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Samuel - Cicatrici luminose





A Deb e Witch
Che forse lo leggeranno insieme^^.



Quando erano piccoli, d’estate, David e Samuel facevano spesso il gioco della prima lucciola.
Aspettavano che il buio fosse completo per avventurarsi alla cieca verso il fiume – David amava dimostrare a se stesso di sapersi districare abilmente nella notte e lui si limitava a seguirlo, aggrappato all’orlo della sua maglia.
Ma la notte scendeva sempre lenta, quando erano bambini: c’era da lasciarsi alle spalle la cena - le verdure da mangiare controvoglia e la tavola da sparecchiare. I piatti da insaponare.
E c’era il buio da attendere, dopo, seduti a gambe incrociate ai margini del bosco. Chiacchierando di niente, a volte.
A volte, invece, scrutando in silenzio l’oscurità alla ricerca di una luce fragile - una luce che dava diritto a chi la scorgeva per primo di diventare il dio indiscusso della serata. Colui che poteva ordinare all’altro qualsiasi cosa – che avrebbe deciso per tutti e due fino alla mezzanotte. O anche per tutto il giorno successivo, spesso.
E Samuel perdeva sempre.
Perdeva perché David barava, vero - perché nove volte su dieci sosteneva di aver visto lucciole inesistenti. In perfetta malafede.
Ma non era soltanto questo.
E non era neanche questione di attenzione, o di fortuna. Di allenamento.
La verità è che il fiato si spezzava ogni volta, quando il primo spillo di luce bucava la notte, ed era lo stesso stupore di quando nasce una stella - lo stesso miracolo di incoscienza che si ripeteva all’infinito: l’immensa massa di buio, intorno - e quel chiarore tremolante.
Quella scheggia di vita incastrata nel nulla.
“Lucciola!” gridava David, saltando in piedi. Indicando in direzione di un angolo ormai già buio – la voce improntata di trionfo.
Ma David non ha mai immaginato quanto Samuel lo abbia sempre sentito simile a quella luce - lui che d’improvviso viene a squarciare la trama immobile dei giorni e che subito scompare nel groviglio delle tenebre.
Lui che ti chiude la gola con la stessa meraviglia. La stessa nostalgia.
E che lascerà squillare a vuoto il telefono almeno fino a quando l’oscurità non sarà diventata abbastanza pericolosa - fino a quando non potrà fare di se stesso il dio di un’altra notte interminabile. Eroico e incosciente come quella luce, forse. O soltanto fragile e ferito come solo un dio sa essere - con i suoi capricci di diluvi e assenze, le sue lacrime murate dentro la pietra di occhi fermissimi e le tracce della sua presenza sparse nel cielo. Abbandonate nel bosco.
David è sempre stato ovunque.
Stava seduto sulla poltrona del salotto anche poco prima, un bicchiere di whisky accostato alle labbra e la cravatta allentata sul petto - la sua ombra riflessa nel televisore supertecnologico che ha insistito tanto per regalare a Samuel e che Samuel non ha neppure mai acceso.
Stava nell’alone della lampada alogena, nel posacenere vuoto. Nella notte che scende sempre lenta come un tempo. Sempre muta.
E stava in ogni rumore impercettibile che spezzava il silenzio, in ogni drizzarsi delle orecchie del gatto. Nelle file ordinate dei libri che riempiono gli scaffali – “Ti ho trovato una prima edizione, professore: è abbastanza ingiallita, per i tuoi gusti?”, “Questa puzza addirittura di muffa: andrai in trance!”
Perfino negli spazi vuoti fra un volume e l’altro - “Il libro che ti ho comprato è uno dei tuoi preferiti: non esiste. E non dire che ho dimenticato il tuo compleanno, non è certo colpa mia se hai gusti tanto eccentrici!”
Sarebbe così facile allungare la mano – così facile…
Lasciarsi immobilizzare dalle sue braccia, lasciare che i suoi affondi capovolgano il soffitto e che piacere e dolore tornino ad incarnarsi di nuovo - scendere dal vuoto delle nevi intatte fin dentro al corpo per sporcarsi ancora di sangue e di sudore.
Ancora di vita.
O aggrapparsi alla sua maglia come quando erano bambini – seguirlo dentro il bosco. Chiudere gli occhi e delegare a lui la scelta di ogni percorso.
David lo ha sempre saputo: avrebbe fatto male.
Più il volo è alto più l’aria diventa rarefatta, così rarefatta che anche le mani possono perdere consistenza. Tramutarsi in ali, forse - ali immobili.
E Samuel osserva la forma delle proprie dita, nel buio – ombre allungate che sfumano i contorni nell’oscurità della notte mentre le assi del portico cigolano appena ogni volta che Seneca allunga le zampe per stirarsi. Ogni volta che si accomoda di nuovo ai suoi piedi - una macchia più chiara. Lo scivolare impercettibile del pelo sulla stoffa dei pantaloni.
Ma niente luna, niente.
E la tazza di the si è freddata, il vento della sera si è fatto più umido fra i capelli.
Ha dimenticato il maglione in casa e non gli importa, deve preparare la lezione per domani.
Ma non riesce a pensare.
Non riesce a pensare che a David, alle sue ferite. A tutte quelle che gli ha dovuto infliggere negli anni e a quelle che ancora non sa risparmiargli – al suo bisogno commovente di diventare dio. La causa e l’effetto, l’unico.
E lui, intorno.
Lui che non è mai riuscito a trovare un linguaggio per raccontargli quanto in realtà sia sempre stato al centro della sua vita, neanche quando le parole avevano ancora la loro forza e Samuel si illudeva che ripetere il suo nome sarebbe bastato per chiudere il sigillo, se gliel'avesse sussurrato all’orecchio. Fra le lenzuola.
La verità è che neanche il sesso è servito.
Raggiungere David sembra adesso più irreale che pretendere di chiudere la mano intorno al chiarore remoto di una stella, o all’apparizione lontana di una lucciola nel bosco.
Potrebbe sembrare un’altra illusione se ai suoi piedi Seneca non sollevasse la testa - se la luce non seguisse traiettorie del tutto inusuali. E se la ghiaia non scricchiolasse sotto il peso di passi incerti, troppo cauti per appartenere davvero a lui.
Il gatto non scappa a nascondersi, del resto - non c’è la brace rossa della sua sigaretta nella notte. E la pelle non riconosce la presenza del suo corpo.
È ancora troppo presto…
“Samuel?”
Raddrizzando la schiena, lui si tira in piedi.
Helene.
Come abbia potuto dimenticare di aver fissato un appuntamento con lei, quella sera, non riesce proprio a spiegarselo.
In fretta allunga il braccio verso l’interruttore della luce, Seneca sguscia veloce sotto la panca.
Dal viottolo, poco lontano, la fiamma tenue di un accendino si spegne nella notte.
"Cosa stavi facendo lì fuori al buio?" viene la domanda, e lui cerca di incastrare la realtà di quel nuovo scenario nel torpore stanco del proprio universo percettivo: i lineamenti morbidi dell’amica – così diversi dalle spigolosità maschili del volto di David. La gonna indiana che le drappeggia alle caviglie - i braccialetti di pietre azzurre e argento.
La sua voce. Chiara.
"Mi hai fatto quasi spaventare…"
Cercando la chiave nelle tasche, lui le sorride.
“Aspettavo le lucciole,” risponde, mentre lei sale i gradini del portico e Seneca si avvicina sospettoso per annusarle le scarpe.
"Almeno aspettavi qualcosa, visto che di me ti eri completamente dimenticato…" Rovesciando gli occhi al cielo, la donna si sporge ad abbracciarlo. "Come stai?"
“Mi sento un po’ come quando ero bambino, solo che non mi è rimasto più molto da sotterrare in fondo al bosco. Adesso le cose scivolano dalle mani molto prima che tu riesca a trovare il modo giusto per proteggerle, hai notato?”
"Ho notato che sembri più onirico del solito, Sam,” osserva però Helene, mentre il gatto scivola fra di loro come una carezza misteriosa. “Non dovresti davvero passare tanto tempo da solo al buio. Non ti fa bene."
“Entriamo in casa?” domanda allora lui, scostandosi quel tanto che basta per incastrarle i capelli dietro l’orecchio.
Eppure quando apre la porta – quando sente il suo profumo orientale scivolargli addosso mentre lei varca la soglia per entrare in sala – non può fare a meno di lanciare un ultimo sguardo verso il bosco. Controllare se siano apparse le prime stelle, la luce fioca della lucciole.
Niente.
Dopo ritrova il portatile esattamente come l’aveva lasciato, sulla scrivania. Il cellulare è ancora appoggiato lì accanto – la sedia scostata. I cuscini sistemati in un disordine insolito, sul divano.
"Sono passata da Derek, prima," sta dicendo Helene, mentre appoggia la borsa sul tavolo e ne estrae un fascio di fogli – fogli stampati. "Mi ha dato l'ultima stesura del copione. Dovrebbe avertela inviata anche per e-mail, oggi pomeriggio, ma già che c'ero gli ho detto che te ne avrei parlato io. A quattrocchi si riesce meglio," continua.
E Samuel osserva i suoi polsi, le ossa in rilievo sotto il peso dei braccialetti. Segue con lo sguardo i movimenti delle sue mani, la praticità curiosamente femminile con cui gli sta porgendo l’adattamento del suo romanzo.
Il suo romanzo.
"Se te la senti, chiaro,” viene la precisazione, ma lui non può fare a meno di distogliere gli occhi. In fretta. “Altrimenti possiamo rimandare il lavoro ad un altro momento."
Risponderle non è facile, molto meglio tentare di rassicurarla con un sorriso e offrirle un caffè, magari - lasciare che sia lei a prepararlo per entrambi. Lasciarla allontanare in cucina, fuggire le domande mute del suo sguardo. Molto più facile.
Restare da solo.
“Il barattolo sta sul pensile, la caffettiera dovresti trovarla lì accanto,” le dice da lontano, raggiungendo lentamente la scrivania. “Lo zucchero è nella dispensa, come sempre…”
In piedi di fronte al fascicolo del copione, adesso, Samuel lo osserva dall’alto indugiando sulle pieghe della carta, sull’impronta dell’inchiostro. Sulla forma rotondeggiante del verdana – strano carattere per un testo teatrale. O il carattere perfetto, forse - armonia insolita.
Quasi destabilizzante.
E non ha senso.
Non ha senso quel malessere, non ha senso che abbia finto di non vedere la mail del regista. Che non l’abbia aperta, che non abbia scaricato l’allegato.
E non ha senso che le mani non riescano a toccare quei fogli quando è stata una sua decisione, quella di affidare ad Helene l’adattamento de Il dio malato.
Non si sarebbe fidato di nessun altro, per la sceneggiatura – di nessun altro ha mai avuto altrettanta stima.
E poi…
E poi perché quel dolore irrazionale, se il silenzio ha ormai scavato le parole come gusci di uova rotte - se il linguaggio si è rivelato ottusità e superbia, se la comunicazione segue già percorsi troppo diversi? Percorsi nuovi…
Tutto è nato da un equivoco del genere, in fondo.
Per questo ha scelto di lasciare il suo libro in mano ad altri - per togliere dalle spalle di Björn il peso di un’interpretazione che a lui solo aveva concesso e che invece non avrebbe mai dovuto pretendere da nessuno.
Sa di aver sbagliato. Molto.
Eppure mentre Helene parla dalla cucina – mentre lui risponde distrattamente, mentre gli occhi restano fissi sui fogli e le mani restano ferme lungo i fianchi – quel malessere cresce al ritmo del respiro senza che la volontà possa far nulla per impedirlo.
E David manca in maniera paurosa, come ogni volta che serve forza.
Come ogni volta che serve onestà, o soltanto coerenza.
No.
Inspirando a fondo, Samuel solleva la mano destra verso il bordo del tavolo.
C’è un copione da leggere, adesso, e c’è da assumersi la responsabilità di ogni singolo passo compiuto. Ci sono doveri da adempiere, quando ami qualcuno.
E la fragilità non può essere un alibi, non di fronte al coraggio struggente che permette a Björn di respirare ancora, da qualche parte del mondo. Non importa dove - né quanto lontano.
Non importa.
“Sam?”
Quando Helene rientra in sala lo trova seduto in poltrona, gli occhiali soltanto a fare da schermo fra l’inchiostro nero dei fogli e il ragazzo che lui stesso è stato quasi quindici anni prima. Il ragazzo che non ha mai smesso di essere, in fondo, e che adesso invece deve lasciar morire come una stella cadente.
Un altro frammento di buio.
Perché qualcos’altro deve nascere in cielo, quando la volta celeste sarà completamente scura. Quando il silenzio sarà totale, e non ci sarà più David a scorgere la prima luce. A condurlo nel bosco, facendogli strada fra l’erba alta. Fra gli spini.
Sollevando gli occhi dal foglio, si bagna lentamente le labbra.
“Non immaginavo che sarebbe stato così doloroso,” mormora.
La donna si avvicina con cautela, allora, appoggiando sul tavolo la tazza del caffè.
"È troppo lontano da quello che volevi?" domanda, il viso inclinato come per guardarlo dal basso. Trovare un'angolatura più sincera per leggere dentro le risposte – per seguirlo.
"Sam, lo sai. Qualunque cosa non ti convinca, anche minima…"
“È una morte bellissima,” risponde però lui.
Sorride.
“Solo che fa male lo stesso. Come ogni morte.”
E quando aggiunge, a bassa voce: “Vorrei che Mark potesse leggerlo,” Helene sgrana appena gli occhi – un cambiamento impercettibile per chiunque non la conosca bene o non sappia aspettarsi una reazione simile. Per chiunque non abbia conosciuto Mark, probabilmente, ed i legami intricati che hanno unito la sua vita a quella di entrambi. Al romanzo.
A volte torna in mente anche lui.
Succede di notte, spesso, quando il cielo è così immenso da somigliare troppo da vicino al vuoto della sua scomparsa e il rimpianto serra la gola nella consapevolezza impietosa di una colpa che si ripete come una maledizione. Mark, prima. E poi Björn.
David, in maniera ancora diversa.
Tutti i crimini della sua innocenza.
"Mark avrebbe saputo come renderlo perfetto, probabilmente," commenta Helene, e Samuel si rende conto che anche volendo non avrebbe potuto evitare di fare quel nome. Che lo sapeva anche lei forse - o forse sono solo i suoi fantasmi. Scie di luce fioca.
Annuisce.
"Mi sentirei molto meno allo sbaraglio, se potessi fare affidamento sulla sua opinione."
“La sua opinione sarebbe che ne valeva la pena, Helene.”
"Probabilmente." Una mezza risata. "Troverebbe di sicuro anche mille cose da modificare, però. Era sempre così." Lo sguardo si solleva, piano. "Amava Il Dio malato, lo sai vero? Credo fosse il suo preferito, tra tutti i tuoi lavori."
“Lo so,” risponde soltanto lui. Deglutisce.
E forse quella è la serata delle stelle cadenti, perché d’improvviso il volto di Mark si definisce nella memoria con una nitidezza che mancava da anni – che quasi toglie il fiato. Che coglie alla sprovvista, come tutti i ricordi più violenti - mai davvero sbiaditi. Mai perdonati.
Quel romanzo era per Björn. Anche allora.
Anche mentre lui trascorreva le notti ad immaginare l’impronta del corpo di Mark sopra il suo, anche mentre lasciava che le loro vite si separassero.
Ed è stato inutile, è stato assurdo.
“Avrei voluto…”
Solleva gli occhi sul viso di Helene – ed è un brivido freddo. Tagliente.
“Avrei voluto saper guardare al di là,” mormora. “Vorrei saperlo fare adesso...”
"Non è mai facile, Sam," risponde lei, quietamente. "Non fartene una colpa."
Scivola un po’ indietro sul divano, poi - si appoggia allo schienale guardandolo con aria intenta. Quasi fin troppo concentrata.
"Non mi hai mai detto cosa sia successo esattamente, tra di voi."
“Non l’ho mai detto a nessuno, credo.”
Pausa.
“Mark non era solo il mio compagno di stanza, era anche il mio critico più severo. Il mio lettore più attento – l’unico del cui giudizio mi fidassi ciecamente. Qualunque cosa io abbia mai scritto è stato per merito suo, Helene. Ma oltre questo era…”
Un’occhiata, esitante.
“Era anche il suo corpo,” mormora Samuel, a fatica. “Tutte le notti impossibili che trascorrevo a guardarlo dormire, a desiderare che si muovesse nel sonno perché il lenzuolo scivolasse appena un po’ più in basso. È sempre stato il mio problema,” aggiunge, piano. “Non ci sono mai riuscito, ad amare soltanto. Amare e basta.”
"Mark non ha mai detto che fosse tua la colpa. Ogni volta che gli ho chiesto rispondeva che era stato lui, a sbagliare."
“Ho sempre creduto che ci sarebbe stato tempo per spiegargli…”
Spiegargli…
Quando guardarlo negli occhi avesse fatto meno male, forse. Quando il desiderio fosse diventato meno urgente, o quando il coraggio avesse trovato una strada più percorribile. Una strada qualunque.
Sono passati mesi, invece. Anni.
E d’improvviso non c’è stato più niente da poter dire – nessuno a cui dover chiedere perdono.
"Spiegare cosa?" domanda Helene e stavolta Samuel quasi non ci riesce neppure, a risponderle.
Non ha mai parlato con lei della morte di Mark, neanche all'inizio. Neanche quando la ferita era ancora aperta e il bisogno di ritrovare il suo volto negli occhi di qualcuno era una necessità fortissima. Estenuante.
Ma è sempre stato il suo segreto.
Il nome da tacere con Luis, la parte di sé stesso che David non ha mai conosciuto. L’errore più grande – o forse solo il primo. Quello che ha segnato la strada.
“Non è stata colpa sua,” mormora Samuel, alzandosi in piedi.
C’è profumo di caffè, nell’aria, e in cucina la luce è ancora accesa. È ancora buio, oltre i vetri della finestra.
“Lui non era responsabile,” ripete, piano.
E non sa perché dopo tutto quel tempo ne stia parlando adesso – perché lo stia dicendo proprio a Helene. Perché stasera, stasera che non ci sono stelle nel cielo e non c’è luna.
E non c’è pace.
“Riuscivo a sentire solo il suo corpo, come se tutto il resto fosse al di fuori del mio campo percettivo…” continua. Si avvicina alla finestra, poi.
Scosta la tenda.
“E non vedevo lui. Non ho mai guardato le persone, Helene: ho solo conosciuto le maschere distorte che il desiderio sovrappone ai volti di chi amo. Ho un intero inferno di spettri, dentro di me.”
Un sorriso. Amaro.
“Ed è un abisso che mi chiama di continuo. Ancora.”
"Tutti abbiamo i nostri spettri, Sam. Non ha senso sentirsi in colpa per questo," osserva la donna. Ma lui non risponde.
Continua a guardare fuori della finestra fino a quando gli occhi non modificano la messa a fuoco – fino a quando non si definisce l’immagine delle proprie labbra, riflessa nel vetro, e della bocca di Mark così vicina che quasi sembra ancora di respirarne il fiato.
Una vertigine acuta – sorda.
E la fantasia fin troppo familiare delle sue ginocchia incastrate fra le gambe, dei suoi pugni serrati. Sui polsi.
David.
È sempre stato David che ha dato corpo a certe visioni e d’improvviso viene da chiedersi se non sia stato un atto di volontà cosciente, da parte sua, indossare quella maschera. Una maschera che non gli è stata imposta, ma suggerita. Preparata con cura - plasmata nel corso degli anni. Giorno dopo giorno.
Samuel sussulta, d’improvviso.
“Credo di aver bisogno di mangiare, forse. Mangiare qualcosa,” mormora.
Lascia andare la tenda - rivolge ad Helene un’occhiata incerta.
“Hai visto David, ultimamente?”
"No, non penso di averlo più incontrato dopo quella sera a casa tua…" la sente rispondere, dal divano. "Perché, è successo qualcosa?"
“Nulla, solo un periodo difficile...”
Silenzio.
“Sono da te fra un istante,” conclude poi, in fretta, distogliendo lo sguardo. Entrando in cucina, appoggiando le spalle contro la parete. Stringendo le mani sulla spalliera della sedia – occhi chiusi. Labbra asciutte.
Gli manca.
Non sembra esserci tregua, quella sera – ovunque la mente si posi trova soltanto ombre.
Soltanto follia.
Ed è un rimpianto strano accorgersi di non riuscire neppure a identificare con precisione quale sia stata l’ultima volta che ha sentito le sue mani – i ricordi naufragano nei mulinelli degli anni come relitti di vita travolti dalla corrente e c’è troppa poca luce per distinguere i contorni di ogni istante, di ogni emozione.
Lo avesse saputo allora, che dopo quell’incontro non ce ne sarebbero stati altri, forse si sarebbe preso almeno il tempo per guardare il suo corpo - guardarlo con attenzione diversa, come fai con i luoghi dove sai non tornerai mai più. O con i giorni importanti che muoiono al tramonto.
È mancato lo struggimento dell’addio, invece – quel nodo alla gola che rende il momento così doloroso da incidere una cicatrice profonda almeno quanto la nostalgia che seguirà. Un segno che parli di tutte le notti trascorse con il suo respiro vicino, di tutti gli istanti in cui è bastata il la sua risata per accendere di nuovo l’interruttore della vita.
E delle guerre, degli armistizi firmati con l’impronta dei denti nella carne.
Del desiderio struggente di aprire le labbra sotto le sue e della paura di chiedere un bacio. Del terrore di offrirlo.
Samuel se lo è domandato spesso, se non sia stato solo un modo per fargli scontare la sua bellezza. Forse davvero non gli ha mai perdonato la perfezione del suo corpo – la forma delle sue labbra. O la facilità assoluta con cui sapeva convincerlo a fare qualsiasi cosa.
Con un solo sguardo.
Eppure c’è anche la dolcezza di sapere che dopo tutti quegli anni David è ancora un mistero, per lui. Lo stesso mistero che impedisce di ricordare il sapore della sua bocca – che impedisce di immaginare se e quando si farà vivo ancora. E quale dolore porterà, stavolta.
Quale vendetta.
“Ti verso ancora del caffè, Helene?” domanda, sforzandosi di inspirare.
Ma la consapevolezza del confine varcato fa tremare la voce, muove gli occhi da un lato all’altro della stanza alla ricerca di oggetti comuni. Punti di riferimento solidi.
Trova la donna appoggiata allo stipite della porta, invece.
"No, grazie. Io sono a posto," la sente dire.
Ed è successo lì – d’un tratto il ricordo esplode nella mente con una chiarezza improvvisa.
C’erano i libri aperti, sul tavolo della cucina, e decine di fogli segnati da grafie diverse. Compiti da correggere e appunti disordinati e la solita tazza di the in un angolo.
La luce bassa della lampada.
Era inverno.
Samuel rammenta il dorso delle mani coperto dal maglione - la penna che sfregava contro la lana e il brusio della stufa accesa, in sottofondo. Ricorda l’accelerare inspiegabile delle pulsazioni, la sensazione improvvisa di eccitazione e paura.
E lo sguardo sollevato lentamente dai fogli - il vuoto d’aria inaspettato dei bottoni sganciati sul suo petto. Le sue spalle appoggiate alla cornice della porta - sfida ed erotismo e gioco.
Quel sorriso.
Chiudere gli occhi non era servito a niente - come adesso non serve concentrarsi sull’immagine di Helene, sforzarsi di non sentire ancora il suono dei suoi passi.
Il rumore della cintura slacciata.
E il peso del suo corpo sulla schiena - le sue dita ad artigliare i capelli. Ad affondare nella carne, come se lui gli leggesse nella mente. Come ha sempre fatto.
L’impronta di David è un dolore che senti per giorni, la stessa ferita che un tempo Samuel ha preteso da Mark. La stessa che non oserebbe mai chiedere a nessuno. Nessuno.
Ma che sta lì da sempre, in fondo - al di sotto di ogni proposito. Al di là dell’amore e della coerenza, un marchio maledetto alla base della nuca. Un abisso abbagliante di confusione e brividi - la lontananza vera. Da Björn.
Sta lì.
Nelle costellazioni di desiderio che illuminano le sue notti, che nel corso degli anni hanno tracciato nel cielo i disegni più scabrosi. Che hanno ucciso amicizie, scavato cicatrici.
Evocato demoni.
E che prendono la forma di bestiari agghiaccianti, adesso, perché adesso l’orizzonte è coperto di neve e il mondo appare così bianco ed uniforme che anche la più piccola ombra sarebbe una violenza. Violenza ulteriore – la colpa più odiosa.
Helene parla.
Gli sta chiedendo di rimandare a domani la lettura del copione – di andare a letto che ha l’aria stanca. Dovrebbe dormire di più, mangiare regolarmente. Ha cenato, stasera? Telefonerà al regista in settimana, non c’è fretta. Nessun problema, davvero…
Ma Samuel sa che trascorrerà la serata a studiare quei fogli – perché ha bisogno che il dolore sia totale. Perché quella notte deve diventare così nera da inghiottire nel suo abisso qualunque luce - perché deve scenderci fino in fondo nei suoi inferni. E perché è arrivato il momento, ormai.
Il momento di guardare in faccia tutti i demoni. Uno ad uno.
E di lasciare che il cielo oscuri ogni stella.




































































































































































































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