Feb. 4th, 2011

CAPITOLO 98

Feb. 4th, 2011 09:40 pm
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98
Carlos - Materia inerte





Carlos non aveva idea di cosa fosse il disgusto fisico, prima di trovarsi seduto in tribunale al fianco di Holmes.
Credeva di aver provato qualcosa di molto simile nel bagno del Queer - quando aveva avuto la brillante pensata di verificare la propria sessualità con il primo esemplare maschile che gli era capitato sotto mano - ma Holmes vanificava ogni esperienza precedente: il malessere che instillava era una reazione viscerale e non sembrava bastare una semplice doccia per lavarlo dalla pelle.
Se ne stava di fronte al giudice perfettamente composto, perfettamente elegante nel suo abito scuro; lo avresti detto un distinto signore di mezza età capitato in quell’udienza per caso, non fosse stato seduto nello spazio degli imputati, e l’aspetto più nauseante della faccenda era il divario intollerabile fra le accuse che gli venivano rivolte e quella sua sicurezza sfacciata – la certezza di uscirne pulito, probabilmente, o forse una punta di sfida dissimulata in espressioni distratte.
Carlos ricorderà per tutta la vita il momento in cui si era voltato, durante l’arringa del pubblico ministero, e aveva scoperto che il vecchio stava disegnando la griglia della battaglia navale nel suo blocco di pelle nera.
A volte arrivare alla fine dell’udienza era sembrato impossibile – a volte si era trovato sul punto di alzarsi in piedi e mollare lì tutto.
Sul suo declassamento ad assistente pro forma si era disperato per mesi, eppure adesso sembrava impossibile non chiedersi cosa ne sarebbe stato di lui se le cose fossero andate in maniera diversa: di fatto rivestiva poco più che il ruolo di tappezzeria, in quel processo, e anche così aveva problemi a mangiare, problemi a dormire. Problemi a contenere il numero di sigarette fumate nella giornata o a farsi venire in mente una qualunque ragione per cui uscire la sera.
Non si trattava soltanto di stanchezza fisica – era l’impulso a mancare.
Lo sradicamento dalla leggerezza dei vent’anni, forse – quella nausea costante e la sensazione di aver perso completamente di vista ogni obiettivo.
Poi Raven era scomparso – era successo nel fine settimana.
Aveva telefonato per avvertire che si sarebbe accampato per un po’ del suo amico regista e da allora Carlos non solo ne aveva perso le tracce ma aveva visto spezzarsi anche l’unico legame che ancora sembrava collegare la sua vita alla quotidianità più basilare.
Se quando c’era Raven poteva capitare di bere una birra insieme, scambiarsi qualche battuta distratta o lasciarsi coinvolgere in qualcuna delle sue infinite attività, adesso il silenzio rubava spessore anche ai gesti più automatici, invece, e perfino spogliarsi per mettersi a dormire era diventato superfluo. Perfino disfare le coperte, sfilarsi i jeans o togliere le scarpe. Aprire le finestre per far uscire il fumo.
Holmes lo seguiva fino a casa - era un odore impregnato addosso, il ripetersi continuo delle parole ascoltate in aula e la moviola incessante di ogni fotogramma del processo. Il sospetto che Hamilton avesse ragione, quando diceva che lui non era adatto per quel tipo di lavoro. Quando gli consigliava di lasciar perdere, dedicarsi ai documentari naturalistici.
E allo stesso tempo era l’assurdità incomprensibile di certe situazioni: assistere alla più crudele delle arringhe difensive e scoprire David abbandonato sul divano dello spogliatoio, dopo – testa rovesciata all’indietro e la stanchezza segnata in ogni ruga della fronte. La sua mano posata sulla spalla, nel momento esatto in cui lui stava per scappare dall’aula – la stretta delle dita sui muscoli. Sui nervi.
E il suo sguardo fisso sulla giuria, intanto – come se quel gesto neanche gli appartenesse. Come se a malapena ne fosse consapevole.
Non c’era una logica.
Ma la verità è che niente rispondeva ad una qualche razionalità da molto tempo – che quel caso aveva rappresentato fin dall’inizio il tracollo di ogni coerenza e che anche i ruoli sembravano definirsi ormai nel solo confondersi di istanze contraddittorie e inconciliabili: ragazzini che apparivano già adulti, il cattivo con l’aspetto di un bonario nonnetto. La voglia di fuggire e la determinazione a restare – Hamilton che sferrava colpi mortali. Hamilton che dribblava i giornalisti, poi, senza preoccuparsi di raccogliere i frutti dei suoi trionfi né di sottolinearne l’importanza.
“Temo di aver dimenticato i documenti in ufficio,” gli aveva annunciato Carlos, aspettandosi la più terribile delle reazioni. Quasi percependola sulla pelle, l’onda d’urto di un’esplosione in arrivo. “Dovremmo chiedere del tempo per scaricarli dal web, mi spiace.”
Ma David si era limitato ad annuire, facendogli semplicemente cenno di mettersi al lavoro.
“Facciamoci bastare cinque minuti,” aveva detto soltanto, prima di entrare in aula.
E anche quello era straniante: l’incongruenza con le abitudini di sempre. Il trovarsi spiazzato di continuo e l’incapacità di cogliere i meccanismi di una realtà schizofrenica – comportamenti che non si lasciavano decifrare.
Anche esser passato da quel quartiere non ha senso – Carlos stava riportando l’auto allo studio legale e non c’era ragione per allungare il percorso fino a casa di Vivian. Non c’era motivo per fermarsi al lato della strada, spegnere il motore e aspettare lì immobile che la notte si facesse più profonda. Che il pacchetto di sigarette si svuotasse in una nebbia di fumo fitto e lo sguardo si ancorasse sulla prospettiva di un palazzo popolare. Di un portone chiuso.
Che cosa si aspetti non saprebbe dirlo, da quella situazione.
Quando è arrivato i negozi avevano i bandoni ancora alzati, la gente percorreva i marciapiedi e il traffico dell’ora di punta rallentava la corsa delle macchine.
Adesso la carreggiata è deserta, invece, i lampioni si sono accesi da un pezzo e la radio ha già passato il notiziario della sera. Ha trasmesso almeno una ventina di canzoni con dedica, mentre lui ruotava distrattamente il braccialetto intorno al polso.
E se anche Vivian comparisse all’orizzonte non porterebbe il sollievo di un’attesa conclusa quanto piuttosto il malessere ormai familiare di guardarlo vivere a distanza – una distanza soltanto più ravvicinata. Più dolorosa, certamente.
Forse guardarlo sparire dietro una porta farebbe male come quella sera al Queer o forse sarebbe la consapevolezza che per raggiungerlo potrebbe bastare qualche passo a farlo apparire ancora più lontano. Forse l’immagine fuggirebbe subito perché la vertigine farebbe chiudere gli occhi e mancherebbe la forza di riaprirli, dopo.
Ha immaginato di baciarlo spesso, ultimamente – in certe notti gli serrava la gola fra le mani mentre in altre si lasciava semplicemente sfiorare dalle sue labbra e poteva essere dolce, a volte violento. A era frenetico e a volte così lento da impazzire.
Eppure non è stato quel tipo di impulso a spingerlo fin lì, stasera - perfino la voglia disperata di toccare il suo corpo sembra qualcosa di razionale se paragonata al bisogno impellente di assicurarsi che sia integro – che non abbia cambiato volto e che i suoi capelli siano sempre biondi. Che non ci siano cicatrici aperte, sui suoi polsi.
Carlos inspira, socchiudendo le palpebre.
Può ancora vedere le foto della ragazzina suicida, nella notte – aveva solo due anni meno di Vivian quando le mani di un adulto si sono trasformate in rasoi e le hanno reciso le vene.
Il suo cadavere fissava lo schermo con occhi troppo chiari - forse la loro fissità non era più cambiata dal giorno del suo decimo compleanno e forse era questo a spaventare così tanto.
Questo, e le parole della madre.
“Nessuno riconosceva più mia figlia: aveva cambiato i lineamenti, il sorriso era diverso. Era cambiato lo sguardo, e l’espressione.”
Quando Raven gli aveva detto che Vivian stava uscendo con una persona più grande, Carlos non aveva voluto sapere altro: era mancata la forza per affrontare una realtà tanto scomoda, era mancato il coraggio e la determinazione.
Durante le ultime sere soltanto la discrezione lo aveva trattenuto dall’afferrare il telefono, invece, per raggiungere l’amico ovunque si fosse nascosto - pregarlo di indagare. Che tipo di persona potrebbe essere, questo tizio, che vita conduce?
E cosa cerca da un ragazzino – quanto prende?
In che modo?
Sarebbe stato comunque inutile – Raven non avrebbe mai messo il naso nella vita di Vivian senza il suo consenso e in ogni caso a lui non sarebbero bastate informazioni di terza mano.
Continuavano a disegnarsi nella mente gli scenari soliti: discoteche, auto parcheggiate nell’ombra e strade deserte. Vicoli bui.
Eppure forse il pericolo vero frequenta locali esclusivi, alberghi a cinque stelle e i quartieri eleganti della collina. Forse non ci sono mai stati neppure incontri clandestini, fra lui e Vivian – magari il tizio ha già preso possesso della sua quotidianità e della sua fiducia. Della sua casa.
Da troppo tempo non c’è più neanche Björn, a vigilare quel minimo.
Da troppo tempo il bisogno di sapere è diventato insostenibile - un pensiero costante, come una premonizione. Un malessere sotterraneo.
Raddrizzando la schiena di scatto, Carlos si sporge in avanti.
Non si aspettava davvero di trovarle per strada, tutte le risposte – la speranza era solo di riuscire a scorgere Vivian e sopravvivere al vuoto d’aria, magari. Seguirlo con gli occhi lungo il marciapiede e vederlo sparire dietro l’angolo. Nient’altro.
Quando la sua figura compare in lontananza il cuore perde un battito, però, e non si tratta di emozione né di nostalgia. Solo incredulità, in un primo momento – le categorie mentali che crollano di colpo e l’incapacità di processare una realtà inaspettata. La sorpresa.
L’attimo successivo non resta che rabbia – sangue che gonfia le vene e i pugni serrati fino a sbiancare le nocche. Tutto il veleno di Holmes sulla lingua – tutto il disgusto.
Lui potrebbe avere qualunque età.
Potrebbe avere cinquant’anni, da quella prospettiva – barba curata e un abbigliamento tanto sobrio quanto anonimo. L’aria da perfetto padre di famiglia, l’aspetto innocuo.
L’imputato perfetto.
Però stavolta ha un braccio avvolto intorno ai fianchi della sua vittima e la tira verso di sé, quando dice qualcosa. Gli scosta i capelli dalla fronte quando ride - potrebbe baciarla per strada. Da un momento all’altro.
E lo scatto squarcia il tessuto dei muscoli – la mano aggancia la maniglia della portiera.
Carlos attraversa la strada fra i clacson delle macchine, afferra la maglietta di Vivian. Spinge indietro il vecchio, bruscamente. Un colpo in pieno petto.
“Quindi, mh? Quindi?”
Lo spinge ancora.
Non è particolarmente affascinante, non ha nulla di speciale. Non ha neanche le palle per reagire quando si ritrova spalle al muro e Carlos gli preme il pugno chiuso contro la guancia, battendo sull’osso.
“Quindi ti piace scoparti i ragazzini, quelli che hanno l’età di tuo figlio magari! Quelli che ti fanno sentire onnipotente - un vecchio porco onnipotente, giusto?”
“Carlos?”
La voce di Vivian arriva incredula, da dietro – il tizio tiene gli occhi fissi dentro i suoi e lui gli spinge le nocche con più forza contro la mascella.
Pinche cabrón, verme schifoso!”
Ha voglia di vomitare.
Basterebbe un niente per arrivare a colpirlo – un lembo di pelle scoperto sotto i bottoni della camicia o il deglutire lento della gola.
Basterebbe anche soltanto la percezione della sua barba sul dorso della mano, se non fosse che intanto Vivian ha iniziato ad agitarsi, alle sue spalle, cercando di tirarlo indietro e strattonandogli la giacca. Intimandogli di lasciare quell’uomo, urlandogli addosso.
"Che stai facendo, Herrera, ti sei rincoglionito del tutto?”
“Sta’ zitto, cazzo!”
“Zitto? Tu spunti dal nulla e aggredisci Albert e io devo stare zitto?”
“Oh, Albert!” Sbuffando in una risata rabbiosa, Carlos afferra il polso ragazzino. “Che fottutissimo nome di merda,” sibila poi, puntando l’indice al petto del tizio. “Sorpassato e insignificante come te, ti sta d’incanto!”
“Ma che cazzo ti salta in testa, me lo spieghi?”
È diventato fin troppo facile, per Vivian, liberarsi dalla stretta delle sue braccia: dosare la forza è qualcosa di istintivo – nessuna presa affonda più nella carne ed è la paura di lasciargli lividi a fare in modo che il ragazzino riesca finalmente a intrufolarsi fra lui e l’uomo.
“Cos’è, hai deciso di portare l’omofobia a un nuovo livello?” sibila, mentre Carlos si ritrova premuto contro il suo corpo senza neanche sapere come. Senza avere il tempo di prepararsi, alzare le difese. Per un attimo, è come cadere.
Scendere in apnea, sentirsi gelare. Bruciare.
E ha gli stessi occhi di sempre, Vivian - se un cambiamento c’è stato si è cristallizzato nel gelo solito, quello che lui conosce fin troppo bene. Quello che col tempo ha imparato perfino a desiderare, in mancanza d’altro.
“Togliti,” dice, deglutendo.
Ma l’altro assottiglia le palpebre - probabilmente risponderebbe anche qualcosa di poco piacevole se l’uomo non gli posasse una mano sulla spalla, da dietro.
“Vivian,” mormora, con la cautela propria dei più ignobili vigliacchi.
“Tu stanne fuori, Albert!” viene l’intimazione, corredata da un’occhiata furibonda. “Non c’entri un cazzo, in questa storia. Non cominciare neanche.”
Ed è una soddisfazione illogica, vederlo reagire in quel modo: sapere di aver messo lui e il suo patetico amante l’uno contro l’altro, quanto meno – accorgersi che comunque sa tenergli testa e non è ancora del tutto perso.
Carlos è sempre stato sinceramente fiero di come Vivian sappia mettere a tacere tutti, quando vuole. Non ricorda di avergli mai detto nulla del genere, però, e non ricorda di avergli mai dimostrato la sua stima in nessun caso.
Più facile insultarlo, rispondere al veleno con il veleno. Più comodo pensarlo un moccioso sfrontato, uno stronzetto.
Adesso quasi sussulta, quando l’attenzione del ragazzino torna a concentrarsi su di lui.
“Non sopporti più neanche di vedermi camminare per strada, adesso?” gli sta sibilando, a voce appena più bassa. “Che cazzo vieni a fare da queste parti, lo sai benissimo che vivo qui.”
“Ma non sapevo che le tue abitudini si fossero evolute,” risponde lui, con più cattiveria di quanta avesse previsto. Come se il fatto di parlargli di fronte a quell’uomo fosse già un tradimento, da parte di Vivian - come se almeno i litigi dovessero restare faccende private.
Cose soltanto loro.
Scrolla la testa, gettando un’occhiata al tizio: “Te li porti a casa, adesso, fai anche da badante ai nonnetti?”
Non avrebbe mai voluto che la serata si concludesse in quel modo – quando aveva deviato il suo percorso per addentrarsi nei territori di Vivian non intendeva cercare un contatto con lui e tanto meno immaginava che avrebbe finito per litigarci: nel bagno del Queer aveva giurato a se stesso che se si fossero incontrati un’altra volta gli avrebbe sorriso e che gli avrebbe parlato gentilmente se lui lo avesse provocato.
Domandargli scusa sarebbe stato inutile e tutto il male che si sono fatti negli ultimi mesi non è cosa che si possa risolvere a parole. Non basterebbe un’intera vita, forse.
Però avrebbe vinto la paura di trovarselo di fronte, avrebbe cercato di guardarlo negli occhi solo per fargli capire che quella fase almeno era superata - almeno da parte sua. Che tutti gli insulti passati nascondevano difese vigliacche - falsità alle quali lui per primo non ha mai creduto davvero.
A volte se lo è domandato seriamente se sia possibile convogliare la sincerità in uno sguardo. Invece adesso è lì, schiacciato su quel marciapiede dal terrore e dalla frustrazione - da quel veleno che somiglia a gelosia e che pure si nutre principalmente della necessità di proteggere Vivian, del bisogno disperato di stabilire una connessione di qualunque tipo.
Ed è come ritrovarsi all’inizio del solito percorso circolare – aver camminato fino allo stremo solo per scorgere gli orizzonti di sempre in lontananza.
"Beh, almeno i nonnetti hanno una loro esperienza,” sibila il ragazzino, affilando il sorriso. “Non vengono appena glielo prendi in bocca, come certi ventenni…"
È il meccanismo solito – non c’è ragione perché faccia sgranare gli occhi e colpisca in pieno petto con quella forza. Non c’è motivo per sentirsi ferito quando l’emotività è già così impegnata a processare la colpa di aver ferito a sua volta – di aver tradito ogni proposito e di riscoprirsi nuovamente impotente di fronte all’impulso contraddittorio di prenderlo a schiaffi o di baciarlo. Odiarlo o amarlo.
Eppure resta solo amarezza quando Vivian torna ad allacciare il braccio alla vita del suo amante per spingerlo lungo il marciapiede – un’ultima occhiata, fredda, e Carlos pensa che potrebbe gridargli ti amo lì per strada se solo servisse a strapparlo dalle mani di quell’uomo. Pensa che il corpo potrebbe diventare materia inerte mentre li guarda entrare entrambi dentro il portone – il ragazzino dietro. L’altro davanti.
E il vuoto strozza la gola in una morsa – le parole ingoiate piombano nello stomaco come bocconi amari. Come pietre.
Dopo, scatta la sirena di un antifurto. Scatta la serratura del portone, in lontananza.
E anche quell’occasione diventa materia inerte – un altro dolore e un’altra rabbia.






Buffo dove può arrivare a condurti un’auto, dopo la mezzanotte.
Strano – perché se parcheggiare sotto casa di Jude pareva assurdo quando Raven era alla guida, adesso che Carlos è da solo sembra addirittura improbabile infilarsi nell’unico spazio libero e scendere davvero, chiudersi alle spalle la portiera. Muovere passi rapidi sul marciapiede, con il cielo scuro sopra la testa e la cornice elaborata di palazzi signorili tutto intorno. Una scenografia aliena.
Gli è sempre risultato difficile capire le basi di un legame tanto profondo – Jude non è altro che un figlio di papà, non ha sgobbato una vita per comprarsi l’elegante appartamento in cui vive e non deve dannarsi l’anima per guadagnare uno stipendio a fine mese. Non occorre neanche che si preoccupi della carriera, gli basta declinare il suo cognome negli ambienti in cui è nato per vedersi aprire ogni porta.
Eppure se cerchi Raven devi necessariamente passare di lì: puoi trovarlo sul divano o nel suo letto - puoi fregartene dell’ora, anche, perché tanto Jude lavora solo quando è ispirato e si alza quasi sempre a mezzogiorno, la mattina.
E se il fastidio è lo stesso di sempre e il mistero di cosa ci veda Raven in un tipo come quello non ha ancora trovato risposta, stasera è l’urgenza di altre preoccupazioni che sconsiglia a Carlos di indulgere in atteggiamenti troppo schizzinosi: il cellulare dell’amico continua a risultare spento e le finestre di Jude sono illuminate - la scelta è obbligata.
Suonare il campanello.
Alla fine cosa può succedere di peggio dopo una giornata in tribunale e un incontro ravvicinato con il rammollito che in questo momento si starà sicuramente scopando Vivian - che Jude lo mandi affanculo?
Sopravviverà.
Dopo aver visto quell’uomo potrebbe sopravvivere a tutto, ormai - vuole solo sapere chi sia e assicurarsi che non abbia precedenti penali, capire. Perché.
“Jude, sono Carlos,” esclama nel citofono, quando la voce del ragazzo scivola nelle orecchie con un suono metallico.
“Carlos?”
“Herrera,” si sente in dovere di specificare, anche se giurerebbe che la sorpresa sia dovuta proprio al fatto che l’altro lo abbia riconosciuto piuttosto che all’ipotesi contraria.
Però la serratura scatta subito, si accende la luce.
“D’accordo, Sali.”
E lui sale in fretta, due gradini alla volta – il pugno saldamente agganciato al corrimano e neanche la forza di sperare che se Raven è lì almeno non compaia sulla porta in accappatoio o non sbuchi dalla camera da letto mezzo nudo, i capelli sciolti. Il sorrisetto compiaciuto dei suoi momenti migliori, sulle labbra.
Le ha sempre detestate, certe situazioni.
Eppure quel pensiero non è che un disturbo confuso, qualcosa di marginale che non rallenta la corsa e non stempera l’urgenza di necessità più pressanti.
Ha il fiato corto, quando arriva all’ultimo piano: Jude lo aspetta in piedi sulla soglia – neanche lui è mezzo nudo, per fortuna, e Carlos può concentrarsi sul fatto che al di là dell’aspetto assonnato sembri nascondere più che altro la tensione di un allarme confuso, nella postura delle spalle.
In realtà gli dispiacerebbe, se lo avesse spaventato.
Non ha mai nutrito per lui una simpatia particolare, ma non è comunque il tipo da disturbare gli altri a notte fonda senza sentirsi almeno un po’ in colpa.
“Scusa se ti piombo in casa a quest’ora,” dice quindi, mentre Jude si scosta dalla porta per lasciarlo entrare e lo sguardo corre in fretta in direzione del divano – in direzione della camera, più discretamente.
“Non stavi dormendo, vero?”
“No, ma non mi aspettavo di vederti.”
“Lo immagino, naturale…”
“È successo qualcosa?” domanda subito l’altro, costringendolo a sollevare le mani in un gesto il più possibile tranquillizzante.
“Nulla, stavo solo cercando Raven. Aveva detto che si sarebbe trasferito qualche giorno da un amico ma è dallo scorso fine settimana che non lo sento - devo parlargli. Al cellulare non risponde.”
“E sei venuto a cercarlo qui?”
La risata ironica suona del tutto fuori luogo, in quel contesto – Carlos inarca le sopracciglia ma l’istante successivo ha già bloccato i movimenti.
L’amico regista! – pensa. Cazzo.
Non puoi mai sapere quanto amici siano, gli amici di Raven, e in ogni caso non c’è mai da giurare che siano anche altrettanto amici di Jude. Personalmente ci ha sempre capito poco, in quella faccenda.
“Merda. Mi spiace, non volevo…”
“Non siamo in un bel periodo, io e Raven,” risponde Jude, mentre lui tossicchia imbarazzato e si domanda per quale ragione debba sempre ridursi a fare gaffe del genere, anche quando ne farebbe volentieri a meno. Anche quando ha tutt’altro, per la testa, e gli ci manca solo di doversi preoccupare anche degli intrallazzi di Raven.
“Facile che il cellulare sia spento perché non vuole correre il rischio che io gli telefoni. Non ti aveva detto niente?” continua l’altro.
“No, mi dispiace…”
“Non è un problema.”
Fra l’altro Jude gli è sempre risultato indecifrabile, nei suoi comportamenti – anche adesso non saprebbe valutare se stia minimizzando o meno. Forse è per il modo distratto con cui scrolla nelle spalle, forse è che se ne sta seduto in poltrona con quell’aria un po’ indolente e un po’ annoiata - hai quasi l’impressione che se gli cadesse in testa l’universo si limiterebbe semplicemente a scostarsi di un passo.
Però quando Carlos lo vede alzare il mento in direzione del divano accetta il suo invito anche se non sa spiegarsi perché lo stia facendo - si siede sul bordo del cuscino, gambe aperte e tacchi saldamente ancorati per terra. Punta i gomiti sulle ginocchia, in attesa.
E quando lo sente domandare, finalmente: “Come mai cercavi Raven?” è quasi un sollievo trovarsi a rispondergli: “Ho visto il tizio di Vivian, neanche un’ora fa.” Aggiungere, scrollando la testa: “L’ho quasi preso a pugni.”
Probabilmente sarebbe esploso se non ne avesse parlato con qualcuno e se ne rende conto mentre l’altro solleva la testa – mentre lo osserva in silenzio, incuriosito nella maniera distratta con cui sembra affrontare qualsiasi cosa, stasera.
“Il tizio di Vivian?” ripete, stupito.
“Non hai idea, è un vecchio rimbambito!” esclama lui, tirandosi in piedi e iniziando a camminare su e giù per la stanza. Spingendosi indietro i capelli, assestando un calcio istintivo alla gamba del tavolo.
Ormai gli importa ben poco di quanto surreale possa sembrare la situazione – lascia perdere perfino le scuse, quando realizza che ha appena infierito contro un mobile che costerà almeno quanto il suo intero guardaroba.
“Non che mi aspettassi nulla di confortante, trattandosi di Vivian, ma quel tizio è davvero quanto di più viscido strisci sulla faccia della terra – è un mollusco, avrei potuto massacrarlo di botte e non avrebbe avuto neppure le palle per reagire! Nel senso, che ne sapeva? Potevo essere un folle, un maniaco. Chiunque. Potevo caricarmi Vivian sulle spalle e portarmelo in macchina e fargli qualunque cosa. Non avrebbe alzato un dito, capisci? Un invertebrato!”
Sfilandosi la giacca, la lancia sul divano con un gesto rabbioso.
“Ma poi. Osceno,” aggiunge, in uno sbuffo. “Non so da che generazione venisse, scommetterei comunque che ci sarebbe da risalire molto indietro nel tempo. Per quanto mi riguarda potrebbe benissimo trattarsi di un sopravvissuto dell’ultima glaciazione!”
“Sei sicuro che fosse il tizio di Vivian?”
“Di certo non era suo nonno,” risponde, in una risata caustica. “E non perché l’età non ci fosse, ma Vivian giura che abbia una resistenza leggendaria e certe cose non le racconti ai nipotini come fossero favole, ti pare? Devi averle sperimentate di persona. Per forza.”
E tace di colpo perché la figura di Holmes aderisce alle parole con una perfezione agghiacciante – perché è stanco di quell’immagine, stanco della nausea che porta e dell’orrore di finire sempre per collegarla a Vivian, in un modo o nell’altro.
“Cazzo…” esclama.
È sfinito anche fisicamente, eppure basta il pensiero che Vivian possa essere a letto con quell’uomo per chiudergli lo stomaco e tendergli i nervi. Per fargli venir voglia di spaccare qualcosa, sferrare un pugno contro il muro.
Jude, di fronte a lui, non pare altrettanto coinvolto.
“Vivian non ha mai parlato molto, di questo tizio,” dice, allungando il braccio per offrirgli una sigaretta. Carlos si accerta che sia di produzione industriale, prima di decidersi a prenderla. “Dal poco che ha detto non mi immaginavo certo un vecchietto, però.”
“Il poco che ha detto sarebbe?” domanda.
Una scrollata di spalle, da parte dell’altro.
“Non so. Da come ne parlava pensavo che fosse il classico tipo che fa perdere la testa a lui - adulto, forse, ma… Affascinante. Figo, sicuramente. Probabilmente un po’ stronzo, se si guarda agli esempi passati, ma non proprio patetico…”
“Sai cosa sembrava?” esclama lui, aspirando il fumo come se dovesse polverizzare la sigaretta. “Uno strizzacervelli,” sbuffa. “Uno di quegli psichiatri con la pipa in bocca che ti domandi se non siano imbalsamati – quelli che non battono ciglio neanche se gli accoltelli tutta la famiglia davanti agli occhi. Presente?”
“Più o meno…”
“Cazzo. Non gli passerà mica…” Carlos si interrompe, deglutendo. “Non gli passerà mica della droga?”
“Herrera, so che ti sembrerà impossibile,” scandisce Jude, in un sospiro rassegnato. “Ma Vivian sta meglio, in questo periodo. Chiunque sia quel tipo non gli sta facendo del male, e sicuramente non gli vende roba strana. Cerca di calmarti.”
Si massaggia le tempie, poi – è quasi agghiacciante accorgersi di come in certi momenti abbia la stessa gestualità di Raven.
“Dov’è che li hai visti, comunque? In qualche locale?”
“Locale?” Scrollando la testa, lui lascia andare le braccia lungo i fianchi. “Stavano salendo in casa, amico: in casa di Vivian, mano nella mano!”
“In casa di Vivian?”
“Matusalemme aveva addirittura le chiavi, è stato lui ad aprire il portone! Penso veramente che sia riuscito a plagiarlo, per questo devo parlare con Raven. È una cosa gravissima, bisogna assolutamente fare qualcosa. Vivian è in pericolo, capisci?”
“Herrera.”
Ha lo sguardo meno assonnato, Jude – Carlos non saprebbe dire quando sia passato dallo stato di semi incoscienza a quell’attenzione vigile, non saprebbe identificare il momento in cui si è sporto in avanti aggrottando le sopracciglia, decidendosi finalmente a collegare se stesso al mondo dei vivi. Alla situazione.
È quasi destabilizzante, d’improvviso, ritrovarsi i suoi occhi addosso: d’istinto ferma i passi – la sigaretta sospesa a mezz’aria. Il sangue piomba ai piedi, di colpo, come se dovesse succedere qualcosa di terribile da un momento all’altro.
“Herrera, tu sei proprio sicuro che non si trattasse di Albert?” lo sente domandare, e si ritrova a sbattere le ciglia senza capire. Senza neanche focalizzare quel nome, in un primo momento.
“Albert?” ripete, a mezza voce.
Subito dopo annuisce, però – sbuffa in una risata rabbiosa.
“Albert, sì: si chiamava esattamente Albert!” esclama, avvicinandosi quasi con urgenza. “Lo conosci, quindi? Perché non me l’hai detto prima, ti sei del tutto rincoglionito?”
“Rincoglionito io? Maledizione, Carlos, sei l’unica persona al mondo che dopo aver visto Albert può anche solo sospettare che abbia una tresca con Vivian! Cioè, stiamo parlando di un tizio che ha praticamente la fobia, dei ragazzini – un tizio che ha detto di no a Raven con la scusa che era troppo giovane quando c’erano tipo cinque anni di differenza tra di loro. Un tizio il cui uomo ideale è un ex giocatore di football alto due metri, un tizio che Björn ha appioppato a Vivian perché gli facesse da cane da guardia e lo mandasse fuori di testa controllando ogni sua minima mossa – lo zio del suo migliore amico! Albert!”
“Ma di cosa stai parlando?” balbetta Carlos.
Non capisce.
E non capisce che cosa c’entrino il football e i cani da guardia – è talmente inaspettata, quella dichiarazione, che le parole faticano a disegnare un significato o a incastrarsi nella sequenza logica di deduzioni ormai consolidate.
Sul momento il primo pensiero è che Jude sia impazzito – non gli sembrerebbe neanche troppo strano, visto il soggetto.
“Sto parlando del fatto che il vecchietto che nella tua versione allucinata dei fatti si scopa Vivian è in realtà il tipo che bada a lui mentre Björn è a New York. Lo zio di Keith,” viene però il chiarimento, e lui torna a sbattere le palpebre. “Amico di famiglia. E assolutamente non interessato a portarsi a letto un ragazzino fragile su cui ha una qualche autorità – cioè, ma come ti è saltato in mente? Cosa potevano star facendo per farti pensare una cazzata simile, si sorridevano? Si tenevano per mano?”
“Zio di Keith?”
“Eh.”
“Ma è stato Vivian a dire che avevano una storia - quella faccenda della resistenza, sai, e tutto il resto…”
“Calcolando quanto Vivian è incazzato con te, sei fortunato che non te l’abbia presentato come suo cliente, Herrera…” sbuffa l’altro, mentre il cervello sistema pian piano ogni particolare in quella nuova prospettiva e il sollievo preme in gola senza tuttavia riuscire a sciogliersi.
Senza osare.
È l’abitudine alla delusione che non concede di abbandonarsi a soluzioni troppo tranquillizzanti - l’incapacità di credere che Vivian gli abbia mentito così, anche, guardandolo dritto negli occhi. Come fosse una vendetta – una rivincita.
“Ma il tizio…”
Carlos inspira, sentendo le tempie pulsare.
“Il tizio non ha smentito affatto - non ha detto niente, capisci? Stavo per prenderlo a pugni!”
“Albert tende a restare imperturbabile, nelle situazioni di crisi,” ammette Jude, come se fosse la cosa più normale del mondo. “Non si mette in mezzo, se non vi viene tirato a forza. Avrà pensato che fosse una questione tra te e Vivian…”
“E si sarebbe lasciato fracassare la mascella???”
Non riesce a convincersi – forse non può farlo. Non vuole.
Il problema è che aveva dimenticato quali vertici di durezza avesse raggiunto, il rancore di Vivian – ogni volta che gli riserva certi sguardi sembra impossibile perfino respirare eppure basta un lasso di tempo minimo perché i ricordi peggiori vengano offuscati da altri più antichi e più caldi, perché lui riprenda a sentire una vicinanza che probabilmente non esiste più da un pezzo.
O magari si tratta di paura – gelosia, anche.
Il lento logorio di non sapere più niente della sua vita e di non poterlo proteggere in nessun modo, neanche precipitandosi a raccattarlo in qualche parcheggio nel cuore della notte. Neanche urlandogli addosso.
Se un tempo assistere alle sue nottate era un incubo, adesso l’incubo è diventato immaginarle.
“Cazzo,” esala, lasciandosi andare contro la spalliera del divano.
Si passa la mano sulla fronte, poi, tirando indietro i capelli chiude gli occhi e cerca di calmarsi.
Di ragionare.
“Cazzo,” ripete, ma per esser del tutto sicuro domanda ancora, serissimo: “Dici che non sono amanti, quindi?”
Jude sospira, ruotando gli occhi al cielo.
“Se vuoi posso farti vedere la foto del suo ex, così giudichi da solo quanto Vivian sia lontano dal suo tipo ideale…”
“No, no. Grazie,” risponde - che l’idea di mettersi a sfogliare le foto di famiglia di quel tizio gli sembra ancora più grottesca della situazione in sé.
La sola cosa su cui riesce a concentrare l’attenzione è la figura da idiota che deve aver fatto agli occhi di Vivian e il sollievo, dall’altro lato – il sollievo che finalmente riesce a sciogliere i nervi. Imbarazzo e benessere, un miscuglio strano.
La stanchezza che inizia a farsi sentire sulle palpebre, nelle ossa.
“E il tizio vero, invece?” domanda subito dopo, sforzandosi di non pensare al disagio e all’imbarazzo. Distogliendo gli occhi si alza in piedi ancora una volta, si schiarisce la gola. “Di quello non sai niente, ne sei certo?”
“Niente di più di quel che ti ho detto.” Una scrollata di spalle – Jude è tornato ad accomodarsi nella sua poltrona e Carlos gli lancia un’occhiata cauta, come ad assicurarsi che non stia trattenendo la voglia di ridergli dietro.
Non che gli importerebbe granché, in ogni caso. Gli basta solo sapere che Vivian non sta scopando con quel tipo, che almeno per stasera si trova al sicuro. Con un cane da guardia alle costole, a quanto pare.
“Non so neanche quanto sia seria, la cosa – sinceramente, Vivian non mi ha dato l’idea di esserne innamorato,” aggiunge Jude, mentre lui affonda le mani nelle tasche.
Nervosamente.
“Però sta meglio, ha smesso anche di fare cazzate a quanto ne so.”
E se da un lato quelle parole fanno male – se fa male l’idea che qualcun altro si prenda cura di Vivian al posto suo riuscendo perfino a trascinarlo fuori da una vita alla quale lui non ha mai saputo strapparlo – dall’altro lato c’è una gratitudine sincera verso quell’uomo, chiunque sia.
C’è la speranza che quella storia vada avanti, anche se la gelosia brucia lo stomaco. Anche se è doloroso.
Non ha mai pensato di poterlo avere per sé, Vivian - anche quando non c’era il rancore degli ultimi tempi, a dividerli, era comunque evidente che lui non gli sarebbe bastato. Non avrebbe cercato ragazzi diversi, altrimenti, non avrebbe speso così tante notti con altra gente.
E adesso che i loro rapporti sono così deteriorati sarebbe solo folle farsi illusioni – sarebbe inutile.
Eppure non sa evitare di pensarlo ancora come suo - il suo segreto, il suo incubo.
Il suo amante.
Perché poco dopo, mentre guida verso lo studio legale con la prospettiva di lasciare la macchina nel parcheggio, prendere la metropolitana e prepararsi a un’altra nottata di sigarette e birra – un’altra nottata di sonno che non viene – sa perfettamente che i pensieri prenderanno anche quella forma, che sarà fin troppo facile dimenticare di nuovo gli sguardi di quella sera e ricordarne altri, far scivolare la mano dentro i jeans. Lasciarsi andare. E convincersi anche che domani potrebbe trovare il coraggio di domandargli scusa, forse.
Magari.
Che lui, magari, potrebbe un giorno arrivare a perdonarlo.





























































































































































































































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