Da non crederci, vero?”
“Fottiti,” sibila suo fratello, prima di passarsi una mano tra i capelli. Lanciare a lui un’occhiata incerta, quasi timida. “È un problema se ceno qui? Alan dice di aver già cucinato per quattro…”
Forse è quello che fa più male: la consuetudine dell’evento. Un tempo era fin troppo normale cenare tutti insieme da Chris – c’erano le chitarre, dopo, musica e risate.
Adesso sembra si stia parlando di chissà quale azzardo, invece, ed è lacerante accorgersi che la mente sta valutandola davvero, la possibilità di scappare. Trovare una scusa qualunque, cedere alla paura. Allo sconforto.
“No. No, sono contento che ci sei,” dice invece Dylan, ed è sincero anche in quel caso. Perché non riesce a smettere di fissare suo fratello anche se non sa avvicinarsi – perché la voglia di avvicinarsi è fortissima anche se fa paura. Anche se si terrà a distanza di sicurezza, probabilmente.
Sfilandosi la felpa, rivolge a Chris un sorriso incerto.
“Mi hanno fregato il lavoro,” comunica.
“Quello dai cani?”
“Hm.”
Ash è ancora lì, dall’altra parte della stanza, ed è come se il baricentro si sia spostato a metà strada fra i loro corpi – Dylan affonda le mani nelle tasche e quasi non sa bene come muoversi, dove andare. Su cosa posare lo sguardo, mentre si morde le labbra.
“C’era una ragazzina, mi ha detto di girare alla larga.”
“Le ragazzine sono pericolose, l’ho sempre detto,” commenta l’amico, distrattamente.
Sul divano, Ash chiude i pugni – cambia appena posizione.
“Sai…” Si schiarisce la voce. “Hai intenzione di cercare da qualche altra parte?”
“Quando sono entrato c’era Osso, in sala d’attesa. Mi ha fatto le feste,” mormora lui, come se dimostrare il suo legame con quei cani fosse una risposta più che esauriente.
Gli viene da piangere, se ripensa a quel momento.
Gli viene da piangere anche se fa mente locale sul fatto che Ash si trovi lì, in effetti.
“Hai parlato con il proprietario?” domanda Chris. “Magari può darti qualche orario diverso… O magari la mocciosa è in prova e litigherà con un cane domani mattina…”
Ma la mocciosa sembrava perfettamente a proprio agio nel negozio – avresti detto che lo gestisse lei, dalla sicurezza che mostrava. Dal piglio minaccioso con cui gli ha ricordato che se n’era andato senza neanche avvertire – gli sembrava un atteggiamento responsabile? Pensava di essere ancora all’asilo, forse?
Stringendosi nelle spalle, Dylan controlla l’espressione di Ash.
“Magari cercherò da qualche altra parte…” risponde, ma è difficile evitare di pensarci. Difficile distogliere la mente da quello e dal senso di sradicamento, dall’incapacità di partecipare alla serata. E dalla percezione della presenza di Ash - nitidissima.
Fortissima.
Ci sono pizze al tonno, per cena - Chris distribuisce le fette nei piatti mentre Alan chiacchiera a ruota libera. L’acciottolare delle stoviglie riempie gli spazi fra le parole, l’attenzione prova a concentrarsi sui battibecchi degli amici. Si sforza di riconoscere momenti già vissuti, momenti diversi.
Eppure Dylan non trova la voce, se cerca battute per partecipare alla discussione, e se obbliga lo sguardo a spostarsi altrove si rende conto subito di star osservando ancora suo fratello, studiandone le espressioni. Aspettandone i sorrisi come aspetteresti la primavera, o uno spiraglio d’aria per respirare.
Forse sarà sempre così d’ora in avanti – il dualismo prenderà forma di emozioni inconciliabili e per ogni battito del cuore nascerà un dolore nuovo, per ogni immagine si disegnerà la sua parte riflessa.
Soltanto pochi giorni prima sembrava impossibile pensare di vivere ancora momenti del genere: sedere intorno a un tavolo con gli amici di sempre, con Ash che vive a neanche un metro di distanza, e riconoscere suo fratello in una gestualità amata fino allo sfinimento – la maniera in cui si porta la forchetta alla bocca, l’onda dei capelli che scivola sulla spalla.
Ciglia abbassate in corone di silenzio.
Eppure basta risalire un poco più indietro nei mesi perché l’angoscia chiuda lo stomaco – perché quella tensione sotterranea divida i ragazzini che sono stati dalle persone che sono adesso e la ferita del disagio riapra i lembi come un fiore terribile, come un vetro rotto.
Specchio affilato.
Fa male, la paura di incontrare i suoi occhi - fa male che le ginocchia non si sfiorino e che non ci siano sorrisi complici da scambiarsi, fanno male i nervi allertati. L’imbarazzo. E fa male non poter scoppiare a piangere perché in fondo anche quella è una bugia, un’altra menzogna che ha sapore di dolcezza e pena. Gli sguardi segreti a cercare segni del fotografo sul corpo di Ash – la nausea da dover inghiottire. Il senso di colpa, terribile.
Perfino gli altri tacciono all’unisono quando Alan esclama, allontanando il piatto: “Ci vorrebbe Mike per finire tutta ‘sta roba, cazzo!”
Dylan sapeva che qualcosa del genere sarebbe successo, sapeva anche che il cuore si sarebbe gelato in quel modo e che il sangue sarebbe crollato ai piedi – l’aveva messo in conto: non bastano le occhiatacce di Chris, per arginare la sbadataggine di Alan, e non puoi fuggire per sempre da certe cose.
Non puoi neanche farti uccidere, ormai, perché quando gli occhi si sollevano Dylan scopre che la tensione si è fatta più rigida, nelle spalle di Ash, e si affretta a deglutire il malessere come se si trattasse di ingoiare una medicina. Come se da quello dipendesse il sorriso di suo fratello, adesso e per sempre.
Da quello soltanto.
“A Mike…” ridacchia, un po’ a fatica. Cautamente aggiunge, cercando di apparire più naturale possibile: “A Mike piace la pizza?”
Non crede di aver mai fatto una domanda più banale e per un attimo quel silenzio sembra infrangibile – forse nessuno parlerà mai più, pensa lui, forse tutto il mondo resterà sempre immobile come adesso, come nella favole. Fermo, muto.
Poi Ash tossicchia, però – cambia posizione. Mentre parla lui chiude gli occhi, sfinito.
“A Mike piace praticamente qualunque cosa…” lo sente borbottare, un po’ incerto. “Basta che sia commestibile. Forse.”
Quando riapre le ciglia scopre che Ash sta sollevando lo sguardo sul suo volto, imbarazzato.
“Non si fa molti problemi, quando si tratta di ingurgitare qualcosa…”
E improvvisamente tutto diventa possibile, anche sostenere quel dialogo. Anche parlare del fotografo, pronunciare il suo nome.
Inspirando a fondo, Dylan tenta un sorriso più convinto: “Neanche dovesse crescere…”
“A volte un po’ bambino lo sembra,” risponde Ash, prima di lanciare un’occhiata a Chris e Alan. “Voglio dire, va d’accordo con questi due…”
“Ci ama perché gli abbiamo offerto la cena una volta,” annuisce Alan. “E i biscotti.”
Ma lui ha terminato ogni risorsa – non ha più forza per parlare né per ascoltare nient’altro.
“Vado in bagno un secondo,” annuncia. Cauto.
E di nuovo non saprebbe dire se i suoi sforzi abbiano portato più sollievo o più malessere – Ash sembrava essersi tranquillizzato e questo lo fa sentire bene, è come un peso sollevato dal cuore. Eppure la solitudine è diventata quasi più abissale, dall’altro lato - quel lato dello specchio dove suo fratello non verrà mai, dove non ci sono le ore che ha trascorso con il fotografo e non c’è l’impronta delle sue mani. Dove non ci sono le parole che gli ha sussurrato all’orecchio.
Da quella parte di Ash, Dylan sarà sempre escluso.
E non consola rendersi conto che è giusto così, che prima o poi sarebbe successo. Che tanto lui certe cose non avrebbe mai potuto sussurrarle, all’orecchio del suo gemello. Che non avrebbe neanche saputo cosa dire, in fondo.
Quando torna in cucina gli altri stanno già sparecchiando e l’unico desiderio cosciente è quello di potersi infilare in un letto, un letto qualunque. Dormire, e basta.
“Stai bene?”
Quasi sussulta, appena Chris gli posa la mano sulla spalla.
“Hm.”
Silenzio.
“Ho fatto pipì,” lo previene lui.
L’altro rovescia gli occhi al cielo ma fa scivolare il braccio intorno ai suoi fianchi - lo attira più vicino.
“Hai l’aria stanca,” osserva, baciandogli la tempia. “Sonno?”
“Hm.”
"Sembri sul punto di addormentarti in piedi."
“Hm,” ripete Dylan – come se articolare qualsiasi altra parola costasse ormai troppa fatica.
Come se davvero le energie si fossero esaurite nel nome del fotografo, nell’incontrare gli occhi di Ash e scoprirli più vivi. Un trasferimento di forze, quasi.
Ricorderà sé stesso raggomitolato sul divano, la mattina dopo, la guancia premuta sul collo di Chris e le palpebre pesanti - lo sguardo a scivolare incessantemente sul profilo di suo fratello per riuscire a convincersi che stanno davvero dividendo lo stesso spazio, respirando la stessa aria.
È come un brutto sogno sfumato sulle soglie di un incubo in formazione - un incubo diverso e già vissuto, terribile ma a suo modo confortante. Incoerente.
Perché Ash è lì, e se stargli accanto risulta spaventosamente difficile non ha mai smesso di essere assolutamente bello, anche – basta lasciare che il corpo si abbandoni alla stanchezza e che le percezioni si attutiscano, che tutto torni a incantarsi entro i confini della sua presenza.
C’è un film rumoroso in tv – Dylan non saprebbe dire di cosa si tratta.
Non saprebbe dire a che ora sia finito né quando Chris abbia riaccompagnato a casa suo fratello – ha l’angoscia intessuta nei nervi mentre dorme. Ha il sorriso sulle labbra, i pugni aperti.
L’ultimo pensiero cosciente è l’intenzione di tagliarsi i capelli per fare in modo che ricrescano lisci come i suoi, aspettare tutto il tempo necessario. Anni, forse.
Poi arriva il sonno, in un momento imprecisato. Un momento perso.
E anche quell’idea, come tutto il resto, scivola in un abbandono oscuro.






A volte la voglia di tornare a casa assomiglia a un respiro: scivola nei polmoni come fosse inevitabile, li dilata, li riempie. Si scioglie nel sangue per irrorare ogni periferia del corpo – per segnare ogni millimetro di pelle con la traccia di un ricordo, definendo il tuo presente. Il tuo passato.
Quando la soffi fuori, espirando, il futuro è lo stesso di sempre. Soltanto più vecchio.
E tu non puoi negare a te stesso la vigliaccheria di abbassare la testa – di lasciare che New York torni a inghiottirti, che il tempo più accelerato di quella città smussi i contorni di una necessità che non sai affrontare. Di paure che non hanno nome e che non sai chiamare – di verità che è più comodo tenere segrete.
Chiudere nel silenzio. Lasciar dormire.
Vedere Dylan quel pomeriggio è stato dolce e al tempo stesso somigliava al riconoscersi troppo tardi in uno specchio: seduto di fronte a lui a quel tavolo appartato, Björn avrebbe voluto allungare la mano per coprire la sua, domandargli di Vivian, chiedergli che strada abbia percorso per trovare il coraggio.
La tentazione di barare era quasi irresistibile: ingannare se stesso convincendosi che forse era sufficiente che fosse stato un altro a compiere quel viaggio, che il ritorno di Dylan potesse segnare anche una nuova stagione della sua vita, nuovi passi e nuova pelle da vestire.
Occhi diversi, con palpebre meno pesanti, e una diversa attitudine alla fuga. Una diversa resistenza.
Era stato difficile fermarsi di fronte a casa, poi, lo sguardo fisso sui gradini e i piedi premuti sul cemento. Accorgersi che il cielo era lo stesso di quando quella mattina si era alzato, che non c’era nulla di straniero nell’aria. Nessuna rivelazione e nessun mistero.
Abbassare le ciglia un istante ed espirare lentamente.
Ritrovarsi vuoto.
Forse se avesse trovato Mike ad attenderlo sarebbe stato diverso – ci sarebbero state le sue chiacchiere a distrarre la mente dal pensiero di Vivian, le sue avventure a riempire le orecchie, e lui non avrebbe avuto bisogno di pensare a quel che ha perso.
A quel che in realtà forse non ha mai neanche avuto.
Avrebbe potuto essere dolce. O anche soltanto indolore.
Invece, l’appartamento era deserto e per un attimo il vuoto interiore era sembrato espandersi fino ad abbracciare tutto il mondo: Björn era rimasto in piedi sulla soglia, senza saper muovere il passo necessario per varcarla. Come se il suo corpo fosse diventato troppo grosso, improvvisamente – e goffo, e incongruente nell’occupare invece sempre il solito spazio.
La dissociazione era durata una frazione di secondo, ma era stata sufficiente a spazzare via ogni dubbio residuo. E forse è per questo che, ore dopo, sta ancora seduto in poltrona senza aver trovato neanche la voglia di alzarsi per preparare la cena, con il cellulare abbandonato in grembo e un libro aperto di fianco, appoggiato sul bracciolo.
La prospettiva di telefonare a Vivian lo riempie al tempo stesso di ansia e impazienza: ogni volta è più difficile convincersi che valga davvero la pena restargli tanto lontano, poterlo abbracciare soltanto con la voce. Ogni volta è più difficile scrollarsi di dosso la consapevolezza che è una debolezza, quel suo bisogno di mettere distanza – un privilegio che sta pagando a caro prezzo, obbligando anche suo fratello a scontare la pena.
Erano cinque anni che non si allontanavano davvero – da quando l’ha portato via di casa, da quando si è costretto a lasciarsi alle spalle certe situazioni per garantirgli tutta la serenità possibile. Ed è un po’ come averlo deluso, adesso.
Come aver lasciato la sua mano dopo averlo costretto al volo.
Forse il senso di colpa non sarebbe così forte se Björn potesse avere più fiducia nel fatto che Vivian sta bene – che sta reagendo al meglio. O forse basterebbe essere stato in grado di tenerlo fuori dai guai in passato, quando poteva valutare certe abitudini con i propri occhi e nonostante questo non aveva saputo imporsi. Proteggerlo.
È codardo anche quel suo aggrapparsi a particolari futili, ora che c’è così tanto spazio tra loro – quell’interrogare Albert minuziosamente, cercando di capire quanto le sue rassicurazioni possano essere vuote. Perché Vivian, comunque, è sempre stato abile a dissimulare.
E parlargli vuol dire anche lasciarsi dirottare verso terreni meno impervi, in fondo. Vuol dire ignorare certe paludi e fingere di non conoscerne troppo bene i pericoli.
Ogni volta, si chiede se non sarebbe più saggio evitare del tutto l’argomento – ogni volta si chiede se non sarebbe più giusto affrontarlo seriamente, a viso aperto. Mettere a tacere le proprie preoccupazioni del tutto, o dare loro ragione di esistere. Qualcosa di più fondato di un semplice sospetto.
Nonostante questo, quando infine si decide a comporre il suo numero, sa anche che non troverà il coraggio di fare né una cosa che l’altra – che continuerà a brancolare nello stesso limbo, incapace di scegliere tra il bisogno di lasciarsi proteggere e quello di proteggerlo lui stesso. Aggrapparsi a Vivian o fargli da scudo.
È sempre stato quello il dilemma, forse. L’aspetto più ambiguo – già quando era ragazzino.
“Björn?”
Del resto, anche per suo fratello è sempre stato lo stesso, forse. E può darsi che stia lì il nodo – l’errore fondamentale, da cui tutto ha avuto inizio: la prima volta che Björn ha aperto la porta della sua stanza e si è infilato nel suo letto; la prima volta che l’ha stretto al petto per consolarlo da un incubo, senza voler ammettere che era lui ad aver bisogno di un abbraccio.
Ascoltando la sua voce, adesso, manca anche la determinazione a trattenere il sorriso.
“Ciao, Ljus. Come stai?”
C’è qualcosa di stranamente rilassante nello scambiarsi convenevoli con una persona che conosci tanto bene.
È come i discorsi che si fanno appena alzati, prima ancora della colazione: un’esercitazione per il resto della giornata, quando si dovranno mettere a punto i veri contenuti, e al tempo stesso un modo per svegliarsi gradualmente. Decifrare con dolcezza che tipo di notte ha avuto l’altro – se è riuscito a dormire, se è rimasto sveglio troppo a lungo. Il suo umore.
Björn può quasi immaginare la piega delle labbra di Vivian, mentre lo ascolta – indovinare il divertimento nel tono esasperato con cui si lamenta di Albert, e la tensione quasi impalpabile di qualcosa a cui non fa cenno, invece, a cui forse neanche vuole pensare. Può soppesare tra sé e sé la possibilità di fargli domande e subito scartare l’idea, muoversi oltre.
“Ho visto Dylan, oggi,” offre, ed è ricompensato dall’alleggerirsi del tono di Vivian.
L’accentuarsi del suo sorriso.
“Davvero? È tornato sano e salvo? Ero un po’ preoccupato quando se n’è andato di corsa – c’era qualcosa di strano tra lui e Jude, e Raven, e non so neanche io…”
“Mi ha raccontato qualcosa, sì,” mormora Björn, interrompendolo, perché sa fin troppo bene che quando il ragazzino è eccitato potrebbero passare interi minuti prima che debba riprendere fiato.
“Sembra una storia… Complicata,” commenta, cautamente.
“Hm. Un po’ un casino, sì,” concorda Vivian. “Ma sta bene?”
“Credo debba ancora abituarsi all’idea di essere tornato.”
Lancia uno sguardo fuori dalla finestra, poi, osserva il cielo scurire.
“E che non sia riuscito a risolvere del tutto i problemi che aveva prima di andarsene. Ma l’ho visto meglio dell’ultima volta, sicuramente. Cambiato.”
“Cresciuto?”
“Forse,” ammette lui, e si trova a immaginare che traccia possano aver lasciato quei mesi sul viso di suo fratello. Se rivederlo sarà naturale come tornare a casa dopo una parentesi in viaggio, o se ci sarà la commozione sommessa di quando non è riuscito a stringere Dylan tra le braccia, quel pomeriggio.
Se ci sarà la stessa incredulità, e il senso inspiegabile di un tempo che prosegue, a dispetto di ogni interruzione.
Al di là di ogni distanza.
Limpido, come l’acqua in un fiume.
“È stato strano vederlo, in realtà,” confessa. “Parlare di te con lui. Mi ha fatto…” Pausa. “Avrei voluto essere lì.”
Non è la prima volta che la distanza di Vivian sembra diventare un abisso insormontabile, capace di risucchiarlo e chiudergli la gola.
Dopo una vita trascorsa a orientare se stesso nella direzione di quel bambino è inevitabile, forse – una verità che non sarebbe neanche necessario esplicitare, foderare di parole. Non c’è mai stata reticenza, nei loro dirsi Ti voglio bene – non c’è mai stato un momento in cui Björn abbia avuto la percezione che quell’affetto potesse risultare soffocante per un ragazzino. O che abbia dubitato di essere altrettanto importante.
Non c’è mai stata un’occasione in cui al suo Mi manchi Vivian non abbia risposto con qualcosa di equivalente.
Adesso, però, il silenzio che accoglie le sue parole non sembra somigliare a quei momenti – è più teso, quasi tormentato, attraversato soltanto dal respiro veloce del ragazzino.
Dal suo trascinare la pausa. Dilatarla.
Trasformarla in un nuovo vortice. In una calamita.
Björn si sta già sentendo precipitare, quando finalmente lo ascolta mormorare: “Devo dirti una cosa.”
“Una cosa?”
Deglutisce, distogliendo lo sguardo dalla finestra. Chiude gli occhi un istante; respira.
“Stai male?” domanda, cercando di mantenersi calmo.
“No. Non riguarda me, non…” Vivian esita, abbassando la voce. “Non è niente di brutto, neanche. Credo.”
“Ljus. Che è successo?”
“Si tratta di Samuel.”
Per un attimo, è come se il tempo si fermasse.
Björn riapre gli occhi e fissa la parete di fronte a sé – l’angolo di bianco che l’illuminazione esterna ritaglia sul muro, il bordo affilato della cornice dentro cui Mike ha rinchiuso una sua foto. I riflessi sul vetro e le ombre, il profilo del divano al margine del campo visivo.
Lentamente, lascia andare il fiato.
“Samuel?”
“Weldon,” elabora Vivian, aggiungendo subito dopo: “Lo scrittore.”
E lui vorrebbe dirgli che non c’è bisogno di specificare - chiedergli cosa c’entra Samuel, se gli è successo qualcosa, se sta bene. Vorrebbe domandargli se l’ha incontrato e per quale motivo, se si sono parlati, se l’uomo ha chiesto di lui. Se l’ha cercato. Sapere se gli ha detto qualcosa e se Vivian ha risposto – sapere come stava. Che cosa ha pensato.
Vorrebbe dire qualcosa, una parola qualunque: rompere il cerchio di silenzio e la fodera di ghiaccio che sembra essersi avvolta intorno alla voce, prendere respiro e spingerlo fino in fondo al sangue – lasciare che sia quello a riempire il corpo di nuovo. A ridargli spessore.
Non fa alcun rumore, invece, mentre ascolta Vivian continuare a spiegare in tono sempre più spaventato e cerca di mettere in ordine le informazioni che gli stanno piovendo addosso. Cerca di dare loro un senso.
Dimensione.
“Non sapevo che vi conoscevate, quando l’ho incontrato la prima volta, te lo giuro. Ero andato a seguire una sua lezione per curiosità, niente di che, e poi l’ho ritrovato una sera e sembrava così stanco e io ero solo e non volevo tornare da Albert e non sapevo dove andare. Era come stare con te, forse, avrei dovuto capirlo subito invece non ci ho pensato per niente, e lui parlava di te ma non ha mai detto il tuo nome e soltanto l’altro giorno ci sono arrivato. E neanche lui aveva idea, non l’ha mai nemmeno sospettato. E non è successo assolutamente nulla tra di noi, Björn, lo giuro, lo so come sono e anche Albert aveva capito male ma conosci Sam, non avrebbe mai potuto toccarmi, anche senza sapere che ero tuo fratello, mi ha sempre solo dato un posto dove stare e non ha mai chiesto niente in cambio, neanche…”
“Vivian.”
Björn si schiarisce la voce.
Nella cornetta, suo fratello si zittisce.
Il silenzio è quasi troppo fitto, ora, ma lui sente la testa pulsare per la mole di informazioni non ancora assimilate ed è una fatica trovare le parole giuste. Una fatica anche solo pensarle.
Appoggiando la nuca contro lo schienale della poltrona, lascia che il fiato passi dal naso alla gola e per un attimo sembra quasi che tutto possa trovare un senso. Ordinarsi.
Poi Vivian mormora, con una voce impalpabile, “Sei arrabbiato?”, e lui si trova a riaprire gli occhi di scatto. A piegarsi in avanti, passandosi una mano sul viso. Incredulo.
“Arrabbiato? Ljus, come ti salta in testa che…”
“Mi hai chiamato Vivian,” è la risposta. “E avresti ragione di avercela con me. Sono giorni che lo so, che te lo tengo nascosto.”
“Non…” Lui prende un altro respiro, profondo. “Non sono arrabbiato, va bene? Sono solo… Confuso. Non so cosa pensare. E mentre parlavi sentivo che ti stavi agitando e avevo bisogno di fermarti. Per… Pensare. Solo questo.”
“Sei sicuro?”
“Ljus, non hai fatto nulla per cui potrei prendermela.” Deglutisce. “Al massimo, sei tu che dovresti essere arrabbiato con me. Che non ti ho mai raccontato nulla di questa storia, né di Samuel.”
“È stato perché non ti fidavi di me?” domanda Vivian.
Tornando a sprofondare nella poltrona, lui spinge la mano a massaggiarsi la fronte. Sospira.
“No. Assolutamente.”
“Perché Albert l’ha detto, che non era quello il motivo. Ma… Non capisco perché, allora, credo.”
La nuca affondata nel cuscino, Björn osserva lo spessore del buio racchiuso dietro le palpebre e cerca di restare il più possibile consapevole del proprio corpo – delle dimensioni delle braccia, dei movimenti della cassa toracica. Il battito del cuore – regolare – e l’improvviso raspare della gola: un bruciore secco. Voglia di bere.
La prospettiva di spiegare a suo fratello perché non l’abbia reso partecipe di un evento importante come l’incontro con Samuel lo riempie dello stesso disorientamento che nasceva di fronte all’idea di sostenere una discussione con lui sullo scrittore: per parlarne sarebbe stato necessario affondare le dita in una materia informe, confusa, seppellita in qualche angolo remoto della coscienza. Sarebbe stato come procedere a ritroso nel passato – sbagli le svolte e curva dopo curva ti ritrovi solo, perso in un labirinto di razionalizzazioni e diagnosi. Fatti scarni e giudizi.
È più facile ignorarle, certe cose. Lasciarsele alle spalle e fare finta che non abbiano importanza – fare finta di non vederle, non registrarle, non gestirle.
E così, durante quei mesi, Björn ha tenuto gli incontri con Samuel segreti anche a se stesso – ha taciuto ogni cosa con Vivian perché non parlarne con Vivian voleva dire non dover dare un nome a quel che accadeva. Perché non dare nome significava non dover trovare le parole, e evitare le parole significava restare innocente.
Non ammettere responsabilità. Non dover scegliere.
“Non so spiegarti perché, Vivian,” mormora, ed è come una sconfitta. “Non… Non ci ho neanche pensato, capisci? Non è stata una cosa voluta, non ho deciso di non dirtelo. È come se non avessi neanche immaginato la possibilità di farlo.”
“Albert ha detto che era complicato.”
Lui sorride, amaramente. “Complicato, sì. Albert ha ragione, in queste cose.”
Dall’altro capo del filo, Vivian sembra esitare – per un attimo, Björn pensa che forse proverà lo stesso a fargli qualche domanda. Dare una direzione al discorso nella speranza che questo potrebbe aiutare, senza capire che in un momento come quello il silenzio è l’unica dimensione possibile. L’unica salvezza – distensione.
“Non vuoi parlarne neanche ora, vero?” lo sente invece domandare, infine, aggiungendo come per affrettarsi a correggere: “Proprio di nulla? Non vuoi neanche sapere niente?”
E prima ancora che il cervello abbia processato il sollievo, e organizzato le forze per dare alla lingua l’ordine di formare la parola No, Björn ascolta la propria voce dire: “Potresti parlare tu, forse?”
Specificare, immediatamente: “Raccontare di lui. Cosa sta facendo.”
Dopo, anche mentre la tensione di Vivian si scioglie e il suo discorso inizia a fluire come un fiume trascinando con sé Samuel e i suoi sorrisi distratti e i mille volti che lui ricorda mischiati a quelli mai visti e quelli neanche immaginati, avverte come un vuoto vibrare nello spazio deserto sotto la carne – una corda tendersi dentro i nervi, il respiro solidificarsi.
Al di sotto della voce – quella di Vivian, quella di Samuel – c’è silenzio e il bisogno irresistibile di mantenerlo. C’è la distesa di neve e la stanchezza atroce di essere solo – la necessità di restarlo.
Permettere che il fiato si espanda e raccolga tutto.
La verità è che non è pronto a pensare seriamente a cosa significhi essersi lasciato Samuel alle spalle – cosa significhi averlo davanti, in un tempo imprecisato del futuro, in attesa forse, forse soltanto già stabilito.
Le parole di Vivian sono scivolose e i ritratti che dipinge troppo liquidi, sfuggenti – non è possibile trattenere il loro significato, utilizzarli per costruire posizioni razionali, per decidere il da farsi.
Un impulso potrebbe essere quello di prendere il cellulare e comporre il numero dello scrittore – chiamarlo da sé, sentirlo con le proprie orecchie che Samuel è reale e che sta bene.
Ma sono mesi che quella tentazione viene bloccata prima che possa prendere consistenza – mesi che il pensiero non fa in tempo a formarsi che già si sono abbassate le ciglia, e Björn sa bene che se anche gli riuscisse di concentrarsi – se riuscisse a soppesare razionalmente la possibilità di chiamare Samuel, di parlargli – sarebbero altri i problemi, altri gli ostacoli da superare, le barriere da abbattere. Le verità – troppo brutte, e scomode – da ammettere.
Per questo si limita a chiudere gli occhi, lasciando che sia la voce di suo fratello a tracciare i confini.
Per questo si accontenta di ascoltare neve e silenzio sovrapporsi al nome di Samuel, all’immagine quasi dolorosa delle sue mani appoggiate sulla testa di Vivian. Alla dolcezza dei suoi occhi e al ricordo della prima volta in cui si sono parlati – le parole del Dio malato e le statue del parco. Il cancello da varcare come per entrare in un altro mondo e la dimensione ovattata, onirica, di quelle stanze illuminate dal calore del camino.
È dolce, in qualche modo – un altro viaggio di ritorno, un’altra maniera di avvicinarsi a casa e liberarsi di quella stanchezza pesante. Scrollarsi di dosso le paure come un animale potrebbe fare con l’acquazzone rimasto impigliato nella pelliccia – asciugarsi un momento.
Concedersi una pausa in quella stasi sfibrante.
Sa che domani sarà tutto diverso: che basterà chiudere la comunicazione con Vivian perché il buio torni ad avvolgere e le ombre ad accerchiarlo, a costringerlo in un angolo inchiodandolo al muro. Anche la luce può poco, nelle notti più nere, e non basta la fiamma di un focolare per scacciare il gelo di consapevolezze che hanno messo radici quando lui ancora era bambino.
Non c’è mai stata alcuna illusione in merito: Björn lo sa benissimo e non si permetterà di dimenticarlo.
Ma per il momento può permettersi quella pace e fingere di non averla perduta già troppe volte – può dimenticare New York e pensare soltanto a Vivian, a Samuel; convincersi che in un futuro saprà trovare calore anche senza costringersi all’esilio, che non sarà necessaria sempre una guerra per conquistare la strada che lo riporterà a casa.
Sognare che forse la notte si scioglierà nell’alba e non sarà più soltanto il bianco della neve a dare sollievo al buio, ma tutti i colori del giorno. Una nuova dolcezza. E che in quel momento qualcuno sarà capace di abbracciare il suo ritorno. Mani di uomo e mani di bambino. Che lui potrà amare entrambi i tocchi, e abbandonarsi a entrambi con lo stesso sollievo. Con la stessa fiducia con cui adesso, cullato dal ricordo di Vivian, si abbandona al sonno.
Senza temere gli incubi, senza cedere loro terreno.
Rilassandosi lentamente.
E sciogliendo nel respiro ogni altra paura – ogni pensiero.











































































































































































































































































































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Date: 2011-02-19 01:37 pm (UTC)
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In mostruoso ritardo, ma ci sono ^^
'sta settimana è stata allucinante, tipo. Si è pure rotta la linea telefonica e 24h di astinenza da internet per una folle come me sono state atroci ^^

Comunque.
L'impatto che ha Bj su di me è particolare, credo. Non è come Mike, per cui ho un amore viscerale e vorrei che ogni capitolo fosse su di lui (se non si fosse ancora capito, lo ribadisco, ché male non fa), però ogni volta che torna è bellissimo leggere di lui, del suo candore, della tenerezza che fa.
Ed è una tenerezza molto diversa da quella di Dee. Perché Dee ispira coccole a volontà, mentre Bj non puoi toccarlo se non vuoi rischiare di farti male.
Il parallelo (voluto o no) fra queste due coppie di fratelli è azzeccatissimo, anche se paradossalmente i problemi che li 'dividono' sono all'opposto.
Ed è un bene che si siano ritrovati fra loro, prima d'ogni altra cosa. Perché - nonostante le fragilità - riescono a *raffozzarsi* insieme.
Prova è il fatto che poi dopo il loro incontro in qualche modo abbiano provato ad *entrare* nell'orbita dei loro fratelli.
Credo che - probabilmente mi sbaglio però - l'idea di *accettare* Mike nella vita di Ash (e nella sua) diventerà meno difficile per Dee nel momento in cui diventerà reale. Un po' come quando vedi una montagna di ostacoli davanti a te e pensi che non ce la farai mai ad affrontarli, ma in realtà quando concretamente inizi ad incontrarli ti accorgi che puoi farcela.
Poi insomma... Mike. Mike ♥ (forse sto semplificando troppo, lo so... però in realtà penso che dopo le prime diffidenze lui e Dee potrebbero andare d'accordo. Spero. Perché l'entusiasmo di Mike gli farebbe bene... poi li vedo anche a parlare di smalti e calze colorate, ma direi che sto andando OOC, quindi evito ^^)
Vivian è stato l'amore. Piccolo, tenerissimo tatolo ** L'immagine di bimbo che ho di lui come al solito ha prevalso su tutto. E la sua telefonata con Bj è stata bellissima. E Samuel. Che è fra di loro, in qualche modo.
Vivian che si sentiva *in colpa* è stato atroce e tenerissimo al tempo stesso.
E nulla, spero che Bj si senta presto abbastanza forte per provare a tornare a casa.

Perdonate il ritardo, mi sento abbastanza indegna .__.

Date: 2011-02-26 02:57 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Parlando di *mostruosi ritardi*... *rolls*
Non credo purtroppo che Mike e Dee diventeranno mai amici - in queste cose Dylan è terribile... Credo potrebbe magari arrivare ad apprezzarlo e a interagirci senza vomitare (rolls) e forse pure a farci una cena insieme, ma resterà sempre una parte di lui gelosissima di Ash. E questo credo potrebbe impedire una vera e propria amicizia, ecco.
Che poi paradossalmente è vero che hanno molte cose in comune: il football, ad esempio (Dee guarda i giocatori e Mike la partita, ma non sottiliziamo...)
Poi l'essere schifosamente vanitosi (Dee ce l'ha con gli smalti e Mike con la depilazione, ma vabbè^^)
Inoltre, Dee ha la fissa che quando vuole prendersi cura di qualcuno deve preparargli la colazione e sì, questo con Mike si sposerebbe benissimo (anche perchè solo Mike riuscirebbe a mandar giù contento le schifezze che cucina Dee *rolls*)
Però davvero, non penso abbiano molte possibilità. Purtroppo. *rolls*
Per il resto mi trovi perfettamente d'accordo - su Bj, soprattutto^^, e Vivian.
Bj era mancato tantissimo anche a me...
Spero che riusciamo per il week end a pubblicare il nuovo capitolo, ma non prometto nulla.
Uff. Ispirazione...
Grazie, un bacio!^^

Date: 2011-02-26 04:35 pm (UTC)
From: [identity profile] ladyaika.livejournal.com
La... depilazione?
...
No, okay, mi sa che il mio profondo amore per Mike non sopporterà anche questo ;_______;

*regala valanghe di ispirazione*

Date: 2011-02-26 04:49 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Pensa che ha minacciato di volersi tingere di BIONDO!!!!!
*rolling-eyes*
Confesso che il mio amore a questo annuncio ha un po' vacillato. *rolling-eyes* Ma credo che l'emergenza sia scampata. Almeno per qualche capitolo... *rolling-eyes*

Date: 2011-02-26 05:39 pm (UTC)
From: [identity profile] ladyaika.livejournal.com
Ma con i capelli (si parla di tintura di capelli) può farci quello che vuole... Anche a strisce bianche e nere (okay, magari no).
Ma... la depilazione mi sconcerta, ecco >.<

(se diventa biondo Dee si converte o.ò)

Date: 2011-02-26 08:20 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Integrale.
Depilazione integrale, eh.
Con ceretta a caldo rolls.

Date: 2011-02-26 08:36 pm (UTC)
From: [identity profile] ladyaika.livejournal.com
Ho capito, mi troverò un altro pg preferito *rolls*

Date: 2011-02-26 09:04 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
No, dico.
Ne vogliamo parlare????????????????

Furry Man

flashyourfurfriday

hairy back

(mi fa schifo anche avvicinarmi troppo al monitor!!!!!!!!!!)

Date: 2011-02-26 09:22 pm (UTC)
From: [identity profile] ladyaika.livejournal.com
Ma... Basta. U_____U
Mike non è così >_____<

(stasera sei in vena...)

Date: 2011-02-26 10:01 pm (UTC)

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