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Samuel e Albert - Nel bianco





Björn ha tredici anni, e iridi quasi trasparenti.
Iridi di un azzurro sconfinato – ghiaccio che leviga il cielo e maniche troppo lunghe a coprire i polsi. Ossa fragili, sotto la lana del cappotto.
E terra sotto i piedi – terra fredda.
Acqua increspata dal vento e un orizzonte gonfio di neve su capelli più chiari - indice puntato in lontananza e il sorriso struggente di un bambino. Sorriso di luce.
Vivian è piccolo, talmente piccolo che ti domandi se riuscirà a sopravvivere all’inverno.
Talmente piccolo che se gli chiedi quanti anni abbia ti guarda con la concentrazione di chi deve rispondere ad un quesito complicatissimo, prima di sollevare la mano, e quando distende tre volte le dita tu pensi che non è giusto. Che il vento dovrebbe calmarsi per non rischiare di graffiargli la pelle e la notte dovrebbe fermare i passi per non avvolgerlo di buio. Che l’immensità del cielo è una crudeltà, se lui non arriva neppure a cinquanta centimetri, e che se devi chinarti sulle ginocchia, per potergli parlare all’orecchio, dovresti anche poter chiamare ogni cosa con un nome nuovo. Un nome che sia solo per lui, mai usato per nessun altro al mondo e mai contaminato dalla paura. Spogliato della solitudine e del silenzio - parole piccole come le sue mani e semplici come un fiocco di neve.
“Li vedi, Viv? Li vedi, gli anatroccoli?”
Le briciole di pane galleggiano sull’acqua e Vivian ride, Björn lo tiene stretto e c’è soltanto quel frammento di terra, tutto intorno – lago e cielo e ghiaccio. Bianco.
Il bianco di una parete, a Portland – bestemmie di mare in tempesta e lo sguardo ancorato lì.
Lo sguardo che lì tornava sempre, sempre. Senza poter vedere.
Senza raggiungerli.
Sguardo cieco.
E troppe parole - vento impazzito che spaccava le labbra e intanto levigava il lessico come fosse una pietra da gettare in quel lago. Da gettare nel bianco.
Adesso sembra a Samuel che i suoi vent’anni non siano stati che una disperata corsa contro il tempo, un ostinato processo di abrasione per riuscire a donare a quei due bambini il loro linguaggio semplice.
Non pretendeva di salvare nessuno allora, non era per quello che scavava il nucleo delle parole fino a strappare la pelle dal suo stesso corpo: ma il varco era lì – un punto di bianco assoluto nell’intonaco del muro. Il Nord più profondo.
E stava tutto racchiuso in quei millimetri di calce, il senso dei respiri – qualunque scelta mai affrontata e la difficoltà lacerante di ogni passo. La bellezza e l’orrore – il suono.
Ci sono state notti di venti furiosi – quindici anni non sono bastati per educarsi a tener saldo il timone quando le correnti spingevano in direzioni tanto diverse che neanche il cielo sapeva più indicare la rotta.
E ci sono stati giorni di morti segrete – carne e sangue e nervi a pulsare inutilmente sul cadavere di un’anima immobile. La lenta agonia dei compromessi, la mano ferma di Logan a mutilare intere pagine come un bisturi sulla carne viva.
E la percezione nettissima della lama – sentirla affondare. Sentirla incidere.
Non è servito.
Non è servito perché adesso sta piovendo, fuori dal locale, e lui guarda le gocce scendere sul vetro in scie di lacrime lunghe. Attesa, ancora.
Non è servito.
Perché mancavano gli occhi bambini di Vivian, per completare il quadro – perché è esattamente nell’azzurro di quegli occhi che il silenzio di Björn ha preso forma e qualunque parola non sarà mai abbastanza sussurrata, mai abbastanza leggera. La neve non sarà mai abbastanza bianca per congelare la pena di dover aprire le braccia e affidarli al mondo, quei cinquanta centimetri di tenerezza sconfinata.
La voce di Björn non aveva suono quando declinava la luce in una lingua troppo straniera e lui non capiva, non ha saputo ascoltare. Non è neppure stato capace di riconoscerla nel battito del cuore, la sua presenza, perché quando Vivian dormiva contro il suo petto era Björn stesso a respirare sulla pelle. Perché mentre lui era impegnato a immaginare il peso del suo corpo fra le gambe Björn si scioglieva nel fiato di Vivian, invece, e scivolava sui capelli in carezze che non erano sesso e non erano carne ma erano semplicemente lui - lui nell’unica realtà che gli sia mai appartenuta.
Lui che non è mai stato un angelo e non è mai stato così terribile – lui che sa fare anche male.
Samuel non ha chiuso occhio nella consapevolezza quasi paralizzante di non averlo mai guardato davvero, l’uomo che ama. Di averlo visto per la prima volta solo nel momento in cui ha scoperto l’azzurro struggente di Vivian, solo quando ha potuto immaginare l’incapacità di proteggerlo e il rimorso continuo che ogni silenzio deve aver scavato nell’anima.
Ha sempre creduto che Björn nascondesse ferite profonde, mai colpe da farsi perdonare.
Mai fallimenti da dover perdonare a se stesso – la cosa più straziante. Quella più difficile e penosa, la sola che davvero non puoi condividere con nessuno al mondo.
Pensava di sapere tutto e non sapeva niente – era convinto di conoscerlo.
E non conosceva Vivian.
Ancora oggi non ha idea di quali fosse il suo volto da bambino – è tornato in quel Caffè per parlare di lui con Albert e non sa neppure immaginare un qualche tipo di rapporto fra loro.
Visualizzarli insieme è difficile – difficile credere che abbiano un linguaggio comune. Che si siano parlati e che forse si parlino ancora, che abbiano diviso affetti ed esperienze.
Solo adesso si rende conto che non sarebbe mai più tornato in quel posto se non fosse stata la preoccupazione per Vivian a portarcelo di nuovo – forse mancava esattamente quel tassello per fermare la fuga e trasformarla in coraggio. Per metterlo con le spalle al muro, costringerlo a serrare i pugni e guardare in faccia l’orrore.
Piove, e Björn è in ogni goccia d’acqua che scivola sulle vetrate - è in tutti i respiri e nell’odore del tè che sale lungo i polsi, in quell’ansia troppo gelida. Nei capelli bagnati.
Ed è nell’edizione di Spoon River che Samuel ha appoggiato sul piano del tavolo, quella che aveva comprato nella libreria antiquaria un giorno che il cielo era più freddo e pungeva il viso come fosse ghiaccio - un giorno d’inverno in cui potevi aspettartelo da un momento all’altro, che cadesse la neve, e che nella neve i passi di Björn diventassero tracce. Alfabeti silenziosi di un linguaggio bianco come le sue mani, un linguaggio senza suono.
Si erano fermati per strada, dopo, e lui gli aveva letto l’epitaffio di Dillard Sissman al solo scopo di regalargli orizzonti immobili. Aveva sussurrato i versi con la speranza di appendere la luna al suo aquilone e dimostrargli che la pace era possibile – dimostrargli teorie inutili.
Adesso il tempo sembra bussare alla porta, invece – colpi incalzanti che battono nelle tempie e il legno duro della spalliera contro la schiena. Contro le ossa.
L’arrivo di Albert non è che il passo definitivo oltre la soglia di un confine mai varcato – l’uomo si avvicina al tavolo chiudendo l’ombrello grondante di pioggia e lui sente le ginocchia piegarsi mentre scosta la sedia per alzarsi in piedi e porgergli la mano. Mentre i polsini della maglia scivolano sulle nocche e la stretta si attutisce nella stoffa – mentre vi si nasconde dentro.
Un respiro.
“La ringrazio per essere venuto,” dice, e quando incrocia il suo sguardo pensa che non c’è connessione fra i tratti del viso e il ricordo che conserva di quell’uomo. Fra le infinite volte che ha immaginato quel secondo incontro e la percezione di una realtà che impone le proprie leggi, invece. Leggi sconosciute.
La sensazione di trovarsi fuori tempo – fuori posto.
"Non si preoccupi," viene la risposta, mentre l’altro posa sul tavolo sigarette e cellulare e Samuel conta i respiri, intanto - conta i battiti del cuore. Uno ad uno.
"Ha detto di dovermi parlare?"
“Ho conosciuto Vivian,” annuncia allora, perché ha bisogno di dirlo subito. Sbarrare ogni possibile via di fuga e lasciare aperta solo una strada obbligata, davanti a sé.
Ha imparato a non fidarsi delle proprie risoluzioni, nel corso degli anni – quando la fragilità è parte di te così a fondo devi prendere fiato e buttarti senza quasi pensare.
Perfino Albert sembra non aspettarsi un approccio tanto diretto – o forse semplicemente non aveva messo in conto di sentirgli pronunciare quel nome. Samuel lo vede irrigidirsi appena – sciogliere per un attimo quella sua compostezza pacata. Impenetrabile, sempre.
“Davvero?”
Abbassando gli occhi sul tavolo, lui non risponde.
"E posso chiederle come?” aggiunge l’uomo, che invece continua a tenere lo sguardo sul suo viso. Lo sente scorrere lungo gli zigomi, Samuel - scendere sulle labbra e fermarsi sulla gola.
Risalire seguendo l’osso della mascella, lentamente.
“Non vorrei sembrarle invadente, ma non ho mai pensato che voi due poteste frequentare gli stessi ambienti.”
“L’ho incontrato per caso una sera, in un locale del centro,” risponde lui, bagnandosi le labbra. “Gli ho offerto un pezzo di torta e poi siamo usciti, abbiamo camminato.”
Sarebbe difficile spiegare che in realtà non hanno affatto camminato per strada - che i piedi non toccavano il suolo e la città sembrava un grumo pulsante di luci colorate, dall’alto. Difficile raccontare a qualcuno cosa significhi scoprirsi angeli, lasciarsi trasportare del vento e sentire la presenza dell’altro solo attraverso la solitudine.
Un legame impalpabile.
“L’aria era gelida,” prosegue, mentre il vapore del tè accarezza le dita. “Gli ho posato il mio cappotto sulle spalle e abbiamo preso un taxi, siamo tornati a casa. Vivian ha dormito da me quella notte.”
L'ostilità, d’improvviso, è lo sguardo dell’uomo che diventa vetro. Che diventa lama – il filo tagliente di un rasoio premuto sulle labbra.
"È di questo che voleva parlarmi?"
“Ho instaurato con Vivian un rapporto molto intimo, negli ultimi mesi,” annuisce Samuel, spostando lo sguardo oltre le sue spalle. Facendolo scorrere lungo la prospettiva del locale – gente e voci e pioggia.
Ombrelli aperti come cieli, dietro le vetrate.
“Poi, ieri mi ha detto che lui e Björn sono fratelli,” mormora, sentendo la voce perdere tono. Sentendo il bianco farsi strada nell’anima e la punta delle dita congelarsi come se sfiorasse la neve. Come se la struttura del presente vacillasse, inesorabilmente.
“È stato struggente, per molti versi. Per molti versi lacerante, invece…”
"Capisco," scandisce Albert, ma è evidente che quella conversazione non gli piace.
Samuel lo sente dalla rigidità delle parole - dalla durezza con la quale aggiunge, dopo un istante di silenzio: "Non riesco a immaginare cosa a questo punto possa volere da me, però. Un consiglio? Assoluzione?"
“No,” risponde, perché se c’è una cosa che gli è sempre stata chiara è che per lui non potrà mai esserci assoluzione. Che il tempo lasciato passare senza farsi più vivo pesa come un macigno non soltanto sulla coscienza, ma anche sull’opinione che gli altri devono essersi fatti di lui. Sul loro giudizio, e sulla fiducia.
Quell’uomo aveva una storia da raccontare - gli aveva offerto qualcosa di molto prezioso soltanto pochi mesi prima. Avrebbe dovuto ingoiare la pena e rimanere ad ascoltarlo fino in fondo – riuscire ad accettare il fatto che Björn potesse avere una vita indipendente da quella che lui gli aveva cucito addosso e ammettere una volta per tutte di non aver mai fatto parte del suo passato. Di non poter influire sul futuro e di non sapere niente – di non avere nulla da dargli. Solo se stesso, in fondo.
Parole.
Eppure serra i pugni sui braccioli della sedia, mentre il disagio cresce, perché stavolta è esattamente lì che deve restare. Che vuole restare - non importa quanto possa far male la consapevolezza della colpa o la disapprovazione del suo interlocutore. Non importa quanto sia difficile, quanta fatica costi.
“Ho solo bisogno di sapere se quel che è successo a Björn ha coinvolto anche Vivian,” dice lentamente, imponendosi di sollevare lo sguardo sul volto dell’uomo.
Imponendo alla voce di rimanere ferma – al respiro di non spezzarsi.
“E vorrei sapere in che modo. Fino a che punto.”
Prende fiato un istante, deglutendo.
“So che si tratta di questioni personali e che ogni mia domanda in proposito potrebbe apparire pretenziosa, ma non… Non posso evitarlo,” continua, guardando l’altro dritto negli occhi.
“Naturalmente mi rendo conto di metterla in una posizione scomoda e le domando scusa fin da adesso. Non è mia abitudine entrare a gamba tesa nella vita degli altri, la prego di credermi. Non avrei mai voluto esser costretto…”
Si interrompe, tornando a spostare lo sguardo altrove. Tentando di concentrarsi sui gesti del barman, sul braccialetto che riflette la luce ad ogni movimento del polso.
Albert non può capire – spiegargli sarebbe inutile.
Sarebbero necessari anni di lavoro per ammorbidire le parole fino a renderle avvolgenti come il silenzio - affilate come il ghiaccio. Iniettare il bianco a piccole dosi giorno dopo giorno, ora.
Dopo ora.
Non è possibile.
Può solo sperare che lui gli risponda per incoscienza, o forse solo per spezzare quell’attesa di bagliori che si smorzano nel vapore. Tazze allineate sul banco e acqua che scorre fra le dita, il pulsante rosso di una lavastoviglie. Secondi che si sgranano lenti come un rosario, cuore che batte. Apnea.
Lo strusciare della sedia sul pavimento è una scossa violenta – quando Samuel distoglie lo sguardo Albert ha appena cambiato posizione e sta inspirando piano, sta per parlare.
"Non posso darle una risposta certa,” scandisce, mentre le labbra si curvano sulle sillabe come una moviola lenta. Terribile.
“Vivian non ha mai accettato di raccontare nulla e Björn non sa - non ha mai saputo.”
Immobile, Samuel chiude gli occhi.
“La mia opinione, per quanto possa valere, è che non abbia subito abusi fisici in prima persona ma che abbia comunque risentito profondamente dell'ambiente in cui è cresciuto. Non so dirle quanto fosse cosciente della situazione di suo fratello – non so nemmeno quando ne sia cosciente adesso. Ma è abbastanza inevitabile collegare la disfunzionalità con cui vive la sfera sessuale a tutto questo," conclude l’uomo, e non è tanto il tono asettico della voce a colpire i nervi. Non è neppure la morsa gelida del panico – la sensazione che nel mondo si stia scavando una falla irreparabile e che il passato stia colando nel presente come un veleno antico. Sapore amaro che brucia la bocca, nausea.
Ma è soprattutto la consapevolezza che una rassicurazione su quel punto non verrà mai offerta, a condensare nel dubbio tutto l’orrore possibile. A pretendere altro coraggio e altra forza, a divorare la volontà.
È come un mostro affamato, una lotta impari. Un gorgo senza fine che inghiotte nelle sue viscere ogni tentativo di risalita e vanifica qualunque sforzo mai compiuto.
Sembra che debba esserci sempre altro dolore, sotto la superficie appena esplorata, come se il dolore stesso non fosse sufficiente a racchiudere tutto quel bianco. Come se Vivian e Björn fossero davvero irraggiungibili, nel loro universo di rumori ovattati e di colori liquidi.
Una dimensione parallela che li tiene prigionieri e che confina altrove chiunque cerchi di toccarli. Di avvicinarsi.
“L’ultima volta che ci siamo visti avevo la presunzione di sapere tutto,” mormora Samuel, chiudendo le dita intorno a una tazza ormai fredda.
“Adesso invece sono pronto ad ascoltare,” continua, la voce arrochita da quella sensazione di impotenza spietata. Dalla certezza che anche il fatto di sapere non servirà a cambiare la realtà né a condividerla - che non servirà a niente.
Niente.
“Mi aiuti a capire come devo comportarmi con Vivian, la prego,” aggiunge, ma l’altro è un muro impenetrabile – unghie che graffiano la pietra senza scalfirla.
"Cosa vuole che le dica?” risponde, duramente. “Non sono il terapista di Vivian, non ho mai analizzato il suo caso da un punto di vista clinico. Conosco quel ragazzino da quando aveva sei anni e se anche pensassi che il sesso può essere una soluzione – cosa che non mi sentirei di dire in nessun caso – sicuramente non darei comunque il via libera a lei."
“Io non voglio nessun via libera, non...”
A fatica, lui deglutisce.
“Non è il sesso che mi interessa,” termina, ma nulla pesa più della consapevolezza che quell’affermazione non ha senso se non è mai stato capace di pensare a Björn senza desiderare il suo corpo. Se il bianco è una distesa unica, e se virare verso orizzonti più freddi avrebbe richiesto piuttosto un rispetto ancora maggiore.
Una delicatezza assoluta.
Eppure la pelle si increspa di brividi anche in quel momento, anche con quel nodo di dolore stretto in gola e con lo sguardo di Albert piantato dentro gli occhi.
Anche in una situazione del genere.
Premendosi la mano sulla fronte scosta indietro i capelli – sente le dita tremare. “Björn mi aveva detto che la madre è morta,” insiste, con un’ostinazione che a malapena riconosce come sua. Che neppure riesce del tutto a gestire – a sostenere. “Vivian con chi sta, al momento?” domanda ancora, mentre Albert cambia di nuovo posizione.
"Abitava con Björn, adesso vivo io con lui."
“Lei?”
“Sì.”
“E il padre?”
Silenzio.
"Il padre non ha il permesso di vederlo. È in carcere,” viene la risposta, irreale. Inaspettata come un pugno allo stomaco, priva di significato in quel suo primo impatto improvviso.
Samuel sbatte le ciglia – sente la voce incrinarsi.
“In carcere?”, ripete.
Ma ha già intuito, non c’è neppure bisogno che l’altro chiarisca: “Per quel che ha fatto a Björn.” Non c’è bisogno di veder comporsi il quadro – ogni tessera mancante al giusto posto. Un ordine agghiacciante nella sua consequenzialità perfetta, nella sua semplicità.
Ha provato molte volte a familiarizzare con il concetto di abusi ripetuti, Samuel – lentamente, giorno dopo giorno, ha cercato di immaginare l’assedio di qualcosa che tornava sempre. Ha avvicinato cautamente il volto di quell’uomo – si è imposto di visualizzarne lo sguardo per riuscire un giorno a sentirselo addosso come deve averlo sentito Björn. Per capire almeno un poco - un poco soltanto.
E poi ha collocato la sua figura nel quartiere, nella cerchia dei parenti o degli amici di famiglia. Nell’appartamento vicino.
Ma l’orrore ha una struttura fin troppo elementare – non è forse questo che ha sempre insegnato ai suoi studenti?
“Cristo…” sussurra, e le sillabe gli muoiono in gola senza che le labbra neppure si muovano. Da quel punto in avanti non c’è più nulla – la mente si ferma lì.
Ed è straziante, doverli lasciare entrambi.
Björn e Vivian.
Perché qualunque dolore non conta – non può contare, se la persona che ti ha violato per anni era la stessa che si muoveva in casa tua a ogni ora del giorno e della notte.
Se era il compagno di tua madre – il padre del tuo fratellino piccolo.
Il padre.
E Vivian, che forse non è cosciente. Forse lo è fin troppo.
Forse.
Non c’è più tempo – pensa.
Pensa all’inverno ormai finito, all’estate smisurata dei grattacieli e alle strade gremite di gente – alla musica degli stereo portati a braccio e al vorticare del mondo, ai mille venti.
All’aquilone immobile che appassisce nell’aria.
"Samuel?"
Sente i nervi contrarsi in un sussulto violento – solleva gli occhi di scatto.
Albert si è sporto in avanti, gli ha chiuso la mano sul polso. Per un attimo – senza motivo – è come morire. Frantumarsi in quella stretta - spezzarsi.
“Si sente bene?”
Potrebbe rispondere qualunque cosa e sarebbe comunque una bugia – se ne rende conto un attimo prima di annuire.
Quella domanda non ha senso, semplicemente, e non ha senso l’odore di caffè che si spande dal bancone. Non ha senso quel freddo – il battere incessante della pioggia contro il vetro.
“La ringrazio, Albert,” sussurra, mentre l’uomo allenta la stretta lasciandogli libero il braccio. “Per la disponibilità. E la pazienza.”
Non sa neppure quel che sta dicendo, eppure paradossalmente gli sembra di non esser mai stato tanto lucido. Sente le orecchie ronzare.
Eppure la voce dell’altro gli arriva forte e chiara – un’alternanza di suoni che scivola sulla pelle senza toccarla né inciderla.
“Non deve ringraziarmi, il fatto stesso che si sia preoccupato per Vivian in un certo senso mi rincuora. Non è un ragazzino semplice, da gestire,” ammette Albert – labbra che si muovono lentamente.
Lentamente.
“Ed è fragile, anche se può sforzarsi di dissimularlo. Le chiedo solo di tenere a mente questo.”
“Lo terrò a mente,” assicura Samuel, ma neanche quelle parole hanno senso.
La tazza del the è ancora piena – la superficie si increspa leggermente quando lui preme la mano sul bordo del tavolo per spingere indietro la sedia.
E la testa diventa leggera, dopo – si alza in piedi e il sangue sembra crollare in basso.
“Ancora una sola domanda,” mormora, quasi sottovoce. Come se parlare piano potesse servire ancora – servire a qualcosa.
La stanza si sta sciogliendo come cera, tutto intorno.
“Lui come sta?”
L’uomo ha distolto lo sguardo, intanto – sta infilandosi la giacca con i soliti movimenti misurati. Una manica.
L’altra, senza fretta.
"Sta meglio,” risponde. “Lo sento spesso, sembra più sereno. Sta seguendo un programma di psicoterapia, da qualche tempo,” aggiunge. “Erano anni, che non provava."
E anche quel momento scorre via senza far rumore, lasciando nella mente solo l’immagine della sua giacca che struscia sul collo. Dita che spianano la stoffa sistemandola sulle spalle – Albert ha ossa marcate e spigolose. Unghie cortissime. E Samuel lo guarda uscire sotto la pioggia domandandosi quale vita si sia lasciato alle spalle, quale storia. Cosa possa sentire adesso, rientrando in una casa non sua dopo una giornata di lavoro. Dopo quella conversazione, quel dolore rinnovato.
Chiude gli occhi, pensando a Vivian.
Vivian che con lui divide quelle stanze ma che neanche da lui si lascia fermare – Vivian che per Björn deve esser stato luce e tenebra, l’amore più grande. Il più grande dolore.
Ricorda di aver associato il suo sguardo alla purezza, un giorno: adesso sa che non era esatto, si trattava di qualcosa di ancora diverso.
Era il bianco della pelle di Björn, della sua neve e del suo cielo senza aquiloni.
Il bianco dell’infanzia massacrata – di silenzi che non sono mai stati linguaggi. Mai stati innocenza.
Ed era il limite – il punto oltre il quale non resta che tornare a sedersi di fronte a una tazza di the freddo e pregare che altri sappiano attraversare quella distesa di bianco al posto tuo.
Che le mani spigolose di Albert sappiano tenere sul palmo un fiocco di neve senza lasciarlo sciogliere e che un terapista sconosciuto, in qualche sconosciuto studio di New York, sappia ascoltare il tuo amore con pazienza. Con coraggio, e con forza.
Come tu – nella tua solitudine sorda - non hai saputo fare mai.






Vivian è sempre stato un mistero, per Albert.
Gli capitava di pensarlo già quando viveva a casa di Dom e quel bambino non era altro che l’amichetto di Keith – quando ancora nulla faceva sospettare che la sua famiglia fosse meno che perfetta, che suo fratello avesse problemi ben più gravi di una semplice timidezza. Quando lo guardavi e vedevi soltanto i capelli biondissimi, gli occhi azzurri luminosi e sinceri. La dolcezza dei sorrisi e lo sbaffo di cioccolata all’angolo delle labbra – la stoffa dei jeans sfilacciata sul ginocchio dopo una caduta.
Sembrava una bambola modellata in ogni minimo dettaglio: Mike era rimasto incantato, la prima volta che l’aveva visto. Come avere seduto al tavolo un cherubino – la frangia negli occhi e il cucchiaio affondato nella tazza di gelato.
Potevi raccontargli storie qualunque e stava ad ascoltarti rapito; potevi farlo ridere, fargli il solletico, e si rotolava tra i cuscini come un cucciolo. Keith al suo fianco era una presenza più inquieta, a volte – un colore meno deciso. Guardandoli l’uno vicino all’altro – iridi chiarissime e trasparenti accostate ad altre castane, più intense e concentrate – Albert si trovava spesso a pensare che crescendo sarebbero cambiati per forza. Che suo nipote sarebbe diventato un adolescente scostante, forse, più scontroso di quanto lui e Dom fossero mai stati, mentre Vivian avrebbe forse trasformato quella tenerezza in egoismo leggero. Distrazione.
Non saprebbe dire quando si sia accorto per la prima volta che le sue previsioni erano tanto sbagliate.
Non si è trattato solamente di scoprire la verità sulla sua situazione familiare – di ricordare il volto impassibile di Herman Osvik e rivedere la sua mano appoggiata sulla spalla di Björn. Immaginarla sulla testa di Vivian.
E non si è trattato neanche soltanto di riesaminare ogni informazione incamerata durante gli anni su quella storia e quel bambino – di recuperare indizi ignorati e rivedere comportamenti, mettere in prospettiva segnali inconfondibili.
Perché in un certo momento, qualcosa era successo. Qualcosa di graduale, forse – una crescita inevitabile come quella fisica, come l’allungarsi delle gambe e l’ispessirsi della voce – o forse lo spandersi nel sangue di qualche segreto ostile. Impossibile dirlo. Ma di colpo poteva succederti di scorgere sul viso di quel ragazzino un’espressione nuova, che non avevi mai visto: l’attimo dopo si era già sciolta nel solito sorriso ed era impossibile sapere se si fosse trattato solo di un’impressione fugace. Se l’ombra che intravedevi nei suoi occhi fosse il segno normale di un’adolescenza che cominciava a premere contro i confini del corpo, oppure il sintomo di qualcosa di più sinistro.
Era tutto già successo.
E Albert sa che avrebbero dovuto prestare più attenzione, almeno loro – almeno quando il segreto di Björn si era rivelato – ma la terra tremava sotto i piedi e l’unica cosa che il ragazzo si fosse portato dietro, fuggendo da quella casa, era la certezza che Vivian non fosse mai stato neanche sfiorato da quel che era accaduto a lui. Che non ci fosse stato nessun tocco troppo brusco, o troppo esitante – ambiguo. Nessuno sguardo sospetto.
Era stato solo quello, giurava, a tenerlo in piedi per tutto il tempo.
Albert non troverà mai il modo di espiare quell’ingenuità imperdonabile - non potrà mai lavare del tutto la coscienza della colpa di aver lasciato Vivian in quella situazione per mesi interi invece di convincere da subito Björn a compiere l’ultimo passo. Eppure, nonostante questo, resta il dubbio che anche un intervento immediato sarebbe stato comunque tardivo.
Forse, se avesse letto la storia di Björn sul suo viso la prima volta in cui l’aveva guardato negli occhi, da bambino, tutto sarebbe stato diverso. Forse sarebbe stato capace di intervenire, allora – o avrebbe potuto chiedere a qualcun altro, qualcuno adulto davvero, di agire al suo posto. Aiutarlo.
Ma Vivian è bravo a dissimulare gli incubi se non vuole ammettere di averne avuti. Lo fa adesso, quando passa la notte ad aggirarsi per casa e al mattino giura di aver dormito benissimo, e forse lo faceva anche allora. Ogni volta che sorrideva.
Ogni volta che intrecciava le dita con le sue, al momento di attraversare la strada.
A volte, osservando il ragazzo scontroso che entra ed esce di casa senza quasi salutare, Albert sente una nostalgia lancinante per la presenza di quel bambino. Un senso di mancanza che è diverso da tutte le altre, perché mescolato con una così grossa parte di senso di colpa e con un’ancora maggiore consapevolezza della propria viltà.
La nostalgia di Mike è un nodo di dolore che si stringe nello stomaco, con la stessa consistenza del panico. L’incapacità di prendere una decisione e tornare indietro, o andare avanti: muoversi oltre i confini di quel limbo.
La mancanza di Vivian è essenzialmente incompetenza, invece: se avesse ancora otto anni, sarebbe semplice prenderlo tra le braccia e raccontargli che tutto va bene.
Albert non sa toccare il suo corpo adulto, invece: è un tabù che pesa nell’aria e avvelena anche gli scambi più quotidiani.
Ogni volta che lo vede uscire, lo sguardo scivola automaticamente a calcolare l’aderenza degli abiti; ogni volta che lo guarda rientrare, è inevitabile affannarsi a registrare i cambiamenti avvenuti. Cercargli addosso i segni di quello che ha fatto – di cosa ha cercato. Cosa ha svenduto.
A volte, quando Vivian se ne accorge e sostiene la sua ispezione con il sorrisetto più strafottente, deve quasi farsi violenza per trattenersi dal colpirlo: uno schiaffo solo, secco. Per trovare nei suoi occhi la sorpresa, forse. Vederlo reagire.
In altri momenti, è la sua bellezza a stupire.
Ed è la commozione a chiudere la gola – il bisogno di accarezzargli i capelli e vestirlo di abiti più ampi, più morbidi, abbastanza caldi da scacciare tutto il freddo che gli resta incollato alla pelle. Passargli le mani sulle spalle e massaggiarle dolcemente, senza chiedere nulla. Senza giudicare.
Lo sapeva prima ancora di accettare la richiesta di Björn, che non sarebbe stato capace di ignorare le abitudini di Vivian. Non pensava però che il sesso avrebbe potuto metterlo tanto a disagio.
Quando quel pomeriggio Samuel Weldon ha ammesso di aver passato la notte con lui – di averci stretto un rapporto intimo - l’ondata di rabbia l’ha colto totalmente di sorpresa.
Perché non avrebbe alcun diritto di intromettersi, in fondo: quel ragazzino non è suo, non divide il suo sangue. Nessuno degli uomini che godono di quel che Vivian offre ha alcun obbligo nei suoi confronti, né Albert pretende che rendano conto a lui.
La sua disapprovazione è affare puramente privato, e ne è cosciente.
Ma Weldon non gli era sembrato il tipo, quella prima volta in cui si erano stretti la mano sotto il sorriso di Björn. Non sembrava il tipo l’incontro successivo, quando era impallidito nell’ascoltare il riassunto succinto di una storia che lui non era neanche pronto a raccontare. E ha continuato ad apparire totalmente incongruo anche per tutta la durata del loro ultimo colloquio, mentre faceva le domande giuste e riceveva in cambio risposte troppo secche.
Avrebbe voluto prenderlo a pugni, Albert.
Dirgli che era anche responsabilità sua, quel che è successo a Vivian – che pesa anche sulle sue spalle quell’adolescenza bruciata a inseguire chissà cosa. Corpi troppo spessi, arti pesanti. Un sesso brutale che non poteva fare alcun bene.
Non è stato facile, mantenersi impassibile.
Guardarlo negli occhi e non fare domande – non incitarlo ad aggiungere particolari, a raccontare altro di quei loro incontri. Capire cosa potessero avere trovato l’uno nell’altro di tanto importante da renderli periodici: un affare ripetuto, fino a trasformarsi in relazione.
E ha fatto male rendersi conto di non sapere nulla, in realtà. Nulla della vita di Vivian, delle persone che vede quando non è a casa e non sta rivivendo la propria innocenza in compagnia di Keith. L’ultima riserva d’infanzia.
Vorrebbe essere capace di domandarglielo.
Usare il tono giusto, quello morbido che non aggredisce nessuno, e chiedergli sinceramente cos’abbia visto in Weldon quella notte – cos’abbia trovato sotto le sue mani, nella sua pelle. Chiudere gli occhi, magari, e permettersi di immaginarli: non aggrovigliati nel letto, ma la mattina dopo insieme. A colazione, o ad accarezzarsi il viso. Sorridere.
Per quanto gli sembri irreale.
Per quanto sarebbe difficile, comunque, da sostenere.
Fermo sulla soglia della stanza, invece, osserva la luce del televisore avvolgere il viso del ragazzo – mettere in rilievo i suoi tratti, labbra naso occhi, rendendolo di colpo più vecchio e più bambino – e già sa che quando parlerà saranno le parole sbagliate, a formarsi sulla lingua.
“Oggi ho incontrato Samuel Weldon.”
C’è qualcosa in Vivian che urta il suo controllo: se n’è accorto fin dall’inizio della loro convivenza, che in certi momenti gli bastava incrociare il suo sguardo per sentire i nervi tendersi, la pazienza sfaldarsi, ma ancora adesso non saprebbe dire chiaramente di che si tratti.
Quando il ragazzino volta la testa verso di lui, è troppo lontano per leggergli gli occhi. Ha un corpo rigido, nonostante la posizione di rilassatezza costruita ad arte - le labbra serrate in un sorriso distante.
“Sì?” chiede. E non si può dire propriamente ostile.
Albert muove un passo avanti, però, e l’atmosfera sembra farsi comunque carica di tensione.
“Non sapevo che lo conoscessi,” dice, avvicinandosi lentamente alla poltrona. Il posacenere è ancora appoggiato sul tavolino, di fianco al bracciolo, e lui si sporge per avvicinarlo.
Si lascia andare contro lo schienale - allunga il braccio verso il pacchetto di sigarette.
“Neanche io sapevo che lo conoscessi tu,” sta rispondendo Vivian, intanto, con il solito tono strafottente di quanto sente un litigio nell’aria. Ed è inevitabile. Come abbandonarsi alla forza di gravità – prendere fiato e sentire battere il cuore.
Albert fa scattare l’accendino, con calma forzata. Prende la prima boccata di fumo – la trattiene in bocca.
“Me l’ha presentato tuo fratello,” afferma poi. Deliberatamente. “Quando uscivano insieme, sai.”
Non c’era l’intenzione di ferire, dietro quella precisazione, perché neanche per un secondo Albert ha creduto che Vivian si sarebbe prestato a qualcosa del genere se avesse saputo quel che legava Weldon a Björn. Eppure, è evidente che il ragazzino l’abbia recepita in quel modo.
Che sia quella, l’accusa a cui sta rispondendo.
“Che cazzo vorresti insinuare?”
Il cambiamento è immediato: svanita ogni apparenza di calma, sciolta la posizione languida. È bastato che Vivian si sporgesse di poco in avanti perché tutto, in lui, annunciasse l’intenzione di attaccare.
Per un attimo, la tentazione è di continuare a provocarlo fino a farlo spezzare.
Prendendo un respiro profondo, Albert si sforza invece di distogliere lo sguardo. Solleva una mano a sfregarsi la tempia, pensando che non era così che aveva immaginato la loro conversazione notturna.
Di nuovo, cerca in sé la forza di attraversare i metri che separano la sua poltrona dal divano su cui siede Vivian per passargli un braccio intorno alle spalle – spogliarsi della felpa che indossa per offrirla a lui. Trovare il modo di scaldarlo.
L’immagine è consolante e perfetta, ma nella sua mente Vivian ha ancora gli occhi di un bambino: Albert sa benissimo che basterebbe voltarsi per scoprirlo cresciuto, invece, e per trovare nel suo sguardo tutte le verità difficili da ammettere. Per vedere i pericoli che il ragazzino corre ogni volta che esce in strada e quelli che si porta impressi addosso, come un marchio che nessuno può ignorare.
La distanza tra loro è troppo grande: non si misura in metri ma in anni, e forse anche nel coraggio di affrontare se stessi. Nella diversa determinazione che ciascuno impiega per sfuggirsi.
“Non sto dicendo che sia stata colpa tua, Vivian,” mormora, a bassa voce. “Non l’ho mai pensato. E non ho mai pensato neanche che tu sapessi che c’era qualcosa tra loro, che…”
“Non lo sapevo, infatti. Non lo so neanche adesso, in realtà, perché nessuno mi ha ancora detto un cazzo di quale sia la posizione di Björn in tutto questo.”
Albert aggrotta le sopracciglia, voltandosi verso di lui. “Cosa vuoi dire?”
“Sam è innamorato perso. Proprio… perso. E Björn? Non mi aveva neanche mai detto di averlo incontrato, Albert!”
C’è qualcosa, nello sguardo di Vivian, che somiglia più all’indignazione che al senso di colpa. Il segno del silenzio – la ferita di un’insicurezza profonda che sta cercando radici.
Per la prima volta da quando ha raccolto la confessione di Weldon, Albert si trova a considerare anche il vissuto di Vivian, in tutto questo. A pensare come deve essersi sentito nello scoprire che quell’uomo era parte della vita di Björn – una parte mai immaginata.
Deve essersi trattato di un tradimento anche per lui, forse: la consapevolezza che suo fratello gli avesse tenuto segreta una cosa importante, e che il proprio passo falso fosse dovuto almeno in parte alla sua omissione.
“Björn non è abituato ad affrontare certi argomenti,” risponde, quietamente. “Non te ne ha parlato perché non avrebbe saputo cosa dirti, Vivian. Tu e lui avete modi troppo diversi di vivere le stesse cose.”
“Perché?” ribatte il ragazzino, alzandosi in piedi. “Solo per il fatto che scopo in giro non credi che io possa capire? Che Björn possa fidarsi?”
“Non si tratta di fiducia. Sono sicuro che se gli chiedessi, sarebbe più che disposto a raccontarti tutto.”
L’altro scuote il capo, voltandosi verso la finestra.
La televisione è ancora accesa – un brusio di sottofondo che risulta quasi confortante, perché impedisce al silenzio di sedimentarsi. Anche la disposizione delle ombre sarebbe del tutto diversa, se ci fosse soltanto la luce della strada a illuminare la stanza.
Sembrerebbe tutto più intimo, forse. O forse soltanto più crudele.
Il buio ha sempre reso Vivian più piccolo. Più fragile.
Bagnandosi le labbra, Albert preme la sigaretta nel posacenere.
“Devi dirglielo, ora che lo sai,” mormora poi, quasi controvoglia. “Non puoi tacere su questo, Vivian. Non è giusto.”
“Lo so,” è la risposta, quieta.
Lui prende un respiro profondo, prima di proseguire.
“Hai intenzione di vederlo ancora?”
La voce suona quasi estranea, fuori dalla sua testa: troppo dura, di nuovo, troppo secca.
Sembra rivestita di giudizi e preconcetti anche quando avrebbe voluto porre un semplice interrogativo: anche se veniva solo dalla preoccupazione, e dal desiderio sincero di capire. Quando Vivian si volta, i suoi movimenti sembrano ancora più bruschi. I suoi lineamenti più spigolosi, i sensi più attenti.
“Perché non dovrei più volerlo vedere?” domanda, come in una sfida. “Solo perché conosce Björn? C’è l’esclusiva?”
“Vivian.”
“No, davvero. Spiegami. Chi credi di essere?”
Il ragazzino muove la testa, e i capelli spostandosi catturano la luce.
Hanno riflessi freddi, azzurri alieni e quasi bianchi, e forse è questo che lo disturba fin da quando ha messo piede in quella casa per viverci – fin da quando Vivian ha deciso di eleggerlo a nemico e gli ha regalato il volto che getta in faccia a tutti.
Il bambino che teneva suo nipote per mano aveva occhi chiarissimi e caldi: dieci anni dopo, quell’azzurro si è trasformato in ghiaccio ed è quasi doloroso, da guardare. Quasi un insulto.
“Non sai niente di me, non hai mai voluto saperlo. Avevi le risposte già pronte a tutte le domande che facevi, giusto? Non c’era neanche bisogno di ascoltarmi. Ti bastava guardarmi in faccia, per avere la tua diagnosi.”
“Sei tu quello che si ostina a tenere in piedi una maschera, Vivian. Come se fossi una cosa soltanto, e basta.”
“E cosa sarei, quindi? Una puttana?” Il ragazzino ride, muovendo un passo indietro. “Per questo non mi vuoi vicino a Samuel? Hai paura che lo contamini, che poi non sia più all’altezza di Björn?”
“Ho paura di come reagirà Björn quando saprà che la prima persona con cui ha trovato il coraggio di mettersi in gioco ha passato gli ultimi mesi a portarsi a letto suo fratello,” ribatte lui, francamente. “E ho ancora più paura di come potrebbe reagire se dovesse sapere che quella persona e suo fratello hanno proseguito comunque. Anche dopo aver saputo.”
Per un attimo, da Vivian non viene nessuna risposta.
Si è immobilizzato, ma i muscoli non sembrano più tesi come per prepararsi all’attacco; gli occhi sono fissi su di lui, ma non paiono vederlo e il volto è inespressivo – più spoglio di quanto Albert l’abbia mai visto, forse – e anche il respiro è lento.
Quasi calmo.
“Non ti è neanche passato per l’anticamera del cervello, vero, che forse non stavamo scopando,” dice poi, con lo stesso tono delle conversazioni più quotidiane. “Non dico che io potessi non provarci, ma che lui potesse non essere interessato almeno. Che magari abbia altre ragioni per tenermi intorno. Non pensarci proprio, al sesso.”
Ed è come se le parole non avessero senso, all’inizio. Non perché sia impossibile processarle, o dar loro credito, ma perché tutta l’attenzione è concentrata sul comprendere quel cambiamento di tono. Capire perché la tranquillità improvvisa di Vivian sia più allarmante della sua rabbia – del senso di tradimento che traspariva dalle sue parole quando parlava di Björn.
L’istante successivo il significato del discorso prende finalmente corpo, però – ed è come se un peso si sollevasse improvvisamente dalle spalle, e un pugno affondasse bruscamente nello stomaco.
“Ha detto che avete passato la notte insieme,” sussurra, incredulo.
“Ho dormito con lui. Non mi ha mai toccato.” Un mezzo sorriso. “Sam è convinto che io sia l’incarnazione dell’innocenza, per qualche assurda ragione.”
È strano come il mondo sembri farsi di colpo incomprensibile e al tempo stesso tornare perfettamente coerente: Albert ricorda lo sguardo di Weldon mentre chiedeva di Vivian e riesce finalmente a trovare il giusto nome per l’emozione intravista. Intuire il tipo di paura, il tipo di amore.
L’uomo che si è innamorato di Björn senza averlo mai potuto sfiorare – il folle che si è illuso di poterlo guarire soltanto scrivendone la storia, soffrendo il suo dolore nella mente – non avrebbe mai avuto mani capaci di toccare Vivian con la forza che il ragazzino sembra chiedere. Non avrebbe saputo articolare il disprezzo, ordinargli una posizione.
E per un attimo è dolce sapere che forse a lui è stato possibile scorgere ancora il calore, negli occhi di Vivian. Spogliarlo della maschera per ritrovarlo bambino.
Subito dopo, quello stesso pensiero porta invidia. E lo stomaco, di nuovo, torna a chiudersi intorno alla propria colpa.
“Che c’è? Questa nuova informazione è troppo improbabile per incastrarsi nella tua diagnosi perfetta, dottore?” domanda il ragazzino, il tono di nuovo sferzante. E forse è la sua voce – quella risata ferma in gola che in altri momenti si trasformerebbe in singhiozzo mentre nel presente sfoga solo un divertimento macabro.
Forse è lo sguardo – luminoso e indignato, troppo orgoglioso per ammettere quanto abbia fatto male l’ennesimo tradimento.
O forse è soltanto quell’epiteto. Dottore. E tutti i litigi che nel corso degli anni ha accompagnato – tutte le volte che Albert se l’è sentito scagliare addosso come un insulto.
Ma per un attimo è quasi possibile vedere Mike, ritto in piedi alle spalle di Vivian. Sentire la sua rabbia pulsare nell’aria, vedere i suoi nervi tendersi sotto la pelle.
Mike ha sempre avuto una maniera più intensa di gestire il dolore: più facile sentirlo urlare, piuttosto che raccogliere sussurri. Più facile vedere libri volare e soprammobili schiantarsi a terra, esplodere in frammenti impossibili da radunare. Come la loro storia.
Ma adesso – adesso che Albert si è trovato a inciampare in una mina imprevista, adesso che deve ammettere la propria sconfitta – è quasi facile andare oltre quelle differenze superficiali per trovare i tratti comuni, più profondi. Reali.
Vivian e Mike si sono sempre somigliati nella facilità con cui sanno conquistare il mondo con un semplice sorriso – la fiducia che riescono a vincere senza neanche sforzarsi troppo, senza muoversi fuori dal tracciato stabilito. Hanno lo stesso entusiasmo e la stessa forza e lui ha sempre pensato che fosse questo a renderli tanto compatibili. Questo, a farli andare tanto d’accordo – ad avvicinarli.
Non aveva mai sospettato che anche nella loro fragilità, invece, potessero essere tanto simili. Lentamente prende un respiro profondo - chiude gli occhi, scuote piano la testa.
È strano rendersi conto di un proprio sbaglio in maniera così improvvisa. Di solito gli succede gradualmente, riflettendo – mettendo insieme i dati e aggiustando le proprie conclusioni.
Adesso invece è tutto in movimento e non c’è tempo di scegliere con cura le proprie mosse – non c’è tempo di progettare un intervento.
Chiedere scusa non è sufficiente, ma si tratta forse di un passaggio inevitabile.
“Non ho mai pensato che tu fossi una puttana, Vivian,” dice.
Dal ragazzino, solo uno sbuffo incredulo.
Lui solleva una mano per zittirlo ma si ferma in tempo - ammorbidisce il gesto.
E non cerca di dare l’inflessione giusta alla propria voce, poi - non tenta di esprimere una tenerezza che sa di non poter rendere, di indovinare parole che non esistono o che lui almeno non saprebbe trovare.
È parte della sua condanna, forse, non imboccare mai la strada giusta per raggiungere certe persone. Fare il possibile per stare al loro passo - cercare di riconoscerle, di comprenderle – e finire invece per ferirle ogni volta che solleva una mano per proteggerle. Lasciarle cadere quando dovrebbe allungare il braccio per afferrarle, invece.
Riaprendo gli occhi, torna a fissare il volto impassibile di Vivian. Appoggia le mani sul bracciolo della poltrona – stringe appena la presa.
“Tutti gli insulti che mi hai messo in bocca… Non sono mai stati miei. Non mi appartengono.”
L’altro rovescia gli occhi al cielo, prevedibilmente, e lui cerca di immaginare come avrebbe reagito Mike se avesse cercato di parlargli con questa stessa franchezza in una qualunque delle discussioni che hanno logorato la loro storia. Avrebbe contrapposto lo stesso scetticismo o sarebbe stato più semplice, recuperare la sua fiducia?
Sarebbe stato possibile deviare il tracciato della crisi – mettervi un tampone, risolverla – o ogni strada alternativa era già stata preclusa?
Improvvisamente, l’eco dei troppi litigi osservati da quella stessa prospettiva appare intollerabile: immobile a qualche passo da lui, Vivian ha una postura più incerta di quella che assumeva sempre Mike in quei momenti, ma la situazione è la stessa. E non si possono fare certi discorsi restando seduti in poltrona, guardando il proprio interlocutore come da una platea.
È necessario alzasi in piedi, invece, a propria volta.
Muovere un passo avanti, senza troppa fretta.
Senza bruciare ogni possibilità, e senza lasciarle spegnere prima ancora di averle tenute tra le dita.
“Dico davvero, Vivian,” mormora, fermandosi a qualche metro di distanza. Incastrando gli occhi nei suoi, con fermezza, e schiarendosi la gola.
“Ogni volta che esci di casa vestito in un certo modo – ogni volta che mi dici quello che hai intenzione di fare, o che me lo fai capire. Ogni volta che ti dico qualcosa, che cerco di impormi. È solo perché ho paura.” Prende fiato, lentamente. “So che non sei più un bambino. E so che non sei mai stato il mio bambino. Ma tu e Björn siete parte della mia famiglia, e non posso evitare l’impulso di proteggervi. Tutti e due, non solo Björn,” aggiunge, perché a volte sembra che sia quello il problema più grosso.
Il primo tradimento inghiottito a fatica – la prima ferita che abbia infettato il loro rapporto.
Sono successe molte cose, nel frattempo - Albert non l’ha registrato subito - ma in retrospettiva gli è accaduto spesso di pensare che quel bambino abbia smesso di sorridergli apertamente quando le porte della propria casa si sono aperte per accogliere Björn. Richiudendosi subito dopo, poi, per lasciare fuori lui.
“Siete troppo diversi, però, e se Björn ha bisogno di qualcuno che lo incoraggi… Tu hai bisogno di qualcuno che ti freni. Perché non è sbagliato quello che fai, Vivian – non è peccato. Ma non risolve niente. Non cura. E io non sono capace di lasciarti andare dritto per la tua strada sapendo che ogni volta che ti fai toccare da qualcuno, ti stai facendo del male. Consapevolmente.”
Esita, poi, indeciso se fermarsi o aggiungere l’ultima precisazione.
Vivian sembra disposto ad ascoltare, però, e lui si inumidisce le labbra. Abbassa appena la voce, la rende più morbida.
“Quando Samuel Weldon mi ha detto di averti conosciuto, oggi pomeriggio – quando ho creduto che aveste quel tipo di relazione… Ho disprezzato lui, Vivian, ma non ho mai pensato che fosse colpa tua. C’è una ragione se i rapporti sessuali con i minorenni sono vietati dalla legge. E non è certo la protezione degli adulti.”
Che quello sia un terreno pericoloso lo sa benissimo, Albert - ha passato la vita a discutere con gente che la pensava in modo diverso, che si concentrava solo sull’aspetto erotico di simili rapporti e adduceva come giustificazione fulgide eccezioni al livello di maturità degli adolescenti comuni.
La tesi più inflazionata era che esistano persone capaci di assumersi le proprie responsabilità molto presto – di valutare i rischi e decidere se correrli o meno senza trasformarsi necessariamente in prede di coscienze già formate.
Ma lui è sempre rimasto della sua idea – non gli piacevano le relazioni che Raven da ragazzino intrecciava con persone più adulte e non poteva che disapprovare privatamente la storia che suo migliore amico aveva da sempre con un uomo più vecchio di trent’anni.
Anche se Gabriel non era mai stato un adolescente normale, ed Ethan non era il tipo di persona che godeva di certi disequilibri, la sua crescita è stata comunque segnata profondamente da quella disparità di esperienze.
L’adolescenza è un’età troppo fragile, in bilico tra correnti contrastanti e violente: mettere il proprio corpo nelle mani di un’altra persona non resta mai un’esperienza esclusivamente fisica - passando suoi tuoi fianchi, le dita dell’altro modellano anche il tuo carattere, il tuo approccio al sesso. Alla vita.
Vivian, da questo lato, presenta una situazione ancora più complessa.
Perché chiunque l’abbia toccato, nel corso degli anni – chiunque l’abbia anche solo guardato quando era tanto giovane da poter essere considerato bambino – ha dato una spinta troppo brusca alla sua crescita e ha lasciato un segno inevitabile che non lo condanna di certo, ma che comunque non potrà mai del tutto sbiadire.
È questo che Albert vorrebbe essere capace di spiegargli senza lasciare spazio ai fraintendimenti – senza insultare l’indipendenza del ragazzino, o accusarlo di essere immaturo. Senza che la propria preoccupazione possa somigliare a possessività, invece che a istinto di protezione.
“Nessuno dice che stai facendo qualcosa di sbagliato, Vivian. Ma lo sai anche tu, credo, che è pericoloso,” mormora infine, in tono quasi sommesso.
Per un attimo, sembra che l’altro non abbia intenzione di rispondere.
Distoglie lo sguardo, voltando il viso verso la finestra – incrocia le braccia sul petto, affonda i denti nel labbro.
“Samuel non potrebbe mai farmi del male,” dice poi, convinto. “Non so che razza di istinto tu possa avere, per pensare che lui potrebbe essere una minaccia. È la persona più buona che io abbia mai conosciuto.”
“Non sapevo come spiegarmelo, infatti,” ammette Albert. “Ma non mi sentivo disposto a correre rischi, mi dispiace.” Pausa. “Dovrò scusarmi con lui. Non l’ho trattato molto bene.”
E ha tutta l’intenzione di mantenere quella promessa, domattina. Qualunque cosa Weldon possa aver pensato del suo atteggiamento, sicuramente è ben lontano dall’immaginare le vere ragioni e lui si concede un attimo per rimpiangere la propria durezza. Per ripensare a certi momenti – certi sguardi.
Subito dopo, però, il presente torna a reclamare tutta la sua attenzione e lui sa che non può lasciarsi sfuggire la possibilità di affrontare seriamente, in toni pacati e maturi, la questione che sta alla base di ogni braccio di ferro tra lui e Vivian. Di ogni discussione, fra loro.
“Non avrei dovuto saltare a conclusioni affrettate con Samuel, Vivian. Hai ragione,” inizia, con fermezza. “Ma il problema rimane. Perché posso essermi sbagliato in questo caso, ma…” Esita. “Non mi sono inventato tutto il resto. E sono davvero preoccupato.”
“Lo so,” è la risposta. “Ma non devi, credo. Non così tanto.”
Lui trattiene un sospiro. “Viv….”
“No, davvero.” Quando il ragazzino torna a voltarsi ha un’espressione determinata sul viso – lo sguardo più presente di qualche minuto prima, il tono più convinto. “Le cose sono cambiate, adesso. Da quando ho incontrato Sam, e… Ho smesso di fare certe cazzate.”
Preso in contropiede, lui lo guarda sorpreso. “Come?”
“Ho anche lasciato il Black Velvet,” aggiunge Vivian. E Albert si lascia cadere seduto sul divano, sbattendo le ciglia.
Incredulo, si passa una mano sulla bocca.
“Da quando?”
“Qualche mese.”
“Qualche mese? E non hai pensato di dirmi niente?”
“Non volevo darti la soddisfazione,” risponde l’altro, guardandolo negli occhi. “Non era una cosa che riguardava te. Non l’ho fatto perché tu non volevi che continuassi. È stata una decisione mia, e…”
Vivian si interrompe, e Albert non può fare altro che rimpiangere ancora una volta la propria incapacità di relazionarsi con caratteri tanto decisi. Gli viene naturale, in quei casi, forzare la mano come se l’orgoglio fosse un animale da domare invece che una qualità da accudire con dolcezza, lasciandola libera di esprimersi e di crescere.
Ha compiuto lo stesso errore con Mike, troppe volte. Avrebbe dovuto imparare dai propri sbagli – evitare che certe dinamiche si ripetessero, costringendo un altro rapporto in una strada senza uscita.
“Non avrei pensato che l’avevi fatto per me, Vivian,” mormora, sinceramente. “Non l’avrei neanche voluto. Il fatto che sia stato tu a deciderlo è molto più importante.”
“Non c’è bisogno che lo trasformi in un atto eroico,” commenta però il ragazzino, in fretta. “Ho solo deciso che era ora di smettere. Poi, non mi andava di mentire a Sam. E non potevo dirgli che…”
Si interrompe. Distoglie lo sguardo.
Lui si schiarisce la voce.
“È per questo che hai smesso anche il resto?” domanda, cautamente. “Il… sesso anonimo, se ti riferivi a quello.”
“No.” Vivian si passa la lingua sulle labbra, incerto.
In quel momento, forse per via della luce che lo sfiora appena entrando dalla finestra – forse per l’espressione quasi assorta, concentrata – sembra di nuovo terribilmente giovane. Quasi bambino.
“No?”
“Non ho smesso proprio per quello.”
Albert tace, lasciandogli spazio per decidere se andare avanti. Come proseguire.
Non avrebbe mai pensato che sarebbe stato facile cedere a Vivian il controllo della loro conversazione, quando un’ora fa si è alzato dal letto deciso ad affrontarlo una volta per tutte, ma adesso è solo naturale aspettare di vedere quali siano le sue scelte. Quali confidenze si conceda di condividere – quali mosse.
Quando lo vede scrollare le spalle, ancora, sa già che non riceverà una risposta precisa.
Vivian si volta verso di lui e non lo guarda negli occhi - si infila una ciocca di capelli dietro l’orecchio, come per avere qualcosa con cui impegnare le dita.
“Non ne avevo semplicemente più voglia, credo,” dice infine, con un tono quasi leggero. Qualunque.
Ed è evidente in ogni sua espressione, che non dirà altro su quell’argomento. Che probabilmente non avvicinerà più nessun’altra questione – non ora, almeno. Non subito.
Ma la disinvoltura che esibisce adesso è molto diversa da quella che mostrava prima, come scudo eretto per nascondere una ferita. Non si tratta più di un’arma difensiva – o se lo è, non è più lui il nemico.
Albert lo sa e non può che essergli grato, in qualche modo, per quel privilegio.
È strano, in fondo, perché tutto ha avuto origine da un fraintendimento: ha passato la serata intera a riflettere su quella situazione, cercando di calmare la rabbia e di mettere in prospettiva le informazioni raccolte. Quando ha deciso di affrontare il ragazzino, lui e Vivian hanno rischiato di litigare seriamente – di rovinare tutto davvero, una volta per tutte.
Ora, osservando dal basso l’espressione del suo viso, non può che sperare che quella tregua regga, invece. Che si trasformi in qualcosa di stabile – che permetta a entrambi di recuperare la fiducia di un tempo.
Quando Vivian viene a sedersi sul divano – accucciato contro il bracciolo opposto, ma comunque vicino – è come una conferma.
E Albert sa che dovrebbe incoraggiarlo ad andare a letto.
Sa che sarebbe il caso che si alzasse lui stesso – che tornasse in camera, cercasse di dormire.
Ma c’è qualcosa di dolce, in quel momento, e forse è questo che serve a volte, per riparare i danni causati dalla propria distrazione.
Un silenzio condiviso, respiri quieti che si sovrappongono nel buio.
E nessun bisogno di cercare parole.
Nessun’accusa goffa a cui dover rispondere, da cui doversi difendere.
Contro la parete della stanza, Vivian è soltanto un profilo tratteggiato dalla luce, e lui espira piano fiato che tratteneva da troppo tempo.
Chiude gli occhi, poi.
E appoggiando la nuca contro lo schienale, lascia che la notte prosegua. Senza darle scadenze. Né orari.
Senza nessuna fretta.



































































































































































































































































































































































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