Dec. 4th, 2010

CAPITOLO 93

Dec. 4th, 2010 09:38 pm
rosadeiventi: (Default)
93
Dylan - Verso casa





Dylan aveva impiegato un po’ a focalizzare la realtà, quando si era svegliato.
Dalla finestra filtravano strisce di luce – lui si era stiracchiato nel tepore della coperta e aveva sbadigliato languidamente, aveva socchiuso le ciglia.
Era già giorno, forse, o forse appena l’alba.
Forse stava ancora dormendo e quel senso di benessere pigro faceva parte di un sogno non ancora concluso – magari il mondo era una favola e lui ci viveva dentro. Magari era tornato a casa.
Aveva sbattuto le ciglia, fissando il globo immobile della lampadina.
Gli sembrava di non sentirsi così bene da un tempo incalcolabile eppure era come se qualcosa sfuggisse, nel frattempo – come se un filo sottile di sabbia scendesse lento da un cono all’altro della clessidra e il tempo aspettasse di avventarglisi addosso a un qualche varco. Quale varco?
E che stanza era quella – dov’era Ash?
Di colpo era scattato a sedere sul materasso, aveva fermato il respiro.
Rosenfield – aveva realizzato subito, sentendo i muscoli tendersi come corde. Sentendo il cuore piombare in gola, le pupille allargarsi nel vuoto.
Jude.
Si era voltato d’istinto prima ancora di collegare quel nome a un qualche ricordo ma le lenzuola apparivano spiegazzate, al suo fianco, e il cuscino sembrava intatto.
La stanza vuota, tutto intorno.
Ed erano arrivate in quel momento le immagini – luce più bianca offuscata dal sonno e frammenti di parole sussurrate mentre lui ancora sonnecchiava. Le labbra di Jude premute sulla tempia, la voce curvata sulle cifre di un orario assurdo. Sette e mezza, forse - un appuntamento con sua sorella e un qualche genere di invito. Pranzo? A casa sua?
Quella mattina Dylan l’aveva ritrovato così, il senso del suo vivere in bilico da un lato all’altro dello specchio: tensione e abbandono, appartenenza e alienazione.
Il vorticare di contraddizioni faceva quasi girare la testa e lui aveva spostato lo sguardo sul proprio corpo solo per ritrovare l’immagine delle gambe nude - torace e fianchi e braccia, pelle bianchissima. Le cosce appiccicose.
Ripensare alla notte precedente era stato inevitabile a quel punto – a nulla era servito sforzarsi di distogliere la mente o tentare di concentrarsi su qualcosa di più immediato. Accendersi una sigaretta o arrotolarsi i capelli fra le dita - mordicchiarsi le unghie.
Non funzionava.
Perché nel ricordo Jude aveva mani bellissime e lui non avrebbe mai pensato che sarebbero risaltate così tanto sul suo corpo - non avrebbe mai creduto possibile che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a toccarlo senza lasciargli segni sulla pelle e non sa più liberarsi dall’immagine dei propri pugni agganciati alla testiera del letto. Da quella insistente della schiena di Jude curvata nel rilievo delle vertebre e dalla vertigine di chiedersi quante volte Raven abbia socchiuso gli occhi su quella stessa prospettiva - il solletico dei capelli sulla pancia. La percezione dei suoi palmi sulle anche - sulle natiche.
È assurdo.
Ieri sera sembrava tutto fin troppo giusto mentre adesso il rimpianto di non essersi preso tempo per studiare il corpo di Jude è come un grido incastrato in gola – nostalgia che scava nel petto e spegne lentamente ogni colore.
Non lo vedrà mai più, e non può neanche portarsi dietro la fotografia dei suoi fianchi.
Non sarebbe capace di riconoscerlo dalla mappatura dei nei, dalle cicatrici, e non ha idea di quale sapore possa avere il suo piacere. Non sa nulla, di lui.
Eppure mai si era sentito tanto vicino a qualcuno, durante il sesso - mai si era lasciato sciogliere in quel modo. Mai aveva concesso a qualcun altro tanta fiducia e mai il piacere era stato così intenso, sorprendente.
Gli avrebbe preparato la colazione, se fosse rimasto.
A volte lo faceva per Ash, la mattina, e certe cose gli mancano ancora da morire.
Forse sarebbe riuscito a non svegliarlo, mentre aspettava che il caffè si scaldasse sulla piastra, o magari gli sarebbe tornato vicino per sporgersi a baciarlo sulla fronte - magari lui avrebbe aperto gli occhi, lo avrebbe attirato sul letto. Magari la caffettiera si sarebbe bruciata sul fuoco, nel frattempo, o forse sarebbe bruciato direttamente tutto quanto. Unendo le sopracciglia in un’espressione grave, Dylan affonda la guancia nel cuscino.
In fondo è stato meglio che Jude sia andato via mentre lui dormiva – non sarebbe stato capace di stargli accanto senza cercare di nuovo il contatto con le sue labbra. Era già difficile prima - adesso è qualcosa di ancora diverso: la differenza fra respirare e soffocare - un confine netto.
Definitivo.
Sa perfettamente che basterebbe un passo – occhi che si incontrano per caso o lo sfregare involontario del ginocchio contro il suo, l’immagine dei capelli dentro il colletto della camicia. La voglia di scostare i ciuffi e premere le labbra su quel lembo di pelle - camminargli davanti per sentirsi il suo sguardo addosso.
Non può concedersi certe fantasie – pensarci fa solo ancora più male.
E fa male anche continuare a fissare il telefono con la speranza che lui chiami, con la paura che lo faccia. Con l’illusione assurda che possa farlo Raven – che siano insieme. Che ogni problema si sia magicamente risolto nella notte come l’incantesimo fragile di qualche fiaba a lieto fine – una realtà senza quella nostalgia struggente di tutto. Senza quel nodo in gola.
Vorrebbe qualcosa in cui potersi cullare, adesso.
Qualcosa di diverso dalla percezione delle labbra di Jude sulla pelle, però – un abbraccio meno avvolgente. Forse gli serve compagnia – sentir parlare Vivian e affondare distrattamente il cucchiaio in uno dei suoi gelati con cialde. Forse ha bisogno di suo fratello, invece – Ash come era una volta.
Ash con le cuffie incollate alle orecchie e la quotidianità rassicurante di passargli accanto senza che la pelle si increspi di brividi, senza dover immaginare le mani del fotografo sui suoi fianchi e sentirne la pressione sui propri. Senza la paura di addormentarglisi vicino.
Quando il cellulare inizia a suonare, però, lui si ritrova in piedi di fronte al tavolo senza sapere neppure come sia successo: le coperte scivolano sul pavimento, le spalle sono tese. Rigide.
E il cuore batte veloce mentre gli occhi si posano sul quadrato del display, mentre il panico si addensa nel petto come un gelo che cresce. Come un morso.
“Jude,” sussurra.
Forse le labbra non si sono mosse, forse è stato solo un respiro. Il suono del suo nome ripetuto mentalmente e i simboli luminosi delle lettere a confermare che basterebbe premere quel pulsante per lasciarsi sciogliere di nuovo. Dalla sua voce, prima – e poi dalle sue mani.
Basterebbe rispondere.
Trattenendo il respiro Dylan chiude gli occhi, invece. Perchè il silenzio di Raven era troppo profondo, quella sera – perchè se anche lui si fosse sporto a baciarlo non sarebbe servito e non sarebbe servito toccarlo, accarezzargli i capelli. Neanche morire sul sedile della sua macchina sarebbe servito a niente – l’unica cosa che potrà mai fare per lui. Per Jude. È non rispondere.
Lo sa perfettamente, questo.
Non. Rispondere.
Non saprebbe dire per quanto tempo gli squilli abbiano continuato a crivellare il silenzio, in seguito - sa soltanto che si sente sfinito, che ha freddo. Un freddo lucido. Strano.
Tornare a raggomitolarsi sul letto non è davvero una decisione – il corpo sembra cercare da solo una tana in cui nascondersi e lui si accorge di aver indossato di nuovo la maglia bianca solo quando sente la stoffa arrotolarsi sui fianchi.
Vorrebbe fumare ancora, se soltanto trovasse la forza di raggiungere il tabacco. Se trovasse il coraggio - spegnere il telefono.
Non si muove, invece.
E resta a fissare il quadro sulla parete – la testa sepolta nel cuscino – sforzandosi di immaginare un giorno di sole e una casa di campagna, le mani di un pittore.
Non un pittore di professione, però - un vecchio ferroviere.
Ha lavorato tutta la vita nelle stazioni e adesso dipinge nature morte – non ha molto altro con cui occupare il tempo. Non gli restano troppi anni, non ha figli né nipoti. Però da giovane era bellissimo, capelli scuri scuri e occhi di un nero profondo. Di un nero insondabile.
Raven.
Serrando con forza le palpebre, Dylan ingoia la voglia di piangere. La voglia di pensare ancora a lui – sfogliare con la mente i ritratti custoditi nella memoria e giocare a farli combaciare di nuovo con le fotografie di Jude.
Ci ha trascorso notti intere, in quel modo, recuperando dai ricordi spezzoni di immagini e sovrapponendo ai contorni del corpo di Raven i chiaroscuri delle stampe appese alle pareti. Provando a disegnare il suo sorriso sulla propria pelle.
Adesso è soltanto un’agonia, invece.
E si rigira sotto le coperte, cercando una posizione diversa. Getta via il cuscino e lo recupera subito dopo – si tira a sedere sul materasso. Torna a distendersi, a voltarsi.
Non può farcela – è evidente.
Non può farcela perché il telefono ha ripreso a squillare e ogni suono è un pugno allo stomaco che ne prepara un altro - che divora la volontà e tende i nervi come corde.
Che allerta i muscoli, preparandoli allo scatto.
Dylan spalanca gli occhi, quando si accorge che il pollice sta già premendo sul pulsante verde del cellulare: ma è lo scarto di un istante – il ritmo del suono che si interrompe e lo spegnersi improvviso delle luci sul display.
Un silenzio quasi irreale, improvviso.
Panico.
Dopo, i movimenti esplodono di colpo con la frenesia disperata di tutta l’energia contratta in ore di attesa. Dita che scorrono veloci sui tasti e polsi che tremano come foglie – l’alternarsi soffuso di squilli più lontani. Lacrime che scendono, rapide.
“Dee?”
La voce di Chris è la stessa di sempre, ed è come un incubo che si spezza nello schiudersi delle ciglia. Svegliarsi a casa, ritrovare prospettive e paesaggi.
Ritrovare se stesso.
Per un attimo, il sollievo è così intenso che non lascia spazio neppure a una risposta - neanche al respiro.
“Dee, mi senti?”
Sa che dovrebbe dire qualcosa – il tono dell’amico è già allarmato e sono passati mesi, dall’ultima volta che si sono visti. Mesi di messaggi a cui lui non ha risposto, registrati in segreteria o abbreviati dentro lo spazio ristretto di un sms. Mesi di silenzio voluto.
A Chris quella telefonata deve essere piombata addosso come una doccia fredda eppure non sembra arrabbiato – non pare neanche intenzionato a riattaccargli il telefono in faccia, stranamente.
“Stai bene? Che succede?” domanda invece, ancora.
Ma lui riesce a rispondere solo un “Ciao” stentato prima che qualunque altra parola si infranga contro la pressione della mano sulla bocca. Prima che il pianto minacci di sciogliersi contro la sua stessa volontà, facendolo sentire ancora più bambino. Ancora più stupido.
“Dylan,” sospira l’altro, come se tirasse il fiato. “C’è qualcosa che non va, che hai fatto?”
“Ho combinato un casino…”
“Che casino?”
“Uno dei miei…” è la risposta, quasi incomprensibile. Confusa.
Eppure Dylan sa che quello è sufficiente a fugare dalla mente di Chris ogni possibile ipotesi cruenta – non c’è quasi bisogno di dirgli altro per instradarlo nella giusta direzione. Suggerirgli il problema.
Non può fare a meno di pensare che sia perfino rassicurante, finalmente, poter parlare a qualcuno senza esser costretto per forza a spiegare tutto quanto. Avere la certezza che l’altro ti conosce abbastanza da capire anche così. Senza parole.
Lasciandosi scivolare lungo la parete si siede per terra, quindi – si preme la mano sulla fronte, concedendosi un respiro più profondo.
“Puoi venire?” domanda.
In realtà neanche si rende conto di quel che gli sta chiedendo - quasi fatica a orientarsi quando lui ribatte, senza scomporsi: “Sei ancora a Rosenfield? Nella stessa pensione che hai detto a tua madre?”
“Sì, a Rosenfield…” conferma, quasi stupito. E vorrebbe riuscire a pronunciare quel nome senza che il pensiero di Raven torni a chiudere la gola – senza che la nostalgia di Jude crolli addosso con quella violenza. Con quella capacità distruttiva, paurosa.
“Puoi venire?” insiste, come se da quello dipendesse la sua stessa sopravvivenza. Come se restare da solo per altro tempo volesse dire morire, o impazzire.
O crollare.
Dall’altra parte del telefono l’amico sembra esitare un istante di troppo, però - un istante che precipita Dylan nel panico più totale.
Non gli era mai capitato di reagire in maniera tanto irrazionale, prima - mai in modo così istintivo e illogico. Assurdo.
“Devo sistemare un paio di cose, prima,” lo sente dire, cautamente. “Avvertire i tuoi, e Alan, e non so neanche quanto posso metterci, in auto. Pensi di riuscire a reggere?”
“Chris, ti prego…” geme allora, disperato. Senza riuscire a trattenersi né a farsi forza – senza riuscire a non tremare.
In qualunque altra situazione si odierebbe, per comportarsi così - adesso invece gli sembra di non avere altra scelta, semplicemente. Nessuna alternativa.
“Per favore, potrebbe telefonarmi di nuovo!” singhiozza, tirandosi subito in piedi. “Potrebbe telefonarmi e io stavolta risponderei, già prima stavo per farlo! Avevo già il pollice sul tasto verde, capisci? Avevo il pollice sul tasto verde!”
“Dee per favore, ascoltami. Prendi un respiro profondo e cerca di concentrarti sulla mia voce, va bene? Mi senti?”
“No!”
“Beh, sarà il caso che cominci a farlo, allora,” sbotta l’altro, la voce improvvisamente dura. “Perché in questo casino ti sei cacciato da solo e forse se non mi avessi evitato mesi interi avrei potuto esserti d’aiuto per tempo, ma adesso il massimo che posso fare è mettermi in macchina per venire a prenderti e non posso farlo finché tu continui ad avere una crisi isterica al telefono. Ok?”
Silenzio.
“Ok, Dylan?”
È raro che Chris gli parli con quel tono – succede solo quando non trova altri mezzi per costringerlo a ragionare e lui lo sa benissimo, sa che non è davvero arrabbiato.
Eppure è strano, perché funziona sempre: qualunque approccio di quel tipo non fallisce mai nel tentativo di farlo rabbrividire, di rendergli lucidità. Soprattutto quando si tratta di Chris - lui che normalmente è soltanto carezze fra i capelli e braccia forti in cui lasciarsi cullare. Parole sussurrate all’orecchio, declinate in sorrisi leggeri.
Chiudendo gli occhi, Dylan si impone di calmarsi.
“Okay,” sussurra.
Sedendosi sul bordo del letto scosta il ricevitore dall’orecchio per allontanarsi i capelli dal viso, per permettersi di inspirare più a fondo.
“Okay,” ripete.
“Perfetto.”
E non è realmente tranquillo – non ha rilassato le spalle e sente ancora freddo ma almeno pare che le lacrime si siano asciugate, adesso, e che la voce di Chris sia tornata di nuovo normale. Meno autoritaria, e certamente più dolce di pochi istanti prima. Più vera, in un certo senso.
“Ascolta,” gli sta dicendo, mentre lui si raggomitola nel lenzuolo. “Non so davvero quando riuscirò ad arrivare – farò il prima possibile, ma ci vorrà qualche ora comunque. E ho bisogno di sapere che tu te ne starai buono ad aspettarmi senza fare cazzate - pensi di potermelo promettere?”
“Credo,” è la risposta, appena abbozzata. Ma lentamente il respiro si sta sciogliendo e neanche il fatto di accorgersi che sta lampeggiando l’avviso di un sms, quando conclude la telefonata, riesce a precipitarlo ancora nell’angoscia furiosa che ha caratterizzato le ultime ore.
Il cuore schizza in gola come al solito ma le dita non tremano mentre lui preme i tasti per aprire il messaggio. Mentre legge, lentamente, chiudendo poi gli occhi sul nome di Jude. Su quelle quattro lettere scritte in stampatello, alla fine di una lista di domande prevedibili e a loro modo commoventi. Un po’ dolci e un po’ vigliacche - tenere.
Molto *da lui, in fondo.
Sto bene, risponde.
Le dita corrono rapide sulla tastiera e gli occhi si gonfiano ancora di lacrime mentre le frasi si formano una ad una, quasi da sole.
Stavolta non è pianto, però – somiglia più a una specie di addio silenzioso. La consapevolezza di un distacco che è comunque una sua responsabilità - il dono più importante che potrà mai fare a qualcuno. Qualcosa di prezioso.
Ti voglio bene, Jude. Ti vorrò bene per sempre.
Dopo, spegnere il telefono è come graffiarsi la pelle con le unghie. Come togliersi da solo il respiro – togliersi aria.
Il resto della mattinata Dylan lo trascorre così, immobile sul letto a fissare la finestra senza riuscire più a formulare alcun pensiero cosciente. Dimenticandosi perfino della promessa di Chris, delle ore che scorrono e che spostano le lancette dell’orologio, piano, un millimetro dopo l’altro. Un respiro. Dopo l’altro.
Quasi lo coglie di sorpresa, il bussare deciso di colpi alla porta. La memoria che mette a fuoco gli ultimi eventi, il sollievo infinito di aprire per ritrovarsi davanti l’unica persona che non avrebbe mai creduto possibile incontrare in quel posto.
In quella città, nella sua nuova vita.
“Chris…” sussurra.
Lui indossa un giubbotto nero – un paio di stivali scuri - e sembra avere negli occhi ogni sorriso di Ash, ogni dolore e ogni silenzio. Ogni sua parola sulle labbra - sulla pelle.
D’improvviso, la nostalgia è così lacerante che Dylan sente quasi fermarsi il cuore. Fermarsi il mondo, intorno a sé.
“Scusa, scusa se non ti ho mai risposto,” esclama, gettandogli le braccia al collo senza preoccuparsi minimamente della maglia. Del tizio che sta attraversando il corridoio di fronte a loro, o di quanto potrebbe apparire infantile quella sua reazione agli occhi dell’amico. Agli occhi di chiunque, a ben vedere.
“Avrei voluto farlo credimi, soprattutto in certe sere. Non hai idea, Chris, a volte è stato difficile da morire. Mi sei mancato così tanto… Mi dispiace per tutto, anche per non averti salutato. O per non averti detto niente, mai. Mi dispiace per essere quello che sono… Non avrei dovuto chiederti di venire, mi dispiace da impazzire… Sono così felice che sei qui, finalmente…”
Ama il suo odore – è qualcosa di così familiare da far girare la testa.
Lo amava quando era piccolo e si lasciava abbracciare davanti a un film del terrore – lo amava quando aveva quindici anni e quell’odore voleva dire sesso, la scoperta di universi inesplorati. L’illusione di sentirsi bellissimo - di sentirsi grande.
“Mi sei mancato anche tu,” mormora l’altro, baciandogli la tempia. “Se fai un’altra volta una stronzata del genere giuro che ti vengo dietro solo per ucciderti,” aggiunge.
Ma Dylan sa che non che non avrà rancore da presentargli né alcun rimprovero da muovergli - sa che gli parlerà dolcemente. Che si occuperà di lui - come sempre.
“Stai bene?” domanda infatti, spingendolo dentro la stanza. E anche quel semplice gesto è rassicurante – delegare a qualcuno il compito di dirigere i tuoi passi. Non doversi occupare di chiudere la porta, neanche, perché ci ha già pensato lui. Perché lui pensa sempre a tutto – da una vita.
Spingendosi la maglia sulle ginocchia, Dylan scrolla appena le spalle.
“Sono un po’ fuori allenamento, Dee, quindi temo dovrai tradurre,” sospira l’altro lasciandosi cadere sul letto. “Questo è un silenzio alla ‘non ho voglia di parlarne’, o alla ‘fammi domande più precise’?”
“Hm…”
È una peculiarità di Chris anche quella – il modo in cui riesce sempre a metterlo alle strette. Offrirgli strade obbligate, scelte semplici. Bianco o nero.
Le mille sfumature delle foto di Jude, da quel punto di vista, sembrano labirinti di percorsi inestricabili. Fiato sospeso, sempre.
“Credo che sto male,” sussurra lui, e pensa che avrebbe bisogno di abbracciarlo di nuovo. Pensa che vorrebbe chiedergli di Ash, chiederglielo mentre se ne sta raggomitolato contro il suo corpo. Fra le sue braccia.
Ma è troppo presto, forse – forse il coraggio non ha ancora messo radici abbastanza solide. O forse è che da solo non sarà mai capace di addentrarvisi, Dylan, nei terreni scivolosi di quell’argomento. Forse adesso sta davvero troppo male - non ha ancora spalle abbastanza forti. Un respiro abbastanza fluido.
Scrolla piano la testa, deglutendo a fatica.
“Non lo so,” è tutto quel che riesce a concludere.
Chris si sta guardando intorno, nel frattempo, e lui si accorge che in quel punto preciso si era seduto anche Jude, la sera prima. Che pochi centimetri più a destra aveva incastrato il corpo fra le sue gambe – che potrebbero esserci ancora tracce di sesso fra le lenzuola.
Arrossisce di colpo, raddrizzando la schiena.
“Devi andare in bagno?” domanda, prima di ricordarsi che si tratta di Chris e che non ha nessuna speranza di farlo alzare con quello stratagemma. Che così probabilmente riuscirà soltanto a tradirsi – che all’amico basterà guardalo in faccia per intuire cosa sia successo su quel letto.
“Oppure vuoi che ti prepari un caffè?” cerca di rimediare subito. In fretta.
Perché poi si stia comportando con tanta riservatezza non sa neanche spiegarselo – ha sempre raccontato qualunque cosa, a Chris, specialmente quando si trattava di avventure erotiche. A volte si è perfino domandato se il piacere vero non stesse nel riferire a lui ogni particolare, più che nel fatto di viverlo. Ingigantire le descrizioni e ridacchiare e vederlo ruotare gli occhi al cielo.
Adesso Jude sembra essere una faccenda decisamente privata, invece.
E forse Dylan è perfino un po’ geloso – forse certe cose ha bisogno di tenerle per sé ancora qualche altro minuto.
“Avrei anche una lattina di birra, se preferisci…” balbetta, arrossendo.
Che Chris abbia già intuito tutto è più che evidente ma per fortuna si limita a chiedere, sollevando il mento in direzione del cumulo di contenitori accatastati per terra: “Piena o vuota?”
Ridacchia, quindi, e Dylan si lascia cadere sul materasso vicino a lui.
“D’accordo,” sospira, lanciandogli un’occhiata veloce. “La mia vita è un casino completo.”
“È per il tipo che ti stava chiamando stamattina?”
“Anche…” risponde, prima di piegare il ginocchio e incastrare la gamba sotto il sedere – prima di poggiare la guancia sul petto dell’amico e sentire il suo braccio avvolgere la schiena.
Chiudere gli occhi e inspirare il suo odore - rilassare le spalle.
È così strano stare in quella stanza con Chris – pensare a tutte le volte che ha desiderato la sua presenza e sentir battere il suo cuore contro l’orecchio, adesso. Anche Rosenfield sembra meno estranea d’improvviso – Dylan potrebbe uscire con lui e camminare per le strade fermandosi a ogni vetrina. Potrebbe aver voglia di suonare ancora in qualche locale, di accamparsi a fumare nel parco. Giocare a riconoscere le razze dei cani, per strada.
Si rende conto che se dovesse portarlo a vedere la città non saprebbe cosa mostrargli a parte il divano di Jude – a parte il suo malessere continuo e quell’unico angolo di pace. Quel senso di appartenenza immotivato. Illogico.
“E quindi chi sarebbe il tizio, che crimine ha commesso?” domanda Chris, scostandogli le trecce dal viso. “È etero? Sposato?”
“No, lui ha…” Esitazione. “Ha litigato col suo ragazzo,” viene la risposta, quasi bisbigliata. “Perché non voleva fare sesso con me…”
“Ha litigato con il suo ragazzo perché non voleva fare sesso con te?”
“È complicato, Chris…” mormora lui, e non è più neanche solo questione di pudore. Non è che davvero voglia tenere Chris fuori da quella storia – cambierebbe forse il modo di raccontare, rispetto al solito, ma di fronte all’amico aprirsi è sempre stato fin troppo facile. Naturale, quasi.
Il problema sta piuttosto nel fatto che quella faccenda complicata lo è davvero – che forse è necessario aver affondato lo sguardo negli occhi di Raven per poter comprendere, o aver visto in che modo si definiscono i muscoli sulle sue spalle. Averlo sentito parlare, conoscere l’esatta sfumatura della sua pelle. I suoi lineamenti.
Per questo quando l’altro sospira, rassegnato: “Già, l’avevo intuito. Chi dei due non voleva fare sesso con te, tra l’altro? Lui o il suo ragazzo?”, Dylan non trova nient’altro da rispondere a parte un flebile: “Raven è un pellerossa.”
Non trova nulla di più importante che sostituire il suo nome a quella locuzione vaga, perché sentir chiamare Raven il suo ragazzo è troppo strano. Perché non rappresenta niente e scava un taglio nettissimo fra ciò che è stato e quel che d’ora in avanti sarà la sua vita senza di lui. Senza Jude.
E fa male, tanto.
Fa anche una paura terribile, in certi momenti, come se rendesse il distacco non solo fisico ma anche più profondo. Come se la notte scorsa non ci fosse mai stata e non ci fosse stato quel bacio in macchina con Raven - come se lui non gli avesse sorriso in quel modo, passandogli lo spinello.
“Cioè, non è che sia proprio completamente pellerossa,” si sente quindi in dovere di specificare, mentre Chris lo osserva allibito. “Di sicuro ha più sangue nativo che altro nelle vene, però…” Si interrompe, di colpo.
Accorgersi di aver ripetuto le esatte parole che lui gli aveva detto la prima sera che erano usciti insieme lo coglie di sorpresa, ma è anche lo sguardo dell’amico a lasciarlo perplesso.
“Pellerossa?” domanda Chris, raddrizzando la schiena. “Nel senso di… Apache? Cheyenne? Capelli e occhi scuri?”
Stringendosi nelle spalle, lui scrolla piano la testa.
“Non so esattamente a quale tribù appartenga,” risponde, e pensa che anche quello è un rimpianto da aggiungere alla lista delle cose lasciate in sospeso: non essersi mai preso il tempo per fare più domande, scavare a fondo.
Tutto scivolava in secondo piano, con Raven – bastava la sua presenza perché il mondo intero si concentrasse su stimoli immediati. Camminava e il modo in cui camminava ti riempiva la mente – parlava, e rimanevi incantato ad ascoltare le sue parole. Era come se ti rapisse, in qualche modo - o come se ti inglobasse dolcemente.
Lentamente.
“Comunque sì,” aggiunge, mordendosi forte il labbro. “Pellerossa…”
Chissà poi perché solo l’idea sembra avere la capacità di togliergli il respiro – è sempre stato così, da che ricordi. Per qualche strana ragione la faccenda sembra suscitare in Chris uno stupore quasi spropositato, al contrario.
“Di solito i pellerossa non sono biondi…” sta meditando, assorto.
Voltandosi sul fianco, Dylan lo guarda senza capire.
“Mh?”
“È tinto, sto tizio?”
“Oh,” esala lui, focalizzando finalmente la questione. Affrettandosi a nascondere il viso fra i capelli, imbarazzato. Un po’ incredulo, anche.
Gli riesce difficile, ora, riconoscere se stesso nel ragazzino che catalogava l’universo maschile in base al colore dei capelli.
“Nono, non è esattamente biondo…” farfuglia, mentre Chris sogghigna divertito.
“Non esattamente biondo? E cosa vorrebbe dire, non esattamente biondo?”
Ma lui non risponde, mentre i denti affondano nel labbro ancora più nervosamente. Mentre da dietro le trecce azzarda un’occhiata cauta in direzione dell’amico, tornando ad arrossire di nuovo.
“Chris…” mormora infine, a voce bassissima. “L’hai mai fatto con due ragazzi, tu?”
“Io?”
“Due ragazzi insieme, voglio dire…” chiarisce.
Non ha idea del perché quella domanda gli sia uscita così, senza alcun legame col discorso precedente e senza che lui l’avesse quasi preventivata.
Ci sono cose di cui neanche sei cosciente fino a quando non ti trovi davanti qualcuno che le tue fragilità le conosce quasi tutte – qualcuno che conosce la tua infanzia e il tuo riflesso, la parte di te che hai lasciato in un’altra città.
La metà più giusta.
Il dubbio è sempre stato lì ma non c’era il petto di Chris su cui appoggiare la testa e non c’erano le sue braccia intorno ai fianchi. Non c’era il coraggio di domandarsi se non sia stato lui a sbagliare qualcosa, quella sera - a non coordinarsi con gli altri due.
“Ti hanno proposto qualcosa del genere?” domanda però l’amico, e il cuore inizia a battere più veloce. Il disagio cresce – i pugni si chiudono - e d’improvviso è come se il tizio della discoteca fosse di nuovo lì. Come se il suo fiato scivolasse ancora sul collo, nell’orecchio.
Puttana.
Un po’ a fatica lui deglutisce, abbassando in fretta la testa per nascondere il viso nei capelli.
“Credo di esser stato io, in realtà…” bisbiglia.
E forse è per quello che Jude è fuggito - probabilmente lui non ha saputo dosare gli equilibri e ha finito per rubargli la sua parte di scena. Forse si è spinto troppo a forza fra di loro, finendo per confondere ruoli già stabiliti e minando le interazioni – imponendo la propria volontà su entrambi. Non l’ha fatto apposta.
A malapena si rendeva conto di quel che stava accadendo, quella sera – il corpo si muoveva d’istinto e la mente sembrava incapace di connettersi alla situazione. Resta il fatto che ha sbagliato tutto, però. Che si sente come un ragazzino che abbia giocato a fare l’adulto senza esserne capace – un perfetto idiota.
Qualcuno a cui dover badare, più che un possibile amante.
“Dee, ehi. Calma,” dice Chris, facendo scivolare la mano lungo la sua schiena. “Non c’è nulla di male, l’importante è che fosse quello che tu volevi e che non ti sia fatto forzare da nessuno.”
“Non so che mi passasse per la testa…” è tutto quel che lui trova da rispondere, perché le domande premono in gola ma solo l’idea di chiedere a Chris se secondo lui abbia sbagliato a infilare la mano fra le gambe di Jude lo fa sentire ancora peggio. E non trova il coraggio di confessargli che se qualcuno si fosse azzardato a infilarla fra le sue gambe, una mano, lui sarebbe probabilmente venuto subito. Che avrebbe concluso il suo personale apporto alla serata nel più imbarazzante dei modi e che magari Jude deve averlo intuito. Che è troppo puttana anche per fare la puttana.
È quasi comico, in fondo.
“Hai voglia di raccontarmi?”
Trattiene a stento la voglia di piangere, quando Chris comincia a muovere cerchi lenti sulla sua schiena.
“Non so bene cosa dire, in realtà,” sussurra, rabbrividendo. “È che mi sembra di bermi sempre il cervello, con loro…”
“Ti piacciono davvero così tanto? Tutti e due?”
“Mh.”
Silenzio.
“Ed è diverso,” aggiunge, cautamente, quasi testando per la prima volta quel concetto. Con un po’ di timore, anche – una specie di riverenza sacra.
“Non so spiegartelo, ma Jude e Raven sono una cosa diversa da Jude o da Raven,” tenta di spiegare, un po’ confusamente. “Non più forte, solo… Diversa, ” conclude, rendendosi conto per primo di non esser riuscito a dire nulla. Di averlo soltanto sfiorato vagamente, il punto, e di sembrare forse anche completamente pazzo.
Lasciando andare un sospiro frustrato, scrolla la testa con disappunto.
“Diverso,” ripete, ma Chris si affretta ad annuire.
“Okay…” mormora, con il tono di chi si è rassegnato a non capirci nulla. “E sei sicuro che non si possa risolvere in nessun modo, questo casino?”
“No!”
Pausa – tesa.
Un sospiro, dopo, come a tentare di sciogliere i nervi.
“Loro stavano bene, prima che arrivassi io,” dice Dylan, nervosamente. “Adesso Jude ha paura, invece, e Raven non lo capisce più. E hanno discusso, e hanno detto cose che non dovevano dire. E hanno dovuto occuparsi anche di me, nel frattempo, e io non voglio che Raven sia nervoso. Non voglio che Jude abbia paura e non voglio…”
“E quindi torni a casa con me?” viene la domanda, del tutto inattesa.
Una pugnalata nel petto – sussulto improvviso.
“Con te?” ripete lui, raddrizzando di colpo la schiena. “A casa?”
“Perché qual era il tuo piano, scusa, che mi hai chiamato a fare?”
Ma Dylan non aveva alcun piano in mente – non ha giustificazioni per aver chiesto a Chris di raggiungerlo a parte il panico irrazionale di un istante. A parte il bisogno di averlo vicino – lasciarsi abbracciare.
Per un momento il cambio di prospettiva è talmente veloce da fermargli il cuore – la reazione istintiva è quella di rifugiarsi sul divano di Jude ed è una vertigine paurosa ricordarsi che non può farlo. Che non potrà farlo mai più, che in ogni caso deve andarsene da Rosenfield e che comunque c’è sempre suo fratello ad aspettarlo, allo sbocco di ogni strada.
Che tutti i percorsi finiscono sempre per portare da lui, inevitabilmente.
“Ash cosa… Come sta?” domanda, quasi senza voce.
Il momento è arrivato, e fa paura come sempre.
Come sempre sembra chiamarlo a sé, di contro, gonfiando gli occhi di lacrime e addolcendo la nostalgia. Rendendola morbida, avvolgente.
“Sta bene,” risponde Chris, e Dylan abbassa in fretta lo sguardo. “Gli ho già detto che venivo a prenderti, fra l’altro.”
“Glielo hai già detto?”
“Non avrei dovuto?”
Ha sbagliato, e se ne rende conto solo adesso.
Solo ora capisce che non era logico aspettarsi niente di diverso – Chris non poteva prescindere da suo fratello o dalla loro città, dal passato.
Ed è di nuovo lì, Dylan: al punto di partenza.
Con qualche cicatrice in più e con un nuovo bagaglio di nostalgie, con quella voglia suicida di tornarci davvero, a casa. Con il bisogno di scappare ancora più lontano.
Abbandonando le spalle contro la parete si domanda a cosa sia servito, e la sola risposta che riesce a darsi sono le labbra di Raven. Le mani di Jude sul suo corpo – il respiro.
Nulla serve a calmare quel senso di vertigine, però – il vuoto non si riempie. Non basta.
“Lui che ha detto?” sussurra, e la voce trema appena mentre la testa si rovescia all’indietro – mentre gli occhi si chiudono piano. Troppo, piano.
“Era preoccupato. Sapeva che non saresti tornato se non fosse successo qualcosa di brutto e credo abbia pensato a un incidente, all’inizio. L’ho rassicurato dicendogli che fisicamente stavi bene.”
Ash – pensa Dylan. E sta per piangere.
Sta per piangere perché non c’era lui a rassicurarlo, e non c’è stato per mesi interi. Non gli ha preparato la colazione e non si è addormentato nel loro letto, non gli si è seduto vicino quando si sentiva solo. Perché vorrebbe non averlo mai dovuto lasciare e perché vorrebbe non esser costretto a tornare da lui - perché Ash fa male in ogni modo, e non ha importanza se ci saranno altri schiaffi sul viso o se il dolore resterà chiuso in gola come in uno scrigno.
Non ha mai voluto difendersi da lui - piuttosto, non ha mai saputo come difendere suo fratello da se stesso.
E adesso non ha scelta – solo il pensiero che Ash lo stia aspettando chiude di riflesso ogni possibilità di restare a Rosenfield. O di allontanarsi ancora – partire verso altre mete.
Scappare.
“Ho paura, Chris…” mormora, sentendo scendere le lacrime.
Ma è impossibile spiegargli che non si tratta solo di quello – che la voglia di tornare è altrettanto forte e che anche quella potrebbe uccidere. Che non sa più come orientarsi fra la sconfinata libertà degli occhi di Raven e il legame assoluto con Ash - fra due mondi così diversi.
“Posso farti solo una domanda?” mormora Chris, e lui è quasi sul punto di scrollare la testa. “Non voglio che tu mi dica perché te ne sei andato, non sono affari miei.” Pausa. “Vorrei solo sapere se c’entrava Ash. Solo questo.”
“Sì,” risponde piano.
Ma non aggiunge altro perché quando manca la forza di guardarsi allo specchio diventa importante riconoscersi negli occhi di un amico, e quando da solo non sai muovere nessun passo è fondamentale che qualcuno ti prenda per mano.
Perché Chris è l’unica persona con cui ancora è possibile sentirsi innocente – sentirsi pulito.
E perché certe cose non puoi dirle a nessuno – puoi solo sperare che tacciano. Fingere che non esistano e sistemare le valigie – prepararti a tornare.
Forse ci sono modi meno vigliacchi per affrontare le paure.
Ma Dylan si limita a poggiare la testa sulla spalla di Chris - ad aspettare che lui lo accarezzi di nuovo e a nascondere il viso nella sua camicia come faceva da piccolo. A lasciarsi abbracciare. E a pensare che alla fine anche quello è già un ritorno – guardarsi indietro e ritrovare spazi di pace. Odori e gesti antichi – sollievo. E paura.
Forse, davvero, il primo passo verso casa.

























































































































































































































































Creative Commons License
ROSA DEI VENTI is licensed under a CCA NC-ND 2.5 Italia License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at: http://rosaventi.altervista.org/copyrigth.html.

 

Profile

rosadeiventi: (Default)
rosadeiventi

March 2011

S M T W T F S
  1 2345
6789101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Page Summary

Style Credit

Expand Cut Tags

No cut tags
Page generated Sep. 25th, 2017 04:30 am
Powered by Dreamwidth Studios