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Samuel e Albert - Nel bianco





Björn ha tredici anni, e iridi quasi trasparenti.
Iridi di un azzurro sconfinato – ghiaccio che leviga il cielo e maniche troppo lunghe a coprire i polsi. Ossa fragili, sotto la lana del cappotto.
E terra sotto i piedi – terra fredda.
Acqua increspata dal vento e un orizzonte gonfio di neve su capelli più chiari - indice puntato in lontananza e il sorriso struggente di un bambino. Sorriso di luce.
Vivian è piccolo, talmente piccolo che ti domandi se riuscirà a sopravvivere all’inverno.
Talmente piccolo che se gli chiedi quanti anni abbia ti guarda con la concentrazione di chi deve rispondere ad un quesito complicatissimo, prima di sollevare la mano, e quando distende tre volte le dita tu pensi che non è giusto. Che il vento dovrebbe calmarsi per non rischiare di graffiargli la pelle e la notte dovrebbe fermare i passi per non avvolgerlo di buio. Che l’immensità del cielo è una crudeltà, se lui non arriva neppure a cinquanta centimetri, e che se devi chinarti sulle ginocchia, per potergli parlare all’orecchio, dovresti anche poter chiamare ogni cosa con un nome nuovo. Un nome che sia solo per lui, mai usato per nessun altro al mondo e mai contaminato dalla paura. Spogliato della solitudine e del silenzio - parole piccole come le sue mani e semplici come un fiocco di neve.
“Li vedi, Viv? Li vedi, gli anatroccoli?”
Le briciole di pane galleggiano sull’acqua e Vivian ride, Björn lo tiene stretto e c’è soltanto quel frammento di terra, tutto intorno – lago e cielo e ghiaccio. Bianco.
Il bianco di una parete, a Portland – bestemmie di mare in tempesta e lo sguardo ancorato lì.
Lo sguardo che lì tornava sempre, sempre. Senza poter vedere.
Senza raggiungerli.
Sguardo cieco.
E troppe parole - vento impazzito che spaccava le labbra e intanto levigava il lessico come fosse una pietra da gettare in quel lago. Da gettare nel bianco.
Adesso sembra a Samuel che i suoi vent’anni non siano stati che una disperata corsa contro il tempo, un ostinato processo di abrasione per riuscire a donare a quei due bambini il loro linguaggio semplice.
Non pretendeva di salvare nessuno allora, non era per quello che scavava il nucleo delle parole fino a strappare la pelle dal suo stesso corpo: ma il varco era lì – un punto di bianco assoluto nell’intonaco del muro. Il Nord più profondo.
E stava tutto racchiuso in quei millimetri di calce, il senso dei respiri – qualunque scelta mai affrontata e la difficoltà lacerante di ogni passo. La bellezza e l’orrore – il suono.
Ci sono state notti di venti furiosi – quindici anni non sono bastati per educarsi a tener saldo il timone quando le correnti spingevano in direzioni tanto diverse che neanche il cielo sapeva più indicare la rotta.
E ci sono stati giorni di morti segrete – carne e sangue e nervi a pulsare inutilmente sul cadavere di un’anima immobile. La lenta agonia dei compromessi, la mano ferma di Logan a mutilare intere pagine come un bisturi sulla carne viva.
E la percezione nettissima della lama – sentirla affondare. Sentirla incidere.
Non è servito.
Non è servito perché adesso sta piovendo, fuori dal locale, e lui guarda le gocce scendere sul vetro in scie di lacrime lunghe. Attesa, ancora.
Non è servito.
Perché mancavano gli occhi bambini di Vivian, per completare il quadro – perché è esattamente nell’azzurro di quegli occhi che il silenzio di Björn ha preso forma e qualunque parola non sarà mai abbastanza sussurrata, mai abbastanza leggera. La neve non sarà mai abbastanza bianca per congelare la pena di dover aprire le braccia e affidarli al mondo, quei cinquanta centimetri di tenerezza sconfinata.
La voce di Björn non aveva suono quando declinava la luce in una lingua troppo straniera e lui non capiva, non ha saputo ascoltare. Non è neppure stato capace di riconoscerla nel battito del cuore, la sua presenza, perché quando Vivian dormiva contro il suo petto era Björn stesso a respirare sulla pelle. Perché mentre lui era impegnato a immaginare il peso del suo corpo fra le gambe Björn si scioglieva nel fiato di Vivian, invece, e scivolava sui capelli in carezze che non erano sesso e non erano carne ma erano semplicemente lui - lui nell’unica realtà che gli sia mai appartenuta.
Lui che non è mai stato un angelo e non è mai stato così terribile – lui che sa fare anche male.
Samuel non ha chiuso occhio nella consapevolezza quasi paralizzante di non averlo mai guardato davvero, l’uomo che ama. Di averlo visto per la prima volta solo nel momento in cui ha scoperto l’azzurro struggente di Vivian, solo quando ha potuto immaginare l’incapacità di proteggerlo e il rimorso continuo che ogni silenzio deve aver scavato nell’anima.
Ha sempre creduto che Björn nascondesse ferite profonde, mai colpe da farsi perdonare.
Mai fallimenti da dover perdonare a se stesso – la cosa più straziante. Quella più difficile e penosa, la sola che davvero non puoi condividere con nessuno al mondo.
Pensava di sapere tutto e non sapeva niente – era convinto di conoscerlo.
E non conosceva Vivian.
Ancora oggi non ha idea di quali fosse il suo volto da bambino – è tornato in quel Caffè per parlare di lui con Albert e non sa neppure immaginare un qualche tipo di rapporto fra loro.
Visualizzarli insieme è difficile – difficile credere che abbiano un linguaggio comune. Che si siano parlati e che forse si parlino ancora, che abbiano diviso affetti ed esperienze.
Solo adesso si rende conto che non sarebbe mai più tornato in quel posto se non fosse stata la preoccupazione per Vivian a portarcelo di nuovo – forse mancava esattamente quel tassello per fermare la fuga e trasformarla in coraggio. Per metterlo con le spalle al muro, costringerlo a serrare i pugni e guardare in faccia l’orrore.
Piove, e Björn è in ogni goccia d’acqua che scivola sulle vetrate - è in tutti i respiri e nell’odore del tè che sale lungo i polsi, in quell’ansia troppo gelida. Nei capelli bagnati.
Ed è nell’edizione di Spoon River che Samuel ha appoggiato sul piano del tavolo, quella che aveva comprato nella libreria antiquaria un giorno che il cielo era più freddo e pungeva il viso come fosse ghiaccio - un giorno d’inverno in cui potevi aspettartelo da un momento all’altro, che cadesse la neve, e che nella neve i passi di Björn diventassero tracce. Alfabeti silenziosi di un linguaggio bianco come le sue mani, un linguaggio senza suono.
Si erano fermati per strada, dopo, e lui gli aveva letto l’epitaffio di Dillard Sissman al solo scopo di regalargli orizzonti immobili. Aveva sussurrato i versi con la speranza di appendere la luna al suo aquilone e dimostrargli che la pace era possibile – dimostrargli teorie inutili.
Adesso il tempo sembra bussare alla porta, invece – colpi incalzanti che battono nelle tempie e il legno duro della spalliera contro la schiena. Contro le ossa.
L’arrivo di Albert non è che il passo definitivo oltre la soglia di un confine mai varcato – l’uomo si avvicina al tavolo chiudendo l’ombrello grondante di pioggia e lui sente le ginocchia piegarsi mentre scosta la sedia per alzarsi in piedi e porgergli la mano. Mentre i polsini della maglia scivolano sulle nocche e la stretta si attutisce nella stoffa – mentre vi si nasconde dentro.
Un respiro.
“La ringrazio per essere venuto,” dice, e quando incrocia il suo sguardo pensa che non c’è connessione fra i tratti del viso e il ricordo che conserva di quell’uomo. Fra le infinite volte che ha immaginato quel secondo incontro e la percezione di una realtà che impone le proprie leggi, invece. Leggi sconosciute.
La sensazione di trovarsi fuori tempo – fuori posto.
"Non si preoccupi," viene la risposta, mentre l’altro posa sul tavolo sigarette e cellulare e Samuel conta i respiri, intanto - conta i battiti del cuore. Uno ad uno.
"Ha detto di dovermi parlare?"
“Ho conosciuto Vivian,” annuncia allora, perché ha bisogno di dirlo subito. Sbarrare ogni possibile via di fuga e lasciare aperta solo una strada obbligata, davanti a sé.
Ha imparato a non fidarsi delle proprie risoluzioni, nel corso degli anni – quando la fragilità è parte di te così a fondo devi prendere fiato e buttarti senza quasi pensare.
Perfino Albert sembra non aspettarsi un approccio tanto diretto – o forse semplicemente non aveva messo in conto di sentirgli pronunciare quel nome. Samuel lo vede irrigidirsi appena – sciogliere per un attimo quella sua compostezza pacata. Impenetrabile, sempre.
“Davvero?”
Abbassando gli occhi sul tavolo, lui non risponde.
"E posso chiederle come?” aggiunge l’uomo, che invece continua a tenere lo sguardo sul suo viso. Lo sente scorrere lungo gli zigomi, Samuel - scendere sulle labbra e fermarsi sulla gola.
Risalire seguendo l’osso della mascella, lentamente.
“Non vorrei sembrarle invadente, ma non ho mai pensato che voi due poteste frequentare gli stessi ambienti.”
“L’ho incontrato per caso una sera, in un locale del centro,” risponde lui, bagnandosi le labbra. “Gli ho offerto un pezzo di torta e poi siamo usciti, abbiamo camminato.”
Sarebbe difficile spiegare che in realtà non hanno affatto camminato per strada - che i piedi non toccavano il suolo e la città sembrava un grumo pulsante di luci colorate, dall’alto. Difficile raccontare a qualcuno cosa significhi scoprirsi angeli, lasciarsi trasportare del vento e sentire la presenza dell’altro solo attraverso la solitudine.
Un legame impalpabile.
“L’aria era gelida,” prosegue, mentre il vapore del tè accarezza le dita. “Gli ho posato il mio cappotto sulle spalle e abbiamo preso un taxi, siamo tornati a casa. Vivian ha dormito da me quella notte.”
L'ostilità, d’improvviso, è lo sguardo dell’uomo che diventa vetro. Che diventa lama – il filo tagliente di un rasoio premuto sulle labbra.
"È di questo che voleva parlarmi?"
“Ho instaurato con Vivian un rapporto molto intimo, negli ultimi mesi,” annuisce Samuel, spostando lo sguardo oltre le sue spalle. Facendolo scorrere lungo la prospettiva del locale – gente e voci e pioggia.
Ombrelli aperti come cieli, dietro le vetrate.
“Poi, ieri mi ha detto che lui e Björn sono fratelli,” mormora, sentendo la voce perdere tono. Sentendo il bianco farsi strada nell’anima e la punta delle dita congelarsi come se sfiorasse la neve. Come se la struttura del presente vacillasse, inesorabilmente.
“È stato struggente, per molti versi. Per molti versi lacerante, invece…”
"Capisco," scandisce Albert, ma è evidente che quella conversazione non gli piace.
Samuel lo sente dalla rigidità delle parole - dalla durezza con la quale aggiunge, dopo un istante di silenzio: "Non riesco a immaginare cosa a questo punto possa volere da me, però. Un consiglio? Assoluzione?"
“No,” risponde, perché se c’è una cosa che gli è sempre stata chiara è che per lui non potrà mai esserci assoluzione. Che il tempo lasciato passare senza farsi più vivo pesa come un macigno non soltanto sulla coscienza, ma anche sull’opinione che gli altri devono essersi fatti di lui. Sul loro giudizio, e sulla fiducia.
Quell’uomo aveva una storia da raccontare - gli aveva offerto qualcosa di molto prezioso soltanto pochi mesi prima. Avrebbe dovuto ingoiare la pena e rimanere ad ascoltarlo fino in fondo – riuscire ad accettare il fatto che Björn potesse avere una vita indipendente da quella che lui gli aveva cucito addosso e ammettere una volta per tutte di non aver mai fatto parte del suo passato. Di non poter influire sul futuro e di non sapere niente – di non avere nulla da dargli. Solo se stesso, in fondo.
Parole.
Eppure serra i pugni sui braccioli della sedia, mentre il disagio cresce, perché stavolta è esattamente lì che deve restare. Che vuole restare - non importa quanto possa far male la consapevolezza della colpa o la disapprovazione del suo interlocutore. Non importa quanto sia difficile, quanta fatica costi.
“Ho solo bisogno di sapere se quel che è successo a Björn ha coinvolto anche Vivian,” dice lentamente, imponendosi di sollevare lo sguardo sul volto dell’uomo.
Imponendo alla voce di rimanere ferma – al respiro di non spezzarsi.
“E vorrei sapere in che modo. Fino a che punto.”
Prende fiato un istante, deglutendo.
“So che si tratta di questioni personali e che ogni mia domanda in proposito potrebbe apparire pretenziosa, ma non… Non posso evitarlo,” continua, guardando l’altro dritto negli occhi.
“Naturalmente mi rendo conto di metterla in una posizione scomoda e le domando scusa fin da adesso. Non è mia abitudine entrare a gamba tesa nella vita degli altri, la prego di credermi. Non avrei mai voluto esser costretto…”
Si interrompe, tornando a spostare lo sguardo altrove. Tentando di concentrarsi sui gesti del barman, sul braccialetto che riflette la luce ad ogni movimento del polso.
Albert non può capire – spiegargli sarebbe inutile.
Sarebbero necessari anni di lavoro per ammorbidire le parole fino a renderle avvolgenti come il silenzio - affilate come il ghiaccio. Iniettare il bianco a piccole dosi giorno dopo giorno, ora.
Dopo ora.
Non è possibile.
Può solo sperare che lui gli risponda per incoscienza, o forse solo per spezzare quell’attesa di bagliori che si smorzano nel vapore. Tazze allineate sul banco e acqua che scorre fra le dita, il pulsante rosso di una lavastoviglie. Secondi che si sgranano lenti come un rosario, cuore che batte. Apnea.
Lo strusciare della sedia sul pavimento è una scossa violenta – quando Samuel distoglie lo sguardo Albert ha appena cambiato posizione e sta inspirando piano, sta per parlare.
"Non posso darle una risposta certa,” scandisce, mentre le labbra si curvano sulle sillabe come una moviola lenta. Terribile.
“Vivian non ha mai accettato di raccontare nulla e Björn non sa - non ha mai saputo.”
Immobile, Samuel chiude gli occhi.
“La mia opinione, per quanto possa valere, è che non abbia subito abusi fisici in prima persona ma che abbia comunque risentito profondamente dell'ambiente in cui è cresciuto. Non so dirle quanto fosse cosciente della situazione di suo fratello – non so nemmeno quando ne sia cosciente adesso. Ma è abbastanza inevitabile collegare la disfunzionalità con cui vive la sfera sessuale a tutto questo," conclude l’uomo, e non è tanto il tono asettico della voce a colpire i nervi. Non è neppure la morsa gelida del panico – la sensazione che nel mondo si stia scavando una falla irreparabile e che il passato stia colando nel presente come un veleno antico. Sapore amaro che brucia la bocca, nausea.
Ma è soprattutto la consapevolezza che una rassicurazione su quel punto non verrà mai offerta, a condensare nel dubbio tutto l’orrore possibile. A pretendere altro coraggio e altra forza, a divorare la volontà.
È come un mostro affamato, una lotta impari. Un gorgo senza fine che inghiotte nelle sue viscere ogni tentativo di risalita e vanifica qualunque sforzo mai compiuto.
Sembra che debba esserci sempre altro dolore, sotto la superficie appena esplorata, come se il dolore stesso non fosse sufficiente a racchiudere tutto quel bianco. Come se Vivian e Björn fossero davvero irraggiungibili, nel loro universo di rumori ovattati e di colori liquidi.
Una dimensione parallela che li tiene prigionieri e che confina altrove chiunque cerchi di toccarli. Di avvicinarsi.
“L’ultima volta che ci siamo visti avevo la presunzione di sapere tutto,” mormora Samuel, chiudendo le dita intorno a una tazza ormai fredda.
“Adesso invece sono pronto ad ascoltare,” continua, la voce arrochita da quella sensazione di impotenza spietata. Dalla certezza che anche il fatto di sapere non servirà a cambiare la realtà né a condividerla - che non servirà a niente.
Niente.
“Mi aiuti a capire come devo comportarmi con Vivian, la prego,” aggiunge, ma l’altro è un muro impenetrabile – unghie che graffiano la pietra senza scalfirla.
"Cosa vuole che le dica?” risponde, duramente. “Non sono il terapista di Vivian, non ho mai analizzato il suo caso da un punto di vista clinico. Conosco quel ragazzino da quando aveva sei anni e se anche pensassi che il sesso può essere una soluzione – cosa che non mi sentirei di dire in nessun caso – sicuramente non darei comunque il via libera a lei."
“Io non voglio nessun via libera, non...”
A fatica, lui deglutisce.
“Non è il sesso che mi interessa,” termina, ma nulla pesa più della consapevolezza che quell’affermazione non ha senso se non è mai stato capace di pensare a Björn senza desiderare il suo corpo. Se il bianco è una distesa unica, e se virare verso orizzonti più freddi avrebbe richiesto piuttosto un rispetto ancora maggiore.
Una delicatezza assoluta.
Eppure la pelle si increspa di brividi anche in quel momento, anche con quel nodo di dolore stretto in gola e con lo sguardo di Albert piantato dentro gli occhi.
Anche in una situazione del genere.
Premendosi la mano sulla fronte scosta indietro i capelli – sente le dita tremare. “Björn mi aveva detto che la madre è morta,” insiste, con un’ostinazione che a malapena riconosce come sua. Che neppure riesce del tutto a gestire – a sostenere. “Vivian con chi sta, al momento?” domanda ancora, mentre Albert cambia di nuovo posizione.
"Abitava con Björn, adesso vivo io con lui."
“Lei?”
“Sì.”
“E il padre?”
Silenzio.
"Il padre non ha il permesso di vederlo. È in carcere,” viene la risposta, irreale. Inaspettata come un pugno allo stomaco, priva di significato in quel suo primo impatto improvviso.
Samuel sbatte le ciglia – sente la voce incrinarsi.
“In carcere?”, ripete.
Ma ha già intuito, non c’è neppure bisogno che l’altro chiarisca: “Per quel che ha fatto a Björn.” Non c’è bisogno di veder comporsi il quadro – ogni tessera mancante al giusto posto. Un ordine agghiacciante nella sua consequenzialità perfetta, nella sua semplicità.
Ha provato molte volte a familiarizzare con il concetto di abusi ripetuti, Samuel – lentamente, giorno dopo giorno, ha cercato di immaginare l’assedio di qualcosa che tornava sempre. Ha avvicinato cautamente il volto di quell’uomo – si è imposto di visualizzarne lo sguardo per riuscire un giorno a sentirselo addosso come deve averlo sentito Björn. Per capire almeno un poco - un poco soltanto.
E poi ha collocato la sua figura nel quartiere, nella cerchia dei parenti o degli amici di famiglia. Nell’appartamento vicino.
Ma l’orrore ha una struttura fin troppo elementare – non è forse questo che ha sempre insegnato ai suoi studenti?
“Cristo…” sussurra, e le sillabe gli muoiono in gola senza che le labbra neppure si muovano. Da quel punto in avanti non c’è più nulla – la mente si ferma lì.
Ed è straziante, doverli lasciare entrambi.
Björn e Vivian.
Perché qualunque dolore non conta – non può contare, se la persona che ti ha violato per anni era la stessa che si muoveva in casa tua a ogni ora del giorno e della notte.
Se era il compagno di tua madre – il padre del tuo fratellino piccolo.
Il padre.
E Vivian, che forse non è cosciente. Forse lo è fin troppo.
Forse.
Non c’è più tempo – pensa.
Pensa all’inverno ormai finito, all’estate smisurata dei grattacieli e alle strade gremite di gente – alla musica degli stereo portati a braccio e al vorticare del mondo, ai mille venti.
All’aquilone immobile che appassisce nell’aria.
"Samuel?"
Sente i nervi contrarsi in un sussulto violento – solleva gli occhi di scatto.
Albert si è sporto in avanti, gli ha chiuso la mano sul polso. Per un attimo – senza motivo – è come morire. Frantumarsi in quella stretta - spezzarsi.
“Si sente bene?”
Potrebbe rispondere qualunque cosa e sarebbe comunque una bugia – se ne rende conto un attimo prima di annuire.
Quella domanda non ha senso, semplicemente, e non ha senso l’odore di caffè che si spande dal bancone. Non ha senso quel freddo – il battere incessante della pioggia contro il vetro.
“La ringrazio, Albert,” sussurra, mentre l’uomo allenta la stretta lasciandogli libero il braccio. “Per la disponibilità. E la pazienza.”
Non sa neppure quel che sta dicendo, eppure paradossalmente gli sembra di non esser mai stato tanto lucido. Sente le orecchie ronzare.
Eppure la voce dell’altro gli arriva forte e chiara – un’alternanza di suoni che scivola sulla pelle senza toccarla né inciderla.
“Non deve ringraziarmi, il fatto stesso che si sia preoccupato per Vivian in un certo senso mi rincuora. Non è un ragazzino semplice, da gestire,” ammette Albert – labbra che si muovono lentamente.
Lentamente.
“Ed è fragile, anche se può sforzarsi di dissimularlo. Le chiedo solo di tenere a mente questo.”
“Lo terrò a mente,” assicura Samuel, ma neanche quelle parole hanno senso.
La tazza del the è ancora piena – la superficie si increspa leggermente quando lui preme la mano sul bordo del tavolo per spingere indietro la sedia.
E la testa diventa leggera, dopo – si alza in piedi e il sangue sembra crollare in basso.
“Ancora una sola domanda,” mormora, quasi sottovoce. Come se parlare piano potesse servire ancora – servire a qualcosa.
La stanza si sta sciogliendo come cera, tutto intorno.
“Lui come sta?”
L’uomo ha distolto lo sguardo, intanto – sta infilandosi la giacca con i soliti movimenti misurati. Una manica.
L’altra, senza fretta.
"Sta meglio,” risponde. “Lo sento spesso, sembra più sereno. Sta seguendo un programma di psicoterapia, da qualche tempo,” aggiunge. “Erano anni, che non provava."
E anche quel momento scorre via senza far rumore, lasciando nella mente solo l’immagine della sua giacca che struscia sul collo. Dita che spianano la stoffa sistemandola sulle spalle – Albert ha ossa marcate e spigolose. Unghie cortissime. E Samuel lo guarda uscire sotto la pioggia domandandosi quale vita si sia lasciato alle spalle, quale storia. Cosa possa sentire adesso, rientrando in una casa non sua dopo una giornata di lavoro. Dopo quella conversazione, quel dolore rinnovato.
Chiude gli occhi, pensando a Vivian.
Vivian che con lui divide quelle stanze ma che neanche da lui si lascia fermare – Vivian che per Björn deve esser stato luce e tenebra, l’amore più grande. Il più grande dolore.
Ricorda di aver associato il suo sguardo alla purezza, un giorno: adesso sa che non era esatto, si trattava di qualcosa di ancora diverso.
Era il bianco della pelle di Björn, della sua neve e del suo cielo senza aquiloni.
Il bianco dell’infanzia massacrata – di silenzi che non sono mai stati linguaggi. Mai stati innocenza.
Ed era il limite – il punto oltre il quale non resta che tornare a sedersi di fronte a una tazza di the freddo e pregare che altri sappiano attraversare quella distesa di bianco al posto tuo.
Che le mani spigolose di Albert sappiano tenere sul palmo un fiocco di neve senza lasciarlo sciogliere e che un terapista sconosciuto, in qualche sconosciuto studio di New York, sappia ascoltare il tuo amore con pazienza. Con coraggio, e con forza.
Come tu – nella tua solitudine sorda - non hai saputo fare mai.






Vivian è sempre stato un mistero, per Albert.
Gli capitava di pensarlo già quando viveva a casa di Dom e quel bambino non era altro che l’amichetto di Keith – quando ancora nulla faceva sospettare che la sua famiglia fosse meno che perfetta, che suo fratello avesse problemi ben più gravi di una semplice timidezza. Quando lo guardavi e vedevi soltanto i capelli biondissimi, gli occhi azzurri luminosi e sinceri. La dolcezza dei sorrisi e lo sbaffo di cioccolata all’angolo delle labbra – la stoffa dei jeans sfilacciata sul ginocchio dopo una caduta.
Sembrava una bambola modellata in ogni minimo dettaglio: Mike era rimasto incantato, la prima volta che l’aveva visto. Come avere seduto al tavolo un cherubino – la frangia negli occhi e il cucchiaio affondato nella tazza di gelato.
Potevi raccontargli storie qualunque e stava ad ascoltarti rapito; potevi farlo ridere, fargli il solletico, e si rotolava tra i cuscini come un cucciolo. Keith al suo fianco era una presenza più inquieta, a volte – un colore meno deciso. Guardandoli l’uno vicino all’altro – iridi chiarissime e trasparenti accostate ad altre castane, più intense e concentrate – Albert si trovava spesso a pensare che crescendo sarebbero cambiati per forza. Che suo nipote sarebbe diventato un adolescente scostante, forse, più scontroso di quanto lui e Dom fossero mai stati, mentre Vivian avrebbe forse trasformato quella tenerezza in egoismo leggero. Distrazione.
Non saprebbe dire quando si sia accorto per la prima volta che le sue previsioni erano tanto sbagliate.
Non si è trattato solamente di scoprire la verità sulla sua situazione familiare – di ricordare il volto impassibile di Herman Osvik e rivedere la sua mano appoggiata sulla spalla di Björn. Immaginarla sulla testa di Vivian.
E non si è trattato neanche soltanto di riesaminare ogni informazione incamerata durante gli anni su quella storia e quel bambino – di recuperare indizi ignorati e rivedere comportamenti, mettere in prospettiva segnali inconfondibili.
Perché in un certo momento, qualcosa era successo. Qualcosa di graduale, forse – una crescita inevitabile come quella fisica, come l’allungarsi delle gambe e l’ispessirsi della voce – o forse lo spandersi nel sangue di qualche segreto ostile. Impossibile dirlo. Ma di colpo poteva succederti di scorgere sul viso di quel ragazzino un’espressione nuova, che non avevi mai visto: l’attimo dopo si era già sciolta nel solito sorriso ed era impossibile sapere se si fosse trattato solo di un’impressione fugace. Se l’ombra che intravedevi nei suoi occhi fosse il segno normale di un’adolescenza che cominciava a premere contro i confini del corpo, oppure il sintomo di qualcosa di più sinistro.
Era tutto già successo.
E Albert sa che avrebbero dovuto prestare più attenzione, almeno loro – almeno quando il segreto di Björn si era rivelato – ma la terra tremava sotto i piedi e l’unica cosa che il ragazzo si fosse portato dietro, fuggendo da quella casa, era la certezza che Vivian non fosse mai stato neanche sfiorato da quel che era accaduto a lui. Che non ci fosse stato nessun tocco troppo brusco, o troppo esitante – ambiguo. Nessuno sguardo sospetto.
Era stato solo quello, giurava, a tenerlo in piedi per tutto il tempo.
Albert non troverà mai il modo di espiare quell’ingenuità imperdonabile - non potrà mai lavare del tutto la coscienza della colpa di aver lasciato Vivian in quella situazione per mesi interi invece di convincere da subito Björn a compiere l’ultimo passo. Eppure, nonostante questo, resta il dubbio che anche un intervento immediato sarebbe stato comunque tardivo.
Forse, se avesse letto la storia di Björn sul suo viso la prima volta in cui l’aveva guardato negli occhi, da bambino, tutto sarebbe stato diverso. Forse sarebbe stato capace di intervenire, allora – o avrebbe potuto chiedere a qualcun altro, qualcuno adulto davvero, di agire al suo posto. Aiutarlo.
Ma Vivian è bravo a dissimulare gli incubi se non vuole ammettere di averne avuti. Lo fa adesso, quando passa la notte ad aggirarsi per casa e al mattino giura di aver dormito benissimo, e forse lo faceva anche allora. Ogni volta che sorrideva.
Ogni volta che intrecciava le dita con le sue, al momento di attraversare la strada.
A volte, osservando il ragazzo scontroso che entra ed esce di casa senza quasi salutare, Albert sente una nostalgia lancinante per la presenza di quel bambino. Un senso di mancanza che è diverso da tutte le altre, perché mescolato con una così grossa parte di senso di colpa e con un’ancora maggiore consapevolezza della propria viltà.
La nostalgia di Mike è un nodo di dolore che si stringe nello stomaco, con la stessa consistenza del panico. L’incapacità di prendere una decisione e tornare indietro, o andare avanti: muoversi oltre i confini di quel limbo.
La mancanza di Vivian è essenzialmente incompetenza, invece: se avesse ancora otto anni, sarebbe semplice prenderlo tra le braccia e raccontargli che tutto va bene.
Albert non sa toccare il suo corpo adulto, invece: è un tabù che pesa nell’aria e avvelena anche gli scambi più quotidiani.
Ogni volta che lo vede uscire, lo sguardo scivola automaticamente a calcolare l’aderenza degli abiti; ogni volta che lo guarda rientrare, è inevitabile affannarsi a registrare i cambiamenti avvenuti. Cercargli addosso i segni di quello che ha fatto – di cosa ha cercato. Cosa ha svenduto.
A volte, quando Vivian se ne accorge e sostiene la sua ispezione con il sorrisetto più strafottente, deve quasi farsi violenza per trattenersi dal colpirlo: uno schiaffo solo, secco. Per trovare nei suoi occhi la sorpresa, forse. Vederlo reagire.
In altri momenti, è la sua bellezza a stupire.
Ed è la commozione a chiudere la gola – il bisogno di accarezzargli i capelli e vestirlo di abiti più ampi, più morbidi, abbastanza caldi da scacciare tutto il freddo che gli resta incollato alla pelle. Passargli le mani sulle spalle e massaggiarle dolcemente, senza chiedere nulla. Senza giudicare.
Lo sapeva prima ancora di accettare la richiesta di Björn, che non sarebbe stato capace di ignorare le abitudini di Vivian. Non pensava però che il sesso avrebbe potuto metterlo tanto a disagio.
Quando quel pomeriggio Samuel Weldon ha ammesso di aver passato la notte con lui – di averci stretto un rapporto intimo - l’ondata di rabbia l’ha colto totalmente di sorpresa.
Perché non avrebbe alcun diritto di intromettersi, in fondo: quel ragazzino non è suo, non divide il suo sangue. Nessuno degli uomini che godono di quel che Vivian offre ha alcun obbligo nei suoi confronti, né Albert pretende che rendano conto a lui.
La sua disapprovazione è affare puramente privato, e ne è cosciente.
Ma Weldon non gli era sembrato il tipo, quella prima volta in cui si erano stretti la mano sotto il sorriso di Björn. Non sembrava il tipo l’incontro successivo, quando era impallidito nell’ascoltare il riassunto succinto di una storia che lui non era neanche pronto a raccontare. E ha continuato ad apparire totalmente incongruo anche per tutta la durata del loro ultimo colloquio, mentre faceva le domande giuste e riceveva in cambio risposte troppo secche.
Avrebbe voluto prenderlo a pugni, Albert.
Dirgli che era anche responsabilità sua, quel che è successo a Vivian – che pesa anche sulle sue spalle quell’adolescenza bruciata a inseguire chissà cosa. Corpi troppo spessi, arti pesanti. Un sesso brutale che non poteva fare alcun bene.
Non è stato facile, mantenersi impassibile.
Guardarlo negli occhi e non fare domande – non incitarlo ad aggiungere particolari, a raccontare altro di quei loro incontri. Capire cosa potessero avere trovato l’uno nell’altro di tanto importante da renderli periodici: un affare ripetuto, fino a trasformarsi in relazione.
E ha fatto male rendersi conto di non sapere nulla, in realtà. Nulla della vita di Vivian, delle persone che vede quando non è a casa e non sta rivivendo la propria innocenza in compagnia di Keith. L’ultima riserva d’infanzia.
Vorrebbe essere capace di domandarglielo.
Usare il tono giusto, quello morbido che non aggredisce nessuno, e chiedergli sinceramente cos’abbia visto in Weldon quella notte – cos’abbia trovato sotto le sue mani, nella sua pelle. Chiudere gli occhi, magari, e permettersi di immaginarli: non aggrovigliati nel letto, ma la mattina dopo insieme. A colazione, o ad accarezzarsi il viso. Sorridere.
Per quanto gli sembri irreale.
Per quanto sarebbe difficile, comunque, da sostenere.
Fermo sulla soglia della stanza, invece, osserva la luce del televisore avvolgere il viso del ragazzo – mettere in rilievo i suoi tratti, labbra naso occhi, rendendolo di colpo più vecchio e più bambino – e già sa che quando parlerà saranno le parole sbagliate, a formarsi sulla lingua.
“Oggi ho incontrato Samuel Weldon.”
C’è qualcosa in Vivian che urta il suo controllo: se n’è accorto fin dall’inizio della loro convivenza, che in certi momenti gli bastava incrociare il suo sguardo per sentire i nervi tendersi, la pazienza sfaldarsi, ma ancora adesso non saprebbe dire chiaramente di che si tratti.
Quando il ragazzino volta la testa verso di lui, è troppo lontano per leggergli gli occhi. Ha un corpo rigido, nonostante la posizione di rilassatezza costruita ad arte - le labbra serrate in un sorriso distante.
“Sì?” chiede. E non si può dire propriamente ostile.
Albert muove un passo avanti, però, e l’atmosfera sembra farsi comunque carica di tensione.
“Non sapevo che lo conoscessi,” dice, avvicinandosi lentamente alla poltrona. Il posacenere è ancora appoggiato sul tavolino, di fianco al bracciolo, e lui si sporge per avvicinarlo.
Si lascia andare contro lo schienale - allunga il braccio verso il pacchetto di sigarette.
“Neanche io sapevo che lo conoscessi tu,” sta rispondendo Vivian, intanto, con il solito tono strafottente di quanto sente un litigio nell’aria. Ed è inevitabile. Come abbandonarsi alla forza di gravità – prendere fiato e sentire battere il cuore.
Albert fa scattare l’accendino, con calma forzata. Prende la prima boccata di fumo – la trattiene in bocca.
“Me l’ha presentato tuo fratello,” afferma poi. Deliberatamente. “Quando uscivano insieme, sai.”
Non c’era l’intenzione di ferire, dietro quella precisazione, perché neanche per un secondo Albert ha creduto che Vivian si sarebbe prestato a qualcosa del genere se avesse saputo quel che legava Weldon a Björn. Eppure, è evidente che il ragazzino l’abbia recepita in quel modo.
Che sia quella, l’accusa a cui sta rispondendo.
“Che cazzo vorresti insinuare?”
Il cambiamento è immediato: svanita ogni apparenza di calma, sciolta la posizione languida. È bastato che Vivian si sporgesse di poco in avanti perché tutto, in lui, annunciasse l’intenzione di attaccare.
Per un attimo, la tentazione è di continuare a provocarlo fino a farlo spezzare.
Prendendo un respiro profondo, Albert si sforza invece di distogliere lo sguardo. Solleva una mano a sfregarsi la tempia, pensando che non era così che aveva immaginato la loro conversazione notturna.
Di nuovo, cerca in sé la forza di attraversare i metri che separano la sua poltrona dal divano su cui siede Vivian per passargli un braccio intorno alle spalle – spogliarsi della felpa che indossa per offrirla a lui. Trovare il modo di scaldarlo.
L’immagine è consolante e perfetta, ma nella sua mente Vivian ha ancora gli occhi di un bambino: Albert sa benissimo che basterebbe voltarsi per scoprirlo cresciuto, invece, e per trovare nel suo sguardo tutte le verità difficili da ammettere. Per vedere i pericoli che il ragazzino corre ogni volta che esce in strada e quelli che si porta impressi addosso, come un marchio che nessuno può ignorare.
La distanza tra loro è troppo grande: non si misura in metri ma in anni, e forse anche nel coraggio di affrontare se stessi. Nella diversa determinazione che ciascuno impiega per sfuggirsi.
“Non sto dicendo che sia stata colpa tua, Vivian,” mormora, a bassa voce. “Non l’ho mai pensato. E non ho mai pensato neanche che tu sapessi che c’era qualcosa tra loro, che…”
“Non lo sapevo, infatti. Non lo so neanche adesso, in realtà, perché nessuno mi ha ancora detto un cazzo di quale sia la posizione di Björn in tutto questo.”
Albert aggrotta le sopracciglia, voltandosi verso di lui. “Cosa vuoi dire?”
“Sam è innamorato perso. Proprio… perso. E Björn? Non mi aveva neanche mai detto di averlo incontrato, Albert!”
C’è qualcosa, nello sguardo di Vivian, che somiglia più all’indignazione che al senso di colpa. Il segno del silenzio – la ferita di un’insicurezza profonda che sta cercando radici.
Per la prima volta da quando ha raccolto la confessione di Weldon, Albert si trova a considerare anche il vissuto di Vivian, in tutto questo. A pensare come deve essersi sentito nello scoprire che quell’uomo era parte della vita di Björn – una parte mai immaginata.
Deve essersi trattato di un tradimento anche per lui, forse: la consapevolezza che suo fratello gli avesse tenuto segreta una cosa importante, e che il proprio passo falso fosse dovuto almeno in parte alla sua omissione.
“Björn non è abituato ad affrontare certi argomenti,” risponde, quietamente. “Non te ne ha parlato perché non avrebbe saputo cosa dirti, Vivian. Tu e lui avete modi troppo diversi di vivere le stesse cose.”
“Perché?” ribatte il ragazzino, alzandosi in piedi. “Solo per il fatto che scopo in giro non credi che io possa capire? Che Björn possa fidarsi?”
“Non si tratta di fiducia. Sono sicuro che se gli chiedessi, sarebbe più che disposto a raccontarti tutto.”
L’altro scuote il capo, voltandosi verso la finestra.
La televisione è ancora accesa – un brusio di sottofondo che risulta quasi confortante, perché impedisce al silenzio di sedimentarsi. Anche la disposizione delle ombre sarebbe del tutto diversa, se ci fosse soltanto la luce della strada a illuminare la stanza.
Sembrerebbe tutto più intimo, forse. O forse soltanto più crudele.
Il buio ha sempre reso Vivian più piccolo. Più fragile.
Bagnandosi le labbra, Albert preme la sigaretta nel posacenere.
“Devi dirglielo, ora che lo sai,” mormora poi, quasi controvoglia. “Non puoi tacere su questo, Vivian. Non è giusto.”
“Lo so,” è la risposta, quieta.
Lui prende un respiro profondo, prima di proseguire.
“Hai intenzione di vederlo ancora?”
La voce suona quasi estranea, fuori dalla sua testa: troppo dura, di nuovo, troppo secca.
Sembra rivestita di giudizi e preconcetti anche quando avrebbe voluto porre un semplice interrogativo: anche se veniva solo dalla preoccupazione, e dal desiderio sincero di capire. Quando Vivian si volta, i suoi movimenti sembrano ancora più bruschi. I suoi lineamenti più spigolosi, i sensi più attenti.
“Perché non dovrei più volerlo vedere?” domanda, come in una sfida. “Solo perché conosce Björn? C’è l’esclusiva?”
“Vivian.”
“No, davvero. Spiegami. Chi credi di essere?”
Il ragazzino muove la testa, e i capelli spostandosi catturano la luce.
Hanno riflessi freddi, azzurri alieni e quasi bianchi, e forse è questo che lo disturba fin da quando ha messo piede in quella casa per viverci – fin da quando Vivian ha deciso di eleggerlo a nemico e gli ha regalato il volto che getta in faccia a tutti.
Il bambino che teneva suo nipote per mano aveva occhi chiarissimi e caldi: dieci anni dopo, quell’azzurro si è trasformato in ghiaccio ed è quasi doloroso, da guardare. Quasi un insulto.
“Non sai niente di me, non hai mai voluto saperlo. Avevi le risposte già pronte a tutte le domande che facevi, giusto? Non c’era neanche bisogno di ascoltarmi. Ti bastava guardarmi in faccia, per avere la tua diagnosi.”
“Sei tu quello che si ostina a tenere in piedi una maschera, Vivian. Come se fossi una cosa soltanto, e basta.”
“E cosa sarei, quindi? Una puttana?” Il ragazzino ride, muovendo un passo indietro. “Per questo non mi vuoi vicino a Samuel? Hai paura che lo contamini, che poi non sia più all’altezza di Björn?”
“Ho paura di come reagirà Björn quando saprà che la prima persona con cui ha trovato il coraggio di mettersi in gioco ha passato gli ultimi mesi a portarsi a letto suo fratello,” ribatte lui, francamente. “E ho ancora più paura di come potrebbe reagire se dovesse sapere che quella persona e suo fratello hanno proseguito comunque. Anche dopo aver saputo.”
Per un attimo, da Vivian non viene nessuna risposta.
Si è immobilizzato, ma i muscoli non sembrano più tesi come per prepararsi all’attacco; gli occhi sono fissi su di lui, ma non paiono vederlo e il volto è inespressivo – più spoglio di quanto Albert l’abbia mai visto, forse – e anche il respiro è lento.
Quasi calmo.
“Non ti è neanche passato per l’anticamera del cervello, vero, che forse non stavamo scopando,” dice poi, con lo stesso tono delle conversazioni più quotidiane. “Non dico che io potessi non provarci, ma che lui potesse non essere interessato almeno. Che magari abbia altre ragioni per tenermi intorno. Non pensarci proprio, al sesso.”
Ed è come se le parole non avessero senso, all’inizio. Non perché sia impossibile processarle, o dar loro credito, ma perché tutta l’attenzione è concentrata sul comprendere quel cambiamento di tono. Capire perché la tranquillità improvvisa di Vivian sia più allarmante della sua rabbia – del senso di tradimento che traspariva dalle sue parole quando parlava di Björn.
L’istante successivo il significato del discorso prende finalmente corpo, però – ed è come se un peso si sollevasse improvvisamente dalle spalle, e un pugno affondasse bruscamente nello stomaco.
“Ha detto che avete passato la notte insieme,” sussurra, incredulo.
“Ho dormito con lui. Non mi ha mai toccato.” Un mezzo sorriso. “Sam è convinto che io sia l’incarnazione dell’innocenza, per qualche assurda ragione.”
È strano come il mondo sembri farsi di colpo incomprensibile e al tempo stesso tornare perfettamente coerente: Albert ricorda lo sguardo di Weldon mentre chiedeva di Vivian e riesce finalmente a trovare il giusto nome per l’emozione intravista. Intuire il tipo di paura, il tipo di amore.
L’uomo che si è innamorato di Björn senza averlo mai potuto sfiorare – il folle che si è illuso di poterlo guarire soltanto scrivendone la storia, soffrendo il suo dolore nella mente – non avrebbe mai avuto mani capaci di toccare Vivian con la forza che il ragazzino sembra chiedere. Non avrebbe saputo articolare il disprezzo, ordinargli una posizione.
E per un attimo è dolce sapere che forse a lui è stato possibile scorgere ancora il calore, negli occhi di Vivian. Spogliarlo della maschera per ritrovarlo bambino.
Subito dopo, quello stesso pensiero porta invidia. E lo stomaco, di nuovo, torna a chiudersi intorno alla propria colpa.
“Che c’è? Questa nuova informazione è troppo improbabile per incastrarsi nella tua diagnosi perfetta, dottore?” domanda il ragazzino, il tono di nuovo sferzante. E forse è la sua voce – quella risata ferma in gola che in altri momenti si trasformerebbe in singhiozzo mentre nel presente sfoga solo un divertimento macabro.
Forse è lo sguardo – luminoso e indignato, troppo orgoglioso per ammettere quanto abbia fatto male l’ennesimo tradimento.
O forse è soltanto quell’epiteto. Dottore. E tutti i litigi che nel corso degli anni ha accompagnato – tutte le volte che Albert se l’è sentito scagliare addosso come un insulto.
Ma per un attimo è quasi possibile vedere Mike, ritto in piedi alle spalle di Vivian. Sentire la sua rabbia pulsare nell’aria, vedere i suoi nervi tendersi sotto la pelle.
Mike ha sempre avuto una maniera più intensa di gestire il dolore: più facile sentirlo urlare, piuttosto che raccogliere sussurri. Più facile vedere libri volare e soprammobili schiantarsi a terra, esplodere in frammenti impossibili da radunare. Come la loro storia.
Ma adesso – adesso che Albert si è trovato a inciampare in una mina imprevista, adesso che deve ammettere la propria sconfitta – è quasi facile andare oltre quelle differenze superficiali per trovare i tratti comuni, più profondi. Reali.
Vivian e Mike si sono sempre somigliati nella facilità con cui sanno conquistare il mondo con un semplice sorriso – la fiducia che riescono a vincere senza neanche sforzarsi troppo, senza muoversi fuori dal tracciato stabilito. Hanno lo stesso entusiasmo e la stessa forza e lui ha sempre pensato che fosse questo a renderli tanto compatibili. Questo, a farli andare tanto d’accordo – ad avvicinarli.
Non aveva mai sospettato che anche nella loro fragilità, invece, potessero essere tanto simili. Lentamente prende un respiro profondo - chiude gli occhi, scuote piano la testa.
È strano rendersi conto di un proprio sbaglio in maniera così improvvisa. Di solito gli succede gradualmente, riflettendo – mettendo insieme i dati e aggiustando le proprie conclusioni.
Adesso invece è tutto in movimento e non c’è tempo di scegliere con cura le proprie mosse – non c’è tempo di progettare un intervento.
Chiedere scusa non è sufficiente, ma si tratta forse di un passaggio inevitabile.
“Non ho mai pensato che tu fossi una puttana, Vivian,” dice.
Dal ragazzino, solo uno sbuffo incredulo.
Lui solleva una mano per zittirlo ma si ferma in tempo - ammorbidisce il gesto.
E non cerca di dare l’inflessione giusta alla propria voce, poi - non tenta di esprimere una tenerezza che sa di non poter rendere, di indovinare parole che non esistono o che lui almeno non saprebbe trovare.
È parte della sua condanna, forse, non imboccare mai la strada giusta per raggiungere certe persone. Fare il possibile per stare al loro passo - cercare di riconoscerle, di comprenderle – e finire invece per ferirle ogni volta che solleva una mano per proteggerle. Lasciarle cadere quando dovrebbe allungare il braccio per afferrarle, invece.
Riaprendo gli occhi, torna a fissare il volto impassibile di Vivian. Appoggia le mani sul bracciolo della poltrona – stringe appena la presa.
“Tutti gli insulti che mi hai messo in bocca… Non sono mai stati miei. Non mi appartengono.”
L’altro rovescia gli occhi al cielo, prevedibilmente, e lui cerca di immaginare come avrebbe reagito Mike se avesse cercato di parlargli con questa stessa franchezza in una qualunque delle discussioni che hanno logorato la loro storia. Avrebbe contrapposto lo stesso scetticismo o sarebbe stato più semplice, recuperare la sua fiducia?
Sarebbe stato possibile deviare il tracciato della crisi – mettervi un tampone, risolverla – o ogni strada alternativa era già stata preclusa?
Improvvisamente, l’eco dei troppi litigi osservati da quella stessa prospettiva appare intollerabile: immobile a qualche passo da lui, Vivian ha una postura più incerta di quella che assumeva sempre Mike in quei momenti, ma la situazione è la stessa. E non si possono fare certi discorsi restando seduti in poltrona, guardando il proprio interlocutore come da una platea.
È necessario alzasi in piedi, invece, a propria volta.
Muovere un passo avanti, senza troppa fretta.
Senza bruciare ogni possibilità, e senza lasciarle spegnere prima ancora di averle tenute tra le dita.
“Dico davvero, Vivian,” mormora, fermandosi a qualche metro di distanza. Incastrando gli occhi nei suoi, con fermezza, e schiarendosi la gola.
“Ogni volta che esci di casa vestito in un certo modo – ogni volta che mi dici quello che hai intenzione di fare, o che me lo fai capire. Ogni volta che ti dico qualcosa, che cerco di impormi. È solo perché ho paura.” Prende fiato, lentamente. “So che non sei più un bambino. E so che non sei mai stato il mio bambino. Ma tu e Björn siete parte della mia famiglia, e non posso evitare l’impulso di proteggervi. Tutti e due, non solo Björn,” aggiunge, perché a volte sembra che sia quello il problema più grosso.
Il primo tradimento inghiottito a fatica – la prima ferita che abbia infettato il loro rapporto.
Sono successe molte cose, nel frattempo - Albert non l’ha registrato subito - ma in retrospettiva gli è accaduto spesso di pensare che quel bambino abbia smesso di sorridergli apertamente quando le porte della propria casa si sono aperte per accogliere Björn. Richiudendosi subito dopo, poi, per lasciare fuori lui.
“Siete troppo diversi, però, e se Björn ha bisogno di qualcuno che lo incoraggi… Tu hai bisogno di qualcuno che ti freni. Perché non è sbagliato quello che fai, Vivian – non è peccato. Ma non risolve niente. Non cura. E io non sono capace di lasciarti andare dritto per la tua strada sapendo che ogni volta che ti fai toccare da qualcuno, ti stai facendo del male. Consapevolmente.”
Esita, poi, indeciso se fermarsi o aggiungere l’ultima precisazione.
Vivian sembra disposto ad ascoltare, però, e lui si inumidisce le labbra. Abbassa appena la voce, la rende più morbida.
“Quando Samuel Weldon mi ha detto di averti conosciuto, oggi pomeriggio – quando ho creduto che aveste quel tipo di relazione… Ho disprezzato lui, Vivian, ma non ho mai pensato che fosse colpa tua. C’è una ragione se i rapporti sessuali con i minorenni sono vietati dalla legge. E non è certo la protezione degli adulti.”
Che quello sia un terreno pericoloso lo sa benissimo, Albert - ha passato la vita a discutere con gente che la pensava in modo diverso, che si concentrava solo sull’aspetto erotico di simili rapporti e adduceva come giustificazione fulgide eccezioni al livello di maturità degli adolescenti comuni.
La tesi più inflazionata era che esistano persone capaci di assumersi le proprie responsabilità molto presto – di valutare i rischi e decidere se correrli o meno senza trasformarsi necessariamente in prede di coscienze già formate.
Ma lui è sempre rimasto della sua idea – non gli piacevano le relazioni che Raven da ragazzino intrecciava con persone più adulte e non poteva che disapprovare privatamente la storia che suo migliore amico aveva da sempre con un uomo più vecchio di trent’anni.
Anche se Gabriel non era mai stato un adolescente normale, ed Ethan non era il tipo di persona che godeva di certi disequilibri, la sua crescita è stata comunque segnata profondamente da quella disparità di esperienze.
L’adolescenza è un’età troppo fragile, in bilico tra correnti contrastanti e violente: mettere il proprio corpo nelle mani di un’altra persona non resta mai un’esperienza esclusivamente fisica - passando suoi tuoi fianchi, le dita dell’altro modellano anche il tuo carattere, il tuo approccio al sesso. Alla vita.
Vivian, da questo lato, presenta una situazione ancora più complessa.
Perché chiunque l’abbia toccato, nel corso degli anni – chiunque l’abbia anche solo guardato quando era tanto giovane da poter essere considerato bambino – ha dato una spinta troppo brusca alla sua crescita e ha lasciato un segno inevitabile che non lo condanna di certo, ma che comunque non potrà mai del tutto sbiadire.
È questo che Albert vorrebbe essere capace di spiegargli senza lasciare spazio ai fraintendimenti – senza insultare l’indipendenza del ragazzino, o accusarlo di essere immaturo. Senza che la propria preoccupazione possa somigliare a possessività, invece che a istinto di protezione.
“Nessuno dice che stai facendo qualcosa di sbagliato, Vivian. Ma lo sai anche tu, credo, che è pericoloso,” mormora infine, in tono quasi sommesso.
Per un attimo, sembra che l’altro non abbia intenzione di rispondere.
Distoglie lo sguardo, voltando il viso verso la finestra – incrocia le braccia sul petto, affonda i denti nel labbro.
“Samuel non potrebbe mai farmi del male,” dice poi, convinto. “Non so che razza di istinto tu possa avere, per pensare che lui potrebbe essere una minaccia. È la persona più buona che io abbia mai conosciuto.”
“Non sapevo come spiegarmelo, infatti,” ammette Albert. “Ma non mi sentivo disposto a correre rischi, mi dispiace.” Pausa. “Dovrò scusarmi con lui. Non l’ho trattato molto bene.”
E ha tutta l’intenzione di mantenere quella promessa, domattina. Qualunque cosa Weldon possa aver pensato del suo atteggiamento, sicuramente è ben lontano dall’immaginare le vere ragioni e lui si concede un attimo per rimpiangere la propria durezza. Per ripensare a certi momenti – certi sguardi.
Subito dopo, però, il presente torna a reclamare tutta la sua attenzione e lui sa che non può lasciarsi sfuggire la possibilità di affrontare seriamente, in toni pacati e maturi, la questione che sta alla base di ogni braccio di ferro tra lui e Vivian. Di ogni discussione, fra loro.
“Non avrei dovuto saltare a conclusioni affrettate con Samuel, Vivian. Hai ragione,” inizia, con fermezza. “Ma il problema rimane. Perché posso essermi sbagliato in questo caso, ma…” Esita. “Non mi sono inventato tutto il resto. E sono davvero preoccupato.”
“Lo so,” è la risposta. “Ma non devi, credo. Non così tanto.”
Lui trattiene un sospiro. “Viv….”
“No, davvero.” Quando il ragazzino torna a voltarsi ha un’espressione determinata sul viso – lo sguardo più presente di qualche minuto prima, il tono più convinto. “Le cose sono cambiate, adesso. Da quando ho incontrato Sam, e… Ho smesso di fare certe cazzate.”
Preso in contropiede, lui lo guarda sorpreso. “Come?”
“Ho anche lasciato il Black Velvet,” aggiunge Vivian. E Albert si lascia cadere seduto sul divano, sbattendo le ciglia.
Incredulo, si passa una mano sulla bocca.
“Da quando?”
“Qualche mese.”
“Qualche mese? E non hai pensato di dirmi niente?”
“Non volevo darti la soddisfazione,” risponde l’altro, guardandolo negli occhi. “Non era una cosa che riguardava te. Non l’ho fatto perché tu non volevi che continuassi. È stata una decisione mia, e…”
Vivian si interrompe, e Albert non può fare altro che rimpiangere ancora una volta la propria incapacità di relazionarsi con caratteri tanto decisi. Gli viene naturale, in quei casi, forzare la mano come se l’orgoglio fosse un animale da domare invece che una qualità da accudire con dolcezza, lasciandola libera di esprimersi e di crescere.
Ha compiuto lo stesso errore con Mike, troppe volte. Avrebbe dovuto imparare dai propri sbagli – evitare che certe dinamiche si ripetessero, costringendo un altro rapporto in una strada senza uscita.
“Non avrei pensato che l’avevi fatto per me, Vivian,” mormora, sinceramente. “Non l’avrei neanche voluto. Il fatto che sia stato tu a deciderlo è molto più importante.”
“Non c’è bisogno che lo trasformi in un atto eroico,” commenta però il ragazzino, in fretta. “Ho solo deciso che era ora di smettere. Poi, non mi andava di mentire a Sam. E non potevo dirgli che…”
Si interrompe. Distoglie lo sguardo.
Lui si schiarisce la voce.
“È per questo che hai smesso anche il resto?” domanda, cautamente. “Il… sesso anonimo, se ti riferivi a quello.”
“No.” Vivian si passa la lingua sulle labbra, incerto.
In quel momento, forse per via della luce che lo sfiora appena entrando dalla finestra – forse per l’espressione quasi assorta, concentrata – sembra di nuovo terribilmente giovane. Quasi bambino.
“No?”
“Non ho smesso proprio per quello.”
Albert tace, lasciandogli spazio per decidere se andare avanti. Come proseguire.
Non avrebbe mai pensato che sarebbe stato facile cedere a Vivian il controllo della loro conversazione, quando un’ora fa si è alzato dal letto deciso ad affrontarlo una volta per tutte, ma adesso è solo naturale aspettare di vedere quali siano le sue scelte. Quali confidenze si conceda di condividere – quali mosse.
Quando lo vede scrollare le spalle, ancora, sa già che non riceverà una risposta precisa.
Vivian si volta verso di lui e non lo guarda negli occhi - si infila una ciocca di capelli dietro l’orecchio, come per avere qualcosa con cui impegnare le dita.
“Non ne avevo semplicemente più voglia, credo,” dice infine, con un tono quasi leggero. Qualunque.
Ed è evidente in ogni sua espressione, che non dirà altro su quell’argomento. Che probabilmente non avvicinerà più nessun’altra questione – non ora, almeno. Non subito.
Ma la disinvoltura che esibisce adesso è molto diversa da quella che mostrava prima, come scudo eretto per nascondere una ferita. Non si tratta più di un’arma difensiva – o se lo è, non è più lui il nemico.
Albert lo sa e non può che essergli grato, in qualche modo, per quel privilegio.
È strano, in fondo, perché tutto ha avuto origine da un fraintendimento: ha passato la serata intera a riflettere su quella situazione, cercando di calmare la rabbia e di mettere in prospettiva le informazioni raccolte. Quando ha deciso di affrontare il ragazzino, lui e Vivian hanno rischiato di litigare seriamente – di rovinare tutto davvero, una volta per tutte.
Ora, osservando dal basso l’espressione del suo viso, non può che sperare che quella tregua regga, invece. Che si trasformi in qualcosa di stabile – che permetta a entrambi di recuperare la fiducia di un tempo.
Quando Vivian viene a sedersi sul divano – accucciato contro il bracciolo opposto, ma comunque vicino – è come una conferma.
E Albert sa che dovrebbe incoraggiarlo ad andare a letto.
Sa che sarebbe il caso che si alzasse lui stesso – che tornasse in camera, cercasse di dormire.
Ma c’è qualcosa di dolce, in quel momento, e forse è questo che serve a volte, per riparare i danni causati dalla propria distrazione.
Un silenzio condiviso, respiri quieti che si sovrappongono nel buio.
E nessun bisogno di cercare parole.
Nessun’accusa goffa a cui dover rispondere, da cui doversi difendere.
Contro la parete della stanza, Vivian è soltanto un profilo tratteggiato dalla luce, e lui espira piano fiato che tratteneva da troppo tempo.
Chiude gli occhi, poi.
E appoggiando la nuca contro lo schienale, lascia che la notte prosegua. Senza darle scadenze. Né orari.
Senza nessuna fretta.



































































































































































































































































































































































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Date: 2010-12-17 09:58 pm (UTC)
From: [identity profile] ladyaika.livejournal.com
Io giuro, mentre leggevo mi dicevo "dai, magari sono io che penso che Albert ha capito male, non può essere così. Non può essere." Poi l'ha ammesso.
E seriamente, dovrebbe imparare a contare fino a dieci prima di parlare. Gli farebbe bene.

Le immagini di Vivian e Bj da piccole sono poetiche e stupende, comunque. Credo di essermi sciolta come neve (giusto per restare in argomento!) al sole ^^

Grazie per aver aggiornato, stavo impazzendo ^^
E sì, domani arriva il papiro ^^

(Sam è fantastico, comunque **)
(E giuro che non finirò a parlare solo di Albert e Mike... Forse.)

Date: 2010-12-17 10:09 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
No, beh. Io in questo senso sono TOTALMENTE dalla parte di Al, invece.
Perché è Sam pazzo che dice che ha un rapporto INTIMO con Vivian e che l'ha rimorchiato una sera offrendogli la torta e se l'è portato a dormire a casa e sta parlando con praticamente un tizio che è quasi il *padre* di quel ragazzino - di un ragazzino dalla sessualità molto disordinata *rolling-eyes* - e non ha l'intuito di mettere le mani avanti e dire 'no, ma non è come pensi eh!'.
*rolling-eyes*
Cioè. Nel 99% dei casi se un ragazzino come Vivian passa la notte a casa di uno scrittore di 15 anni più adulto e dichiaratamente gay non è per *dormire*. E Albert è questa realtà che conosce. Non sa nulla di Sam.
La sua colpa è di essere stato troppo discreto e non essersi intromesso direttamente dicendogli di stargli alla larga. *rolling-eyes*
Come è di Sam la colpa di non aver capito che senso avevano le vibrazioni negative che arrivavano da lui. *rolling-eyes*

Nel senso. Non era voluta questa incomprensione. Ma io leggevo le battute di Sam e continuavo a cercare un modo in cui Al poteva *non* intendere quello e non lo trovavo. Anche perché davvero, astratte dal pov di Sam e da quel che NOI sappiamo è successo davvero tra loro, è molto ambiguo.
(Addirittura la nostra primissima idea era stata di farli andare a letto, Sam e Viv...)

Detto questo, è stato un idiota ad affrontare la cosa in quel modo con Vivian. Decisamente.
Ma lui È idiota, quindi non c'è da stupirsi troppo.^^
*rolling-eyes*
Direi che qui ha fatto passi avanti. Ci sono andata talmente d'accordo che sono riuscita a incoraggiarlo a pensare anche a Mike, ogni tanto. *rolling-eyes*

Sono felice che ti sia piaciuto, comunque.^^
Io ho AMATO la parte di Sam. Credo sarà il nuovo tormentone, con Fata, questo. *rolling-eyes*
Grazie per il primo commento.^^ Fai con calma per il papiro.^^
Un bacio!^^

(no subject)

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From: [identity profile] ladyaika.livejournal.com - Date: 2010-12-18 10:35 pm (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com - Date: 2010-12-18 10:39 pm (UTC) - Expand

Date: 2010-12-17 11:30 pm (UTC)
From: [identity profile] pure-l0ve.livejournal.com
Domani il commento - se riesco a districarmi tra matematica e cazzate varie.

Intanto:
Vivian ha una postura più incerta da quella che assumeva sempre Mike in quei momenti
Non ne sono *sicurissima* ma lì non sarebbe di?

– non gli piacevano le relazioni che Raven da ragazzino intrecciava con i persone più adulte
Qui penso che la 'i' ci sia finita per caso. ^^

Ah, nota preoccupante: ho amato *tantissimo* Al in questo capitolo. *rolls*

Date: 2010-12-18 10:22 am (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Vado a correggere.^^

Ah, nota preoccupante: ho amato *tantissimo* Al in questo capitolo. *rolls*
Probabilmente ha qualcosa a che fare con il fatto che l'ho amato anche io.^^
O almeno. *rolling-eyes* Ho evitato di litigarci, l'ho apprezzato e rispettato molto. Che è più o meno la maniera in cui io amo Albert nei momenti migliori, ecco. *rolling-eyes*
Poi, credo che con Vivian emerga il suo lato migliore.^^ Quello che farebbe di lui un buon padre, probabilmente.^^

Date: 2010-12-18 11:28 am (UTC)
From: [identity profile] marzolina.livejournal.com
Non commento mai su Live Journal. Di preciso non so bene il perché. Invece stavolta sento il bisogno di scrivere qualcosa qui.

Innanzitutto, breve premessa: Al e Sam sono due dei personaggi (nell'universo della Rosa, in cui amo/adoro/vorrei abbracciare un po' tutti) che mi hanno preso di meno. Albert perché l'ho sempre visto un po' troppo "ermetico", anche se in In Bounds si sono spiegati parecchi lati del suo carattere. Mentre Sam... beh, perché è il genere di persona che se avessi davanti non saprei da che parte prendere. Nel senso: è troppo "buono", non riuscirei davvero a concepire una persona così totalmente buona... Io sono più un genere "da David", se capite cosa intendo, una di quelle che preferisce la gente che mostra subito i suoi lati negativi, che te li sbatte in faccia praticamente. Forse perché mi sembra meno pauroso, meno incerto.

In ogni caso, in questo capitolo, invece, mi sono piaciuti tutti e due, Sam e Al. Non c'è altro modo per definirlo, non li ho semplicemente amati come protrebbe succedere con Carlos, o con Raven, o con Jude (per i quali c'è sempre un leggero alone di "cotta adolescenziale"). Mi sono piaciuti nella loro umanità. Davvero. Tanto.

Perché Sam l'ha ammesso, che non era riuscito ad amare Bjorn senza provare anche attrazione fisica. Ed è stato molto più terreno, molto più imperfetto, infinitamente più dolce e struggente.
Perché Albert non ce la fa proprio, a non cercare sempre di proteggere quei due fratellini e è molto più padre lui di qualunque individuo si forgiasse dello stesso titolo solo per un legame di sangue.

Mi sono piaciuti. Mi è piaciuto il capitolo e come era scritto. Mi è piaciuta la foto iniziale, che è anche quella "in copertina" e che forse non è un caso.
Mi è piaciuto tutto, insomma, e aspetto Carlos ^___^

Date: 2010-12-21 02:03 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Sono contenta che tu abbia scritto qui, in realtà. Anche se adesso su EFP i commenti sono più gestibili, qui è ancora diverso. E mi spiace, anzi, non essere riuscita a risponderti subito, perché appena ho letto il tuo commento è stato quello l'impulso immediato.
Quindi ecco. Innanzitutto grazie.^^ Sia per il commento che per aver apprezzato in quel modo il capitolo.
Albert e Sam non sono, credo, tra i personaggi più semplici da capire e amare. Non che nella Rosa ce ne siano davvero, di quel tipo, ma con loro due - soprattutto se contrapposti in questo modo - è un discorso davvero di *estremi*.
Credo che davvero in questo capitolo sia emersa la loro umanità. Almeno, soprattutto per quel che riguarda Albert è stata questa la cosa che ho pensato per tutto il tempo in cui scrivevo: che era umano, appunto. Non cercava di *nascondere* i propri difetti, ma semplicemente di superarli. E non per se stesso, ma per riuscire a fare una cosa importante per qualcun altro.
Che poi in fondo è anche quel che ha fatto Sam. In modo diverso. Ma entrambi hanno ammesso i loro limiti e il 'fallimento' dei loro tentativi precedenti.
Credo sia stato importante per tutti e due. Per Albert, perché comunque aver perso Vivian è sempre stato un rimpianto. E per Sam ancora di più.
Perché il processo di crescita che ha intrapreso - e che qui inizia a vedersi riflesso anche nelle sue scelte e nei suoi comportamenti - durerà ancora a lungo e sarà un po' una delle trame da portare avanti.

Per il resto... Sono felice, appunto, che ti sia piaciuto tutto. E credo anche io che il richiamo alla foto di copertina fosse importante.^^ (Oltre a essere perfetto per il pov di Sam. E anche in fondo per Albert.)

Grazie ancora per il commento.^^
Carlos arriverà, giuro.^^ Ancora giusto qualche capitolo.^^

Date: 2010-12-18 01:12 pm (UTC)
From: [identity profile] bufr.livejournal.com
Oibò volevo leggere questo capitolo a pezzetti causa mancanza di tempo ma non ce l'ho fatta e l'ho letto tutto (dettaglio da rimarcare, so che vi farà piacere).

Devo dire che per me, quello di Sam rimane un atto d'amore che mi tocca tantissimo. Pensare di compiere qualunque sforzo per mettersi negli occhi della persona amata di fronte agli orrori che ha subito, di provare a *sentire* sulla pelle il suo medesimo dolore, senza indulgenza verso se stesso. E' qualcosa che va oltre il proteggere, l'allontanare la persona amata dal Male. E' voler essere all'altezza di portarlo in salvo, e Sam sta facendo di tutto per perseverare in questa direzione. Pur con i suoi inciampi, errori, ingenuità. E sta *davvero* maturando. Sam che fa dell'"ascolto" (mancato, forse) improvvisamente la parola chiave, dolorosa, faticosa. Accettare che qualcuno, uno sconosciuto, possa offrire più ascolto di lui stesso. Ed esserne in qualche modo felice, pur nel dolore della distanza e di sentire di aver sbagliato.
Molte volte a Sam viene attribuita una forma di egotismo molto marcato, e in effetti fa parte del filtro con cui questa persona guarda il mondo. Il filtro dello scrittore, del poeta di immagini, un filtro quasi unico al mondo e che é la sua peculiarità. Ma io a volte sento che il suo punto di vista sul mondo, organico, pronto al mutamento continuo, come una creatura vivente, sia davvero qualcosa di prezioso. E dirò di più, persino di *beneficio* anche per gli altri.
In un certo senso, ho sempre visto Sam come qualcuno che prima, in apparenza, ti schiaccia; ma poi alla fine del gioco, ti salva davvero.

La parte di Albert mi ha fatto venire i brividi perché in tutta la sua discussione con Vivian l'immagine di Mike pare sovrapporsi al ragazzino biondo, anche prima che lui stesso se ne renda conto. In particolare mi hanno colpito questi affondi di Viv:

"Non sai niente di me, non hai mai voluto saperlo. Avevi le risposte già pronte a tutte le domande che facevi, giusto? Non c’era neanche bisogno di ascoltarmi. Ti bastava guardarmi in faccia, per avere la tua diagnosi."

Le parole di Vivian sembrano in tutto e per tutto il grido dell'anima di Mike. Quello che forse lui stesso non é mai riuscito a dire con così tanta chiarezza, preferendo piuttosto 'ostinarsi alla differenza'.

Ed é bello rivedere Albert nella Rosa. :) E' bello e allo stesso tempo triste, assistere a questa razionalità che cerca invano di sfuggire ad un vuoto enorme. Albert non ha ancora le forze di fare quel passo in più per migliorare, ma forse é proprio il confronto con Vivian che lo costringerà ad aprire gli occhi sulla propria rigidità estrema.

Mi é piaciuto pure che, per un istante solo, e non nominato, "aleggi" il riferimento a Carlos ^^
Vivian mi sembra *leggermente* più equilibrato, a quel proposito. E chi dobbiamo ringraziare, se non David e Sam?
Non so se é più commovente o più esilarante che due personaggi incasinati come Sam e David siano stati la migliore delle terapie, per Vivian... ^^

Oh oggi sono fiera delle mie capacità di sintesi! Sarà l'influenza del Natale...
A presto e buone feste, a proposito! ^^

Date: 2010-12-21 02:21 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Innanzitutto, scusa anche tu per il ritardo.
Come al solito siamo riuscite a lasciar accumulare anche i primi commenti che abbiamo ricevuto. *rolling-eyes*
Venendo a quel che hai scritto... Per quel che riguarda Sam, credo sia meglio lasciar entrare nel dettaglio Fata, perché il mio punto di vista con lui è abbastanza vicino a quello di una semplice lettrice. Credo comunque anche io che questa sia la prima volta in cui *ammette* di non potere, e che per lui sia stato un traguardo molto importante.

Per quel che riguarda Albert... In realtà, è complicato. Prima di tutto perché in questo capitolo l'ho amato anche io parecchio - il che riconferma la mia teoria secondo cui uno dei problemi più grossi che ho con lui sia Mike, appunto. *rolling-eyes* Quando è con gli altri, lo apprezzo.
Il richiamo stesso a Mike però è stata una cosa strana. Perché non era previsto, e anzi quando ho iniziato a scrivere quella parte ero arrivata già quasi alla fine senza praticamente nominarlo. Il paragone è venuto spontaneo solo quando sono tornata indietro per rileggere alla ricerca di un finale. E da allora è diventato un po' una delle chiavi di lettura, per me, del capitolo.
Credo che nelle parole di Viv - e nell'impressione che Al ha di lui - ci sia soprattutto la *mia* visione di Mike con Albert. Che non so quanto sia realistica - è praticamente un grumo unico di frustrazione *rolling-eyes* - ma che è un po' la stessa visione che sta dentro a IB. Almeno, alle parti di Albert.
Io credo che Albert non riuscirà mai davvero a sciogliersi. Perché è parte del suo carattere, quella rigidità, e per certi versi è anche una sua qualità positiva: con Vivian troverà dei compromessi, credi - accetterà di lasciarlo andare. Di *fidarsi* del suo giudizio e restare solo indietro per controllare da distante che non si faccia male.
Ma questo è l'atteggiamento di un padre, alla fine. E io penso che Albert sarebbe stato un ottimo padre, nonostante tutto.
Sul suo rapporto con Mike, ho ancora le mie riserve, invece. *rolling-eyes* Vedremo.^^

Vivian mi sembra *leggermente* più equilibrato, a quel proposito. E chi dobbiamo ringraziare, se non David e Sam
^____^
A me ha fatto ridere che per tutto il tempo Viv sia comunque riuscito a fregare Albert. *rolling-eyes* Perché non l'ha mai detto chiaramente - non ha mentito - ma gli ha fatto credere di essersi comportato in un modo che lui avrebbe approvato, negli ultimi mesi.
Ha accuratamente evitato di fargli sapere che il tipo che l'ha stabilizzato più di tutti, sul versante sessuale, è *David Hamilton*. *rolling-eyes*
Albert potrebbe morire, a saperlo.
Per non parlare di cosa farebbe se sapesse che Viv sta cercando di rifilarlo a suo nipote... *rolling-eyes*

Grazie del commento, come sempre.^^
Un bacione!^^

Date: 2010-12-18 03:18 pm (UTC)
From: [identity profile] selene94.livejournal.com
Samuel, dire che lo amo è un eufemismo. E' la creatura più bella, magnifica, poetica e onirica dell'universo. E io ho la febbre e sto straparlando.
Albert è un allocco, come si fa a pensare che Sam sia capace di sporcare l'unica persona nella quale riconosce Bjorn? C'è anche da dire che il professore è veramente la persona più deliziosamente e innocentemente stordita del pianeta. Uno cosa dovrebbe pensare alla frase "ha dormito da me quella notte"? Povero Al, lui e i suoi sensi di colpa e le sue assunzioni di colpa (oh, ha ammesso di aver sbagliato con Viv, lo segnerò sul calendario), mi fa una tenerezza immensa quando paragona Vivian a Mike. Vorrei che tornassero a posto le cose, per lui, che si sentisse di nuovo a casa in qualche luogo, con qualcuno, con Mike.
E Bj piccolissimo, le violenze, la paura che già si leggeva sul suo viso, sono terribili. Un pugno nello stomaco.
Sam e Albert dovrebbero parlarsi a lungo e magari andare insieme in terapia perchè, davvero, con tutti i loro rimpianti ci sono un sacco di motivi per una depressione coi fiocchi. Perchè le persone simili non si riconoscono mai, a prima vista?
Ovviamente Samuel è una vagonata di malinconia e di voglia di scolarsi litri e litri di tisane sotto a cinque coperte. Soprattutto se nella tua città nevica e se il Natale non ti è mai sembrato così lontano e ci sono persone che ti mancano da impazzire. Bellissimo capitolo (ormai mi sento scontata). Baci.

Date: 2010-12-18 03:21 pm (UTC)
From: [identity profile] selene94.livejournal.com
Ok, questa cosa è delirante. Spero seriamente che la febbre mi passi, perchè se scrivo così anche nei compiti di letteratura potrei spararmi o potrebbe spararmi la mia professoressa.
Spero vivamente che si capisca qualcosa.

(no subject)

From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com - Date: 2010-12-23 06:44 pm (UTC) - Expand

Date: 2010-12-18 04:02 pm (UTC)
From: [identity profile] white-guilt.livejournal.com
Sarò l'unica, ma Samuel mi ha fatto incazzare da morire.
Sicuramente come reazione iniziale, è innegabile, poi si è trasformata in tante altre cose.

The buzzards wheel slowly
In wide circles, in a sky
Faintly hazed as from dust from the road.
And a wind sweeps through the pasture where I lie
Beating the grass into long waves.
My kite is above the wind,
Though now and then it wobbles,
Like a man shaking his shoulders;
And the tail streams out momentarily,
Then sinks to rest.
And the buzzards wheel and wheel,
Sweeping the zenith with wide circles
Above my kite. And the hills sleep.
And a farm house, white as snow,
Peeps from green trees - far away.
And I watch mi kite,
For the thin moon will kindle herself ere long,
Then she will swing like a pendulum dial
To the tail of my kite.
A spurt of flame like a water-dragon
Dazzles my eyes -
I am shaken as a banner!


Stranamente, la preferisco in italiano.

Date: 2010-12-18 04:20 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Ste, se hai voglia puoi poi spiegarci - anche privatamente, chiaro - come mai Sam ti ha fatto sto effetto?
Lo chiedo più che altro perché a me ha fatto incazzare spesso, quando si trattava della questione Björn, mentre qui l'ho apprezzato molto. E appunto. In teoria dovrebbe star facendo un percorso di crescita, e potrebbe esserci utile sapere quali sono stati i tuoi problemi anche proprio per la sua evoluzione.
Non so se sono riuscita a spiegarmi. *rolling-eyes*
Comunque, se avessi tempo/voglia appunto, per noi sarebbe importante.
Un bacio.^^

(no subject)

From: [identity profile] white-guilt.livejournal.com - Date: 2010-12-18 05:22 pm (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com - Date: 2010-12-18 05:24 pm (UTC) - Expand

Date: 2010-12-18 10:55 pm (UTC)
From: [identity profile] white-guilt.livejournal.com
Ho *amato* questa immagine.

Vivian è piccolo, talmente piccolo che ti domandi se riuscirà a sopravvivere all’inverno.
Talmente piccolo che se gli chiedi quanti anni abbia ti guarda con la concentrazione di chi deve rispondere ad un quesito complicatissimo, prima di sollevare la mano, e quando distende tre volte le dita tu pensi che non è giusto. Che il vento dovrebbe calmarsi per non rischiare di graffiargli la pelle e la notte dovrebbe fermare i passi per non avvolgerlo di buio. Che l’immensità del cielo è una crudeltà, se lui non arriva neppure a cinquanta centimetri, e che se devi chinarti sulle ginocchia, per potergli parlare all’orecchio, dovresti anche poter chiamare ogni cosa con un nome nuovo. Un nome che sia solo per lui, mai usato per nessun altro al mondo e mai contaminato dalla paura. Spogliato della solitudine e del silenzio - parole piccole come le sue mani e semplici come un fiocco di neve.

Date: 2010-12-19 12:32 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Grazie.
Non credo sia un'immagine di particolare valore *artistico* ma io ci sono legata come a poche altre cose della Rosa e insomma, grazie.
Davvero.

Date: 2010-12-19 08:17 pm (UTC)
From: [identity profile] twindido.livejournal.com
Ogni volta viene da chiedersi come faccia Albert a fare lo psichiatra con questa incapacità di leggere fra le righe saltando subito alle conclusioni più ovvie, anche se bisogna ammettere che questa volta c'era poco da fraintendere e i due non è che si conoscano così bene da interpretare le sfumature (questo a discolpa di Al).C'è da capirlo il dottore seduto solo in poltrona a rimuginare, il cuore gonfio d'amore paterno per questo ragazzino mai stato bambino, figlio di un padre mai stato padre,se proprio quando si tratta di Vivian la sua razionalità va in vacanza.Albert si affida alla scienza per capire l'animo umano e proprio lui con i suoi libri non ha previsto ciò che poteva accadere o è stato così vile da non avere agito.Albert e la sua bruciante nostalgia per l'affetto di quel bimbo biondo che non riconosce più.
"Sono successe molte cose,nel frattempo. Albert non l'ha registrato subito,ma in retrospettiva gli è accaduto spesso di pensare che quel bambino abbia smesso di sorridergli apertamente quando le porte della propria casa si sono aperte per accogliere Bjorn. Richiudendosi subito dopo,poi, per lasciare fuori lui".
Albert sarà anche noioso ma è profondamente umano nel suo essere fallibile, ma ci prova, sempre un attimo in ritardo, ma ci prova. Stavolta si è alzato dalla sua amata poltrona e ha tentato.Ci vorrà tempo ma ha tentato...
E Mike sempre presente.
Grazie ragazze . Vi auguro di trascorrere delle serene Festità.

Date: 2010-12-23 06:56 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Ciao!^^
Scusaci anche tu per il ritardo con cui rispondiamo stavolta - potrei accampare mille giustificazioni ma poi dovrei giustificarmi per essermi giustificata e quindi meglio se lascio perdere... *rolls*
Dunque: la questione Albert.

Ogni volta viene da chiedersi come faccia Albert a fare lo psichiatra con questa incapacità di leggere fra le righe saltando subito alle conclusioni più ovvie
Eh!^^
A me fa *morire*!^^
A sua discolpa c'è da dire che in genere nessuno psichiatra ci capisce mai nulla, nelle faccende che lo coinvolgono personalmente. Non a caso quelli seri evitano di prendere in terapia qualcuno che conoscono, o con cui hanno rapporti al di fuori di quello classico medico-paziente.
Ma ecco.
Lui è particolarmente impedito, sì. *rolls*

Albert sarà anche noioso ma è profondamente umano nel suo essere fallibile
E' la ragione principale per cui io amo tanto questo personaggio.
Mi è sempre sembrato quello più *reale*, in un certo senso - un uomo che davvero potresti incontrare anche nella vita e che è perfino poco adatto come protagonista di una fic.
Ci vedrei bene un romanzo, su di lui.
Io e Roh lo diciamo sempre.
Forse verrebbe uno di quei mattoni introspettivi, ma vabbè... *rolls*

Comunque sì, con Vivian le cose stanno migliorando e stavolta bisogna dare merito proprio ad Albert^^.
Sono felice che il capitolo ti sia piaciuto, e auguro buone feste anche a te^^.
Un bacio, e grazie
F


Date: 2010-12-20 11:22 pm (UTC)
From: [identity profile] l-law.livejournal.com
Uhm. Beh.
Cercherò, se ci riesco, di centrare i punti fondamentali che mi hanno fatto riflettere, in questo capitolo.
Innanzitutto, una cosa che aspettavo da tempo: la sensazione di un *contatto*, da parte di Sam, nei confronti di Bj.
Insomma, io non ho mai potuto soffrire, in Sam, questo trattare Bj un po' con i "guanti chirurgici", o ancora peggio, come una sorta di sfumatura così debole da essere cancellata con un millilitro di acqua in più. Con la paura perenne di non averla colta appieno, o di non riconoscerla davvero.
Fermo restando che questa è solo la mia interpretazione ,come sempre del resto, non ho mai potuto soffrire, personalmente, chi si comportasse con una tale delicatezza con chi avesse subito un trauma.Moglie lo sa bene.
Con questo non voglio dire che Sam avrebbe dovuto sbattere subito tutto in faccia a Bj.Ma che, secondo me, avrebbe dovuto smettere di verniciarlo con quella patina di santità cartacea, di quella "fatalità" in un certo senso che non sa di essere umano, sa d'icona.Io stesso ho sempre letto i pezzi su Bj con estrema tenerezza, ma allo sesso tempo, ciò che ho sempre percepito in lui, è un po' questo senso di *gabbia*.In certi momenti, avrei voluto che Bj spaccasse il vetro del'auto in cui era dimessamente seduto, a lato passeggero,che rompesse qualcosa, urlasse, che risentisse il flusso sanguigno accelerare e pulire tutto, con la rabbia.
Ma ormai mi sono arreso al pensiero che Bj non lo farebbe mai. Non è da lui.
Ma io, in lui, non ci vedo aureola di bontà, nè innocenza, intatta o strappata che sia, vedo solo una forza sommessa, silenziosa, vedo un uomo con un cicatrice,ma non un uomo irrimediabilmente segnato.E quello che ho sempre creduto, era che il fatto che Sam lo trattasse in modo così "incorporeo" non potesse altro che esasperare questo strato isolante che divide Bj da tutti gli altri, rendendolo diverso.
Perciò, qui mi è piaciuto. E' ancora troppo poco *materiale* per come la vedo io, ma è comunque migliorato. Uno scrittore non può fare a meno di essere tale, in ogni parte della sua vita, ma le persone vanno vissute, non lette e nemmeno scritte. Perciò, su, Weldon, continua così.
E un altro promemoria:scendi un po' dalla montagna del sapone, diamine!
" Siamo usciti e io gli ho offerto un pezzo di torta"...eddai! XD
Poi.
Mi piace molto l'accostamento di Viv a Mike perchè, in qualche maniera si avvicina di più al *mio*modo di recepire Viv, che , tanto per cambiare, è probabilmente solo *mio*.
Non so bene perchè, ma non condivido questa sempiterna immagine *bambina* che gli viene riferita.Insomma, parlando francamente, non riesco a trovare la bellezza di Vivian in quell'azzurro straziante che pure, ha negli occhi.
A me lui ha sempre comunicato una certa asprezza bruciante, da soda caustica e allo stesso tempo, un senso di solitudine ingoiato a forza. Ed è questo, credo, a piacermi di lui. E' uno di quelli che attacca, e lo fa, a volte, con una franchezza disarmante.
Ecco, perchè, dico, mi piace vederlo accostato a Mike;
E mi sono lasciato per ultimo il tasto dolente. Albert.
Insomma, non mi stupisce la difficoltà - mi pare di aver capito- magari di molti nel comprenderlo.
Io non faccio difficoltà, forse perchè sono, in buona parte per quanto riguarda le relazioni interpersonali, proprio identico a lui.Questa somiglianza forse inficia, ogni volta, una buona analisi di quello che fa. Perchè io passo la maggior pare del tempo dei suoi POV pensando *giusto. perchè gli altri non lo capiscono?*
Condivido appieno la sua tendenza vivisezionatrice, e l'autodisciplina alla logica e alla riflessione. Purtroppo, anche la tendenza a fare *diagnosi*, anzi, più che tendenza sarebbe bene definirlo bisogno.
Ecco perchè, ancora una volta, non posso che soffrire con lui della sua consapevolezza.
Insomma, io non ho la minima idea di cosa abbiate in mente per Mike, ma il punto è che Albert mi sembra una persona che uno come Mike non lo riuscirà mai a riassorbire, rimarrà sempre lì, come un nodo nella matassa del ragionamento. Una cosa troppo scivolosa per prenderla in esame.E non sarebbe per niente un cosa bella, se fosse così. E insomma, mi unisco empaticamente a tutto quello che ha pensato in questo capitolo...tutto qui.
Meglio che vada, va, prima di sparare altri sproloqui XD

Date: 2010-12-29 01:47 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Non ti avevo evitato, eh!^^
Ti avevo lasciato per ultimo solo perchè mi serviva più tempo per risponderti - perchè come al solito i tuoi commenti sollevano sempre questioni nuove. Offrono prospettive diverse.
E insomma, la faccenda è piuttosto impegnativa. Proviamo a iniziare dall'inizio.

La mia prima reazione a quel che hai scritto riguardo a Bj è stata abbastanza critica. Ci ho rimuginato su un bel pò. Ne ho parlato con Roh. A lungo.
Adesso spero di riuscire a sintetizzare le conclusioni a cui sono giunta perchè davvero, Bjorn è un argomento che mi sta a cuore moltissimo e riguardo al quale prendo in seria considerazione ogni punto di vista che mi venga prospettato.
Cioè. Mi sento addosso una responsabilità pesantissima, con Bj.
Dovessi tornare indietro non mi azzarderei MAI PIU' - giuro - a trattere tematiche del genere in una fic. Però ormai è tutto impostato. Non posso farci più molto.
La sola cosa che posso fare è cercare di trattare l'argomento nel modo migliore possibile e in questo senso qualunque problematica venga sollevata è un'occasione preziosissima per riflettere. Per non rischiare di sbagliare.
Ora, credo ci sia da distinguere nettamente fra l'atteggiamento di Samuel verso Bjorn-persona e l'atteggiamento di Samuel verso Bjorn-icona.
Hai perfettamente ragione quando sottolinei che questo suo attribuire a Bj un'alone di fatalità-santità-idealizzazione sia assolutamente fuori luogo. Ma bisogna specificare che la tendenza non è causata dalla necessità di trattare Bj con i guanti chirurgici. E' causata unicamente dall'abitudine di Samuel all'idealizzazione. Da un suo rapportarsi col mondo in maniera molto personale. Molto egocentrica - nel senso etimologico del termine. Insomma. Sam non idealizza Bj per la necessità di trattarlo con delicatezza. Lo idealizza per la sua intima necessità di idealizzare. E non è certo un atteggiamento di rispetto verso Bj quanto piuttosto una violenza alla sua vera dimensione.
Non so se riesco a spiegarmi.
In questo capitolo, la svolta fondamentale sta appunto qui: nel fatto che Sam stia iniziando a rinunciare al Bjorn-icona per decidersi finalmente ad affrontare la persona che lui veramente è. A guardarla senza il filtro di sè stesso davanti agli occhi.

(no subject)

From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com - Date: 2010-12-29 01:48 pm (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] l-law.livejournal.com - Date: 2010-12-29 07:39 pm (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] l-law.livejournal.com - Date: 2010-12-29 07:39 pm (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com - Date: 2010-12-29 09:33 pm (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com - Date: 2010-12-29 09:33 pm (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com - Date: 2010-12-29 09:34 pm (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] l-law.livejournal.com - Date: 2010-12-30 11:39 am (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com - Date: 2010-12-30 01:28 pm (UTC) - Expand

Date: 2010-12-23 03:57 pm (UTC)
From: [identity profile] pure-l0ve.livejournal.com
Sono in vergognoso ritardo, me ne rendo conto. Il fatto è che, dopo tutto questo tempo, ancora non sono riuscita ad elaborare qualcosa di decente. *rolls*

È un capitolo bellissimo, davvero. Bello in modo diverso dagli altri, su altri toni.

Ormai è risaputo che il mio rapporto con Samuel non è dei migliori e purtroppo non riesco a 'migliorare' la situazione. Continuo a pensare che se mi trovassi qualcuno come lui davanti, arriverei ad essere davvero poco piacevole. *rolls*
Se fossi stata al posto di Al, per esempio, non avrei retto il suo carattere. Il modo di rendere *suo* un dolore che lo riguarda ben poco. Ed è anche orribile, eh, me ne rendo conto. Perché comunque Sam è un personaggio *bello* e delicatissimo e trovare qualcuno con una sensibilità spiccata come la sua è palesemente difficile. Ma proprio non ci riesco ad accettare la sua *incorporeità*.
A volte mi verrebbe davvero di evitare di commentare i suoi pov - e alle volte *so* di farlo deliberamente - ma per la maggiore mi fa troppa specie non dire qualcosa su pov scritti così magnificamente. Perché veramente Fata raggiunge livelli di poesia e di sensibilità incredibili, quando si tratta di Sam. ^^

Albert, invece, mi è piaciuto *tantissimo* in questo capitolo. Forse proprio perché è andato a genio anche a Roh. Non lo so. Ma si è districato bene nella situazione e ha evitato di fare idiozie. Poi, credo di stare cominciando ad amare la sua essenza 'chirurgica'. Nel senso, questo modo di sezionare la realtà e affrontarla.
Anche se, c'è sempre da dire che la sua freddezza è irritante. u.u
Spero che con Vivian (che tra parentesi, mi sono accorta in questo capitolo, mi è mancato tantissimo ultimamente) la situazione migliori ancora, perché mi dispiacerebbe che continuassero a scagliarsi l'uno contro l'altro.

E niente, scusate il commento sconclusionato. *rolls*
Siete bravissime come sempre. <3

Date: 2010-12-23 07:18 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Guarda.
Io ancora non sono riuscita ad entrare nell'ottica di commentare AS, quindi direi che ti capisco. *rolls*
Ma davvero, se trovate difficoltà nel parlare di qualche capitolo non dovete farlo per forza. Non dovete neanche commentare spesso se non ve la sentite - noi chiediamo solo alle persone che leggono sempre e non scrivono MAI di farsi vive ogni tanto.
Giusto per sapere che esistono e che leggono ancora, ecco.
Voi con sto discorso c'entrate poco - e comunque basta anche un *ho letto, ho apprezzato* come a volte fa Stem.
Insomma, Lils. Sei *tu*.
Voglio dire.
Ci siamo capite, credo. *rolls*^^

Venendo a noi, comunque. Che tu e Sam non avete il migliore dei rapporti lo so benissimo^^, ma cioè. Povero.
Che ti ha fatto adesso? O_o
Nel senso, fin'ora si è vissuto la faccenda Bj in maniera piuttosto irritante, vero. Ma adesso non puoi fargli una colpa se si vive sulla pelle il dolore della persona che ama. O di un ragazzino a cui è legatissimo.
Cioè.
Lui ha sto modo molto *estremo* di sentire qualunque cosa ma a me pare solo normale che quando ami qualcuno soffri anche tu con lui. Arrivando a sentire come *tuo* il suo dolore.
Prima beh, questa cosa era un pò distorta in effetti. Perchè Samuel pretendeva di aver vissuto con Bj le sue stesse esperienze e di portarne le cicatrici esattamente come lui.
Il che forse dal suo punto di vista poteva anche esser vero perchè lui esperisce le cose in maniera particolare. Diversa.
Ma di certo era pretenziosa, come affermazione.
Era irritante.
Ora boh, a me pareva che fosse finalmente entrato nella giusta ottica ed ero anche abbastanza fiera di lui... *rolls*
Per quel che riguarda Albert, invece, siamo sempre lì: quando Roh riesce a gestirlo con equilibrio diventa stupendo, già.^^
Il che vuol dire quando non ha a che fare con Mike. *rolls*
Il che vuol dire che siamo nella merda con IB, con la rosa e quant'altro. *rolls*
Ma vabbè. *rolls*
Ci basterebbe evitare l'esaurimento nervoso. Poi staremo a vedere^^.
Grazie del commento, un bacio <3
FATA

(no subject)

From: [identity profile] pure-l0ve.livejournal.com - Date: 2010-12-23 11:58 pm (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com - Date: 2010-12-24 10:29 am (UTC) - Expand

(no subject)

From: [identity profile] pure-l0ve.livejournal.com - Date: 2010-12-24 11:09 am (UTC) - Expand

Date: 2010-12-23 04:13 pm (UTC)
From: [identity profile] ale-23.livejournal.com
Finalmente dopo un periodo di problemi col pc mi accingo a commentare questa meraviglia *.* Premetto che non sono molto brava a commentare,molto spesso ripeto sempre le stesse cose ma non potevo proprio esimermi dal farlo ;D
Ci ho messo un pò a capire come funziona il commento su LJ(a volte sono davvero un'imbranata xD) e adesso sto leggendo a pari passo della Rosa "Contrappunto doppio"..Devo dire che sia "Drenched in red" che "Piume di Boa" mi hanno piacevolmente sorpreso..Soprattutto per il cambiamento di stile se cosi si può definire..Drenched è più cupo ma allo stesso tempo i personaggi ti coinvolgono per questo modo che hanno di vedere le cose. Ho adorato qui David,davvero.
Devo ammettere però che Rosa dei Venti per ora rimane nonostante tutto la mia preferita ..L'ho scoperta tardi è vero ma ho letteralmente divorato i capitoli,come avevo scritto in un commento precedente in una settimana li ho letto tutti,è diventata come una droga perchè le vicende di Vivian,Bjorn,Samuel,David,i gemelli e tutti gli altri mi hanno conquistato,è cosi.
Vi faccio i complimenti perchè siete davvero brave e già che ci sono approfitto nel caso il mio stupido pc desse segni di follia per augurarvi buone feste :)
Grazie!

Date: 2010-12-23 09:59 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Ciao!^^
Intanto buone feste anche a te e poi grazie per averci scritto, è stata una bella sorpresa!^^
(LJ non è una bestia così cattiva come sembra - bisogna avvicinarsi con una certa cautela ma se non ti lasci spaventare avrai la meglio abbastanza facilmente^^)
Drenched e Piume erano due cose completamente diverse, sì - avrebbero richiesto stili diversi anche se fosse stata una sola persona a scrivere.
Nel nostro caso abbiamo avuto vita abbastanza facile perchè il pov di Drenched lo ha scritto Roh e Piume l'ho gestita io, quindi differenziarli è stato solo naturale^^.
(David ti ringrazia, fra l'altro. Lui adora quando dice che lo adorate, sai... *rolls*)
La Rosa comunque è una storia completamente diversa - è un mondo, proprio, e quindi credo sia normale che riesca a coinvolgere in maniera più totale^^.
Sono felice che ti piaccia così tanto!^^ Spero che tu continui a leggere e ad apprezzare e se volessi discutere di qualche sviluppo, di qualche pg o di qualunque altra cosa, noi siamo qui!^^
Non farti problemi anche a muovere critiche.^^
Un bacio
FATA

Date: 2010-12-28 11:06 pm (UTC)
From: [identity profile] littlehyena.livejournal.com
Scusatescusatescusatescusate.
Ho letto il capitolo solo due giorni fa e la colpa non è da ricercare nel Natale, nei preparativi. La colpa è solo mia. Insomma, vedevo il vostro aggiornamento ogni giorno ma non riuscivo ad aprire la pagina e leggere.
Poi l'ho fatto una notte prima di andare a dormire, ma ho letto solo le prime quindici righe poi ho chiuso. E ho pianto.
Ho pianto per Vivian, ho pianto perché mi ha ricordato il mio fratellino. Ho pianto per Bjorn (non riesco a scriverlo con quei maledetti puntini. Da notare che faccio tedesco) perché nessuno gli ha mai mostrato gli anatroccoli.

Poi perché proprio il bianco?
Sono sempre stata affascinata dai colori. Una volta la mia professoressa mi disse che gli eschimesi hanno coniato sette termini diversi per indicare il bianco. Vorrei sapere cosa vedono loro in quel colore. Dove sono le sfumature?
Il bianco racchiude gli altri colori? Il bianco come negazione del nero? Il bianco come vuoto o ancora meglio come silenzio? Oppure il bianco come pace?

Spoon River! La mia adorazione è salita alle stelle!
Ho amato quel libro *___* Sono andata a cercare la poesia e appena l'ho letta ho pensato a questo acquilone che vola davanti agli occhi del lettore mentre questi sono fissi sulla fattoria bianca.

Un abbraccio
Ale

Date: 2010-12-30 01:54 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Non c'è bisogno di scusarsi: non era un capitolo facile.^^ Capisco benissimo chiunque abbia avuto problemi anche solo a trovare lo stato d'animo adatto per affrontarlo, e chiunque abbia sentito il bisogno di prendersi un po' di tempo.
Credo che soprattutto l'inizio sia una delle cose più commoventi che Fata abbia mai scritto, e questo è dire molto. Quindi, davvero. Nessun problema.^^
Sono felice che ti abbia toccato abbastanza da farti piangere, comunque. Era importante che si lasciasse *sentire*.

Poi perché proprio il bianco?
Hm. È difficile rispondere. Posso provare a dare una mia spiegazione, ma non credo che sarà quella che ha portato Fata (e Sam) a scegliere quel colore, né credo possa avere davvero a che fare con quel che altri ci vedono dentro - almeno, non esattamente.
Personalmente, io ho sempre associato il bianco con la morte - o con la neve, e non so esattamente quale dei due termini richiami maggiormente l'altro. È una morte di pace, però, un'assenza di tutto, ed è quello che per quanto mi riguarda si avvicina di più all'idea di Björn dello star bene. Ne parlava in Profili di strade, credo, e penso che sia la cosa che si avvicina di più all'idea che ho io del bianco in rapporto a lui.
Poi boh. È un colore importante per questioni più intime, anche. Una sorta di *simbolo* per un linguaggio difficile da spiegare. Ma credo che in un certo senso sia, nella mia mente, il colore più dolce di tutti. Quello che non ha lame, e non ha spigoli, e ti può avvolgere e spegnere senza farti male.
Sicuramente, poi, c'è l'altra faccia della medaglia ed è anche il colore più violento, per me. Quello che mi fa pensare alla follia e a un'esplosione di dolore totale. Credo che Vivian, per dire, lo percepisca in quei termini, come percepisce in quei termini la luce, e forse è un po' come lo percepiva anche Rowan di Drenched. Almeno per una sfumatura.
Ma per Björn è essenzialmente rifugio: freddo e neve. Silenzio. Qualcosa di sterile.
E credo di leggere anche i richiami di Sam al bianco in questo senso, almeno. Ma ripeto, è una cosa mia.

(Dal punto di vista linguistico, comunque, tutti i colori sono così.^^ Ci sono lingue che hanno termini diversi per indicare due sfumature di verde che per noi sono identiche, e altre che magari ne usano solo per descrivere un colore che per noi è a volte verde, a volte grigio. Un linguista di cui non ricordo il nome usava proprio quell'esempio per dimostrare che sono le lingue a insegnare al parlante come percepire il mondo, quasi a costruirlo.^^ Quando l'avevo studiato per un esame, ero rimasta affascinata. *rolling-eyes* Anche Sam è entusiasta dell'idea, credo.^^)

Grazie per il commento, un bacio!^^

Date: 2010-12-29 03:35 pm (UTC)
From: [identity profile] ery-87.livejournal.com
Per me è tutto nuovissimo. Premetto.
Amo le storie che parlano di persone fragili e forti al tempo stesso. Amo le storie che parlano di amore -di tutte le forme d'amore- così struggente e doloroso. Amo le storie che mi fanno dimenticare me stessa facendomi entrare in vite parallele. Vite che non esistono, ma che potrebbero esistere ed intrecciarsi con la mia anche nella realtà.
Non so perchè sto scrivendo questo messaggio. Sarà completamente diverso da quelli che seguono i capitoli che postate. Scrivo poi così, da cafona, senza presentarmi, senza spiegarvi.
Ho letto per caso uno dei vostri capitoli, e assetata di vita ho cercato tutti gli altri. Li ho letti tutti in tre notti (si, lo so, sembra non abbia nulla da fare tutto il giorno, in realtà sono in ferie e per me che sono stachanovista a livelli impressionanti, l'unico modo per non perdere la testa dietro a progetti e calcoli strutturali anche durante le vacanze senza sentirmi in colpa è leggere. Qualsiasi cosa.).
Sono abbastanza provata da questa lettura. Da ciò che ho letto.Non so ancora in che modo. Devo bene metabolizzare. Ci tenevo a dirvelo, comunque. In maniera folle, credo.
Non commenterò mai, come fate voi, i personaggi, come fossero persone vere. Non ci riuscirei, ma amo quando lo fate voi. Mentre leggevo, pagine su pagine, di questa storia, mi sono resa conto che i personaggi in realtà mi parlavano in una lingua tutta loro. Mi raccontavano, ognuno, pezzi della mia vita. Non so bene spiegarmi... magari con il tempo riuscirò a capire cosa mi sia successo...
Nel frattempo, alla fine di questo papiro senza senso -che capirei se voleste cestinarlo- vi ringrazio, mi sembra il minimo, per le emozioni.

Date: 2010-12-29 08:33 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
Ciao. Intanto benvenuta anche da parte mia.^^
Sono un pò shoccata dal fatto che tu ti sia letta il malloppone IN TRE NOTTI O_O ma adesso mi riprendo, tranquilla!^^
In realtà sono felice che la storia ti abbia coinvolta così tanto - noi sì, tendiamo a viverci i personaggi come entità *reali* e la cosa è nota ormai più o meno a tutti, temo... *rolls*
Ma questo perchè siamo *folli* noi, ecco^^.
In teoria credo che il modo più sano per leggere una storia sia proprio quello che usi tu - lasciare che ti dia qualcosa, che ti tocchi, che ti prenda, senza con questo mettersi a conferire con i pg come se fossero lì con te nella stanza. *rolls*
Questo per dirti che mi piace il tuo approccio^^ e che sono curiosissima di leggermi quello che avrai da dire nel dettaglio sui prossimi capitoli, se avrai voglia di dirlo^^.
Spero comunque che tutto continui ad appassionarti come adesso e ti ringrazio tantissimo per averci scritto questo messaggio^^.
Roh dovrebbe averti abilitata alle sezioni protette: adesso credo che tu possa accedere a tutte le side, anche.
Se trovassi problemi di qualunque tipo, comunque, non esitare a scriverci^^: Anche se qualcosa sul funzionamento di LJ non ti fosse chiaro. Mi raccomando.
Per il resto, ancora benvenuta^^! Kiss
FATA

Date: 2011-01-18 04:52 pm (UTC)
From: [identity profile] orpherica-tetra.livejournal.com
That's Deb.
Non ci credo nemmeno io di essere quasi in pari.
Ed avendo un esame domani, dovrei sentirmi in colpa... Sì, mi sento in colpa. Ma Sam mi mancava. In fondo mi manca sempre, Sam, come se si fosse scavato una nicchia nel mio cuore e potessi riempirla solamente leggendo di lui, e nel momenti seguenti, per un pò. Ma sbiadisce troppo in fretta. E a questo proposito... Da quando si è votato al silenzio, da quando caccia eppure teme il bianco, si è reso ancora più impalpabile. Come se l'eremo in cui si è ritirato lo stesse scarnificando, a poco a poco, per arrivare ad un'essenza che dovrebbe (vorrebbe) aver trasceso la materia ed il fatto di essere corpo. Ed è bello, qui. Che si renda conto degli errori, della capacità stranissima che la profondità di essere superficiale, qualche volta. Di fronte a profondità maggiori. Più oscure. Più tenebrose ed infide, come quelle di un passato che c'è il terrore anche solo di sfiorare. Lo amo. Lo amo come lui ama Bj e come ama Vivian -parlando d'intensità. E' come se si rendesse conto di essersi polarizzato su di loro, di colpo. E che la parte "virile", nel senso di forte e basilare, toccherebbe a lui, se loro lo accettassero. Quando lo accetteranno.
Mi mancava anche Albert, sinceramente. E lo adoro come sempre, perchè per qualche ragione è quello che sento più "umano". Con la sua fallacia, la sua debolezza e la capacità tardiva di riconoscerla. Di trovarsi in situazioni con una prospettiva sfasata, e non dare la colpa al fato o al destino, ma a se stesso. Ed il modo in cui vede Vivian, è così dolce. Così affilato e commovente. Fa un pò male vedere come lui pensa ancora a Mike, come ancora Mike sia presente tra i suoi errori da riconoscere, e sapere che Mike, al momento, ha occhi solo per Ash. Nulla di male, in questo. Ma è triste pensarlo.

Date: 2011-02-06 09:16 pm (UTC)
From: [identity profile] st-em.livejournal.com
Mi sto rimettendo in pari ^_________^. ... Mi era mancato leggervi ^^.

Sam è Sam. Folle e amabile.
(Ovviamente per tutto il suo dialogo con Albert io ho pensato "Noo! Capitevi! Noo!" ^__^.)

Mi rallegro per la tregua tra Al e Vivian. ... E spero che Al abbia imparato qualcosa, magari.
La solita questione della riunione tra Mike e Albert continua a sembrarmi molto difficile. Però... ci spero tanto ç_ç.

non gli piacevano le relazioni che Raven da ragazzino intrecciava con persone più adulte e non poteva che disapprovare privatamente la storia che il suo migliore amico aveva da sempre con un uomo più vecchio di trent’anni.
Poi, qui:
Talmente piccolo che se gli chiedi quanti anni abbia ti guarda con la concentrazione di chi deve rispondere ad un quesito complicatissimo, prima di sollevare la mano, e quando distende tre volte le dita tu pensi che non è giusto.
La prima volta che l'ho letto l'abbia mi è sembrato strano. Ogni tanto mi capita di trovare in quello che scrivete un indicativo dove io metterei un congiuntivo, non mi è mai capitato il contrario ^^. ... Secondo me, dato il grado di dubbio, ci starebbe meglio un indicativo: se gli chiedi quanti anni ha, o, ma diventerebbe molto formale probabilmente, un se gli chiedessi quanti anni abbia. Forse il mio problema è che si tratta di un periodo ipotetico misto, e non mi suona benissimo ^^".

Un abbraccio ^__^. *si stampa il 95* ^^

Date: 2011-02-06 09:31 pm (UTC)
From: [identity profile] rdv-capitoli.livejournal.com
No, ma nel frattempo mi sono fatta i corsi di recupero di grammatica e la mia tendenza a infilare congiuntivi ovunque sta decisamente riequilibrandosi. *rolls*
Hai ragionissima.
Dal capitolo 98 in poi dovrei riuscire a evitare ste cazzate.^^

PS: ci sei mancata.
Da morire.

(no subject)

From: [identity profile] st-em.livejournal.com - Date: 2011-02-06 10:08 pm (UTC) - Expand
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