Jan. 3rd, 2011

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Ashley e Dylan - Spighe di cera *





Non era sembrato un addio, sul momento.
Il pianerottolo era quello di sempre e Mike portava i segni soliti di una serata trascorsa a suonare – Ash sentiva il proprio corpo diviso tra la voglia di chiudere gli occhi e quella di sporgersi in avanti. Aggrapparsi alle sue spalle, premergli le labbra sulla bocca. Sul collo.
Non lasciarlo più andare.
Nulla di diverso dalla sera prima o da qualunque altra volta: l’uomo stava partendo per una trasferta di due giorni, in fondo. Un battito di ciglia e sarebbe tornato.
Ash ne era convinto sul serio. Per questo, forse, aveva riso al momento di salutarlo.
Solo che la mattina dopo il sole feriva gli occhi, quando lui aveva fatto emergere la testa dal lenzuolo per afferrare il telefono che continuava a squillare. E la voce di Chris era suonata troppo sveglia.
Troppo concentrata, attiva.
“Mi ha chiamato Dee,” aveva esordito, brusco. “È successo qualcosa, devo andarlo a prendere. Lo riporto a casa.”
Era cambiato tutto, in quel momento. La luce del sole, i colori delle coperte – le dimensioni della stanza e la propria pelle. Il significato della parola casa si era ristretto a una sillaba e le labbra non avevano saputo articolare null’altro. Non ci era riuscito il cervello.
“Dee?”
Ash era scattato a sedere, troppo in fretta. La testa pulsava come se non avesse dormito abbastanza – come se avesse dormito troppo, niente, tutta una vita – e sentiva il sangue battere nelle tempie. Il cuore scoppiare.
“Sta bene. Cazzo, Ash, non è successo niente. Gli ho chiesto.” Chris continuava a parlare, ma ogni parola arrivava come da lontano. Troppo distante. “Un casino con il ragazzo che vedeva, credo, non mi ha spiegato tutto. Comunque, sto per mettermi in auto. Ti volevo solo avvertire.”
“Sta bene?” aveva ripetuto lui, confuso.
In risposta, l’amico aveva espirato. Lentamente.
“Scena madre a parte, sì. Sai come gli prende, in questi casi. E trovarsi così lontano non aiuta di certo.”
Ash avrebbe voluto fare altre domande. Chiedere che cazzo significasse esattamente ‘un casino con il ragazzo che vedeva’ – chiedere questo ragazzo chi fosse – e pregarlo di rinfrescargli la memoria perché dopo tutti quei mesi anche il ricordo delle sceneggiate di suo fratello sembrava essersi sbiadito, ma la voce era come una scheggia di vetro conficcata in gola: soltanto alcuni suoni filtravano attraverso la barriera.
“Grazie,” aveva sussurrato. E non sapeva neanche per cosa esattamente lo stesse ringraziando: se per essere rimasto con lui quando ne aveva bisogno, se per essere già pronto a correre da Dylan per offrire sostegno. Per avere la forza di adempire a una responsabilità che sarebbe dovuta essere sua, invece – sua soltanto. Per farlo al suo posto.
Chiudendo gli occhi, aveva scosso la testa.
“Ash. Stai bene?”
Chris suonava preoccupato, di colpo, e lui aveva scrollato le spalle. Liberandosi con un calcio delle coperte, aveva poggiato i piedi per terra. Lasciato che il freddo delle piastrelle penetrasse nelle ossa.
“Sicuro. Stai andando ora?”
“Sì. Se vuoi passo da te un attimo, prima…” La rettifica era stata immediata. “Forse è meglio se vai a vedere se Mike è nei paraggi, però. O gli dai un colpo di telefono o…”
“Sicuro,” aveva ripetuto lui, annuendo.
Soltanto mentre chiudeva la conversazione era arrivata la consapevolezza che Mike non era nei paraggi, invece. Che stava dall’altra parte del continente – California forse – e sarebbero passati due giorni prima del suo ritorno. Che forse, per qualche ragione confusa che non aveva senso ma che in quel momento sembrava l’unica certezza tangibile, non sarebbe neanche tornato.
Il resto della giornata era passato rapidamente. Dieci minuti li aveva persi restando fermo in piedi nel centro della stanza, cercando di ricordare come fosse quel mondo prima che Dylan rimuovesse la sua presenza.
Aveva raccolto i vestiti sparsi a terra; li aveva controllati uno a uno, ripiegati, impilati nell’armadio senza fermarsi a riflettere sul perché mettere in ordine apparisse di colpo un imperativo irrinunciabile.
Aveva radunato i cd sparsi sulla scrivania; raccolto gli spartiti che forse stavano sparsi sul piano fin da prima della sua partenza. Si era cambiato, scegliendo con cura i jeans da indossare. Infilandosi con calma la maglietta.
Poi, lo sguardo era caduto sul letto. E non aveva pensato assolutamente a niente mentre con movimenti metodici cambiava le lenzuola.
Era strano, in qualche modo. Girare tra quelle stanze in cui viveva da un anno per esaminarle con gli occhi di un estraneo – cercare di riorganizzare le cose in modo da rendere tutto il più confortevole possibile. Perché Dylan tornando potesse ritrovare almeno quello.
Per scusarsi, forse. Della solitudine a cui l’aveva costretto.
Faceva male pensarci, però – fermarsi a riflettere sui sentimenti, sulle ragioni – ed era molto più semplice infilarsi il portafoglio in tasca e andare a recuperare i cibi che suo fratello da ragazzino lo costringeva sempre a comprare. Stipare il frigorifero e la casa delle cose che diceva lo tirassero su – gli facessero tornare il buon umore.
Non si era davvero fermato a decidere cosa fare con se stesso fino alla seconda telefonata di Chris – quella in cui l’amico l’aveva informato di essere arrivato sano e salvo, e va tutto bene, lui sta bene, è come dicevo io e stanotte ci fermiamo qui però, arriviamo domani.
Perché era diverso sapere che Dylan sarebbe tornato, dal sapere che stava tornando. I due pensieri richiedevano processi mentali diversi, diversi preparativi. Diverse reazioni.
Ash aveva sentito la scheggia di vetro scivolare più in profondo quando si era reso conto che in meno di ventiquattr’ore suo fratello sarebbe stato lì, pronto a riprendersi tutti gli spazi che gli aveva ceduto. Che non avrebbe preteso niente, di sicuro, perché Dylan non è il tipo che ordina. Non chiede neanche. Ma proprio per questo merita soltanto il meglio.
Ed era un po’ come fare ritorno dal quindicesimo compleanno di Cathy e scoprire che in sua assenza Dylan e Chris avevano mosso insieme un passo avanti. Un po’ come guardarli e non saper trovare il proprio posto – sbattersi la porta alle spalle e correre a cercare ossigeno nel parco.
Impiegare mesi per metabolizzare il tutto.
A volte l’impressione è di non esserci riuscito ancora sul serio – di non aver mai creduto davvero che entrambi abbiano scelto di riaccoglierlo tra loro, di essere ancora in attesa di un loro ripensamento. Chiudere gli occhi un giorno, riaprirli, e ritrovarsi da solo.
Forse per questo appena dopo aver premuto il pulsante di fine chiamata Ash si era infilato la giacca e aveva sceso le scale di corsa – per questo era salito sul primo autobus diretto verso casa. Perché l’appartamento era pronto per accogliere Dylan ma lui non poteva più muovercisi dentro; perché il letto aveva lenzuola pulite e lui sapeva che non sarebbe riuscito comunque a chiudere occhio.
I suoi genitori non avevano fatto domande: si erano limitati ad aprire la porta e mettere un piatto di più sulla tavola. C’era stato qualcosa di dolce nel trascorrere la serata con loro, guardando un vecchio film al televisore; dolce quanto era terribile l’assenza di Dylan in quello stesso salotto.
Come se essere solo lì, dove erano stati insieme sempre, fosse mille volte peggio che essere solo in privato.
Svegliarsi nel letto di quando era bambino e non trovare suo fratello addormentato al proprio fianco è completamente diverso dal compiere lo stesso gesto in una stanza spoglia di ricordi. Con le pareti nude invece che straboccanti di poster e ritagli; con gli oggetti adulti di una vita già strutturata in due mondi distinti, invece che intrecciata in abbracci indissolubili.
Ash ricorda la solitudine dei propri quindici anni. Ricorda la rabbia feroce verso Chris, l’incapacità di farsi vedere da Dylan. Di parlargli.
Non sono niente rispetto a quest’attesa che si sgocciola in ore improvvisamente troppo lunghe. In confronto a quest’impossibilità di immaginare un nuovo incontro.
Bilanciare le loro esistenze separate.
Farle procedere senza costringerle a convergere.
L’ultima volta che suo fratello l’ha guardato negli occhi, è stato per prepararlo allo shock di uno schiaffo sul viso. L’ultima volta che si sono parlati, le sue parole si sono sciolte in incubi.
Adesso che sta per tornare, lui non sa cosa aspettarsi.
Sua madre sta lavando le tazze in cucina, quando la raggiunge. Indossa un golf ampio, di lana grossa, e porta i capelli fermati dietro la nuca con un nodo morbido. Vista da quell’angolazione, ha lo stesso profilo di Dylan. La sua stessa leggerezza distratta - ingannevole.
“Pensavo fossi a lavoro,” mormora Ash, chiudendo la mano intorno allo stipite della porta. La donna solleva la testa, sorridendo. Velocemente si asciuga le mani – si volta a guardarlo.
“Oggi entro più tardi,” risponde. Aggrotta le sopracciglia. “Amore, stai bene? Hai un aspetto orribile...”
“Non sono più abituato a quel materasso,” mente lui. “Non so come facevo a dormirci, da bambino.”
Aveva dimenticato quanto sia faticoso mantenere la maschera in piedi, in certe circostanze. Quando è esausto gli riesce più facile, perché gli sguardi di rimprovero o preoccupazione scivolano addosso senza intaccarlo minimamente, ma quando la realtà sembra bruciare gli occhi tanto è presente diventa impossibile far finta di ignorare la concentrazione con cui sua madre misura i suoi gesti.
Le dita tremano leggermente, mentre prepara il caffè e apre il frigorifero alla ricerca del latte, e il cuore sembra battere appena sotto pelle.
Una barriera sottilissima. Quasi inesistente.
“A che ora torna Dee, oggi?” viene la domanda infine.
Lui appoggia il cartone sul tavolo, con estrema attenzione.
“Non lo so. Ho dimenticato il cellulare a casa, non ho ancora sentito Chris.”
A quattordici anni era diventato bravo a schivare gli interrogatori dei suoi genitori. Forse aiutava il fatto che Dee fosse un maremoto mentre il suo problema era di essere semplicemente un mare troppo calmo – forse c’entrava il fatto che stessero entrando entrambi nell’adolescenza e non risultassero quindi così strani cambiamenti d’umore repentini.
Lunghissimi silenzi.
Forse era soltanto un attore più bravo di adesso. Più determinato a non farsi scoprire.
Ma né sua madre né suo padre avevano mai avuto nessun sospetto che fosse successo qualcosa con Brad – non si erano accorti delle veglie notturne né del suo bisogno di aumentare le distanze. Ash non ricorda di aver mai sentito il proprio segreto in pericolo: non ha mai avuto paura di doversi trovare ad affrontarlo.
Adesso, la conversazione sembra aleggiare nell’aria, invece. Incombere su di loro, come pioggia - come una crepa nel soffitto.
“Ash.”
Lui si morde il labbro.
“Ash, tesoro. Io e papà vi abbiamo sempre lasciato spazio – abbiamo cercato di non intrometterci tra di voi, di non starvi addosso. Ma negli ultimi tempi ci state davvero preoccupando.”
“Non c’è niente di cui preoccuparsi. Stiamo solo crescendo.”
“Tu e Dee non siete mai stati i tipi da crescere tanto separati,” lo corregge la donna, dolcemente. E lui sbatte la tazza sul tavolo – si scotta quasi le dita, quando il caffè straborda.
“Beh, la gente cambia. Sai. Crescere significa quello, di solito.”
“Lo credi davvero?”
È una domanda innocente, quasi tenera nel suo apparire tanto semplice. Accessibile.
Ash la sente vibrare sulla pelle e infiltrarsi nei vestiti, invece – la sente scivolare nelle orecchie e avvolgersi intorno ai nervi, affilarli.
Non sa rispondere.
Non sa rispondere perché sono mesi in realtà che non capisce niente – mesi che vaglia le ipotesi più inverosimili cercando qualche spiegazione che sappia giustificare Dylan, i suoi comportamenti. Ha pensato potesse essere colpa di Chris; colpa di Mike. Che potesse trattarsi di qualcosa che gli era successo altrove, quando lui non guardava – che quel risentimento nascesse dalla sua disattenzione. Dal suo essere troppo presente.
Ha provato a dargli spazio. Ha provato a stargli vicino.
Non è servito a niente lo stesso: le settimane sono proseguite, incrostate di silenzio, fino a quando non è arrivata la sera dello schiaffo. Fino a quando non c’è stata la sua fuga, il giorno dopo.
Senza il minimo preavviso.
Senza neanche un saluto.
I bambini che a dieci anni non sapevano mettere più di qualche metro di distanza l’uno dall’altro sono sbiaditi da tempo, ma Ash trova difficile ormai anche guardarsi allo specchio e riconoscere nel riflesso l’adolescente che è stato. A quindici anni Dee non cercava mai i suoi occhi, ma non gli permetteva neanche di allontanarsi.
Il ventenne che l’ha colpito quell’ultima sera non sembrava capace di immaginare niente di meglio che un mondo in cui non fosse costretto a incontrarlo dietro ogni angolo, invece. E forse l’unica spiegazione possibile è che quando Dylan si è accorto che quel mondo non avrebbe mai potuto trovarlo a New York, ha deciso di prendere in mano il destino e di trasferire la propria storia in un altro luogo.
Adesso sta tornando a casa. Vero.
Ma non sta tornando da lui. Non ha mai avuto intenzione di farlo.
E probabilmente è per questo che mentre ieri Ash metteva in ordine il loro appartamento non riusciva a trovare un posto dove collocare se stesso. Non è semplice, quando tutt’intorno ci sono soltanto oggetti residuo di un altro tempo.
Un’epoca doppia, in cui cercavano ancora di convincersi di avere un unico corpo.
“Forse dovrei tornare qui a dormire, stanotte,” mormora, senza voltarsi a guardare sua madre.
In risposta, un silenzio pesante.
“Voglio dire,” prosegue lui, imbarazzato. “Dylan avrà bisogno di un posto in cui stare, no? Un posto tranquillo. Magari Chris potrebbe fermarsi con lui, gli ha sempre fatto bene averlo intorno. Non sarebbe per sempre,” aggiunge, perché gli sembra quasi di avvertire la protesta della donna – il suo allarme. “Soltanto per un po’. Qualche giorno. Il tempo di rimettere a posto le idee, trovare qualche soluzione…”
Per un attimo, sua madre non dice niente.
Ash conta i secondi che intercorrono tra un respiro e l’altro ed è quasi sul punto di ritirare tutto – dire che troverà un altro modo e non importa, non c’è da preoccuparsi troppo – quando, infine, arriva il suono di un sospiro.
“Ash. Noi siamo sempre qui, lo sai. Non devi neanche chiedere.”
Lentamente, la donna si sporge sul tavolo. Poggia la mano sulla sua – palmo su dorso. Carezza leggera sulle nocche, delicata come un bacio.
“Se le cose saranno troppo tese, uno di voi può venire a stare qui finché non riuscite a risolvere. E in qualunque momento abbiate voglia di parlarci, noi siamo disponibili. Lo sapete. Ma io credo sul serio che dobbiate sforzarvi di chiarire che cosa è successo, e di fare pace. Perché è vero che le persone cambiano, ma tu non sei cambiato abbastanza da poter fare a meno di tuo fratello.”
Esita, poi. Curva appena le dita.
“E credimi, Ash. Lo stesso discorso vale anche per Dylan.”
Ritirare il braccio è istintivo.
Ash non deve neanche fermarsi a riflettere – non c’è tempo di decidere il gesto, non c’è il tempo neanche di processare razionalmente il concetto. La sedia ha già strusciato sul pavimento e lui si trova in piedi, a guardare sua madre dall’alto.
Ha occhi verdissimi, nota. Come se fossero secoli che non li vede, perché in fondo sono gli occhi di Dylan.
“Devo andare.”
“A casa?”
“No. A lavoro.”
È una fuga anche quella, lo sa perfettamente. La rapidità con cui esce dalla cucina, i movimenti con cui indossa la giacca. La porta d’ingresso aperta prima ancora di averla abbottonata.
È una fuga.
Sono anni che Ash non fa altro, in fondo. Scappare gli è sempre riuscito benissimo.
Avrebbe dovuto prevedere che Dylan sarebbe stato capace di superarlo anche in questo.
“Ash.”
“Che c’è?”
Ferma sulla soglia, sua madre lo sta guardando con più serietà di prima.
Lui si accorge solo in quel momento – di colpo, sotto quella luce – di quanto sembri stanca anche lei, in fondo. Le labbra hanno una curva morbida, dolente; la fronte è segnata da rughe sottili, straniere. E non ha colore sulle guance.
Un pallore malinconico. Lunare.
Assomiglia anche a me, pensa Ash. Per un attimo, è quasi sufficiente a convincerlo a restare.
“Dopo, vai a casa. Non rimandare ancora. O sarà sempre più difficile.”
Un respiro. Poi, quasi come in benedizione, lei sorride.
E lui annuisce, chinando la testa. Piegandosi a baciarla.
“Ti chiamo, stasera.”
Non saprebbe neanche dire se si tratti di una promessa vuota o di un’esigenza profonda – sentita. Di fronte a sua madre si sente sempre un po’ come il bambino di un tempo: in cerca di rassicurazioni che soltanto il futuro avrebbe potuto rendere vane, in attesa di qualche parola chiarificatrice.
Non ha più otto anni, però – è passata una vita da allora. E anche le promesse dei suoi genitori hanno smesso di suonare così vere: non sono più predizioni in cui credere ciecamente, ma soltanto auguri che ti possono aiutare.
Quando si ferma di fronte alla porta del suo appartamento – sullo stesso pianerottolo dove soltanto quarantotto ore prima dava l’ultimo bacio a Mike, del tutto ignaro – la tentazione più forte è quella di voltarsi e disubbidire.
Immobile, osserva la maniglia: cerca di immaginare le dita di suo fratello chiuse sul metallo, il tintinnare delle chiavi che giravano nella serratura mentre lui la spingeva in avanti con il ginocchio. La sua entrata distratta, forse – forse soltanto intimidita – e prega con tutte le sue forze che sia già successo qualche ora prima.
Che non gli tocchi tornare ancora una volta in una casa deserta, perché è sicuro che non riuscirebbe a resistere immobile tra quei muri. Da solo. In attesa.
Vedere la giacca di Chris appesa all’attaccapanni dell’entrata è un sollievo che gela il sangue: il fiato si ferma in gola e lui deve costringersi a prendere un respiro profondo.
A sollevare lo sguardo in avanti, preparandosi al peggio.
Dylan è seduto sulla poltrona.
Immobile, schiena dritta – mani congiunte e incastrate tra le gambe, come se avesse ancora sei anni e la maestra stesse annunciando i prescelti per l’interrogazione.
I loro sguardi non fanno in tempo a incrociarsi che salta in piedi, però – un movimento nervoso, improvviso.
Schiarendosi la gola, Ash abbassa la testa.
“Ehi,” dice, a bassa voce. “Siete qui.”
“Siamo arrivati un’oretta fa,” annuisce Chris, dalla sua posizione vicino alla finestra. “Eri a lavoro?”
Lui si azzarda a lanciargli uno sguardo, annuendo.
“È andato tutto liscio?” domanda ancora l’amico – ed è evidente la domanda sottintesa, non sarebbe stato neanche necessario farla. Ash sa di avere un’aria spettrale, quasi evanescente: addirittura un paio di clienti gli hanno chiesto se si sentiva bene.
Sicuro, aveva risposto allora. Adesso si limita ad annuire ancora, prima di prendere fiato e voltarsi lentamente.
“Ciao, Dylan.”
Sembra impossibile pensare che sono passati mesi dall’ultima volta che l’ha visto. Ha trascorso l’intera vita a guardarlo, registrando ogni minuscolo dettaglio del suo viso per confrontarlo con il proprio riflesso – per usarlo come riferimento, metro di paragone, metro di giudizio – e adesso è surreale non saper dire quando siano stati incisi certi cambiamenti.
È più magro di quando è andato via, Dylan – più stanco.
È forse ancora più pallido di lui e ha occhi rossissimi, neanche avesse pianto per giorni. Il primo istinto – irragionevole e quasi ancestrale – sarebbe di precipitarsi a stringerlo: non tanto per riempire il vuoto che sembra espandersi in lui di secondo in secondo, ma semplicemente per dargli conforto. Sostegno.
Subito dopo, però, il cervello processa anche gli altri particolari: la posizione ancor più tesa delle spalle, lo sguardo che fugge in qualche punto della stanza come se mancasse la forza di incontrare quello di Ash.
Come se mancasse il coraggio, forse. O forse solo l’intenzione.
“Ciao…” viene il sussurro, infine.
E anche la voce è più fragile di un tempo: l’ultima volta che l’ha sentito parlare era spezzata, sì, ma vibrava di una rabbia impossibile da silenziare. Adesso è fioca, invece. Quasi trattenuta.
Ash non è sicuro di riuscire a resistere. Il dubbio è solo su chi dei due sarà il primo a cedere.
“Avete fatto un buon viaggio?” domanda, incerto, infilando le mani in tasca.
Si sente stupido, impacciato come non gli accadeva da tempo. Fuori posto, incapace di scegliere una posizione e senza possibilità di andarsene.
Il fatto che lo scenario sia casa sua non fa che rendere il tutto ancora più assurdo.
“Siete stanchi? Volete mangiare qualcosa? C’è roba in frigo, o…”
“Ash. Perché non ti siedi, invece di restare a incombere lì nell’entrata?” domanda Chris, con il tono ragionevole che usa di solito quando qualcuno si sta comportando come un isterico. Lui si passa la lingua sulle labbra, considerando il divano.
Poi scuote la testa.
“No, penso sia meglio che vada.”
Il cervello sembra bloccato in un loop continuo.
“Che vai?”
“A cambiarmi.” Pausa. “Devo farmi la doccia.”
Preferirebbe dar loro le spalle e tornare in strada, in realtà: sarebbe più semplice per tutti e più indolore. Fuori ci sarebbe il cielo da respirare – ci sarebbe il traffico, e gli odori della strada e la cacofonia di gente che rende più facile convivere con la propria testa – e Dylan potrebbe sedersi di nuovo sulla poltrona.
Stendersi sul letto, magari. O rilassare il corpo e sciogliere le tensioni in bagno, sotto il getto d’acqua calda.
Se non avesse la certezza matematica che Chris non gli permetterebbe di togliersi di torno – almeno, non adesso – Ash non esiterebbe. Sarebbe fin troppo automatico, decidere.
Lascia che la porta della stanza da letto si chiuda dietro la sua uscita, invece; si ferma appena oltre la soglia e inspira profondamente. Trattiene il fiato un attimo, come se bastasse a trattenere anche tutto il resto.
Per poi espirarlo, dopo. Liberare corpo e polmoni in un colpo solo.
“Non c’è che dire: stai facendo un ottimo lavoro nel convincermi che stai bene.”
Tirandosi indietro i capelli con le dita, Ash sospira, senza voltarsi.
“Non sto cercando di convincerti,” risponde, seccamente. “Lui come sta? È in uno stato pietoso. Che cazzo gli ha fatto quel tizio?”
“Il tizio è la parte minore del problema, al momento,” ammette Chris, afferrandogli la spalla. “Devi dargli un po’ di tempo, ok?”
Mordendosi il labbro, lui annuisce.
“Ho chiesto a mia mamma, ha detto che posso stare da loro qualche giorno se serve. Oppure potrei tornare sul tuo divano… Alan non mi aveva sfrattato per sempre, giusto?”
“Ho detto che devi dargli tempo, Ash, non che devi lasciargli la casa.”
“È stato in una pensione del cazzo fino adesso, ha bisogno di starsene tranquillo. Dormire. Sembra che non abbia chiuso occhio da quando se n’è andato…”
“Ash…” La stretta sulla sua spalla si serra – Chris fa forza, cercando di farlo voltare.
Quando solleva l’altra mano per sfiorargli il viso, lui lo spinge via muovendo un passo indietro.
“No, ok? Non mi toccare.”
“Sei davvero stronzo quando vuoi fare il duro, sai?” sibila l’amico, frustrato. “Ti costa così tanto ammettere che hai bisogno di qualcuno?”
“Non voglio solo che ti metti ad accarezzarmi, cazzo. È chiedere troppo?”
Chris ha la mano ancora sollevata – le dita appena curvate, come incerte se chiudersi a pugno o distendersi – e sembra sul punto di dire qualcosa.
Ringhiare, forse, perché in momenti del genere loro due non sono mai capaci di dialogare semplicemente.
Ash può quasi sentire la sua stretta sulla spalla farsi troppo dolorosa – vede i suoi occhi socchiudersi, come per migliorare prospettiva – e irrigidisce i muscoli in risposta. Solleva il braccio, per liberarsi della presa.
L’immagine di suo fratello fermo sulla soglia lo blocca a metà movimento, però, e tutta l’irritazione si scioglie di colpo. Evapora.
“Dylan,” mormora, sgranando gli occhi – e forse perderebbe l’equilibrio se Chris non avesse i riflessi tanto pronti e non si stesse già affrettando a sostenerlo.
Per un attimo, tutti e tre sembrano restare immobili: Ash tiene lo sguardo fisso in quello di Dylan e Chris continua a tenere la mano destra chiusa sulla sua spalla, la sinistra a mezz’aria.
Poi, con un po’ d’imbarazzo, suo fratello distoglie lo sguardo – cambia piede d’appoggio – e il tempo riprende a scorrere con la velocità di sempre.
Lui muove un passo indietro in fretta – Chris lo lascia andare.
“Perché non ne parlate insieme?” suggerisce, quasi con delicatezza, e dopo mesi di silenzio quella prospettiva è talmente straniera che Ash si volta a guardarlo senza capire.
“Seriamente,” aggiunge l’amico, inarcando le sopracciglia. “Magari senza saltare a conclusioni affrettate.”
Non aspetta risposta, poi – il tempo di realizzare il significato delle sue parole e già ha voltato loro le spalle ed è uscito.
Quando passa al suo fianco, Dylan sembra tentato di trattenerlo: apre la bocca come per parlare; solleva un braccio per afferrargli la manica. Entrambi i tentativi restano semplici abbozzi, però – manca la determinazione per portarli avanti, forse, o forse c’è solo rassegnazione.
Del resto, anche Ash lo sa, che non possono evitarsi per sempre.
Prima o poi, in qualunque caso avrebbero dovuto parlare.
Infilandosi le mani in tasca, osserva gli occhi bassi di suo fratello – il suo schiarirsi la gola, cambiare ancora posizione. Poi, Dylan solleva lo sguardo: lentamente, cauto.
Quasi timoroso.
E Ash non ha idea di cosa sia, a spaventarlo tanto: dopo vent’anni dovrebbe saperlo che qualunque cosa voglia, gli basterebbe parlare per averla.
Gli basterebbe chiedere.
Spiegare.
Non arriva nessuna richiesta, però – nessuna indicazione: soltanto il suo sguardo, fisso addosso, e quel silenzio che si estende tra loro facendo pungere la pelle. Rendendola ancora più tesa, ancora più sottile.
“Mamma ha detto di chiamarla,” sente infine dire – dalla propria voce.
E per un attimo è un sollievo l’atto stesso di infrangere il silenzio – un sollievo riappropriarsi dello spazio, tornare a far scorrere il tempo. Subito dopo, la consapevolezza che è con Dylan che sta parlando porta il panico.
“A dire il vero le avevo detto che la chiamavo io,” aggiunge quindi, in fretta, perché ormai ha iniziato e forse potrebbe bastare questo a convincere Chris che non c’è bisogno di nient’altro. “Questa sera. Per dirle se eri tornato. Ma forse è meglio se lo fai tu, alla fine me mi ha visto solo stamattina, probabilmente preferirebbe sentire te per poterti chiedere tutto direttamente.” Pausa. “Voglio dire, non ha molto senso che...”
“Ash, ascolta…” lo interrompe però Dylan.
Lui si zittisce immediatamente.
Suo fratello non sembra avere le idee più chiare di qualche istante fa: continua a tenere lo sguardo basso, le spalle premute saldamente contro il muro. Ed è ancora pallido, stanco.
Incerto.
“Ascolta, io… Ci sono cose che devo dirti,” prosegue, a voce bassissima. “Cioè, che vorrei tu sapessi. Cose importanti.”
Di colpo, solleva gli occhi a cercarlo.
“Posso parlare?”
In qualunque altro momento, la risposta sarebbe tanto scontata da farlo scoppiare a ridere: adesso, Ash ha quasi paura ad annuire.
Dopo, passa molto tempo prima che suo fratello si decida a iniziare.
Sembrerebbe che non abbia mai visto prima quella stanza, a giudicare dalla cautela che impiega nel mappare lo spazio – l’indecisione degli sguardi che sfiorano appena i mobili, il letto; la determinazione quasi inquietante con cui evita qualunque movimento non necessario.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel percepire Dylan tanto straniero a quello che solo qualche mese fa era il loro mondo: sono due giorni che Ash sente la nausea montare, ma è solo in questo momento preciso – mentre sente suo fratello scivolare sempre più lontano e aspetta le rivelazioni che forse daranno un significato a tutto quel che è successo – che davvero ha la sensazione di starsi perdendo.
La voce di Dylan, quando infine arriva, lo fa sobbalzare.
Rialza lo sguardo di scatto.
“Quella sera. Quando ti ho…”
Prendendo fiato, l’altro si morde il labbro.
“Quando ti ho tirato lo schiaffo,” termina poi, in fretta, come per lasciarsi alle spalle il ricordo.
E subito prosegue, senza quasi tirare fiato: “Sono stato malissimo, non avrei voluto. Non intendevo farlo. Mi dispiace. Cioè, non è che mi dispiaccia come una cosa di cui ti senti solo in colpa, Ash. Proprio come una cosa tremenda. Una cosa a cui neanche puoi pensare. Come quando ti ha morso la vipera. Nello stesso modo.”
Immobile di fronte a lui, Ash sbatte le ciglia.
Perché è disorientante, la valanga di parole sotto cui si trova sommerso – perché tutto si aspettava, come primo argomento, tranne di vedere riesumato lo schiaffo. Perché quel che suo fratello dice continua a non avere il minimo senso e il tentativo di razionalizzarlo potrebbe richiedere un sforzo eccessivo: lui sente già la vertigine pulsare alle tempie.
La nausea farsi più solida – strangolare la voce.
Dylan lo sta guardando come se avesse detto qualcosa di importantissimo, però – come se fosse assolutamente necessaria una risposta. Per questo annuisce, incerto.
“Ok,” dice. E poi, visto che un monosillabo da solo non sembra sufficiente: “Va bene. Non pensavo che l’avessi fatto apposta, comunque.”
“Sì…”
Dylan continua a mordersi il labbro, nervosamente.
“Poi, volevo anche dirti che non sono andato via per causa tua, Ash. Che tu non c’entri.”
Ed è quello, il momento in cui il cuore sembra fermarsi.
In cui la gola si chiude del tutto, il cervello si spegne, e la vertigine preme sulle tempie fino a stritolarle e lui sente quasi le ginocchia cedere.
L’equilibrio – ogni equilibrio – mancare.
Perché Dylan sta mentendo.
Sta mentendo nella stessa maniera innocente con cui sempre ingannava gli altri e se stesso – nello stesso modo in cui a volte diceva di essere innamorato, con lo stesso sguardo con cui altre volte ti chiedeva perdono.
Senza alcun intento malizioso. Senza neanche una consapevolezza reale – senza un vero obiettivo.
Ed è terribile rendersene conto.
Perché non si tratta solo più di escludere tutte le possibilità alternative per ritrovarsi in mano quell’unica verità insopportabile. Non si tratta semplicemente di intuire, temere; non si tratta di sapere con una consapevolezza intima, inspiegabile.
È una certezza, adesso.
E Ash non è davvero preparato ad affrontare tutto questo. Pensava di avere riflettuto sulla questione abbastanza a lungo da essersi convinto; credeva di esserselo ripetuto abbastanza spesso da essersi immunizzato.
Trovarlo sul viso di Dylan è un dolore diverso. Ed è diverso ancora leggerlo tra le righe, accettarlo in una bugia.
Deglutendo, annuisce.
Non sa esattamente che cosa abbia in mente di fare, quando mormora: “Va bene.”
“E poi.”
Suo fratello non gli lascia il tempo di decidere, comunque: forse ha capito di essere stato smascherato, forse si è reso semplicemente conto di non averlo convinto, ma ha l’aria più incerta di prima quando riprende a parlare.
Quando esita, come cercando le parole.
“Le cose che ti ho detto. Non le pensavo. Non sono vere. Lo so che non mi credi, Ash, ma non…”
Dylan si blocca, passandosi una mano sulla fronte.
Ha lo stesso sguardo di quando era piccolo e sembra ancora più sperduto – ancora più stanco.
Lui vorrebbe quasi dirgli che non c’è bisogno di continuare – che può smettere adesso, riposarsi, che ne parleranno poi meglio – ma la voce sembra essersene andata del tutto e il cervello è faticosamente distante.
Distratto.
“Non volevo andarmene,” mormora infine Dylan, a fatica. “Non volevo neanche tornare e rovesciarti addosso tutte queste cose perché lo so che non sai come affrontarle e che ti faccio solo casino e che tanto non credi a una sola parola. Cioè, lo so che ti ho scompigliato di nuovo tutta la vita e che forse dovrei stare zitto ma se non ti chiedevo scusa mi sembrava ingiusto e anche se ti chiedo scusa mi sembra ingiusto e non so che fare e cioè, mi dispiace. Merda,” conclude. Precipitandosi fuori dalla camera.
Ash resta immobile nello stesso posto, invece – lo sguardo fisso sul punto di muro che pochi secondi prima era occupato da Dylan e il sangue che batte nelle tempie. Troppo forte.
Nelle orecchie. Quasi assordante.
Non ha la minima idea di cosa sarebbe giusto fare.
Sa che Dylan si aspettava qualcosa di diverso dal loro confronto – sa che sperava di ottenere una reazione più convinta, forse, di vederlo ribattere. Parlare.
Ha la sensazione strana di averlo deluso ancora una volta, ma è tutto distante. Quasi immateriale.
Ha voglia di piangere, forse. Chiudere gli occhi e non fare nient’altro che dormire.
Lentamente, solleva le mani fino a premersi i palmi sulle palpebre – sfrega quasi rabbiosamente, cercando di rimandare indietro le lacrime.
“Ash.”
“Non chiedermi se sto bene,” sbotta, abbassando le braccia di scatto.
Chris scuote la testa, varcando la soglia della stanza con gli stessi passi decisi con cui ha sempre invaso qualunque crisi della loro vita – non si ferma a chiedere il permesso, prima di chiudergli le dita dietro la nuca.
Lui si lascia attirare vicino – preme il naso contro la sua gola.
Respira, una volta, prima di sollevare appena la faccia per lasciarvi strusciare sopra le labbra.
“Vuoi che ti accompagno dai tuoi?” gli domanda l’amico, all’orecchio. “Dee si è chiuso in bagno, forse è meglio se cerco di ragionarci io.”
“È quel che ho detto all’inizio,” borbotta Ash, annuendo. “Dovevi darmi retta subito.”
“Speravo che andasse un po’ meglio,” ammette l’altro.
E il punto è quello, in fondo: Chris ha sempre aspettative troppo alte che trovano riscontro nella realtà soltanto per caso. È una vita che Ash si lascia trascinare in giro da quel suo dannato ottimismo: cinque anni fa era convinto che portarsi a letto suo fratello non avrebbe cambiato nulla nel loro rapporto; tre anni fa ha deciso che non avrebbe potuto farlo un bacio. Ha aperto la porta del suo alloggio a Mike, per quello stesso motivo, e gli ha messo Ash tra le braccia perché tanto cosa poteva andare storto?
Ora, sta facendo scorrere le mani lungo la sua schiena, e non sembra neanche pentito di aver forzato il confronto. Sta già progettando la prossima mossa, forse – riflettendo su quale strategia possa prestarsi al suo intento.
Voltando la testa, Ash preme la guancia contro la sua spalla. Inspira a fondo.
“Resti tu con lui, stanotte?” domanda, quasi dolcemente.
“Non preoccuparti per Dylan, adesso.” Muovendo un passo indietro, Chris chiude le dita intorno al suo braccio. “Andiamo, ti do un passaggio.”
“Cosa racconto ai miei? Mamma aveva detto che…”
“Che dovevi provare,” lo interrompe l’amico, guidandolo fuori dalla stanza. “E hai provato. Dylan è qui, adesso, e non c’è nessuna fretta. Meglio che cerchiate di riposarvi.”
E lui protesterebbe, forse, perché puntare i piedi a terra quando la mano di Chris preme sulla schiena è un istinto radicato nel profondo ormai, da tutta una vita, ma anche il pavimento sembra essere troppo lontano in quel momento. Sono distanti i muri, le porte, il soffitto. Il mondo, fuori in strada, è troppo vasto e lui si sente chiuso in se stesso, di nuovo.
Nascosto da qualche parte all’interno del suo corpo – piccolo quanto un chicco di grano, altrettanto fragile. Coriaceo.
E solo.
Anche con la mano di Chris tiepida intorno al guscio – anche con la consapevolezza che suo fratello respira ancora, come un soffio di vento.
Vicino a lui.
Per quanto ferito.
Certe distanze sono sfalsate per forza e non importa contare i passi che ti separano dal resto del mondo. Quelli che ti potrebbero riportare a qualcosa di bello. Perché se intorno a te la stanchezza si addensa come aria e ti riveste di vuoto, mancherebbe comunque la possibilità di allungare il braccio.
Sfiorare con le dita quel che stai guardando – accucciarti di fianco a lui. Entrarci dentro.
L’unica cosa che resta da fare è mettere un piede davanti all’altro perché qualcuno che ti conosce abbastanza da poterti proteggere possa accompagnarti a un rifugio diverso – tornare a casa e fare attenzione a non guardarti allo specchio.
Per non trovare l’assenza dentro il tuo sguardo.
Non sentirla nel fiato – nella condensa sul vetro.
O nel freddo che svuota le ossa trasformando il tuo corpo in ghiaccio. Senza passato, senza colore. E senza destino.


LINK SECONDA PARTE

* Yo vi dos dolorosas espigas de cera
que enterraban un paisaje de volcanes
y vi dos niños locos que empujaban llorando las pupilas de un asesino.
(Federico García Lorca, Poeta en Nueva York - Pequeño poema infinito)


























































































































































































































































































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