Nov. 12th, 2010

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Raven e Dylan - Fiato su vetro



Il pensiero lo colpisce nel momento esatto in cui il pugno raggiunge il cuoio della sacca: nel prossimo futuro, nulla sarà semplice. Un periodo si è chiuso, forse solo per sbaglio, ed è impossibile ormai fare marcia indietro e riportare le cose allo status quo precedente. Neanche a volerlo.
Raven non potrebbe tornare a guardare Jude nello stesso modo così come non può trasformare la rabbia in altro, adesso – non basterebbe la volontà per dimenticare la scorsa notte e lo sguardo confuso di Dylan e le stronzate dette e sentite. Il bisogno improvviso di andarsene.
Per un attimo, la consapevolezza è talmente agghiacciante che anche la forza del colpo sembra smorzarsi – il tempo si cristallizza e lui si trova sbilanciato in avanti, le nocche premute contro la sacca. I muscoli gonfi di qualcosa che non può dirsi semplice tensione fisica, né può esaurirsi solo in rabbia o paura. Che scava più nel profondo.
I pugni successivi, forse per reazione, colpiscono con ancora più violenza del primo.
È strano, perché di tutte le emozioni sperimentate nel corso degli anni la rabbia è forse l'unica che davvero non gli sia ancora riuscito per niente di controllare.
Di solito è bravo a sviarla, a soffocarla sul nascere: sa dirottare le provocazioni e lasciarsele scivolare sulla pelle come se non pesassero nulla, come se fossero aria.
Ma quando mette radici – quando monta – diventa impossibile dissimularla o trasformarla in qualcosa di meno distruttivo: non resta che incanalarla verso una direzione poco pericolosa. Tenersi lontano dal mondo e dalla gente, per evitare che mondo e gente ne vengano travolti.
Probabilmente è per questo che ieri, dopo aver passato un'intera giornata a non pensare a quel che è successo con Jude, Raven ha ceduto alla tentazione e si è presentato alla porta di Liam.
Ansimando, muove un passo indietro, adesso.
Si asciuga la fronte con il polso, piegando la testa di lato come per sciogliere i muscoli del collo, e approfitta della pausa per riflettere su quanto la rabbia modifichi il suo portamento. Sulla maniera in cui sente il proprio corpo e sull'effetto che provoca negli altri, anche, forse. Una diversa influenza.
Liam ha fatto bene a suggerirgli la sua palestra, quella mattina; Raven non ha idea di che direzione avrebbe potuto prendere la sua giornata, se non avesse trovato un modo per sfogare l’energia in eccesso. Forse, sarebbe riuscito a litigare anche con l’amico.
Non è ancora del tutto escluso che questo succeda, in realtà – finora Liam è stato discreto, ma prima o poi vorrà sapere qual è il problema con Jude e perché tocchi a lui gestirlo. Per il momento, però, c’è solo la palestra deserta, intorno a lui: nessun pericolo.
E tutto quel che riguarda gli ultimi due giorni – Dylan, e Jude, e la sua insostenibile tendenza a usare l'attacco come una forma di difesa – può venire relegato ai margini della consapevolezza mentre il mondo si restringe al circolo costruito dal suo corpo e dalla collera. L'affondo del braccio che scatta in avanti e l'urto del pugno. La velocità con cui il sangue viene pompato verso i muscoli, verso il cervello.
Quando finalmente decide di smettere, ha ormai perso il conto del tempo trascorso lì sotto: la realtà mostra forme troppo taglienti e pulsa sotto la pelle in onde non ancora smorzate, ma la stanchezza fa da contrappeso e lui pensa che potrebbe anche essere in grado di riemergere, forse. Andare in cucina e cercare qualcosa da bere, senza doversi preoccupare.
Passando di fronte al salone, scopre che Liam non ha ancora perso l'abitudine di trasformare casa sua in un punto di ritrovo: sono almeno otto, le persone sedute intorno al tavolo.
Appoggiata allo schienale della sedia, Helene sta sbadigliando – inarca appena un sopracciglio, quando incrocia il suo sguardo. Lui solleva la testa in un cenno distante di saluto, senza rallentare il passo.
La differenza tra l'ospitalità di Jude è quella di Liam sta tutta nel modo che hanno di vivere la loro casa: Jude ne è parte in maniera integrante, e questo tende a comunicarsi anche a chi attraversa quelle stanze soltanto di passaggio, dandogli l'impressione di conoscere davvero il proprietario. Liam vive in casa sua come un ospite lui stesso, invece – che il resto del mondo vi si accampi dentro non sembra quasi riguardarlo.
È un po' la stessa differenza che c'è tra il loro modo di essere ricchi – tra il diverso modo di essere viziati. Jude lo fa senza quasi accorgersene, come potrebbe farlo un bambino. Liam ne è fin troppo cosciente, e la cosa sembra annoiarlo da morire.
Probabilmente è per questo che si sopportano così poco, loro due – riflette Raven, prendendo una bottiglia dal frigorifero e svitando il tappo. E può darsi che questa sia anche una delle ragioni per cui presentarsi da Liam è stata una scelta obbligata: Jude non si azzarderebbe mai a cercarlo qui, se anche volesse trovarlo. Finché si limita a telefonare – senza neanche lasciare messaggi in segreteria, lo stronzo – lui può stare tranquillo.
"Va meglio?"
Voltando la testa verso la porta, incrocia lo sguardo dell'amico.
"Marginalmente," risponde.
Liam annuisce, passandogli accanto per prendere a sua volta qualcosa dal frigo.
"Helene non si aspettava di trovarti qui," lo informa, distrattamente. "Le ho dovuto dire che sei arrivato ieri sera. Credo stia traendo le sue conclusioni."
Raven non ha idea se le conclusioni di Helene riguardino il letto nel quale ha trascorso la notte o se piuttosto non si sia chiesta come mai abbia deciso di dedicarsi alla boxe, né è particolarmente interessato a scoprirlo. Possono pensare quel che vogliono, lei e Liam – di lui, di Jude, di qualunque cosa – e la situazione non cambierebbe comunque di una virgola. Non l'ha fatto finora.
"Neanche io mi aspettavo di trovare lei qui," risponde, incrociando le braccia sul petto. "Questioni di lavoro?"
"L'adattamento del romanzo di Weldon. Te ne aveva parlato?"
"Forse. Qualcosa." Raven piega il capo, osservandolo attentamente. "Il dio malato, giusto?"
Liam non è cambiato moltissimo, rispetto alla prima volta che si sono conosciuti: il suo corpo, a quel tempo, aveva la struttura fragile di un adolescente magro – il viso tratti meno definiti, meno spigolosi – ma negli occhi c'era già la stessa luce distante. Singolare.
Raven aveva quindici anni, a quel tempo – l'amico diciotto – e ricorda di essere rimasto affascinato come gli capitava spesso con i ragazzi più grandi: senza intenzioni precise, né di amicizia né di sesso, ma inchiodato semplicemente dalla consapevolezza che di fronte a lui respirava qualcun altro. Con distinti processi mentali, distinti sentimenti.
Visioni.
Forse non sarebbero neanche diventati intimi se le circostanze non li avessero portati a frequentarsi più spesso – se il primo ragazzo di Raven non fosse stato amico di Liam, se quella stessa casa non avesse fatto da scenario a molti dei suoi ricordi più belli.
Ma il fascino c'era, e non è mai sbiadito davvero del tutto. Anche se sono passati gli anni e le distanze si sono fatte più pressanti – anche se la storia con Matt è finita e Matt stesso se n'è andato ed è arrivato Jude e a volte trascorrono anche mesi prima che la mente torni su certi ricordi.
Anche se forse, con il tempo, i loro mondi sono diventati ancora più differenti.
"Non ho ancora capito se accettare di lavorare con Helene a quel progetto sia stata la decisione più insensata o la migliore di tutta la mia vita," sta dicendo Liam, adesso, una sigaretta infilata tra le labbra. "Non ho mai fatto niente del genere ed è tutto…" Un gesto vago, con la mano destra. "Confuso. Non abbiamo ancora neanche idea di chi scritturare per le parti principali. Ma almeno il copione è pronto, ora. E non credevo che Weldon ci avrebbe mai dato l'okay definitivo."
Improvvisamente, Raven si trova a dover quasi trattenere un sorriso.
"È esigente?"
"Non hai idea." Uno sbuffo. "Helene poi è quasi peggio di lui."
"Niente di nuovo, quanto a questo."
Raddrizzando le spalle, Liam annuisce. Si sporge verso il posacenere appoggiato sulla mensola; scrolla la sigaretta con un gesto secco. Preciso. Lentamente, gli lancia uno sguardo, inclinando la testa di lato.
"Hai tre chiamate perse, sul cellulare. Lo sai, vero?"
E il sollievo temporaneo di potersi concentrare su altro sbiadisce, mentre i muscoli tornano a irrigidirsi. I nervi si tendono, la mascella si contrae.
"Sta chiamando da ieri pomeriggio," risponde, freddamente. "Ogni tre o quattro ore."
"Hai intenzione di rispondere, o pensi di ignorarlo finché non la smette?"
"Non dire stronzate," sbuffa lui. "Lo richiamerò tra un po’. Devo solo chiarirmi le idee."
Un altro cenno affermativo, come se l'affermazione fosse perfettamente logica. Come fosse già capitato, in precedenza, che Raven lasciasse passare due giorni senza vedere Jude – senza sentirlo. Ignorando le sue chiamate e sfogando l'energia negativa sugli attrezzi di una palestra.
"Pensi di fermarti qui anche stanotte?" viene quindi la domanda, quasi indifferente. Lui scrolla le spalle.
"Credo. Non sono dell'umore giusto per relazionarmi con il mondo."
"Troppo asociale anche per venire in soggiorno e lasciarti sfoggiare?" ribatte Liam, con un'inflessione appena divertita nella voce. Ridacchia, poi, di fronte al suo sopracciglio inarcato.
"Diciamo che la tua presenza non è passata inosservato. Posso solo ringraziare che l'attività fisica ti abbia sciolto abbastanza da far concentrare l'attenzione più sui muscoli che sullo sguardo assassino, o sarebbe cominciata a correre la voce che do alloggio a serial killer allo sbando."
"È per questo che mi hai dato via libera con la palestra, Liam?" chiede lui, ironico, seguendolo in corridoio. "Paura che ti spaventassi gli ospiti?"
In realtà, pensa che soltanto l'amico sarebbe capace di accontentare la sua richiesta di solitudine trascinandolo in mezzo a una decina di completi sconosciuti: chiunque altro avvertirebbe la profonda stonatura tra le due cose, ma con Liam gli opposti si trovano spesso a coincidere pericolosamente.
Seduto in mezzo ai suoi colleghi, con i loro occhi addosso e nelle orecchie l'eco dei loro nomi, Raven si sente più rilassato di quanto non fosse nel centro della palestra, quando Jude, sotto forma di assenza, era ancora il fulcro di ogni pensiero. È confortante in qualche modo lasciare che sia il corpo a trovare il suo spazio – incastrarsi tra chiacchiere che non lo riguardano e non doversi preoccupare troppo di seguire il filo del discorso.
Sentirsi libero di non dover trattare nessuno con nessun riguardo. Di non dover neanche fare i conti con se stesso.
Da ragazzino era convinto che fossero quelle, le situazioni decisive per la sua formazione: non tanto le ore trascorse a parlare con qualcuno privatamente, lasciando la mente libera di andare. Ma i periodi spesi in mezzo alla gente, quando erano i confini del corpo a venire testati. Quando negli occhi di qualcuno trovava un riflesso di sé nitido e preciso e il proprio stesso allungare il braccio per accettare una sigaretta ridefiniva la forma dei muscoli.
L’ampiezza di ogni gesto.
Poteva testare l’effetto di ogni sguardo, in quei momenti. E mentre il corpo imparava a muoversi – a sintonizzarsi automaticamente sulle frequenze giuste, a trasformarsi in qualcos’altro – le parole intorno si intrecciavano a formare discorsi e penetravano la coscienza sotto forma di nuove idee. Nuovi messaggi.
Era stimolante anche discutere, in quei momenti. Scegliere una posizione e portarla agli estremi.
Una delle cose che più amava dei suoi fratelli, allora, era il fatto che gli portassero sempre persone più che disposte a prestarsi a quei giochi.
È strano, forse, che dieci anni dopo quella condizione di indeterminatezza continui ad avere sui suoi nervi lo stesso effetto distensivo.
Gli ospiti di Liam in realtà non gli hanno prestato troppa attenzione – ci sono stati sguardi e convenevoli, sicuro, ma la conversazione è tornata presto sui binari consueti e lui si è trovato a recuperare un copione dal centro del tavolo per poter seguire meglio quel che stavano dicendo.
Helene, al suo fianco, fumava in silenzio e indicava a volte qualche passaggio fondamentale – lui osservava il suo polso sottile, l’eleganza della sigaretta retta tra indice e medio e poteva quasi convincersi che fosse ancora un’altra, la sua vita. Che ciò che vibrava sotto pelle fosse l’energia dei diciott’anni, e non tensione, e che tutto il resto fosse ancora da costruire.
“Non riesco a credere che sei riuscita a trasformare Il dio malato in uno spettacolo teatrale,” commenta, ad un certo punto. “Solo tu avresti potuto, seriamente.”
Anche senza sollevare lo sguardo dal copione, può vedere Helene sorridere.
“È solo un’altra forma di traduzione...”
“Liam ha detto che ci sta impazzendo.”
“Liam dice di star impazzendo da dieci anni.”
Scrollando le spalle, lui non si disturba a contraddirla. Sono rimasti soli, del resto – gli altri si sono dispersi nel resto della casa quando Liam ha annunciato che era ora di fare una pausa e che sarebbe andato a occuparsi del pranzo – ed è sempre strano trovarsi in compagnia di Helene senza interferenze estranee. Intimo, e quasi rilassante.
Per questo, forse, quando la donna cambia posizione sulla sedia e pronuncia a bassa voce il suo nome, lui risponde senza quasi pensarci.
“Che c’è?”
“Ti ha davvero presto alla sprovvista, quel che è successo con Jude?”
Per un attimo, la sorpresa è tanto grande che è quasi impossibile capire di che cosa stia parlando. Raven solleva la testa di scatto, fissa gli occhi nei suoi – ed è solo quando lei distoglie lo sguardo che il significato della sua domanda si chiarisce.
Di colpo, la rabbia che nell’ultima ora era rimasta in sottofondo torna ad esplodere nelle orecchie, come un colpo sparato a bruciapelo.
“Che cazzo significa, ‘ti ha preso alla sprovvista’, Helene?” sbotta, gettando il copione sul tavolo. “Avrei dovuto prevederlo?”
“Io me l’aspettavo, in realtà,” mormora lei, senza guardarlo.
“Perfetto! Mi fa piacere che almeno qualcuno se l’aspettasse, sai – rende tutto molto più comprensibile. Probabilmente ero soltanto io, a non essermi accorto che negli ultimi tempi ero passato dall'essere il suo migliore amico al ruolo di amante semi-abusivo!"
La donna rovescia gli occhi al cielo. “Andiamo, Raven. Neanche Jude nel suo momento peggiore potrebbe arrivare a dire questo…”
"Ha detto che non me n'è mai fregato un cazzo," scandisce lui, fissando il suo viso – la curva amara di quelle labbra familiari. "Che questi dieci anni non sono stati altro che un tira-e-molla continuo e che non ho mai voluto prendermi nessun impegno. E che è meglio che stia lontano da Dylan perché gli complicherei soltanto la vita. Come ho complicato la sua, del resto," conclude, in tono sprezzante.
Si sente girare la testa, invece. La voglia di prendere a pugni qualcosa – di far male a se stesso, prima ancora che di farlo a qualcun altro – pulsa di nuovo nelle vene ma più forte ancora, più profondo e vero, c’è il bordo del vuoto. Il ricordo della prima volta che l’aveva percorso, che si era costretto a guardarci dentro.
Mark mancava ed era quella la ragione – quella l’origine di tutto.
Il vuoto null’altro che ciò che restava del suo modo di abitare il mondo.
C’era stata rabbia anche allora. Frustrata e sconfitta e febbricitante, e se si sforzasse di ricordare potrebbe forse ammettere che l’aveva sfogata proprio nel letto di Liam. L’unica volta in vita sua che avesse lasciato al sesso il compito di fare male – l’unica volta che non gli avesse chiesto piacere. Ma è un pensiero lontano, quello, che anche formandosi non si lascia decifrare: Liam non ne ha mai più parlato ed Helene non ne sa nulla e ha ragione Jude, quando lo accusa di aver mancato di rispetto a tutti, in quei giorni. Raven sa di aver combattuto il mondo soltanto per arrendervisi, nel momento sbagliato, e che non ci sarà mai modo di chiedere scusa davvero. Non è stato quello il problema, l’altra notte.
Non è stato quello il tradimento. Il colpo alle spalle.
Ma Jude aveva occhi troppo caldi e le sue parole vibravano incandescenti, e non era mai stato così, prima d’allora. Non c’era mai stato quel senso di precarietà sospesa, quell’addio che riecheggiava giù per le scale insieme ai suoi passi. Non c’era la sconfitta del suo sguardo distolto e la sensazione insostenibile che stesse dicendo la verità completa, non solo quella di un momento.
Di solito i litigi con Jude lasciano il tempo che trovano - sono esplosioni minori che possono nascere nei momenti più assurdi, ma finiscono imprevedibilmente così come iniziano. Raven non ha mai avuto problemi a distinguere il vero dal falso, nelle sue parole, anche mentre lo attaccavano. Non ha mai avuto problemi a schivarne le frustrate permettendo alla propria sicurezza di smorzarle.
Adesso invece, ogni volta che il cellulare vibra nella tasca, deve combattere l’impulso di spegnerlo. La necessità irrazionale e stupida di dimenticarlo da qualche parte e poi scappare.
“Ne aveva parlato con Magda?” domanda, premendo con forza le spalle contro lo schienale della sedia.
Helene, al suo fianco, inarca un sopracciglio e lui si costringe ad allungare il braccio verso il copione abbandonato sul tavolo; riprenderlo in mano. Sfogliarlo.
“È per questo che non sei rimasta sorpresa? Sapevi già qualcosa?”
“Raven,” mormora lei, incredula. “Non c’è nessun complotto in atto per tenerti all’oscuro. Magda non sa niente. Io non so davvero cosa sia successo – immagino si tratti di Dylan, però.”
Lui annuisce, nervoso.
“Ecco. E conoscendo Jude, ti aspettavi davvero che fosse pronto a fare un passo del genere senza prima piantare su qualche casino?” Un sospiro. “Andiamo, per quanto quel ragazzino possa piacergli…”
“Non era il ragazzino, il suo problema,” la interrompe Raven, acido. “Finché si trattava di Dylan sembrava tutto perfetto – è stato quando l’ho sfiorato io che ha dato di testa.”
Probabilmente avrebbe fatto meglio a mordersi la lingua – Helene è Helene, e le vuole bene come fosse sua sorella, ma non ha mai imparato a vestire le proprie insicurezze di fronte a nessuno che non fosse Mark.
Ed è strano, in realtà, perché sul momento non era stato quello a creargli problemi – quando Jude si era tirato indietro e aveva dato inizio alla sua scena madre, l’irritazione era tutta per quel che stava facendo a Dylan. Per la fragilità perfetta di quel momento e per l’insensatezza con cui il compagno la stava distruggendo con il solo proposito di mettersi la coscienza a posto.
Soltanto il giorno dopo, quando la concentrazione tesa ad escludere il pensiero di Jude dalla quotidianità si era allentata il tempo sufficiente a lasciar filtrare qualche ricordo della notte appena trascorsa, era venuta la necessità di rivivere quegli ultimi momenti in moviola. Ed era stato sconcertante rendersi conto che il cervello aveva registrato con tanta precisione la successione degli eventi – che non era stato solo il calore della pelle di Dylan sotto le labbra, a restare impressa, o la pressione della sua schiena contro il petto. Ma anche l’incresparsi del respiro di Jude, quando lui si era chinato a sussurrargli qualcosa all’orecchio. Lo sgranarsi dei suoi occhi, che per un attimo l’avevano guardato come se si fosse dimenticato della sua esistenza. Come se, quasi, gli costasse fatica accettarlo.
È stato tutto talmente veloce e sorprendente che Raven non può sapere con certezza cosa sia successo. E avrebbe sicuramente ignorato il senso di disagio che il pensiero di poter venire tagliato fuori dalla percezione di Jude gli comporta, se non ci fosse stato il litigio subito dopo. Se Jude non avesse avuto quello sguardo.
Non sa cosa pensare, in realtà. A cosa credere.
Ma non ha mai dovuto forzarsi, per dare fiducia a qualcuno – di solito gli basta affidarsi all’istinto – ed è destabilizzante trovarsi adesso a sfiorare il bordo del cellulare con le dita, cercando di convincersi a fare una chiamata.
Cercando di trovare dentro di sé la voglia di sentire il compagno, e il coraggio di scegliere le parole giuste per affrontarlo. Pur sapendo che, qualunque cosa si trovasse a dire, una parte di sé starebbe mentendo.
E probabilmente è proprio quello, il problema più grosso. Perché in tutti questi anni non ha mai detto altro che la verità, a Jude. Non gli ha mai chiesto che di fare altrettanto. Mentre in questo momento, invece, non crede di saper mettere in ordine neanche se stesso.
Chiuso nello studio di Liam, schiena premuta contro la porta, prende un lungo respiro prima di decidersi a recuperare il cellulare dalla tasca e premere il tasto di richiamata.
Non ha idea di cosa potrà dire.
L’altra sera, quando è uscito dall’appartamento dell’amico, non era sicuro che sarebbe riuscito a sopportare la presenza di nessuno – non si trattava di rabbia, allora, ma soltanto del dolore di una ferita riaperta. Il discorso che Jude aveva fatto – il peso di quel tradimento – passava in secondo piano, come avvolto dal fumo. Ed era passato in secondo piano anche Dylan, la notte mancata, la frustrazione di doversi interrompere così bruscamente. L’irritazione successiva.
Poi, era arrivato il sonno. E il risveglio, la mattina. E l’irritazione si era trasformata in rabbia – la rabbia era diventata bisogno di fuga. Lui era finito da Liam.
Adesso, non saprebbe neanche spiegare quale sia il sentimento dominante. Se il bisogno di vendicarsi, o di proteggersi. Di proteggere gli altri. Ferirsi.
Quando Jude risponde, però – al secondo squillo – il suo respiro è affannato e per un attimo ascoltare la sua voce sembra sufficiente. A respirare con più leggerezza.
Addolcire il rancore.
“Stavi aspettando incollato al telefono, o hai rischiato di spaccarti il ginocchio per prendere la chiamata?” si trova a domandare, il tono divertito.
“Vaffaculo,” è la risposta – risentita. “Sono due cazzo di giorni che ti chiamo. Pensavo fossi sparito.”
“Tranquillo, questa volta ti saluterei, prima,” ribatte lui, quasi senza pensarci. Perché è sempre così, con Jude – non c’è bisogno di filtri.
Subito dopo, però, il vero significato di quel che ha appena detto si chiarisce e il cuore manca un battito. L’ironia impasta la lingua con una consistenza amara, densa, e lui si affretta a cambiare argomento. Si schiarisce la gola.
“No, sono soltanto da Liam.”
“Raven.”
Può quasi immaginarlo, Jude: occhi chiusi e capo appena rovesciato indietro. Volto modellato su linee nervose, incerte – la maschera del pentimento. Raven non saprebbe neanche dire quante volte abbiano fatto un simile balletto, ma non gli era mai successo di dover rifiutare le sue scuse non perché sarebbero inutili. Ma perché non è sicuro di credergli.
“Mi dispiace per quello che ho detto. Non avrei dovuto, non…”
“Era nel tuo pieno diritto,” lo interrompe, in fretta. “Lasciamo perdere, ok? Acqua passata.”
“Sicuro. Per questo hai passato gli ultimi due giorni a ignorarmi.”
Irritato, lui muove un passo verso la scrivania.
“Beh, scusa tanto se non avevo voglia di starti intorno. Poi, fidati. È meglio per te che ti sia stato lontano.”
“Sei incazzato?”
“Sono stato tutta la mattina a prendere a pugni il punching-ball di Liam. Se fossi venuto da te avrebbero potuto farne le spese le tue fotografie. Ho preferito evitare.”
C’è un che di surreale, in quella situazione. Rendersi conto che il cervello è perfettamente in grado di portare avanti un battibecco qualsiasi con Jude, ricorrendo soltanto a strutture già collaudate, mentre l’istinto non fa altro che inviare segnali a ogni periferia nervosa, mettendo in guardia contro il pericolo.
Il cuore batte veloce, nelle tempie e in gola, e Raven non pensa di essersi mai trovato tanto vicino a mentire. Senza dire comunque nulla che non sia vero.
Jude si sta scusando ancora, intanto, e lui si trova ad annuire con il capo senza neanche ascoltarlo.
Vorrebbe poter dire che non ce n’è bisogno, che è tutto sistemato e possono vedersi quella sera stessa e dimenticare tutto quel che è successo – sa che l’amico non sta aspettando altro.
Ma i nervi non si sono ancora rilassati: le dita tamburellano nervosamente sul piano della scrivania – gli occhi scivolano tra i fogli che Liam vi ha ammucchiato, documenti e articoli e un’agenda sotterrata da giornali – ed è come se il suo corpo fosse diventato un animale estraneo. Un testo da leggere tra le righe – qualcuno da avvicinare cautamente.
Un piano dissociato.
“Dylan come sta?” domanda, improvvisamente, dando le spalle alla stanza per avvicinarsi alla finestra.
Nell’orecchio, la risata di Jude suona nervosa.
“Dee? Speravo me lo potessi dire tu…”
“Non lo vedo dall’altra notte.”
“Ah. Non sei più passato da lui, o…?”
“Jude, che cazzo,” sbotta Raven, innervosito. “Sono da Liam per non spaventare nessuno, e vuoi che vada da Dylan che ha problemi con me anche nei giorni migliori?”
Il silenzio con cui Jude accoglie quell’affermazione non dovrebbe fare male, se paragonato a quel che si sono detti l’altra notte, ma in qualche modo sembra allargare ancora di più la distanza che li separa. Fare più profonda la spaccatura – più bruciante la ferità.
Contando lentamente fino a dieci, Raven cerca di lasciargli il tempo di trovare una risposta – poi, quando diviene evidente che questo non avverrà, trattiene un attimo il fiato.
Lo lascia andare in un lungo sospiro.
“Hai provato a chiamarlo?”
“Non risponde…” mormora Jude, a voce bassissima.
“Grande sorpresa,” sibila lui, ironico. “E cosa aspetti, precisamente? Un invito scritto?”
“Non so di cosa…”
“Senti, non mi importa quali cazzo fossero i tuoi problemi l’altra sera, né cosa ti stia passando per la testa in questo momento, Jude. Se vuoi evitare di affrontare le cose, accomodati. Se vuoi toglierti dai piedi le complicazioni, fa pure. Ma Dylan non si merita di pagare lo scotto delle nostre cazzate.”
“Non ho mai voluto…” “Forse no, ma è questo che sta succedendo,” lo interrompe Raven, con un tono più fermo di quanto avrebbe pensato. “Perché l’abbiamo tirato noi in mezzo a questa storia – l’hai tirato in mezzo tu. E se non hai le palle di portare avanti la cosa e preferisci far scoppiare tutto da subito, devi almeno dirglielo. Che non ho nessuna intenzione di farlo io per te, sia chiaro.”
È strano parlargli in questa maniera – difficile ricordare l’ultima volta che è successo. Quando erano ragazzini, probabilmente – quando Jude si ostinava a dirsi etero e lui stringeva i denti contro la voglia di sbriciolare ognuna delle maschere che imbastiva.
Non c’era nessun noi, allora – nulla da affrontare insieme, ma soltanto strade da costruire da soli. Direzioni da scegliere.
Percorsi da affrontare.
Dà le vertigini rendersi conto che non è più così da anni. Che Dylan stesso, nella sua percezione, non è mai stato un affare privato: all’inizio c’era la sua bellezza e la bellezza richiama sempre Jude, qualunque sia la forma.
Dopo, quando è arrivata la tenerezza, Jude era già entrato nel cerchio e aveva già cambiato gli equilibri per costituirsi come terzo polo: fin dalla notte in cui Raven è entrato in casa sua e li ha trovati entrambi addormentati sul divano non c’è più stata una vera divisione, tra loro.
Nel momento in cui ha cominciato davvero a credere di potersi vedere con Dylan, ha cominciato necessariamente a vedere Dylan con Jude.
Solo adesso si rende conto che forse non era un passaggio così logico, quello. Che forse gli altri due non l’hanno sentito con altrettanta naturalezza – che per Jude potrebbe essersi trattato di un’imposizione. Un forzare le loro esistenze a procedere parallele quando lui avrebbe voluto una curva brusca.
Una qualche diversione.
“Pensi davvero che dovrei andare a cercarlo?” sta chiedendo adesso l’amico, e anche la voce con cui pone quella domanda sembra diversa. Più distante, forse, o forse solamente più stanca.
“Sì,” gli risponde comunque, perché qualunque sia il problema tirarsi indietro adesso è impossibile. E perché non è in grado di andare lui da Dylan – di trovare in se stesso la delicatezza necessaria a maneggiarlo – ma soltanto l’idea di quanto debba essere confuso stringe lo stomaco. “Seriamente, Jude. L’altra sera stava malissimo. È convinto di aver fatto qualcosa di sbagliato, o che tu non lo volessi, o qualche altra cazzata che meno sta nel suo cervello meglio è per tutti.”
“D’accordo.” In sottofondo, il suono di un sospiro. “Andrò a cercarlo oggi pomeriggio.” Pausa. “E tu?”
“Io cosa?”
“Pensi di tornare, o…”
La risata che gli sfugge, a quel punto, è sorprendentemente amara.
“Credo che non sia il caso per ora, no. Meglio fare qualche altra prova con il punching-ball di Liam, prima.” Scuotendo la testa, si tira indietro i capelli. “Seriamente, Jude. Pensa a Dylan, adesso. Noi…” Esitazione. “Noi aggiusteremo dopo. Lasciami qualche giorno.”
Le parole suonano vuote al suo stesso orecchio – non sono neanche una promessa, ma soltanto un rimandare al futuro il problema – ed è evidente che neanche Jude ci crede davvero.
Per un attimo, Raven pensa quasi che potrebbe protestare – cercare di convincerlo a raggiungerlo subito, ad andare da Dylan insieme. Lui non accetterebbe mai, ma sarebbe la cosa migliore, forse. Litigare seriamente. Adesso.
Offrire al corpo qualche ragione per continuare a sentirsi così distante, e così svuotato. “Ok,” risponde invece l’amico, quietamente. Aggiungendo soltanto, a voce più bassa: “Mi dispiace.”
E quando lui mormora: “Anche a me”, chiudendo la comunicazione, pensa che quella è forse l’unica verità che abbia detto in tutta la conversazione – una verità non corrotta dalla rabbia, dall’improvvisa paura di non sapersi più ritrovare.
Qualunque direzione stia prendendo la loro storia – qualunque cosa voglia ancora Jude da lui, qualunque cosa sia disposto a dare – questo momento resterà comunque un segno sul loro percorso. Con il suo carico di rammarico, con tutta la frustrazione. Perché per quanto il corpo, dai suoi confini di pelle e nervi, pretenda un diversivo capace di consumare in rabbia il dolore, la realtà più profonda, in quel momento, si legge nel battito del sangue.
Nel senso di vuoto che si scioglie in bocca, nelle tempie.
E nel sapore dell’assenza.
Talmente amaro, a volte, da non permettere alcun nome.






Colpo alla porta.
Dylan solleva la testa dal cuscino, si accorge che è ancora giorno. Si accorge che c’è vento, fuori dalla finestra. Torna a chiudere gli occhi.
Colpo alla porta.
È la responsabilità del risveglio ciò che maggiormente pesa, in certe circostanze: dover aprire le ciglia anche quando non c’è assolutamente nulla che vorresti vedere, doversi strappare all’abbraccio delle coperte soltanto perché il mondo esterno ha deciso così. Soltanto perché sono gli altri, a non dormire.
Aveva immaginato una città immobile, quando poche ore prima si era disteso sul letto: le palpebre bruciavano, la mente era esausta. Era persa. E lui si era ripetuto la favola della bella addormentata, sforzandosi di ricordare la voce di sua madre. Sforzandosi di sentirle, le dita di suo fratello intrecciate alle sue mentre il mondo dormiva. Mentre dormivano i paesi, e le persone, e tutto rimaneva sempre identico a se stesso. Un anno dopo l’altro.
Colpi alla porta.
Due, adesso, il primo più convinto. Più incerto il secondo – quasi impercettibile.
Forse dall’altra parte dello specchio ci è finito di nuovo, Dylan, se intorno a lui tutto sembra sospeso nel sonno e fuori da quella stanza qualcuno si muove, invece. Qualcuno bussa.
L’errore dev’esser stato tirar giù i lenzuoli, scoprire i riflessi.
L’ha fatto settimane prima - non saprebbe dire di preciso quando né perché: ricorda solo che era pomeriggio, che aveva dormito sul divano di Jude, quella notte. Che aveva pranzato a casa sua, fumato le sue sigarette. Ascoltato i suoi dischi.
Quando era tornato alla pensione, più tardi, Ash era lì.
Il lenzuolo scivolava e la mano tremava appena - il riflesso si definiva lentamente, attraverso le ciglia socchiuse. E non c’era stata paura né disagio – solo il sollievo indicibile di ritrovarlo ancora. Ritrovarsi, finalmente.
Adesso tiene lo sguardo fisso sul pavimento, invece, mentre un passo dopo l’altro assaggia il freddo delle piastrelle sotto i piedi nudi. Mentre si avvicina alla porta, cercando l’equilibrio, e senza alcun reale interesse si domanda che ore siano. Forse le cinque, azzarda.
O le cinque del giorno dopo.
Tira su col naso, chiudendo il pugno sul pomello della maniglia.
Ed è strano, perché di domandarsi chi possa cercarlo non gli interessa minimamente. Si trattasse anche di Vivian lo lascerebbe entrare senza opporre la minima resistenza, lo lascerebbe chiacchierare per ore o darebbe al proprietario della pensione anni interi di affitto anticipato, se li pretendesse.
A Jude non sa bene cosa potrebbe dare, però. E non riesce neanche ad immaginare per quale motivo si trovi lì, incorniciato nello spiraglio della porta come fosse il soggetto sfumato di una delle sue foto in bianco e nero. Come se avesse un senso, il fatto che i loro occhi si incrocino di nuovo proprio in quel corridoio. Sulla soglia di quella stanza.
“Ehm. Ciao.”
Ha i capelli un po’ arruffati, biondi di una sfumatura più fredda. Effetto delle lampadine a basso consumo che si usano alla pensione, forse, o forse è colpa delle punte bagnate. Forse fuori sta piovendo - pensa Dylan.
"Posso entrare?"
Sussultando appena, lui sbatte piano le ciglia.
Anche Raven aveva usato parole simili, quella prima sera, e nel mondo sembrava esserci lo stesso vuoto sordo.
Lui aveva abbassato lo sguardo nello stesso modo quando si era ricordato di indossare solo quella maglietta bianca – niente pantaloni e niente scarpe. Neanche i boxer, sotto l’orlo del cotone.
In un attimo, improvvisamente, il cuore balza in gola come se dovesse esplodere.
“Un momento solo,” dice, affrettandosi a richiudere la porta. Premendo le spalle contro il legno, subito dopo, e chinando la testa per controllare che la maglia arrivi davvero a metà coscia. Che non si sia arrotolata sui fianchi, nel frattempo.
Tutto a posto.
Ma gli occhi stanno già correndo da un angolo all’altro della stanza, stanno già cercando il paio di jeans scalciati via la sera prima. O i pantaloni peruviani che ricorda di aver abbandonato da qualche parte dopo averli lavati.
Vorrebbe trovare dentro di sé la forza di aprire almeno l’armadio, Dylan. Almeno provarci.
Resta immobile, invece, perché l’ostacolo dello specchio chiude ogni percorso. Perché sa già che nel vetro le labbra di Ash non avrebbero la stessa piega che Jude deve aver visto sulle sue, mentre ieri sera lo baciava. Mentre lo spingeva indietro, e si alzava in piedi. E tutto finiva.
“Hai la bocca più indecente che esista,” gli aveva detto una volta qualcuno, in una discoteca di New York. Dylan non era ubriaco, quella sera, eppure se ne stava schiacciato fra la parete e il corpo di un tizio che neppure gli piaceva soltanto per il piacere di sentir crescere la sua eccitazione. Per vederlo fremere.
“Te l’hanno mai detto, che sei una puttana?” aveva ripetuto il ragazzo, guardandogli le labbra. Guardandolo mentre le bagnava con la lingua, e intanto faceva scorrere la mano lungo il suo sesso. E sorrideva.
Chiudendo piano gli occhi, Dylan prende un respiro profondo.
“Okay,” dice quindi, voltandosi ad aprire di nuovo la porta.
Stavolta l’effetto è più forte – se prima la presenza di Jude era stata a malapena processata come potresti fare con un sogno al risveglio, o con il ricordo offuscato di un avvenimento lontano, adesso invece il suo sguardo fa increspare la pelle e la consapevolezza che basterebbe allungare una mano, per toccarlo, accelera inevitabilmente il respiro.
In realtà le sensazioni della sera precedente sono ancora vivissime, impresse nei sensi come un profumo o un sapore. Qualcosa di incredibilmente fisico. I lineamenti di Jude, poi, sembrano intessuti dello stesso nervosismo inquieto, un po’ impaziente e un po’ indeciso.
Adorabile.
L’aveva già notato altre volte, Dylan, quando possano diventare febbrili i suoi occhi in certe circostanze. O quanto appaiano sensuali le labbra – lo sguardo che si distoglie per poi fermarsi di nuovo sul tuo corpo. Quasi non riuscisse a evitarlo.
Scostandosi un poco dalla soglia, si appresta a fargli spazio.
Dovrebbe dire qualcosa – pensa. Riuscire a salutarlo.
Ma è lui a parlare per primo - prima ancora di gettare un’occhiata all’interno della stanza. Prima di decidersi a muovere un passo avanti, o a prender fiato.
“Dee. Mi dispiace,” dice.
E dispiaciuto lo sembra sul serio – forse anche un po’ a disagio. Tiene le mani affondate nelle tasche, i denti piantati nel labbro inferiore. Le spalle rigide - tese.
"Non volevo farti un'improvvisata, ma il cellulare era spento e ho pensato che fosse meglio…" Si interrompe, voltandosi verso di lui. "Come stai?" domanda, in tono sommesso.
Fa tenerezza.
Fa tenerezza senza una ragione logica, senza reale motivo. Senza che la tenerezza influisca minimamente sull’erotismo, neanche - senza che quel bisogno improvviso di abbracciarlo si spogli del tutto della valenza sessuale.
Dylan lo guarda – non riesce a fare a meno di guardarlo – e quasi deve farsi violenza per non inginocchiarsi ai suoi piedi. Chinarsi di fronte a lui, lentamente, e allungare la mano a sistemargli l’orlo dei pantaloni. Lasciar scorrere il palmo lungo la coscia, poi - premerlo sull’inguine.
“Hai la scarpa slacciata,” mormora invece, e non riesce a perdonarselo.
Non riesce a non sentire di nuovo nelle orecchie il bisbiglio umido di quel tizio, in discoteca: sei una puttana. È esattamente così, per questo è fuggito da New York.
Per questo ha colpito suo fratello - un ceffone in pieno viso, il primo - e ha rovinato tutto anche a Rosenfield. Jude deve averlo capito, forse.
E avrebbe voluto non doverlo incontrare ancora – si sentiva abbastanza al sicuro in quella stanza. Adesso è straniante, vederlo allacciarsi le scarpe nel disordine sbandato della propria camera. Ricordare l’arredamento del suo salotto, confrontarlo con quello dimesso della pensione. E capire d’un tratto di aver sempre covato quel posto come un incubo segreto – il lato di se stesso che non ha mai raccontato a nessuno. Nessuno al mondo.
"Volevo chiederti scusa," dice Jude, e lui trattiene il fiato d’istinto.
"Per l'altra sera,” chiarisce, tornando a sollevarsi. “Non era mia intenzione fare una scenata del genere – non so cosa mi è preso. Ci sei andato di mezzo tu e non lo meritavi. Per niente."
“Stai meglio, adesso?”
In risposta, l’altro accenna una specie di un sorriso ironico.
Non è mai stato bravo in questo genere di cose - mai stato minimamente convincente, quando si sforza di nascondere il nervosismo.
"Sono tornato in me, sì,” risponde, lanciandogli un’occhiata incerta. ”Se è quello che intendi."
Ma cosa intendesse di preciso non lo ha per niente chiaro, Dylan: non ha ancora maturato nessuna teoria razionale sulla sua fuga dell’altra sera – può contare soltanto su sensazioni istintive e sul confronto delle sue labbra con quelle di Ash. Sulla percezione chiarissima della propria estraneità dal cerchio che Jude e Raven hanno tracciato insieme molto tempo prima, quando lui era troppo piccolo o troppo lontano. Al posto giusto, forse.
Ancora non riesce a credere di esser stato tanto ingenuo da illudersi di poter davvero far parte di loro. Loro che sono così diversi da dare le vertigini – con un futuro ormai impostato e un passato da ricordare insieme. Con dinamiche troppo complesse, troppo articolate per un ragazzino che ancora si basa sulle favole dell’infanzia per processare la vita.
I primi giorni era stato esaltante, muoversi nell’appartamento di Jude.
Ovunque c’erano tracce di esperienze così tanto più adulte della sua – qualunque cosa sembrava promettere l’accesso ad un’età sempre aspettata e mai raggiunta. E la porta poteva aprirsi da un momento all’altro sull’entrata di Raven in maniera talmente naturale da sorprenderlo ogni volta - da fargli credere che potrebbe esser perfino possibile, dividere la quotidianità più semplice con qualcuno che ti fa battere il cuore così forte. Con qualcuno che si muove dentro un corpo come il suo, con la sua armonia istintiva.
“E Raven?” domanda, perché ha ancora i brividi se ripensa alla serietà del suo volto mentre guidava per riaccompagnarlo a casa. Paradossalmente, non ricorda di averlo mai desiderato come nel momento in cui la sua mente era concentrata su Jude soltanto. Non ricorda di aver mai avuto così tanta voglia di spogliarlo. Toccarlo.
"È preoccupato per te. Dice che dovremmo chiarire,” risponde Jude, e per un attimo a Dylan viene quasi da ridere. “Cioè. Dice che ti dovrei spiegare."
“Beh, puoi riferirgli che nessuno mi deve alcuna spiegazione,” scandisce, senza riuscire a nascondere l’amarezza. La delusione - inevitabile. “Non a comando, almeno. E non perché lo ha detto lui.”
Ma si pente di quella risposta un attimo dopo averla pronunciata, perché in fondo sa perfettamente che non è quello il problema. Perché lo conosce troppo bene, Jude, per pensare davvero che si trovi lì solo per compiacere Raven.
"Non lo sto facendo perché me l'ha detto lui," ribatte infatti l’altro, ed è fin troppo evidente che non stia mentendo. Solo che Dylan non sa spiegarsi come mai adesso quel particolare rivesta d’improvviso un’importanza tanto grande – Jude neanche lo vedrà mai più, probabilmente.
Raven neppure.
Non ha alcun senso.
"L'ho capito anche da solo, che l'altra notte ho gestito le cose nella maniera peggiore,” lo sente aggiungere, mentre unisce le sopracciglia in un’espressione grave. Seria. “E sono sicuro che tu possa esserti fatto un’impressione sbagliata, tipo che io non volessi andare avanti. O che, non so…" Lo vede stringersi nelle spalle, incerto. "Hai tutte le ragioni, per essere incazzato. Ma vorrei almeno poterti spiegare, per favore..."
La fregatura sta nello sguardo – nessuna reale sorpresa: Dylan ha sempre sospettato che gli sarebbe stato impossibile non intenerirsi, se un giorno avesse litigato con lui.
“Non sono incazzato,” sospira, scostandosi dalla parete per farglisi incontro.
Jude si è seduto sul bordo del letto e lui gli si china davanti, guardandolo dal basso.
“Però forse ho bisogno di capire, sì,” Aggiunge. “Sentirlo da te…”
Si domanda perché lo stia facendo, in realtà, visto che le ragioni sente di conoscerle già tutte. Visto che non servirebbe a molto, alla fine, incasellarle accuratamente in concatenazioni logiche e razionali. Legarle alla voce di qualcun altro in modo che sembrino più terribili. Più dolorose.
“Prima di tutto, se mi sono tirato indietro non è stato per una questione… sessuale,” inizia Jude, e quasi sembra assurdo stare chinato di fronte a lui ad ascoltarlo analizzare la faccenda come se questo potesse in qualche modo risolvere qualcosa. Stringere un legame, o vanificare il problema.
“Voglio dire,” continua. “Non era la prima volta che Raven e io facevamo sesso con un altro, insieme, e mentirei se dicessi che non ho mai pensato che sarebbe potuto succedere con te. O che non l'ho mai sperato. Più o meno dalla prima volta che ti ho visto."
Più o meno dalla prima volta, ripete Dylan mentalmente. In maniera meccanica.
Subito Jude torna a guardarlo, arrossendo.
"Cioè, non sto dicendo che fosse quello il mio scopo, o che stessi cercando di sedurti o che… Solo. Tu sei tu, e Raven è Raven…” Esitazione. “Non ti sto offendendo, vero?"
“Tranquillo.” Deglutendo, Dylan si bagna le labbra.
“So di non essere Raven, non preoccuparti,” mormora.
Ed è vero – quella è l’unica cosa che ha sempre avuto perfettamente chiara in testa: non ha mai pensato di poter prendere il posto di qualcuno di loro, non lo ha mai neanche desiderato.
Jude scuote forte la testa, però – sgranando gli occhi, torna a fissarlo con decisione.
“No, non era quello il mio discorso!” esclama, stranito. “Quel che volevo dire è che…" Espira. "Non penso di saper immaginare qualcosa di più erotico di te e Raven insieme, ok? Questo è parte del problema, immagino. Non era mai successo con nessun'altro, prima," aggiunge.
Ed è in quel momento che senza nessuna logica, in maniera del tutto folle, Dylan sente sciogliersi nel sangue un sollievo talmente grande che deve abbassare la testa per non mostrare gli occhi lucidi. Le lacrime trattenute – impigliate fra le ciglia.
“Davvero?” domanda, piano.
Il senso di colpa arriva subito dopo, come conseguenza inevitabile di ogni sorriso accennato.
"Senza ombra di dubbio. Questo…” Jude si interrompe, stupito. “Cioè, ma Dee… Pensavi davvero che potesse essere quello, il problema? Il fatto che non ti vogliamo?"
“Io sono…” Silenzio. “Sono strano,” mormora lui, tenendo gli occhi ben saldi sul pavimento.
"Strano?"
Ha le unghie dei piedi colorate, se ne accorge solo adesso. Azzurro chiaro.
E anche questo è parte della sua colpa – la vanità che troppo spesso ha suggerito desideri malati. Che ha avvelenato col sesso ogni rapporto, perfino quello con suo fratello. Perfino la cosa più sacra, la più innocente.
Arrossendo, lascia che i capelli scivolino sul viso: sta quasi per dirgli degli specchi, a Jude -sta per raccontargli di Ash, di ciò che lo ha costretto ad allontanarsi da New York e delle parole che il tizio gli aveva sussurrato quella sera in discoteca. Di quanto si senta falso, sporco.
Si limita a tacere, però.
E poi si tira in piedi, scosta distrattamente le coperte aggrovigliate dall’angolo opposto del letto e si siede lì – le mani chiuse fra le ginocchia. Il cuore che continua a battere fortissimo, come dopo una corsa. Come se dovesse farsi male, o disintegrarsi.
Pulire col sangue ogni macchia.
“Dimmi cosa è successo,” mormora.
Prima di rispondere, l'altro prende un respiro profondo.
"Credo che… In realtà non lo so neanche io, con certezza," ammette, imbarazzato. "Voglio dire. Non pensavo che sarei scattato così. Ma… Mi spaventa, questa situazione. E mi spaventava anche prima, fin da quando tu ed io ci siamo baciati. O forse fin da quando hai dormito da me la prima notte, perché non sarebbe stato solo… Solo sesso, Dee. Non per me e Raven, almeno. E non ci era mai capitato prima di fare qualcosa del genere con qualcuno a cui teniamo tanto, e…" Scuote la testa, strofinandosi gli occhi con le mani. "Non avevo un grande controllo sulle mie reazioni, l'altra sera. Il cervello era abbastanza andato, e quando mi sono accorto davvero di cosa stavo facendo mi è preso il panico. Credo."
“Il panico?” ripete lui, confuso.
"Sì, cioè. Più che altro, credo di aver capito più o meno confusamente che avevo qualcosa come mezzo secondo per tirarmi indietro prima di lasciarmi andare del tutto, ed è stato una specie di cortocircuito. Non so neanche bene cosa pensavo, in quel momento – credo che Raven abbia suggerito di spostarci in camera e io ho messo a fuoco la situazione e l'attimo dopo ero già in piedi."
“Oh.”
"Eh."
Silenzio.
“Ho capito,” commenta infine Dylan, lanciandogli un’occhiata veloce.
Non ha capito quasi niente, in realtà, a parte che è stato ad un passo dall’essere portato nel letto di Jude. Che è stato sul punto di fare l’amore con Raven.
Con loro.
Paradossalmente lo sta realizzando adesso – per qualche strana ragione non ci aveva pensato quella sera e non ci ha poi pensato neanche dopo. Non con quella lucidità cristallina, almeno - come potresti pensare ad una cosa reale. Una cosa imminente.
Sbattendo le ciglia, torna a voltarsi in direzione di Jude. Lo fissa negli occhi, stranito, neanche lo vedesse ora per la prima volta.
“Oh,” ripete. Arrossisce, deglutendo.
Immagina che la scena possa apparire surreale, dall’esterno: non saprebbe neanche dire se sia più smarrita la sua espressione o quella di Jude mentre si guardano negli occhi come se nessuno dei due sapesse minimamente in che mondo si trova. Come se si stessero studiando per sperare di scoprirlo nell’altro, un barlume di consapevolezza. Qualcosa che indichi la direzione da seguire.
In realtà sta lentamente iniziando a collegare gli elementi, Dylan: sta percorrendo a ritroso le parole ascoltate fino a quel momento e a sistemare gli incastri. A realizzare.
"Comunque,” azzarda infine Jude, schiarendosi la voce. “Non avrei voluto reagire in maniera così isterica – sarebbe stato il caso di parlarne, credo. Decentemente. E mi dispiace che la serata sia finita su una nota simile, Dylan. Avrei voluto che tu potessi stare bene, e invece abbiamo complicato tutto e…" Si stringe nelle spalle. "Non so neanche che cosa puoi aver pensato, in quel momento."
“Hai avuto paura?” domanda lui, profondamente intenerito. Profondamente commosso, allungando la mano a sfiorargli la guancia. Dolcemente.
Jude ridacchia, voltando il viso nella carezza.
"Ho ancora paura," ammette. "Ma tu non sembri odiarmi, e questo è già un passo avanti rispetto alle aspettative peggiori…"
“No. Avrei avuto paura anch’io,” sussurra lui, muovendo il pollice lungo la sua mascella, piano. Sorride, lievemente.
“Raven ci ucciderà, scommetto…”
Ma Jude torna a tendersi - immediatamente distoglie lo sguardo, tirandosi un po' indietro.
E il cuore si ferma d’improvviso, come se il corpo avesse percepito prima ancora della mente che stavolta il colpo sarà più duro. Come se l’istinto fosse inciampato per caso nel vero nodo - quello che non potrà esser sciolto. Quello che prima era solo un vago sentore, un’idea imprecisa.
"In realtà abbiamo avuto da discutere, quella sera,” dice il ragazzo, un po’ a fatica. “Dopo che Raven ti ha accompagnato a casa."
Al suo fianco, Dylan non risponde.
"Lui era… Irritato," prosegue Jude, senza guardarlo. "E io non so, non mi ero ancora ripreso del tutto, credo. Ho detto cose che non avrei dovuto. Cose che non gli avevo mai detto perché davvero, non spettava a me parlarne e…" Scrolla le spalle. "Non lo vedo da allora. Stamattina ci siamo sentiti per telefono e mi ha chiesto di te, ma… Non siamo esattamente in ottimi rapporti, al momento."
Domandargli se sia grave non servirebbe, per questo lui continua a tacere.
Per questo rimane immobile ad aspettare che il respiro si decida a sciogliersi, che l’aria torni a riempire i polmoni. Per questo e perché non riesce neppure ad immaginarli separati, Jude e Raven. Perché non può fare a meno di ripensare alla tensione che si respirava in macchina quando è stato riaccompagnato a casa, e non può evitare di sentirsi responsabile.
“Mi dispiace,” sussurra soltanto.
Sente le lacrime gonfiare gli occhi e sente Ash fissarlo da dietro lo specchio.
Sente la voglia disperata di abbracciarlo, di addormentarsi vicino a lui.
Sparire.
"Devo dargli il tempo di metabolizzare, credo…" mormora l’altro, ma lui scrolla la testa.
“Jude, così non…” Esita un istante. “Così non funziona,” termina, e subito si alza in piedi.
Attraversa la stanza, raggiunge la finestra. Scosta la tenda, lentamente, concentrandosi sull’alternarsi delle automobili per strada. Fari bianchi e fari rossi.
Semafori.
“Non voglio creare problemi, non voglio che litighiate.” Prende respiro, voltandosi di nuovo verso di lui. “Non voglio neppure che qualcuno debba metabolizzare qualcosa per causa mia - non voglio.”
"Ma non è questo, il problema. Sicuramente non sei tu quello che Raven deve metabolizzare, Dylan. "
“Io sono quello che devi metabolizzare tu, infatti,” risponde lui, e pensa al sollievo di pochi istanti prima. A come i colori sembrassero diversi, a come apparisse meno buia quella stanza. Meno umida. E pensa a Raven, poi.
All’effetto fortissimo che gli aveva fatto la gravità del suo sguardo, ieri sera. La concentrazione con cui teneva gli occhi fissi sulla strada – l’inquietudine. Non lo aveva mai visto così.
Non crede che riuscirà a dimenticarla mai, quella sua fragilità improvvisa. Non riuscirà mai neanche a perdonarsi di esserne stato testimone – di essersi trovato lì in quel momento.
Imponendogli un pubblico.
Un altro problema.
“Le mie foto le terrai fra quelle che non lasci vedere a nessuno?” domanda a Jude, chiudendo gli occhi.
L'altro non risponde, ma la tensione si avverte nell'aria. L'incertezza, e la paura.
Quando poi mormora: "Dylan…", anche la voce è bassa. Un po’ incrinata.
"Le ho fatte vedere solo a Raven," viene la risposta, quieta. "Ma lui non conta, in questo."
“Sì. Lui non conta,” ripete Dylan.
Ci ha riflettuto spesso, molte volte, su come sia possibile che nei momenti definitivi tutto quello che vorresti dire non sembri mai abbastanza. Come accada che nulla appaia in grado di esprimere neanche una minima parte di ciò che hai dentro e perché alla fine sia sempre il silenzio a prender spazio. Il silenzio o frasi troppo ruvide, frasi non tue. Quasi una punizione autoinflitta.
“Credo sia meglio che tu te ne vada, adesso.”
Avrebbe voluto che la voce non suonasse così asettica né così distaccata. Falsa.
Quando Jude annuisce, però, lo fa con la rassegnazione di chi ha già ottenuto più di quel che si aspettava.
"Credo anche io," risponde, tirandosi in piedi, e passa un lungo momento prima che smetta di guardarsi intorno per decidersi a fissare gli occhi nei suoi. "Grazie di avermi ascoltato, Dylan. Era importante, per me."
Lui annuisce.
D’improvviso ricorda la maglietta bianca, la pelle nuda. Il sonno abissale di poco prima e il bisogno disperato di coperte intorno al corpo – la favola che si era raccontato per addormentarsi. La porta che si apriva, e il torpore. La scarpa slacciata.
Rimarrà per ore a fissare il lembo di materasso sul quale lui è stato seduto – lo sa già adesso. Sa che non piangerà ma che avrà freddo, che vorrà dormire. Che il sonno non verrà.
Jude e Raven erano diventati parte così integrante della sua vita che quasi non riesce a concepirne una alternativa - non sa bene neanche che sfumatura di biondo potrebbe esistere a parte quella color grano dei capelli di Jude.
Sembra un problema da poco, eppure non chiuderebbe la gola in quel modo se non fosse importante. E non costringerebbe gli occhi a sollevarsi ancora sul suo viso, con l’urgenza di memorizzare lineamenti e sfumature. Con quel senso di perdita lacerante, ribelle. Furioso, quasi.
Gli sembra impossibile.
“Preferisco che non ci vediamo più, Jude,” dice – la mano destra che trema appena sulla maniglia della porta già aperta. La sensazione di non avere più pelle – più forza.
L'altro abbassa la testa, bagnandosi le labbra.
"Lo immaginavo.”
Il cuore batte forte, così forte che Dylan ha perfino paura che lui se ne accorga. Che ne senta il rumore, nel silenzio, e che decida di fare altre domande. Cercare di calmarlo.
Sarebbe tutto più difficile.
Più ancora di quanto lo sia adesso vederlo voltare le spalle, seguire i suoi passi che si allontanano lungo il tunnel del corridoio e sentire quel nodo che si stringe in gola. Che si stringe di più ad ogni passo, fino a tendere i muscoli in uno scatto inatteso.
“Jude. Aspetta.”
Non era andato così lontano, alla fine, eppure Dylan ha il fiatone quando gli si ferma davanti.
“Aspetta,” ripete, e lo sa che così è solo peggio. Che non dovrebbe.
Si ripete che sarà solo un bacio rapido – labbra che si stampano sulle labbra e una fuga precipitosa dentro la stanza, subito dopo. La porta che si chiude.
Solo che la spinta sembra esaurirsi nel momento stesso in cui le loro bocche si separano e lui rimane immobile, gli occhi saldamente affondati dentro i suoi. I pugni chiusi sul suo giubbotto – i muscoli tesi. Nel silenzio.
Trattiene il respiro.
E succede in un istante – l’accorgersi improvviso che l’orlo della maglietta deve esser salito fin quasi alle anche e la percezione delle mani di Jude sui fianchi, la pressione attutita dalla stoffa.
Il bacio, urgente. L’affondare della sua lingua in bocca e la testa che gira, il fiato che manca.
Calore.
È come se il sangue affluisse al cervello in un’ondata unica – Dylan sente i palmi scivolare sulle natiche e il respiro dell’altro spezzarsi nella bocca quando incontra la pelle nuda.
Follemente immagina l’affacciarsi dei pensionanti in corridoio – l’istantanea che si presenterebbe ai loro occhi. Immagina la propria schiena nuda, la maglia impigliata alle braccia di Jude e le mani aperte sui glutei. Immagina Raven.
Ha occhi scurissimi, indecifrabili, mentre con la spalla appoggiata alla parete li sta osservando attentamente. Ha il cilindro di uno spinello che fuma fra l’indice e il medio, i jeans calati sui fianchi. Sta sorridendo.
Cercando l’aria, lui rovescia la testa all’indietro.
E smette di pensare, dopo – tutto si confonde nella scia umida che la lingua dell’altro traccia sul collo e nel groviglio dei brividi, nell’incalzare del suo corpo. Passi indietro, la porta che sbatte.
Le decisioni prese sono ancora lì, tutte ordinatamente in fila come un esercito schierato: addii necessari e nostalgie e gelo. Eppure Dylan si lascia distendere sul letto, si lascia baciare ancora. Ancora più a fondo.
E non fa male, stranamente.
Non è neanche sesso, non somiglia a nulla di già sperimentato: il sesso è sempre stato una guerra e adesso non c’è che abbandono, invece. È sempre stato gioco.
E ora nessuno dei due sta giocando, non Jude. Non lui, mentre inarca la schiena e apre le gambe per far spazio al suo corpo. E sbarra gli occhi, quando si sente avvolgere dalla sua bocca.
Lascia andare un gemito.
Se ne accorge in quel preciso istante, che i pugni sono saldamente agganciati alla testiera del letto. Che per la prima volta ogni iniziativa è delegata all’altro, che gli occhi si stanno chiudendo. Non c’è bisogno di vigilare.
E non c’è bisogno neppure di nascondere l’imbarazzo dietro i soliti gesti sfrontati, non è necessario fingere né provocare. Né nascondersi.
Forse, prima di abbandonarsi alle labbra di Jude, Dylan neanche sapeva cosa fosse davvero il piacere. Non aveva idea che qualcuno potesse gestirlo per lui in maniera più efficace di quanto abbia mai saputo fare lui stesso e non credeva che sarebbe arrivato a sentir tremare le gambe contro le tempie di un ragazzo.
Ha sempre sorriso, quando succedeva agli altri. Li vedeva impazzire e sapeva che era merito suo - sapeva di averli in pugno.
Adesso fatica a riconoscere se stesso nei movimenti che il suo corpo sembra articolare da solo, invece. E non ha idea di che sorriso sia, quello che sente tendere le labbra mentre Jude sale a baciarlo. Non somiglia né a trionfo né all’ironia solita - non somiglia a niente.
Eppure non gli importa.
Non gli importa perché lui torna a premergli la bocca sullo stomaco e poi sul ventre – lentamente lo accarezza appena, facendolo rabbrividire. E c’è soltanto il bisogno disperato di ritrovare le sue labbra – tornare a sentirsi avvolgere e tendere e affondare.
Affondare.
Stacca le mani dal legno della testiera solo quando l’orgasmo gli scuote il corpo fin nelle ossa e mentre si rovescia a pancia sotto tirandosi dietro coperte e lenzuola vede il buio riempirsi di infiniti puntini luminosi - sente il respiro spezzarsi in un colpo di tosse. La testa girare.
Per un attimo, è come se non sapesse più dove si trovi. Né chi sia veramente.
Succede solo più tardi, che tutto torni di nuovo quieto.
Molto più tardi.
Le ciglia si schiudono - fuori il mondo sembra stranamente quello di sempre. Ci sono spartiti e scarpe, sul pavimento - la solita luce fioca di poco prima. CD e vestiti e la custodia della chitarra in un angolo.
Alle sue spalle, contro la schiena, il respiro di Jude è un suono soffuso. Caldo.
“Per favore. Dimmi che non sei già pentito.”
“Hm?”
Stirando languidamente i muscoli, lui volta la testa sul materasso fino ad incontrare il petto dell’altro – a premere la guancia sulla pelle. Lo sente ridacchiare e la cassa toracica vibra contro l’orecchio – una sensazione stranissima. Dolce.
“Stanco?”
È quasi sicuro che non fosse quella la domanda precedente, ma è davvero troppo stanco per cercare di ricordare. O per concentrarsi su qualcosa di diverso dal braccio di lui che gli circonda la schiena, che lo attira più vicino. Dalle sue labbra che sfiorano la tempia.
“Hm,” risponde.
Poi, chiude gli occhi.
È successo tutto troppo in fretta – troppe emozioni contrastanti in così poche ore: dolore e piacere, rinuncia. Tensione e abbandono.
Se tutto questo ha un senso, lui non riesce a vederlo. Non sa più distinguere solitudine e completezza, non saprebbe dire se sia più forte la nostalgia per qualcosa di perduto o la sorpresa di sensazioni mai provate. E non riesce a trovare i confini del proprio corpo, mentre Jude lo abbraccia. Mentre gli preme le labbra sulla tempia, pigramente, e ogni gesto si porta dietro l’impronta di Raven come se fosse stato modellato dall’interazione con lui molto tempo prima. Molto in profondità.
Se quel benessere non fosse tanto ubriacante – tanto esteso e completo da annullare ogni pensiero razionale, da soffocarlo – verrebbe da domandarsi quanto abbia pesato la somiglianza con Ash, nel sovrapporsi quasi distonico di dimensioni tanto diverse. Quanto Jude possa averla percepita sotto le mani, la presenza di suo fratello, e se non sia stato lui a trasformare il rifiuto in passione. La paura in desiderio – qualcosa di più forte.
La testa gira ancora, ed è come un’altalena che confonde le dimensioni. Come aver bevuto troppo, sentirsi altro. Sentirsi sfumare.
E forse è la stanchezza a insinuarsi nel riflesso dello specchio o forse è Dylan stesso a sollevare bandiera bianca. Forse le dimensioni torneranno a sovrapporsi, quando l’incantesimo sarà spezzato. Forse no.
Ma c’è silenzio, nella stanza, e il respiro di Jude scivola fra i capelli come una carezza che sembra riservata a lui soltanto. Per una volta – un’illusione. Crederci.
Il sonno arriva come fiato sul vetro, dopo, offuscando gli specchi in immagini ovattate di condensa. Ombre bianche senza contorni - favole sbiadite in trame che nessuno ricorda più. Che non raccontano nulla. E che non fanno rumore.




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