rosadeiventi: (Piume)
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PIUME DI BOA
di Roh & Fata



Capitolo 6

Nude - Have You Seen My Feathers?



Mani puntate sui fianchi - piglio inquisitorio - la madre dei gemelli si aggira lungo il perimetro della camera annusando l'aria come fosse un segugio.
È domenica - domenica pomeriggio - ed in casa ci sono soltanto lei.
Suo marito.
E Dylan, chiaramente, che come da sceneggiatura è stato colto da un improvviso attacco di febbre.
"Io non capisco…" borbotta, interdetta, lanciando al figlio un'occhiata sospettosa. "Eppure ho pulito tutto l'altro giorno, prima che tuo fratello partisse…"
"Saranno le scarpe da ginnastica di Chris…" azzarda lui, distratto.
Ma la donna agita la mano, contrariata.
"Dee," ribatte, sollevando la coperta per sbirciare sotto il letto. "Per quanto le scarpe di voi ragazzi possano arrivare ad esser davvero pestilenziali dubito fortemente che Chris abbia una balena putrefatta, al posto dei piedi. Questa è proprio puzza di pesce marcio, vuoi che non lo riconosca?"
"Marcio, adesso…"
"Marcio, ti dico!"
"Hm…"
Silenzio.
"Tu credi che il pesce diventi tossico, se non è proprio fresco fresco?" domanda lui, cautamente.
Il dubbio gli era venuto, in effetti: forse passare in pescheria con troppo anticipo poteva non essere stata esattamente una buona idea, ma non ha avuto molta scelta. Ufficialmente ha la febbre, del resto. Da venerdì pomeriggio.
E non poteva rischiare di rimanere senza materia prima per la sua cena afrodisiaca - che senza cena afrodisiaca tutto il piano sarebbe andato a monte.
I gamberi ha dovuto comprarli giovedì, quindi. Nasconderli con cura.
Fra l'altro è quasi sicuro di averli sentiti muovere, durante la prima notte.
Naturalmente, non è riuscito a chiudere occhio.
"Oh santo cielo, ma che cos'è questa roba?!?!"
Il grido di sua madre lo fa sobbalzare di colpo, distogliendolo brutalmente dai suoi pensieri.
"Dee, ma sono gamberi! Avariati!" la sente urlare, inorridita.
Sbatte le ciglia, allora - raddrizza la schiena.
Incuriosito, si volta nella direzione di tutto quel fracasso.
Ne ha sentito parlare spesso, Dylan, dei vuoti percettivi: si tratta di piccoli black-out che il cervello attiva in momenti particolari - in seguito ad uno shock, spesso, o di fronte ad una realtà troppo traumatica.
Non avrebbe mai pensato che potesse capitargliene uno proprio alla vigilia dell'ora X, però. Proprio quando il piano sembrava ormai inattaccabile - quando metà del lavoro era già stato fatto. Quando mancava così poco, alla fatidica cena. Giusto qualche ora.
Impietrito, deglutisce.
Non riesce a crederci - non può accettarlo.
Non sopravviverà mai ad una simile catastrofe.
"In decomposizione!" strilla intanto sua madre, fuori di sé. "Un intero incarto di gamberi in decomposizione dentro la custodia della tua chitarra, Dylan!!!"
Ma lui è sbiancato - il sangue è crollato ai piedi.
"Credo li abbia dimenticati Ash…" esala, con un filo di voce.
"Ash?"
"Ora che ci penso, erano il regalo di compleanno per Cathy…"
Pausa.
"Sai com'è fatto, Ash," riprende, atono. "Non ha troppo buon gusto, in queste cose…"
Non è neppure convincente, se ne rende conto da solo, eppure non trova la forza per reagire.
Non riesce a pensare ad altro che alla sua cena - la parte fondamentale del suo piano.
Cancellata.
Aveva già anche preparato le candele - la musica. Pepe e zenzero e peperoncino e paprica.
Sta per scoppiare a piangere.
"E va bene, va bene!" esclama, prima che sua madre traduca in parole il sollevarsi del sopracciglio. "I gamberi sono miei, li ho nascosti lì perché volevo fare una cena a sorpresa per Chris! Per dirgli addio, capisci? L'ultima cena! Cucinata da me, per lasciargli un ricordo! Qualcosa che non potesse dimenticare, che non…"
Si preme la mano sulla bocca, soffocando un singhiozzo.
Ed ha mandato via suo fratello, per questo, lo ha spedito a passare un intero fine settimana da solo.
Lo ha lasciato partire preoccupato per la sua febbre - lo ha ingannato. E tradito.
Per nulla.
Malgrado l'euforia del piano, per Dylan gli ultimi giorni non sono stati affatto facili: mancava il respiro di Ash, la notte, e mancava l'odore dei suoi capelli sul cuscino.
C'era la sua immagine stampata nei sogni - lui che scendeva uno ad uno i gradini di casa, che si voltava un'ultima volta prima di salire in macchina col suo borsone nero. Prima di lasciare un silenzio pauroso, dietro di sé.
E c'era quell'ansia sottile - indefinita - a tessere la trama di ogni istante senza di lui. A sfumarne i contorni come se il tempo scorresse in modo diverso. Più lento, a volte. O più veloce. Ma mai in maniera familiare, mai senza farsi percepire.
In realtà avrebbe voluto poter raccontare a suo fratello del piano e confessargli anche che ha un po' paura. Che guardare Chris gli fa venire voglia di fare le cose più peccaminose del mondo, in certi momenti, e in altri solo di scappare. Lasciar perdere tutto, forse.
Restare bambino.
Ma adesso - adesso che sua madre è in piedi lì di fronte, con quel cartone di gamberi puzzolenti fra le mani - vorrebbe che Ash fosse al suo fianco solo per vederlo ruotare gli occhi al cielo. Per esser sicuro che il mondo non sta crollando come sembra, dopo tutto, perché sempre c'è lui che sbuffa. Che scrolla le spalle, agganciandosi gli auricolari alle orecchie.
Con i capelli arruffati. Con le sue magliette lugubri.
"Sì, beh… Sul fatto che Chris l'avrebbe ricordata a lungo, la tua cena, non ci sono dubbi…" sospira la donna, rassegnata, e Dylan non può fare a meno di notare quanto somigli a suo fratello, in certi momenti.
"Mi manca Ash," piagnucola, avvilito. "E ho la febbre…"
"Sono già intenerita, Dee," risponde lei, sedendosi sul bordo del letto. "Non è necessario che ti impegni tanto."
"E domani se ne andrà via anche Chris… E i miei gamberi sono putrefatti…"
"Puoi sempre cucinargli un'altra cosa, ti pare?"
"No…"
"Perché no?"
Un sospiro.
"Sono rossi."
"I gamberi?" domanda sua madre, sollevando il sopracciglio. "E allora?"
"Ricordano me…" esala lui, lanciandole un'occhiata straziante.
E non credeva che sarebbe stato così facile - non avrebbe mai pensato di riuscire ad affrontare la catastrofe con quel sangue freddo.
Mezz'ora dopo, appollaiato sul panchetto della cucina, osserva con delizia la finestra del microonde dentro il quale l'aragosta che gli ha rimediato sua madre sta girando lentamente e considera che avrebbe dovuto pensarci da subito, al congelatore di casa.
Si sarebbe risparmiato un sacco di guai. E avrebbe potuto spendere i soldi dei gamberi per comprare il nuovo smalto color I pink I love you.
La verità è che ha sempre troppe cose di cui occuparsi - troppe responsabilità per un ragazzino: come adesso, che deve stare attento contemporaneamente al bip del forno, alla pentola dell'acqua, al tegame della salsa.
Alla maschera idratante che si è spalmato sul viso.
"OddioOddioOddio! Le sei e mezza!!!" esclama, allarmato, saltando giù dallo sgabello con un balzo unico.
Tenere in posa venti minuti per ottenere una pelle liscia e setosa, c'era scritto sulla confezione della crema. E non che sappia esattamente fare il conto di quanti minuti siano passati da quando l'ha spalmata, Dylan, ma del fatto che avrebbe già dovuto toglierla da un pezzo è praticamente sicuro.
Sporgendosi per osservare il proprio riflesso nello specchio del bagno, si concede una smorfia disgustata.
"Bleah. Che schifo…" borbotta, passando con cautela le dita sui rilievi degli zigomi.
La maschera ha formato una pellicola verdastra, sulla pelle - una roba gelatinosa che sembra fango. O bava di rospo.
Sangue di gnomo.
Per un attimo - di colpo - il panico sembra scavare le viscere.
"Via via via!" inizia Dylan, affrettandosi a strappare dalla faccia il primo residuo di quella robaccia verde.
L'allarme del microonde gli blocca la mano a mezz'aria, però.
Sgranando gli occhi, si volta di scatto verso la porta.
"Oh cavolo! L'aragosta!"
Alla crema penserà dopo - decide: adesso la cosa più urgente è togliere dal forno quella bestiaccia e infilarla velocemente nella pentola. L'acqua sta già bollendo, del resto.
E la salsa è diventata nera. Meglio spegnerla. Odora già un po' di bruciato…
"Ahhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!!"
Balzando indietro, si aggrappa al bordo del tavolo con entrambe le mani: non si era reso conto di quanto fosse impressionante un'aragosta fino a quando non gli è apparsa perfettamente scongelata sul piatto del forno, con quelle sue gambette tentacolari. Con quelle antenne telescopiche - con tutte quelle protuberanze. Quell'aspetto preistorico.
Rabbrividisce.
A tentoni, allunga cautamente il braccio per raggiungere la forchetta: trattiene il fiato, avanza di un passo. Serrando gli occhi, tenta di arpionare l'orrido crostaceo.
"OddioOddio!" esclama, scontrandosi con la corazza del guscio.
Ha la pelle d'oca.
Per calmarsi, è costretto a passeggiare su e giù per la cucina, respirando profondamente.
Lanciando rapide occhiate in giro, intanto, alla disperata ricerca di ispirazione.
Forse potrebbe agganciarla con gli alari del caminetto - se in casa ci fosse un caminetto.
O potrebbe gettarle sopra un asciugamano. Due. Tre.
Prenderla mentre è bella coperta dalla spugna - completamente invisibile.
"Mamma!!!!!!!!!!!" urla invece, premendo le spalle contro la parete.
"Mammaaaaaaa!!!!!!!!!!" insiste, disperato.
Quando sua madre finalmente entra nella stanza, ha l'aria allarmata di chi si aspetta il più terribile dei disastri. Eppure nulla sembra averla preparata alla visione di un figlio spalmato contro il muro, con la faccia coperta di gelatina verde. Gli occhi sgranati - spettrali.
Sussultando, si lascia sfuggire un gemito strozzato.
"Dylan!" esclama, premendosi la mano sulla bocca.
Ma lui scrolla la testa, solleva la mano.
Tremando appena, indica col dito lo sportello del microonde.
"L'aragosta…" balbetta. "Non so come metterla nella pentola…"
"Ma non ti accorgi che stai bruciando la salsa, non lo vedi il fumo???" sbotta lei, precipitandosi a spegnere il fornello.
Ha sempre avuto un'ottima capacità di reazione, sua madre. Dylan deve ammetterlo.
"E cosa ti sei messo sul viso, cos'è quella roba?!?"
"Dici che l'ho cotta troppo?" mormora lui, azzardandosi ad allungare il collo per sbirciare nella padella.
"Dee, non dirmi che è la mia maschera al cetriolo! Quella scomparsa due anni fa - quella che tu giuravi di non aver rubato!"
"Non l'ho rubata infatti," viene la risposta, cauta. "L'ho solo presa in prestito. Appena mi dai la paghetta te la ricompro, promesso…"
"Ma ti rendi conto che sarà scaduta da un pezzo, ormai?"
"Scaduta come?"
"Vai subito a toglierti quella roba dalla faccia, fammi il favore!"
"Mi metteresti l'aragosta nella pentola?"
Dall'altra parte della cucina, la donna sospira.
E mentre l'aragosta galleggia finalmente in un ricamo di bollicine e vapore Dylan si avvicina di nuovo allo specchio del bagno - di nuovo arriccia il naso nella solita smorfia schifata.
Di nuovo si appresta a sciacquarsi il viso - allunga le mani sotto il getto dell'acqua.
Di nuovo - improvvisamente - si blocca a metà del gesto.
"Le sette!" esclama, ruotando il polso per guardare meglio l'orologio. "Le sette, sono già le sette!!!"
È tardissimo - Chris sarà a casa fra meno di un'ora e lui deve ancora indossare il vestito. Deve finire di preparare la cena, allestire il tavolo. Accendere le candele e darsi lo smalto sulle unghie e lisciarsi i capelli. Truccarsi.
Ma soprattutto - soprattutto! - bisogna che si affretti a mettere in atto la parte più difficile del piano: liberarsi dei suoi genitori.
È quella l'incognita più grande, l'aspetto a cui ha lavorato con maggior attenzione quando si è trattato di pianificare i particolari.
In fretta abbandona la stanza da bagno per tornare nuovamente in cucina: l'aragosta sta ancora bollendo, Dylan non ha la minima idea se sia già cotta oppure no. Quel che è certo è che lui non ha più tempo da concederle - non adesso.
Senza esitare afferra lo scolapasta, lo sistema dentro il lavello. Chiude gli occhi.
"Okay," dice a se stesso. Prende respiro.
Poi rovescia acqua ed aragosta nel contenitore forato, trattiene un brivido, cerca a tentoni un vassoio. Ed è fatta!
Quando riapre le ciglia l'agghiacciante crostaceo se ne sta esattamente dove deve stare: al centro del piatto.
Con somma soddisfazione lui lo osserva da debita distanza e pensa che non ricorda di aver mai fatto nulla di altrettanto eroico in tutta quanta la sua vita: affrontare con quella fermezza un simile mostro. Per amore!
Se anche la cena non dovesse essere il massimo dell'arte culinaria, Chris sarà sicuramente fiero di lui anche solo per il coraggio. La dedizione.
Sospirando, sorride beato.
Fase tre terminata, digita sul cellulare, impostando il numero di Babs. "Inizio fase quattro."
È deliziato.
Trotterellando allegramente attraversa l'appartamento per raggiungere il salotto -fa capolino dalla porta, si guarda intorno. Individua la figura di sua madre, seduta sul divano.
"Papà dov'è?" domanda, stranito.
Da lontano, lei solleva la testa dal libro che sta leggendo.
"Dylan!" esclama, raddrizzando la schiena. "Ti avevo detto di togliere quella schifezza dal viso!"
"Papà?" ripete lui, senza badarle.
"È andato a farsi una doccia, ha detto che cenerà e si infilerà a letto. Aveva mal di testa…"
"Oh, bene!"
"Bene?"
"Voglio dire… Bene che vada a letto, così si riposa…" cerca di rimediare lui, tossicchiando. "Anche tu hai una brutta cera, comunque…"
"Ti ringrazio," risponde la donna.
"Hai un viso spaventoso…"
Senza scomporsi, lei solleva un sopracciglio. "Vogliamo parlare del tuo di viso, Dee?"
Dylan scrolla le spalle.
"Ma penso sia solo stanchezza. Forse un po' di stress. Sai che ti servirebbe?"
"Qualcuno che adotti mio figlio?"
"Ma no!" sbuffa Dylan, contrariato. "Un bel caffè caldo!"
"Dov'è il trucco?"
"Che trucco?"
Ruotando gli occhi al cielo, lei sospira.
"Vada per il caffè caldo, allora," concede, mentre Dylan sta già avviandosi soddisfatto verso la cucina. "Ma non avvelenarmelo, okay?" aggiunge, e lui blocca i passi di colpo.
Rimane immobile per qualche istante, senza neanche respirare.
Deglutisce.
"Ma no, non può sospettare nulla…" ripete a se stesso, premendo la mano sulla tasca dei pantaloni. "Era solo una battuta delle sue. Tutto normale…"
La boccetta è ancora lì al sicuro, e lui torna a riprendere fiato.
Occorre mantenere lucidità, non lasciarsi impressionare dalle coincidenze.
Tutto sta andando per il meglio, alla fine - non c'è nessun motivo razionale per preoccuparsi.
Adesso preparerà il caffè, ne porterà una tazza a lei. Una tazza a suo padre. Indosserà lo strepitoso vestito rubato dall'armadio della madre di Candy, accenderà le candele. Finirà di condire l'aragosta…
"AHHHHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!"
Seduto al tavolo della cucina, il padre di Dylan sussulta come se fosse stato punto da uno spillo acuminato.
Lo schiaccianoci che tiene in mano scatta con forza - la chela dell'aragosta vola sul frigorifero.
Lui urla a sua volta, sollevando gli occhi sul volto del figlio.
"Cielo Dylan, mi hai fatto paura!" esclama, senza fiato. "Ma che cos'hai sulla faccia???"
"La mia aragosta!!!!!!!" geme lui, premendosi entrambe le mani sulla bocca. "Ti sei mangiato la mia aragosta!!!"
"La tua aragosta?"
Interdetto, l'uomo lancia un'occhiata nel piatto.
"Pensavo fosse la mia cena…"
"Non era la tua cena, era la cena di Chris…" strilla Dylan, fuori di sé. "L'avevo cucinata io! Per lui!"
"Oh, davvero?"
Silenzio.
"Ti era venuta buona, comunque," considera l'altro, mentre la moglie compare sulla soglia della cucina. "Forse appena un po' cruda…"
"Ma che succede, cos'avete da urlare in questo modo?"
"La mia aragosta!!!" Dylan non sembra capace di dire altro. "Si è mangiato la mia aragosta, se l'è mangiata tutta!!!"
"No, su…" Dispiaciuto, l'uomo indica il piatto. "Le gambette sono rimaste… E anche una chela…"
"Mammaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!"
"Ascolta Dee, tuo padre non l'ha fatto apposta," sospira lei, lanciando un'occhiataccia in direzione del marito. "Purtroppo è andata così, sono cose che succedono. Facciamo in questo modo: tu adesso vai a lavarti il viso e intanto io ti cucino qualcosa per la cena, okay?"
"Ma qualcosa cosa???" geme lui. "Non abbiamo più crostacei, e ti ho spiegato che mi serve qualcosa di rosso!!!"
"Un'insalata di carote?" azzarda suo padre.
Ma Dylan urla, isterico, scagliandosi contro i genitori per spingerli entrambi fuori dalla stanza.
Chiude la porta, poi - si lascia cadere sulla sedia.
Trattiene le lacrime, guardandosi intorno con aria afflitta.
Dentro il pentolino la salsa piccante che aveva così amorevolmente preparato si è addensata in decine di terribili grumi neri e l'aragosta, amputata di ogni sua preistorica protuberanza, giace a pancia in su sul margine estremo del vassoio con le viscere scavate. Le chele mozzate - la coda ritorta. Il coltello piantato sulla testa, all'altezza degli occhi.
Una carneficina.
"La mia cena…" mormora lui, incapace di consolarsi. "Non è possibile…"
Lentamente, allunga la mano verso il piatto: raduna le gambette dell'animale in religioso silenzio, allineandole una ad una come se si trattasse di preziose reliquie da salvare. E fa la stessa cosa con la coda - con le antenne. Con il frammento dell'unica chela superstite.
Non è affatto la cena che aveva in programma di servire, quella, ma se suo padre si è mangiato la carne dell'aragosta a Chris toccherà mangiarsi le zampe, volente o nolente.
Dylan non può rinunciare all'effetto afrodisiaco dei crostacei - non se ne parla proprio.
Risoluto, rovescia sulla ciotola la salsa grigiastra del tegame - condisce con abbondante paprika e aggiunge zenzero a manciate. Un fitto strato di peperoncino, sopra.
Pepe in quantità.
"Alla fine è sempre un'aragosta," considera saggiamente mentre sale le scale, bilanciandosi con attenzione il vassoio fra le mani.
Entrare in camera gli fa sempre un certo effetto, da quando Ash è partito, ma dopo aver acceso le candele gli sembra già di sentirsi un po' meglio: nella stanza c'è un chiarore pastoso, caldo, e per un attimo le fantasie erotiche prendono il sopravvento su tutto.
Già si vede, avvolto nell'abito di seta che Candy ha sottratto alla madre, con il boa di piume rosse intorno al collo e la mano morbidamente appoggiata sul fianco.
Chris starà sgranocchiando le zampette dell'aragosta, intanto - magari mezzo disteso sul letto.
E lui incederà lentamente, un passo dopo l'altro, fino a raggiungerlo. Fino a fermarglisi di fronte - abbassare le spalline. Lasciar cadere il vestito a terra - sentirlo scivolare lungo la schiena.
Sentire il suo sguardo.
Sulla pelle…
"Occavolo!" esclama, non appena la mano che stava sfiorando l'inguine incontra il rilievo della boccetta di sonnifero.
Velocemente, gli occhi corrono a controllare l'orologio: il tempo stringe. Deve sbrigarsi!
Di nuovo chiuso in cucina, poco dopo, aspetta con impazienza che il caffè sia pronto e intanto cerca di quantificare la dose di medicina che gli conviene versare nelle tazze: dovrà regolarsi sul peso della persona da addormentare? Esisterà una prescrizione standard?
Non ha idea.
Sa solo che quando è andato a rubare la boccetta dal comodino di sua madre non c'erano foglietti illustrativi, lì intorno, e lui non può rischiare che i suoi genitori si sveglino a metà serata - nel momento più cruciale, magari. Non esiste proprio!
Meglio abbondare.
Metà flacone per uno dovrebbe metterlo al riparo da ogni rischio - medita, soddisfatto.
Eppure, mentre con le tazze in mano attraversa il corridoio per tornare in salotto, insistenti ed inopportune vocine interiori iniziano a ripetergli oscuri mantra di lutto e sventura.
E se fosse pericoloso, Dee? sussurra una di esse, sinuosa.
Se cadessero in coma? infierisce l'altra.
Per colpa tua!
Unendo le sopracciglia in una smorfia stizzita, lui sbuffa.
Ci mancavano soltanto gli scrupoli di coscienza, adesso! Come se avesse bisogno di altri intoppi, come se già non ci fossero fin troppe cose di cui preoccuparsi!
E se morissero?
"Mammaaaaaaaaaa!!!!!!!!!" geme, spalancando la porta del salotto.
Dal divano i suoi genitori sussultano, all'unisono.
"Mamma…" tossicchia Dylan, abbassando la voce. "Ti ho portato quel caffè, sai…"
Un'occhiataccia a suo padre. Rapida. "E anche a te, ecco…"
"Davvero?" domanda l'uomo, raddrizzando la schiena. "Per digerire l'arag…?"
"Sei molto gentile, Dee," lo interrompe la moglie, allungandogli una gomitata nelle costole. "Hai poi trovato qualcos'altro da cucinare? Sei certo di non volere una mano?"
La tua mamma… bisbiglia la vocina, commossa. Cosa mai faresti senza la tua adorata mamma, Dee?
"So cavarmela benissimo anche da solo!" borbotta lui, cupo. "Almeno così non rischio che qualcuno mi divori tutto!"
Suo padre si schiarisce la gola, imbarazzato.
"Tieni, bevi!" fa Dylan, allungandogli il caffè con un gesto brusco per poi incontrare i suoi occhi - affondarci lo sguardo qualche secondo. Ricordarli più giovani, socchiusi su un libro di favole mentre la voce raccontava di principi e fate. Cavalli bianchi. Mentre censurava ogni accenno agli gnomi - facendo infuriare Ash.
Questo è il tuo papà, fa presente la vocina, una qualunque delle due. Quello che ti leggeva le fiabe quando eri piccolo…
Quello che ti ha insegnato a suonare la chitarra…
E tu stai per drogarlo!!!!
"Grazie amore," sorride l'uomo, sporgendosi a prendere la tazza.
Ti ha chiamato AMORE…
"Quindi abbiamo fatto pace?" domanda, fiducioso. "Mi hai perdonato?"
"No!" sbotta Dylan, strappandogli la tazza dalle mani.
Il caffè bollente si rovescia sui pantaloni, suo padre caccia un urlo. Sua madre si precipita in soccorso del marito, allarmata.
"Ho cambiato idea, per questa volta niente caffè!" esclama lui, attraversando la stanza con passi rabbiosi. "Ma vi avverto," minaccia, dalla soglia della porta. "Se qualcuno osa interrompere la mia cena ve ne farò bere un litro a testa, un litro intero! Senza nessunissimo scrupolo, lo giuro! Questa è una promessa!"
"Ma è impazzito?" balbetta suo padre.
Sua madre scrolla la testa, rassegnata.
"Vado," termina quindi Dylan, puntando l'indice nella loro direzione. "Quando Chris arriva, mandatelo su da me. E ricordatevi la promessa, ve lo consiglio caldamente! Qualcosa da dire?"
Silenzio.
"Togliti quella melma dalla faccia, Dee."
"Perfetto!" grugnisce lui, sparendo nel corridoio.
Così adesso deve anche preoccuparsi dei suoi genitori - sbuffa - come se già sedurre un uomo non fosse abbastanza impegnativo!
Non è sicuro di riuscire a dare il meglio di sé sapendo che quei due deambulano per la casa - che sono capaci di irrompere nella sua stanza da un momento all'altro.
Ma no, sei ingiusto! interviene la vocina, cautamente. Sai benissimo che i tuoi si sono sempre dimostrati discreti…
"Zitta tu!" ringhia lui. "Rompiballe!"
Non ha neanche la forza di spedire un nuovo messaggio a Candy - ha come la sensazione che qualunque cosa faccia potrebbe portargli sfiga. E poi non avrebbe tempo, in ogni caso.
Sono quasi le otto, e lui non ha ancora provato il vestito! Non ha ancora scelto lo smalto!!!
Non c'è tempo da perdere.
Salendo i gradini due alla volta si precipita in camera, chiude la porta, spalanca l'armadio.
Facendosi largo fra le lugubri magliette di Ash, recupera l'abito di seta nascosto dietro i giubbotti.
Gli viene da piangere - gli viene sempre da piangere di fronte alla seta.
Non esiste al mondo nulla di più commovente, per Dylan. Neanche le piume. Niente.
Lascia che le dita scivolino sulla trama liscia del tessuto, incantato, e pensa che darebbe qualunque cosa per potersi sempre vestire così.
Eppure se si vestisse sempre così non sarebbe tanto emozionato, adesso - non affronterebbe quel momento con il cuore in gola. Con l'eccitazione che vibra sottopelle, come un brivido.
In realtà gli piace l'idea di poter riservare a Chris qualcosa di così raro e prezioso.
"Hmmm…" sospira, chiudendo gli occhi, quando il tessuto scivola sulla pelle.
Si sente decisamente peccaminoso - nessun altro al mondo sa che sotto è completamente nudo e questo esercita su di lui un fascino tutto particolare.
Il fascino dei segreti, in un certo senso.
Delle cose proibite.
Bagnandosi le labbra, si avvicina lentamente allo specchio tenendo le palpebre serrate - concentrandosi sullo sfregare del tessuto lungo i fianchi. Lungo le cosce.
"Okay…" sussurra.
Piano, apre gli occhi.
"AHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!"
Non se lo aspettava, non ricordava più di avere ancora sul viso quella dannatissima crema al cetriolo!
Lo shock è talmente violento che Dylan balza indietro, pesta l'orlo del vestito, precipita a terra.
Qualcosa si strappa, qualcosa gli cade in testa. I capelli si impigliano da qualche parte.
Lui grida ancora, in preda al terrore.
"No, il vestito!!!!!!!! Il vestito!!!"
Sta per avere una crisi di panico - sta per sentirsi male. O per scoppiare a piangere.
È già scoppiato a piangere, a ben vedere.
"Il vestito, il vestito…." continua a singhiozzare, allucinato, mentre si tira in piedi. Mentre si volta per valutare i danni, scoprendo uno strappo gigantesco sulle natiche. Esattamente lì.
Come una barzelletta!
"Il vestito…" ripete, fra le lacrime, incapace ormai di articolare qualunque altra parola.
Fuori di sé si precipita in bagno, apre il rubinetto. Si sciacqua il viso, convulsamente.
"Il vestito…" singhiozza ancora, afferrando l'asciugamano.
"Il vestito…" geme, sollevando la testa.
"Il ves…"
La litania si interrompe di colpo, lui sbatte le ciglia.
Avvicina il viso allo specchio, sbatte ancora le ciglia.
Inclina il capo.
Sbatte le ciglia.
E lascia andare le braccia lungo i fianchi, poi - si trascina di nuovo in camera.
Lentamente oltrepassa il vino, le zampe dell'aragosta, il letto.
Oltrepassa lo smalto color Pants on fire e quello color Flit a bit. Quello color I'm not Really a Waitress - che aveva quasi scelto.
Oltrepassa le macerie del suo piano di seduzione, l'assenza di suo fratello, la luce tenue delle candele.
Il boa di piume.
Oltrepassa tutto quanto.
Quando si accuccia nell'angolo estremo della stanza c'è solo ombra intorno a lui - Dylan stringe le ginocchia fra le braccia e nasconde il volto fra i capelli arruffati.
Pelle liscia come seta - diceva l'etichetta della crema.
Il suo viso è completamente rovinato, invece, punteggiato da decine di macchie rossastre.
Deturpato per sempre.
E non è neppure l'ennesimo fallimento del suo piano a rendere quella consapevolezza tanto straziante - non è la certezza praticamente assoluta che nessuno vorrà mai più guardarlo in faccia né tanto meno fare sesso con lui. Non è immaginare lo sguardo della gente, o quello dei compagni. Quello di Chris.
È Ash, soprattutto - la loro somiglianza perduta.
Le fondamenta del mondo che sembrano vacillare, i punti di riferimento confusi. Il senso di perdita, paralizzante.
Terrore.
"Dee?"
Neppure ha la forza di asciugarsi gli occhi quando Chris entra nella stanza - neppure si muove.
In un certo senso è come se qualunque cosa lo riguardasse solo marginalmente, adesso, come se tutto avvenisse su un piano troppo distante.
C'è silenzio, intorno, e la luce delle candele è schermata dai capelli. Il viso è nascosto contro le ginocchia, immobile.
"Dee…" ripete l'altro, cautamente.
Ma lui resta fermo - continua a piangere senza far rumore. Nessun rumore.
Ha come la sensazione che qualunque suono potrebbe rendere solo più reale quella catastrofe - come quando era piccolo e si raggomitolava sotto le coperte per paura del buio, senza neanche trovare il coraggio di respirare.
Non si sente molto cresciuto, da allora - soltanto un po' più perso, forse. Più inadeguato.
E la voce di Chris non aiuta, perché Dylan non ricorda di averla mai ascoltata modularsi in un tono tanto dolce. Tanto intimo, e gentile.
"Che succede, mh?"
È quasi un bisbiglio, ma il nodo in gola si fa subito più stretto.
Senza rispondere, scrolla piano la testa.
"Dai…"
Silenzio.
"È per Ash?" mormora ancora Chris, passandogli le dita fra i capelli.
Dylan morde un brivido fra i denti - tende i muscoli delle spalle.
Scatta appena indietro, quando lui gli fa scivolare le mani ai lati del viso.
"Dee?"
Non avrebbe mai trovato il coraggio per guardarlo negli occhi se non si fosse trovato con il mento chiuso fra le sue dita ed il volto improvvisamente sollevato - scoperto dai capelli.
Non se lo aspettava - non ha opposto la dovuta resistenza.
"No, non guardarmi!" esclama, cercando di liberarsi dalla presa. "Non guardarmi non guardarmi!!!"
"Ma…" Di fronte a lui, Chris sembra trattenere a stento una risata. "Posso sapere che hai combinato, Dee?"
Raggomitolandosi contro la parete, lui affonda i denti nel labbro.
"Ho la faccia… Piena…" Un singhiozzo - strozzato. "Di bolle rosse…" termina, disperato. "Lo so che hai visto…" Pausa. "Non voglio la tua pietà…"
"Cosa… Pietà? Dee, hai il naso un po' arrossato! Di che bolle stai parlando?"
"Non devi farlo, Chris…"
"Ma fare cosa?"
Silenzio.
"Raccontarmi compassionevoli bugie…" bisbiglia lui, piano. "Non è necessario, davvero… Non…" Rovesciando gli occhi al cielo, l'altro lo strattona in piedi.
"Dio, se sei drammatico… Ti sei guardato allo specchio, almeno, prima di metterti a piangere la tua bellezza sfiorita?"
"No, Chris!!!" viene subito l'urlo, straziante. "Ti prego non posso, non ce la faccio, non farmi…"
Sbattendo le ciglia, Dylan si zittisce di colpo.
Ci sono due figure, nel riflesso del vetro di fronte al quale l'amico lo sta spingendo: un ragazzo quasi biondo, decisamente attraente, sufficientemente divertito. Chris, senza dubbio.
Su quello non ci piove.
Ed un qualcuno con i fianchi avvolti nella seta - con le spalline abbassate, e gli occhi rossi di pianto. E i capelli più arruffati di quelli di Ash - più selvaggi.
Lui.
Lui che in effetti non è riconoscibilissimo, così agghindato, ma che sta inclinando di fronte allo specchio un viso sulla cui superficie non sembra esserci più nulla che somigli ai bubboni rossi di poco prima - nulla che risulti troppo diverso dal solito.
C'è solo la scia umida delle lacrime, sulle guance, e l'impronta dei denti sul labbro inferiore. La luce di un sollievo evidente, nello sguardo. E forse giusto una punta di imbarazzo, subito dopo, mentre le gambe muovono un mezzo passo all'indietro. Mentre lui abbozza un sorrisetto esile, in direzione di Chris, e si sistema i capelli. E si aggiusta il vestito, in fretta.
Si schiarisce la voce.
"Si, beh…"
Pausa.
"Scherzavo, comunque…" balbetta. "Non è che fossi preoccupato sul serio, eh…"
"No, sicuro. Chiaramente." Divertito, l'altro trattiene un sorriso. "Era evidente che stavi recitando."
"Recitando, esatto…"
"Esatto."
"Già."
"Del resto, ti sei messo anche in costume…" ghigna Chris e Dylan ridacchia a sua volta, senza capire. Guardandosi intorno - incontrando il proprio riflesso nello specchio, e la spallina destra scivolata sul braccio. La seta scura del vestito.
Il vestito.
Sussulta.
"Il vestito!!!" urla, spalancando gli occhi in un fermo immagine di puro orrore.
"Il vestito!!!!!" ripete, forse per la centesima volta da che ha messo piede in quella stanza.
D'improvviso il collegamento gli è paurosamente chiaro: il bruto ha inteso paragonare il suo splendido abito sexy ad una mascherata - ad una ridicola caricatura da teatro di terz'ordine!
E forse è la stanchezza del pianto, forse la delusione per il definitivo fallimento del suo piano.
Forse è che Chris ha osato denigrare la seta - tasto dolente. Terreno minato.
Ma prima ancora che la mente possa valutare l'effettiva necessità di una crisi isterica in piena regola Dylan è già esploso, sta già affondando le mani nei capelli. Si è già dimenticato dello strappo sul sedere e sta camminando su e giù per la stanza come se intendesse carbonizzare il terreno. Incendiare tutto quanto.
Immobile, a debita distanza, Chris lo sta osservando incuriosito.
"Ma come osi, razza di bruto ingrato e pusillanime???? Come se tutte le disgrazie della mia vita non dipendessero dalla tua patologica estetica neanderthaliana, come se non fosse colpa tua se mi sono quasi sfigurato la faccia!"
Senza scomporsi, l'amico solleva un sopracciglio.
"Colpa mia?!?"
"Tua, certo! Per chi credi che mi sia messo a lessare crostacei, per quale cavolo di ragione pensi che mi sia spalmato i cetrioli sulla faccia?"
"Devo rispondere?"
Un grido furioso - strozzato.
"L'ho fatto per prepararti la dannata cena afrodisiaca, per essere irresistibile! Perché tu ti decidessi a guardarmi, una buona volta, perché volevo…"
Silenzio.
Improvvisamente, Dylan arrossisce fino alla radice dei capelli.
"Volevi?" domanda Chris, angelico, allungando il braccio a sollevargli la spallina.
Ma lui non risponde - di colpo è come se la voce si fosse accartocciata in gola.
E la cosa più destabilizzante è che tutto d'un tratto si sta accorgendo che la mano dell'altro è appoggiata sulla sua spalla - che la suddetta spalla è nuda. Che sono nude le ginocchia, e la schiena, e che le labbra di Chris sono vicinissime.
Proprio vicine vicine.
Sta iniziando a sentirsi un po' accaldato.
"Volevo…" esala, abbassando gli occhi.
"Sì?"
"Insomma, volevo…" ripete, senza riuscire a terminare la frase neppure stavolta.
Attraverso lo schermo dei capelli ridacchia appena - lancia un'occhiata alla porta. Prende respiro, un po' a fatica.
"Non credo che vestirsi da donna sia esattamente la miglior strategia per sedurre un ragazzo gay…" osserva Chris, facendogli scivolare lentamente la mano dalla spalla al collo.
Ha ancora quel sorrisetto divertito sulle labbra - Dylan è quasi certo di averne rilevato la curva tipica prima che la mente si scollegasse del tutto. E non è certamente la prima volta che l'amico gli affonda le dita fra i capelli - non sembra esserci nulla di troppo diverso dal solito in quella loro interazione. Eppure…
"Hm?" esala.
Eppure i pensieri sono collassati inesorabilmente in qualche punto imprecisato del percorso che la mano di Chris ha tracciato per raggiungere la nuca, e il cervello pare diventato incapace di processare qualunque altro stimolo che non sia il suono della sua voce. Il suono e basta.
È come una scissione netta.
La mente ovattata dalla tonalità delle vocali, il corpo paurosamente sensibile. La pelle punteggiata di brividi.
Cavoli.
L'ha immaginato circa un migliaio di volte quel momento, Dylan: nelle fantasie ha sempre sorriso in maniera maliziosa - ha premuto il palmo della mano sull'inguine dell'altro e poi ha sollevato le sopracciglia dicendo qualcosa del tipo: "Wow!"
Adesso è completamente paralizzato, invece.
Forse perché quella somiglia tanto alla realtà - perché c'è la possibilità troppe volte sperimentata che Chris se ne esca da un momento all'altro con una delle sue battute. Ma più che altro perché d'un tratto i muscoli sono impietriti da una paura folle - una paura pari soltanto all'intensità dei brividi che punteggiano la pelle. O al calore dell'eccitazione. Al senso di stordimento.
Trattenendo il respiro, solleva gli occhi sul suo volto.
"È perché vado via domani?" lo sente domandare, in un sussurro. "Panico dell'ultima ora, o sei convinto davvero?"
Senza neppure capirne la ragione, lui arrossisce.
"Potresti…" Abbassa lo sguardo - facendosi istintivamente più vicino. "Potresti farmi una domanda più facile, per favore?" bisbiglia.
Ma Chris scrolla la testa, sorridendo, e gli fa scivolare le dita sotto il mento. Gli solleva il viso, delicatamente - si china verso di lui. Gli sfiora le labbra con le sue.
E di domande non ne rivolge altre, per quella sera. Per fortuna.
Perché qualunque cosa gli avesse chiesto da quel momento in avanti, fosse stato anche il suo nome, Dylan difficilmente avrebbe saputo rispondere.







A volte ci sono luci che disegnano atmosfere, o sapori che richiamano ricordi.
Oggetti che diventano simboli.
È strano.
Seduto sul davanzale di una finestra diversa, in una casa diversa, Dylan si riunisce le rasta in una coda improvvisata e pensa che l'odore degli smalti gli ha sempre ricordato i suoi quindici anni - l'appartamento che divideva con i suoi genitori. Il periodo in cui Chris ha abitato con loro e quel senso di sicurezza intatta. L'infanzia, forse.
Sorride.
Un tempo impiegava ore per scegliere un colore da stendere sulle unghie ed ogni scelta si portava dietro il rimpianto per tutte quelle a cui aveva dovuto di conseguenza rinunciare.
Adesso è diventato incredibilmente facile - lo smalto nel quale sta intingendo il pennello è trasparente - non ha nome - e forse lui soltanto si accorge delle infinite sfumature cromatiche che la tinta assume con certe condizioni di luce. Col sole, a volte, o la sera al tramonto.
È un po' come un segreto.
Gli è venuto spesso da ridere, nel corso degli anni, ripensando al suo improbabile piano di seduzione e alle zampette dell'aragosta ordinatamente allineate sotto una spessa colata di salsa al peperoncino.
È sicuro di aver fatto giurare mille volte a Chris di non raccontare ad anima viva la faccenda del vestito da donna - lo ha minacciato di morte se solo avesse osato rivelare a qualcuno quanto fosse nervoso quella sera. O quanto si sia dimostrato impacciato.
Naturalmente la risposta è sempre stata un sogghigno assai poco rassicurante - certe cose puoi star certo che non cambino mai. Sono i cardini del tuo universo, in fondo - le fondamenta di casa tua.
E va bene così.
Quel che ancora Dylan non riesce ad individuare è il momento esatto in cui è cambiato lui, invece - quando precisamente sia successo che da adolescente svampito ed iperbolico si sia trasformato nel ragazzo che è adesso.
Forse Chris solleverebbe il sopracciglio se gli raccontasse che della sua prima volta, a distanza di tempo, non ricorda tanto l'emozione o il piacere, o la novità assoluta del contatto con un altro corpo o il sapore dei baci. O la tenerezza.
Rammenta con chiarezza particolari curiosi, piuttosto, come il fatto di avergli ringhiato addosso almeno una decina di volte prima di decidersi a lasciarlo entrare.
Ricorda di esser stato convinto che non sarebbe mai più riuscito a sedersi, dopo, ma che avrebbe ricominciato comunque da capo. Che non gli importava niente.
E se ripensa a quei momenti sono le mani di lui che gli fanno il solletico l'immagine più nitida - non le carezze sensuali o i tocchi più eccitanti. O l'intreccio dei corpi.
È una cosa ben strana, la memoria.
Eppure…
Eppure c'è una cosa che manca in tutto quel sistema di ricordi più o meno confusi - un vuoto curioso che non ha mai trovato spiegazione. Mancanza assoluta di qualunque appiglio. E forse la risposta sta proprio lì.
Perché c'è un boa di piume, nella memoria, ad avvolgere ogni singolo istante dei suoi quindici anni: era appoggiato sulle spalle mentre Ash partiva per il suo primo week-end da solo, era attorcigliato intorno al collo mentre lui rubava il sonnifero dal comodino di sua madre.
Stava adagiato sul petto mentre spiava dai fori delle serrature - mentre dormiva. Mentre elaborava fantasiosi piani di seduzione.
Ed era ancora lì quella sera - ne è sicuro - quando Chris gli ha sfiorato le labbra.
Poi Dylan ha sorriso, ha inclinato la testa. Ha dimenticato il vestito e la seta e lo smalto che avrebbe voluto scegliere. E la sensualità che avrebbe voluto mostrare.
Ha chiuso gli occhi.
E da quel momento, per qualche ragione, il boa di piume non c'è stato più.


FINE





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