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David e Keith - Collasso gravitazionale






Non era mai capitato che David si ritrovasse a fare un percorso in auto nel silenzio più assoluto. Neanche durante le liti con Megan - neppure con Samuel.
Nemmeno quando guida da solo - che comunque l'autoradio è sempre accesa. Sempre settata sul volume massimo.
Keith è stato una novità anche in questo senso.
E se all'inizio era venuto naturale rivolgergli qualche domanda - cercare di coinvolgerlo in uno scambio, o semplicemente offrirgli una battuta - non ha impiegato troppo tempo prima di rendersi conto che sarebbe bastato invece esacerbare quel silenzio per rendere il gioco ancora più intrigante.
Quando ha allungato il braccio per spegnere l'autoradio - quando ha smesso di parlare - Keith ha smesso a sua volta di rispondere. Ha smesso di tendere i muscoli delle spalle ad ogni domanda per stabilizzarsi su una tensione più omogenea - schiena perfettamente dritta. Sguardo ancorato fuori dei vetri dell'auto - il profilo nascosto in ombra. Le mani affondate fra le ginocchia.
David è sicuro che sarebbe bastato respirare appena più profondamente, per vederlo sussultare. È stato anche tentato di farlo davvero, in certi momenti.
Magari schiarirsi la voce d'improvviso - o chiamarlo per nome. Spostare direttamente la mano dalla leva del cambio alla sua coscia, con la naturalezza dei gesti più subdoli.
È rimasto immobile, invece, limitandosi a spiare la tensione del ragazzino con la coda dell'occhio. Con il gomito agganciato al finestrino - il sorriso sulle labbra.
Ha sempre avuto una sorta di etica personale, in certe cose.
Bruciare quell'erotismo troppo in fretta sarebbe stato un delitto - momenti del genere vanno assaporati lentamente.
Come il whisky.
Adesso - in piedi sotto i lampadari di cristallo, nel salone immenso della galleria d'arte contemporanea - inclina appena la testa di fronte al gigantesco dipinto che troneggia all'entrata e lascia che lo sguardo spazi lentamente sulle pennellate morbide del corpo ritratto.
Sulle curve dei muscoli. Delle spalle.
Al suo fianco, Keith sta fissando la firma dell'autore - invece.
Da almeno un quarto d'ora.
E lui lo sapeva, che sarebbe andata così: che l'imbarazzo del ragazzino sarebbe stato il vero spettacolo - la vera opera d'arte. E che l'artista sarebbe stato lui, alla fine.
Lui che calibra i gesti per strappare alla sua compostezza quasi eroica tracce sottili di un disagio che si fa ad ogni minuto più eccitante. Lui che morde i sorrisi fra i denti.
Che si sposta senza fretta verso il dipinto successivo.
Niente viene lasciato al caso.
E se probabilmente Keith sta silenziosamente pregando che quella tortura finisca il più in fretta possibile, David si prende al contrario tutto il tempo necessario per permettere all'imbarazzo del ragazzino di minare il suo autocontrollo.
Per riuscire a logorargli i nervi.
È il gioco più eccitante che gli sia mai capitato di sostenere.
"Oh, vedi…" mormora, assorto, fermandosi di fronte al quadro successivo. "Questo è interessante. Molto…"
Si tratta di un dipinto in acrilico, stavolta - le dimensioni della tela sono appena più contenute dell'altro.
Ma c'è un'erezione mastodontica, in primo piano.
Neanche un corpo. Niente.
Solo un colossale pene eretto che svetta verso l'alto in un groviglio di vene e sudore.
E lui è costretto a mordersi con forza l'interno del labbro, per non scoppiare a ridere.
Per non gettare la maschera troppo in fretta.
L'arte moderna gli è sempre sembrata una stronzata gigantesca - i profondi significati che Megan riesce a vederci dentro, deliri da sindrome premestruale.
Ma quello supera di gran lunga anche il più surreale degli artisti di sua moglie.
Non ricorda di aver mai visto niente di più idiota in tutta quanta la sua vita.
Niente di più ridicolo.
Incrociando le braccia sul petto, prende ad accarezzarsi il mento col le dita.
"Non trovi anche tu che il divino attributo maschile sia qui raffigurato in tutta la sua epica e voluttuosa potenza?" domanda a Keith, osservandolo con la coda dell'occhio. "Anelante metafora di una pregnanza fisica che si aderge spasmodica sulla cosmica dissoluzione…"
"Non…"
"Non iperbole esageratamente enunciata, ne convengo," annuisce. "Ma proprio per questo lungi dallo stereotipo del mero espediente d'avanguardia, non credi?" domanda ancora.
E il ragazzino deglutisce, senza osare un solo movimento. Senza sollevare la testa, neanche. Nascosto dai capelli, si bagna le labbra.
"Non mi intendo molto di arte," si limita a rispondere. Piano.
"Hm…" commenta allora lui - gli occhi fissi sul dipinto. "Qualcuno sostiene che l'arte moderna vada essenzialmente sentita, più che compresa."
Si volta verso Keith, quindi.
Guardandolo dall'alto, solleva un sopracciglio.
"Questo significa forse che non riesci a…"
Pausa.
"Sentirlo?" termina, trattenendo il sorriso. "Che non stai lasciando penetrare dentro di te l'organismo pittorico?"
Scrolla la testa, quindi. Aggirando con calma il ragazzino, si ferma alle sue spalle.
"Beh. Ma è un vero peccato…" sussurra, chinandosi a parlargli nell'orecchio. "Perché si tratta di un soggetto notevole, sai? Un autentico veicolo di orgasmica illuminazione…"
Gli sta venendo da ridere.
Eppure c'è anche un lato fin troppo serio, in quella sua commedia dell'assurdo, perché è innegabile che l'eccitazione stia battendo nelle tempie. Che il sangue pulsi contro le pareti delle arterie ad una velocità folle. Insensata. E che non si tratti solo di sesso - il sesso brucia più in fretta, generalmente. Scivola addosso.
Il disagio di Keith, al contrario, è come brace mai spenta. Basta un soffio a ravvivarla - un respiro più profondo. Aria calda.
Che avvolge l'orecchio.
Può sentirla chiaramente sulla pelle, la tensione del suo corpo - può sentire il turbamento e la rigidità di ogni muscolo.
Il calore che brucia le guance. Il respiro.
"Però, Keith…" bisbiglia piano, avvicinando ulteriormente le labbra. "Non puoi negare che un qualche effetto stia iniziando a fartelo, no?"
In realtà sta scegliendo il momento, ed è come tenere il mondo del palmo della mano.
Aspettare l'istante giusto per lanciarlo nel vuoto - tendere l'arco per scoccare la freccia.
Esaltante.
Deve esser nato per plasmarsi intorno alle forme del suo piacere, quel ragazzino.
Il corpo, ma non solo.
Anche la mente.
Ogni singolo istante di vita che ha vissuto - ogni esperienza che lo ha toccato. Che lo ha reso la persona che è adesso.
Semplicemente, Keith gli appartiene.
E la stretta delle dita non può che avere la fermezza di un'autorità rivendicata, quando David improvvisamente gli chiude la destra sul fianco.
"O magari il quadro non c'entra niente…" continua, sentendolo sussultare. "Magari non è l'arte moderna a farti questo effetto, Keith."
Sorride, lasciando che il silenzio si allarghi.
Lasciando che la tensione cresca. E cresca ancora.
Che diventi insostenibile.
"Magari sono io…" soffia infine.
Ed è un elastico che si spezza - il sibilo del tempo che scatta in avanti.
Prima ancora che la vertigine restituisca respiro Keith è già sgusciato fuori dalla sua presa - ha attraversato il salone. Ha imboccato il corridoio d'uscita, senza voltarsi.
E lui ha chiuso gli occhi, perché per un attimo l'adrenalina sembra aver polverizzato il cervello. Disseccato le vene.
Ormai non è più neanche un gioco - le emozioni sono troppo forti per non allertare il senso del pericolo. Per non volerne ancora. Ancora di più.
Sa che sarebbe più saggio lasciar perdere tutto - non è così ingenuo da sottovalutare a tal punto le proprie reazioni.
Eppure l'istante successivo sta già aggiustando il nodo della cravatta, sta già guardandosi intorno. Con calma, sta raggiungendo l'uscita.
Che non si sarebbe comunque trattato della solita scopata senza conseguenze l'aveva capito da subito, dalla prima volta che quel ragazzino gli è capitato sotto gli occhi. Si tratta unicamente di raccogliere la sfida, adesso. O forse solo di incoscienza.
Non gli importa.
L'aria delle sera è ruvida, contro il viso, e le luci della strada sembrano suggerire velocità folli. In lontananza, Keith è un'ombra nera che scivola lungo il marciapiede.
E viene da domandarsi se non sia consapevole lui per primo che quella fuga non lo porterà da nessuna parte - che si lascerà raggiungere comunque, prima o poi. Non è uno stupido.
Il percorso che ha deciso si rivela sorprendentemente lineare, però, e ai lati della strada si affacciano decine di traverse.
Senza neppure affrettare il passo, David ne imbocca una.
Quando sbuca di nuovo nel viale principale ha già guadagnato almeno una cinquantina di metri sulla corsa del ragazzino, e prima che Keith lo raggiunga trova perfino il tempo per accendersi una sigaretta. Per inspirare qualche boccata di fumo.
Di nuovo, la sorpresa che legge nei suoi occhi ripaga il rischio di qualunque azzardo: per un attimo le pupille diventano enormi - il passo rallenta d'improvviso. Le labbra si schiudono, in un'espressione incredula.
Subito dopo Keith si sposta verso destra, aggirandolo, e lui semplicemente prende a camminargli di fianco. Affonda le mani nelle tasche - gli lancia un'occhiata divertita. E si schiarisce la voce, prima di parlare. Prende un altro tiro dalla sigaretta.
"Hai qualche meta precisa?" domanda infine, come se nulla fosse.
"Casa mia," è la risposta, borbottata.
"Hm."
A labbra socchiuse, David soffia fuori il fumo.
"Ed è lontana, casa tua?" chiede ancora, tranquillamente. "Per regolarmi, sai," aggiunge.
Senza poterlo evitare, tende le labbra in un sorriso.
Gli sembra di sentirlo, Samuel: La tua unica fortuna è che riesci ad essere indecentemente disarmante.
Indecentemente bello, piuttosto, gli risponderebbe.
Quello scambio di battute è quasi vecchio quanto la loro amicizia, e prelude sempre ad una vittoria. È fin troppo facile piegare la resistenza del professore, quando nell'aria c'è quell'elettricità. Basta uno sguardo, a volte. L'inarcarsi di un sopracciglio.
Keith sembra determinato a non dargliela vinta tanto facilmente, invece.
"Senti, David," scandisce, fermandosi. Premendosi le mani sugli occhi. "Lascia perdere, tanto non stava funzionando. Non so cosa ti ha detto Vivian, ma… È inutile che andiamo avanti, okay? Non…"
Un sorriso. "Non?"
"Niente. Non sono come lui," mormora il ragazzino, piano. "E non sono il tuo tipo. Né il tipo da… Mostre. O da altro."
"Posso confessarti un segreto?" domanda allora David, senza badagli.
Getta la cicca sul marciapiede, poi.
Senza fretta, la schiaccia col tacco della scarpa.
"Neppure io sono un tipo da mostre," ridacchia, lanciandogli un'occhiata. "Ma onestamente, ammettilo: i membri ciclopici valevano la pena, perderseli sarebbe stato un peccato!"
Inclinando la testa, gli rivolge uno sguardo complice.
"Com'è che si chiamava, l'artista?"
"Hm."
Silenzio.
Ma David sa di averlo già in pugno - lo capisce dall'allentarsi della tensione sulle sue spalle. "Si chiamava Silk," lo sente rispondere infatti, con un filo di voce. "Silk qualcosa. Credo."
"Qualcosa di giapponese?"
"Forse…"
"Già."
Altro sorriso.
"E questo mi ricorda che in effetti tu ed io avevamo in programma una cena etnica, o mi sbaglio?" domanda quindi, fingendo distrazione. "Peccato…" Un sospiro. "Avremmo potuto orientarci su qualcosa di esotico, magari. Riso al vapore. Sushi."
Si stringe nelle spalle.
"Se solo tu fossi stato il mio tipo…"
Imbarazzato, Keith distoglie lo sguardo.
"Mi spiace di averti rovinato la serata," mormora. "Di solito non sono sempre così tanto isterico, davvero."
"Ed io non sono sempre così tanto idiota, giuro," risponde lui, sollevando le mani. Ma non attende neppure che il ragazzino esprima chiaramente le proprie decisioni - non è quello il momento di lasciargli aperte vie di fuga.
Gli avvolge il braccio intorno ai fianchi, invece, e inizia a camminare con lui nella direzione opposta. Guidandolo verso la macchina. Parlandogli per distrarlo. Per tenergli la mente occupata.
A volte si ha bisogno di qualcuno che accetti l'onere di farle al posto nostro, certe scelte.
E David vorrebbe poter dire che si tratta solo di strategia - che niente lo sta toccando davvero.
Eppure non può evitare di ammettere con se stesso quanto sia incredibilmente appagante sentire che, malgrado l'esitazione, il corpo di Keith si sta lasciando condurre.
Che potrebbe portarlo dove desidera, stasera.
E che sicuramente, entro qualche ora, sarà lui stesso a chiedergli di tenerlo con sé.
I ragazzini sono come pianeti: hanno le loro orbite - le loro nebulose.
Ma lui è il sole, e basta questo.
Vino, ombra. Voce soffusa.
E le leggi gravitazionali, poi, faranno sicuramente il resto.






Quando quella mattina è uscito di casa, Keith non aveva in mente un piano preciso.
Pensava di andare a lezione come tutti i giorni e di studiare un po' nel pomeriggio - magari di vedersi con Vivian un paio d'ore la sera.
L'idea che qualcosa potesse intromettersi nella scansione dei suoi orari non lo sfiorava nemmeno - non è una vita particolarmente segnata dagli imprevisti, la sua.
Anzi.
E forse è anche per questo che camminare al fianco di David, adesso, sembra così strano.
Forse è per questo che le emozioni della serata sono così difficili da classificare - da ridurre a termini concreti, paragonabili agli altri.
Intensità maggiore o minore, frequenza dei battiti. Palpitazioni.
Non ha senso.
Perché la situazione è talmente irreale da rasentare l'assurdo, e non c'è maniera di razionalizzare qualcosa di così irragionevole.
Non c'è modo di spiegarsi. Capire.
Intorno all'avvocato ogni cosa sembra capovolgere il suo senso: i sorrisi si fanno inquietanti - i quadri minacciosi.
E le sue mani hanno una forza che non dovrebbe trovare spazio in tocchi tanto impalpabili - i suoi occhi sono magnetici anche quando lui li fissa altrove. Anche mentre parla con il cameriere o sfoglia le pagine del menù o si versa da bere.
Addirittura il locale in cui hanno cenato era diverso da tutti i ristoranti cinesi in cui Keith è mai stato. Più elegante, più alieno - l'oriente una presenza discreta che pure invadeva gli occhi, che occupava la mente. I cibi avevano sapori delicati e profumi prepotenti - colori nuovi.
E l'avvocato sedeva tranquillo con la giacca appoggiata sullo schienale della sedia.
Aveva le labbra piegate in un sorriso anche mentre mangiava, e gli occhi fissi su di lui attraverso la distanza del tavolo.
Parlava a volte. Voce bassa e intima.
Altre volte masticava soltanto, guardandolo, ed era come soffocare lentamente.
Respiro dopo respiro.
Keith non è abituato a trovarsi al centro di uno scrutinio così intenso.
E invece durante tutta la cena non ha fatto altro che sentirsi addosso i suoi occhi, con l'impressione che anche il resto del locale non facesse altro che guardarli. Insistentemente.
Era colpa di David, con ogni probabilità. Della maniera in cui la luce batteva sui suoi capelli e del magnetismo che irradiava.
O forse era l'effetto che dava vederli accostati - un ragazzino ed un uomo adulto, così diversi da sembrare quasi inconciliabili. Due mondi che si fronteggiavano e cenavano insieme invece di abbattersi.
Senza nessuna spiegazione da offrire a chi li stava studiando. Senza motivazioni che potessero andare oltre la densità scura degli occhi dell'avvocato, o la maniera in cui il tendersi delle sue labbra tendeva i nervi del corpo. I brividi che scivolavano lungo la schiena seguendo il percorso della sua voce.
Keith non saprebbe dire neanche di cos'abbiano parlato.
Tutti i discorsi sembravano sbriciolarsi appena il silenzio tornava a pesare tra loro - come se ogni ragionamento si cancellasse di colpo, lasciando al posto della mente un foglio bianco su cui segnare il tracciato del cuore.
In quei momenti riusciva a concentrarsi soltanto sulla lentezza quasi irreale dei propri respiri - come se fosse necessario uno sforzo di volontà per portare a termine quell'operazione così spontanea. Come se la minima disattenzione rischiasse di bloccare anche quella funzione biologica basilare. Stand by assoluto, nel cervello e nel corpo. E nella gola, anche: corde vocali di pietra.
Soltanto quando David si decideva a distogliere lo sguardo Keith riusciva a tornare padrone delle proprie reazioni.
Ed era inevitabile arrossire, a quel punto - abbassare gli occhi.
Riprendere a cercare vanamente strategie di fuga - a progettare diserzioni - solo per sollevare la testa di scatto non appena l'uomo si decideva a parlare ancora. Ritrovandosi a rispondere al suo sorriso con un sorriso nervoso - a schiarirsi la voce.
Sussurrare qualcosa.
Quando quel pomeriggio era entrato nella sua auto - quando si era chiuso alle spalle la portiera - l'unica speranza era che quell'uscita finisse in fretta. Che l'avvocato lo lasciasse andare indenne.
E quella preghiera aveva continuato a risuonargli nella testa come un mantra per tutta la durata della loro visita alla mostra - mentre l'uomo lo stuzzicava e lui si sentiva morire e anche le provocazioni sembravano morire con lui, frantumandosi ai suoi piedi.
Trasformandosi in spine.
Non saprebbe dire cosa sia cambiato, ora.
Forse semplicemente la vibrazione dell'aria - il sorriso di David che pur restando pericoloso si è fatto man mano più gentile.
Ma quando uscendo dal ristorante il freddo della sera lo colpisce al viso, Keith si scopre a rimpiangere il tempo sprecato a desiderare che i minuti passassero più in fretta. A contarli mentre trascorrevano, guardandoli sfumare.
È come se se ne rendesse conto solo adesso, che le cose forse sarebbero potute andare diversamente - che il finale non era deciso già in principio. E che l'occasione è ormai passata, definitivamente, senza lasciare spazio neanche ai ricordi.
Senza lasciarsi toccare.
Lo scattare della serratura dell'auto sembra suggellare quella consapevolezza: osserva le luci accendersi, i lineamenti dell'avvocato definirsi e pensa che sta finendo lì, quell'incontro strano che Vivian ha orchestrato e in cui lui si è lasciato trascinare malvolentieri, soltanto per tener fede ad una promessa fatta senza pensarci. Forse. O forse, semplicemente perché rifiutare sarebbe stato troppo anche per la sua vigliaccheria.
C'è silenzio, mentre prendono posto in auto.
Un silenzio diverso da quello che aveva fatto loro compagnia durante il viaggio d'andata, e diverso da quello che ha punteggiato la cena: sa già di addio, forse. Un modo come un altro per accomiatarsi dal presente. Con dolcezza.
Spiando con la coda dell'occhio i movimenti di David, Keith lo guarda ruotare le chiavi nel quadro per accendere il motore, allacciarsi la cintura di sicurezza con i gesti pratici di chi guida da una vita. Lo guarda mentre si china sull'autoradio e sintonizza la frequenza su una stazione programmata, ed è come se avesse già imparato i suoi movimenti, quasi. Come se li avesse ormai mappati nella mente - come se avesse il diritto di sentirne già nostalgia.
Per questo forse è quasi una sorpresa quando l'uomo si volta verso di lui, invece di partire. "Le undici," gli comunica, guardandolo fisso negli occhi. Come fa sempre.
Solleva le sopracciglia, poi. Inclina appena la testa.
"Discoteca?"
Quella parola è talmente distante dalla prospettiva in cui Keith si è già inserito da non trovare corrispondenza in nessuno dei concetti che la mente mette a disposizione, in quel momento.
"Discoteca?" ripete, confuso.
Trattenendo il sorriso, David chiude la sinistra sul volante.
"È un posto buio, con la musica altissima e una gran quantità di testosterone nell'aria," spiega, divertito. "In genere, ci si va per ballare."
"Sì, ma lo so cosa..."
Si interrompe, imbarazzato. Distoglie lo sguardo.
Non riesce a capire perché quell'uomo abbia la capacità sovrannaturale di rallentare così i suoi riflessi - di confonderlo in quel modo.
Non è mai stato un tipo particolarmente socievole, ma certi livelli di disadattamento sociale non li toccava da quando aveva cinque anni e doveva parlare con adulti estranei.
Probabilmente, non arrossiva così tanto neanche a quel tempo.
Stringendo le dita a pugno per recuperare un po' di controllo, prende un respiro profondo.
Lancia un'occhiata fuori dal finestrino - rapida.
"È che non credo di essere neanche un tipo da discoteche," ammette, a bassa voce.
È difficile non pensare a cosa avrebbero risposto altri, poi, mentre lentamente torna a voltarsi verso di lui.
Impossibile non figurarsi la prontezza con cui avrebbe accettato Vivian - la maniera in cui sarebbe finita quella serata se ci fosse stato lui, al suo posto. La direzione completamente diversa che avrebbe preso da subito.
Non c'è neanche bisogno di esprimerlo ad alta voce, il rifiuto: David sembra aver capito perfettamente - forse, se l'aspettava già nel momento in cui ha fatto l'offerta.
"Ti porto a casa?" domanda, infatti, tranquillo. Aggiungendo, quasi in un suggerimento: "Stanco?"
Sforzandosi di sorridere, Keith annuisce.
"Credo di sì. È meglio."
E l'altro ingrana la retromarcia - si immette nella carreggiata. Con la calma di sempre, si sporge appena per regolare il volume dell'autoradio.
Non sembra deluso dalla risposta - non sembra avere nemmeno intenzione di insistere, di fargli cambiare idea.
"Hai lezione presto, domattina?" chiede, invece.
Ed è la naturalezza con cui quelle parole scivolano sulle sue labbra, forse, a destabilizzare ulteriormente Keith. La sensazione di intimità, di quotidianità familiare.
Straniante, in quella situazione.
Deglutendo, volta la testa verso di lui. La china leggermente, in un cenno affermativo.
"Alle otto," risponde.
"Di nuovo… Fisica?" Un sorriso. "O qualcosa di più terribile ancora?"
"Matematica. La combinazione materia-orario non è delle migliori, in effetti…"
"Prova a spiegarmi la ragione per cui sei tanto attratto da materie di questo genere," ride l'altro, tornando a guardare la strada. "Cosa ti fa preferire una cazzutissima radice quadrata ad uno mirabilante dipinto di arte moderna, ad esempio? Perché guarda che è strano. La faccenda mi incuriosisce."
Stringendosi nelle spalle, Keith cambia appena posizione sul sedile.
"Forse, è perché la radice quadrata la capisco," inizia, un po' tentennante.
Non è la prima volta che affronta un discorso del genere - altri gli hanno posto domande simili, ad altri ha già risposto con l'unica motivazione che riesce a trovare.
Ma David è diverso da ogni interlocutore - ed è diverso quel momento, la ragione stessa per cui stanno parlando. L'imbarazzo che serra la gola e la paura di sbagliare - di mostrarsi ancora più sciocco. Più bambino. E la certezza che, se non farà attenzione, finirà per chiudere quella serata su una nota più insipida di tutto il resto.
Schiarendosi la voce, guarda l'uomo cautamente. Con la coda dell'occhio.
"Voglio dire, se in matematica non capisci qualcosa, sai che hai comunque formule su cui appoggiarti. Calcoli da fare. Regole da applicare - regole fisse. Precise. Uguali per tutti, e sempre valide. Non si tratta di impressioni o… Non so." Scrolla le spalle, voltando la testa. "Non è niente di arbitrario. Puoi sbagliare o confonderti, ma resta un problema tuo: se ti impegni davvero potrai superarlo. Con l'arte è diverso, non c'è niente di effettivo. Soltanto interpretazioni. Sensazioni." Arrossendo, fa una smorfia. "E se non senti niente, è difficile apprezzare."
"Già," commenta allora l'altro, - gli occhi fissi su di lui attraverso lo specchietto retrovisore. "E questo bisogno di avere tutto sotto controllo? Da dove viene, mh?"
"Non lo so." Arrossendo, Keith incassa la testa tra le spalle. "Forse è un fattore genetico…" borbotta.
"Genetico." Un sorriso. Divertito. "Probabile."
David abbassa il finestrino, poi. Accende una sigaretta, aspirando il fumo.
"Quindi è per questo che io ti destabilizzo tanto?" domanda improvvisamente, come se stesse chiedendo una qualsiasi informazione.
E Keith sente il cuore fermarsi, nel petto - i polmoni svuotarsi di tutto l'ossigeno, neanche fossero passate ore dall'ultima volta che ha preso fiato.
Non si aspettava che l'uomo decidesse di portare tutto allo scoperto - forse avrebbe potuto prevederlo se il tono della conversazione fosse rimasto lo stesso di quando stavano all'esposizione - di quando l'altro sembrava divertirsi solo a destabilizzarlo. A distruggere le sue difese e farlo crollare, farlo arrossire.
In quella logica, un affondo del genere sarebbe stato perfettamente logico. Quasi scontato.
Ma qualcosa sembrava essere cambiato, durante la cena, ed è strano ritrovarsi adesso di nuovo così nudo.
Non avere neanche più il suo sogghigno da incolpare - non riuscire a leggergli sul volto intenzione di ferire.
Una semplice domanda. Innocente, forse. Totalmente inconsapevole della propria carica distruttiva.
E sembrano passare secoli, prima che la voce si decida a tornare. Prima che la forza di volontà permetta a Keith di azzardare quell'unico monosillabo - prima che il respiro riesca a fluire di nuovo.
"Non…" In fretta, distoglie lo sguardo. Si sta sentendo arrossire.
"Non è per quello," risponde finalmente, mordendosi la lingua per mantenersi calmo. "O almeno," aggiunge. "Non solo."
Ma forse davvero David non aveva intenzione di metterlo a disagio, mentre spostava il discorso in quella direzione, perché sembra che il suo imbarazzo sia sufficiente per convincerlo a lasciar cadere l'argomento.
L'aria si increspa intorno a loro - tende i nervi e punge la pelle - mentre sotto le ruote dell'auto si srotolano le strade familiari del centro della città, e oltre il finestrino il paesaggio diventa più quotidiano.
Incroci e marciapiedi visti mille volte. I giardinetti in cui Keith giocava quando era bambino.
È così strano passarci davanti adesso, in circostanze tanto diverse da quelle di un tempo. Seduto in macchina con un uomo - il suo corpo a pochi centimetri di distanza. Da solo.
E tutto quel che non è accaduto, a pesare tra loro.
Tutto quel che potrebbe accadere, e a cui lui ha già messo un freno.
Sente il cuore battere forte in gola, quando infine la jaguar imbocca la strada di casa sua.
Perché il territorio è ancora più conosciuto e dovrebbe essere tutto più semplice, ora, ma David ha il potere di rovesciare anche il significato degli orizzonti più quotidiani.
E stare seduto nella penombra, al suo fianco, è ancora più destabilizzante se oltre il vetro del finestrino c'è la finestra accesa del tuo salotto invece che lo sfondo anonimo di un locale in cui non sei mai entrato. Se sai che quel posto almeno dovrebbe appartenerti, e ti accorgi invece che non ci sono più nascondigli.
Che lui è già ovunque.
Fa paura.
Ha già la mano appoggiata sulla maniglia della portiera, Keith, quando l'uomo accosta sulla destra - sta già contando gli ultimi secondi che restano, cercando il coraggio per affrontarli.
Occhi fissi sul vialetto che attraversa il suo giardino, si concentra sui movimenti di David, al suo fianco - il piegarsi del suo braccio sulla leva del cambio. La torsione del polso per ruotare le chiavi nel quadro e spegnere il motore.
Immagina il suo viso.
E quando si volta c'è quasi riuscito, a costringere il volto in un'espressione che non faccia trasparire troppo il proprio disagio.
È quasi riuscito a decidere quale sia la forma di saluto migliore, anche. A trovare il coraggio di rivolgergliela.
"Ok, allora… Grazie," mormora, sorridendo imbarazzato.
Ma poi incontra il suo sguardo, e qualunque altra parola crolla nel silenzio di quegli occhi - nella forza con cui lo stanno immobilizzando.
Nella loro fermezza autoritaria. Solida.
"Tu trovi che sia davvero così difficile?" chiede l'uomo - deciso - e il cervello torna ad incepparsi esattamente come ogni volta che lui gli domanda qualcosa. Il cuore salta in gola - la pelle si arrossa. Sbianca.
Non ha la minima idea di cosa l'altro gli stia chiedendo - la formulazione è troppo vaga, i suoi riflessi troppo rallentati. L'attenzione irrimediabilmente concentrata sui particolari più insignificanti - la forma delle dita di David ancora chiuse sul volante. La tensione della mascella e il nero delle iridi - il nero delle pupille.
"Difficile che cosa?" mormora, con un filo di voce.
Ma la calma dell'altro è quasi agghiacciante, quando nell'ombra accenna un mezzo sorriso.
"Gestire l'attrazione," risponde, gli occhi ancora fermi nei suoi. Magnetici.
Senza distogliere lo sguardo, allunga distrattamente la mano per spegnere l'autoradio - un gesto controllato. Quasi ipnotico.
Ed è ancora più faticoso riuscire a ordinare i pensieri, adesso - fronteggiare il silenzio.
Trovare la forza di rispondere di nuovo. Possibilmente, chiudere il discorso.
Uscire da quell'auto. Subito.
"Non… Non ho problemi con quello," ribatte, piano.
Il diversivo non sembra funzionare, però - David neanche finge di credergli.
Si sporge in avanti, invece, con tutta l'intenzione di approfondire l'argomento. Di non lasciarlo cadere di nuovo.
"No?" sorride divertito.
Forse stava solo preparando questo momento, anche quando ha avvicinato per la prima volta la questione. Anche quando è sembrato che volesse lasciar cadere quelle domande. Impossibile non sospettarlo.
"No." Pausa. "Non… Non è quello, il problema," insiste Keith.
E sa di non essere più convincente ora di quanto non lo fosse stato pochi istanti prima, ma non riesce a trovare una forma di difesa più efficace. Perchè mentre distoglie lo sguardo per lanciare un'altra occhiata alla finestra di casa sa che non sfuggirà a quella conversazione finché non aprirà la portiera.
Sa che finché David continuerà a guardarlo, la portiera non riuscirà mai ad aprirla.
Che rimarrà inchiodato lì. Senza nascondigli.
Mordendosi il labbro, si sforza di respirare a fondo. Il più regolarmente possibile.
Ma non serve.
Perché quando l'uomo parla di nuovo, a voce più bassa, la vibrazione stessa di quella tonalità sembra scivolare fra i capelli. Sfiorare la nuca.
Renderlo ancora più debole.
E quando sussurra, in un soffio: "Meglio così," il sorriso è malizioso. Caldo.
Fin troppo vicino.
Keith se ne accorge solo in quel momento, che non è più soltanto la sua voce. Che le sue dita stanno davvero chiudendosi sul collo - che tracciano sulla pelle curve sinuose. Lente.
Fanno rabbrividire.
E le sue labbra sono già vicinissime - il suo sorriso sa di fumo e di vino. La pelle è calda, anche attraverso la stoffa della camicia - quasi bruciante.
Chinando appena il capo verso di lui, l'uomo gli appoggia l'altra mano sul fianco.
"Sarebbe stato un inconveniente piuttosto delicato, in caso contrario," mormora, affondandogli le dita tra i capelli. Guardandolo dritto negli occhi. Con una fermezza assoluta.
"Perché sto per baciarti, Keith," aggiunge. Pianissimo.
"E naturalmente," continua, mentre il suo fiato carezza le labbra. Mentre la destra scivola sotto l'orlo della stoffa. Sulla pelle. "Naturalmente, non farei mai qualcosa che non stai desiderando anche tu… Che non stai desiderando da tutta la sera. Con tutto te stesso…"
Chiudendo gli occhi, Keith indovina il contatto prima ancora che il bacio l'abbia davvero sfiorato. Per un attimo, riesce quasi ad immaginare che quel tocco diventi più profondo - che il cuore rallenti i battiti e diventi più equilibrato, più calmo. Che la bocca si schiuda e il calore delle mani dell'uomo scenda a coprire per intero la pelle - a calmare i brividi, e ad accenderne di nuovi.
Che il suo sapore insegni una leggerezza diversa - una pesantezza più vera.
Che il corpo impari a muoversi. A lasciarsi andare.
È soltanto un pensiero, però - sfumato come la nostalgia del mattino che ti ruba ad un sogno, impalpabile e quasi irreale.
Perché è sufficiente che le bocche si sfiorino, invece - che l'eccitazione improvvisamente concreta corra come una scarica di elettricità lungo la schiena - perché la realtà di quel che sta accadendo torni a piovergli addosso come una doccia gelata.
E si riaccende la finestra di casa, alle sue spalle, dove i suoi genitori stanno guardando qualche programma alla televisione. Si raddensa la realtà di quella serata, e la mostra, e l'imbarazzo e la cena.
Il ricordo della prima volta in cui si sono incontrati - la presenza di Raven al suo fianco e quegli occhi nerissimi già allora. Già allora magnetici.
La carezza appena abbozzata dello scorso pomeriggio.
Vivian.
Voltare la testa di lato è probabilmente più una reazione istintiva che una decisione cosciente: come un bisogno di mettere un minimo di distanza tra la consapevolezza e i brividi. Tra la bocca di David e quel che sta accadendo e quel che non deve accadere - e lui.
Sente la sorpresa dell'uomo nello sfregare delle sue labbra sulla pelle, però - nell'irrigidirsi dei muscoli del petto sotto le sue mani, quando il contatto appena abbozzato prende fermezza e si trasforma in forza.
In rifiuto.
Lasciando andare un respiro profondo, Keith stringe forte gli occhi - si tira lentamente indietro. "Non…" dice, con voce incerta. Quasi confusa. "È meglio di no. David."
Non si volta a guardarlo, però. Mancano il coraggio e forse anche la volontà di farlo - la capacità di osservare con distacco come lo scontro tra realtà e fantasia stia sfociando ancora una volta nella completa soppressione di ogni possibilità di crescita. Di ogni desiderio.
Del resto, la tensione è già abbastanza palpabile nell'aria. Non c'è bisogno di sollevare gli occhi per accorgersi che il calore bruciante di pochi istanti prima è già stato sostituito da altro - è sufficiente notare l'immobilità quasi improvvisa delle sue mani. Del suo corpo.
E passano interi secondi, poi, prima che il tempo torni a scorrere.
Prima che la stretta si sciolga, lentamente, e David torni a voltare il busto in avanti.
A premere le spalle sullo schienale del sedile. Ad inspirare, piano.
Non dice niente.
Serra i pugni sul volante, soltanto, e le vene si definiscono sul dorso delle mani come quando cambia marcia. Come quando c'è uno sforzo da compiere, o qualcosa da trattenere.
Frustrazione, forse.
Forse rabbia.
"Bene," scandisce infine, schiarendosi la voce.
Inspirando, tenta una specie di sorriso nervoso.
"Lasciami indovinare. Scommetto che non sei il tipo…"
E Keith avrebbe mille possibili risposte - mille spiegazioni. Parole già organizzate nella mente, frasi già perfettamente formate: per una volta, nessuna incertezza. Nessuno stand by.
Potrebbe dirgli di Vivian, del sollievo di vedere i suoi occhi farsi sempre più chiari, man mano che passavano i mesi. Potrebbe dirgli del suo sorriso e di tutte le cose che gli ha raccontato - di tutte le cose che lui ha pensato ascoltandolo.
Potrebbe dirgli che sarebbe un tradimento anche se fosse stato Vivian stesso, a chiedergli di baciarlo. E potrebbe dirgli che lui non sa farle, certe cose - che sono troppo pericolose. Che fanno troppo male.
Che non c'è ragione.
Che in fondo è anche giusto così. Va anche bene.
Ma in realtà tutte quelle spiegazioni significano poco, in quel momento, quando ha appena voltato la testa per sfuggire al bacio che da sempre ha sognato. Quando siede nel buio, in quell'auto, e la nostalgia è già così forte da offuscare anche l'imbarazzo. Ma non abbastanza da convincerlo a sporgersi in avanti. E provare.
Perché forse è davvero soltanto una, la risposta possibile. Una la verità da accettare.
Non sei il tipo.
Né di andare a vedere una mostra né di lasciarsi invitare ad una cena. Né di finire la serata in discoteca né di concluderla in auto, sotto casa. Il tipo che si lascia toccare.
Che si lascia vivere. Baciare.
Ed la croce che ti porti dietro da sempre - l'ostacolo che nessuna delle tue frustrazioni ti potrà mai aiutare a scavalcare. Il meccanismo che soffoca ogni istinto, ogni anelito, e che ti fa precipitare a terra prima ancora di aver iniziato il volo. Per evitare ammaccature troppo dolorose, forse.
Forse, per sfuggire al destino e alle sue ferite.
Ma quando la portiera dell'auto scatta, nel silenzio, e Keith sente l'aria colpire la pelle e mormora: "Mi dispiace", sa che non c'è salvezza, nella direzione in cui si sta incamminando.
Non c'è rifugio, né razionalità, né coraggio.
Soltanto una distesa asettica e un po' piatta - costruita perfettamente su leggi indistruttibili, ma del tutto incapace di aprirsi alla vita.
Incapace di resistere alla pressione del mondo.
E forse, dopo tutto, anche di proteggerlo davvero.







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