Jan. 13th, 2011

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96
David - Come sangue





Gettando la sigaretta dal finestrino, David sgancia distrattamente la cintura e spinge indietro i capelli – sistema il nodo della cravatta, il bavero della giacca. Recupera sigarette e cellulare.
È sera.
Ed è strano sentirsi addosso quella stanchezza selvatica – gettare un’occhiata al cancello della villa di Samuel e meditare di prendere un’altra strada, invece. Addentrarsi nel bosco, lasciando che rovi e sterpi si allaccino alle caviglie. Lasciando che il buio sbiadisca lentamente ogni sentiero e che la notte acuisca i sensi.
Non gli capitava da un pezzo – è anche vero che da un pezzo non parcheggiava di fronte a quella casa, del resto.
Ma è la prima volta che il bisogno di solitudine somiglia così tanto alla necessità di una tana - nascondersi agli occhi del mondo e sotterrare nel silenzio ogni parola detta o ascoltata.
Scrollarsi di dosso le immagini di un’aula gremita di gente, gli sguardi delle telecamere.
Gli sguardi delle ragazzine di Holmes, nascosti fra la folla.
Aveva pensato che non li avrebbe notati, David – che l’affluenza di così tante persone avrebbe confuso i ritratti in un unico quadro d’insieme. Invece bastava ruotare la testa per incontrare la fissità muta di quegli occhi – bastava spostare l’attenzione dalla giuria al suo cliente o seguire l’origine di un rumore improvviso. Il riflesso della luce.
Bastava un niente.
Quando era uscito dal tribunale il ragazzino biondo stava lì – lo avrebbe riconosciuto anche se la foto del suo volto non gli fosse apparsa sulla schermata del computer mesi prima. Anche se Cooper non gli avesse mai spedito quei file - indossava con troppo impaccio quell’abito di lana pettinata e aveva iridi troppo chiare, mani troppo grandi per un corpo non esile. Non magro.
Scheletrico, piuttosto.
Prosciugato.
Lui aveva distolto lo sguardo, si era infilato in macchina. Aveva acceso la musica e abbassato il finestrino, quasi di fretta.
Eppure pensare a Vivian era stato inevitabile – rivedere le proprie mani che gli scivolavano sulle cosce portandosi dietro la stoffa dura dei jeans. Il cotone dei boxer, la fibbia della cintura incastrata nel pollice.
Gli aveva lasciato il segno dei denti sul collo, quella prima sera - le volte successive aveva cercato il rilievo delle ossa assaggiandolo come faresti con un cibo esotico.
Qualcosa di proibito.
E per un attimo il ragazzino del tribunale aveva indossato il suo stesso corpo – lui era stato costretto ad accostare l’auto sul ciglio della strada, a premersi le mani sugli occhi.
Cercare le sigarette, con urgenza.
Forse era stato in quel momento che aveva maturato la decisione di parlare con Samuel o forse la Jaguar lo avrebbe portato al cancello della sua villa comunque – forse era lì che sarebbe dovuto tornare per toccare il fondo di quella fragilità maledetta e testare la propria forza una volta per tutte.
Però adesso sembra mancare l’energia necessaria ad affrontare un’altra prova – il corpo chiede riposo, la mente silenzio. E lui scende dalla macchina corrugando la fronte, socchiudendo le ciglia contro il cielo mentre richiude la portiera. Mentre infila il braccio fra le sbarre del cancello e intanto pensa alle infinite volte che ha aperto quella serratura, alle infinite volte che l’ha fatto per noia o per convinzione. O per sesso.
Mentirebbe, se non ammettesse che gli manca.
Non Samuel – Samuel è qualcosa che puoi lasciare in un angolo e ritrovare comunque nella rabbia o nella distrazione; fa parte della tua emotività e l’ha formata col tempo, e l’ha strutturata.
Ma manca la resa totale del suo corpo al tuo, il modo in cui aggrotta le sopracciglia per contenere il dolore e le sue labbra che strusciano sul cuscino mentre tu gli afferri i capelli per guardarlo in faccia.
Il controllo che ti lascia gestire, che ti lascia affilare.
Fargli male e dargli piacere sono le due facce di una stessa medaglia, forse è questa la ragione per cui David ne ha sempre avuto bisogno: per modellare le contraddizioni con la forza dei muscoli e poi uscirne sfinito come un guerriero sul campo di battaglia - l’illusione di poter vincere. Prendersi tutto, anche Samuel Weldon.
Il suo fottuto Nord.
Non è affatto piacevole, ora, suonare il campanello di casa sua per doverglielo restituire. Dover affrontare le sue utopie metafisiche con la credibilità che riserveresti a cose reali e confessargli che sì, un dubbio l’ha avuto anche lui. Per quanto irrazionale e labile. E assurdo.
Un dubbio c’è stato.
Ed ha avvelenato ogni notte da quando Vivian e quell’uomo sono diventati improvvisamente fratelli – lo allontanava e se lo ritrovava alle spalle, lo bruciava nel fuoco. E rinasceva dalle ceneri come una Fenice ostinata, un tarlo insistente.
Ha odiato Samuel, per questo – ha maledetto ogni singola pagina del suo dannato romanzo e ha stracciato con disappunto i versi dei suoi poeti: Cohen. Aleixandre.
Qualcosa dev’essergli sfuggito, se adesso si trova lì.
Ma qualcosa sfugge sempre, quando si tratta del professore – che sia la direzione dei suoi passi o i suoi ideali, o la connessione fra un ragazzo qualunque e il protagonista del suo ultimo libro. O la sua mente.
La sua vita.
Si aspettava di trovare Samuel impegnato a scrivere – per lui quella non poteva che essere una conferma ulteriore. La vittoria definitiva, in un certo senso.
L’uomo che gli apre la porta ha occhiaie pesanti, invece, capelli arruffati sulla fronte e lo sguardo immobile di chi non trova alcuno stimolo nell’immagine che ha davanti. Di chi non si sforza nemmeno di fingerlo – nessuna reazione. Occhi affondati dentro gli occhi, soltanto - labbra socchiuse.
Un velo di barba incolta, a ombreggiare le guance.
“Mi fai entrare?”
Samuel si limita a scostarsi dalla soglia quando lui muove un passo avanti - lo segue con gli occhi mentre sgancia la giacca e posa il cellulare sul tavolo, mentre si guarda intorno senza fretta.
C’è un disordine insolito, nella stanza – persiane sbarrate sul giorno e mucchi di fogli sparsi ovunque, qualche tazza vuota. Qualche libro.
Da sotto la poltrona, in un lampo di luce, le pupille del gatto fendono l’ombra come una minaccia silenziosa.
“Stai bene?” domanda lui, tornando a voltarsi.
Ma l’amico non sta mai bene quando casa sua è in disordine – potresti indovinare il grado del suo malessere dall’angolo di disallineamento dei cuscini. E non c’è bisogno di studiare la morbidezza con cui la maglia gli cade sulle anche per accorgersi che dev’esser dimagrito, che le ossa appaiono più marcate e che sono più spigolosi gli zigomi - che gli occhi sembrano più chiari del solito.
Per un attimo, d’improvviso, David sente stringersi lo stomaco in un conato di nausea.
“Cazzo, ma stai studiando da vampiro?” sbotta, attraversando la stanza con passi decisi.
Spalanca la finestra, tira via la tende.
“Sembra un loculo, qui dentro, mancano giusto i fuochi fatui!”
L’altro non commenta, però – non distoglie lo sguardo.
Se ne sta fermo sulla soglia, semplicemente – braccia abbandonate lungo i fianchi e maniche scivolate sulle nocche fin quasi a coprire le dita. Come quando era bambino.
Ed è quello a colpire maggiormente, forse – il contrasto fra una gestualità antica e la durezza nuova dei lineamenti. I tratti del volto che sembrano più maschili di quanto lo siano mai stati e la fragilità che si indovina nella postura del corpo, invece. Nella fissità dello sguardo.
David non sa mai cosa aspettarsi, in certe circostanze.
Diventa difficile perfino gestire se stesso - controllare l’istinto di fermargli i polsi dietro la schiena e spingerlo contro la parete. Spingerglisi addosso.
Eppure stavolta qualcosa gli suggerisce di tenersi lontano – neanche insistere per sapere se si senta bene sembra un’idea da prendere in considerazione.
“Ascolta, ho bisogno di parlarti,” taglia corto allora, aggirando il divano per raggiungere le sigarette. “Vorrei solo capire se sei presente o se devo sottoporti a elettroshock, per sperare di avere la tua attenzione. Ti ritieni abbastanza lucido?”
“Lucidissimo,” viene la risposta, scandita fermamente. Una sillaba dopo l’altra, senza sbavature.
E lui alza gli occhi di scatto, incapace di trattenere la sorpresa. Incapace di credere che possa esser stata davvero la voce di Samuel, a declinarsi in note tanto dure.
Unisce le sopracciglia, squadrandolo.
“D’accordo,” annuisce.
Ma non gli piace - per niente.
Non gli piace perchè l’atteggiamento dell’amico sembra sovvertire le regole stabilite in decenni di interazione - perché i suoi occhi parlano di un’ostilità evidente e lui non è abituato a nulla del genere.
Non gli piace perché somiglia a un affronto. Un’insubordinazione, in un certo senso.
E non gli piace perché cazzo, è incredibile che Samuel osi rovesciargli addosso del rancore quando sarebbe lui a dovergli rinfacciare un tradimento. Quando soltanto poche settimane prima ha dovuto metabolizzare la spiacevole circostanza di vedersi messo da parte per un tizio che può vantare il solo merito di avere un nome impronunciabile. O di annoverare qualche pescatore di salmoni, nel proprio albero genealogico, e per questo pare sia diventato automaticamente l’incarnazione del Nord.
Il fottuto, stupidissimo Nord.
Non riesce a crederci.
“Penserai che sia la tua giornata fortunata, professore, perché guarda caso sono venuto proprio a parlare del tuo argomento preferito,” sibila, con tutto il veleno delle sue peggiori prestazioni. “Il vichingo angelico, presente?”
Ma è un trionfo amaro, dopo, quando finalmente l’altro abbassa gli occhi. Quando David lo vede tendere i muscoli della mascella – deglutire.
Sollevare di nuovo lo sguardo, lentamente.
“Vattene.”
“Come hai detto?”
“Ho detto vattene. Esci da casa mia.”
E manca del tutto l’esperienza per incassare un colpo del genere – David non ha mai avuto problemi ad affrontare situazioni inaspettate né gli risulta particolarmente difficile controllare le proprie reazioni quando arriva una scossa improvvisa.
Eppure stavolta si ritrova a sbattere le ciglia, incapace di processare la realtà. Incapace di reagire con la dovuta prontezza, di parare la stoccata. Ammortizzarla.
Quasi il fiato si spezza, per un attimo.
L’istante successivo, non è soltanto l’indignazione a spingerlo verso l’amico. È qualcosa di più profondo - una scheggia conficcata dentro. Lama affilata.
“Samuel. Io credo che tu stia davvero esagerando, oggi,” gli soffia in faccia, il pugno serrato fermamente sul suo polso. Gli occhi saldamente ancorati ai suoi – nero nel nero.
La rabbia di interi anni, a vibrare fra loro.
Non è mai capitato che si siano avvicinati così tanto al limite – Samuel non ha mai sostenuto uno sguardo con quella determinazione e lui non ha mai sentito la violenza battere nelle tempie con quella forza cieca. Non ha mai sperimentato così nettamente lo scivolare dell’aggressività in un impulso più oscuro – l’istinto spaventoso di staccare la mente e lasciare che sia il sesso a convogliare la rabbia e il dolore.
A far male davvero, una volta per tutte.
Deve affondargli le unghie nella carne, per mantenere il controllo, e nonostante tutto l’altro rimane impassibile. Come se la stretta non gli stesse spezzando il polso, come se nulla lo spaventasse davvero.
“Ti ho visto in televisione,” scandisce invece - sguardo ostinatamente fisso nel suo. Voce impassibile – ruvida.
A David non resta che tendere le labbra in un ghigno ironico, per non essere il primo a distogliere gli occhi.
“Ah sì?”
“Da Nancy Grace,” chiarisce Samuel.
E non ha bisogno di aggiungere altro perché lui focalizzi il vero nodo della questione – perché trovi di colpo la risposta ai timori degli ultimi giorni. Samuel non avrebbe mai reagito in maniera tanto estrema se il suo prezioso vichingo non avesse davvero avuto alle spalle una storia di abusi. Se tutto fosse soltanto un romanzo, se quelle pagine non richiamassero una base di realtà.
Quasi fatica a seguire lo scorrere del tempo, dopo – perfino le parole dell’altro gli arrivano ovattate.
“Hai tutto il mio disprezzo, voglio che ti sia perfettamente chiaro.”
Ed è quello l’affondo definitivo – l’esplodere di una tensione soffocata per mesi. Per anni interi, forse.
O forse è l’orrore di vedere allungarsi su Vivian la peggiore delle ombre, la consapevolezza di esser totalmente impotente e il peso della propria vita che grava sulle spalle. Ogni scelta compiuta, ogni decisione.
Ma i muscoli si tendono da soli – la mano corre sul tavolo a spazzar via oggetti e fogli e libri.
“Cos’è, Samuel, vuoi riscrivere il codice penale?” sbotta, mentre i frammenti della tazza schizzano sul pavimento. Mentre il computer si schianta per terra in un sibilo sordo e la rabbia pulsa nelle orecchie come sangue. Come un rombo. “Vuoi abolire i processi, gassare tutti i pedofili che ti capitano a tiro?”
L’altro non risponde, e lui lascia andare una risata.
“Mi spiace, ma non ho intenzione di rinunciare al mio lavoro solo perché il tizio a cui tu hai deciso di riservare il culo si è fatto violentare da ragazzino,” aggiunge, affilando la frase in una crudeltà deliberata. Guardandolo negli occhi come se volesse sfidarlo - come se volesse vedere. Fino a che punto.
Lo schiaffo, quando arriva, è lo schianto netto di qualcosa che forse davvero si sta rompendo per sempre. I denti tagliano la gengiva, la stanza vibra.
Dopo, resta soltanto il silenzio degli sguardi a legare ancora i bambini che entrambi sono stati – occhi come rasoi e la certezza che sarà il primo che si volta a mettere il sigillo su una frattura incolmabile. A scandire i tempi di quell’addio – deciderne i gesti.
David non avrebbe mai pensato che sarebbero arrivati a tanto – non immaginava niente del genere mentre parcheggiava la Jaguar di fronte al cancello della villa.
È quell’ingenuità a far male, più che tutto – scoprirsi addosso aspettative che avrebbe dovuto abbandonare anni prima e il disappunto di una frustrazione che continua a bruciare come quando era ragazzo. La beffa di riuscire a toccare l’altro solo allontanandosi il più possibile, brandendo i vessilli del nemico o sparandogli alle spalle. Essere al centro unicamente quando dal centro ti discosti tanto.
E rendersi conto che tenerlo inchiodato al letto non è mai bastato a fermare la sua corsa né scoparlo è mai servito a entrargli dentro. Che c’era bisogno di colpire il biondo, per arrivare a lasciare un’impronta nella sua vita. Un bersaglio trasversale.
Non sono mai stati soli.
E non c’è stato un altro momento in cui Samuel sia apparso più spietato, in quell’appartenere sempre e soltanto a se stesso. Un momento più pericoloso.
David sente i muscoli tendersi di colpo, quando finalmente l’immobilità si spezza: ma il sollievo è un’illusione che si stempera fin troppo velocemente – appena il tempo di registrare l’assottigliarsi imprevisto della distanza di sicurezza e gli occhi dell’altro che si fanno più vicini, più intensi. La sua mano che si solleva, lentamente.
Ci sono vittorie di cui solo lui sembra capace, gesti che compie così. Come fossero niente.
Potresti raccontare al mondo che sei stato tu ad avere la meglio e nessuno avrebbe nulla da obiettare visto che mentre le sue dita ti sfiorano le labbra il tuo sguardo resta impassibile - visto che resta impassibile dopo, mentre lui si porta alla bocca il tuo sangue e tu senti cedere le ginocchia. Mentre i suoi occhi si abbassano e vorresti afferrargli la nuca, costringerlo a guardarti.
E non riesci neppure a dirgli vaffanculo, invece.
Neanche a evitare che si allunghi altro tempo fra te e l’uscita – che lui ti ripeta ancora, appena più piano: “Vattene.”
La porta che sbatte fa cigolare il legno del portico – c’è vento, fuori, e appesi a una trave ci sono cinque cilindri di metallo che David non aveva mai visto.
L’aria li muove diffondendo una melodia quasi infantile – lui resta a fissarli per qualche secondo e poi aggiusta la giacca sulle spalle, struscia le labbra col dorso della mano.
Inspira, profondamente.
Il bosco sa di terra.
A volte sapevano di terra anche i suoi vestiti, anni prima, e non c’era bagno che riuscisse a togliergli l’odore d’erba dai capelli quando suo nonno passava sui campi col trattore.
È strano come certi ricordi tornino a definirsi in momenti che dovrebbero appartenere solo all’ira o al rancore - in attimi così legati alle contingenze che quasi sembra impossibile affondarne le radici in un qualche passato.
Samuel era un bambino anomalo - sedeva sui prati senza sporcarsi ed era come se il bosco lo toccasse con una delicatezza diversa quando si addentrava fra cespugli e rovi.
Era convinto di avere gli occhi verdi – David rideva come un matto mentre lui insisteva perché guardasse bene, mentre giurava che si trattasse di un verde scurissimo. Verde muschio.
E da piccolo giurava su tutto, Samuel – credergli significava sancire un vero e proprio patto di sangue. Legarsi a lui in maniera indissolubile – reale.
Per questo è ironico, adesso, digitare sulla tastiera del computer il nome del suo segreto più improbabile - cercare la combinazione di tasti della dieresi e immettere la password. Cliccare la funzione ricerca, attendere.
E sapere che in quello stesso istante le loro strade si stanno separando, invece - la prima volta che giurare non sarebbe servito. La prima volta che del sangue c’è davvero, sulle labbra.
Nella gola.
È bastato sbuffare in una risata perché i bordi della ferita tornassero a spaccarsi – David si sporge in avanti e assottiglia lo sguardo di fronte all’unico risultato apparso sullo schermo: Petersen contro Osvik, sentenza definitiva.
Sette anni prima.
Tombola.
Ed ecco qua, siano lodate paperelle e laghetti. La piccola, provinciale e tranquilla Rosenfield dove non succede mai nulla di eclatante - dove è sufficiente digitare un nome scandinavo per veder ridursi interi database a un unico link. Quello giusto.
David ha dimenticato da quanto tempo non svolge più ricerche del genere in prima persona - scendere a quell’ora nei sottosuoli del tribunale, più tardi, è come tornare indietro di anni. Come rivedersi ragazzo, sentirsi addosso ideali dismessi e cercare invano i percorsi dei propri passi lungo i corridoi. Cercare le impronte delle dita nella polvere della carta, sorseggiare un caffè annacquato. C’è qualcosa di terribile, in tutto questo.
Qualcosa di illogico.
Ora che il nome di Björn Petersen appare in tutti i fogli ricorda perfino che Samuel deve averlo pronunciato, in qualche occasione – non è una sorpresa scoprire l’ambito familiare come scenario degli abusi né suscita particolare stupore il coinvolgimento del patrigno. Nulla di più classico, in fondo.
Ma è quel suono – duro. Spigoloso.
Consonanti accostate in combinazioni straniere e il dubbio di star sbagliando accento. Star sbagliando tutto.
Hermann Osvik: riconosciuto colpevole in primo grado, sentenza confermata in appello e una condanna a dieci anni da scontare in un carcere federale.
Vivian.
Spalle che premono sullo schienale della sedia – testa che si rovescia all’indietro. Il susseguirsi geometrico delle grate di ferro, sul soffitto.
Osvik.
Bagnandosi le labbra, David chiude gli occhi.
Non saprebbe dire cosa abbia ottenuto con esattezza – difficile trovarsi in mano quel tipo di informazioni e risparmiarsi il dubbio di aver soltanto riaperto inutilmente una ferita. Aver firmato un tradimento.
Non ha mai rivolto nessuna domanda, a Vivian – non gli ha fatto pressioni perché raccontasse di sé e non ha mai cercato di indagare sul suo passato. Non ha mai neanche saputo il suo nome completo – questione di rispetto.
Delicatezza, forse.
E di colpo la verità: figlio di un pedofilo. Fratello della vittima. Cos’altro?
Ci sarebbe da ridere perché la sensazione è quella di sapere ancor meno di prima – in fondo in quegli atti non c’è nulla che gli occhi di Vivian non abbiano detto fin da subito. Nulla di nuovo, forse.
Ma ognuno dei ragazzi che erano in aula quella mattina sembra avere il suo volto, adesso – vittime e testimoni, fratelli e sorelle. Il ragazzino biondo fuori dal tribunale e il bambino che aspettava con i nonni nei corridoi. Le foto di quelli che si sono uccisi, dei sopravvissuti.
E Samuel lì in mezzo, a combattere la loro battaglia con la sola forza del silenzio. Neanche più parole – solo uno schiaffo. Labbra che bruciano ancora, sotto i denti.
“Sai perché non ci credi, Dave?”
“Non credo a cosa?”
“Che ho gli occhi verdi.”
“Tu non hai gli occhi verdi, idiota!”
“È che è preferisci così, piuttosto che guardare.”
“Ma se ti avrò guardato mille volte!”
“È che non vuoi vedere.”






In fondo è ironico che arrivi dopo quasi trent’anni, il giorno in cui attraversi il bosco con la stanchezza nelle gambe. Il giorno in cui lui ti aspetta sulla soglia di casa – più magro, immobile – e d’improvviso ti ritrovi a stupirti di quanto siano chiari i suoi occhi.
Unendo le sopracciglia, David chiude i pugni sul bordo del tavolo.
Allontana il faldone delle sentenze, con un gesto brusco.
“Ha finito, avvocato?”
“Per oggi sì, ne ho abbastanza,” risponde al custode, e resta poco altro nella notte: le sigarette estratte in fretta dalla tasca, lo scattare dell’accendino.
La luce viva della fiamma, fra le mani.
E il fumo che scivola dalle labbra seguendo i bordi della ferita – carezza fredda. Sapore amaro, nella gola. Nella bocca.
Come sangue.























































































































































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