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Dylan e Jude - Quando scende la marea





Forse sotto le mani di Raven anche la pelle avrebbe vibrato come velina - ma questo Dylan non poteva saperlo con certezza.
E non poteva sapere se le sue dita si sarebbero spinte nella carne con gli stessi movimenti che usavano per pressare l’erba nella carta – il lento scivolare di onde lunghe sulla costa. Equilibrio intatto.
Jude sembrava averne un’idea precisa, invece, e sembrava saperlo la luce che avvolgeva i suoi gesti con quel chiarore caldo. Con la densità fumosa del sonno e delle ombre.
Era strano, trovarsi in mezzo a loro.
Strano come potrebbe esserlo entrare in un sogno non tuo, abituarti al diverso scorrere del tempo e all’espandersi degli spazi in orizzonti di terra e cielo. Immergersi per la prima volta dentro il mare.
Poi, c’era stata la fiamma.
La fiamma che era fumo, sui polsi di Raven, ed era miele sulla pelle. L’accendersi improvviso di lingue argentate e lo schiudersi delle labbra di Jude, appena più a destra.
Gli occhi arrossati.
Dylan non è ancora riuscito a spiegarsi come sia possibile che tutto diventi sempre così liquido, quando Raven è nei paraggi: perché non è solo il tempo a distillarsi in una dimensione più fluida, ma anche gli spazi sembrano aderire al corpo in maniera diversa.
Come sott’acqua le distanze ti toccano - i suoni si amplificano.
E anche il cuore batte più lentamente, lasciando stagnare nei sensi quell’elettricità costante. Un languore vigile.
Aveva voglia di quello, in fondo.
Aveva voglia di quello anche durante il pomeriggio, quando la luce del giorno rendeva più chiari i capelli di Jude ed era divertente giocare a intrecciarli fra le dita - osservarne i riflessi mentre lui infilava ed estraeva i CD dallo stereo per fargli ascoltare canzoni che diceva fosse un delitto non conoscere.
Raven non era ancora arrivato, eppure la sua presenza si respirava già nell’aria come le ombre calde della sera. O come un assolo di chitarra quando si spengono le luci.
E poi c’era stata la cena – la sensazione sempre incredibile di dividere con entrambi un percorso di vita iniziato da tempo: muoversi in una quotidianità più adulta, trovarcisi inglobato in maniera del tutto naturale. E lasciarsi trasportare dal flusso dell’esistenza, semplicemente. Sciogliere i nervi.
Volerne di più è sempre stato inevitabile – Raven e Jude funzionano come una droga.
“Mi va di fumare,” aveva quindi detto Dylan, e nessuno aveva mosso obiezioni.
Perché in fondo la naturale evoluzione della serata aveva previsto fin dall’inizio che si sarebbero seduti in cerchio su quel tappeto – Jude con le spalle premute contro il divano, un ginocchio piegato.
Raven a gambe incrociate, i piedi nudi. I jeans calati sui fianchi, come sempre.
E lui lì di fronte a lasciarsi stordire da quel silenzio come se i respiri fossero onde - come se spingersi alla deriva fosse tutto ciò di cui ha sempre avuto bisogno. Quel che più desidera.
Eppure Ash è lì, ogni volta.
Ogni volta in maniera più nitida – una gemma incastonata al dito o lo strusciare lieve della maglietta sulla schiena. L’istinto di voltarsi per incontrare i suoi occhi - perché anche lui possa vedere come le labbra di Raven lasciano scivolare via il fumo o come Jude abbandona la testa contro il bracciolo del divano. Come la luce si scioglie nell’aria – con quei colori caldi. Quella morbidezza.
Allungando le braccia, Dylan preme la guancia sulla spalla.
Non c’è nostalgia, ed è strano, ma non c’è neanche paura. Nessun senso di perdita e nessuna distanza.
Ash è memoria presente – l’essenza che ha dato forma al corpo e l’alito di vita che lo muove.
L’io che guarda. Che si lascia guardare.
E il verde fragile degli occhi, la percezione ubriacante del respiro nei polmoni. Un cerchio perfetto.
“Dee?”
Il cuore neanche si ferma più, ormai, quando Jude lo chiama in quel modo.
Dylan lascia semplicemente scivolare lo sguardo dalle labbra di Raven al suo collo – poi alla spalla, indugiando sul bianco della camicia e sul nero dei capelli riuniti in un elastico. Nastri di fumo, nell’aria.
E poi i jeans larghi di Jude – le maniche arrotolate sugli avambracci. Gli intrecci sottili delle vene, sul polso, e il cilindro di brace che gli sta porgendo.
La sua bocca.
Allunga lentamente il braccio, sfiorandogli le dita.
È come se non ci fosse, in quella stanza – eppure allo stesso tempo non è mai stato così cosciente di ogni sguardo che gli scivola addosso. Dello spazio occupato dal proprio corpo e di quello che si espande oltre confini non più percepibili. Di quello nascosto.
È pazzesco.
Raven apre la mano sulla forma del cuscino e Dylan sente le sue dita allargarsi al centro della schiena – Jude piega appena il ginocchio e lui lo percepisce premuto contro il fianco.
Non hanno acceso lo stereo, e forse tutto dipende da quel silenzio.
Dalla profondità di cui sembra caricarsi ogni respiro e dal fatto che i movimenti diventino uno strusciare continuo di stoffa su stoffa.
Lana morbida e la ruvidezza quasi eccitante del jeans.
C’è una tranquillità intatta, nei gesti di Raven – qualcosa che ti fa quasi credere alla sua magia di sciamano e che ti lascia impressa la sensazione stranissima che sia il suo stesso pensiero, a plasmare la realtà. Come se bastasse desiderare - immaginare.
Ma non può esser solo quello.
Non basta Raven, perché quella sensualità somiglia più a una rete – nodi intrecciati in trame che senza la stretta di Jude tornerebbero a sciogliere disegni incompleti. Geometrie diverse.
Ed è tutto scritto nel fumo, in fondo.
I sorrisi che entrambi si scambiano senza bisogno di guardarsi, le decine di altre volte che devono aver intessuto quella stessa atmosfera. E i volti di tutti i ragazzi che l’hanno respirata prima di lui - la calma di Raven a sostenere il nervosismo appena percettibile di Jude. La voglia di riempire ogni distanza fra i loro corpi.
Pigramente, Dylan si solleva sui gomiti.
Il cilindro delle spinello sembra portare l’impronta delle loro dita e lui osserva la carta annerirsi intorno allo sfrigolio della brace prima di sollevare lo sguardo, con fermezza. Prima di affondarlo dentro gli occhi di Jude, e aspirare il fumo. Socchiudere le ciglia.
Può sentirla chiaramente, la forza.
È come un magnetismo – qualcosa di terribile e misterioso che impedisce a Jude di interrompere il contatto e a lui di lasciarlo andare.
È Raven che li sta osservando in silenzio, forse. Il nero deciso delle sue iridi.
Ma Dylan non avrebbe mai creduto che sarebbe stato così eccitante, lasciarsi muovere da desideri altrui. Diventare tramite fra di loro, veicolare intenzioni e sguardi.
E ritrovarsi comunque lì, presente in maniera essenziale. Il centro delle vibrazioni e il motore di ogni azione – una corsia obbligata. Il punto di arrivo, al tempo stesso.
Non immaginava che sarebbe stato possibile.
Come non credeva di poter arrivare a esser così spudorato – mantenere gli occhi fissi in quelli di Jude ed espirare il fumo, intanto. Bagnarsi le labbra, inclinare la testa all’indietro. Come a offrirgli la gola.
Eppure lo sapeva, che prima o poi sarebbe successo.
Lo sapeva anche se i pomeriggi con Jude si scioglievano in chiacchiere e risate, anche se del bacio che si erano scambiati nessuno aveva mai parlato e non sembrava più esserci alcuna zona di pericolo, fra loro.
Al termine di ogni giorno arrivava la sera, però. Arrivava Raven.
Ed era nel momento in cui i suoi colori scurivano le ombre che cambiava tutto: i sensi si allertavano, il corpo diventava consapevole di ogni movimento.
Le prospettive si inclinavano in angolazioni più segrete – immagini rubate.
Silenzi più lunghi.
E tornava a scorrere una tensione bassa, appena sotto la superficie. Una tensione che impregnava l’aria anche quando i gesti disegnavano scenari quotidiani e non sembrava esserci nulla di erotico, nelle interazioni. Niente di troppo diverso da una familiarità innocente.
Bastava uno sguardo.
O una parola pronunciata sottovoce, lo sfiorarsi distratto delle spalle. L’imbarazzo e la paura e l’eccitazione, subito dopo.
Come una giostra impazzita.
Adesso a Dylan sembra che in qualche modo fosse inaspettatamente esatta, l’immagine che si era fatto all’inizio: se è vero che è sempre stato Raven, a muovere il timone di quella barca, è anche evidente che sarebbe stata la marea a farla salpare verso una qualche destinazione.
E la marea lui se la sente dentro come qualcosa che monta, che cresce. Un premere incalzante del sangue nelle vene – dell’eccitazione. Nelle tempie.
Non ha in mente un piano preciso quando invece di passare lo spinello a Raven decide di prendere un’altra boccata, e di trattenere il fumo nei polmoni.
Lui ha piegato al petto le gambe, intanto – ha inclinato la testa in avanti. Lo sta guardando.
E gli occhi allungati sembrano incastonarlo nel loro nero, quello che Dylan ancora non sa di star facendo - sembrano chiamare gesti e render la mente leggera come vento. Soffiarla via.
È come se l'aria diventasse più rarefatta, mentre la distanza si riduce.
Il ginocchio destro preme sul tappeto, e poi una mano.
L’altro ginocchio.
Per qualche ragione ignota ha sempre pensato che camminare a gattoni fosse terribilmente erotico, Dylan. Ma è l’idea di incastrare il corpo fra le gambe di Raven che lo costringe a bagnarsi di nuovo le labbra - la percezione dei suoi jeans che strusciano sulle anche. Il suo sguardo fermissimo.
E gli occhi di Jude – ai margini del campo visivo. Pulsazioni impazzite che battono nelle orecchie.
Non ha neppure bisogno di inclinare la testa, quando finalmente poggia le mani sul petto di Raven. Lui lo stava aspettando, e le sue labbra sono già socchiuse. La coda dei capelli già scivolata sulla spalla. Sapeva tutto.
Anche quello che Dylan ancora non osava pensare – quello che improvvisamente ferma il cuore per poi spingerlo in un battito più lento. Diluirlo in fiato.
Da così vicino i suoi occhi sono quasi ipnotici, e sono perfettamente distinguibili i muscoli del petto sotto i palmi delle mani. Il rilievo dei capezzoli.
Espirare il fumo fra le sue labbra è come chiudere gli occhi, dopo – trattenerne una parte come condividere un gioco. O il più eccitante dei segreti.
Ma Jude è lì.
Appena alla sua destra - neanche un metro di distanza o di incoscienza. Giusto un breve spostarsi delle ginocchia sul tappeto, il nero che muta nel verde. Verde grigio.
Ed è tutto più facile, con lui.
Sporgersi a soffiargli il fumo fra le labbra ed accarezzarne il bordo con la lingua – respirare il suo fiato. Aspettare.
Ed è tutto diverso, anche.
Perché Jude ha chiuso gli occhi, intanto, e il suo respiro è accelerato. Le guance accaldate.
E lo sguardo di Raven non è ai margini e non è fuoco – somiglia piuttosto al tracimare lento di una forza che ti spinge e ti tocca. Qualcosa di troppo fisico per scivolare solo sulla superficie della pelle senza scendere più a fondo. E scioglierti dentro.
Dylan rabbrividisce, incastrando un ginocchio fra le gambe di Jude.
Guardandolo deglutire.
È lui a iniziare il bacio, mordendo leggermente il mento dell’altro per risalire subito alla bocca e spingervisi dentro con affondi lenti. Carezze misurate.
Dev’essere ancora l’infuenza di Raven, a rallentare tutto, perché la fame di sensazioni è una forza che preme sui nervi ma che stempera e ammorbidisce gli impulsi non appena si concretizza in gesti. Ed è quasi insostenibile - un naufragare calmo.
Galleggiare nel vuoto.
La mano destra risale senza fretta lungo la coscia di Jude e mentre Dylan sente i suoi muscoli fremere pensa che è perfino divertente, ricordare come tutto sia iniziato: il fraintendimento con Raven, durante quella prima serata in pizzeria – l’imbarazzo e la delusione.
L’incapacità di immaginare se stesso dentro dinamiche del genere.
Adesso sembra che ogni universo binario sia diventato di colpo incompleto, invece, come se per ritrovare la propria immagine servissero necessariamente specchi multipli. Come se sentirsi accerchiato fosse un bisogno fisico - perdere ogni coordinata nota per scoprirne di diverse.
Allunga l’altro braccio.
Raven è già vicino e le dita affondano nei suoi capelli agganciandosi all’elastico che li lega. Tirandolo via.
Per un attimo è quel contrasto a spingere il cuore in gola – la morbidezza delle onde nere in una mano e nell’altra il rilievo durissimo del sesso di Jude.
Mare e roccia.
Ma è soltanto un respiro: poi l’acqua invade tutto.
Perché basta inclinare la testa di un niente e la bocca di Raven prende il controllo – Raven, con l’equilibrio fluido dei suoi movimenti. Con la lentezza ipnotica degli affondi e il potere misterioso di accordare ai suoi ritmi anche lo scorrere del sangue.
Dylan si sente sfumare.
È quasi sicuro di essersi aggrappato alla sua camicia, di aver abbandonato la schiena sul suo petto. È abbastanza certo che sia stato il tocco dei suoi capelli ad addensargli i brividi sul collo e riconosce il piacere di Jude dallo strusciare lento della sua erezione sotto il palmo.
Ma non saprebbe dire a chi appartengano le dita che descrivono quei cerchi sinuosi, sulla nuca, e non sa più distinguere la lingua di Raven da quella dell’altro. Non ha ben chiaro neppure da quale parte della stanza stia il divano. Dove il soffitto.
È stordito.
Per questo la coscienza fatica a ritrovare sé stessa, dopo, quando d’improvviso sotto le mani sembra restare solo la lana del tappeto. Intorno al corpo solo vuoto.
Dylan rimane immobile, senza capire.
Ha registrato vagamente lo spostarsi delle labbra sulla mandibola, il sussurrare basso di Raven all’orecchio di Jude. Il premere di qualcosa sul petto, anche.
Forse.
Sbatte le ciglia.
Jude si è alzato in piedi, però, e dal tappeto l’altro lo sta fissando incredulo.
“Ma che cazzo,” sta dicendo Raven, con i capelli ancora impigliati fra le labbra. Il collo della camicia mezzo sbottonato – il palmo puntato a terra.
È quasi paurosa, la sensazione di distacco.
Dylan sembra riuscire a elaborare solo questo pensiero mentre sposta gli occhi da Raven a Jude - mentre vede quest’ultimo premersi le dita sulle tempie e lo sente farfugliare qualcosa che somiglia a un “Mi dispiace…” - qualcosa di confuso. Solo un respiro, forse.
Torna a guardare in basso.
“Ma che ti prende?”
Raven ha affilato gli occhi – lui sente l’inquietudine nascere nello stomaco senza sapere neanche esattamente a cosa attribuirla. Ma Jude ripete ancora – ancora più piano: “Mi dispiace. Non riesco…”
Ed è in quell’istante che la mente si connette di colpo - come svegliarsi di soprassalto nel mezzo della notte. Una vertigine improvvisa, una fitta acuta.
Il cuore si blocca.
E i ricordi si accalcano nella mente in una ressa caotica, dopo - il sapore della marijuana sulla lingua e la solidità del corpo di Raven contro la schiena, lo strusciare delle labbra.
Lui.
Lui che adesso quasi non riesce a credere di averlo fatto davvero - che si sente arrossire fino alla radice dei capelli e si affretta a piantare gli occhi in basso, ancorarli sul tappeto. Affondare i denti nel labbro.
Vorrebbe evaporare.
O forse solo tornare a chiudersi nella sua stanza, non esserne mai uscito. Rintanarsi sotto le coperte come faceva da piccolo e non vedere mai più nessuno al mondo. Nascondersi.
Eppure resta lì fermo anche mentre Raven si alza in piedi, mentre Jude si affretta a sparire nella stanza accanto e l’altro accelera il passo per ritrovarsi bloccato da una porta sbarrata. Anche quando il silenzio diventa assoluto, e l’imbarazzo perfino doloroso.
E la sensazione è quella di esser completamente nudo al centro della stanza. Con tutti gli occhi del mondo puntati addosso.
Trattiene il respiro.
Sa bene che adesso succederà qualcosa di terribile – qualcosa come il suono di passi che battono sul pavimento, ad esempio, o il corpo di Raven che si piega lì di fianco. La sua voce che scivola nelle orecchie, vicinissima.
La sensazione del suo fiato sui capelli.
“Ehi. Stai bene?”
Lui annuisce in fretta, raddrizzando la schiena.
“Vado a casa,” annuncia.
In realtà non è del tutto certo che la voce sia uscita e non è sicuro neanche di volersene andare davvero: per un istante la speranza insensata è che Raven gli afferri il braccio e gli assicuri che va tutto bene - che lo abbracci, e gli chieda di restare.
Che lo tenga con sé tutta la notte.
"Ti accompagno," viene però la risposta, e lui non ha neppure il coraggio di protestare.
Si limita a radunare velocemente le sue cose, invece - infilarsi il giubbotto. Gettare un’ultima occhiata alla porta dietro la quale Jude è scomparso e poi di nascosto alla stanza - mobili e libri e la luce calda della lampada. E tutte le stampe appese ai muri, dopo, cercando di mandarle a memoria una ad una. Come se non dovesse mai più rivederle.
Non ha ben chiaro cosa sia successo – l’imbarazzo fatica a sbiadire anche quando scendono in strada e l’aria fresca della notte libera definitivamente il corpo da ogni traccia di eccitazione.
Forse si azzarderebbe perfino a risalire la scala tortuosa delle possibilità se non ci fosse quel senso di vuoto a premere in gola – quel sentore di perdita che non si placa.
E che richiama la nostalgia mai sopita di suo fratello, anche. Che risveglia il silenzio.
Seduto nel sedile di fianco a Raven, Dylan tiene lo sguardo attentamente ancorato fuori dal finestrino dell’auto per non trovarsi costretto a guardare le sue mani strette sul cerchio del volante, o il profilo assorto delle sue labbra. O il nervo della mascella che si tende sotto la pelle – la cosa più mortale. Quella che non dimenticheresti troppo facilmente, dopo.
Non hanno detto una parola, da quando sono saliti in macchina.
Ed è difficile non domandarsi quali pensieri affollino la sua mente – difficile evitare di darsi l’unica risposta plausibile e di scoprirsi d’un tratto del tutto estraneo a equilibri che appartengono da sempre a loro due soltanto. Jude e Raven.
Credere di poter far parte del loro universo è stata un’ingenuità ridicola - crederci come ci aveva creduto lui, sentirlo. Dentro il sangue.
Chissà per quale ragione torna sempre l’immagine di Chris, in momenti del genere.
Forse perché è una vita che qualunque errore si porta dietro i suoi commenti ironici, o forse perché poi venivano immancabilmente le carezze. Le serate raggomitolate sul suo divano - le sue mani fra i capelli. Il pensiero di tornare alla pensione è un baratro, invece.
Quelle ombre, e l’accostarsi delle ruote allo scalino del marciapiede.
Il motore che si spegne.
Silenzio.
"Mi spiace," mormora finalmente Raven, e Dylan si ritrova a sussultare suo malgrado. Stava cercando la forza per dirlo lui, qualcosa di simile, o per riuscire ad abbozzare quanto meno un saluto. Buonanotte o semplicemente ci vediamo.
Sente la sua mano fra i capelli, invece.
Rabbrividisce.
"Non so cosa sia preso a Jude – non ho idea. È un po’ di giorni che è strano, ma non pensavo… Credevo fosse solo nervoso. Non è molto bravo a gestire i cambiamenti…"
È una fortuna, in fondo, che quel tocco si esaurisca così: scostandogli una ciocca dal viso per scoprirgli gli occhi – lasciandolo solo un po’ più indifeso. Niente a cui non si possa rimediare abbassando lo sguardo, dopo tutto.
Prendendo un lungo, lungo respiro.
“Non preoccuparti. Sto bene,” assicura, sforzandosi di sorridere. Serrando d’istinto le dita sulla maniglia della porta.
“Sicuro?”
Dylan si blocca.
È un assedio di sensazioni, quella macchina – l’ultima volta che si è seduto lì dentro Raven lo stava baciando, il mondo si stava sciogliendo. E nessuno aveva ancora sbattuto in faccia a Jude cambiamenti da dover gestire – Raven non doveva preoccuparsi per lo stato d’animo di ragazzini idioti invece di prendersi cura della sola persona che ne avrebbe diritto. L’unica persona con cui vorrebbe trovarsi in questo momento – sicuramente. Senza il peso di altri problemi addosso.
“Sì, sono sicuro,” risponde allora, imponendosi di sollevare la testa. Guardandolo dritto negli occhi, con fermezza.
“Davvero, Raven, non è successo nulla. Stai tranquillo,” ripete, e sente che se resta dentro quell’auto un solo minuto in più potrebbe scoppiare a piangere. O fare qualcosa di altrettanto stupido.
Si affretta ad aprire la portiera, quindi – scivola fuori.
“Vai piano. Okay?” gli dice dopo, sporgendosi a sorridergli dal finestrino aperto.
Raven ha le sopracciglia appena aggrottate – occhi nerissimi.
Lo sta guardando.
E Dylan si morde l’interno del labbro perché avrebbe voglia di dirgli buonanotte. Dirgli ci vediamo.
Gli direbbe soltanto addio, invece, e ci sono parole che non sanno sciogliersi in voce. Anche se sono tutto quel che è rimasto.
Come il silenzio quando scende la marea.






La sensazione è di respirare il vuoto.
Dentro lo specchio il bagno si immergeva nel buio e l'aria era fredda, increspata appena dalla corrente della finestra aperta – i rumori dell'esterno penetravano ma come attraverso un filtro. Ovattati.
Nell'altra stanza le voci di Raven e Dylan suonavano basse, confuse: impossibile capire cosa stessero dicendo. Jude aveva studiato le pieghe sulla fronte del proprio riflesso, mentre aspettava che il sangue tornasse a scorrere con un ritmo razionale – aveva guardato la confusione dei capelli ed era come vedervi scorrere le mani di Dylan, ancora. Le mani di Raven.
Poi era venuto il rumore della porta d'ingresso, chiusa con un tonfo secco, e lui aveva visto gli occhi del riflesso sgranarsi appena. Il cuore aumentare i battiti, spaventato, e il sollievo sciogliersi sotto la pelle come elettricità condotta dai nervi. Un contrasto che era un brivido, e la percezione netta che nulla di quel che stava accadendo poteva trovare qualche senso. Neanche cercarlo.
Quando era tornato in sala, la lampada spandeva ancora la stessa luce calda e accogliente di cui si era dipinta la serata ed era sembrato quello il particolare più assurdo. Incoerente e crudele, anche, di una crudeltà distaccata. Imparziale.
Jude l'aveva spenta senza rifletterci troppo, accettando con un senso profondo di sconfitta l'avanzare del buio.
Quando gli occhi si erano abituati alla notte quel tanto che bastava per riconoscere i contorni della stanza, aveva attraversato a passi lenti il tappeto su cui quasi aveva ceduto alla tentazione impossibile di star bene ed era andato ad aprire la finestra.
L'odore del fumo impregnava ancora l'aria ed era stata una soddisfazione distratta sentirlo sbiadire istante dopo istante. Gradualmente. Portandosi via anche il ricordo troppo netto delle labbra di Dylan, delle labbra di Raven, e sciogliendo con il freddo ogni residuo di eccitazione.
Dopo, non era rimasto più nulla.
Non le distanze solite da una parete all'altra – non le proporzioni di tutti i giorni, di tutte le notti, degli anni spesi a tappezzare le pareti di volti e sguardi – e neanche la certezza di aver fatto la cosa giusta. O quella sbagliata.
Solo, il senso statico dell'attesa.
E la consapevolezza che dovrebbe esserci confusione, dietro quel momento, ma che anche il caos ha un modo di riempire la vita intollerabile per il vuoto.
Seduto nel centro della poltrona di sempre, con le ginocchia allargate fino a premersi contro i braccioli e la nuca affondata nel cuscino, Jude tiene gli occhi fissi sull'orologio appeso al muro e aspetta.
Pensa a Raven e Dylan chiusi in auto, alle parole che forse stanno scorrendo tra di loro. La tensione residua della sua uscita brusca e lo sconcerto derivante – la preoccupazione, forse. Il senso di colpa e l'irritazione.
Vorrebbe poter scappare al presente innescato per approdare a un futuro già calmo, sereno. Dimenticare prima ancora di doverle vivere le ore che stanno per seguire e chiudere gli occhi per non guardare le foto. Evitare Raven è impossibile quando il suo volto lo fissa da ogni angolo – Jude non si era mai accorto prima di quanto fosse opprimente, la sua presenza. Di quanto fosse costante, continua, preziosa.
Il fatto che non ci sia neanche una foto di Dylan è quasi uno scherzo, da quel punto di vista. Come se la superficie della sua vita non avesse ancora avuto tempo di registrarlo, quando invece il nucleo profondo è già stato sovvertito dalla sua presenza. Dal suo arrivo.
E qualcosa, dentro, ne sta già soffrendo l'addio.
Passandosi le mani sul viso, Jude chiude stretti i pugni – li preme contro gli occhi. Ogni ticchettare dell’orologio è lo scandirsi di un ipnotismo lento e non saprebbe dire cosa stia cercando di raggiungere – se sarà necessaria una meditazione, a qualche punto della serata, o se basterebbe prendere fiato e parlare. Lasciar fluire le parole che stanno incastrate in gola da troppo tempo – dal pomeriggio di quel bacio, forse. O forse ancora da prima.
Forse sono dieci anni che cerca un modo di dar loro voce ed è stato solo sciocco illudersi che qualcosa potesse funzionare – che Raven sapesse rallentare il passo per lasciarsi raggiungere, che si fermasse il tempo sufficiente a mettere a fuoco e scattare. O appena più a lungo.
Per prendere un po’ fiato.
Fuori in strada, il traffico è calmo.
Le auto vanno e vengono sporadicamente – rombi di motori che sfumano lontano e lasciano larghi spazi al silenzio e al buio.
Socchiudendo le ciglia può vedere la luce della luna ritagliare spazi sul pavimento e pensa che in un altro momento forse avrebbe avuto voglia di fotografarli. Adesso, anche guardarli sembra faticoso.
Troppo difficile.
Non ha mai pensato di essere particolarmente sintonizzato sulla realtà delle persone – tende a lavorare con le loro ombre, a leggere quel che sentono e dicono sui volti piuttosto che nella voce. A distinguere la loro essenza dalla forma che assumono nell'aria, dallo spazio che occupano.
Anche per Raven è sempre stato così, in fondo. Il suo corpo è il mezzo di trasmissione essenziale.
Per questo ora lo stupisce avvertirla sulla pelle, la sua presenza, appena oltre i confini della stanza.
Non ha sentito l'auto arrivare – non l'ha sentita fermarsi. Niente chiudersi di portiere o passi sulle scale – neanche il suono del respiro.
Ma può quasi vederlo, il compagno, nascosto dal legno pesante della porta: una mano ferma sulla maniglia, l'altro pugno stretto intorno alle chiavi. La mascella serrata per contenere la tensione e gli occhi chiusi come per concentrarsi.
L'alzarsi e l’abbassarsi del petto, sotto la stoffa della camicia.
Il corpo rigido. Contratto. Vibrante di energia trattenuta a stento.
È un nuovo brivido – sollievo e panico – quando infine lo scattare della serratura annuncia il suo ingresso.
Bagnandosi le labbra, Jude si impone di restare fermo – non voltarsi, non piegarsi in avanti, come se qualunque movimento potesse sbilanciare l'equilibrio troppo precario che ha tenuto in piedi quella serata fino ad adesso.
Ascoltando i suoi passi sul pavimento – tintinnare di metallo contro metallo e tonfo sordo di metallo su legno quando posa le chiavi sul tavolo – cerca di immaginare la sua espressione. Di capire se stia aspettando una sua mossa, o se sia solo una battaglia interna ciò che non gli ha ancora permesso di dire una parola.
Quando il silenzio si protrae, però, e il compagno resta immobile accanto al tavolo, non gli resta altra scelta che dare inizio lui alla conversazione.
"L'hai riportato a casa?" domanda sentendo la gola secca, come fossero giorni che non parla.
"Cosa volevi che facessi?" è la risposta, brusca. "Dylan ha già abbastanza casini, di questi tempi. Non è il caso di aggiungergli crisi di nervi gratuite."
L'accusa vibra, nella sua voce, ed è impossibile fraintenderla – Jude pensa che forse dovrebbe risentirsi per l'ostilità evidente ma quando prende fiato sono sempre solo panico e sollievo a invadere i polmoni. Tendere i nervi e rilassarli.
Perché la ricorda fin troppo bene l'espressione di Dylan quando l'ha spinto indietro – il viso arrossato e le labbra umide e il nero lucido delle pupille dilatate. Eccitazione che aveva lasciato il posto a confusione e poi paura, quando lui si era tirato in piedi in tutta fretta.
Probabilmente è segno di quanto sia astratto dal momento presente, il fatto che non riesca neanche a sentirsi in colpa. Non davvero.
Gettando indietro la testa, lascia andare un sospiro.
Si preme le dita sulle tempie, cercando di riprendere il controllo.
"Sta bene?" chiede, intanto, mentre sul pavimento i passi di Raven ricominciano a segnare un ritmo, lento, e il suo corpo si fa più vicino. "Gli hai detto che non era per lui?"
"Gli ho detto che non era colpa sua. E che non avevo idea di che cazzo ti fosse preso."
Jude annuisce, senza guardarlo, e torna a spostare le mani in modo che i palmi sfreghino gli occhi.
Adesso che il momento è arrivato tutte le parole accumulate negli ultimi giorni – le spiegazioni, e le giustificazioni, e le richieste d'aiuto – sembrano evaporare nella tensione di quel silenzio.
Raven è una presenza immobile a qualche metro di distanza – lo stesso grumo di energia contratta – e lui si sente addosso la sua disapprovazione come fosse un peso impossibile da sostenere. Sente i suoi occhi e vede la linea tesa delle labbra – l'espressione impassibile di quando vuole controllare la rabbia – e cerca un modo per iniziare.
Spiegare.
Si trova a lasciar andare una risata tremante, invece. A lasciar cadere le mani sui braccioli, mormorando impotente: "Non lo so neanche io."
"Cazzo."
In un attimo Raven ha abbandonato la sua immobilità impassibile per coprire la distanza che ancora li separava e sedersi sull'orlo del divano – la schiena piegata in avanti, i gomiti premuti sulle ginocchia. Lo sguardo fisso nel suo, dal basso – un misto di preoccupazione e insofferenza. Frustrazione.
"Non puoi uscirtene con una stronzata del genere, Jude. Non adesso. Non dopo che…" Scuote la testa, incredulo. "Sei scappato. Ci hai piantati in asso senza una ragione, senza che fosse successo niente, e…"
"Avevo paura," lo interrompe lui. "Avrei dovuto realizzarlo subito, ma non ci ho pensato, e quando mi sono accorto era troppo tardi per tirarmi indietro con calma. Elegantemente."
"Elegantemente? Che cazzo c'entra l'eleganza, Jude? E che cazzo significa 'avevo paura'? Avevi diciott'anni, quando hai smesso di poter usare quella scusa!"
"Non è una scusa."
Distogliendo lo sguardo, Jude si alza in piedi.
Non è mai stato facile parlare a Raven di certe cose – le parole si ingarbugliano ed è come cercare di spiegare il vento: non puoi dire che a volte anche solo camminare al suo fianco dà lo stesso effetto che correre e che è imbarazzante voltarsi a guardarlo per scoprire il suo fiato solo un po’ accelerato. Studiare l'espressione viva del suo sguardo – il percorso di una goccia di sudore dalla tempia al collo – e sapere che è soltanto entusiasmo quel che lo muove, quando dietro ai tuoi gesti c'è stanchezza. Bisogno di mantenere il passo e nient'altro.
A diciassette anni ci provava, a farglielo capire. Ma ogni sua preoccupazione si confondeva con altro e Raven si limitava a stringergli le spalle per rassicurarlo - lasciarlo indietro, per andare a trascinare via qualche altro amico.
Quando Jude ha finalmente smesso di aspettare soltanto il suo ritorno per decidersi a seguirlo, invece – imitarlo – non credeva comunque che sarebbe riuscito nell'intento. E quando c'è riuscito, poi, il resto l'ha scordato.
Sono stati necessari dieci anni e Dylan, per ridargli quella sensazione scomoda di star correndo fuori tempo.
"Ascolta," dice, aggirando nervosamente la poltrona. "Non… Voglio dire, cosa pensavi che potesse succedere, stasera? Sesso, tutti e tre insieme? E poi domattina cosa, colazione?"
"Non sarebbe la prima volta." Infastidito, Raven socchiude gli occhi. "Cristo, Jude, ma che hai? Proprio tu hai problemi con questo, ora?"
"Non è la stessa cosa," ribatte lui, esasperato. "Non abbiamo mai fatto niente del genere. Mai. Dylan è… Ne sei già mezzo innamorato, Raven. E lui lo è di te."
"E di te," viene la precisazione. "E tu di lui. E davvero non riesco a vedere il problema, in tutto questo."
"Il problema è che nella realtà queste cose non funzionano. Non durano. Non… Faremmo solo casino, e Dylan ha già una vita abbastanza incasinata di suo, e tu sei già più che sufficiente a complicare l'esistenza di chiunque entri nella tua orbita senza aggiungerci anche…"
"E quindi cosa, hai deciso che complicare tutto prima ancora di iniziare fosse il modo migliore di semplificarlo?" lo interrompe Raven, allargando le braccia – ma lui lo conosce troppo bene per non distinguere un cambio di tono, nella sua voce.
All'inizio c'era irritazione, e preoccupazione confusa verso qualcosa di poco comprensibile.
Ora l'irritazione sta trasformandosi in fastidio – il fastidio che Raven ostenta sempre nei confronti di ogni sua minima debolezza – e la preoccupazione sta seguendo l'evoluzione solita in rabbia.
Sarebbe quasi divertente, riconoscere nei propri nervi una reazione speculare – perché è da quando si conoscono, lui e Raven, che tutti i litigi nascono dal niente e si alimentano delle loro stesse frecciate. Sarebbe divertente non fosse così chiara la dimensione troppo reale di quella discussione. La sensazione che, lasciato a se stesso, quell'incendio potrebbe estendersi a tutto. Divorare anche loro.
Prendendo un respiro profondo, Jude cerca in se stesso un angolo di calma dove rifugiarsi per riprendere il controllo. Lascia andare l'aria, mormorando: "Raven…"
L'altro è già scattato in piedi, però, e sta già avanzando verso di lui.
"Poi che cazzo vorrebbe dire che io sono già più che abbastanza bravo a complicare le cose di mio, eh? Dylan andrebbe protetto?" chiede, irritato, e lui si ritrova a guardarlo con sfida, ogni buon proposito già archiviato.
"Perché, credi che sia una passeggiata stare con te? Starci proprio, voglio dire, non solo finire nel tuo letto ogni tanto."
Raven non risponde, limitandosi a sostenere il suo sguardo – ed è ciò che Jude ha sempre odiato di più, questa sua capacità di portare avanti una discussione mantenendosi impassibile. Sono gli unici momenti in cui resta immobile davvero – occhi lucidi, di pietra nera, e volto affilato nella roccia – fino a darti l'impressione di poter resistere a tutto. Di non sentire niente.
La tentazione ogni volta è di riuscire a sgretolarlo. Battere sulla superficie fino a trasformarlo in terremoto.
"Credi che sia semplice, seguirti?" continua, muovendo un passo avanti. "Che sia stato semplice, in questi anni? Ti sembra che la nostra storia sia minimamente stabile? Voglio dire, è una vita che portiamo avanti questo tira e molla e ancora non ci siamo decisi a prendere un impegno!"
Di fronte a lui, Raven solleva appena il mento e soffia fuori l'aria in uno sbuffo sarcastico.
"È un plurale di cortesia, quello? Perché non dici chiaramente che sono stato io a non prendermelo, l'impegno, visto che è evidentemente lì che vuoi arrivare?"
"Perché non è solo colpa tua," ammette Jude, distogliendo lo sguardo. "Io non ti ho mai chiesto di farlo, del resto. O avremmo avuto questa discussione molto tempo fa."
E per un attimo si prende il tempo di immaginarlo, come sarebbero potute andare le cose se avesse affrontato la questione quando per la prima volta ne ha sentito l'esigenza. Quando tutto era ancora confuso, ogni legge da scrivere e testare, o subito dopo, quando già avevano cominciato a stilarne alcune. Quando quelle poche che c'erano venivano infrante e ricostruite – dopo la morte di Mark, nei lunghi mesi trascorsi senza che Raven si degnasse neanche di chiamare. O al suo ritorno, quando lui aveva troppo bisogno di sentirlo vicino per tirare in ballo questioni passate – per chiedergli qualche spiegazione.
Non sarebbero qui adesso, questo è sicuro. Non ci sarebbe Dylan – né in una forma né in un'altra – e probabilmente non ci sarebbero neanche più loro. È quasi una certezza.
Ma non ha ancora finito di metabolizzare quel pensiero che le mani di Raven premono sulle sue spalle, spingendolo indietro fino a fargli urtare il divano con la schiena.
Non è un gesto violento – non si tratta di un attacco – e probabilmente se Jude fosse stato concentrato su quel che il compagno stava facendo avrebbe saputo evitarlo, ma per un attimo la sorpresa è tanto forte che quasi non riesce a leggere l'espressione sul suo volto.
"Sai qual è la cosa che mi fa più incazzare di tutto questo discorso, Jude?" lo sente mormorare, troppo vicino. "Non tanto il fatto che stai tirando fuori certe stronzate perché come al solito te la fai sotto all'idea di poter uscire di qualche passo dal tuo tracciato. Non è neanche il fatto che hai deciso di tuo che non potrà funzionare o che stai trattando la cosa come se il problema fossero le mie scopate invece che questo. No." Scuotendo la testa, aumenta la pressione sulle sue spalle – lo guarda, incredulo. "Quello che davvero mi sembra delirante è che siamo qui. Adesso. A fare gli Albert e Mike della situazione, quando pensavo che quella fosse l'unica cosa in assoluto che entrambi eravamo del tutto intenzionati a evitare."
Gli occhi fissi nei suoi, Jude deglutisce.
"Al e Mike non c'entrano niente in tutto questo, Raven."
"Non c'entrano?" L'altro ride, lasciandolo andare. "Jude, hanno passato dieci anni a raccontarsi balle per aggrapparsi a qualcosa che stava in piedi solo per le ragioni sbagliate! E tu mi vieni a dire adesso che io non mi sono mai preso nessun impegno ma la colpa è tua perché non mi hai mai chiesto di farlo? Che cazzo è successo alla politica del 'tirare fuori i problemi prima che diventino troppo grossi'? Quand'è che abbiamo cominciato a raccontarci stronzate anche noi? Far finta di niente? Mentirci?"
E lui pensa che potrebbe indicare mille piccole occasioni in cui certe differenze sembravano troppo stupide per farne un caso nazionale - che potrebbe parlare di Keith, per esempio, o di tutte le persone che sono entrate e uscite delle loro vite lasciandosi dietro solo una fotografia incorniciata. Potrebbe dire di Mark. Dell'assoluta impotenza e del vuoto.
Dice solo: "Non ti ho mai mentito", invece. E non lo stupisce davvero quando l'altro, sempre ridendo, si allontana di un passo esclamando: "Jude. Era solo l'altra notte che ti chiedevo se c'era qualche problema e tu dicevi che no, andava tutto benissimo."
Perché ha ragione, quanto a questo, e Jude lo sapeva anche allora, mentre scuoteva la testa premendo la guancia nel cuscino. Così come sapeva che se Raven avesse potuto leggergli dentro sarebbe stato quello, il particolare che l'avrebbe ferito – non il bacio scambiato con Dylan né la voglia di toccarlo. Neanche la confusione di sentimenti che gli dava vederlo insieme a Raven o immaginare che la loro storia finisse per inglobarlo – neanche la paura di tentare. Il terrore che possa funzionare, o che possa fallire.
Ma quello.
Inghiottire le parole come se la fiducia non bastasse ad assicurare una soluzione. Approfittare della discrezione solita – dell'enfasi con cui Raven da sempre sostiene la libertà di scelta – per nascondergli qualcosa che sarebbe stato suo diritto conoscere fin dall'inizio.
Non può neanche usare la propria confusione come alibi, perché questo è l'altro problema essenziale: che in qualche punto del loro percorso, a qualche curva che lui non ha notato, Raven ha smesso di essere un appoggio per farsi complicazione. Ha smesso di essere qualcuno capace di aiutarlo a sbrogliare i fili per trasformarsi in colui che i fili intreccia. E li confonde. E li strappa, senza avvertire.
È un tradimento più profondo di una semplice avventura, questo, ed è difficile anche capire chi dei due sia stato, a disertare per primo. Perché Raven l'ha lasciato solo, forse, tirando dritto per la sua strada senza voltarsi indietro, ma lui non ha mai urlato per fargli sapere che non lo stava seguendo. La colpa è di entrambi, in fondo, ed è una conclusione quasi armonica tenendo conto del fatto che fin da quando si conoscono è insieme che agiscono. Ma non rende meno duro il colpo.
La consapevolezza che il danno è stato fatto.
"Raven…" inizia Jude, incerto, ma l'altro lo interrompe con un gesto nervoso.
"La cosa più buffa è che tu parli come se di tuo fossi il manifesto della relazione esclusiva, quando poi basta che qualcuno ti guardi negli occhi per farti dimenticare tutti i buoni propositi. Voglio dire, io almeno se penso non sia il caso di fare qualcosa con qualcuno riesco a non farla."
Lo sguardo che gli lancia, a quel punto, ha la sfumatura di divertimento amaro che Jude ricorda dai loro giorni adolescenti, quando sembrava che per l'amico anche stare male fosse un'esperienza tutta da sperimentare.
"Davvero, sei esattamente come Albert che ha costretto Mike a diventare adultero perché era convinto fosse la maniera più salutare di vivere una relazione, quando è a lui per primo che fa fatica il sesso."
E non c'è da concentrarsi molto, per capire perché continui a battere su quel tasto: Albert e Mike sono sempre stati un modello, per loro, il paradigma di qualcosa da evitare. Hanno misurato la forza del loro legame sulle griglie create da quella relazione fin da subito, ed è stato navigando quegli equilibri che hanno imparato a stare a galla. A parlarsi.
Jude ricorda fin troppo bene la frustrazione di Mike, in quei giorni: anche la forza con cui le sue mani lo toccavano sembrava rispondere a quei meccanismi - farsi espressione di un disagio diverso, possibilità di sfogo. Era strano.
E Raven li guardava con gli occhi increduli di chi non riesce a capire come certe storie possano incagliarsi in simili fraintendimenti – è un fermo immagine fisso nella memoria quello delle sue spalle premute contro il muro, mentre in casa Mike urlava per qualcosa che non rappresentava il vero problema e Albert fingeva di ascoltarlo mentre in realtà non capiva. C'era la luce che cadeva dall'alto, filtrando tra le nuvole quasi fosse un miracolo, e lui fumava con boccate brevi – sigaretta consumata in fretta, tra dita nervose.
In certe circostanze Jude non sapeva mai se fosse più forte la preoccupazione o il desiderio, mentre misurava la distanza tra i loro corpi e i minuti che mancavano prima che Mike si precipitasse fuori. Ma quando Raven aveva rovesciato la testa contro il muro, gemendo "Impareranno mai a parlarsi?" non aveva saputo trattenersi e si era sporto a baciargli la bocca, ridendo, le dita chiuse intorno al suo polso per intercettare la sigaretta.
"Non è così facile", aveva mormorato, prendendo lui la boccata. Raven aveva annuito, svogliato.
E da quel giorno avevano iniziato ad affrontare le cose di petto, tra loro.
"Albert ha messo in testa a Mike un sacco di stronzate," si trova a dire adesso, con lentezza, pur sapendo perfettamente che non è quella la questione. "Io non ti ho mai costretto a fare un cazzo, invece."
Sul volto di Raven, il sorriso è affilato e provocante.
"No, certo. Sono io quello che dà gli ordini, del resto."
"Dio, Raven!" protesta lui, esasperato. "Non mettermi in bocca parole che non ho detto."
"Dimmi una cosa: se nessuno dei due ha mai preso nessun impegno, cosa ci avrebbe tenuto insieme tutto questo tempo, secondo te?" ribatte l'altro. "Non è questione di comodità perché l'hai detto tu stesso: portare avanti questa storia è una fatica. Cos'è, quindi? Qualche contratto che mi era sfuggito? Dobbiamo fare insieme tot fotografie e poi ognuno per la sua strada, tanto le responsabilità ci sono estranee? O è solo il sesso che funziona particolarmente bene? Un insieme delle due cose, forse?"
"Non ci provare, a scaricare la colpa solo su di me!" sbotta Jude, avanzando di un passo.
Una volta sembrava divertente che anche durante le peggiori litigate lui e Raven non riuscissero a stare lontani l'uno dall'altro. A diciott'anni ci rifletteva spesso, dopo ogni litigio concluso a letto: premeva la guancia sulla spalla di Raven e chiudeva gli occhi sotto le sue carezze languide, pensando che doveva essere un segno anche quello. Come una legge fisica che regolava l'attrazione.
Adesso l'eccitazione dello scontro è stemperata appena dalla percezione della bellezza dell'altro: impossibile fermarsi a contemplarlo quando stai correndo al suo fianco, più veloce di quanto ti concederebbe il respiro.
"Non ho mai detto che la nostra storia non abbia senso, ma tu non hai neanche mai detto il contrario," continua, guardandolo negli occhi.
L'altro sbuffa, incredulo.
"Pensavo che certe cose contassero più delle solite promesse."
"Certe cose, cosa? Tipo le azioni, i fatti?" Lui solleva la testa, convinto. "Perché parlando di fatti, ricordo di essermi sentito decisamente onorato quando invece di venire a chiedermi una mano sei sparito dalla faccia della terra senza neanche un saluto."
E forse se Raven fosse un po’ meno vicino – se l'aria fosse un po’ meno tesa, la luce un po’ più calda – Jude noterebbe subito lo sgranarsi dei suoi occhi.
Percepirebbe il gelo, e prenderebbe respiro, e si renderebbe subito conto di quale sia il terreno che sta profanando. Ma il sangue batte nelle tempie più veloce del solito, più che durante l'amore, e gli sguardi sono troppo accesi. Le prospettive falsate.
"Hai lasciato passare sei mesi senza neanche degnarti di farmi sapere che eri vivo!" continua, a voce ancora più alta. "Sei mesi, Raven… E poi parliamo di fiducia?"
Il silenzio, a quel punto, si piega intorno alle parole come una garza poggiata su di un graffio.
Di fronte a lui, Raven è immobile, ma anche la fissità del volto è diversa da quella con cui accoglie di solito le sue sfide.
Più morbida, forse. O forse solo più stanca.
Una maschera indossata perché qualunque altra cosa costa troppa fatica.
"Scusa," mormora Jude. E l'altro distoglie lo sguardo.
Muove un passo indietro.
Per un attimo, l'alternarsi di smarrimento e complicità che ha costituito la trama di quella serata sembra stabilizzarsi in un senso di comunanza acuta: Jude guarda il compagno muoversi – gesti meccanici – e sa prima ancora che si avvicini alla porta che sta per andarsene.
Sottrarsi a quel momento come se fuggire potesse servire.
Quel che lo paralizza, però, è la consapevolezza del tutto nuova della propria impotenza: da quando si conoscono, Jude non ha mai avuto alcun dubbio che Raven, anche nei momenti peggiori, sarebbe comunque rimasto ad ascoltarlo. Potevano urlarsi addosso ma se uno dei due cambiava il tono di voce l'altro si orientava di conseguenza, spontaneamente.
Ora non è sicuro di come Raven reagirebbe, se lui allungasse il braccio per fermare la sua uscita – non è sicuro che basterebbe parlare. Chiedergli di fermarsi un attimo. Non andare.
Non è sicuro neanche che fermarlo sarebbe la cosa migliore.
"Raven…" mormora, muovendo un passo avanti d'istinto, ma l'altro neanche si volta mentre abbozza un gesto perentorio.
"Lascia perdere, meglio che chiudiamo il discorso," dice.
"Non volevo tirare fuori quella storia."
"Dormiamoci sopra, ti va?" continua Raven, senza ascoltarlo.
Ha già aperto la porta, mosso un passo oltre la soglia. E anche se la voce è quella di sempre – appena più aspra, forse, meno calda – non ha ancora smesso di dargli le spalle. Tiene la schiena dritta – troppo tesa – e ha gesti diversi dal solito.
Tutta la distanza possibile racchiusa in quel suo fuggire gli sguardi.
"Va bene," risponde comunque Jude, perché non c'è altro da dire.
Solo spingere le mani verso il fondo delle tasche, mentre la porta si chiude su un'uscita che sembra troppo definitiva per mettere a tacere ogni preoccupazione. Solo prendere fiato e chiudere gli occhi per non vedere le fotografie che lo osservano dalle pareti.
E poi dare le spalle alla porta, a sua volta – dare le spalle alle chiavi che Raven ha lasciato sul tavolo, al posacenere che Dylan aveva poggiato sul divano. Tornare all'altro lato della sala, dove la luce della luna ha ormai quasi raggiunto la poltrona. E lasciarsi andare sui cuscini, come ogni altra sera.
Accendersi una sigaretta.
E consumare la notte, piano. Boccata dopo boccata.



























































































































































































































































































































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