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Samuel e Raven - La cosa più temuta





Avrebbe dovuto essere altro, invece erano quasi sempre le sue mani.
Era la forma delle nocche e la scultura dei tendini in rilievo, vene come ferite e lana bianca a sfiorare la pelle nella percezione segreta di un tocco impalpabile – soffio di neve fredda e una corolla di fiato umido alla base del collo.
Silenzio, colpa.
E poi da capo incontro a nuove bestemmie – per quanto i pensieri possano spingersi oltre il lecito resta sempre una spietata dolcezza, alla base di tutto, ed è forse questo l’affronto più sfacciato: che occorre immaginarla, costruirla nei respiri. Rinnegare la consuetudine di esperienze passate per consacrare alibi che abbiano il sapore di espiazioni e poi crederci davvero, che sarebbe possibile. Che sarebbe innocente.
Questa costanza, questo perdurare, questo sapere che esiste,
che non serve chiudere gli occhi e affondare il braccio nel fiume,
che i pesci dalle squame fragili non brillano come mani,
che scivolano tutti i dubbi mentre la gola si ostruisce.


(1)
A volte basta l’odore sottile della polvere, un cerchio di luce chiara che galleggia sul palco e tutto intorno quella platea di velluto rosso - velluto sporco.
A volte può capitare che ti domandi se un tempo sia stata realmente la tua voce, il rosario di parole inutili che qualcuno gonfia d’enfasi perché suonino ancora più straniere.
Samuel non sa spiegarsi cosa lo abbia condotto in quel teatro – Helene gli aveva chiesto di presenziare ai provini e Liam aveva insistito perché scegliesse almeno il protagonista dello spettacolo, eppure non si può dire che siano state davvero le loro raccomandazioni a guidarlo fin lì: quando era entrato in aula, quella mattina, aveva lasciato scorrere lo sguardo su ognuno dei suoi studenti - aveva sentito il silenzio diventare brusio e il brusio farsi man mano più rumoroso. I minuti sciogliersi in attesa, uno dopo l’altro.
“Professore?”
Lui aveva scrollato la testa – mosso un passo indietro.
“Scusate,” aveva detto. “Per oggi niente lezione, mi dispiace.”
E poi c’erano stati i libri sugli scaffali della biblioteca, un controluce di pulviscoli leggeri e il ricordo struggente della sua voce, i brividi di un contatto troppo lieve: il corpo di Björn l’aveva toccato per la prima volta quella notte, attraverso il filtro di un monitor. Attraverso parole abbastanza lievi da poter ritrarre i suoi movimenti e abbastanza solide da scolpire nel bianco la curva netta delle spalle, delle braccia.
C’è sempre stato qualcosa di paurosamente erotico, nel suo essere così maschile e fragile al tempo stesso: se avesse potuto gli avrebbe respirato sulla fronte - avrebbe aperto le mani per posargliele sul petto e inclinato la testa per offrirgli la gola.
“Toccami,” gli avrebbe sussurrato. E poi più piano – quasi un respiro: “Scopami…”
Si trova lì per fuggire certe parole, forse - perché ci sono fughe che non trovano meta e mete troppo mostruose per ammettere di averle dentro: troppe volte lo specchio si è levigato inutilmente e troppo orrore si è annidato nella piega dei giorni come una malattia che non sai curare, che si alimenta del tuo stesso sangue.
“Questo sei tu,” diceva David – non neve non ghiaccio non aria.
E David non sapeva ancora quanto desiderio avrebbe intessuto la delusione di quel pomeriggio, come la voglia di fargli male si sarebbe curvata inevitabilmente nel bisogno disperato che fosse lui a far male di nuovo, ancora di più. Ancora più a fondo, fino a strappare l’amore dal petto come una radice impura.
La nostalgia è lacerante nonostante tutto e il silenzio non basta, ogni respiro è veleno. Nausea, sapore amaro. Rabbia?
Samuel potrebbe alzarsi in piedi e far crollare il tempio della finzione una volta per tutte – gridare al ragazzo sul palco che quelle parole non sono mai state innocenti e che non c’è niente di puro adesso, che ha sempre avuto ragione Logan nel riconoscere in ogni preghiera un’eresia e in ogni carezza una violenza.
La moneta con cui paghi certe cose ha necessariamente una doppia faccia - perfettamente etereo, aveva detto. Poi, affilando il sorriso: perfettamente carnale.
Ma il suono continua a sciogliersi verso l’alto come se non avesse peso e non esiste alcun modo per disperderne la vibrazione, manca l’aria e non ci sono forze per combattere un’altra guerra già persa: i mesi trascorsi hanno limato l’onestà fino a renderla tagliente come vetro, trasparente come cristallo, e se Il Dio Malato ha mai avuto una voce è sulle labbra di Mark che ha definito la vibrazione più potente – Mark con le gambe incrociate sul pavimento e la stoffa slavata dei jeans a premere sull’inguine, con la ferita spietata delle sue labbra.
E le parole. Fiori di metallo.
A volte era sufficiente che sollevasse gli occhi dal foglio per scatenare tempeste, a volte bastava guardarlo e ogni costellazione spariva nel gorgo di vertigini oscure.
A quel tempo Samuel non immaginava che quindici anni più tardi neanche il suo ricordo si sarebbe addolcito in nostalgia e che nessun vento avrebbe soffiato mai abbastanza forte da spegnergli la vita: Mark legge Il Dio Malato da quel palco e non importa chi sia realmente a recitare i brani, non importa il timbro né l’intonazione né la profondità.
È nel retrogusto delle parole, la sua presenza – nei brividi.
Taci, taci. (3)
Non se n’era mai reso conto con quella lucidità paurosa o forse semplicemente non aveva mai osato ammetterlo - ammetterlo avrebbe significato dover credere a Logan e riconoscerle perfino dentro il bianco più assoluto, le proprie ombre.
Ma sono tutti lì i suoi spettri – tutti allineati nel riflesso ingannevole di una leggerezza che scivola sui ricordi come il fumo impalpabile di una sigaretta: sembra accarezzi le cose, e le sporca, sembra trasparente.
Samuel preme le dita sulla fronte, chiude gli occhi.
È questo che ha dato a Björn, queste le parole di neve.
Neve grigia.
Non è mai riuscito neanche a slegare il ricordo di Mark da tutta quella vita, da quella frenesia cieca che non trova direzione e non trova perdono. Fa freddo.
Quando le luci si accendono è come se l’impatto di un pugno colpisse lo stomaco con la violenza della pietra – come ritrovare i confini del proprio corpo, tutti quanti.
Improvvisamente.
E sentirle nella carne, le pulsazioni del cuore - nelle ossa. Giù, in fondo, dove si annidano gli inferni più osceni e i germi delle colpe inconfessabili. L’anima, forse.
“Un autografo, maestro?”
A volte te ne accorgi così che non sarai mai cielo – che troppo sangue si addensa sotto la pressione di una mano e che probabilmente ogni ombra è uno specchio, ogni contatto una dannazione che si ripete. E si ripete.
Voltandosi lentamente, Samuel scopre la forma di dita maschili sulla propria spalla: un anello al pollice, intarsi già conosciuti. Già studiati a lungo, incasellati nella memoria. Liam.
E il suo sorriso, là in alto – luce gialla a marcare i contorni degli zigomi.
Divertimento, nella sua voce: “Che onore. Non credevo saresti venuto sul serio, dev’esser la mia giornata fortunata.”
Bisognerebbe alzarsi, stringergli la mano o ricambiare il sorriso – la misura della follia è la capacità con cui vesti la solita maschera in ogni circostanza - ma gli occhi scivolano inesorabilmente verso destra, invece, e basta quello perché ogni proposito vacilli. Basta sollevare lo sguardo per scoprirsi completamente nudo: la piega di quelle labbra è troppo affilata ed è troppo allungata la forma degli occhi, c’è troppo nero nelle pupille e troppo vento.
Tempesta, ancora.
È una sorpresa?
La cosa più segretamente temuta accade sempre (4) – non è che un richiamo, la paura, come se il destino fosse una bestia feroce che fiuta nell’aria il terrore della sua vittima.
Perché lui da quegli occhi d’ombra è già fuggito una volta e ci sono persone a cui non sarà concessa una seconda possibilità, ci sono sguardi inesorabili come gorghi e mani forti come bastioni – abissi e vento e terra.
Piombo impetuoso, sale. Caldo.
“Lui è Raven,“ dice Liam, mentre Samuel si alza in piedi e le ginocchia cedono segretamente. Mentre la stoffa della camicia definisce ogni singola fibra di cotone, sulla schiena, e lo sfregare dei capelli sul collo avvita nelle tempie spirali di brividi estenuanti. Brividi oscuri.
Non ha ancora distolto gli occhi dai suoi, il ragazzo – Liam sta spiegando che è venuto per aiutarlo a organizzare i provini e che si è rivelato indispensabile per tenere in riga gli aspiranti attori, che forse sarà anche così gentile da darci un suo parere sui candidati. Il terzo non sembrava male, quello con la cresta blu e gialla. Basta tagliargli i capelli e abbiamo risolto il problema, no?
Ma lui sta accennando un sorriso e ha l’espressione indecifrabile degli incubi segreti, della predestinazione e della resa. Di un passato mai concluso, mai sanato.
Non è neanche necessario collegare il suo nome ai racconti di Mark – alla somiglianza dei loro lineamenti, al taglio delle labbra – perché la consapevolezza di esser finalmente giunto alla resa dei conti invada lo stomaco come un vuoto d’aria, perché anche stringergli la mano diventi impossibile e perché il disagio si mostri nello sguardo insieme allo smarrimento e al nervosismo. All’attrazione – violenta come solo il desiderio di Mark sapeva essere, groviglio misterioso e tatuaggio sulla nuca – bronzo e attesa.
Sono i versi di sempre, quelli che rendono oceano ogni respiro e che diventano carne nel vortice di un impatto che è naufragio e cataclisma.
Deriva.
Immensa roccia d’acqua sul punto di rovinare. (5)
L’aveva già visto a lezione – una volta, due.
Tre.
L’aveva guardato allungarsi sulla sedia e stirare lentamente i muscoli, radunare i capelli in una coda o scrivere qualcosa a margine di un libro. Sollevare gli occhi – sorridere.
Era la sua gestualità a incidere la carne – il nero dello sguardo, sì, ma non sarebbe bastato per lasciarsi toccare e non avrebbe bruciato la volontà così nel profondo: teneva la penna in mano nello stesso modo di Mark, invece, e quando sollevava lo sguardo aveva la forza spaventosa dei suoi occhi. Gli stessi sorrisi, la stessa bocca.
E una consapevolezza più pericolosa nel vestire il proprio corpo con quella fluidità ipnotica, più morbida e al tempo stesso meno ingenua - equilibrio assoluto. Sensualità feroce, tossica come l’odore di fiori esotici e di spezie leggendarie. Mondi lontani.
“Quindi?” sta ridacchiando Liam, al margine del campo visivo. “Tu invece che ne pensi, qualcuno ti ha convinto?”
Lui si volta lentamente – è confuso. È perso.
“Andiamo Sam, mi serve il tuo parere! Senza la tua approvazione Helene non accetterà mai il mio giudizio, lo sai…”
“Helene non accetterà facilmente neanche il mio,” risponde lui, e quasi le parole si inceppano in gola: Raven è sempre stato lì – mesi di neve e gelo da dividere insieme in quella stanza, a Portland, e la sensazione fin troppo radicata di conoscerlo da sempre attraverso le parole di Mark. La sorpresa di ritrovarselo davanti quindici anni dopo, sapere ogni particolare della sua infanzia e non riuscire a incasellarla in quell’erotismo violento - non riconoscere se stesso, prima di lui.
Sentirsi sciogliere.
E sentirsi scivolare addosso il suo divertimento distratto - curiosità svogliata. Nero che penetra, che affonda.
“Vero, ma questa volta si sforzerà di tenere in considerazione la tua opinione,” continua Liam, mentre Raven sposta il peso da una gamba all’altra e il frusciare sommesso dei vestiti tende i nervi come fossero scoperti. “Credo la faccia sentire a disagio, mettere le mani nel tuo lavoro.”
“A disagio?”
“Già.”
Ma la conversazione è congelata nell’evidenza ormai palese che di quei provini lui non ha seguito un solo un solo istante, che non riesce a garantire la sua presenza neppure in quel dialogo e che l’attenzione è completamente sbilanciata verso un’interazione molto più sotterranea – sguardi brevi, la reazione del corpo ad ogni movimento proveniente da destra. Elettricità palpabile, bisogno d’aria.
Di fuggire.
“Okay. Scusate solo un attimo, vado a vedere che succede,” sospira infine Liam, forse rassegnato. Forse semplicemente incalzato da altre urgenze – qualcuno lo sta chiamando, dal palco, qualcuno sta discutendo in uno sventolare concitato di fogli.
C’è una mezzaluna d’ombra, sul volto di Raven, e Samuel non saprebbe dire se a spaventare tanto sia il richiamo della luce o quello del buio - non sa ritrovare un equilibrio stabile quando l’amico si allontana.
La sua assenza improvvisa fa precipitare il baricentro verso destra e le labbra dell’altro accennano un sorriso indecifrabile – lui sente il sudore farsi troppo gelido o troppo caldo.
Troppo pesante l’aria, nei polmoni.
“Non dev’essere facile…”
Il cuore perde un battito – piomba in gola.
“Prego?”
“Assistere allo scempio che quei ragazzini fanno della sua prosa,” chiarisce Raven, indicando col mento in direzione del palco. Ha ancora quel mezzo sorriso, sulle labbra – le mani affondate nelle tasche e le spalle coperte da una colata di capelli nerissimi. Lisci come vetro, intoccabili.
Uno sguardo.
“È ancora convinto della nobiltà del suono, o questa esperienza le ha fatto definitivamente cambiare idea?”
Adesso Samuel lo capisce chiaramente, che la differenza fra Mark e suo fratello sta nel diverso punto d’impatto della loro forza: che se Mark colpiva dritto al cuore e allo stomaco, gonfiandolo di vertigine, Raven affonda direttamente in basso, invece. All’inguine, subito – solo un respiro: il tempo di un vuoto d’aria, un battito di ciglia e nessun coinvolgimento oltre quello puramente fisico – neanche il bambino di cui Mark parlava continuamente sembra più avere il solito volto, ormai.
Ci sono persone che percepisci col cuore, altre con i sensi.
Difficile comprendere un meccanismo tanto misterioso, svegliare la ragione quando la pelle è così sensibile e la realtà così ovattata, tutto intorno. Così sfumata che potresti arrivare dimenticarla – a dissolverti.
“Ho seguito qualche sua lezione, un paio di mesi fa,” dice Raven – e parla come se la voce fosse seta. Un frusciare ubriacante, labbra che si curvano intorno alle parole come se i significati nascessero dalla profondità del timbro.
“Un corso interessante,” aggiunge. “Mi è dispiaciuto dover smettere di frequentare, ma ho avuto problemi con gli orari e sono stato costretto a sacrificare i facoltativi.”
Non è uno scambio di informazioni ma un lento penetrare della sua voce nel cervello - Samuel sa perfettamente che il ragazzo ha compreso e lascia che il suo sguardo segua i contorni del volto senza provarci neppure, a soffocare i brividi. La stanchezza si sta addolcendo in abbandono, l’eccitazione in calore. Calore lieve, oblio di tutto.
Forse la vera follia è benedire quel richiamo maledetto, quel magnetismo subdolo che fa impazzire l’ago della bussola nel sovrapporsi incessante di direzioni opposte. Se Mark era il Sud, gli occhi fermissimi di Raven sono semplicemente il fondo.
Il fondo sempre fuggito e mai accarezzato, mai toccato.
“Lei somiglia…” È quella la resa definitiva – quelle parole. “Somiglia in maniera incredibile ad una persona che conoscevo. Molto tempo fa.”
“Un amico?”
Aprirgli la strada e offrirgli la gola per non rischiare mai più di sussurrarle a Björn, certe parole – per discendere la scala del tempo e ritornare dove tutto è iniziato. Rendere l’onestà a chi l’aveva sottratta, perdersi lì: nel limbo di una sincerità mai affrontata, nella foresta di simboli che è sempre stata la sua vita. La favola inconclusa.
“Qualcosa di più essenziale,” dice.
E potrebbe essere la fine o l’inizio - il viso di Raven è ancora un contrasto pauroso di luci e ombre mentre le dita di Mark sfiorano le pagine di un libro cristallizzando i percorsi del destino sulla traccia di quell’unico verso:
Dimmi adesso il segreto della tua esistenza… (6)
La ragione dei respiri e l’origine delle lacrime, dove nasce ogni colpa. Dove muore.
E perché amare non serve mai, perché non bastano i ricordi e quanto possa graffiare una carezza – quanto è lontano il silenzio.
Qualunque risposta sarebbe un insulto e forse è per questo che il suono impazzisce – lo squillare del telefono riavvia una clessidra immobile mentre Raven affonda la mano nella tasca ed improvvisamente sembra solo un ragazzo molto giovane, un’altra domanda sospesa e un’altra vita.
Samuel lo vede accennare un sorriso di scuse, portarsi il cellulare all’orecchio. Lo guarda allontanarsi di qualche passo, aggrottare le ciglia. Tendere le spalle.
Björn è un cristallo di neve nel palmo della mano – qualcosa prezioso e fragile che stai cercando di rendere al vento perché lo porti lontano dal tuo deserto, lontano dai desideri e da quel fondo scuro in cui solo le unghie lasciano segni alle pareti. Ed è sempre stato lì, invece – uno spillo di gelo a pungere la pelle. Tatuaggio di ghiaccio.
E orizzonti troppo bianchi, troppo chiari.
Non ti resta che affrontare te stesso, quando la vita di chi ami puoi solo guardarla da distanze infinite: perché a volte le mani sono così vuote da scavare abissi e ci sono cose che non puoi cambiare, cose che ti uccidono lentamente anche se resti vivo. Anche se ti domandi come sia possibile, restare vivo. Respirare.
Succede.
Succede che devi scendere in basso, per poter salire, e che gli spettri lasciati indietro li ritrovi un giorno tutti quanti dietro una curva qualunque della strada: succede che il destino degli altri deve avere un senso al di là del circolo chiuso di un amore impotente, che devi lasciarti toccare e lasciarti uccidere. Rinascere, forse. O solo morire.
La volta del soffitto sembra immensa, vista dal basso: Liam sta discutendo con qualcuno, sullo sfondo di tendaggi scuri, e il corpo di Raven è una vibrazione che diventa lentamente più distante. Più flebile.
Uscire da quel teatro significa sollevare il volto contro un mondo orfano di qualsiasi coordinata, amputato delle braccia di David e tentacolare come un incubo - così reale da schiacciare i polmoni, così alieno. Ma esiste un’unica porta, e non puoi stare dentro per sempre.
Non puoi sfogliare l’infinito guardaroba delle tue maschere quando neanche il dolore cambia più niente e la sola direzione che resta conduce verso un coraggio spietato come un fendente che non ti aspetti. Che non perdona.
A volte è insita nella separazione, la vera vicinanza.
Sentire l’unità e il suo esatto opposto, lacerazione e completezza.
Sono te che ti muovi fra altri veli,
silenzio o chiarezza, terra o astri.

Terra. O astri.
Tra volo di mondi sotto il freddo
tremando nel bianco che non parla,
separato da me come un coltello
che divide due rose quando nevica.


(6)





La difficoltà più grande, quando cerchi di rompere abitudini consolidate da anni, sta nel fatto che la minima distrazione è sufficiente a far crollare il tuo proposito.
Raven non aveva intenzione di rispondere a Jude, se si fosse fermato a riflettere probabilmente non l’avrebbe fatto, ma il cellulare era squillato proprio mentre lo sguardo di Weldon disegnava il suo corpo ed era talmente usuale, quell’occorrenza, che non c’era stato bisogno di pensare per infilare sorridendo la mano in tasca.
Il tempo di mettere a fuoco la situazione e già aveva voltato le spalle al professore – già Jude stava parlando, con la voce troppo alta di quando è nervoso, e non importa se il loro rapporto sta cambiando troppo in fretta o se la fiducia si è ormai deteriorata: Raven è sicuro che qualunque cosa possa succedere, non verrà mai il giorno in cui saprà restare insensibile di fronte a una sua richiesta d’aiuto.
Possiamo vederci, stasera? Ho bisogno di parlarti.
Di cosa, non l’aveva detto.
Raven, del resto, non aveva fatto domande.
E un po’ si chiede, ora che la comunicazione si è chiusa e il silenzio è tornato a scivolare nel cervello come un liquido troppo freddo, se non sia stata una forma di vigliaccheria anche quella: rispondere di sì senza cercare informazioni ulteriori, prendere accordi per il dove e il quando senza esercitare la minima pressione affinché il compagno chiarisse l’interrogativo più pressante. Perché?
Avrebbe dovuto pretendere di saperlo, forse. Può darsi che Jude non l’avrebbe neanche costretto a insistere.
Ma se c’è qualcosa che fa spavento, in quel buco d’informazioni che inghiotte la sua serata e vanifica qualunque aspettativa, è innegabile che sia al tempo stesso un sollievo non doversi ancora preoccupare con certezza di quel che Jude potrebbe dire.
Il presentimento è un brivido che scivola lungo la schiena, ma non incide ancora la pelle. Non scava le ossa.
E Raven non può scacciare dalla mente l’idea che la resa dei conti si stia avvicinando: che la loro storia non potrà uscire indenne da quell’incontro, che qualche pezzo essenziale verrà lasciato indietro. Scartato, forse, o forse semplicemente tramutato in altro.
“La possibilità che non debba parlarti di voi non la prendi neanche in considerazione?”
In piedi vicino all’ingresso secondario del teatro, Liam sta fumando l’ennesima sigaretta della giornata.
Ha una spalla appoggiata al muro, è vestito di nero: jeans scuri e maglietta che lo fanno sembrare più giovane dei suoi trent’anni, più snello e più simile al ragazzo di un tempo.
Per un attimo, la sensazione di familiarità è talmente forte che quasi Raven allunga la mano per intercettare la sigaretta e rubargli una boccata di fumo; reprimendo l’istinto, invece, si costringe a sollevare le braccia verso l’alto. Stira i muscoli, come se quel gesto potesse liberare anche la mente da tutte le tensioni.
“Calcolando che sarà la prima volta che ci vediamo dopo la scenata dell’altra sera?” domanda, inarcando un sopracciglio. “Non davvero. È stata una discussione troppo brutta per passarci sopra come se niente fosse, anche se si trattasse di altro. Ne dovremmo comunque parlare. E sinceramente, che sia successo qualcosa è evidente. Se Jude avesse qualche altro casino oltre a me, lo saprei. Magda almeno me l’avrebbe detto.”
“Pensi che si tratti di Dylan?”
Bagnandosi le labbra, lui distoglie lo sguardo.
“Non lo so. È possibile.” Esita, poi. Infila le mani in tasca. “L’ultima volta che abbiamo parlato, era abbastanza chiaro che spettava a lui prendere una decisione. La mia posizione è scontata, Dylan…” Pausa. “Dylan è un ragazzino, ma è stato lui a fare il primo passo. E non credo che si sarebbe tirato indietro, di suo. Mentre Jude…”
“Raven,” lo interrompe Liam – il tono basso. “Tu credi davvero che potrebbe scegliere Dylan?”
Ed è quella la domanda essenziale, no?, quella che ferisce più nel profondo. La risposta che fa terra bruciata di tutte le certezze e lascia al loro posto una distesa di dubbi, di fumo.
Raven non avrebbe mai pensato che un giorno si sarebbe trovato a non poter dare fiducia a Jude, a non averne il coraggio. Né che il suo nome sarebbe potuto restare incastrato in gola in quel modo – strozzarlo.
“Credo che, se anche scegliesse me, non sarebbe sufficiente,” mormora, senza sollevare lo sguardo. In tasca, le nocche sfregano sulla stoffa del jeans, le unghie premono con delicatezza dentro il palmo. “Non credo che basterebbe a lui.”
“E Dylan gli basterebbe, invece?”
Una scrollata di spalle. “No, certo. Ma potrebbe convincersene.”
È difficile immaginarlo, in realtà, come se la mente non si fosse ancora concessa il tempo di tracciare davvero progetti che non contemplino Jude. Al tempo stesso, viene quasi spontaneo sfogliare la memoria per recuperare momenti che ritraggano lui e Dylan insieme, attingere a quel materiale per costruire collage fin troppo realistici.
Le dita di uno appoggiate sulla mano dell’altro, i loro sguardi complici. I sorrisi.
È un’abitudine che risale alla prima sera, in fondo, alla prima occasione in cui davvero si è permesso di guardarli interagire e di goderne dell’effetto complessivo.
L’unica novità, rispetto a quel tempo, è la punta di incertezza che accompagna il proprio percepirsi all’esterno: il senso di tradimento sotterraneo che allora non esisteva e che sta facendo comparsa adesso per la prima volta. In tutta la sua vita.
Raven non ricorda di aver mai sentito nulla di così simile alla gelosia per nessuno che non fosse Mark, e lo disturba rendersi conto che potrebbe essere arrivato anche per lui il momento di fare i conti con il proprio egoismo. Assaggiarne il veleno.
“Possiamo cambiare argomento?” domanda, bruscamente, staccandosi dalla parete con un colpo di reni e muovendo un passo verso il centro del cortile.
Sulla sua testa, oltre i tetti delle costruzioni, il cielo è coperto e la luce filtra attraverso le nuvole in una sfumatura più spenta. Pesante.
Voltandosi verso Liam, si scosta i capelli dal volto con un movimento del capo.
“Raccontami di Weldon, piuttosto. Sei riuscito ad avere la sua opinione sui candidati?”
È un sollievo ricordarsi che di tutte le persone che lo conoscono, l’amico è l’unico che potrebbe concedergli di deviare la conversazione con tanta goffaggine senza rinfacciargli la paura di affrontare l’argomento né preoccuparsi per il suo disagio. Chiunque altro insisterebbe per scavare più a fondo o si fermerebbe interdetto – esiterebbe, imbarazzato. Liam resta immobile, invece, e quando scuote la testa per rispondergli ha già cambiato espressione.
“Ho l’impressione avesse altro a cui pensare,” risponde, le labbra curvate in un sorriso. “È rimasto confuso anche dopo che tu ci hai fatto la cortesia di rimuovere la principale fonte di distrazione…”
Rilassando le spalle, Raven rovescia gli occhi al cielo. “Come se non mi avessi portato da lui con quell’esatto proposito…”
“Non pensavo vi conosceste già, però. Non mi avevi detto niente.”
“Non credevo ci fosse niente da dire,” è la risposta, distratta. “Insegna all’università, ho frequentato per qualche tempo il suo corso. Fino a oggi non ci eravamo mai neanche rivolti la parola.”
“No?” Sorpreso, Liam sgrana appena gli occhi. Poi ridacchia, prendendo l’ultima boccata dalla sigaretta. “In effetti, non mi stupisce. Dev’essere imbarazzante.”
E Raven non saprebbe dire perché l’affermazione suoni distorta, nel contesto di quella conversazione: non contiene nessun doppio senso apparente, niente che possa insospettire.
Di fronte a lui, l’amico sta gettando a terra il mozzicone appena fumato, lo sta spegnendo con il tacco della scarpa: un gesto familiare, quotidiano. Nulla che giustifichi l’improvvisa torsione dello stomaco o il senso di minaccia incombente. La sua nuova agitazione.
“Imbarazzante?” ripete. “Perché dovrebbe essere imbarazzante?”
“Hm?” Lo sguardo che l’altro gli riserva è neutrale, in un primo momento: come se il cambiamento di tono fosse stato troppo rapido per venire registrato da qualcuno che non l’abbia sperimentato nell’incresparsi della pelle, nel fluire del sangue. L’indifferenza lascia posto al dubbio in fretta, però, non appena Liam mette a fuoco la sua espressione – ed è con titubanza che raddrizza la schiena, a quel punto.
Che mormora, quasi esitando: “Beh. Per Mark, no?”
Lentamente, lui lascia andare il fiato.
È sempre strano quando il nome di suo fratello esplode in mezzo a un silenzio che non lo riguarda – strano trovarlo sulle labbra di qualcuno che non avrebbe alcun diritto di pronunciarlo, o scoprirselo in bocca impastato alla saliva. Ogni volta, è difficile capire se il vuoto allo stomaco nasca dalla sorpresa o se non sia altro che la conclusione di una caduta iniziata molto tempo prima - come se la strada che porta al suo ricordo fosse costellata di indizi, sempre, e lui iniziasse a presentirne l’avvicinamento con largo anticipo, nello stesso modo in cui certi animali prevedono l’arrivo della pioggia.
Adesso, gli sembra di capire finalmente l’emozione che ha abitato il suo corpo per tutta la giornata. Può distinguere al di sotto della tensione causata dalla telefonata di Jude un’elettricità più statica, più pericolosa, e riconosce che l’incontro con Weldon non ha fatto nulla per disperdere quel senso di minaccia.
Ha scomposto le carte, forse – l’ha distratto dai pensieri soliti.
Ma in profondità il nodo si stringeva mentre la vita scivolava inconsapevole verso questo momento. Questo respiro preciso.
“Che cosa c’entra Mark con Samuel Weldon, Liam?” domanda, e sebbene ogni sillaba sia un chiodo che penetra l’aria, non ci sarebbe neanche davvero bisogno di chiedere. Di ascoltare.
Lei somiglia incredibilmente a una persona che conoscevo, suona la voce del professore nel ricordo, mentre Liam si passa una mano tra i capelli, nervoso.
“Si frequentavano, ai tempi di Portland,” dice. “Hanno studiato lì entrambi.”
Lui annuisce. “Erano amici?”
Una scrollata di spalle. “Non proprio.”
Qualcosa di più essenziale.
“Sarebbe a dire?”
“Quando li ho conosciuti io già non si parlavano,” risponde Liam, quasi brutalmente. “Ma era evidente a chiunque li incrociasse anche solo per sbaglio che c’era qualche storia dietro. Qualcosa di grosso. Mark non te ne ha mai parlato?”
“No.”
È un monosillabo secco. Scarno.
La vertigine che di solito accompagna le discussioni che tirano in ballo suo fratello è del tutto assente, in questo momento – è assente il dolore, la nostalgia lancinante. Il senso di essere perduto e la solitudine, il vuoto.
C’è un’assenza paurosa di tutto, nel silenzio che separa una parola dall’altra, e Raven non saprebbe dove guardare per trovare qualcosa capace di riempirla. Non saprebbe cosa dire – che tono di voce usare.
“Hai…” Si interrompe. Deglutisce, come per rendere meno aspro il passaggio alle parole. “Di che storia si trattava? Lo sai?”
“Non di preciso. Mark non ne parlava volentieri con nessuno, e io e lui non eravamo esattamente intimi…”
Liam ha l’aria di star centellinando le informazioni, soppesandole attentamente prima di affidarle al suo vaglio, e questo potrebbe bastare a far capire quanto debba essere trasparente la sua confusione perché misurare le parole non è mai stata sua abitudine. Non c’è mai stata nessuna cautela tra loro, neanche quando si sfioravano gli argomenti più delicati, e il fatto che qualcosa adesso lo faccia esitare dovrebbe scuotere Raven, forse – sorprenderlo, spingerlo a cercare di riprendere l’orientamento – ma anche questo come tutte le altre cose sembra essere precipitato sullo sfondo.
O forse sta precipitando lui. Difficile dirlo.
“Parla chiaro, forza. Che c’era tra loro? Sesso?”
“Probabilmente,” risponde l’amico, infine. Scrolla le spalle. “Hanno diviso la stanza durante il secondo anno, credo sia successo lì. Non so quanto sia durata e non so chi dei due abbia chiuso – ho sempre pensato che Samuel fosse innamorato perso di Mark, ma lui non sembrava vivere molto meglio la situazione. Erano un po’ la chiacchiera di tutti: nessuno capiva perché non potessero resistere insieme nella stessa stanza. Certo, può darsi che Luis c’entrasse qualcosa…”
“Quindi era coinvolto anche Luis?” lo interrompe Raven. “Cos’era, un ménage à trois mal calibrato?”
“Dubito. Ma Samuel e Luis sono sempre stati vicini, e tenendo conto di come stavano le cose tra Luis e Mark…” Improvvisamente, si fa strada la certezza che una sola altra parola potrebbe farlo impazzire.
È curioso, forse, che anche l’allarme risuoni quasi pacato, come se il tempo esterno si fosse dilatato rispetto a quello interiore e non servisse correre, quindi, per mandare al cervello informazioni di natura tanto urgente: Raven registra il bisogno di smettere di ascoltare e come se fosse un atto totalmente conseguente chiude gli occhi.
Si passa la lingua sulle labbra, volta la testa.
“Non riesco a crederci,” dice, e Liam subito si zittisce. Muove un passo avanti.
“Davvero non ne sapevi nulla?” domanda, con aria quasi imbarazzata. Lui ride, lanciandogli uno sguardo, e per un attimo ha l’impressione che non si tratti neanche di una reazione nervosa ma della semplice constatazione oggettiva di quanto di comico abbia quella circostanza.
Ha trascorso anni a inseguire il fantasma di Mark in ogni angolo d’America – ha rintracciato tutti i suoi amici e camminato nelle stesse strade, ha recuperato i suoi libri e i suoi scritti. Ha lasciato scorrere gli occhi su innumerevoli corpi cercando di immaginare che aspetto avessero sotto le sue mani ed è arrivato a cercarne le tracce all’interno, a volte. A percorrerli con le labbra – ogni curva, ogni insenatura – per risalire il suo percorso a ritroso e sentirlo un po’ meno distante. Più vivo.
In nessuna delle testimonianze raccolte durante quel pellegrinaggio c’è mai stato il minimo accenno a Samuel Weldon – Luis stesso non l’ha mai nominato. I suoi romanzi stavano accatastati sugli scaffali della biblioteca come tutti gli altri, pieni di sottolineature e segnalibri. Forse, soltanto un po’ meno pesantemente annotati.
Nulla lasciava intendere che Mark potesse avere avuto con lui una relazione più intima. Nulla faceva presumere che ci fosse mai stato un contatto, anche solo uno scambio di opinioni.
“Non mi aveva detto neanche di conoscere l’autore del Dio malato,” ricorda di colpo, scuotendo la testa. “A diciott’anni ero innamorato di quel romanzo. Lui diceva di non averlo ancora letto, avevo dovuto spedirglielo io.”
“Raven,” mormora Liam. “Io non so come stavano davvero le cose tra loro, ma se non ti ha mai detto nulla ci sarà stata…”
“Tutti hanno sempre ottime ragioni per mentire,” lo interrompe lui, brusco. “Non vale neanche la pena di parlarne.”
Era Mark quello che dava importanza alle parole, del resto, e forse è anche per questo che smascherarlo ha il sapore di un tradimento molto più grave. Un segreto di suo fratello non è semplicemente la premura di un adulto che non vuole pesare troppo addosso a un bambino e non può chiamare in causa il bisogno di discrezione. Si tratta di una menzogna, un inganno portato avanti per anni: l’ombra tracciata in un cielo limpido e il definirsi improvviso di curve e angoli mai immaginati.
Raven credeva di sapere tutto di Mark, ogni momento importante della sua vita: tutte le ragazze che aveva avuto, tutti i ragazzi da cui si era lasciato toccare. Fino a quella mattina era stato sicuro di poter tracciare il suo ritratto perfetto: che gli sarebbe bastato chiudere gli occhi per ricordarlo com’era quell’ultimo giorno, per rivivere con precisione assoluta il momento in cui per l’ultima volta gli aveva sfiorato la mano.
Erano nati dallo stesso sangue, avevano sui palmi linee gemelle. Gli otto anni di differenza non contavano nulla in rapporto a quel senso di comunanza totale, alla loro scelta di restare fianco a fianco. Raccontarsi quel che non potevano vivere insieme.
Mentre adesso, dal nulla, il cielo si apre e la luce si riversa nel ricordo: un reticolo di crepe mai indovinate si fa visibile, sottolinea pause, reticenze.
A quando risale quella storia? Lui dov’era?
Ce ne sono altre, nascoste in angoli remoti dove lui neanche ha mai pensato di guardare, o si tratta di un’occasione unica e per questo così tanto più preziosa? Si tratta di un nome solo, da aggiungere all’infinito elenco delle persone che hanno dentro di sé un pezzo di suo fratello, o ci sono altri fuggiaschi? E cosa è peggio?
Samuel Weldon.
Nonostante la confusione nasca proprio dall’imprevedibilità della scoperta, Raven non può evitarsi di tornare indietro con la memoria cercando di rivivere il momento in cui ha posato gli occhi sull’uomo per la prima volta – cercando di ricordare se ci fosse stato nel loro incontro qualche segnale che lui aveva mancato di cogliere, qualche cosa che l’avrebbe potuto insospettire. Ma è difficile richiamare i dettagli di un momento che la sua mente aveva già archiviato secondo altri criteri: ricorda la maniera in cui gli occhi dell’uomo si erano dilatati per accogliere la sua figura, l’irrigidirsi quasi impercettibile del suo corpo. I movimenti nervosi con cui aveva poggiato sulla cattedra la risma di fogli che teneva in mano.
L’attrazione era stata immediata ed evidente fin da subito, ma Raven non aveva mai avuto la percezione che il professore vedesse un altro quando si permetteva di posare gli occhi su di lui: dopo una vita trascorsa a camminare sui passi di Mark e a inseguire le persone che l’hanno amato, credeva di essere diventato abbastanza abile a riconoscere il desiderio riflesso, il bisogno di allungare la mano e toccare un fantasma attraverso un corpo. Con Weldon non c’era stato nulla del genere, o almeno non gli era sembrato.
Dà la nausea, adesso, ricordare il proprio placido abbandonarsi alla sua attenzione: ripensare alle sue labbra, alla cura meticolosa con cui si curvavano per pronunciare ogni parola. Ripensare alle proprie fantasie e inserire la figura di suo fratello in quel contesto: immaginarlo sotto le mani del professore, sopra il suo corpo.
Rivedere l’attenzione con cui Weldon seguiva i suoi movimenti, soltanto un’ora fa, e sentirsi un impostore. Sentirsi derubato.
C’è sempre stata una sfumatura di possessività, nel suo rapporto con Mark: un bisogno di darsi e di avere, di mostrarsi agli altri senza concedere niente. È sempre stata quella, l’unica dimensione della gelosia: l’emozione di distendersi su un corpo, in un letto, e percorrerlo con le labbra come per arrivare a berlo non si avvicinava neanche all’avidità di ascoltare suo fratello parlare, nelle notti che potevano trascorrere insieme. La bellezza più feroce, il dolore, il piacere, erano semplici declinazioni fisiche di qualche verità che aveva già messo radici nel suo corpo molto tempo prima, quando lui era soltanto bambino.
Non ha mai sopportato l’idea che altri potessero scavare la vita di Mark, invadere zone che a lui erano precluse – aveva bisogno di prenderne parte, in qualche forma, così come aveva bisogno di offrire a suo fratello il resoconto di ogni esperienza per ottenere la percezione di averla davvero vissuta. Era un patto tacito che sosteneva il loro legame e gli dava respiro, ed è soffocante rendersi conto ora che qualcosa l’aveva invece scalfito. Che quella crepa ha un nome, e un corpo, e che basterebbe allungare la mano per ristabilire con violenza l’equilibrio.
È straziante dover ammettere che l’equilibrio manca da anni, in realtà, da quando Mark è morto, e che qualunque vendetta resterebbe sterile perché non troverebbe il bersaglio. Perché suo fratello è muto e non potrà rispondere di quel tradimento, non potrà scusarsi. Offrire spiegazioni. Parlargli.
Premendosi le mani sugli occhi, Raven inspira lentamente e si lascia andare contro la parete. La superficie è ruvida, quando sfrega sulla nuca, e lui cerca di concentrarsi sul tatto, sul bisogno di toccare qualcosa che abbia una forma familiare. Conosciuta.
Al suo fianco, sente Liam schiarirsi la gola.
“È tutto ok,” dice allora, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. “Non me l’aspettavo soltanto.”
“Ho notato.”
“Già.” Scuotendo la testa, si allontana di un passo.
L’ondata di rabbia sta già recedendo - lasciando al suo posto il senso di stanchezza assoluta che segue ogni discussione su Mark. Questa volta, il bisogno di andarsene sembra ancora più urgente: attraversare la città per arrivare al fiume, andare ancora oltre. Perdersi nell’acqua e lasciare che sia il silenzio a dare spessore alla voce.
“Torni da me, stanotte?” chiede Liam, e lui annuisce distrattamente. Gli lancia uno sguardo, cercando di camuffare la fretta con una patina di insofferenza.
“E da Jude, hai intenzione di andarci comunque?”
Mordendosi l’interno della guancia, Raven curva il pugno intorno alla maniglia. Con un colpo secco del polso, l’abbassa, lasciando che l’aria fredda del cortile si riversi nel corridoio, lo riempia di luce.
“Farò quel che devo,” risponde. “Poi si vedrà.”
Un respiro breve – uno più profondo.
Poi, mormorando a stasera, si chiude la porta alle spalle.




NOTE: Capitolo dedicato a Ste.
Perchè è il 100. Perchè metà del pov di Samuel l'ho scritto insieme a lei e grazie a lei. Perchè le vogliamo bene e avremmo voluto dedicarle qualcosa di più *leggero*, ma questo era importante. Ed è per lei.

(1) Esta constancia, esta vigencia, este saber que existe,
que no sirve cerrar los ojos y hundir el brazo en el río,
que los peces de escamas frágiles no destellan como manos,
que resbalan todas las dudas al tiempo que la garganta se obstruye.
Vicente Aleixandre - Espadas como labios – Mudo de noche

(2) Calla, calla. No soy el mar, no soy el cielo,
ni tampoco soy el mundo en que tú vives.
Vicente Aleixandre – da: La Destrucción O El Amor - Mina

(3) Cesare Pavese – da: Il mestiere di vivere

(4) ¡Ah! eres tú, eres tú, eterno nombre sin fecha,
bravía lucha del mar con la sed,
cantil todo de agua que amenazas hundirte
sobre mi forma lisa, lámina sin recuerdo.
Vicente Aleixandre – da: La Destrucción O El Amor – La muerte

(5) Dime pronto el secreto de tu existencia;
quiero saber por qué la piedra no es pluma,
ni el corazón un árbol delicado,
ni por qué esa niña que muere entre dos venas ríos
no se va hacia la mar como todos los buques.
Vicente Aleixandre – da: La Destrucción O El Amor – Quiero saber

(6) Soy tú rodando entre otros velos,
silencio o claridad tierra o los astros:
soy tú yo mismo, yo, soy tú, yo mío,
entre vuelo de mundos bajo el frío
tiritando en lo blanco que no habla,
separado de mí como un cuchillo
que separa dos rosas cuando nieva.
Vicente Aleixandre –da: Espadas como labios - Blancura









































































































































































































































































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99
Dylan e Björn - Oltre la distanza





Dylan non l’aveva programmato, di dormire insieme a Chris.
Non aveva fatto storie quando Alan aveva sistemato le coperte sul divano e non aveva cercato di intenerire nessuno quando si erano spente le luci.
C’era bisogno di solitudine – voglia di buio e di silenzio. Stanchezza, forse pudore. Forse vergogna.
Ma se apriva gli occhi continuava a scorgere quella luce minuscola, nell’ombra, e quando cambiava posizione finiva inevitabilmente per tornare a voltarsi dalla stessa parte. Era come l’inizio di tante favole – una notte scura, passi alla cieca e niente luna. Luoghi alieni, tutto intorno.
E cammina cammina…
Aveva scoperto che quando cresci non raggiungi più casette sperdute nel bosco ma che la luce in lontananza potrebbe venire da qualcosa di molto meno poetico: il quadrante di una sveglia digitale, ad esempio - numeri tracciati nel chiarore verdastro e il respiro regolare di Chris a scandire i secondi. La consapevolezza improvvisa di trovarsi in camera sua, fra le sue cose. La tentazione illogica di accarezzarlo.
Era la prima volta che succedeva: Dylan non aveva mai avuto per la testa idee del genere né gli era mai capitato di fermarsi a immaginare quali sensazioni avrebbe potuto provare Gabriel, al suo posto.
Eppure quella notte, quando si era infilato nel letto dell’amico, invece di raggomitolarglisi addosso come al solito era rimasto a guardarlo - invece di cercare il suo abbraccio aveva puntato il gomito sul materasso, aveva allungato la mano. Gli aveva scostato i capelli dalla fronte, delicatamente.
E poi aveva fatto scorrere le dita sulla sua tempia, le aveva affondate fra i ciuffi chiari. Si era perfino sporto a premergli le labbra sulla guancia, rischiando di svegliarlo.
La mattina dopo si era trovato di nuovo rannicchiato contro di lui – vero – però le sensazioni di quei momenti gli erano rimaste addosso come il presentimento di una meta. Un filo rosso che aveva guidato i suoi passi lungo le strade di New York, più tardi, e che lo aveva condotto fino al negozio di dischi. Fino al gradino del marciapiede opposto, più esattamente, dove era rimasto immobile per forse un’ora a immaginare la scena del suo ingresso improvviso – il tintinnare della campanella sulla porta e la sorpresa di Ash, il suo sorriso.
Immagini perdute.
Quella città era diventata troppo grande – le prospettive sconfinavano nel cielo ed era stato straniante, dopo, accorgersi di non avere più un posto dove andare. Accorgersi che ogni percorso si era interrotto il giorno della sua partenza e che perfino gli amici sembravano aver proseguito senza di lui.
Tutti avevano cose da fare, impegni e orari. Appuntamenti.
Il solo motivo che aveva spinto Dylan fuori di casa era stato il bisogno di tornare a incastrarsi nel tessuto della quotidianità, invece, ma quando era andato a ricercare il suo vecchio lavoro aveva scoperto una ragazzina saccente, al suo posto, e quando era passato da casa dei suoi genitori non aveva trovato il coraggio di salire. Non era riuscito neppure ad avvicinarsi al suo appartamento, per il terrore di incontrare casualmente il fotografo.
Mike.
Mike – si era ripetuto, cercando di familiarizzare con quel nome. Cercando di abituarsi a usarlo, per Ash. Per avere qualcosa da dargli quando lo avrebbe rivisto.
Ed era stato sulla via di fuga da quel nome che gli era tornato in mente Björn – la sola persona che da sempre sembrava persa quanto lui. Estranea nello stesso modo, lontana da se stessa.
Da tutto.
Adesso – seduto sul marciapiede di fronte al magazzino in cui il ragazzo gli aveva detto di lavorare – osserva allungarsi le ombre sull’asfalto e aspetta di vedere abbassarsi i bandoni dei negozi, di riconoscere il suo profilo fra la gente. Di poter accarezzare anche lui come aveva fatto con Chris – incastrargli i capelli dietro l’orecchio e prendersi cura dei suoi silenzi.
Sa che non farebbe mai nulla del genere, naturalmente: ricorda i suoi problemi e i confini pattuiti - ricorda tutto.
Eppure il primo istinto è quello di gettargli le braccia al collo, quando lo scorge in lontananza – scatta in piedi, tirando via il cappuccio dalla testa, ed è come se improvvisamente un posto lo avesse trovato anche lui, in quella città.
Un posto minuscolo.
Björn, dall’altra parte della strada, sembra fatto della stessa materia delle visioni ed è così biondo che per un istante il cuore manca un battito.
Strano che il pensiero di Raven torni alla mente proprio ora, quasi per contrapposizione. Quasi a voler sancire i termini di una diversa prospettiva e di una consapevolezza ormai assimilata totalmente - come toccare una foto. E toccare un corpo.
Non rimane molto altro che una tenerezza commossa, dopo, quando Dylan lo raggiunge nel viavai caotico del marciapiede.
“L’ho visto, eh, quello più biondo di te,” esordisce, affiancando Björn sulla destra. “E dire che pensavo fosse impossibile, che ingenuo…”
È più alto del resto dei passanti – qualcuno gli urta la spalla mentre i passi si fermano e la testa si volta in direzione della voce, spontaneamente. Mentre lo sguardo incontra quello di Dylan – e lui aveva dimenticato quanto fossero chiari i suoi occhi. Quanto potesse definirsi con precisione il cerchio della pupilla, in quell’azzurro assoluto.
“Dylan?” lo sente domandare, sorpreso. “Sei tornato?”
“Ho pensato che sarebbe stato carino bere qualcosa insieme.”
“Rosenfield ti ha fatto venire voglia di the?” sorride Björn, ed è bello ritrovare certe complicità. Forse aveva bisogno di riappropriarsi degli spazi che si era ritagliato, Dylan – tirare le fila di discorsi già impostati e arricchirli di nuove esperienze.
Forse, semplicemente, aveva bisogno di bere qualcosa di caldo con qualcuno che avesse occhi abbastanza chiari.
“Diciamo che sto rivalutando il the dopo aver sperimentato cosa significhi ingozzarsi di cioccolato e patatine,” borbotta, arricciando il naso. “Vivian è pericoloso.”
“Sì, mi ha detto che vi eravate conosciuti. Immagino che il cioccolato abbia giocato un qualche ruolo fondamentale…”
Una smorfia.
“Ho avuto i brufoli per una settimana…”
La gente continua a urtare il gomito del ragazzo – si sono già accese le luci, in strada, quando Dylan indica col mento le insegne azzurre di un locale.
“Serviranno the, lì?”
“Possiamo provare…” è la risposta.
E lui incastra il l gamba sotto il sedere, sedendosi a uno dei tavolini, prima di realizzare che sta per ordinare un infuso in una caffetteria frequentata da clienti in giacca e cravatta.
Prima di assaporare il piacere segreto di sentirsi più adulto lui stesso – raddrizzare la schiena e accavallare le gambe. Assumere una posizione più composta.
Non ha idea di dove abbia imparato certe cose – non facevano parte del suo bagaglio quando è partito da New York, e non ha frequentato persone molto più grandi di lui, a Rosenfield.
Eppure si rende conto di aver tarato istintivamente la propria percezione di se stesso, durante il periodo che ha trascorso lontano da casa, e si accorge anche che Ash non sa nulla di quella sua scoperta - che non può immaginare cosa significhi sentirsi addosso gli occhi di Raven e affinare la seduzione per renderla concreta.
Oscura.
Parlare di suo fratello è ancora più difficile, alla luce di una distanza tanto immensa.
“Adesso sto da Chris,” spiega a Björn, e quasi non riesce a dire altro.
“Non deve esser facile né per te né per Ash…” mormora il ragazzo, e Dylan pensa che probabilmente è stato il tono della voce a spingerlo fin da subito verso di lui. La dolcezza con cui scandisce le parole – la tendenza a non chiedere spiegazioni. A rispettare i silenzi.
“Devo solo trovare un modo per fargli capire che gli voglio bene.” Aggiunge. “Più di chiunque al mondo.”
Björn sembra comprendere come sempre – i suoi occhi chiarissimi ti guardano come se anche tu fossi cielo o acqua. Qualcosa di trasparente, e pulito.
“Credi che andare via sia servito?”
“Non lo so, esattamente,” risponde lui, ispirando a fondo. “Non ho le idee molto chiare, in proposito, e non so nemmeno se ho fatto bene a tornare… Però ho conosciuto un ragazzo,” comunica, sentendo gli occhi accendersi di luce. “E anche un altro.”
Pausa.
“Due ragazzi, in realtà…”
“Due ragazzi?”
“Si. Hm…”
Arrossendo appena, Dylan inizia a giocare col menù.
“È stato Vivian, a presentarmeli,” chiarisce, come se questo potesse immediatamente rassicurare l’altro sul fatto che non ci sia nulla di torbido, sotto. O di perverso.
In realtà si sta accorgendo che c’è uno strappo nettissimo fra il suo bisogno di raccontare quella storia e la capacità di farlo - fra il fascino che evoca dentro di lui e lo stupore scettico con cui lo guarderebbe chiunque, perfino sua madre. Perfino a lei non sa come farà a spiegarlo, quando sarà il momento.
“Mi rendo conto che è una cosa un po’ insolita…” mormora, controllando l’espressione di Björn con un’occhiata cauta: non sembra scandalizzato, solo leggermente a disagio.
“Sei…” inizia, per poi esitare qualche istante. “Sei innamorato di entrambi?”
“Io non mi innamoro mai,” viene la risposta, perfino troppo rapida. Accompagnata da un senso di ansia improvviso – un nodo che chiude la gola e tende i nervi. “Non è quello, assolutamente, è soltanto…” Un respiro, incerto. “È soltanto che Raven è mezzo pellerossa, capisci, ed ha la pelle scurissima. Però scura in modo strano, più morbido. Quasi ambrato, credo, come il whisky quando è molto molto denso.”
Dylan si morde le labbra, accorgendosi di aver detto praticamente le stesse cose a Chris: dev’esserci qualcosa di realmente potente, nella fisicità di quei contrasti, o forse è solo che la forza di certe cose l’ha scoperta da poco e l’impatto sulla carne è ancora troppo vivo. Forse è che sta cercando di metabolizzarlo – comprenderlo.
“Cioè, è davvero come un’ombra,” spiega, serio. “Ed è Jude che dà i riflessi. Le sfumature…” L’altro sorride, gentilmente. “Raven e Jude?”
“Sì. Insieme.”
Silenzio.
“Ma anche l’uno o l’altro, spesso, perché comunque c’è Raven anche quando c’è solo Jude. E viceversa. Credo sia un po’ complicato da spiegare…”
“L’unica cosa importante è che sia felice tu.”
“Si, hm.”
La verità è che Dylan non ha assolutamente chiara quella parte della questione – non poteva dirsi felice a Rosenfield, dove c’erano loro ma non c’era Ash, e non si sente felice a New York dove suo fratello continua a non esserci. Dove comunque mancherebbero loro.
Se anche aveva creduto che sarebbero bastati i ricordi, a riempire il vuoto lasciato da Raven e Jude, sono stati sufficienti pochi giorni per rendersi conto che la loro presenza aveva un peso essenziale - che non si è mai trattato solo di affetto ma di un legame molto più fisico, quasi spaventoso nella sua concretezza.
Quasi troppo reale.
“Non penso che sarò mai felice,” confessa, non appena il cameriere ha portato le ordinazioni e gli occhi chiarissimi di Björn sono tornati a posarsi su di lui. “L’ho sempre immaginato che mi sarebbe successo qualcosa del genere. Fin da piccolo.”
“Non essere assurdo, Dylan. Sarai sicuramente felice, e presto. Stai solo passando un periodo difficile.”
“È che non hai idea di cosa sia...” mormora, e tace un attimo prima di aggiungere: “Avere un gemello…”
A volte se lo domanda cosa possa significare, essere unici - crescere senza qualcuno che cresce seguendo i tuoi stessi ritmi e che si plasma nelle tue stesse forme. Senza qualcuno che è un te stesso sul quale non puoi avere alcun controllo – qualcuno senza il quale non saresti mai comunque tu. Non completamente.
E vengono le vertigini, a immaginare quella solitudine sconfinata. Guardare le mani di Björn aperte sul tavolo e avere la certezza che certe libertà saranno sempre spaventose.
Sempre inconcepibili, aliene.
“Alla fine non è poi così male, questo the,” dice, cercando di stemperare l’angoscia in un sorriso. Cercando di distogliere la mente da quel circolo vizioso – pensare ad altro.
Eppure la domanda più intima arriva subito dopo, appena un attimo di esitazione.
Appena il tempo di uno sguardo.
“Posso chiederti una cosa, Björn?”
“Certo.”
Non avrebbe mai pensato di arrivare a tanto – sentirsi così perso da non sapere più a chi chiedere aiuto e tentare di ricevere risposte dall’unica persona che probabilmente è persa quanto lui. Più di lui, forse.
È strano, perché in condizioni normali non aprirebbe mai quell’argomento con Björn.
E non riesce a capire cosa ci sia di diverso oggi – cosa lo faccia sentire così vicino a lui da convincerlo a tentare un passo tanto azzardato, e difficile.
Pericoloso.
“Se fosse una persona che ami, a toccarti…” mormora – quasi un bisbiglio. “Una persona che ami molto, intendo.” Pausa.
Solleva gli occhi su di lui, indeciso.
“Come si fa, quando non hai idea di come potresti reagire? Voglio dire. Se hai molta paura. Di quello che potresti provare…”
“Non sono sicuro di aver capito di cosa stai parlando…” risponde l’altro, e lui si affretta a raddrizzare subito la schiena. Bere d’un sorso l’ultima boccata di the, allontanare la tazza sul tavolo. Spingere indietro la sedia, sorridendo.
“Nulla. Niente. Non farci caso.”
Non era mai arrivato così vicino a confessare il suo segreto a qualcuno e all’improvviso accorgersi di questo scioglie nel sangue un terrore gelido – qualcosa di paralizzante.
Non si era accorto di scoprirsi così tanto, mentre parlava, e non si era accorto che il cuore aveva iniziato a pulsare in quel modo.
Aveva dimenticato che dall’altra parte dello specchio non ci sono appigli e non ci sono vie di fuga – che non esistono sconti. È stato ingenuo.
Assurdo.
“Posso venire a prenderti al lavoro qualche altra volta, in futuro?” domanda a Björn, ma a malapena riesce a lanciargli uno sguardo. Cammina sul marciapiede senza far caso alle persone, poi, un passo dopo l’altro. Dopo l’altro.
E non sa più se tornare da Chris, se cambiare strada e salire dai suoi genitori. Se esiste ancora l’appartamento che divideva con Ash, da qualche parte della città - se quell’angoscia passerà mai. Se Jude lo ha cercato.
Raven.
L’indicazione dell’aeroporto appare in lontananza come un richiamo – Dylan ferma la corsa dei passi e rimane a fissare il cartello per qualche minuto mentre la gente attraversa la strada e il semaforo diventa rosso e poi verde. E poi ancora rosso, incolonnando le automobili in un serpentone di luci.
L’ora di cena è passata da un pezzo, quando finalmente entra in casa dell’amico.
“Dee!” esclama Chris, scattando in piedi. “Ma dove ti eri cacciato, hai visto che ore sono?”
Lui sbatte le ciglia, fermando i movimenti: si aspettava la scena di sempre – Chris al telefono con qualcuno e Alan impegnato a fare zapping con i canali, la musica in sottofondo. L’ordine vuoto di un ambiente estraneo, rumori alieni.
Invece c’è Ash, sul divano – Ash con i capelli sciolti e gli occhi arrossati, una mano puntata sul cuscino. La familiarità struggente delle labbra, lo sguardo.
Verdissimo, e profondo.
Per un attimo è come se l’ondata di calore esplodesse di colpo – un sollievo perfino troppo intenso per sussultare, sorridere. Premersi la mano sulla bocca, quasi senza fiato.
“Ash!” esclama Dylan, prima di ricordare il resto.
Subito dopo è la confusione di impulsi contrastanti che blocca i passi - che fa voltare la testa verso Chris. Cercare risposte da lui, in un’unica domanda incerta: “Ash?”
“Non è un’allucinazione, già,” viene la risata, ironica, mentre l’amico si lascia andare contro lo schienale della sedia. “Da non crederci, vero?”
“Fottiti,” sibila suo fratello, prima di passarsi una mano tra i capelli. Lanciare a lui un’occhiata incerta, quasi timida. “È un problema se ceno qui? Alan dice di aver già cucinato per quattro…”
Forse è quello che fa più male: la consuetudine dell’evento. Un tempo era fin troppo normale cenare tutti insieme da Chris – c’erano le chitarre, dopo, musica e risate.
Adesso sembra si stia parlando di chissà quale azzardo, invece, ed è lacerante accorgersi che la mente sta valutandola davvero, la possibilità di scappare. Trovare una scusa qualunque, cedere alla paura. Allo sconforto.
“No. No, sono contento che ci sei,” dice invece Dylan, ed è sincero anche in quel caso. Perché non riesce a smettere di fissare suo fratello anche se non sa avvicinarsi – perché la voglia di avvicinarsi è fortissima anche se fa paura. Anche se si terrà a distanza di sicurezza, probabilmente.
Sfilandosi la felpa, rivolge a Chris un sorriso incerto.
“Mi hanno fregato il lavoro,” comunica.
“Quello dai cani?”
“Hm.”
Ash è ancora lì, dall’altra parte della stanza, ed è come se il baricentro si sia spostato a metà strada fra i loro corpi – Dylan affonda le mani nelle tasche e quasi non sa bene come muoversi, dove andare. Su cosa posare lo sguardo, mentre si morde le labbra.
“C’era una ragazzina, mi ha detto di girare alla larga.”
“Le ragazzine sono pericolose, l’ho sempre detto,” commenta l’amico, distrattamente.
Sul divano, Ash chiude i pugni – cambia appena posizione.
“Sai…” Si schiarisce la voce. “Hai intenzione di cercare da qualche altra parte?”
“Quando sono entrato c’era Osso, in sala d’attesa. Mi ha fatto le feste,” mormora lui, come se dimostrare il suo legame con quei cani fosse una risposta più che esauriente.
Gli viene da piangere, se ripensa a quel momento.
Gli viene da piangere anche se fa mente locale sul fatto che Ash si trovi lì, in effetti.
“Hai parlato con il proprietario?” domanda Chris. “Magari può darti qualche orario diverso… O magari la mocciosa è in prova e litigherà con un cane domani mattina…”
Ma la mocciosa sembrava perfettamente a proprio agio nel negozio – avresti detto che lo gestisse lei, dalla sicurezza che mostrava. Dal piglio minaccioso con cui gli ha ricordato che se n’era andato senza neanche avvertire – gli sembrava un atteggiamento responsabile? Pensava di essere ancora all’asilo, forse?
Stringendosi nelle spalle, Dylan controlla l’espressione di Ash.
“Magari cercherò da qualche altra parte…” risponde, ma è difficile evitare di pensarci. Difficile distogliere la mente da quello e dal senso di sradicamento, dall’incapacità di partecipare alla serata. E dalla percezione della presenza di Ash - nitidissima.
Fortissima.
Ci sono pizze al tonno, per cena - Chris distribuisce le fette nei piatti mentre Alan chiacchiera a ruota libera. L’acciottolare delle stoviglie riempie gli spazi fra le parole, l’attenzione prova a concentrarsi sui battibecchi degli amici. Si sforza di riconoscere momenti già vissuti, momenti diversi.
Eppure Dylan non trova la voce, se cerca battute per partecipare alla discussione, e se obbliga lo sguardo a spostarsi altrove si rende conto subito di star osservando ancora suo fratello, studiandone le espressioni. Aspettandone i sorrisi come aspetteresti la primavera, o uno spiraglio d’aria per respirare.
Forse sarà sempre così d’ora in avanti – il dualismo prenderà forma di emozioni inconciliabili e per ogni battito del cuore nascerà un dolore nuovo, per ogni immagine si disegnerà la sua parte riflessa.
Soltanto pochi giorni prima sembrava impossibile pensare di vivere ancora momenti del genere: sedere intorno a un tavolo con gli amici di sempre, con Ash che vive a neanche un metro di distanza, e riconoscere suo fratello in una gestualità amata fino allo sfinimento – la maniera in cui si porta la forchetta alla bocca, l’onda dei capelli che scivola sulla spalla.
Ciglia abbassate in corone di silenzio.
Eppure basta risalire un poco più indietro nei mesi perché l’angoscia chiuda lo stomaco – perché quella tensione sotterranea divida i ragazzini che sono stati dalle persone che sono adesso e la ferita del disagio riapra i lembi come un fiore terribile, come un vetro rotto.
Specchio affilato.
Fa male, la paura di incontrare i suoi occhi - fa male che le ginocchia non si sfiorino e che non ci siano sorrisi complici da scambiarsi, fanno male i nervi allertati. L’imbarazzo. E fa male non poter scoppiare a piangere perché in fondo anche quella è una bugia, un’altra menzogna che ha sapore di dolcezza e pena. Gli sguardi segreti a cercare segni del fotografo sul corpo di Ash – la nausea da dover inghiottire. Il senso di colpa, terribile.
Perfino gli altri tacciono all’unisono quando Alan esclama, allontanando il piatto: “Ci vorrebbe Mike per finire tutta ‘sta roba, cazzo!”
Dylan sapeva che qualcosa del genere sarebbe successo, sapeva anche che il cuore si sarebbe gelato in quel modo e che il sangue sarebbe crollato ai piedi – l’aveva messo in conto: non bastano le occhiatacce di Chris, per arginare la sbadataggine di Alan, e non puoi fuggire per sempre da certe cose.
Non puoi neanche farti uccidere, ormai, perché quando gli occhi si sollevano Dylan scopre che la tensione si è fatta più rigida, nelle spalle di Ash, e si affretta a deglutire il malessere come se si trattasse di ingoiare una medicina. Come se da quello dipendesse il sorriso di suo fratello, adesso e per sempre.
Da quello soltanto.
“A Mike…” ridacchia, un po’ a fatica. Cautamente aggiunge, cercando di apparire più naturale possibile: “A Mike piace la pizza?”
Non crede di aver mai fatto una domanda più banale e per un attimo quel silenzio sembra infrangibile – forse nessuno parlerà mai più, pensa lui, forse tutto il mondo resterà sempre immobile come adesso, come nella favole. Fermo, muto.
Poi Ash tossicchia, però – cambia posizione. Mentre parla lui chiude gli occhi, sfinito.
“A Mike piace praticamente qualunque cosa…” lo sente borbottare, un po’ incerto. “Basta che sia commestibile. Forse.”
Quando riapre le ciglia scopre che Ash sta sollevando lo sguardo sul suo volto, imbarazzato.
“Non si fa molti problemi, quando si tratta di ingurgitare qualcosa…”
E improvvisamente tutto diventa possibile, anche sostenere quel dialogo. Anche parlare del fotografo, pronunciare il suo nome.
Inspirando a fondo, Dylan tenta un sorriso più convinto: “Neanche dovesse crescere…”
“A volte un po’ bambino lo sembra,” risponde Ash, prima di lanciare un’occhiata a Chris e Alan. “Voglio dire, va d’accordo con questi due…”
“Ci ama perché gli abbiamo offerto la cena una volta,” annuisce Alan. “E i biscotti.”
Ma lui ha terminato ogni risorsa – non ha più forza per parlare né per ascoltare nient’altro.
“Vado in bagno un secondo,” annuncia. Cauto.
E di nuovo non saprebbe dire se i suoi sforzi abbiano portato più sollievo o più malessere – Ash sembrava essersi tranquillizzato e questo lo fa sentire bene, è come un peso sollevato dal cuore. Eppure la solitudine è diventata quasi più abissale, dall’altro lato - quel lato dello specchio dove suo fratello non verrà mai, dove non ci sono le ore che ha trascorso con il fotografo e non c’è l’impronta delle sue mani. Dove non ci sono le parole che gli ha sussurrato all’orecchio.
Da quella parte di Ash, Dylan sarà sempre escluso.
E non consola rendersi conto che è giusto così, che prima o poi sarebbe successo. Che tanto lui certe cose non avrebbe mai potuto sussurrarle, all’orecchio del suo gemello. Che non avrebbe neanche saputo cosa dire, in fondo.
Quando torna in cucina gli altri stanno già sparecchiando e l’unico desiderio cosciente è quello di potersi infilare in un letto, un letto qualunque. Dormire, e basta.
“Stai bene?”
Quasi sussulta, appena Chris gli posa la mano sulla spalla.
“Hm.”
Silenzio.
“Ho fatto pipì,” lo previene lui.
L’altro rovescia gli occhi al cielo ma fa scivolare il braccio intorno ai suoi fianchi - lo attira più vicino.
“Hai l’aria stanca,” osserva, baciandogli la tempia. “Sonno?”
“Hm.”
"Sembri sul punto di addormentarti in piedi."
“Hm,” ripete Dylan – come se articolare qualsiasi altra parola costasse ormai troppa fatica.
Come se davvero le energie si fossero esaurite nel nome del fotografo, nell’incontrare gli occhi di Ash e scoprirli più vivi. Un trasferimento di forze, quasi.
Ricorderà sé stesso raggomitolato sul divano, la mattina dopo, la guancia premuta sul collo di Chris e le palpebre pesanti - lo sguardo a scivolare incessantemente sul profilo di suo fratello per riuscire a convincersi che stanno davvero dividendo lo stesso spazio, respirando la stessa aria.
È come un brutto sogno sfumato sulle soglie di un incubo in formazione - un incubo diverso e già vissuto, terribile ma a suo modo confortante. Incoerente.
Perché Ash è lì, e se stargli accanto risulta spaventosamente difficile non ha mai smesso di essere assolutamente bello, anche – basta lasciare che il corpo si abbandoni alla stanchezza e che le percezioni si attutiscano, che tutto torni a incantarsi entro i confini della sua presenza.
C’è un film rumoroso in tv – Dylan non saprebbe dire di cosa si tratta.
Non saprebbe dire a che ora sia finito né quando Chris abbia riaccompagnato a casa suo fratello – ha l’angoscia intessuta nei nervi mentre dorme. Ha il sorriso sulle labbra, i pugni aperti.
L’ultimo pensiero cosciente è l’intenzione di tagliarsi i capelli per fare in modo che ricrescano lisci come i suoi, aspettare tutto il tempo necessario. Anni, forse.
Poi arriva il sonno, in un momento imprecisato. Un momento perso.
E anche quell’idea, come tutto il resto, scivola in un abbandono oscuro.






A volte la voglia di tornare a casa assomiglia a un respiro: scivola nei polmoni come fosse inevitabile, li dilata, li riempie. Si scioglie nel sangue per irrorare ogni periferia del corpo – per segnare ogni millimetro di pelle con la traccia di un ricordo, definendo il tuo presente. Il tuo passato.
Quando la soffi fuori, espirando, il futuro è lo stesso di sempre. Soltanto più vecchio.
E tu non puoi negare a te stesso la vigliaccheria di abbassare la testa – di lasciare che New York torni a inghiottirti, che il tempo più accelerato di quella città smussi i contorni di una necessità che non sai affrontare. Di paure che non hanno nome e che non sai chiamare – di verità che è più comodo tenere segrete.
Chiudere nel silenzio. Lasciar dormire.
Vedere Dylan quel pomeriggio è stato dolce e al tempo stesso somigliava al riconoscersi troppo tardi in uno specchio: seduto di fronte a lui a quel tavolo appartato, Björn avrebbe voluto allungare la mano per coprire la sua, domandargli di Vivian, chiedergli che strada abbia percorso per trovare il coraggio.
La tentazione di barare era quasi irresistibile: ingannare se stesso convincendosi che forse era sufficiente che fosse stato un altro a compiere quel viaggio, che il ritorno di Dylan potesse segnare anche una nuova stagione della sua vita, nuovi passi e nuova pelle da vestire.
Occhi diversi, con palpebre meno pesanti, e una diversa attitudine alla fuga. Una diversa resistenza.
Era stato difficile fermarsi di fronte a casa, poi, lo sguardo fisso sui gradini e i piedi premuti sul cemento. Accorgersi che il cielo era lo stesso di quando quella mattina si era alzato, che non c’era nulla di straniero nell’aria. Nessuna rivelazione e nessun mistero.
Abbassare le ciglia un istante ed espirare lentamente.
Ritrovarsi vuoto.
Forse se avesse trovato Mike ad attenderlo sarebbe stato diverso – ci sarebbero state le sue chiacchiere a distrarre la mente dal pensiero di Vivian, le sue avventure a riempire le orecchie, e lui non avrebbe avuto bisogno di pensare a quel che ha perso.
A quel che in realtà forse non ha mai neanche avuto.
Avrebbe potuto essere dolce. O anche soltanto indolore.
Invece, l’appartamento era deserto e per un attimo il vuoto interiore era sembrato espandersi fino ad abbracciare tutto il mondo: Björn era rimasto in piedi sulla soglia, senza saper muovere il passo necessario per varcarla. Come se il suo corpo fosse diventato troppo grosso, improvvisamente – e goffo, e incongruente nell’occupare invece sempre il solito spazio.
La dissociazione era durata una frazione di secondo, ma era stata sufficiente a spazzare via ogni dubbio residuo. E forse è per questo che, ore dopo, sta ancora seduto in poltrona senza aver trovato neanche la voglia di alzarsi per preparare la cena, con il cellulare abbandonato in grembo e un libro aperto di fianco, appoggiato sul bracciolo.
La prospettiva di telefonare a Vivian lo riempie al tempo stesso di ansia e impazienza: ogni volta è più difficile convincersi che valga davvero la pena restargli tanto lontano, poterlo abbracciare soltanto con la voce. Ogni volta è più difficile scrollarsi di dosso la consapevolezza che è una debolezza, quel suo bisogno di mettere distanza – un privilegio che sta pagando a caro prezzo, obbligando anche suo fratello a scontare la pena.
Erano cinque anni che non si allontanavano davvero – da quando l’ha portato via di casa, da quando si è costretto a lasciarsi alle spalle certe situazioni per garantirgli tutta la serenità possibile. Ed è un po’ come averlo deluso, adesso.
Come aver lasciato la sua mano dopo averlo costretto al volo.
Forse il senso di colpa non sarebbe così forte se Björn potesse avere più fiducia nel fatto che Vivian sta bene – che sta reagendo al meglio. O forse basterebbe essere stato in grado di tenerlo fuori dai guai in passato, quando poteva valutare certe abitudini con i propri occhi e nonostante questo non aveva saputo imporsi. Proteggerlo.
È codardo anche quel suo aggrapparsi a particolari futili, ora che c’è così tanto spazio tra loro – quell’interrogare Albert minuziosamente, cercando di capire quanto le sue rassicurazioni possano essere vuote. Perché Vivian, comunque, è sempre stato abile a dissimulare.
E parlargli vuol dire anche lasciarsi dirottare verso terreni meno impervi, in fondo. Vuol dire ignorare certe paludi e fingere di non conoscerne troppo bene i pericoli.
Ogni volta, si chiede se non sarebbe più saggio evitare del tutto l’argomento – ogni volta si chiede se non sarebbe più giusto affrontarlo seriamente, a viso aperto. Mettere a tacere le proprie preoccupazioni del tutto, o dare loro ragione di esistere. Qualcosa di più fondato di un semplice sospetto.
Nonostante questo, quando infine si decide a comporre il suo numero, sa anche che non troverà il coraggio di fare né una cosa che l’altra – che continuerà a brancolare nello stesso limbo, incapace di scegliere tra il bisogno di lasciarsi proteggere e quello di proteggerlo lui stesso. Aggrapparsi a Vivian o fargli da scudo.
È sempre stato quello il dilemma, forse. L’aspetto più ambiguo – già quando era ragazzino.
“Björn?”
Del resto, anche per suo fratello è sempre stato lo stesso, forse. E può darsi che stia lì il nodo – l’errore fondamentale, da cui tutto ha avuto inizio: la prima volta che Björn ha aperto la porta della sua stanza e si è infilato nel suo letto; la prima volta che l’ha stretto al petto per consolarlo da un incubo, senza voler ammettere che era lui ad aver bisogno di un abbraccio.
Ascoltando la sua voce, adesso, manca anche la determinazione a trattenere il sorriso.
“Ciao, Ljus. Come stai?”
C’è qualcosa di stranamente rilassante nello scambiarsi convenevoli con una persona che conosci tanto bene.
È come i discorsi che si fanno appena alzati, prima ancora della colazione: un’esercitazione per il resto della giornata, quando si dovranno mettere a punto i veri contenuti, e al tempo stesso un modo per svegliarsi gradualmente. Decifrare con dolcezza che tipo di notte ha avuto l’altro – se è riuscito a dormire, se è rimasto sveglio troppo a lungo. Il suo umore.
Björn può quasi immaginare la piega delle labbra di Vivian, mentre lo ascolta – indovinare il divertimento nel tono esasperato con cui si lamenta di Albert, e la tensione quasi impalpabile di qualcosa a cui non fa cenno, invece, a cui forse neanche vuole pensare. Può soppesare tra sé e sé la possibilità di fargli domande e subito scartare l’idea, muoversi oltre.
“Ho visto Dylan, oggi,” offre, ed è ricompensato dall’alleggerirsi del tono di Vivian.
L’accentuarsi del suo sorriso.
“Davvero? È tornato sano e salvo? Ero un po’ preoccupato quando se n’è andato di corsa – c’era qualcosa di strano tra lui e Jude, e Raven, e non so neanche io…”
“Mi ha raccontato qualcosa, sì,” mormora Björn, interrompendolo, perché sa fin troppo bene che quando il ragazzino è eccitato potrebbero passare interi minuti prima che debba riprendere fiato.
“Sembra una storia… Complicata,” commenta, cautamente.
“Hm. Un po’ un casino, sì,” concorda Vivian. “Ma sta bene?”
“Credo debba ancora abituarsi all’idea di essere tornato.”
Lancia uno sguardo fuori dalla finestra, poi, osserva il cielo scurire.
“E che non sia riuscito a risolvere del tutto i problemi che aveva prima di andarsene. Ma l’ho visto meglio dell’ultima volta, sicuramente. Cambiato.”
“Cresciuto?”
“Forse,” ammette lui, e si trova a immaginare che traccia possano aver lasciato quei mesi sul viso di suo fratello. Se rivederlo sarà naturale come tornare a casa dopo una parentesi in viaggio, o se ci sarà la commozione sommessa di quando non è riuscito a stringere Dylan tra le braccia, quel pomeriggio.
Se ci sarà la stessa incredulità, e il senso inspiegabile di un tempo che prosegue, a dispetto di ogni interruzione.
Al di là di ogni distanza.
Limpido, come l’acqua in un fiume.
“È stato strano vederlo, in realtà,” confessa. “Parlare di te con lui. Mi ha fatto…” Pausa. “Avrei voluto essere lì.”
Non è la prima volta che la distanza di Vivian sembra diventare un abisso insormontabile, capace di risucchiarlo e chiudergli la gola.
Dopo una vita trascorsa a orientare se stesso nella direzione di quel bambino è inevitabile, forse – una verità che non sarebbe neanche necessario esplicitare, foderare di parole. Non c’è mai stata reticenza, nei loro dirsi Ti voglio bene – non c’è mai stato un momento in cui Björn abbia avuto la percezione che quell’affetto potesse risultare soffocante per un ragazzino. O che abbia dubitato di essere altrettanto importante.
Non c’è mai stata un’occasione in cui al suo Mi manchi Vivian non abbia risposto con qualcosa di equivalente.
Adesso, però, il silenzio che accoglie le sue parole non sembra somigliare a quei momenti – è più teso, quasi tormentato, attraversato soltanto dal respiro veloce del ragazzino.
Dal suo trascinare la pausa. Dilatarla.
Trasformarla in un nuovo vortice. In una calamita.
Björn si sta già sentendo precipitare, quando finalmente lo ascolta mormorare: “Devo dirti una cosa.”
“Una cosa?”
Deglutisce, distogliendo lo sguardo dalla finestra. Chiude gli occhi un istante; respira.
“Stai male?” domanda, cercando di mantenersi calmo.
“No. Non riguarda me, non…” Vivian esita, abbassando la voce. “Non è niente di brutto, neanche. Credo.”
“Ljus. Che è successo?”
“Si tratta di Samuel.”
Per un attimo, è come se il tempo si fermasse.
Björn riapre gli occhi e fissa la parete di fronte a sé – l’angolo di bianco che l’illuminazione esterna ritaglia sul muro, il bordo affilato della cornice dentro cui Mike ha rinchiuso una sua foto. I riflessi sul vetro e le ombre, il profilo del divano al margine del campo visivo.
Lentamente, lascia andare il fiato.
“Samuel?”
“Weldon,” elabora Vivian, aggiungendo subito dopo: “Lo scrittore.”
E lui vorrebbe dirgli che non c’è bisogno di specificare - chiedergli cosa c’entra Samuel, se gli è successo qualcosa, se sta bene. Vorrebbe domandargli se l’ha incontrato e per quale motivo, se si sono parlati, se l’uomo ha chiesto di lui. Se l’ha cercato. Sapere se gli ha detto qualcosa e se Vivian ha risposto – sapere come stava. Che cosa ha pensato.
Vorrebbe dire qualcosa, una parola qualunque: rompere il cerchio di silenzio e la fodera di ghiaccio che sembra essersi avvolta intorno alla voce, prendere respiro e spingerlo fino in fondo al sangue – lasciare che sia quello a riempire il corpo di nuovo. A ridargli spessore.
Non fa alcun rumore, invece, mentre ascolta Vivian continuare a spiegare in tono sempre più spaventato e cerca di mettere in ordine le informazioni che gli stanno piovendo addosso. Cerca di dare loro un senso.
Dimensione.
“Non sapevo che vi conoscevate, quando l’ho incontrato la prima volta, te lo giuro. Ero andato a seguire una sua lezione per curiosità, niente di che, e poi l’ho ritrovato una sera e sembrava così stanco e io ero solo e non volevo tornare da Albert e non sapevo dove andare. Era come stare con te, forse, avrei dovuto capirlo subito invece non ci ho pensato per niente, e lui parlava di te ma non ha mai detto il tuo nome e soltanto l’altro giorno ci sono arrivato. E neanche lui aveva idea, non l’ha mai nemmeno sospettato. E non è successo assolutamente nulla tra di noi, Björn, lo giuro, lo so come sono e anche Albert aveva capito male ma conosci Sam, non avrebbe mai potuto toccarmi, anche senza sapere che ero tuo fratello, mi ha sempre solo dato un posto dove stare e non ha mai chiesto niente in cambio, neanche…”
“Vivian.”
Björn si schiarisce la voce.
Nella cornetta, suo fratello si zittisce.
Il silenzio è quasi troppo fitto, ora, ma lui sente la testa pulsare per la mole di informazioni non ancora assimilate ed è una fatica trovare le parole giuste. Una fatica anche solo pensarle.
Appoggiando la nuca contro lo schienale della poltrona, lascia che il fiato passi dal naso alla gola e per un attimo sembra quasi che tutto possa trovare un senso. Ordinarsi.
Poi Vivian mormora, con una voce impalpabile, “Sei arrabbiato?”, e lui si trova a riaprire gli occhi di scatto. A piegarsi in avanti, passandosi una mano sul viso. Incredulo.
“Arrabbiato? Ljus, come ti salta in testa che…”
“Mi hai chiamato Vivian,” è la risposta. “E avresti ragione di avercela con me. Sono giorni che lo so, che te lo tengo nascosto.”
“Non…” Lui prende un altro respiro, profondo. “Non sono arrabbiato, va bene? Sono solo… Confuso. Non so cosa pensare. E mentre parlavi sentivo che ti stavi agitando e avevo bisogno di fermarti. Per… Pensare. Solo questo.”
“Sei sicuro?”
“Ljus, non hai fatto nulla per cui potrei prendermela.” Deglutisce. “Al massimo, sei tu che dovresti essere arrabbiato con me. Che non ti ho mai raccontato nulla di questa storia, né di Samuel.”
“È stato perché non ti fidavi di me?” domanda Vivian.
Tornando a sprofondare nella poltrona, lui spinge la mano a massaggiarsi la fronte. Sospira.
“No. Assolutamente.”
“Perché Albert l’ha detto, che non era quello il motivo. Ma… Non capisco perché, allora, credo.”
La nuca affondata nel cuscino, Björn osserva lo spessore del buio racchiuso dietro le palpebre e cerca di restare il più possibile consapevole del proprio corpo – delle dimensioni delle braccia, dei movimenti della cassa toracica. Il battito del cuore – regolare – e l’improvviso raspare della gola: un bruciore secco. Voglia di bere.
La prospettiva di spiegare a suo fratello perché non l’abbia reso partecipe di un evento importante come l’incontro con Samuel lo riempie dello stesso disorientamento che nasceva di fronte all’idea di sostenere una discussione con lui sullo scrittore: per parlarne sarebbe stato necessario affondare le dita in una materia informe, confusa, seppellita in qualche angolo remoto della coscienza. Sarebbe stato come procedere a ritroso nel passato – sbagli le svolte e curva dopo curva ti ritrovi solo, perso in un labirinto di razionalizzazioni e diagnosi. Fatti scarni e giudizi.
È più facile ignorarle, certe cose. Lasciarsele alle spalle e fare finta che non abbiano importanza – fare finta di non vederle, non registrarle, non gestirle.
E così, durante quei mesi, Björn ha tenuto gli incontri con Samuel segreti anche a se stesso – ha taciuto ogni cosa con Vivian perché non parlarne con Vivian voleva dire non dover dare un nome a quel che accadeva. Perché non dare nome significava non dover trovare le parole, e evitare le parole significava restare innocente.
Non ammettere responsabilità. Non dover scegliere.
“Non so spiegarti perché, Vivian,” mormora, ed è come una sconfitta. “Non… Non ci ho neanche pensato, capisci? Non è stata una cosa voluta, non ho deciso di non dirtelo. È come se non avessi neanche immaginato la possibilità di farlo.”
“Albert ha detto che era complicato.”
Lui sorride, amaramente. “Complicato, sì. Albert ha ragione, in queste cose.”
Dall’altro capo del filo, Vivian sembra esitare – per un attimo, Björn pensa che forse proverà lo stesso a fargli qualche domanda. Dare una direzione al discorso nella speranza che questo potrebbe aiutare, senza capire che in un momento come quello il silenzio è l’unica dimensione possibile. L’unica salvezza – distensione.
“Non vuoi parlarne neanche ora, vero?” lo sente invece domandare, infine, aggiungendo come per affrettarsi a correggere: “Proprio di nulla? Non vuoi neanche sapere niente?”
E prima ancora che il cervello abbia processato il sollievo, e organizzato le forze per dare alla lingua l’ordine di formare la parola No, Björn ascolta la propria voce dire: “Potresti parlare tu, forse?”
Specificare, immediatamente: “Raccontare di lui. Cosa sta facendo.”
Dopo, anche mentre la tensione di Vivian si scioglie e il suo discorso inizia a fluire come un fiume trascinando con sé Samuel e i suoi sorrisi distratti e i mille volti che lui ricorda mischiati a quelli mai visti e quelli neanche immaginati, avverte come un vuoto vibrare nello spazio deserto sotto la carne – una corda tendersi dentro i nervi, il respiro solidificarsi.
Al di sotto della voce – quella di Vivian, quella di Samuel – c’è silenzio e il bisogno irresistibile di mantenerlo. C’è la distesa di neve e la stanchezza atroce di essere solo – la necessità di restarlo.
Permettere che il fiato si espanda e raccolga tutto.
La verità è che non è pronto a pensare seriamente a cosa significhi essersi lasciato Samuel alle spalle – cosa significhi averlo davanti, in un tempo imprecisato del futuro, in attesa forse, forse soltanto già stabilito.
Le parole di Vivian sono scivolose e i ritratti che dipinge troppo liquidi, sfuggenti – non è possibile trattenere il loro significato, utilizzarli per costruire posizioni razionali, per decidere il da farsi.
Un impulso potrebbe essere quello di prendere il cellulare e comporre il numero dello scrittore – chiamarlo da sé, sentirlo con le proprie orecchie che Samuel è reale e che sta bene.
Ma sono mesi che quella tentazione viene bloccata prima che possa prendere consistenza – mesi che il pensiero non fa in tempo a formarsi che già si sono abbassate le ciglia, e Björn sa bene che se anche gli riuscisse di concentrarsi – se riuscisse a soppesare razionalmente la possibilità di chiamare Samuel, di parlargli – sarebbero altri i problemi, altri gli ostacoli da superare, le barriere da abbattere. Le verità – troppo brutte, e scomode – da ammettere.
Per questo si limita a chiudere gli occhi, lasciando che sia la voce di suo fratello a tracciare i confini.
Per questo si accontenta di ascoltare neve e silenzio sovrapporsi al nome di Samuel, all’immagine quasi dolorosa delle sue mani appoggiate sulla testa di Vivian. Alla dolcezza dei suoi occhi e al ricordo della prima volta in cui si sono parlati – le parole del Dio malato e le statue del parco. Il cancello da varcare come per entrare in un altro mondo e la dimensione ovattata, onirica, di quelle stanze illuminate dal calore del camino.
È dolce, in qualche modo – un altro viaggio di ritorno, un’altra maniera di avvicinarsi a casa e liberarsi di quella stanchezza pesante. Scrollarsi di dosso le paure come un animale potrebbe fare con l’acquazzone rimasto impigliato nella pelliccia – asciugarsi un momento.
Concedersi una pausa in quella stasi sfibrante.
Sa che domani sarà tutto diverso: che basterà chiudere la comunicazione con Vivian perché il buio torni ad avvolgere e le ombre ad accerchiarlo, a costringerlo in un angolo inchiodandolo al muro. Anche la luce può poco, nelle notti più nere, e non basta la fiamma di un focolare per scacciare il gelo di consapevolezze che hanno messo radici quando lui ancora era bambino.
Non c’è mai stata alcuna illusione in merito: Björn lo sa benissimo e non si permetterà di dimenticarlo.
Ma per il momento può permettersi quella pace e fingere di non averla perduta già troppe volte – può dimenticare New York e pensare soltanto a Vivian, a Samuel; convincersi che in un futuro saprà trovare calore anche senza costringersi all’esilio, che non sarà necessaria sempre una guerra per conquistare la strada che lo riporterà a casa.
Sognare che forse la notte si scioglierà nell’alba e non sarà più soltanto il bianco della neve a dare sollievo al buio, ma tutti i colori del giorno. Una nuova dolcezza. E che in quel momento qualcuno sarà capace di abbracciare il suo ritorno. Mani di uomo e mani di bambino. Che lui potrà amare entrambi i tocchi, e abbandonarsi a entrambi con lo stesso sollievo. Con la stessa fiducia con cui adesso, cullato dal ricordo di Vivian, si abbandona al sonno.
Senza temere gli incubi, senza cedere loro terreno.
Rilassandosi lentamente.
E sciogliendo nel respiro ogni altra paura – ogni pensiero.











































































































































































































































































































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CAPITOLO 98

Feb. 4th, 2011 09:40 pm
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98
Carlos - Materia inerte





Carlos non aveva idea di cosa fosse il disgusto fisico, prima di trovarsi seduto in tribunale al fianco di Holmes.
Credeva di aver provato qualcosa di molto simile nel bagno del Queer - quando aveva avuto la brillante pensata di verificare la propria sessualità con il primo esemplare maschile che gli era capitato sotto mano - ma Holmes vanificava ogni esperienza precedente: il malessere che instillava era una reazione viscerale e non sembrava bastare una semplice doccia per lavarlo dalla pelle.
Se ne stava di fronte al giudice perfettamente composto, perfettamente elegante nel suo abito scuro; lo avresti detto un distinto signore di mezza età capitato in quell’udienza per caso, non fosse stato seduto nello spazio degli imputati, e l’aspetto più nauseante della faccenda era il divario intollerabile fra le accuse che gli venivano rivolte e quella sua sicurezza sfacciata – la certezza di uscirne pulito, probabilmente, o forse una punta di sfida dissimulata in espressioni distratte.
Carlos ricorderà per tutta la vita il momento in cui si era voltato, durante l’arringa del pubblico ministero, e aveva scoperto che il vecchio stava disegnando la griglia della battaglia navale nel suo blocco di pelle nera.
A volte arrivare alla fine dell’udienza era sembrato impossibile – a volte si era trovato sul punto di alzarsi in piedi e mollare lì tutto.
Sul suo declassamento ad assistente pro forma si era disperato per mesi, eppure adesso sembrava impossibile non chiedersi cosa ne sarebbe stato di lui se le cose fossero andate in maniera diversa: di fatto rivestiva poco più che il ruolo di tappezzeria, in quel processo, e anche così aveva problemi a mangiare, problemi a dormire. Problemi a contenere il numero di sigarette fumate nella giornata o a farsi venire in mente una qualunque ragione per cui uscire la sera.
Non si trattava soltanto di stanchezza fisica – era l’impulso a mancare.
Lo sradicamento dalla leggerezza dei vent’anni, forse – quella nausea costante e la sensazione di aver perso completamente di vista ogni obiettivo.
Poi Raven era scomparso – era successo nel fine settimana.
Aveva telefonato per avvertire che si sarebbe accampato per un po’ del suo amico regista e da allora Carlos non solo ne aveva perso le tracce ma aveva visto spezzarsi anche l’unico legame che ancora sembrava collegare la sua vita alla quotidianità più basilare.
Se quando c’era Raven poteva capitare di bere una birra insieme, scambiarsi qualche battuta distratta o lasciarsi coinvolgere in qualcuna delle sue infinite attività, adesso il silenzio rubava spessore anche ai gesti più automatici, invece, e perfino spogliarsi per mettersi a dormire era diventato superfluo. Perfino disfare le coperte, sfilarsi i jeans o togliere le scarpe. Aprire le finestre per far uscire il fumo.
Holmes lo seguiva fino a casa - era un odore impregnato addosso, il ripetersi continuo delle parole ascoltate in aula e la moviola incessante di ogni fotogramma del processo. Il sospetto che Hamilton avesse ragione, quando diceva che lui non era adatto per quel tipo di lavoro. Quando gli consigliava di lasciar perdere, dedicarsi ai documentari naturalistici.
E allo stesso tempo era l’assurdità incomprensibile di certe situazioni: assistere alla più crudele delle arringhe difensive e scoprire David abbandonato sul divano dello spogliatoio, dopo – testa rovesciata all’indietro e la stanchezza segnata in ogni ruga della fronte. La sua mano posata sulla spalla, nel momento esatto in cui lui stava per scappare dall’aula – la stretta delle dita sui muscoli. Sui nervi.
E il suo sguardo fisso sulla giuria, intanto – come se quel gesto neanche gli appartenesse. Come se a malapena ne fosse consapevole.
Non c’era una logica.
Ma la verità è che niente rispondeva ad una qualche razionalità da molto tempo – che quel caso aveva rappresentato fin dall’inizio il tracollo di ogni coerenza e che anche i ruoli sembravano definirsi ormai nel solo confondersi di istanze contraddittorie e inconciliabili: ragazzini che apparivano già adulti, il cattivo con l’aspetto di un bonario nonnetto. La voglia di fuggire e la determinazione a restare – Hamilton che sferrava colpi mortali. Hamilton che dribblava i giornalisti, poi, senza preoccuparsi di raccogliere i frutti dei suoi trionfi né di sottolinearne l’importanza.
“Temo di aver dimenticato i documenti in ufficio,” gli aveva annunciato Carlos, aspettandosi la più terribile delle reazioni. Quasi percependola sulla pelle, l’onda d’urto di un’esplosione in arrivo. “Dovremmo chiedere del tempo per scaricarli dal web, mi spiace.”
Ma David si era limitato ad annuire, facendogli semplicemente cenno di mettersi al lavoro.
“Facciamoci bastare cinque minuti,” aveva detto soltanto, prima di entrare in aula.
E anche quello era straniante: l’incongruenza con le abitudini di sempre. Il trovarsi spiazzato di continuo e l’incapacità di cogliere i meccanismi di una realtà schizofrenica – comportamenti che non si lasciavano decifrare.
Anche esser passato da quel quartiere non ha senso – Carlos stava riportando l’auto allo studio legale e non c’era ragione per allungare il percorso fino a casa di Vivian. Non c’era motivo per fermarsi al lato della strada, spegnere il motore e aspettare lì immobile che la notte si facesse più profonda. Che il pacchetto di sigarette si svuotasse in una nebbia di fumo fitto e lo sguardo si ancorasse sulla prospettiva di un palazzo popolare. Di un portone chiuso.
Che cosa si aspetti non saprebbe dirlo, da quella situazione.
Quando è arrivato i negozi avevano i bandoni ancora alzati, la gente percorreva i marciapiedi e il traffico dell’ora di punta rallentava la corsa delle macchine.
Adesso la carreggiata è deserta, invece, i lampioni si sono accesi da un pezzo e la radio ha già passato il notiziario della sera. Ha trasmesso almeno una ventina di canzoni con dedica, mentre lui ruotava distrattamente il braccialetto intorno al polso.
E se anche Vivian comparisse all’orizzonte non porterebbe il sollievo di un’attesa conclusa quanto piuttosto il malessere ormai familiare di guardarlo vivere a distanza – una distanza soltanto più ravvicinata. Più dolorosa, certamente.
Forse guardarlo sparire dietro una porta farebbe male come quella sera al Queer o forse sarebbe la consapevolezza che per raggiungerlo potrebbe bastare qualche passo a farlo apparire ancora più lontano. Forse l’immagine fuggirebbe subito perché la vertigine farebbe chiudere gli occhi e mancherebbe la forza di riaprirli, dopo.
Ha immaginato di baciarlo spesso, ultimamente – in certe notti gli serrava la gola fra le mani mentre in altre si lasciava semplicemente sfiorare dalle sue labbra e poteva essere dolce, a volte violento. A era frenetico e a volte così lento da impazzire.
Eppure non è stato quel tipo di impulso a spingerlo fin lì, stasera - perfino la voglia disperata di toccare il suo corpo sembra qualcosa di razionale se paragonata al bisogno impellente di assicurarsi che sia integro – che non abbia cambiato volto e che i suoi capelli siano sempre biondi. Che non ci siano cicatrici aperte, sui suoi polsi.
Carlos inspira, socchiudendo le palpebre.
Può ancora vedere le foto della ragazzina suicida, nella notte – aveva solo due anni meno di Vivian quando le mani di un adulto si sono trasformate in rasoi e le hanno reciso le vene.
Il suo cadavere fissava lo schermo con occhi troppo chiari - forse la loro fissità non era più cambiata dal giorno del suo decimo compleanno e forse era questo a spaventare così tanto.
Questo, e le parole della madre.
“Nessuno riconosceva più mia figlia: aveva cambiato i lineamenti, il sorriso era diverso. Era cambiato lo sguardo, e l’espressione.”
Quando Raven gli aveva detto che Vivian stava uscendo con una persona più grande, Carlos non aveva voluto sapere altro: era mancata la forza per affrontare una realtà tanto scomoda, era mancato il coraggio e la determinazione.
Durante le ultime sere soltanto la discrezione lo aveva trattenuto dall’afferrare il telefono, invece, per raggiungere l’amico ovunque si fosse nascosto - pregarlo di indagare. Che tipo di persona potrebbe essere, questo tizio, che vita conduce?
E cosa cerca da un ragazzino – quanto prende?
In che modo?
Sarebbe stato comunque inutile – Raven non avrebbe mai messo il naso nella vita di Vivian senza il suo consenso e in ogni caso a lui non sarebbero bastate informazioni di terza mano.
Continuavano a disegnarsi nella mente gli scenari soliti: discoteche, auto parcheggiate nell’ombra e strade deserte. Vicoli bui.
Eppure forse il pericolo vero frequenta locali esclusivi, alberghi a cinque stelle e i quartieri eleganti della collina. Forse non ci sono mai stati neppure incontri clandestini, fra lui e Vivian – magari il tizio ha già preso possesso della sua quotidianità e della sua fiducia. Della sua casa.
Da troppo tempo non c’è più neanche Björn, a vigilare quel minimo.
Da troppo tempo il bisogno di sapere è diventato insostenibile - un pensiero costante, come una premonizione. Un malessere sotterraneo.
Raddrizzando la schiena di scatto, Carlos si sporge in avanti.
Non si aspettava davvero di trovarle per strada, tutte le risposte – la speranza era solo di riuscire a scorgere Vivian e sopravvivere al vuoto d’aria, magari. Seguirlo con gli occhi lungo il marciapiede e vederlo sparire dietro l’angolo. Nient’altro.
Quando la sua figura compare in lontananza il cuore perde un battito, però, e non si tratta di emozione né di nostalgia. Solo incredulità, in un primo momento – le categorie mentali che crollano di colpo e l’incapacità di processare una realtà inaspettata. La sorpresa.
L’attimo successivo non resta che rabbia – sangue che gonfia le vene e i pugni serrati fino a sbiancare le nocche. Tutto il veleno di Holmes sulla lingua – tutto il disgusto.
Lui potrebbe avere qualunque età.
Potrebbe avere cinquant’anni, da quella prospettiva – barba curata e un abbigliamento tanto sobrio quanto anonimo. L’aria da perfetto padre di famiglia, l’aspetto innocuo.
L’imputato perfetto.
Però stavolta ha un braccio avvolto intorno ai fianchi della sua vittima e la tira verso di sé, quando dice qualcosa. Gli scosta i capelli dalla fronte quando ride - potrebbe baciarla per strada. Da un momento all’altro.
E lo scatto squarcia il tessuto dei muscoli – la mano aggancia la maniglia della portiera.
Carlos attraversa la strada fra i clacson delle macchine, afferra la maglietta di Vivian. Spinge indietro il vecchio, bruscamente. Un colpo in pieno petto.
“Quindi, mh? Quindi?”
Lo spinge ancora.
Non è particolarmente affascinante, non ha nulla di speciale. Non ha neanche le palle per reagire quando si ritrova spalle al muro e Carlos gli preme il pugno chiuso contro la guancia, battendo sull’osso.
“Quindi ti piace scoparti i ragazzini, quelli che hanno l’età di tuo figlio magari! Quelli che ti fanno sentire onnipotente - un vecchio porco onnipotente, giusto?”
“Carlos?”
La voce di Vivian arriva incredula, da dietro – il tizio tiene gli occhi fissi dentro i suoi e lui gli spinge le nocche con più forza contro la mascella.
Pinche cabrón, verme schifoso!”
Ha voglia di vomitare.
Basterebbe un niente per arrivare a colpirlo – un lembo di pelle scoperto sotto i bottoni della camicia o il deglutire lento della gola.
Basterebbe anche soltanto la percezione della sua barba sul dorso della mano, se non fosse che intanto Vivian ha iniziato ad agitarsi, alle sue spalle, cercando di tirarlo indietro e strattonandogli la giacca. Intimandogli di lasciare quell’uomo, urlandogli addosso.
"Che stai facendo, Herrera, ti sei rincoglionito del tutto?”
“Sta’ zitto, cazzo!”
“Zitto? Tu spunti dal nulla e aggredisci Albert e io devo stare zitto?”
“Oh, Albert!” Sbuffando in una risata rabbiosa, Carlos afferra il polso ragazzino. “Che fottutissimo nome di merda,” sibila poi, puntando l’indice al petto del tizio. “Sorpassato e insignificante come te, ti sta d’incanto!”
“Ma che cazzo ti salta in testa, me lo spieghi?”
È diventato fin troppo facile, per Vivian, liberarsi dalla stretta delle sue braccia: dosare la forza è qualcosa di istintivo – nessuna presa affonda più nella carne ed è la paura di lasciargli lividi a fare in modo che il ragazzino riesca finalmente a intrufolarsi fra lui e l’uomo.
“Cos’è, hai deciso di portare l’omofobia a un nuovo livello?” sibila, mentre Carlos si ritrova premuto contro il suo corpo senza neanche sapere come. Senza avere il tempo di prepararsi, alzare le difese. Per un attimo, è come cadere.
Scendere in apnea, sentirsi gelare. Bruciare.
E ha gli stessi occhi di sempre, Vivian - se un cambiamento c’è stato si è cristallizzato nel gelo solito, quello che lui conosce fin troppo bene. Quello che col tempo ha imparato perfino a desiderare, in mancanza d’altro.
“Togliti,” dice, deglutendo.
Ma l’altro assottiglia le palpebre - probabilmente risponderebbe anche qualcosa di poco piacevole se l’uomo non gli posasse una mano sulla spalla, da dietro.
“Vivian,” mormora, con la cautela propria dei più ignobili vigliacchi.
“Tu stanne fuori, Albert!” viene l’intimazione, corredata da un’occhiata furibonda. “Non c’entri un cazzo, in questa storia. Non cominciare neanche.”
Ed è una soddisfazione illogica, vederlo reagire in quel modo: sapere di aver messo lui e il suo patetico amante l’uno contro l’altro, quanto meno – accorgersi che comunque sa tenergli testa e non è ancora del tutto perso.
Carlos è sempre stato sinceramente fiero di come Vivian sappia mettere a tacere tutti, quando vuole. Non ricorda di avergli mai detto nulla del genere, però, e non ricorda di avergli mai dimostrato la sua stima in nessun caso.
Più facile insultarlo, rispondere al veleno con il veleno. Più comodo pensarlo un moccioso sfrontato, uno stronzetto.
Adesso quasi sussulta, quando l’attenzione del ragazzino torna a concentrarsi su di lui.
“Non sopporti più neanche di vedermi camminare per strada, adesso?” gli sta sibilando, a voce appena più bassa. “Che cazzo vieni a fare da queste parti, lo sai benissimo che vivo qui.”
“Ma non sapevo che le tue abitudini si fossero evolute,” risponde lui, con più cattiveria di quanta avesse previsto. Come se il fatto di parlargli di fronte a quell’uomo fosse già un tradimento, da parte di Vivian - come se almeno i litigi dovessero restare faccende private.
Cose soltanto loro.
Scrolla la testa, gettando un’occhiata al tizio: “Te li porti a casa, adesso, fai anche da badante ai nonnetti?”
Non avrebbe mai voluto che la serata si concludesse in quel modo – quando aveva deviato il suo percorso per addentrarsi nei territori di Vivian non intendeva cercare un contatto con lui e tanto meno immaginava che avrebbe finito per litigarci: nel bagno del Queer aveva giurato a se stesso che se si fossero incontrati un’altra volta gli avrebbe sorriso e che gli avrebbe parlato gentilmente se lui lo avesse provocato.
Domandargli scusa sarebbe stato inutile e tutto il male che si sono fatti negli ultimi mesi non è cosa che si possa risolvere a parole. Non basterebbe un’intera vita, forse.
Però avrebbe vinto la paura di trovarselo di fronte, avrebbe cercato di guardarlo negli occhi solo per fargli capire che quella fase almeno era superata - almeno da parte sua. Che tutti gli insulti passati nascondevano difese vigliacche - falsità alle quali lui per primo non ha mai creduto davvero.
A volte se lo è domandato seriamente se sia possibile convogliare la sincerità in uno sguardo. Invece adesso è lì, schiacciato su quel marciapiede dal terrore e dalla frustrazione - da quel veleno che somiglia a gelosia e che pure si nutre principalmente della necessità di proteggere Vivian, del bisogno disperato di stabilire una connessione di qualunque tipo.
Ed è come ritrovarsi all’inizio del solito percorso circolare – aver camminato fino allo stremo solo per scorgere gli orizzonti di sempre in lontananza.
"Beh, almeno i nonnetti hanno una loro esperienza,” sibila il ragazzino, affilando il sorriso. “Non vengono appena glielo prendi in bocca, come certi ventenni…"
È il meccanismo solito – non c’è ragione perché faccia sgranare gli occhi e colpisca in pieno petto con quella forza. Non c’è motivo per sentirsi ferito quando l’emotività è già così impegnata a processare la colpa di aver ferito a sua volta – di aver tradito ogni proposito e di riscoprirsi nuovamente impotente di fronte all’impulso contraddittorio di prenderlo a schiaffi o di baciarlo. Odiarlo o amarlo.
Eppure resta solo amarezza quando Vivian torna ad allacciare il braccio alla vita del suo amante per spingerlo lungo il marciapiede – un’ultima occhiata, fredda, e Carlos pensa che potrebbe gridargli ti amo lì per strada se solo servisse a strapparlo dalle mani di quell’uomo. Pensa che il corpo potrebbe diventare materia inerte mentre li guarda entrare entrambi dentro il portone – il ragazzino dietro. L’altro davanti.
E il vuoto strozza la gola in una morsa – le parole ingoiate piombano nello stomaco come bocconi amari. Come pietre.
Dopo, scatta la sirena di un antifurto. Scatta la serratura del portone, in lontananza.
E anche quell’occasione diventa materia inerte – un altro dolore e un’altra rabbia.






Buffo dove può arrivare a condurti un’auto, dopo la mezzanotte.
Strano – perché se parcheggiare sotto casa di Jude pareva assurdo quando Raven era alla guida, adesso che Carlos è da solo sembra addirittura improbabile infilarsi nell’unico spazio libero e scendere davvero, chiudersi alle spalle la portiera. Muovere passi rapidi sul marciapiede, con il cielo scuro sopra la testa e la cornice elaborata di palazzi signorili tutto intorno. Una scenografia aliena.
Gli è sempre risultato difficile capire le basi di un legame tanto profondo – Jude non è altro che un figlio di papà, non ha sgobbato una vita per comprarsi l’elegante appartamento in cui vive e non deve dannarsi l’anima per guadagnare uno stipendio a fine mese. Non occorre neanche che si preoccupi della carriera, gli basta declinare il suo cognome negli ambienti in cui è nato per vedersi aprire ogni porta.
Eppure se cerchi Raven devi necessariamente passare di lì: puoi trovarlo sul divano o nel suo letto - puoi fregartene dell’ora, anche, perché tanto Jude lavora solo quando è ispirato e si alza quasi sempre a mezzogiorno, la mattina.
E se il fastidio è lo stesso di sempre e il mistero di cosa ci veda Raven in un tipo come quello non ha ancora trovato risposta, stasera è l’urgenza di altre preoccupazioni che sconsiglia a Carlos di indulgere in atteggiamenti troppo schizzinosi: il cellulare dell’amico continua a risultare spento e le finestre di Jude sono illuminate - la scelta è obbligata.
Suonare il campanello.
Alla fine cosa può succedere di peggio dopo una giornata in tribunale e un incontro ravvicinato con il rammollito che in questo momento si starà sicuramente scopando Vivian - che Jude lo mandi affanculo?
Sopravviverà.
Dopo aver visto quell’uomo potrebbe sopravvivere a tutto, ormai - vuole solo sapere chi sia e assicurarsi che non abbia precedenti penali, capire. Perché.
“Jude, sono Carlos,” esclama nel citofono, quando la voce del ragazzo scivola nelle orecchie con un suono metallico.
“Carlos?”
“Herrera,” si sente in dovere di specificare, anche se giurerebbe che la sorpresa sia dovuta proprio al fatto che l’altro lo abbia riconosciuto piuttosto che all’ipotesi contraria.
Però la serratura scatta subito, si accende la luce.
“D’accordo, Sali.”
E lui sale in fretta, due gradini alla volta – il pugno saldamente agganciato al corrimano e neanche la forza di sperare che se Raven è lì almeno non compaia sulla porta in accappatoio o non sbuchi dalla camera da letto mezzo nudo, i capelli sciolti. Il sorrisetto compiaciuto dei suoi momenti migliori, sulle labbra.
Le ha sempre detestate, certe situazioni.
Eppure quel pensiero non è che un disturbo confuso, qualcosa di marginale che non rallenta la corsa e non stempera l’urgenza di necessità più pressanti.
Ha il fiato corto, quando arriva all’ultimo piano: Jude lo aspetta in piedi sulla soglia – neanche lui è mezzo nudo, per fortuna, e Carlos può concentrarsi sul fatto che al di là dell’aspetto assonnato sembri nascondere più che altro la tensione di un allarme confuso, nella postura delle spalle.
In realtà gli dispiacerebbe, se lo avesse spaventato.
Non ha mai nutrito per lui una simpatia particolare, ma non è comunque il tipo da disturbare gli altri a notte fonda senza sentirsi almeno un po’ in colpa.
“Scusa se ti piombo in casa a quest’ora,” dice quindi, mentre Jude si scosta dalla porta per lasciarlo entrare e lo sguardo corre in fretta in direzione del divano – in direzione della camera, più discretamente.
“Non stavi dormendo, vero?”
“No, ma non mi aspettavo di vederti.”
“Lo immagino, naturale…”
“È successo qualcosa?” domanda subito l’altro, costringendolo a sollevare le mani in un gesto il più possibile tranquillizzante.
“Nulla, stavo solo cercando Raven. Aveva detto che si sarebbe trasferito qualche giorno da un amico ma è dallo scorso fine settimana che non lo sento - devo parlargli. Al cellulare non risponde.”
“E sei venuto a cercarlo qui?”
La risata ironica suona del tutto fuori luogo, in quel contesto – Carlos inarca le sopracciglia ma l’istante successivo ha già bloccato i movimenti.
L’amico regista! – pensa. Cazzo.
Non puoi mai sapere quanto amici siano, gli amici di Raven, e in ogni caso non c’è mai da giurare che siano anche altrettanto amici di Jude. Personalmente ci ha sempre capito poco, in quella faccenda.
“Merda. Mi spiace, non volevo…”
“Non siamo in un bel periodo, io e Raven,” risponde Jude, mentre lui tossicchia imbarazzato e si domanda per quale ragione debba sempre ridursi a fare gaffe del genere, anche quando ne farebbe volentieri a meno. Anche quando ha tutt’altro, per la testa, e gli ci manca solo di doversi preoccupare anche degli intrallazzi di Raven.
“Facile che il cellulare sia spento perché non vuole correre il rischio che io gli telefoni. Non ti aveva detto niente?” continua l’altro.
“No, mi dispiace…”
“Non è un problema.”
Fra l’altro Jude gli è sempre risultato indecifrabile, nei suoi comportamenti – anche adesso non saprebbe valutare se stia minimizzando o meno. Forse è per il modo distratto con cui scrolla nelle spalle, forse è che se ne sta seduto in poltrona con quell’aria un po’ indolente e un po’ annoiata - hai quasi l’impressione che se gli cadesse in testa l’universo si limiterebbe semplicemente a scostarsi di un passo.
Però quando Carlos lo vede alzare il mento in direzione del divano accetta il suo invito anche se non sa spiegarsi perché lo stia facendo - si siede sul bordo del cuscino, gambe aperte e tacchi saldamente ancorati per terra. Punta i gomiti sulle ginocchia, in attesa.
E quando lo sente domandare, finalmente: “Come mai cercavi Raven?” è quasi un sollievo trovarsi a rispondergli: “Ho visto il tizio di Vivian, neanche un’ora fa.” Aggiungere, scrollando la testa: “L’ho quasi preso a pugni.”
Probabilmente sarebbe esploso se non ne avesse parlato con qualcuno e se ne rende conto mentre l’altro solleva la testa – mentre lo osserva in silenzio, incuriosito nella maniera distratta con cui sembra affrontare qualsiasi cosa, stasera.
“Il tizio di Vivian?” ripete, stupito.
“Non hai idea, è un vecchio rimbambito!” esclama lui, tirandosi in piedi e iniziando a camminare su e giù per la stanza. Spingendosi indietro i capelli, assestando un calcio istintivo alla gamba del tavolo.
Ormai gli importa ben poco di quanto surreale possa sembrare la situazione – lascia perdere perfino le scuse, quando realizza che ha appena infierito contro un mobile che costerà almeno quanto il suo intero guardaroba.
“Non che mi aspettassi nulla di confortante, trattandosi di Vivian, ma quel tizio è davvero quanto di più viscido strisci sulla faccia della terra – è un mollusco, avrei potuto massacrarlo di botte e non avrebbe avuto neppure le palle per reagire! Nel senso, che ne sapeva? Potevo essere un folle, un maniaco. Chiunque. Potevo caricarmi Vivian sulle spalle e portarmelo in macchina e fargli qualunque cosa. Non avrebbe alzato un dito, capisci? Un invertebrato!”
Sfilandosi la giacca, la lancia sul divano con un gesto rabbioso.
“Ma poi. Osceno,” aggiunge, in uno sbuffo. “Non so da che generazione venisse, scommetterei comunque che ci sarebbe da risalire molto indietro nel tempo. Per quanto mi riguarda potrebbe benissimo trattarsi di un sopravvissuto dell’ultima glaciazione!”
“Sei sicuro che fosse il tizio di Vivian?”
“Di certo non era suo nonno,” risponde, in una risata caustica. “E non perché l’età non ci fosse, ma Vivian giura che abbia una resistenza leggendaria e certe cose non le racconti ai nipotini come fossero favole, ti pare? Devi averle sperimentate di persona. Per forza.”
E tace di colpo perché la figura di Holmes aderisce alle parole con una perfezione agghiacciante – perché è stanco di quell’immagine, stanco della nausea che porta e dell’orrore di finire sempre per collegarla a Vivian, in un modo o nell’altro.
“Cazzo…” esclama.
È sfinito anche fisicamente, eppure basta il pensiero che Vivian possa essere a letto con quell’uomo per chiudergli lo stomaco e tendergli i nervi. Per fargli venir voglia di spaccare qualcosa, sferrare un pugno contro il muro.
Jude, di fronte a lui, non pare altrettanto coinvolto.
“Vivian non ha mai parlato molto, di questo tizio,” dice, allungando il braccio per offrirgli una sigaretta. Carlos si accerta che sia di produzione industriale, prima di decidersi a prenderla. “Dal poco che ha detto non mi immaginavo certo un vecchietto, però.”
“Il poco che ha detto sarebbe?” domanda.
Una scrollata di spalle, da parte dell’altro.
“Non so. Da come ne parlava pensavo che fosse il classico tipo che fa perdere la testa a lui - adulto, forse, ma… Affascinante. Figo, sicuramente. Probabilmente un po’ stronzo, se si guarda agli esempi passati, ma non proprio patetico…”
“Sai cosa sembrava?” esclama lui, aspirando il fumo come se dovesse polverizzare la sigaretta. “Uno strizzacervelli,” sbuffa. “Uno di quegli psichiatri con la pipa in bocca che ti domandi se non siano imbalsamati – quelli che non battono ciglio neanche se gli accoltelli tutta la famiglia davanti agli occhi. Presente?”
“Più o meno…”
“Cazzo. Non gli passerà mica…” Carlos si interrompe, deglutendo. “Non gli passerà mica della droga?”
“Herrera, so che ti sembrerà impossibile,” scandisce Jude, in un sospiro rassegnato. “Ma Vivian sta meglio, in questo periodo. Chiunque sia quel tipo non gli sta facendo del male, e sicuramente non gli vende roba strana. Cerca di calmarti.”
Si massaggia le tempie, poi – è quasi agghiacciante accorgersi di come in certi momenti abbia la stessa gestualità di Raven.
“Dov’è che li hai visti, comunque? In qualche locale?”
“Locale?” Scrollando la testa, lui lascia andare le braccia lungo i fianchi. “Stavano salendo in casa, amico: in casa di Vivian, mano nella mano!”
“In casa di Vivian?”
“Matusalemme aveva addirittura le chiavi, è stato lui ad aprire il portone! Penso veramente che sia riuscito a plagiarlo, per questo devo parlare con Raven. È una cosa gravissima, bisogna assolutamente fare qualcosa. Vivian è in pericolo, capisci?”
“Herrera.”
Ha lo sguardo meno assonnato, Jude – Carlos non saprebbe dire quando sia passato dallo stato di semi incoscienza a quell’attenzione vigile, non saprebbe identificare il momento in cui si è sporto in avanti aggrottando le sopracciglia, decidendosi finalmente a collegare se stesso al mondo dei vivi. Alla situazione.
È quasi destabilizzante, d’improvviso, ritrovarsi i suoi occhi addosso: d’istinto ferma i passi – la sigaretta sospesa a mezz’aria. Il sangue piomba ai piedi, di colpo, come se dovesse succedere qualcosa di terribile da un momento all’altro.
“Herrera, tu sei proprio sicuro che non si trattasse di Albert?” lo sente domandare, e si ritrova a sbattere le ciglia senza capire. Senza neanche focalizzare quel nome, in un primo momento.
“Albert?” ripete, a mezza voce.
Subito dopo annuisce, però – sbuffa in una risata rabbiosa.
“Albert, sì: si chiamava esattamente Albert!” esclama, avvicinandosi quasi con urgenza. “Lo conosci, quindi? Perché non me l’hai detto prima, ti sei del tutto rincoglionito?”
“Rincoglionito io? Maledizione, Carlos, sei l’unica persona al mondo che dopo aver visto Albert può anche solo sospettare che abbia una tresca con Vivian! Cioè, stiamo parlando di un tizio che ha praticamente la fobia, dei ragazzini – un tizio che ha detto di no a Raven con la scusa che era troppo giovane quando c’erano tipo cinque anni di differenza tra di loro. Un tizio il cui uomo ideale è un ex giocatore di football alto due metri, un tizio che Björn ha appioppato a Vivian perché gli facesse da cane da guardia e lo mandasse fuori di testa controllando ogni sua minima mossa – lo zio del suo migliore amico! Albert!”
“Ma di cosa stai parlando?” balbetta Carlos.
Non capisce.
E non capisce che cosa c’entrino il football e i cani da guardia – è talmente inaspettata, quella dichiarazione, che le parole faticano a disegnare un significato o a incastrarsi nella sequenza logica di deduzioni ormai consolidate.
Sul momento il primo pensiero è che Jude sia impazzito – non gli sembrerebbe neanche troppo strano, visto il soggetto.
“Sto parlando del fatto che il vecchietto che nella tua versione allucinata dei fatti si scopa Vivian è in realtà il tipo che bada a lui mentre Björn è a New York. Lo zio di Keith,” viene però il chiarimento, e lui torna a sbattere le palpebre. “Amico di famiglia. E assolutamente non interessato a portarsi a letto un ragazzino fragile su cui ha una qualche autorità – cioè, ma come ti è saltato in mente? Cosa potevano star facendo per farti pensare una cazzata simile, si sorridevano? Si tenevano per mano?”
“Zio di Keith?”
“Eh.”
“Ma è stato Vivian a dire che avevano una storia - quella faccenda della resistenza, sai, e tutto il resto…”
“Calcolando quanto Vivian è incazzato con te, sei fortunato che non te l’abbia presentato come suo cliente, Herrera…” sbuffa l’altro, mentre il cervello sistema pian piano ogni particolare in quella nuova prospettiva e il sollievo preme in gola senza tuttavia riuscire a sciogliersi.
Senza osare.
È l’abitudine alla delusione che non concede di abbandonarsi a soluzioni troppo tranquillizzanti - l’incapacità di credere che Vivian gli abbia mentito così, anche, guardandolo dritto negli occhi. Come fosse una vendetta – una rivincita.
“Ma il tizio…”
Carlos inspira, sentendo le tempie pulsare.
“Il tizio non ha smentito affatto - non ha detto niente, capisci? Stavo per prenderlo a pugni!”
“Albert tende a restare imperturbabile, nelle situazioni di crisi,” ammette Jude, come se fosse la cosa più normale del mondo. “Non si mette in mezzo, se non vi viene tirato a forza. Avrà pensato che fosse una questione tra te e Vivian…”
“E si sarebbe lasciato fracassare la mascella???”
Non riesce a convincersi – forse non può farlo. Non vuole.
Il problema è che aveva dimenticato quali vertici di durezza avesse raggiunto, il rancore di Vivian – ogni volta che gli riserva certi sguardi sembra impossibile perfino respirare eppure basta un lasso di tempo minimo perché i ricordi peggiori vengano offuscati da altri più antichi e più caldi, perché lui riprenda a sentire una vicinanza che probabilmente non esiste più da un pezzo.
O magari si tratta di paura – gelosia, anche.
Il lento logorio di non sapere più niente della sua vita e di non poterlo proteggere in nessun modo, neanche precipitandosi a raccattarlo in qualche parcheggio nel cuore della notte. Neanche urlandogli addosso.
Se un tempo assistere alle sue nottate era un incubo, adesso l’incubo è diventato immaginarle.
“Cazzo,” esala, lasciandosi andare contro la spalliera del divano.
Si passa la mano sulla fronte, poi, tirando indietro i capelli chiude gli occhi e cerca di calmarsi.
Di ragionare.
“Cazzo,” ripete, ma per esser del tutto sicuro domanda ancora, serissimo: “Dici che non sono amanti, quindi?”
Jude sospira, ruotando gli occhi al cielo.
“Se vuoi posso farti vedere la foto del suo ex, così giudichi da solo quanto Vivian sia lontano dal suo tipo ideale…”
“No, no. Grazie,” risponde - che l’idea di mettersi a sfogliare le foto di famiglia di quel tizio gli sembra ancora più grottesca della situazione in sé.
La sola cosa su cui riesce a concentrare l’attenzione è la figura da idiota che deve aver fatto agli occhi di Vivian e il sollievo, dall’altro lato – il sollievo che finalmente riesce a sciogliere i nervi. Imbarazzo e benessere, un miscuglio strano.
La stanchezza che inizia a farsi sentire sulle palpebre, nelle ossa.
“E il tizio vero, invece?” domanda subito dopo, sforzandosi di non pensare al disagio e all’imbarazzo. Distogliendo gli occhi si alza in piedi ancora una volta, si schiarisce la gola. “Di quello non sai niente, ne sei certo?”
“Niente di più di quel che ti ho detto.” Una scrollata di spalle – Jude è tornato ad accomodarsi nella sua poltrona e Carlos gli lancia un’occhiata cauta, come ad assicurarsi che non stia trattenendo la voglia di ridergli dietro.
Non che gli importerebbe granché, in ogni caso. Gli basta solo sapere che Vivian non sta scopando con quel tipo, che almeno per stasera si trova al sicuro. Con un cane da guardia alle costole, a quanto pare.
“Non so neanche quanto sia seria, la cosa – sinceramente, Vivian non mi ha dato l’idea di esserne innamorato,” aggiunge Jude, mentre lui affonda le mani nelle tasche.
Nervosamente.
“Però sta meglio, ha smesso anche di fare cazzate a quanto ne so.”
E se da un lato quelle parole fanno male – se fa male l’idea che qualcun altro si prenda cura di Vivian al posto suo riuscendo perfino a trascinarlo fuori da una vita alla quale lui non ha mai saputo strapparlo – dall’altro lato c’è una gratitudine sincera verso quell’uomo, chiunque sia.
C’è la speranza che quella storia vada avanti, anche se la gelosia brucia lo stomaco. Anche se è doloroso.
Non ha mai pensato di poterlo avere per sé, Vivian - anche quando non c’era il rancore degli ultimi tempi, a dividerli, era comunque evidente che lui non gli sarebbe bastato. Non avrebbe cercato ragazzi diversi, altrimenti, non avrebbe speso così tante notti con altra gente.
E adesso che i loro rapporti sono così deteriorati sarebbe solo folle farsi illusioni – sarebbe inutile.
Eppure non sa evitare di pensarlo ancora come suo - il suo segreto, il suo incubo.
Il suo amante.
Perché poco dopo, mentre guida verso lo studio legale con la prospettiva di lasciare la macchina nel parcheggio, prendere la metropolitana e prepararsi a un’altra nottata di sigarette e birra – un’altra nottata di sonno che non viene – sa perfettamente che i pensieri prenderanno anche quella forma, che sarà fin troppo facile dimenticare di nuovo gli sguardi di quella sera e ricordarne altri, far scivolare la mano dentro i jeans. Lasciarsi andare. E convincersi anche che domani potrebbe trovare il coraggio di domandargli scusa, forse.
Magari.
Che lui, magari, potrebbe un giorno arrivare a perdonarlo.





























































































































































































































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96
David - Come sangue





Gettando la sigaretta dal finestrino, David sgancia distrattamente la cintura e spinge indietro i capelli – sistema il nodo della cravatta, il bavero della giacca. Recupera sigarette e cellulare.
È sera.
Ed è strano sentirsi addosso quella stanchezza selvatica – gettare un’occhiata al cancello della villa di Samuel e meditare di prendere un’altra strada, invece. Addentrarsi nel bosco, lasciando che rovi e sterpi si allaccino alle caviglie. Lasciando che il buio sbiadisca lentamente ogni sentiero e che la notte acuisca i sensi.
Non gli capitava da un pezzo – è anche vero che da un pezzo non parcheggiava di fronte a quella casa, del resto.
Ma è la prima volta che il bisogno di solitudine somiglia così tanto alla necessità di una tana - nascondersi agli occhi del mondo e sotterrare nel silenzio ogni parola detta o ascoltata.
Scrollarsi di dosso le immagini di un’aula gremita di gente, gli sguardi delle telecamere.
Gli sguardi delle ragazzine di Holmes, nascosti fra la folla.
Aveva pensato che non li avrebbe notati, David – che l’affluenza di così tante persone avrebbe confuso i ritratti in un unico quadro d’insieme. Invece bastava ruotare la testa per incontrare la fissità muta di quegli occhi – bastava spostare l’attenzione dalla giuria al suo cliente o seguire l’origine di un rumore improvviso. Il riflesso della luce.
Bastava un niente.
Quando era uscito dal tribunale il ragazzino biondo stava lì – lo avrebbe riconosciuto anche se la foto del suo volto non gli fosse apparsa sulla schermata del computer mesi prima. Anche se Cooper non gli avesse mai spedito quei file - indossava con troppo impaccio quell’abito di lana pettinata e aveva iridi troppo chiare, mani troppo grandi per un corpo non esile. Non magro.
Scheletrico, piuttosto.
Prosciugato.
Lui aveva distolto lo sguardo, si era infilato in macchina. Aveva acceso la musica e abbassato il finestrino, quasi di fretta.
Eppure pensare a Vivian era stato inevitabile – rivedere le proprie mani che gli scivolavano sulle cosce portandosi dietro la stoffa dura dei jeans. Il cotone dei boxer, la fibbia della cintura incastrata nel pollice.
Gli aveva lasciato il segno dei denti sul collo, quella prima sera - le volte successive aveva cercato il rilievo delle ossa assaggiandolo come faresti con un cibo esotico.
Qualcosa di proibito.
E per un attimo il ragazzino del tribunale aveva indossato il suo stesso corpo – lui era stato costretto ad accostare l’auto sul ciglio della strada, a premersi le mani sugli occhi.
Cercare le sigarette, con urgenza.
Forse era stato in quel momento che aveva maturato la decisione di parlare con Samuel o forse la Jaguar lo avrebbe portato al cancello della sua villa comunque – forse era lì che sarebbe dovuto tornare per toccare il fondo di quella fragilità maledetta e testare la propria forza una volta per tutte.
Però adesso sembra mancare l’energia necessaria ad affrontare un’altra prova – il corpo chiede riposo, la mente silenzio. E lui scende dalla macchina corrugando la fronte, socchiudendo le ciglia contro il cielo mentre richiude la portiera. Mentre infila il braccio fra le sbarre del cancello e intanto pensa alle infinite volte che ha aperto quella serratura, alle infinite volte che l’ha fatto per noia o per convinzione. O per sesso.
Mentirebbe, se non ammettesse che gli manca.
Non Samuel – Samuel è qualcosa che puoi lasciare in un angolo e ritrovare comunque nella rabbia o nella distrazione; fa parte della tua emotività e l’ha formata col tempo, e l’ha strutturata.
Ma manca la resa totale del suo corpo al tuo, il modo in cui aggrotta le sopracciglia per contenere il dolore e le sue labbra che strusciano sul cuscino mentre tu gli afferri i capelli per guardarlo in faccia.
Il controllo che ti lascia gestire, che ti lascia affilare.
Fargli male e dargli piacere sono le due facce di una stessa medaglia, forse è questa la ragione per cui David ne ha sempre avuto bisogno: per modellare le contraddizioni con la forza dei muscoli e poi uscirne sfinito come un guerriero sul campo di battaglia - l’illusione di poter vincere. Prendersi tutto, anche Samuel Weldon.
Il suo fottuto Nord.
Non è affatto piacevole, ora, suonare il campanello di casa sua per doverglielo restituire. Dover affrontare le sue utopie metafisiche con la credibilità che riserveresti a cose reali e confessargli che sì, un dubbio l’ha avuto anche lui. Per quanto irrazionale e labile. E assurdo.
Un dubbio c’è stato.
Ed ha avvelenato ogni notte da quando Vivian e quell’uomo sono diventati improvvisamente fratelli – lo allontanava e se lo ritrovava alle spalle, lo bruciava nel fuoco. E rinasceva dalle ceneri come una Fenice ostinata, un tarlo insistente.
Ha odiato Samuel, per questo – ha maledetto ogni singola pagina del suo dannato romanzo e ha stracciato con disappunto i versi dei suoi poeti: Cohen. Aleixandre.
Qualcosa dev’essergli sfuggito, se adesso si trova lì.
Ma qualcosa sfugge sempre, quando si tratta del professore – che sia la direzione dei suoi passi o i suoi ideali, o la connessione fra un ragazzo qualunque e il protagonista del suo ultimo libro. O la sua mente.
La sua vita.
Si aspettava di trovare Samuel impegnato a scrivere – per lui quella non poteva che essere una conferma ulteriore. La vittoria definitiva, in un certo senso.
L’uomo che gli apre la porta ha occhiaie pesanti, invece, capelli arruffati sulla fronte e lo sguardo immobile di chi non trova alcuno stimolo nell’immagine che ha davanti. Di chi non si sforza nemmeno di fingerlo – nessuna reazione. Occhi affondati dentro gli occhi, soltanto - labbra socchiuse.
Un velo di barba incolta, a ombreggiare le guance.
“Mi fai entrare?”
Samuel si limita a scostarsi dalla soglia quando lui muove un passo avanti - lo segue con gli occhi mentre sgancia la giacca e posa il cellulare sul tavolo, mentre si guarda intorno senza fretta.
C’è un disordine insolito, nella stanza – persiane sbarrate sul giorno e mucchi di fogli sparsi ovunque, qualche tazza vuota. Qualche libro.
Da sotto la poltrona, in un lampo di luce, le pupille del gatto fendono l’ombra come una minaccia silenziosa.
“Stai bene?” domanda lui, tornando a voltarsi.
Ma l’amico non sta mai bene quando casa sua è in disordine – potresti indovinare il grado del suo malessere dall’angolo di disallineamento dei cuscini. E non c’è bisogno di studiare la morbidezza con cui la maglia gli cade sulle anche per accorgersi che dev’esser dimagrito, che le ossa appaiono più marcate e che sono più spigolosi gli zigomi - che gli occhi sembrano più chiari del solito.
Per un attimo, d’improvviso, David sente stringersi lo stomaco in un conato di nausea.
“Cazzo, ma stai studiando da vampiro?” sbotta, attraversando la stanza con passi decisi.
Spalanca la finestra, tira via la tende.
“Sembra un loculo, qui dentro, mancano giusto i fuochi fatui!”
L’altro non commenta, però – non distoglie lo sguardo.
Se ne sta fermo sulla soglia, semplicemente – braccia abbandonate lungo i fianchi e maniche scivolate sulle nocche fin quasi a coprire le dita. Come quando era bambino.
Ed è quello a colpire maggiormente, forse – il contrasto fra una gestualità antica e la durezza nuova dei lineamenti. I tratti del volto che sembrano più maschili di quanto lo siano mai stati e la fragilità che si indovina nella postura del corpo, invece. Nella fissità dello sguardo.
David non sa mai cosa aspettarsi, in certe circostanze.
Diventa difficile perfino gestire se stesso - controllare l’istinto di fermargli i polsi dietro la schiena e spingerlo contro la parete. Spingerglisi addosso.
Eppure stavolta qualcosa gli suggerisce di tenersi lontano – neanche insistere per sapere se si senta bene sembra un’idea da prendere in considerazione.
“Ascolta, ho bisogno di parlarti,” taglia corto allora, aggirando il divano per raggiungere le sigarette. “Vorrei solo capire se sei presente o se devo sottoporti a elettroshock, per sperare di avere la tua attenzione. Ti ritieni abbastanza lucido?”
“Lucidissimo,” viene la risposta, scandita fermamente. Una sillaba dopo l’altra, senza sbavature.
E lui alza gli occhi di scatto, incapace di trattenere la sorpresa. Incapace di credere che possa esser stata davvero la voce di Samuel, a declinarsi in note tanto dure.
Unisce le sopracciglia, squadrandolo.
“D’accordo,” annuisce.
Ma non gli piace - per niente.
Non gli piace perchè l’atteggiamento dell’amico sembra sovvertire le regole stabilite in decenni di interazione - perché i suoi occhi parlano di un’ostilità evidente e lui non è abituato a nulla del genere.
Non gli piace perché somiglia a un affronto. Un’insubordinazione, in un certo senso.
E non gli piace perché cazzo, è incredibile che Samuel osi rovesciargli addosso del rancore quando sarebbe lui a dovergli rinfacciare un tradimento. Quando soltanto poche settimane prima ha dovuto metabolizzare la spiacevole circostanza di vedersi messo da parte per un tizio che può vantare il solo merito di avere un nome impronunciabile. O di annoverare qualche pescatore di salmoni, nel proprio albero genealogico, e per questo pare sia diventato automaticamente l’incarnazione del Nord.
Il fottuto, stupidissimo Nord.
Non riesce a crederci.
“Penserai che sia la tua giornata fortunata, professore, perché guarda caso sono venuto proprio a parlare del tuo argomento preferito,” sibila, con tutto il veleno delle sue peggiori prestazioni. “Il vichingo angelico, presente?”
Ma è un trionfo amaro, dopo, quando finalmente l’altro abbassa gli occhi. Quando David lo vede tendere i muscoli della mascella – deglutire.
Sollevare di nuovo lo sguardo, lentamente.
“Vattene.”
“Come hai detto?”
“Ho detto vattene. Esci da casa mia.”
E manca del tutto l’esperienza per incassare un colpo del genere – David non ha mai avuto problemi ad affrontare situazioni inaspettate né gli risulta particolarmente difficile controllare le proprie reazioni quando arriva una scossa improvvisa.
Eppure stavolta si ritrova a sbattere le ciglia, incapace di processare la realtà. Incapace di reagire con la dovuta prontezza, di parare la stoccata. Ammortizzarla.
Quasi il fiato si spezza, per un attimo.
L’istante successivo, non è soltanto l’indignazione a spingerlo verso l’amico. È qualcosa di più profondo - una scheggia conficcata dentro. Lama affilata.
“Samuel. Io credo che tu stia davvero esagerando, oggi,” gli soffia in faccia, il pugno serrato fermamente sul suo polso. Gli occhi saldamente ancorati ai suoi – nero nel nero.
La rabbia di interi anni, a vibrare fra loro.
Non è mai capitato che si siano avvicinati così tanto al limite – Samuel non ha mai sostenuto uno sguardo con quella determinazione e lui non ha mai sentito la violenza battere nelle tempie con quella forza cieca. Non ha mai sperimentato così nettamente lo scivolare dell’aggressività in un impulso più oscuro – l’istinto spaventoso di staccare la mente e lasciare che sia il sesso a convogliare la rabbia e il dolore.
A far male davvero, una volta per tutte.
Deve affondargli le unghie nella carne, per mantenere il controllo, e nonostante tutto l’altro rimane impassibile. Come se la stretta non gli stesse spezzando il polso, come se nulla lo spaventasse davvero.
“Ti ho visto in televisione,” scandisce invece - sguardo ostinatamente fisso nel suo. Voce impassibile – ruvida.
A David non resta che tendere le labbra in un ghigno ironico, per non essere il primo a distogliere gli occhi.
“Ah sì?”
“Da Nancy Grace,” chiarisce Samuel.
E non ha bisogno di aggiungere altro perché lui focalizzi il vero nodo della questione – perché trovi di colpo la risposta ai timori degli ultimi giorni. Samuel non avrebbe mai reagito in maniera tanto estrema se il suo prezioso vichingo non avesse davvero avuto alle spalle una storia di abusi. Se tutto fosse soltanto un romanzo, se quelle pagine non richiamassero una base di realtà.
Quasi fatica a seguire lo scorrere del tempo, dopo – perfino le parole dell’altro gli arrivano ovattate.
“Hai tutto il mio disprezzo, voglio che ti sia perfettamente chiaro.”
Ed è quello l’affondo definitivo – l’esplodere di una tensione soffocata per mesi. Per anni interi, forse.
O forse è l’orrore di vedere allungarsi su Vivian la peggiore delle ombre, la consapevolezza di esser totalmente impotente e il peso della propria vita che grava sulle spalle. Ogni scelta compiuta, ogni decisione.
Ma i muscoli si tendono da soli – la mano corre sul tavolo a spazzar via oggetti e fogli e libri.
“Cos’è, Samuel, vuoi riscrivere il codice penale?” sbotta, mentre i frammenti della tazza schizzano sul pavimento. Mentre il computer si schianta per terra in un sibilo sordo e la rabbia pulsa nelle orecchie come sangue. Come un rombo. “Vuoi abolire i processi, gassare tutti i pedofili che ti capitano a tiro?”
L’altro non risponde, e lui lascia andare una risata.
“Mi spiace, ma non ho intenzione di rinunciare al mio lavoro solo perché il tizio a cui tu hai deciso di riservare il culo si è fatto violentare da ragazzino,” aggiunge, affilando la frase in una crudeltà deliberata. Guardandolo negli occhi come se volesse sfidarlo - come se volesse vedere. Fino a che punto.
Lo schiaffo, quando arriva, è lo schianto netto di qualcosa che forse davvero si sta rompendo per sempre. I denti tagliano la gengiva, la stanza vibra.
Dopo, resta soltanto il silenzio degli sguardi a legare ancora i bambini che entrambi sono stati – occhi come rasoi e la certezza che sarà il primo che si volta a mettere il sigillo su una frattura incolmabile. A scandire i tempi di quell’addio – deciderne i gesti.
David non avrebbe mai pensato che sarebbero arrivati a tanto – non immaginava niente del genere mentre parcheggiava la Jaguar di fronte al cancello della villa.
È quell’ingenuità a far male, più che tutto – scoprirsi addosso aspettative che avrebbe dovuto abbandonare anni prima e il disappunto di una frustrazione che continua a bruciare come quando era ragazzo. La beffa di riuscire a toccare l’altro solo allontanandosi il più possibile, brandendo i vessilli del nemico o sparandogli alle spalle. Essere al centro unicamente quando dal centro ti discosti tanto.
E rendersi conto che tenerlo inchiodato al letto non è mai bastato a fermare la sua corsa né scoparlo è mai servito a entrargli dentro. Che c’era bisogno di colpire il biondo, per arrivare a lasciare un’impronta nella sua vita. Un bersaglio trasversale.
Non sono mai stati soli.
E non c’è stato un altro momento in cui Samuel sia apparso più spietato, in quell’appartenere sempre e soltanto a se stesso. Un momento più pericoloso.
David sente i muscoli tendersi di colpo, quando finalmente l’immobilità si spezza: ma il sollievo è un’illusione che si stempera fin troppo velocemente – appena il tempo di registrare l’assottigliarsi imprevisto della distanza di sicurezza e gli occhi dell’altro che si fanno più vicini, più intensi. La sua mano che si solleva, lentamente.
Ci sono vittorie di cui solo lui sembra capace, gesti che compie così. Come fossero niente.
Potresti raccontare al mondo che sei stato tu ad avere la meglio e nessuno avrebbe nulla da obiettare visto che mentre le sue dita ti sfiorano le labbra il tuo sguardo resta impassibile - visto che resta impassibile dopo, mentre lui si porta alla bocca il tuo sangue e tu senti cedere le ginocchia. Mentre i suoi occhi si abbassano e vorresti afferrargli la nuca, costringerlo a guardarti.
E non riesci neppure a dirgli vaffanculo, invece.
Neanche a evitare che si allunghi altro tempo fra te e l’uscita – che lui ti ripeta ancora, appena più piano: “Vattene.”
La porta che sbatte fa cigolare il legno del portico – c’è vento, fuori, e appesi a una trave ci sono cinque cilindri di metallo che David non aveva mai visto.
L’aria li muove diffondendo una melodia quasi infantile – lui resta a fissarli per qualche secondo e poi aggiusta la giacca sulle spalle, struscia le labbra col dorso della mano.
Inspira, profondamente.
Il bosco sa di terra.
A volte sapevano di terra anche i suoi vestiti, anni prima, e non c’era bagno che riuscisse a togliergli l’odore d’erba dai capelli quando suo nonno passava sui campi col trattore.
È strano come certi ricordi tornino a definirsi in momenti che dovrebbero appartenere solo all’ira o al rancore - in attimi così legati alle contingenze che quasi sembra impossibile affondarne le radici in un qualche passato.
Samuel era un bambino anomalo - sedeva sui prati senza sporcarsi ed era come se il bosco lo toccasse con una delicatezza diversa quando si addentrava fra cespugli e rovi.
Era convinto di avere gli occhi verdi – David rideva come un matto mentre lui insisteva perché guardasse bene, mentre giurava che si trattasse di un verde scurissimo. Verde muschio.
E da piccolo giurava su tutto, Samuel – credergli significava sancire un vero e proprio patto di sangue. Legarsi a lui in maniera indissolubile – reale.
Per questo è ironico, adesso, digitare sulla tastiera del computer il nome del suo segreto più improbabile - cercare la combinazione di tasti della dieresi e immettere la password. Cliccare la funzione ricerca, attendere.
E sapere che in quello stesso istante le loro strade si stanno separando, invece - la prima volta che giurare non sarebbe servito. La prima volta che del sangue c’è davvero, sulle labbra.
Nella gola.
È bastato sbuffare in una risata perché i bordi della ferita tornassero a spaccarsi – David si sporge in avanti e assottiglia lo sguardo di fronte all’unico risultato apparso sullo schermo: Petersen contro Osvik, sentenza definitiva.
Sette anni prima.
Tombola.
Ed ecco qua, siano lodate paperelle e laghetti. La piccola, provinciale e tranquilla Rosenfield dove non succede mai nulla di eclatante - dove è sufficiente digitare un nome scandinavo per veder ridursi interi database a un unico link. Quello giusto.
David ha dimenticato da quanto tempo non svolge più ricerche del genere in prima persona - scendere a quell’ora nei sottosuoli del tribunale, più tardi, è come tornare indietro di anni. Come rivedersi ragazzo, sentirsi addosso ideali dismessi e cercare invano i percorsi dei propri passi lungo i corridoi. Cercare le impronte delle dita nella polvere della carta, sorseggiare un caffè annacquato. C’è qualcosa di terribile, in tutto questo.
Qualcosa di illogico.
Ora che il nome di Björn Petersen appare in tutti i fogli ricorda perfino che Samuel deve averlo pronunciato, in qualche occasione – non è una sorpresa scoprire l’ambito familiare come scenario degli abusi né suscita particolare stupore il coinvolgimento del patrigno. Nulla di più classico, in fondo.
Ma è quel suono – duro. Spigoloso.
Consonanti accostate in combinazioni straniere e il dubbio di star sbagliando accento. Star sbagliando tutto.
Hermann Osvik: riconosciuto colpevole in primo grado, sentenza confermata in appello e una condanna a dieci anni da scontare in un carcere federale.
Vivian.
Spalle che premono sullo schienale della sedia – testa che si rovescia all’indietro. Il susseguirsi geometrico delle grate di ferro, sul soffitto.
Osvik.
Bagnandosi le labbra, David chiude gli occhi.
Non saprebbe dire cosa abbia ottenuto con esattezza – difficile trovarsi in mano quel tipo di informazioni e risparmiarsi il dubbio di aver soltanto riaperto inutilmente una ferita. Aver firmato un tradimento.
Non ha mai rivolto nessuna domanda, a Vivian – non gli ha fatto pressioni perché raccontasse di sé e non ha mai cercato di indagare sul suo passato. Non ha mai neanche saputo il suo nome completo – questione di rispetto.
Delicatezza, forse.
E di colpo la verità: figlio di un pedofilo. Fratello della vittima. Cos’altro?
Ci sarebbe da ridere perché la sensazione è quella di sapere ancor meno di prima – in fondo in quegli atti non c’è nulla che gli occhi di Vivian non abbiano detto fin da subito. Nulla di nuovo, forse.
Ma ognuno dei ragazzi che erano in aula quella mattina sembra avere il suo volto, adesso – vittime e testimoni, fratelli e sorelle. Il ragazzino biondo fuori dal tribunale e il bambino che aspettava con i nonni nei corridoi. Le foto di quelli che si sono uccisi, dei sopravvissuti.
E Samuel lì in mezzo, a combattere la loro battaglia con la sola forza del silenzio. Neanche più parole – solo uno schiaffo. Labbra che bruciano ancora, sotto i denti.
“Sai perché non ci credi, Dave?”
“Non credo a cosa?”
“Che ho gli occhi verdi.”
“Tu non hai gli occhi verdi, idiota!”
“È che è preferisci così, piuttosto che guardare.”
“Ma se ti avrò guardato mille volte!”
“È che non vuoi vedere.”






In fondo è ironico che arrivi dopo quasi trent’anni, il giorno in cui attraversi il bosco con la stanchezza nelle gambe. Il giorno in cui lui ti aspetta sulla soglia di casa – più magro, immobile – e d’improvviso ti ritrovi a stupirti di quanto siano chiari i suoi occhi.
Unendo le sopracciglia, David chiude i pugni sul bordo del tavolo.
Allontana il faldone delle sentenze, con un gesto brusco.
“Ha finito, avvocato?”
“Per oggi sì, ne ho abbastanza,” risponde al custode, e resta poco altro nella notte: le sigarette estratte in fretta dalla tasca, lo scattare dell’accendino.
La luce viva della fiamma, fra le mani.
E il fumo che scivola dalle labbra seguendo i bordi della ferita – carezza fredda. Sapore amaro, nella gola. Nella bocca.
Come sangue.























































































































































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95
Ashley e Dylan - Spighe di cera *





Non era sembrato un addio, sul momento.
Il pianerottolo era quello di sempre e Mike portava i segni soliti di una serata trascorsa a suonare – Ash sentiva il proprio corpo diviso tra la voglia di chiudere gli occhi e quella di sporgersi in avanti. Aggrapparsi alle sue spalle, premergli le labbra sulla bocca. Sul collo.
Non lasciarlo più andare.
Nulla di diverso dalla sera prima o da qualunque altra volta: l’uomo stava partendo per una trasferta di due giorni, in fondo. Un battito di ciglia e sarebbe tornato.
Ash ne era convinto sul serio. Per questo, forse, aveva riso al momento di salutarlo.
Solo che la mattina dopo il sole feriva gli occhi, quando lui aveva fatto emergere la testa dal lenzuolo per afferrare il telefono che continuava a squillare. E la voce di Chris era suonata troppo sveglia.
Troppo concentrata, attiva.
“Mi ha chiamato Dee,” aveva esordito, brusco. “È successo qualcosa, devo andarlo a prendere. Lo riporto a casa.”
Era cambiato tutto, in quel momento. La luce del sole, i colori delle coperte – le dimensioni della stanza e la propria pelle. Il significato della parola casa si era ristretto a una sillaba e le labbra non avevano saputo articolare null’altro. Non ci era riuscito il cervello.
“Dee?”
Ash era scattato a sedere, troppo in fretta. La testa pulsava come se non avesse dormito abbastanza – come se avesse dormito troppo, niente, tutta una vita – e sentiva il sangue battere nelle tempie. Il cuore scoppiare.
“Sta bene. Cazzo, Ash, non è successo niente. Gli ho chiesto.” Chris continuava a parlare, ma ogni parola arrivava come da lontano. Troppo distante. “Un casino con il ragazzo che vedeva, credo, non mi ha spiegato tutto. Comunque, sto per mettermi in auto. Ti volevo solo avvertire.”
“Sta bene?” aveva ripetuto lui, confuso.
In risposta, l’amico aveva espirato. Lentamente.
“Scena madre a parte, sì. Sai come gli prende, in questi casi. E trovarsi così lontano non aiuta di certo.”
Ash avrebbe voluto fare altre domande. Chiedere che cazzo significasse esattamente ‘un casino con il ragazzo che vedeva’ – chiedere questo ragazzo chi fosse – e pregarlo di rinfrescargli la memoria perché dopo tutti quei mesi anche il ricordo delle sceneggiate di suo fratello sembrava essersi sbiadito, ma la voce era come una scheggia di vetro conficcata in gola: soltanto alcuni suoni filtravano attraverso la barriera.
“Grazie,” aveva sussurrato. E non sapeva neanche per cosa esattamente lo stesse ringraziando: se per essere rimasto con lui quando ne aveva bisogno, se per essere già pronto a correre da Dylan per offrire sostegno. Per avere la forza di adempire a una responsabilità che sarebbe dovuta essere sua, invece – sua soltanto. Per farlo al suo posto.
Chiudendo gli occhi, aveva scosso la testa.
“Ash. Stai bene?”
Chris suonava preoccupato, di colpo, e lui aveva scrollato le spalle. Liberandosi con un calcio delle coperte, aveva poggiato i piedi per terra. Lasciato che il freddo delle piastrelle penetrasse nelle ossa.
“Sicuro. Stai andando ora?”
“Sì. Se vuoi passo da te un attimo, prima…” La rettifica era stata immediata. “Forse è meglio se vai a vedere se Mike è nei paraggi, però. O gli dai un colpo di telefono o…”
“Sicuro,” aveva ripetuto lui, annuendo.
Soltanto mentre chiudeva la conversazione era arrivata la consapevolezza che Mike non era nei paraggi, invece. Che stava dall’altra parte del continente – California forse – e sarebbero passati due giorni prima del suo ritorno. Che forse, per qualche ragione confusa che non aveva senso ma che in quel momento sembrava l’unica certezza tangibile, non sarebbe neanche tornato.
Il resto della giornata era passato rapidamente. Dieci minuti li aveva persi restando fermo in piedi nel centro della stanza, cercando di ricordare come fosse quel mondo prima che Dylan rimuovesse la sua presenza.
Aveva raccolto i vestiti sparsi a terra; li aveva controllati uno a uno, ripiegati, impilati nell’armadio senza fermarsi a riflettere sul perché mettere in ordine apparisse di colpo un imperativo irrinunciabile.
Aveva radunato i cd sparsi sulla scrivania; raccolto gli spartiti che forse stavano sparsi sul piano fin da prima della sua partenza. Si era cambiato, scegliendo con cura i jeans da indossare. Infilandosi con calma la maglietta.
Poi, lo sguardo era caduto sul letto. E non aveva pensato assolutamente a niente mentre con movimenti metodici cambiava le lenzuola.
Era strano, in qualche modo. Girare tra quelle stanze in cui viveva da un anno per esaminarle con gli occhi di un estraneo – cercare di riorganizzare le cose in modo da rendere tutto il più confortevole possibile. Perché Dylan tornando potesse ritrovare almeno quello.
Per scusarsi, forse. Della solitudine a cui l’aveva costretto.
Faceva male pensarci, però – fermarsi a riflettere sui sentimenti, sulle ragioni – ed era molto più semplice infilarsi il portafoglio in tasca e andare a recuperare i cibi che suo fratello da ragazzino lo costringeva sempre a comprare. Stipare il frigorifero e la casa delle cose che diceva lo tirassero su – gli facessero tornare il buon umore.
Non si era davvero fermato a decidere cosa fare con se stesso fino alla seconda telefonata di Chris – quella in cui l’amico l’aveva informato di essere arrivato sano e salvo, e va tutto bene, lui sta bene, è come dicevo io e stanotte ci fermiamo qui però, arriviamo domani.
Perché era diverso sapere che Dylan sarebbe tornato, dal sapere che stava tornando. I due pensieri richiedevano processi mentali diversi, diversi preparativi. Diverse reazioni.
Ash aveva sentito la scheggia di vetro scivolare più in profondo quando si era reso conto che in meno di ventiquattr’ore suo fratello sarebbe stato lì, pronto a riprendersi tutti gli spazi che gli aveva ceduto. Che non avrebbe preteso niente, di sicuro, perché Dylan non è il tipo che ordina. Non chiede neanche. Ma proprio per questo merita soltanto il meglio.
Ed era un po’ come fare ritorno dal quindicesimo compleanno di Cathy e scoprire che in sua assenza Dylan e Chris avevano mosso insieme un passo avanti. Un po’ come guardarli e non saper trovare il proprio posto – sbattersi la porta alle spalle e correre a cercare ossigeno nel parco.
Impiegare mesi per metabolizzare il tutto.
A volte l’impressione è di non esserci riuscito ancora sul serio – di non aver mai creduto davvero che entrambi abbiano scelto di riaccoglierlo tra loro, di essere ancora in attesa di un loro ripensamento. Chiudere gli occhi un giorno, riaprirli, e ritrovarsi da solo.
Forse per questo appena dopo aver premuto il pulsante di fine chiamata Ash si era infilato la giacca e aveva sceso le scale di corsa – per questo era salito sul primo autobus diretto verso casa. Perché l’appartamento era pronto per accogliere Dylan ma lui non poteva più muovercisi dentro; perché il letto aveva lenzuola pulite e lui sapeva che non sarebbe riuscito comunque a chiudere occhio.
I suoi genitori non avevano fatto domande: si erano limitati ad aprire la porta e mettere un piatto di più sulla tavola. C’era stato qualcosa di dolce nel trascorrere la serata con loro, guardando un vecchio film al televisore; dolce quanto era terribile l’assenza di Dylan in quello stesso salotto.
Come se essere solo lì, dove erano stati insieme sempre, fosse mille volte peggio che essere solo in privato.
Svegliarsi nel letto di quando era bambino e non trovare suo fratello addormentato al proprio fianco è completamente diverso dal compiere lo stesso gesto in una stanza spoglia di ricordi. Con le pareti nude invece che straboccanti di poster e ritagli; con gli oggetti adulti di una vita già strutturata in due mondi distinti, invece che intrecciata in abbracci indissolubili.
Ash ricorda la solitudine dei propri quindici anni. Ricorda la rabbia feroce verso Chris, l’incapacità di farsi vedere da Dylan. Di parlargli.
Non sono niente rispetto a quest’attesa che si sgocciola in ore improvvisamente troppo lunghe. In confronto a quest’impossibilità di immaginare un nuovo incontro.
Bilanciare le loro esistenze separate.
Farle procedere senza costringerle a convergere.
L’ultima volta che suo fratello l’ha guardato negli occhi, è stato per prepararlo allo shock di uno schiaffo sul viso. L’ultima volta che si sono parlati, le sue parole si sono sciolte in incubi.
Adesso che sta per tornare, lui non sa cosa aspettarsi.
Sua madre sta lavando le tazze in cucina, quando la raggiunge. Indossa un golf ampio, di lana grossa, e porta i capelli fermati dietro la nuca con un nodo morbido. Vista da quell’angolazione, ha lo stesso profilo di Dylan. La sua stessa leggerezza distratta - ingannevole.
“Pensavo fossi a lavoro,” mormora Ash, chiudendo la mano intorno allo stipite della porta. La donna solleva la testa, sorridendo. Velocemente si asciuga le mani – si volta a guardarlo.
“Oggi entro più tardi,” risponde. Aggrotta le sopracciglia. “Amore, stai bene? Hai un aspetto orribile...”
“Non sono più abituato a quel materasso,” mente lui. “Non so come facevo a dormirci, da bambino.”
Aveva dimenticato quanto sia faticoso mantenere la maschera in piedi, in certe circostanze. Quando è esausto gli riesce più facile, perché gli sguardi di rimprovero o preoccupazione scivolano addosso senza intaccarlo minimamente, ma quando la realtà sembra bruciare gli occhi tanto è presente diventa impossibile far finta di ignorare la concentrazione con cui sua madre misura i suoi gesti.
Le dita tremano leggermente, mentre prepara il caffè e apre il frigorifero alla ricerca del latte, e il cuore sembra battere appena sotto pelle.
Una barriera sottilissima. Quasi inesistente.
“A che ora torna Dee, oggi?” viene la domanda infine.
Lui appoggia il cartone sul tavolo, con estrema attenzione.
“Non lo so. Ho dimenticato il cellulare a casa, non ho ancora sentito Chris.”
A quattordici anni era diventato bravo a schivare gli interrogatori dei suoi genitori. Forse aiutava il fatto che Dee fosse un maremoto mentre il suo problema era di essere semplicemente un mare troppo calmo – forse c’entrava il fatto che stessero entrando entrambi nell’adolescenza e non risultassero quindi così strani cambiamenti d’umore repentini.
Lunghissimi silenzi.
Forse era soltanto un attore più bravo di adesso. Più determinato a non farsi scoprire.
Ma né sua madre né suo padre avevano mai avuto nessun sospetto che fosse successo qualcosa con Brad – non si erano accorti delle veglie notturne né del suo bisogno di aumentare le distanze. Ash non ricorda di aver mai sentito il proprio segreto in pericolo: non ha mai avuto paura di doversi trovare ad affrontarlo.
Adesso, la conversazione sembra aleggiare nell’aria, invece. Incombere su di loro, come pioggia - come una crepa nel soffitto.
“Ash.”
Lui si morde il labbro.
“Ash, tesoro. Io e papà vi abbiamo sempre lasciato spazio – abbiamo cercato di non intrometterci tra di voi, di non starvi addosso. Ma negli ultimi tempi ci state davvero preoccupando.”
“Non c’è niente di cui preoccuparsi. Stiamo solo crescendo.”
“Tu e Dee non siete mai stati i tipi da crescere tanto separati,” lo corregge la donna, dolcemente. E lui sbatte la tazza sul tavolo – si scotta quasi le dita, quando il caffè straborda.
“Beh, la gente cambia. Sai. Crescere significa quello, di solito.”
“Lo credi davvero?”
È una domanda innocente, quasi tenera nel suo apparire tanto semplice. Accessibile.
Ash la sente vibrare sulla pelle e infiltrarsi nei vestiti, invece – la sente scivolare nelle orecchie e avvolgersi intorno ai nervi, affilarli.
Non sa rispondere.
Non sa rispondere perché sono mesi in realtà che non capisce niente – mesi che vaglia le ipotesi più inverosimili cercando qualche spiegazione che sappia giustificare Dylan, i suoi comportamenti. Ha pensato potesse essere colpa di Chris; colpa di Mike. Che potesse trattarsi di qualcosa che gli era successo altrove, quando lui non guardava – che quel risentimento nascesse dalla sua disattenzione. Dal suo essere troppo presente.
Ha provato a dargli spazio. Ha provato a stargli vicino.
Non è servito a niente lo stesso: le settimane sono proseguite, incrostate di silenzio, fino a quando non è arrivata la sera dello schiaffo. Fino a quando non c’è stata la sua fuga, il giorno dopo.
Senza il minimo preavviso.
Senza neanche un saluto.
I bambini che a dieci anni non sapevano mettere più di qualche metro di distanza l’uno dall’altro sono sbiaditi da tempo, ma Ash trova difficile ormai anche guardarsi allo specchio e riconoscere nel riflesso l’adolescente che è stato. A quindici anni Dee non cercava mai i suoi occhi, ma non gli permetteva neanche di allontanarsi.
Il ventenne che l’ha colpito quell’ultima sera non sembrava capace di immaginare niente di meglio che un mondo in cui non fosse costretto a incontrarlo dietro ogni angolo, invece. E forse l’unica spiegazione possibile è che quando Dylan si è accorto che quel mondo non avrebbe mai potuto trovarlo a New York, ha deciso di prendere in mano il destino e di trasferire la propria storia in un altro luogo.
Adesso sta tornando a casa. Vero.
Ma non sta tornando da lui. Non ha mai avuto intenzione di farlo.
E probabilmente è per questo che mentre ieri Ash metteva in ordine il loro appartamento non riusciva a trovare un posto dove collocare se stesso. Non è semplice, quando tutt’intorno ci sono soltanto oggetti residuo di un altro tempo.
Un’epoca doppia, in cui cercavano ancora di convincersi di avere un unico corpo.
“Forse dovrei tornare qui a dormire, stanotte,” mormora, senza voltarsi a guardare sua madre.
In risposta, un silenzio pesante.
“Voglio dire,” prosegue lui, imbarazzato. “Dylan avrà bisogno di un posto in cui stare, no? Un posto tranquillo. Magari Chris potrebbe fermarsi con lui, gli ha sempre fatto bene averlo intorno. Non sarebbe per sempre,” aggiunge, perché gli sembra quasi di avvertire la protesta della donna – il suo allarme. “Soltanto per un po’. Qualche giorno. Il tempo di rimettere a posto le idee, trovare qualche soluzione…”
Per un attimo, sua madre non dice niente.
Ash conta i secondi che intercorrono tra un respiro e l’altro ed è quasi sul punto di ritirare tutto – dire che troverà un altro modo e non importa, non c’è da preoccuparsi troppo – quando, infine, arriva il suono di un sospiro.
“Ash. Noi siamo sempre qui, lo sai. Non devi neanche chiedere.”
Lentamente, la donna si sporge sul tavolo. Poggia la mano sulla sua – palmo su dorso. Carezza leggera sulle nocche, delicata come un bacio.
“Se le cose saranno troppo tese, uno di voi può venire a stare qui finché non riuscite a risolvere. E in qualunque momento abbiate voglia di parlarci, noi siamo disponibili. Lo sapete. Ma io credo sul serio che dobbiate sforzarvi di chiarire che cosa è successo, e di fare pace. Perché è vero che le persone cambiano, ma tu non sei cambiato abbastanza da poter fare a meno di tuo fratello.”
Esita, poi. Curva appena le dita.
“E credimi, Ash. Lo stesso discorso vale anche per Dylan.”
Ritirare il braccio è istintivo.
Ash non deve neanche fermarsi a riflettere – non c’è tempo di decidere il gesto, non c’è il tempo neanche di processare razionalmente il concetto. La sedia ha già strusciato sul pavimento e lui si trova in piedi, a guardare sua madre dall’alto.
Ha occhi verdissimi, nota. Come se fossero secoli che non li vede, perché in fondo sono gli occhi di Dylan.
“Devo andare.”
“A casa?”
“No. A lavoro.”
È una fuga anche quella, lo sa perfettamente. La rapidità con cui esce dalla cucina, i movimenti con cui indossa la giacca. La porta d’ingresso aperta prima ancora di averla abbottonata.
È una fuga.
Sono anni che Ash non fa altro, in fondo. Scappare gli è sempre riuscito benissimo.
Avrebbe dovuto prevedere che Dylan sarebbe stato capace di superarlo anche in questo.
“Ash.”
“Che c’è?”
Ferma sulla soglia, sua madre lo sta guardando con più serietà di prima.
Lui si accorge solo in quel momento – di colpo, sotto quella luce – di quanto sembri stanca anche lei, in fondo. Le labbra hanno una curva morbida, dolente; la fronte è segnata da rughe sottili, straniere. E non ha colore sulle guance.
Un pallore malinconico. Lunare.
Assomiglia anche a me, pensa Ash. Per un attimo, è quasi sufficiente a convincerlo a restare.
“Dopo, vai a casa. Non rimandare ancora. O sarà sempre più difficile.”
Un respiro. Poi, quasi come in benedizione, lei sorride.
E lui annuisce, chinando la testa. Piegandosi a baciarla.
“Ti chiamo, stasera.”
Non saprebbe neanche dire se si tratti di una promessa vuota o di un’esigenza profonda – sentita. Di fronte a sua madre si sente sempre un po’ come il bambino di un tempo: in cerca di rassicurazioni che soltanto il futuro avrebbe potuto rendere vane, in attesa di qualche parola chiarificatrice.
Non ha più otto anni, però – è passata una vita da allora. E anche le promesse dei suoi genitori hanno smesso di suonare così vere: non sono più predizioni in cui credere ciecamente, ma soltanto auguri che ti possono aiutare.
Quando si ferma di fronte alla porta del suo appartamento – sullo stesso pianerottolo dove soltanto quarantotto ore prima dava l’ultimo bacio a Mike, del tutto ignaro – la tentazione più forte è quella di voltarsi e disubbidire.
Immobile, osserva la maniglia: cerca di immaginare le dita di suo fratello chiuse sul metallo, il tintinnare delle chiavi che giravano nella serratura mentre lui la spingeva in avanti con il ginocchio. La sua entrata distratta, forse – forse soltanto intimidita – e prega con tutte le sue forze che sia già successo qualche ora prima.
Che non gli tocchi tornare ancora una volta in una casa deserta, perché è sicuro che non riuscirebbe a resistere immobile tra quei muri. Da solo. In attesa.
Vedere la giacca di Chris appesa all’attaccapanni dell’entrata è un sollievo che gela il sangue: il fiato si ferma in gola e lui deve costringersi a prendere un respiro profondo.
A sollevare lo sguardo in avanti, preparandosi al peggio.
Dylan è seduto sulla poltrona.
Immobile, schiena dritta – mani congiunte e incastrate tra le gambe, come se avesse ancora sei anni e la maestra stesse annunciando i prescelti per l’interrogazione.
I loro sguardi non fanno in tempo a incrociarsi che salta in piedi, però – un movimento nervoso, improvviso.
Schiarendosi la gola, Ash abbassa la testa.
“Ehi,” dice, a bassa voce. “Siete qui.”
“Siamo arrivati un’oretta fa,” annuisce Chris, dalla sua posizione vicino alla finestra. “Eri a lavoro?”
Lui si azzarda a lanciargli uno sguardo, annuendo.
“È andato tutto liscio?” domanda ancora l’amico – ed è evidente la domanda sottintesa, non sarebbe stato neanche necessario farla. Ash sa di avere un’aria spettrale, quasi evanescente: addirittura un paio di clienti gli hanno chiesto se si sentiva bene.
Sicuro, aveva risposto allora. Adesso si limita ad annuire ancora, prima di prendere fiato e voltarsi lentamente.
“Ciao, Dylan.”
Sembra impossibile pensare che sono passati mesi dall’ultima volta che l’ha visto. Ha trascorso l’intera vita a guardarlo, registrando ogni minuscolo dettaglio del suo viso per confrontarlo con il proprio riflesso – per usarlo come riferimento, metro di paragone, metro di giudizio – e adesso è surreale non saper dire quando siano stati incisi certi cambiamenti.
È più magro di quando è andato via, Dylan – più stanco.
È forse ancora più pallido di lui e ha occhi rossissimi, neanche avesse pianto per giorni. Il primo istinto – irragionevole e quasi ancestrale – sarebbe di precipitarsi a stringerlo: non tanto per riempire il vuoto che sembra espandersi in lui di secondo in secondo, ma semplicemente per dargli conforto. Sostegno.
Subito dopo, però, il cervello processa anche gli altri particolari: la posizione ancor più tesa delle spalle, lo sguardo che fugge in qualche punto della stanza come se mancasse la forza di incontrare quello di Ash.
Come se mancasse il coraggio, forse. O forse solo l’intenzione.
“Ciao…” viene il sussurro, infine.
E anche la voce è più fragile di un tempo: l’ultima volta che l’ha sentito parlare era spezzata, sì, ma vibrava di una rabbia impossibile da silenziare. Adesso è fioca, invece. Quasi trattenuta.
Ash non è sicuro di riuscire a resistere. Il dubbio è solo su chi dei due sarà il primo a cedere.
“Avete fatto un buon viaggio?” domanda, incerto, infilando le mani in tasca.
Si sente stupido, impacciato come non gli accadeva da tempo. Fuori posto, incapace di scegliere una posizione e senza possibilità di andarsene.
Il fatto che lo scenario sia casa sua non fa che rendere il tutto ancora più assurdo.
“Siete stanchi? Volete mangiare qualcosa? C’è roba in frigo, o…”
“Ash. Perché non ti siedi, invece di restare a incombere lì nell’entrata?” domanda Chris, con il tono ragionevole che usa di solito quando qualcuno si sta comportando come un isterico. Lui si passa la lingua sulle labbra, considerando il divano.
Poi scuote la testa.
“No, penso sia meglio che vada.”
Il cervello sembra bloccato in un loop continuo.
“Che vai?”
“A cambiarmi.” Pausa. “Devo farmi la doccia.”
Preferirebbe dar loro le spalle e tornare in strada, in realtà: sarebbe più semplice per tutti e più indolore. Fuori ci sarebbe il cielo da respirare – ci sarebbe il traffico, e gli odori della strada e la cacofonia di gente che rende più facile convivere con la propria testa – e Dylan potrebbe sedersi di nuovo sulla poltrona.
Stendersi sul letto, magari. O rilassare il corpo e sciogliere le tensioni in bagno, sotto il getto d’acqua calda.
Se non avesse la certezza matematica che Chris non gli permetterebbe di togliersi di torno – almeno, non adesso – Ash non esiterebbe. Sarebbe fin troppo automatico, decidere.
Lascia che la porta della stanza da letto si chiuda dietro la sua uscita, invece; si ferma appena oltre la soglia e inspira profondamente. Trattiene il fiato un attimo, come se bastasse a trattenere anche tutto il resto.
Per poi espirarlo, dopo. Liberare corpo e polmoni in un colpo solo.
“Non c’è che dire: stai facendo un ottimo lavoro nel convincermi che stai bene.”
Tirandosi indietro i capelli con le dita, Ash sospira, senza voltarsi.
“Non sto cercando di convincerti,” risponde, seccamente. “Lui come sta? È in uno stato pietoso. Che cazzo gli ha fatto quel tizio?”
“Il tizio è la parte minore del problema, al momento,” ammette Chris, afferrandogli la spalla. “Devi dargli un po’ di tempo, ok?”
Mordendosi il labbro, lui annuisce.
“Ho chiesto a mia mamma, ha detto che posso stare da loro qualche giorno se serve. Oppure potrei tornare sul tuo divano… Alan non mi aveva sfrattato per sempre, giusto?”
“Ho detto che devi dargli tempo, Ash, non che devi lasciargli la casa.”
“È stato in una pensione del cazzo fino adesso, ha bisogno di starsene tranquillo. Dormire. Sembra che non abbia chiuso occhio da quando se n’è andato…”
“Ash…” La stretta sulla sua spalla si serra – Chris fa forza, cercando di farlo voltare.
Quando solleva l’altra mano per sfiorargli il viso, lui lo spinge via muovendo un passo indietro.
“No, ok? Non mi toccare.”
“Sei davvero stronzo quando vuoi fare il duro, sai?” sibila l’amico, frustrato. “Ti costa così tanto ammettere che hai bisogno di qualcuno?”
“Non voglio solo che ti metti ad accarezzarmi, cazzo. È chiedere troppo?”
Chris ha la mano ancora sollevata – le dita appena curvate, come incerte se chiudersi a pugno o distendersi – e sembra sul punto di dire qualcosa.
Ringhiare, forse, perché in momenti del genere loro due non sono mai capaci di dialogare semplicemente.
Ash può quasi sentire la sua stretta sulla spalla farsi troppo dolorosa – vede i suoi occhi socchiudersi, come per migliorare prospettiva – e irrigidisce i muscoli in risposta. Solleva il braccio, per liberarsi della presa.
L’immagine di suo fratello fermo sulla soglia lo blocca a metà movimento, però, e tutta l’irritazione si scioglie di colpo. Evapora.
“Dylan,” mormora, sgranando gli occhi – e forse perderebbe l’equilibrio se Chris non avesse i riflessi tanto pronti e non si stesse già affrettando a sostenerlo.
Per un attimo, tutti e tre sembrano restare immobili: Ash tiene lo sguardo fisso in quello di Dylan e Chris continua a tenere la mano destra chiusa sulla sua spalla, la sinistra a mezz’aria.
Poi, con un po’ d’imbarazzo, suo fratello distoglie lo sguardo – cambia piede d’appoggio – e il tempo riprende a scorrere con la velocità di sempre.
Lui muove un passo indietro in fretta – Chris lo lascia andare.
“Perché non ne parlate insieme?” suggerisce, quasi con delicatezza, e dopo mesi di silenzio quella prospettiva è talmente straniera che Ash si volta a guardarlo senza capire.
“Seriamente,” aggiunge l’amico, inarcando le sopracciglia. “Magari senza saltare a conclusioni affrettate.”
Non aspetta risposta, poi – il tempo di realizzare il significato delle sue parole e già ha voltato loro le spalle ed è uscito.
Quando passa al suo fianco, Dylan sembra tentato di trattenerlo: apre la bocca come per parlare; solleva un braccio per afferrargli la manica. Entrambi i tentativi restano semplici abbozzi, però – manca la determinazione per portarli avanti, forse, o forse c’è solo rassegnazione.
Del resto, anche Ash lo sa, che non possono evitarsi per sempre.
Prima o poi, in qualunque caso avrebbero dovuto parlare.
Infilandosi le mani in tasca, osserva gli occhi bassi di suo fratello – il suo schiarirsi la gola, cambiare ancora posizione. Poi, Dylan solleva lo sguardo: lentamente, cauto.
Quasi timoroso.
E Ash non ha idea di cosa sia, a spaventarlo tanto: dopo vent’anni dovrebbe saperlo che qualunque cosa voglia, gli basterebbe parlare per averla.
Gli basterebbe chiedere.
Spiegare.
Non arriva nessuna richiesta, però – nessuna indicazione: soltanto il suo sguardo, fisso addosso, e quel silenzio che si estende tra loro facendo pungere la pelle. Rendendola ancora più tesa, ancora più sottile.
“Mamma ha detto di chiamarla,” sente infine dire – dalla propria voce.
E per un attimo è un sollievo l’atto stesso di infrangere il silenzio – un sollievo riappropriarsi dello spazio, tornare a far scorrere il tempo. Subito dopo, la consapevolezza che è con Dylan che sta parlando porta il panico.
“A dire il vero le avevo detto che la chiamavo io,” aggiunge quindi, in fretta, perché ormai ha iniziato e forse potrebbe bastare questo a convincere Chris che non c’è bisogno di nient’altro. “Questa sera. Per dirle se eri tornato. Ma forse è meglio se lo fai tu, alla fine me mi ha visto solo stamattina, probabilmente preferirebbe sentire te per poterti chiedere tutto direttamente.” Pausa. “Voglio dire, non ha molto senso che...”
“Ash, ascolta…” lo interrompe però Dylan.
Lui si zittisce immediatamente.
Suo fratello non sembra avere le idee più chiare di qualche istante fa: continua a tenere lo sguardo basso, le spalle premute saldamente contro il muro. Ed è ancora pallido, stanco.
Incerto.
“Ascolta, io… Ci sono cose che devo dirti,” prosegue, a voce bassissima. “Cioè, che vorrei tu sapessi. Cose importanti.”
Di colpo, solleva gli occhi a cercarlo.
“Posso parlare?”
In qualunque altro momento, la risposta sarebbe tanto scontata da farlo scoppiare a ridere: adesso, Ash ha quasi paura ad annuire.
Dopo, passa molto tempo prima che suo fratello si decida a iniziare.
Sembrerebbe che non abbia mai visto prima quella stanza, a giudicare dalla cautela che impiega nel mappare lo spazio – l’indecisione degli sguardi che sfiorano appena i mobili, il letto; la determinazione quasi inquietante con cui evita qualunque movimento non necessario.
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel percepire Dylan tanto straniero a quello che solo qualche mese fa era il loro mondo: sono due giorni che Ash sente la nausea montare, ma è solo in questo momento preciso – mentre sente suo fratello scivolare sempre più lontano e aspetta le rivelazioni che forse daranno un significato a tutto quel che è successo – che davvero ha la sensazione di starsi perdendo.
La voce di Dylan, quando infine arriva, lo fa sobbalzare.
Rialza lo sguardo di scatto.
“Quella sera. Quando ti ho…”
Prendendo fiato, l’altro si morde il labbro.
“Quando ti ho tirato lo schiaffo,” termina poi, in fretta, come per lasciarsi alle spalle il ricordo.
E subito prosegue, senza quasi tirare fiato: “Sono stato malissimo, non avrei voluto. Non intendevo farlo. Mi dispiace. Cioè, non è che mi dispiaccia come una cosa di cui ti senti solo in colpa, Ash. Proprio come una cosa tremenda. Una cosa a cui neanche puoi pensare. Come quando ti ha morso la vipera. Nello stesso modo.”
Immobile di fronte a lui, Ash sbatte le ciglia.
Perché è disorientante, la valanga di parole sotto cui si trova sommerso – perché tutto si aspettava, come primo argomento, tranne di vedere riesumato lo schiaffo. Perché quel che suo fratello dice continua a non avere il minimo senso e il tentativo di razionalizzarlo potrebbe richiedere un sforzo eccessivo: lui sente già la vertigine pulsare alle tempie.
La nausea farsi più solida – strangolare la voce.
Dylan lo sta guardando come se avesse detto qualcosa di importantissimo, però – come se fosse assolutamente necessaria una risposta. Per questo annuisce, incerto.
“Ok,” dice. E poi, visto che un monosillabo da solo non sembra sufficiente: “Va bene. Non pensavo che l’avessi fatto apposta, comunque.”
“Sì…”
Dylan continua a mordersi il labbro, nervosamente.
“Poi, volevo anche dirti che non sono andato via per causa tua, Ash. Che tu non c’entri.”
Ed è quello, il momento in cui il cuore sembra fermarsi.
In cui la gola si chiude del tutto, il cervello si spegne, e la vertigine preme sulle tempie fino a stritolarle e lui sente quasi le ginocchia cedere.
L’equilibrio – ogni equilibrio – mancare.
Perché Dylan sta mentendo.
Sta mentendo nella stessa maniera innocente con cui sempre ingannava gli altri e se stesso – nello stesso modo in cui a volte diceva di essere innamorato, con lo stesso sguardo con cui altre volte ti chiedeva perdono.
Senza alcun intento malizioso. Senza neanche una consapevolezza reale – senza un vero obiettivo.
Ed è terribile rendersene conto.
Perché non si tratta solo più di escludere tutte le possibilità alternative per ritrovarsi in mano quell’unica verità insopportabile. Non si tratta semplicemente di intuire, temere; non si tratta di sapere con una consapevolezza intima, inspiegabile.
È una certezza, adesso.
E Ash non è davvero preparato ad affrontare tutto questo. Pensava di avere riflettuto sulla questione abbastanza a lungo da essersi convinto; credeva di esserselo ripetuto abbastanza spesso da essersi immunizzato.
Trovarlo sul viso di Dylan è un dolore diverso. Ed è diverso ancora leggerlo tra le righe, accettarlo in una bugia.
Deglutendo, annuisce.
Non sa esattamente che cosa abbia in mente di fare, quando mormora: “Va bene.”
“E poi.”
Suo fratello non gli lascia il tempo di decidere, comunque: forse ha capito di essere stato smascherato, forse si è reso semplicemente conto di non averlo convinto, ma ha l’aria più incerta di prima quando riprende a parlare.
Quando esita, come cercando le parole.
“Le cose che ti ho detto. Non le pensavo. Non sono vere. Lo so che non mi credi, Ash, ma non…”
Dylan si blocca, passandosi una mano sulla fronte.
Ha lo stesso sguardo di quando era piccolo e sembra ancora più sperduto – ancora più stanco.
Lui vorrebbe quasi dirgli che non c’è bisogno di continuare – che può smettere adesso, riposarsi, che ne parleranno poi meglio – ma la voce sembra essersene andata del tutto e il cervello è faticosamente distante.
Distratto.
“Non volevo andarmene,” mormora infine Dylan, a fatica. “Non volevo neanche tornare e rovesciarti addosso tutte queste cose perché lo so che non sai come affrontarle e che ti faccio solo casino e che tanto non credi a una sola parola. Cioè, lo so che ti ho scompigliato di nuovo tutta la vita e che forse dovrei stare zitto ma se non ti chiedevo scusa mi sembrava ingiusto e anche se ti chiedo scusa mi sembra ingiusto e non so che fare e cioè, mi dispiace. Merda,” conclude. Precipitandosi fuori dalla camera.
Ash resta immobile nello stesso posto, invece – lo sguardo fisso sul punto di muro che pochi secondi prima era occupato da Dylan e il sangue che batte nelle tempie. Troppo forte.
Nelle orecchie. Quasi assordante.
Non ha la minima idea di cosa sarebbe giusto fare.
Sa che Dylan si aspettava qualcosa di diverso dal loro confronto – sa che sperava di ottenere una reazione più convinta, forse, di vederlo ribattere. Parlare.
Ha la sensazione strana di averlo deluso ancora una volta, ma è tutto distante. Quasi immateriale.
Ha voglia di piangere, forse. Chiudere gli occhi e non fare nient’altro che dormire.
Lentamente, solleva le mani fino a premersi i palmi sulle palpebre – sfrega quasi rabbiosamente, cercando di rimandare indietro le lacrime.
“Ash.”
“Non chiedermi se sto bene,” sbotta, abbassando le braccia di scatto.
Chris scuote la testa, varcando la soglia della stanza con gli stessi passi decisi con cui ha sempre invaso qualunque crisi della loro vita – non si ferma a chiedere il permesso, prima di chiudergli le dita dietro la nuca.
Lui si lascia attirare vicino – preme il naso contro la sua gola.
Respira, una volta, prima di sollevare appena la faccia per lasciarvi strusciare sopra le labbra.
“Vuoi che ti accompagno dai tuoi?” gli domanda l’amico, all’orecchio. “Dee si è chiuso in bagno, forse è meglio se cerco di ragionarci io.”
“È quel che ho detto all’inizio,” borbotta Ash, annuendo. “Dovevi darmi retta subito.”
“Speravo che andasse un po’ meglio,” ammette l’altro.
E il punto è quello, in fondo: Chris ha sempre aspettative troppo alte che trovano riscontro nella realtà soltanto per caso. È una vita che Ash si lascia trascinare in giro da quel suo dannato ottimismo: cinque anni fa era convinto che portarsi a letto suo fratello non avrebbe cambiato nulla nel loro rapporto; tre anni fa ha deciso che non avrebbe potuto farlo un bacio. Ha aperto la porta del suo alloggio a Mike, per quello stesso motivo, e gli ha messo Ash tra le braccia perché tanto cosa poteva andare storto?
Ora, sta facendo scorrere le mani lungo la sua schiena, e non sembra neanche pentito di aver forzato il confronto. Sta già progettando la prossima mossa, forse – riflettendo su quale strategia possa prestarsi al suo intento.
Voltando la testa, Ash preme la guancia contro la sua spalla. Inspira a fondo.
“Resti tu con lui, stanotte?” domanda, quasi dolcemente.
“Non preoccuparti per Dylan, adesso.” Muovendo un passo indietro, Chris chiude le dita intorno al suo braccio. “Andiamo, ti do un passaggio.”
“Cosa racconto ai miei? Mamma aveva detto che…”
“Che dovevi provare,” lo interrompe l’amico, guidandolo fuori dalla stanza. “E hai provato. Dylan è qui, adesso, e non c’è nessuna fretta. Meglio che cerchiate di riposarvi.”
E lui protesterebbe, forse, perché puntare i piedi a terra quando la mano di Chris preme sulla schiena è un istinto radicato nel profondo ormai, da tutta una vita, ma anche il pavimento sembra essere troppo lontano in quel momento. Sono distanti i muri, le porte, il soffitto. Il mondo, fuori in strada, è troppo vasto e lui si sente chiuso in se stesso, di nuovo.
Nascosto da qualche parte all’interno del suo corpo – piccolo quanto un chicco di grano, altrettanto fragile. Coriaceo.
E solo.
Anche con la mano di Chris tiepida intorno al guscio – anche con la consapevolezza che suo fratello respira ancora, come un soffio di vento.
Vicino a lui.
Per quanto ferito.
Certe distanze sono sfalsate per forza e non importa contare i passi che ti separano dal resto del mondo. Quelli che ti potrebbero riportare a qualcosa di bello. Perché se intorno a te la stanchezza si addensa come aria e ti riveste di vuoto, mancherebbe comunque la possibilità di allungare il braccio.
Sfiorare con le dita quel che stai guardando – accucciarti di fianco a lui. Entrarci dentro.
L’unica cosa che resta da fare è mettere un piede davanti all’altro perché qualcuno che ti conosce abbastanza da poterti proteggere possa accompagnarti a un rifugio diverso – tornare a casa e fare attenzione a non guardarti allo specchio.
Per non trovare l’assenza dentro il tuo sguardo.
Non sentirla nel fiato – nella condensa sul vetro.
O nel freddo che svuota le ossa trasformando il tuo corpo in ghiaccio. Senza passato, senza colore. E senza destino.


LINK SECONDA PARTE

* Yo vi dos dolorosas espigas de cera
que enterraban un paisaje de volcanes
y vi dos niños locos que empujaban llorando las pupilas de un asesino.
(Federico García Lorca, Poeta en Nueva York - Pequeño poema infinito)


























































































































































































































































































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rosadeiventi: (Ash)
Regalo di Natale per Aika.^^
Per dettagli aggiuntivi&sproloquio introduttivo, vedere questo post.^^
(Nota: rispetto alla Rosa, AU.)



Jude
Sliding Doors






Il primo incontro con Raven accade una mattina in cui Jude è in ritardo per un appuntamento con suo padre.
Non è un’occorrenza così insolita, né è insolito che il ritardo iniziale venga amplificato dal fatto che gli tocchi attraversare mezza città di corsa per recuperare sua sorella da una notte trascorsa in qualche casa sconosciuta, ma rende poco opportuni certi contrattempi che già normalmente non sarebbero esattamente bene accolti.
Come suonare il campanello della casa sconosciuta, per esempio, e vedersi aprire la porta da un tizio a petto nudo.
Incrociare il suo sguardo vagamente assonnato, lasciar scorrere gli occhi lungo il suo corpo, e non riuscire a provare – a dispetto di tutti gli sforzi – qualcosa di simile al fastidio.
Non gli capita spesso, con i ragazzi.
Non capita mai con i ragazzi che dormono svestiti nello stesso appartamento dove è dispersa Magda.
Schiarendosi la gola, lui sposta lo sguardo oltre la sua spalla.
“Ehm, io sarei…”
“Jude, sì, lo so,” lo interrompe l’altro, distrattamente, spalancando la porta. “Magda è nella doccia. Le ci vorrà ancora un po’ – vuoi aspettarla dentro?”
La risposta giusta sarebbe No. Jude lo sa benissimo.
E ci sarebbero un sacco di motivi che dovrebbero incoraggiarlo a rispondere giustamente, cominciando da Magda sta facendo la doccia nella stessa casa in cui ‘sto tizio si aggira seminudo, per finire con tra mezz’ora avrò di fronte mio padre. Sorvolando sul fatto che il tizio ha un corpo perfetto, oltre che seminudo, e che lui in teoria non dovrebbe notare certe cose e che teoricamente appunto non le nota. Anche perché ha una ragazza.
Che Magda odia, ma che a lui piace abbastanza.
La porta d’ingresso si chiude alle sue spalle, e Jude sbatte le ciglia.
Il tizio si sta già allontanando – la sua schiena è perfetta almeno quanto il suo petto – e lui si ritrova a seguirlo con la stessa naturalezza incosciente con cui ha oltrepassato la soglia. Mani in tasca.
Vaga sensazione di allarme a solleticare la nuca.
“Tu e mia sorella vi conoscete da molto?” domanda, giusto perché la vita sessuale di Magda non è affare che lo riguardi ma ha sempre sospettato di essere masochista. L’altro sbuffa, fermo di fronte a uno dei pensili della cucina.
“Un annetto,” risponde, aprendo uno dei barattoli per esaminarne il contenuto. “Facile ti abbia parlato di me, comunque. Sono Raven. Caffè?”
E Jude sgrana gli occhi, perché non importa quante poche ore abbia dormito quella notte, né quanto nudo sia il torso di Raven: avrebbe dovuto fare il collegamento subito, non doverci neanche pensare. Magda ha passato mesi a decantare le lodi di quel ragazzo – ha passato mesi a cercare di presentarglielo.
Immobile di fronte a lui, adesso, Jude pensa che dev’essere stato l’istinto di conservazione, a tenerlo lontano tutto quel tempo. E che è un peccato – davvero – che dopo averlo mantenuto fermo nel suo proposito così a lungo, abbia deciso di disertarlo proprio quel mattino.
“Jude?” chiama Raven, inarcando un sopracciglio.
Lui sobbalza, sollevando la testa. “Sì?”
E quando l’altro ripete, con un mezzo sorriso, “Vuoi un caffè?”, si dice che è la certezza che qualunque cosa sia successa questa notte in quella casa difficilmente ha coinvolto il sesso, a convincerlo ad annuire. Si dice che è semplice cortesia, perché Raven è amico di Magda e lui si è sempre sforzato di mostrarsi educato anche con gli amici di Magda che personalmente lo inquietano.
Si dice che è semplicemente per via del fatto che quella notte ha dormito tre ore scarse e una tazza di caffè potrebbe fargli bene.
Ma forse la verità è soltanto che lo sapeva fin dall’inizio, che quel tizio sarebbe stato la sua rovina, e che il proposito di tenersi alla larga avrebbe funzionato fino a che non se lo fosse trovato davanti. Che nel momento in cui avesse incontrato il suo sguardo, i parametri si sarebbero rovesciati e lui si sarebbe trovato a dire il contrario di quel che pensa – o pensare il contrario di quel che credeva – e avrebbe finito per bere una tazza di caffè bollente aspettando che sua sorella riemergesse dal bagno.
Cercando di non guardarlo.
Fallendo, totalmente, nel proposito.
Perché anche quando Magda fa il suo ingresso in cucina perfettamente vestita, e si sporge a baciargli la guancia con la leggerezza briosa che indossa ogni volta che deve farsi perdonare.
Anche mentre preme lui la mano sulla sua schiena e la guida verso la porta – anche mentre esce, senza voltarsi indietro per prolungare il momento. Anche mentre stringe le dita sul volante e si allontana in strada, ignorando il sorriso soddisfatto che tende le labbra di sua sorella rannicchiata al suo fianco.
Può ancora sentirsi quegli occhi addosso.
Può ancora vedere quelle mani, quelle braccia.
E sa – lo sa nello stesso modo in cui sapeva che non doveva incontrarlo. Nello stesso modo in cui ha sempre saputo che doveva impegnarsi, per proseguire dritto.
Che non sarà facile dimenticarlo.
Evitarlo per sempre.
Lasciarselo indietro.


Quella consapevolezza, comunque, non gli impedisce di cercare di rimandare il destino inesorabile al più tardi possibile. I tre mesi successivi vedono succedersi troppe ragazze e sono spesi a evitare con cura di cadere nelle trappole che sua sorella gli prepara periodicamente.
La memoria cerca di intervenire rimettendo in prospettiva l’incontro: modificando il ricordo di Raven per renderlo più banale, meno perfetto. L’occhio comincia a scivolare sui corpi maschili con più intento, perché è più facile guardarli se hai in mente un obiettivo.
Quel tipo non era nulla di speciale. Nulla che valesse la pena di ricordare con tanta precisione.
Non riesce davvero a convincersi, ma è a buon punto. Per questo, forse, si trova ad allentare il controllo.
Per questo, il giorno del compleanno di Magda, accetta di lasciarsi trascinare in un locale sconosciuto.
La giustificazione – razionale – è che non sapeva che Raven sarebbe stato lì, che non lo poteva neanche immaginare. C’è un sacco di gente, del resto, e se anche l’altro si trovasse nel suo stesso spazio vitale non per questo dovrebbe parlargli per forza. O cercare di irretirlo.
La ragione reale, però, è che in fondo sa anche lui di aver sempre vissuto barricandosi dietro posizioni costruite a forza. Nonostante le proprie intenzioni, non è mai riuscito davvero a scrollarsi di dosso del tutto la sensazione di star sbagliando percorso – la paura di star facendo quello di cui Magda l’ha sempre accusato.
Procedere dritto verso un muro, senza vederlo.
Senza neanche preoccuparsi dello schianto.
Incrociare lo sguardo di Raven, in mezzo alla folla, significa spegnere per un attimo il navigatore che si è sforzato di seguire per gli ultimi vent’anni: Jude respira profondamente, sollevando il mento in cenno di saluto, e deve bagnarsi le labbra quando lo vede sorridere.
Farglisi incontro, aprendosi strada tra la gente.
Magda è sparita da qualche minuto, ma lui neanche riesce a fingere di essere irritato con lei per non averlo avvertito – fino a quella mattina non sarebbe mai stato capace di ammetterlo, ma adesso sembra anche stupido aver aspettato tutto quel tempo per tornare ad affrontare il suo amico.
È come la prima volta, in qualche modo. Raven manda in crisi la sua bussola – fa impazzire l’ago.
È vestito, questa volta – jeans e maglia di cotone, morbida – e non c’è nulla di esplicitamente provocante nel suo aspetto. Solo occhi troppo vivi e gola scoperta – zigomi perfettamente intagliati e capelli nerissimi. Sciolti.
“Magda mi aveva detto che probabilmente saresti venuto,” esordisce, prendendo posto al bancone, al suo fianco. “Stavo cominciando a disperare, però.”
“A me non aveva detto che ci saresti stato,” commenta Jude, distogliendo lo sguardo. “Se ne sarà dimenticata, forse.”
“Più facile facesse parte del suo piano.” Raven sorride, alla sua occhiata stupita. “Che c’è? Dopo tutto questo tempo non conosci ancora tua sorella?”
“Ha un piano?”
“Ha sempre piani per te, Jude. E sembra avere anche le idee molto chiare su cosa servirebbe alla tua vita.”
“Per questo sei qui, tu?” domanda lui, sarcastico.
Ma l’altro ride soltanto. Scuote la testa, scivolando più in basso sullo sgabello.
“No,” risponde. “Io sono soltanto uno spettatore curioso.”
E la razionalità imporrebbe di non credergli. Sono troppo neri gli occhi, troppo lenti i sorrisi.
Jude si morde il labbro; inclina il capo in avanti. Per un attimo, immagina di tirarsi indietro – alzarsi.
Ma nel bicchiere i cubetti di ghiaccio si stanno già sciogliendo – si mischiano all’alcol – e quando Raven poggia la mano sulla sua il colore della pelle disegna un contrasto troppo netto.
Il calore lascia dietro di sé la traccia di un brivido.
E per quanto lui si sforzi di mantenersi stabile, l’ago della bussola è impazzito e il locale si è trasformato in un labirinto. Si è persa, ormai, la voglia di tornare indietro.
L’unica direzione rimasta è in avanti.
Verso la promessa di quella pelle, e di quel sorriso.


Non è la primissima volta che succede, del resto. Ci sono stati altri ragazzi, in sere e notti senza nomi – ci sono state bocche e sapori alcolici, più caldi, più duri.
La mattina dopo era semplice scrollarsi di dosso i ricordi.
Alzarsi dal letto e guardarsi attorno – assicurarsi di non riconoscere niente e nessuno.
Suo padre non ha mai saputo nulla. Sua sorella non ne ha mai parlato. E Jude non ha mai esattamente pensato che sarebbe potuta andare avanti in eterno, ma l’idea di vedere fino a quando avrebbe retto non sembrava sgradevole.
In fondo, non era neanche un vero desiderio.
Sicuramente non si trattava di bisogno.
Con Raven, è tutto diverso.
Che avrebbero finito la notte a letto l’aveva immaginato fin dal primo sguardo – probabilmente lo sapeva anche da prima di entrare nel locale, ed è per questo che ha messo tanto impegno nel ritardare l’incontro. Presentiva che non sarebbe stato semplice come al solito, il dopo.
Non aveva messo in conto, però, che sarebbe stato nuovo anche il momento stesso.
Perché non è solo sesso, e non è solo il corpo: non è l’alcol che scioglie la lingua e rende liquidi i muscoli – più recettivi i nervi. Non è neanche soltanto la bocca che scivola lungo il suo collo, le mani che lo spogliano, gli occhi, le dita. Guardarlo.
“Saresti da fotografare,” dice, ed è uno shock perché non gli era mai accaduto neanche di pensarlo.
L’altro solleva la testa e ha una bocca perfetta.
“Adesso?” domanda.
Jude scuote il capo, perché vorrebbe spiegare ma è tutto troppo grande e Raven ha i jeans slacciati, la schiena nuda come quell’altra mattina. Bisogna toccarlo, per capire davvero la sua bellezza, e forse è per questo che improvvisamente l’idea di scattargli una foto sembrerebbe irresistibile: il sesso prima d’ora non è mai stato da comprendere, da assaporare. Non è mai stato qualcosa di tanto sfuggente, lento ma troppo veloce, e la memoria non è sufficiente.
Non è sufficiente la pelle.
Dopo, disteso nel letto con lo sguardo al soffitto, cerca di immaginare un finale per quell’alba che tarda a venire e non riesce a trovarlo. Raven è un peso concreto che respira tranquillo, appoggiato al suo petto, e sarebbe il momento di alzarsi, raccogliere da terra i vestiti.
Andar via, ignorando il suo nudo e i suoi occhi.
Non sa cosa succederà, se dovesse aspettare la luce per quell’addio che non ammette parole. Non so cosa succederà dovesse concedersi in quel momento di voltare la testa – socchiudere le labbra.
Ma l’altro cambia posizione, sollevandosi su un gomito, e non c’è nessuna domanda nello sguardo con cui lo osserva dall’alto. Nessuna confusione – nessun fraintendimento.
Solo un po’ di stanchezza, forse – l’ombra di un sorriso.
La rilassatezza appagata di un piacere già sciolto.
Smettila di pensarci, sembrano dire quegli occhi quasi ancora sconosciuti. Smettila di ingannarti, tira fuori le palle. Vivi.
Parole che Magda ha preso in prestito proprio da lui, forse. Incitamenti frustrati che Jude ha schivato troppo spesso, rifiutandoli.
Adesso non saprebbe cosa rispondere, se quel ragazzo dovesse pronunciarli.
Ma la notte è scura, e forse gli occhi di Raven stanno dicendo tutt’altro. Forse non stanno dicendo niente – forse lo stanno solo guardando.
Aspettando.
Jude trattiene il fiato.
Poi, finalmente – quando l’altro sussurra Dormi - lo espira piano. Chiude gli occhi.
E lascia che sia il buio a trovare una risposta – lascia che sia l’odore della pelle del compagno a riscaldare il corpo, a rilassarlo. Perderlo.
Rimandando all’alba ogni decisione necessaria.
Raccogliendosi nel presente – nell’intreccio delle lenzuola.
Senza indossare nulla, per qualche ora. Nessun certezza, nessuno scudo, nessuna maschera.
E nessuna paura.

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94
Samuel e Albert - Nel bianco





Björn ha tredici anni, e iridi quasi trasparenti.
Iridi di un azzurro sconfinato – ghiaccio che leviga il cielo e maniche troppo lunghe a coprire i polsi. Ossa fragili, sotto la lana del cappotto.
E terra sotto i piedi – terra fredda.
Acqua increspata dal vento e un orizzonte gonfio di neve su capelli più chiari - indice puntato in lontananza e il sorriso struggente di un bambino. Sorriso di luce.
Vivian è piccolo, talmente piccolo che ti domandi se riuscirà a sopravvivere all’inverno.
Talmente piccolo che se gli chiedi quanti anni abbia ti guarda con la concentrazione di chi deve rispondere ad un quesito complicatissimo, prima di sollevare la mano, e quando distende tre volte le dita tu pensi che non è giusto. Che il vento dovrebbe calmarsi per non rischiare di graffiargli la pelle e la notte dovrebbe fermare i passi per non avvolgerlo di buio. Che l’immensità del cielo è una crudeltà, se lui non arriva neppure a cinquanta centimetri, e che se devi chinarti sulle ginocchia, per potergli parlare all’orecchio, dovresti anche poter chiamare ogni cosa con un nome nuovo. Un nome che sia solo per lui, mai usato per nessun altro al mondo e mai contaminato dalla paura. Spogliato della solitudine e del silenzio - parole piccole come le sue mani e semplici come un fiocco di neve.
“Li vedi, Viv? Li vedi, gli anatroccoli?”
Le briciole di pane galleggiano sull’acqua e Vivian ride, Björn lo tiene stretto e c’è soltanto quel frammento di terra, tutto intorno – lago e cielo e ghiaccio. Bianco.
Il bianco di una parete, a Portland – bestemmie di mare in tempesta e lo sguardo ancorato lì.
Lo sguardo che lì tornava sempre, sempre. Senza poter vedere.
Senza raggiungerli.
Sguardo cieco.
E troppe parole - vento impazzito che spaccava le labbra e intanto levigava il lessico come fosse una pietra da gettare in quel lago. Da gettare nel bianco.
Adesso sembra a Samuel che i suoi vent’anni non siano stati che una disperata corsa contro il tempo, un ostinato processo di abrasione per riuscire a donare a quei due bambini il loro linguaggio semplice.
Non pretendeva di salvare nessuno allora, non era per quello che scavava il nucleo delle parole fino a strappare la pelle dal suo stesso corpo: ma il varco era lì – un punto di bianco assoluto nell’intonaco del muro. Il Nord più profondo.
E stava tutto racchiuso in quei millimetri di calce, il senso dei respiri – qualunque scelta mai affrontata e la difficoltà lacerante di ogni passo. La bellezza e l’orrore – il suono.
Ci sono state notti di venti furiosi – quindici anni non sono bastati per educarsi a tener saldo il timone quando le correnti spingevano in direzioni tanto diverse che neanche il cielo sapeva più indicare la rotta.
E ci sono stati giorni di morti segrete – carne e sangue e nervi a pulsare inutilmente sul cadavere di un’anima immobile. La lenta agonia dei compromessi, la mano ferma di Logan a mutilare intere pagine come un bisturi sulla carne viva.
E la percezione nettissima della lama – sentirla affondare. Sentirla incidere.
Non è servito.
Non è servito perché adesso sta piovendo, fuori dal locale, e lui guarda le gocce scendere sul vetro in scie di lacrime lunghe. Attesa, ancora.
Non è servito.
Perché mancavano gli occhi bambini di Vivian, per completare il quadro – perché è esattamente nell’azzurro di quegli occhi che il silenzio di Björn ha preso forma e qualunque parola non sarà mai abbastanza sussurrata, mai abbastanza leggera. La neve non sarà mai abbastanza bianca per congelare la pena di dover aprire le braccia e affidarli al mondo, quei cinquanta centimetri di tenerezza sconfinata.
La voce di Björn non aveva suono quando declinava la luce in una lingua troppo straniera e lui non capiva, non ha saputo ascoltare. Non è neppure stato capace di riconoscerla nel battito del cuore, la sua presenza, perché quando Vivian dormiva contro il suo petto era Björn stesso a respirare sulla pelle. Perché mentre lui era impegnato a immaginare il peso del suo corpo fra le gambe Björn si scioglieva nel fiato di Vivian, invece, e scivolava sui capelli in carezze che non erano sesso e non erano carne ma erano semplicemente lui - lui nell’unica realtà che gli sia mai appartenuta.
Lui che non è mai stato un angelo e non è mai stato così terribile – lui che sa fare anche male.
Samuel non ha chiuso occhio nella consapevolezza quasi paralizzante di non averlo mai guardato davvero, l’uomo che ama. Di averlo visto per la prima volta solo nel momento in cui ha scoperto l’azzurro struggente di Vivian, solo quando ha potuto immaginare l’incapacità di proteggerlo e il rimorso continuo che ogni silenzio deve aver scavato nell’anima.
Ha sempre creduto che Björn nascondesse ferite profonde, mai colpe da farsi perdonare.
Mai fallimenti da dover perdonare a se stesso – la cosa più straziante. Quella più difficile e penosa, la sola che davvero non puoi condividere con nessuno al mondo.
Pensava di sapere tutto e non sapeva niente – era convinto di conoscerlo.
E non conosceva Vivian.
Ancora oggi non ha idea di quali fosse il suo volto da bambino – è tornato in quel Caffè per parlare di lui con Albert e non sa neppure immaginare un qualche tipo di rapporto fra loro.
Visualizzarli insieme è difficile – difficile credere che abbiano un linguaggio comune. Che si siano parlati e che forse si parlino ancora, che abbiano diviso affetti ed esperienze.
Solo adesso si rende conto che non sarebbe mai più tornato in quel posto se non fosse stata la preoccupazione per Vivian a portarcelo di nuovo – forse mancava esattamente quel tassello per fermare la fuga e trasformarla in coraggio. Per metterlo con le spalle al muro, costringerlo a serrare i pugni e guardare in faccia l’orrore.
Piove, e Björn è in ogni goccia d’acqua che scivola sulle vetrate - è in tutti i respiri e nell’odore del tè che sale lungo i polsi, in quell’ansia troppo gelida. Nei capelli bagnati.
Ed è nell’edizione di Spoon River che Samuel ha appoggiato sul piano del tavolo, quella che aveva comprato nella libreria antiquaria un giorno che il cielo era più freddo e pungeva il viso come fosse ghiaccio - un giorno d’inverno in cui potevi aspettartelo da un momento all’altro, che cadesse la neve, e che nella neve i passi di Björn diventassero tracce. Alfabeti silenziosi di un linguaggio bianco come le sue mani, un linguaggio senza suono.
Si erano fermati per strada, dopo, e lui gli aveva letto l’epitaffio di Dillard Sissman al solo scopo di regalargli orizzonti immobili. Aveva sussurrato i versi con la speranza di appendere la luna al suo aquilone e dimostrargli che la pace era possibile – dimostrargli teorie inutili.
Adesso il tempo sembra bussare alla porta, invece – colpi incalzanti che battono nelle tempie e il legno duro della spalliera contro la schiena. Contro le ossa.
L’arrivo di Albert non è che il passo definitivo oltre la soglia di un confine mai varcato – l’uomo si avvicina al tavolo chiudendo l’ombrello grondante di pioggia e lui sente le ginocchia piegarsi mentre scosta la sedia per alzarsi in piedi e porgergli la mano. Mentre i polsini della maglia scivolano sulle nocche e la stretta si attutisce nella stoffa – mentre vi si nasconde dentro.
Un respiro.
“La ringrazio per essere venuto,” dice, e quando incrocia il suo sguardo pensa che non c’è connessione fra i tratti del viso e il ricordo che conserva di quell’uomo. Fra le infinite volte che ha immaginato quel secondo incontro e la percezione di una realtà che impone le proprie leggi, invece. Leggi sconosciute.
La sensazione di trovarsi fuori tempo – fuori posto.
"Non si preoccupi," viene la risposta, mentre l’altro posa sul tavolo sigarette e cellulare e Samuel conta i respiri, intanto - conta i battiti del cuore. Uno ad uno.
"Ha detto di dovermi parlare?"
“Ho conosciuto Vivian,” annuncia allora, perché ha bisogno di dirlo subito. Sbarrare ogni possibile via di fuga e lasciare aperta solo una strada obbligata, davanti a sé.
Ha imparato a non fidarsi delle proprie risoluzioni, nel corso degli anni – quando la fragilità è parte di te così a fondo devi prendere fiato e buttarti senza quasi pensare.
Perfino Albert sembra non aspettarsi un approccio tanto diretto – o forse semplicemente non aveva messo in conto di sentirgli pronunciare quel nome. Samuel lo vede irrigidirsi appena – sciogliere per un attimo quella sua compostezza pacata. Impenetrabile, sempre.
“Davvero?”
Abbassando gli occhi sul tavolo, lui non risponde.
"E posso chiederle come?” aggiunge l’uomo, che invece continua a tenere lo sguardo sul suo viso. Lo sente scorrere lungo gli zigomi, Samuel - scendere sulle labbra e fermarsi sulla gola.
Risalire seguendo l’osso della mascella, lentamente.
“Non vorrei sembrarle invadente, ma non ho mai pensato che voi due poteste frequentare gli stessi ambienti.”
“L’ho incontrato per caso una sera, in un locale del centro,” risponde lui, bagnandosi le labbra. “Gli ho offerto un pezzo di torta e poi siamo usciti, abbiamo camminato.”
Sarebbe difficile spiegare che in realtà non hanno affatto camminato per strada - che i piedi non toccavano il suolo e la città sembrava un grumo pulsante di luci colorate, dall’alto. Difficile raccontare a qualcuno cosa significhi scoprirsi angeli, lasciarsi trasportare del vento e sentire la presenza dell’altro solo attraverso la solitudine.
Un legame impalpabile.
“L’aria era gelida,” prosegue, mentre il vapore del tè accarezza le dita. “Gli ho posato il mio cappotto sulle spalle e abbiamo preso un taxi, siamo tornati a casa. Vivian ha dormito da me quella notte.”
L'ostilità, d’improvviso, è lo sguardo dell’uomo che diventa vetro. Che diventa lama – il filo tagliente di un rasoio premuto sulle labbra.
"È di questo che voleva parlarmi?"
“Ho instaurato con Vivian un rapporto molto intimo, negli ultimi mesi,” annuisce Samuel, spostando lo sguardo oltre le sue spalle. Facendolo scorrere lungo la prospettiva del locale – gente e voci e pioggia.
Ombrelli aperti come cieli, dietro le vetrate.
“Poi, ieri mi ha detto che lui e Björn sono fratelli,” mormora, sentendo la voce perdere tono. Sentendo il bianco farsi strada nell’anima e la punta delle dita congelarsi come se sfiorasse la neve. Come se la struttura del presente vacillasse, inesorabilmente.
“È stato struggente, per molti versi. Per molti versi lacerante, invece…”
"Capisco," scandisce Albert, ma è evidente che quella conversazione non gli piace.
Samuel lo sente dalla rigidità delle parole - dalla durezza con la quale aggiunge, dopo un istante di silenzio: "Non riesco a immaginare cosa a questo punto possa volere da me, però. Un consiglio? Assoluzione?"
“No,” risponde, perché se c’è una cosa che gli è sempre stata chiara è che per lui non potrà mai esserci assoluzione. Che il tempo lasciato passare senza farsi più vivo pesa come un macigno non soltanto sulla coscienza, ma anche sull’opinione che gli altri devono essersi fatti di lui. Sul loro giudizio, e sulla fiducia.
Quell’uomo aveva una storia da raccontare - gli aveva offerto qualcosa di molto prezioso soltanto pochi mesi prima. Avrebbe dovuto ingoiare la pena e rimanere ad ascoltarlo fino in fondo – riuscire ad accettare il fatto che Björn potesse avere una vita indipendente da quella che lui gli aveva cucito addosso e ammettere una volta per tutte di non aver mai fatto parte del suo passato. Di non poter influire sul futuro e di non sapere niente – di non avere nulla da dargli. Solo se stesso, in fondo.
Parole.
Eppure serra i pugni sui braccioli della sedia, mentre il disagio cresce, perché stavolta è esattamente lì che deve restare. Che vuole restare - non importa quanto possa far male la consapevolezza della colpa o la disapprovazione del suo interlocutore. Non importa quanto sia difficile, quanta fatica costi.
“Ho solo bisogno di sapere se quel che è successo a Björn ha coinvolto anche Vivian,” dice lentamente, imponendosi di sollevare lo sguardo sul volto dell’uomo.
Imponendo alla voce di rimanere ferma – al respiro di non spezzarsi.
“E vorrei sapere in che modo. Fino a che punto.”
Prende fiato un istante, deglutendo.
“So che si tratta di questioni personali e che ogni mia domanda in proposito potrebbe apparire pretenziosa, ma non… Non posso evitarlo,” continua, guardando l’altro dritto negli occhi.
“Naturalmente mi rendo conto di metterla in una posizione scomoda e le domando scusa fin da adesso. Non è mia abitudine entrare a gamba tesa nella vita degli altri, la prego di credermi. Non avrei mai voluto esser costretto…”
Si interrompe, tornando a spostare lo sguardo altrove. Tentando di concentrarsi sui gesti del barman, sul braccialetto che riflette la luce ad ogni movimento del polso.
Albert non può capire – spiegargli sarebbe inutile.
Sarebbero necessari anni di lavoro per ammorbidire le parole fino a renderle avvolgenti come il silenzio - affilate come il ghiaccio. Iniettare il bianco a piccole dosi giorno dopo giorno, ora.
Dopo ora.
Non è possibile.
Può solo sperare che lui gli risponda per incoscienza, o forse solo per spezzare quell’attesa di bagliori che si smorzano nel vapore. Tazze allineate sul banco e acqua che scorre fra le dita, il pulsante rosso di una lavastoviglie. Secondi che si sgranano lenti come un rosario, cuore che batte. Apnea.
Lo strusciare della sedia sul pavimento è una scossa violenta – quando Samuel distoglie lo sguardo Albert ha appena cambiato posizione e sta inspirando piano, sta per parlare.
"Non posso darle una risposta certa,” scandisce, mentre le labbra si curvano sulle sillabe come una moviola lenta. Terribile.
“Vivian non ha mai accettato di raccontare nulla e Björn non sa - non ha mai saputo.”
Immobile, Samuel chiude gli occhi.
“La mia opinione, per quanto possa valere, è che non abbia subito abusi fisici in prima persona ma che abbia comunque risentito profondamente dell'ambiente in cui è cresciuto. Non so dirle quanto fosse cosciente della situazione di suo fratello – non so nemmeno quando ne sia cosciente adesso. Ma è abbastanza inevitabile collegare la disfunzionalità con cui vive la sfera sessuale a tutto questo," conclude l’uomo, e non è tanto il tono asettico della voce a colpire i nervi. Non è neppure la morsa gelida del panico – la sensazione che nel mondo si stia scavando una falla irreparabile e che il passato stia colando nel presente come un veleno antico. Sapore amaro che brucia la bocca, nausea.
Ma è soprattutto la consapevolezza che una rassicurazione su quel punto non verrà mai offerta, a condensare nel dubbio tutto l’orrore possibile. A pretendere altro coraggio e altra forza, a divorare la volontà.
È come un mostro affamato, una lotta impari. Un gorgo senza fine che inghiotte nelle sue viscere ogni tentativo di risalita e vanifica qualunque sforzo mai compiuto.
Sembra che debba esserci sempre altro dolore, sotto la superficie appena esplorata, come se il dolore stesso non fosse sufficiente a racchiudere tutto quel bianco. Come se Vivian e Björn fossero davvero irraggiungibili, nel loro universo di rumori ovattati e di colori liquidi.
Una dimensione parallela che li tiene prigionieri e che confina altrove chiunque cerchi di toccarli. Di avvicinarsi.
“L’ultima volta che ci siamo visti avevo la presunzione di sapere tutto,” mormora Samuel, chiudendo le dita intorno a una tazza ormai fredda.
“Adesso invece sono pronto ad ascoltare,” continua, la voce arrochita da quella sensazione di impotenza spietata. Dalla certezza che anche il fatto di sapere non servirà a cambiare la realtà né a condividerla - che non servirà a niente.
Niente.
“Mi aiuti a capire come devo comportarmi con Vivian, la prego,” aggiunge, ma l’altro è un muro impenetrabile – unghie che graffiano la pietra senza scalfirla.
"Cosa vuole che le dica?” risponde, duramente. “Non sono il terapista di Vivian, non ho mai analizzato il suo caso da un punto di vista clinico. Conosco quel ragazzino da quando aveva sei anni e se anche pensassi che il sesso può essere una soluzione – cosa che non mi sentirei di dire in nessun caso – sicuramente non darei comunque il via libera a lei."
“Io non voglio nessun via libera, non...”
A fatica, lui deglutisce.
“Non è il sesso che mi interessa,” termina, ma nulla pesa più della consapevolezza che quell’affermazione non ha senso se non è mai stato capace di pensare a Björn senza desiderare il suo corpo. Se il bianco è una distesa unica, e se virare verso orizzonti più freddi avrebbe richiesto piuttosto un rispetto ancora maggiore.
Una delicatezza assoluta.
Eppure la pelle si increspa di brividi anche in quel momento, anche con quel nodo di dolore stretto in gola e con lo sguardo di Albert piantato dentro gli occhi.
Anche in una situazione del genere.
Premendosi la mano sulla fronte scosta indietro i capelli – sente le dita tremare. “Björn mi aveva detto che la madre è morta,” insiste, con un’ostinazione che a malapena riconosce come sua. Che neppure riesce del tutto a gestire – a sostenere. “Vivian con chi sta, al momento?” domanda ancora, mentre Albert cambia di nuovo posizione.
"Abitava con Björn, adesso vivo io con lui."
“Lei?”
“Sì.”
“E il padre?”
Silenzio.
"Il padre non ha il permesso di vederlo. È in carcere,” viene la risposta, irreale. Inaspettata come un pugno allo stomaco, priva di significato in quel suo primo impatto improvviso.
Samuel sbatte le ciglia – sente la voce incrinarsi.
“In carcere?”, ripete.
Ma ha già intuito, non c’è neppure bisogno che l’altro chiarisca: “Per quel che ha fatto a Björn.” Non c’è bisogno di veder comporsi il quadro – ogni tessera mancante al giusto posto. Un ordine agghiacciante nella sua consequenzialità perfetta, nella sua semplicità.
Ha provato molte volte a familiarizzare con il concetto di abusi ripetuti, Samuel – lentamente, giorno dopo giorno, ha cercato di immaginare l’assedio di qualcosa che tornava sempre. Ha avvicinato cautamente il volto di quell’uomo – si è imposto di visualizzarne lo sguardo per riuscire un giorno a sentirselo addosso come deve averlo sentito Björn. Per capire almeno un poco - un poco soltanto.
E poi ha collocato la sua figura nel quartiere, nella cerchia dei parenti o degli amici di famiglia. Nell’appartamento vicino.
Ma l’orrore ha una struttura fin troppo elementare – non è forse questo che ha sempre insegnato ai suoi studenti?
“Cristo…” sussurra, e le sillabe gli muoiono in gola senza che le labbra neppure si muovano. Da quel punto in avanti non c’è più nulla – la mente si ferma lì.
Ed è straziante, doverli lasciare entrambi.
Björn e Vivian.
Perché qualunque dolore non conta – non può contare, se la persona che ti ha violato per anni era la stessa che si muoveva in casa tua a ogni ora del giorno e della notte.
Se era il compagno di tua madre – il padre del tuo fratellino piccolo.
Il padre.
E Vivian, che forse non è cosciente. Forse lo è fin troppo.
Forse.
Non c’è più tempo – pensa.
Pensa all’inverno ormai finito, all’estate smisurata dei grattacieli e alle strade gremite di gente – alla musica degli stereo portati a braccio e al vorticare del mondo, ai mille venti.
All’aquilone immobile che appassisce nell’aria.
"Samuel?"
Sente i nervi contrarsi in un sussulto violento – solleva gli occhi di scatto.
Albert si è sporto in avanti, gli ha chiuso la mano sul polso. Per un attimo – senza motivo – è come morire. Frantumarsi in quella stretta - spezzarsi.
“Si sente bene?”
Potrebbe rispondere qualunque cosa e sarebbe comunque una bugia – se ne rende conto un attimo prima di annuire.
Quella domanda non ha senso, semplicemente, e non ha senso l’odore di caffè che si spande dal bancone. Non ha senso quel freddo – il battere incessante della pioggia contro il vetro.
“La ringrazio, Albert,” sussurra, mentre l’uomo allenta la stretta lasciandogli libero il braccio. “Per la disponibilità. E la pazienza.”
Non sa neppure quel che sta dicendo, eppure paradossalmente gli sembra di non esser mai stato tanto lucido. Sente le orecchie ronzare.
Eppure la voce dell’altro gli arriva forte e chiara – un’alternanza di suoni che scivola sulla pelle senza toccarla né inciderla.
“Non deve ringraziarmi, il fatto stesso che si sia preoccupato per Vivian in un certo senso mi rincuora. Non è un ragazzino semplice, da gestire,” ammette Albert – labbra che si muovono lentamente.
Lentamente.
“Ed è fragile, anche se può sforzarsi di dissimularlo. Le chiedo solo di tenere a mente questo.”
“Lo terrò a mente,” assicura Samuel, ma neanche quelle parole hanno senso.
La tazza del the è ancora piena – la superficie si increspa leggermente quando lui preme la mano sul bordo del tavolo per spingere indietro la sedia.
E la testa diventa leggera, dopo – si alza in piedi e il sangue sembra crollare in basso.
“Ancora una sola domanda,” mormora, quasi sottovoce. Come se parlare piano potesse servire ancora – servire a qualcosa.
La stanza si sta sciogliendo come cera, tutto intorno.
“Lui come sta?”
L’uomo ha distolto lo sguardo, intanto – sta infilandosi la giacca con i soliti movimenti misurati. Una manica.
L’altra, senza fretta.
"Sta meglio,” risponde. “Lo sento spesso, sembra più sereno. Sta seguendo un programma di psicoterapia, da qualche tempo,” aggiunge. “Erano anni, che non provava."
E anche quel momento scorre via senza far rumore, lasciando nella mente solo l’immagine della sua giacca che struscia sul collo. Dita che spianano la stoffa sistemandola sulle spalle – Albert ha ossa marcate e spigolose. Unghie cortissime. E Samuel lo guarda uscire sotto la pioggia domandandosi quale vita si sia lasciato alle spalle, quale storia. Cosa possa sentire adesso, rientrando in una casa non sua dopo una giornata di lavoro. Dopo quella conversazione, quel dolore rinnovato.
Chiude gli occhi, pensando a Vivian.
Vivian che con lui divide quelle stanze ma che neanche da lui si lascia fermare – Vivian che per Björn deve esser stato luce e tenebra, l’amore più grande. Il più grande dolore.
Ricorda di aver associato il suo sguardo alla purezza, un giorno: adesso sa che non era esatto, si trattava di qualcosa di ancora diverso.
Era il bianco della pelle di Björn, della sua neve e del suo cielo senza aquiloni.
Il bianco dell’infanzia massacrata – di silenzi che non sono mai stati linguaggi. Mai stati innocenza.
Ed era il limite – il punto oltre il quale non resta che tornare a sedersi di fronte a una tazza di the freddo e pregare che altri sappiano attraversare quella distesa di bianco al posto tuo.
Che le mani spigolose di Albert sappiano tenere sul palmo un fiocco di neve senza lasciarlo sciogliere e che un terapista sconosciuto, in qualche sconosciuto studio di New York, sappia ascoltare il tuo amore con pazienza. Con coraggio, e con forza.
Come tu – nella tua solitudine sorda - non hai saputo fare mai.






Vivian è sempre stato un mistero, per Albert.
Gli capitava di pensarlo già quando viveva a casa di Dom e quel bambino non era altro che l’amichetto di Keith – quando ancora nulla faceva sospettare che la sua famiglia fosse meno che perfetta, che suo fratello avesse problemi ben più gravi di una semplice timidezza. Quando lo guardavi e vedevi soltanto i capelli biondissimi, gli occhi azzurri luminosi e sinceri. La dolcezza dei sorrisi e lo sbaffo di cioccolata all’angolo delle labbra – la stoffa dei jeans sfilacciata sul ginocchio dopo una caduta.
Sembrava una bambola modellata in ogni minimo dettaglio: Mike era rimasto incantato, la prima volta che l’aveva visto. Come avere seduto al tavolo un cherubino – la frangia negli occhi e il cucchiaio affondato nella tazza di gelato.
Potevi raccontargli storie qualunque e stava ad ascoltarti rapito; potevi farlo ridere, fargli il solletico, e si rotolava tra i cuscini come un cucciolo. Keith al suo fianco era una presenza più inquieta, a volte – un colore meno deciso. Guardandoli l’uno vicino all’altro – iridi chiarissime e trasparenti accostate ad altre castane, più intense e concentrate – Albert si trovava spesso a pensare che crescendo sarebbero cambiati per forza. Che suo nipote sarebbe diventato un adolescente scostante, forse, più scontroso di quanto lui e Dom fossero mai stati, mentre Vivian avrebbe forse trasformato quella tenerezza in egoismo leggero. Distrazione.
Non saprebbe dire quando si sia accorto per la prima volta che le sue previsioni erano tanto sbagliate.
Non si è trattato solamente di scoprire la verità sulla sua situazione familiare – di ricordare il volto impassibile di Herman Osvik e rivedere la sua mano appoggiata sulla spalla di Björn. Immaginarla sulla testa di Vivian.
E non si è trattato neanche soltanto di riesaminare ogni informazione incamerata durante gli anni su quella storia e quel bambino – di recuperare indizi ignorati e rivedere comportamenti, mettere in prospettiva segnali inconfondibili.
Perché in un certo momento, qualcosa era successo. Qualcosa di graduale, forse – una crescita inevitabile come quella fisica, come l’allungarsi delle gambe e l’ispessirsi della voce – o forse lo spandersi nel sangue di qualche segreto ostile. Impossibile dirlo. Ma di colpo poteva succederti di scorgere sul viso di quel ragazzino un’espressione nuova, che non avevi mai visto: l’attimo dopo si era già sciolta nel solito sorriso ed era impossibile sapere se si fosse trattato solo di un’impressione fugace. Se l’ombra che intravedevi nei suoi occhi fosse il segno normale di un’adolescenza che cominciava a premere contro i confini del corpo, oppure il sintomo di qualcosa di più sinistro.
Era tutto già successo.
E Albert sa che avrebbero dovuto prestare più attenzione, almeno loro – almeno quando il segreto di Björn si era rivelato – ma la terra tremava sotto i piedi e l’unica cosa che il ragazzo si fosse portato dietro, fuggendo da quella casa, era la certezza che Vivian non fosse mai stato neanche sfiorato da quel che era accaduto a lui. Che non ci fosse stato nessun tocco troppo brusco, o troppo esitante – ambiguo. Nessuno sguardo sospetto.
Era stato solo quello, giurava, a tenerlo in piedi per tutto il tempo.
Albert non troverà mai il modo di espiare quell’ingenuità imperdonabile - non potrà mai lavare del tutto la coscienza della colpa di aver lasciato Vivian in quella situazione per mesi interi invece di convincere da subito Björn a compiere l’ultimo passo. Eppure, nonostante questo, resta il dubbio che anche un intervento immediato sarebbe stato comunque tardivo.
Forse, se avesse letto la storia di Björn sul suo viso la prima volta in cui l’aveva guardato negli occhi, da bambino, tutto sarebbe stato diverso. Forse sarebbe stato capace di intervenire, allora – o avrebbe potuto chiedere a qualcun altro, qualcuno adulto davvero, di agire al suo posto. Aiutarlo.
Ma Vivian è bravo a dissimulare gli incubi se non vuole ammettere di averne avuti. Lo fa adesso, quando passa la notte ad aggirarsi per casa e al mattino giura di aver dormito benissimo, e forse lo faceva anche allora. Ogni volta che sorrideva.
Ogni volta che intrecciava le dita con le sue, al momento di attraversare la strada.
A volte, osservando il ragazzo scontroso che entra ed esce di casa senza quasi salutare, Albert sente una nostalgia lancinante per la presenza di quel bambino. Un senso di mancanza che è diverso da tutte le altre, perché mescolato con una così grossa parte di senso di colpa e con un’ancora maggiore consapevolezza della propria viltà.
La nostalgia di Mike è un nodo di dolore che si stringe nello stomaco, con la stessa consistenza del panico. L’incapacità di prendere una decisione e tornare indietro, o andare avanti: muoversi oltre i confini di quel limbo.
La mancanza di Vivian è essenzialmente incompetenza, invece: se avesse ancora otto anni, sarebbe semplice prenderlo tra le braccia e raccontargli che tutto va bene.
Albert non sa toccare il suo corpo adulto, invece: è un tabù che pesa nell’aria e avvelena anche gli scambi più quotidiani.
Ogni volta che lo vede uscire, lo sguardo scivola automaticamente a calcolare l’aderenza degli abiti; ogni volta che lo guarda rientrare, è inevitabile affannarsi a registrare i cambiamenti avvenuti. Cercargli addosso i segni di quello che ha fatto – di cosa ha cercato. Cosa ha svenduto.
A volte, quando Vivian se ne accorge e sostiene la sua ispezione con il sorrisetto più strafottente, deve quasi farsi violenza per trattenersi dal colpirlo: uno schiaffo solo, secco. Per trovare nei suoi occhi la sorpresa, forse. Vederlo reagire.
In altri momenti, è la sua bellezza a stupire.
Ed è la commozione a chiudere la gola – il bisogno di accarezzargli i capelli e vestirlo di abiti più ampi, più morbidi, abbastanza caldi da scacciare tutto il freddo che gli resta incollato alla pelle. Passargli le mani sulle spalle e massaggiarle dolcemente, senza chiedere nulla. Senza giudicare.
Lo sapeva prima ancora di accettare la richiesta di Björn, che non sarebbe stato capace di ignorare le abitudini di Vivian. Non pensava però che il sesso avrebbe potuto metterlo tanto a disagio.
Quando quel pomeriggio Samuel Weldon ha ammesso di aver passato la notte con lui – di averci stretto un rapporto intimo - l’ondata di rabbia l’ha colto totalmente di sorpresa.
Perché non avrebbe alcun diritto di intromettersi, in fondo: quel ragazzino non è suo, non divide il suo sangue. Nessuno degli uomini che godono di quel che Vivian offre ha alcun obbligo nei suoi confronti, né Albert pretende che rendano conto a lui.
La sua disapprovazione è affare puramente privato, e ne è cosciente.
Ma Weldon non gli era sembrato il tipo, quella prima volta in cui si erano stretti la mano sotto il sorriso di Björn. Non sembrava il tipo l’incontro successivo, quando era impallidito nell’ascoltare il riassunto succinto di una storia che lui non era neanche pronto a raccontare. E ha continuato ad apparire totalmente incongruo anche per tutta la durata del loro ultimo colloquio, mentre faceva le domande giuste e riceveva in cambio risposte troppo secche.
Avrebbe voluto prenderlo a pugni, Albert.
Dirgli che era anche responsabilità sua, quel che è successo a Vivian – che pesa anche sulle sue spalle quell’adolescenza bruciata a inseguire chissà cosa. Corpi troppo spessi, arti pesanti. Un sesso brutale che non poteva fare alcun bene.
Non è stato facile, mantenersi impassibile.
Guardarlo negli occhi e non fare domande – non incitarlo ad aggiungere particolari, a raccontare altro di quei loro incontri. Capire cosa potessero avere trovato l’uno nell’altro di tanto importante da renderli periodici: un affare ripetuto, fino a trasformarsi in relazione.
E ha fatto male rendersi conto di non sapere nulla, in realtà. Nulla della vita di Vivian, delle persone che vede quando non è a casa e non sta rivivendo la propria innocenza in compagnia di Keith. L’ultima riserva d’infanzia.
Vorrebbe essere capace di domandarglielo.
Usare il tono giusto, quello morbido che non aggredisce nessuno, e chiedergli sinceramente cos’abbia visto in Weldon quella notte – cos’abbia trovato sotto le sue mani, nella sua pelle. Chiudere gli occhi, magari, e permettersi di immaginarli: non aggrovigliati nel letto, ma la mattina dopo insieme. A colazione, o ad accarezzarsi il viso. Sorridere.
Per quanto gli sembri irreale.
Per quanto sarebbe difficile, comunque, da sostenere.
Fermo sulla soglia della stanza, invece, osserva la luce del televisore avvolgere il viso del ragazzo – mettere in rilievo i suoi tratti, labbra naso occhi, rendendolo di colpo più vecchio e più bambino – e già sa che quando parlerà saranno le parole sbagliate, a formarsi sulla lingua.
“Oggi ho incontrato Samuel Weldon.”
C’è qualcosa in Vivian che urta il suo controllo: se n’è accorto fin dall’inizio della loro convivenza, che in certi momenti gli bastava incrociare il suo sguardo per sentire i nervi tendersi, la pazienza sfaldarsi, ma ancora adesso non saprebbe dire chiaramente di che si tratti.
Quando il ragazzino volta la testa verso di lui, è troppo lontano per leggergli gli occhi. Ha un corpo rigido, nonostante la posizione di rilassatezza costruita ad arte - le labbra serrate in un sorriso distante.
“Sì?” chiede. E non si può dire propriamente ostile.
Albert muove un passo avanti, però, e l’atmosfera sembra farsi comunque carica di tensione.
“Non sapevo che lo conoscessi,” dice, avvicinandosi lentamente alla poltrona. Il posacenere è ancora appoggiato sul tavolino, di fianco al bracciolo, e lui si sporge per avvicinarlo.
Si lascia andare contro lo schienale - allunga il braccio verso il pacchetto di sigarette.
“Neanche io sapevo che lo conoscessi tu,” sta rispondendo Vivian, intanto, con il solito tono strafottente di quanto sente un litigio nell’aria. Ed è inevitabile. Come abbandonarsi alla forza di gravità – prendere fiato e sentire battere il cuore.
Albert fa scattare l’accendino, con calma forzata. Prende la prima boccata di fumo – la trattiene in bocca.
“Me l’ha presentato tuo fratello,” afferma poi. Deliberatamente. “Quando uscivano insieme, sai.”
Non c’era l’intenzione di ferire, dietro quella precisazione, perché neanche per un secondo Albert ha creduto che Vivian si sarebbe prestato a qualcosa del genere se avesse saputo quel che legava Weldon a Björn. Eppure, è evidente che il ragazzino l’abbia recepita in quel modo.
Che sia quella, l’accusa a cui sta rispondendo.
“Che cazzo vorresti insinuare?”
Il cambiamento è immediato: svanita ogni apparenza di calma, sciolta la posizione languida. È bastato che Vivian si sporgesse di poco in avanti perché tutto, in lui, annunciasse l’intenzione di attaccare.
Per un attimo, la tentazione è di continuare a provocarlo fino a farlo spezzare.
Prendendo un respiro profondo, Albert si sforza invece di distogliere lo sguardo. Solleva una mano a sfregarsi la tempia, pensando che non era così che aveva immaginato la loro conversazione notturna.
Di nuovo, cerca in sé la forza di attraversare i metri che separano la sua poltrona dal divano su cui siede Vivian per passargli un braccio intorno alle spalle – spogliarsi della felpa che indossa per offrirla a lui. Trovare il modo di scaldarlo.
L’immagine è consolante e perfetta, ma nella sua mente Vivian ha ancora gli occhi di un bambino: Albert sa benissimo che basterebbe voltarsi per scoprirlo cresciuto, invece, e per trovare nel suo sguardo tutte le verità difficili da ammettere. Per vedere i pericoli che il ragazzino corre ogni volta che esce in strada e quelli che si porta impressi addosso, come un marchio che nessuno può ignorare.
La distanza tra loro è troppo grande: non si misura in metri ma in anni, e forse anche nel coraggio di affrontare se stessi. Nella diversa determinazione che ciascuno impiega per sfuggirsi.
“Non sto dicendo che sia stata colpa tua, Vivian,” mormora, a bassa voce. “Non l’ho mai pensato. E non ho mai pensato neanche che tu sapessi che c’era qualcosa tra loro, che…”
“Non lo sapevo, infatti. Non lo so neanche adesso, in realtà, perché nessuno mi ha ancora detto un cazzo di quale sia la posizione di Björn in tutto questo.”
Albert aggrotta le sopracciglia, voltandosi verso di lui. “Cosa vuoi dire?”
“Sam è innamorato perso. Proprio… perso. E Björn? Non mi aveva neanche mai detto di averlo incontrato, Albert!”
C’è qualcosa, nello sguardo di Vivian, che somiglia più all’indignazione che al senso di colpa. Il segno del silenzio – la ferita di un’insicurezza profonda che sta cercando radici.
Per la prima volta da quando ha raccolto la confessione di Weldon, Albert si trova a considerare anche il vissuto di Vivian, in tutto questo. A pensare come deve essersi sentito nello scoprire che quell’uomo era parte della vita di Björn – una parte mai immaginata.
Deve essersi trattato di un tradimento anche per lui, forse: la consapevolezza che suo fratello gli avesse tenuto segreta una cosa importante, e che il proprio passo falso fosse dovuto almeno in parte alla sua omissione.
“Björn non è abituato ad affrontare certi argomenti,” risponde, quietamente. “Non te ne ha parlato perché non avrebbe saputo cosa dirti, Vivian. Tu e lui avete modi troppo diversi di vivere le stesse cose.”
“Perché?” ribatte il ragazzino, alzandosi in piedi. “Solo per il fatto che scopo in giro non credi che io possa capire? Che Björn possa fidarsi?”
“Non si tratta di fiducia. Sono sicuro che se gli chiedessi, sarebbe più che disposto a raccontarti tutto.”
L’altro scuote il capo, voltandosi verso la finestra.
La televisione è ancora accesa – un brusio di sottofondo che risulta quasi confortante, perché impedisce al silenzio di sedimentarsi. Anche la disposizione delle ombre sarebbe del tutto diversa, se ci fosse soltanto la luce della strada a illuminare la stanza.
Sembrerebbe tutto più intimo, forse. O forse soltanto più crudele.
Il buio ha sempre reso Vivian più piccolo. Più fragile.
Bagnandosi le labbra, Albert preme la sigaretta nel posacenere.
“Devi dirglielo, ora che lo sai,” mormora poi, quasi controvoglia. “Non puoi tacere su questo, Vivian. Non è giusto.”
“Lo so,” è la risposta, quieta.
Lui prende un respiro profondo, prima di proseguire.
“Hai intenzione di vederlo ancora?”
La voce suona quasi estranea, fuori dalla sua testa: troppo dura, di nuovo, troppo secca.
Sembra rivestita di giudizi e preconcetti anche quando avrebbe voluto porre un semplice interrogativo: anche se veniva solo dalla preoccupazione, e dal desiderio sincero di capire. Quando Vivian si volta, i suoi movimenti sembrano ancora più bruschi. I suoi lineamenti più spigolosi, i sensi più attenti.
“Perché non dovrei più volerlo vedere?” domanda, come in una sfida. “Solo perché conosce Björn? C’è l’esclusiva?”
“Vivian.”
“No, davvero. Spiegami. Chi credi di essere?”
Il ragazzino muove la testa, e i capelli spostandosi catturano la luce.
Hanno riflessi freddi, azzurri alieni e quasi bianchi, e forse è questo che lo disturba fin da quando ha messo piede in quella casa per viverci – fin da quando Vivian ha deciso di eleggerlo a nemico e gli ha regalato il volto che getta in faccia a tutti.
Il bambino che teneva suo nipote per mano aveva occhi chiarissimi e caldi: dieci anni dopo, quell’azzurro si è trasformato in ghiaccio ed è quasi doloroso, da guardare. Quasi un insulto.
“Non sai niente di me, non hai mai voluto saperlo. Avevi le risposte già pronte a tutte le domande che facevi, giusto? Non c’era neanche bisogno di ascoltarmi. Ti bastava guardarmi in faccia, per avere la tua diagnosi.”
“Sei tu quello che si ostina a tenere in piedi una maschera, Vivian. Come se fossi una cosa soltanto, e basta.”
“E cosa sarei, quindi? Una puttana?” Il ragazzino ride, muovendo un passo indietro. “Per questo non mi vuoi vicino a Samuel? Hai paura che lo contamini, che poi non sia più all’altezza di Björn?”
“Ho paura di come reagirà Björn quando saprà che la prima persona con cui ha trovato il coraggio di mettersi in gioco ha passato gli ultimi mesi a portarsi a letto suo fratello,” ribatte lui, francamente. “E ho ancora più paura di come potrebbe reagire se dovesse sapere che quella persona e suo fratello hanno proseguito comunque. Anche dopo aver saputo.”
Per un attimo, da Vivian non viene nessuna risposta.
Si è immobilizzato, ma i muscoli non sembrano più tesi come per prepararsi all’attacco; gli occhi sono fissi su di lui, ma non paiono vederlo e il volto è inespressivo – più spoglio di quanto Albert l’abbia mai visto, forse – e anche il respiro è lento.
Quasi calmo.
“Non ti è neanche passato per l’anticamera del cervello, vero, che forse non stavamo scopando,” dice poi, con lo stesso tono delle conversazioni più quotidiane. “Non dico che io potessi non provarci, ma che lui potesse non essere interessato almeno. Che magari abbia altre ragioni per tenermi intorno. Non pensarci proprio, al sesso.”
Ed è come se le parole non avessero senso, all’inizio. Non perché sia impossibile processarle, o dar loro credito, ma perché tutta l’attenzione è concentrata sul comprendere quel cambiamento di tono. Capire perché la tranquillità improvvisa di Vivian sia più allarmante della sua rabbia – del senso di tradimento che traspariva dalle sue parole quando parlava di Björn.
L’istante successivo il significato del discorso prende finalmente corpo, però – ed è come se un peso si sollevasse improvvisamente dalle spalle, e un pugno affondasse bruscamente nello stomaco.
“Ha detto che avete passato la notte insieme,” sussurra, incredulo.
“Ho dormito con lui. Non mi ha mai toccato.” Un mezzo sorriso. “Sam è convinto che io sia l’incarnazione dell’innocenza, per qualche assurda ragione.”
È strano come il mondo sembri farsi di colpo incomprensibile e al tempo stesso tornare perfettamente coerente: Albert ricorda lo sguardo di Weldon mentre chiedeva di Vivian e riesce finalmente a trovare il giusto nome per l’emozione intravista. Intuire il tipo di paura, il tipo di amore.
L’uomo che si è innamorato di Björn senza averlo mai potuto sfiorare – il folle che si è illuso di poterlo guarire soltanto scrivendone la storia, soffrendo il suo dolore nella mente – non avrebbe mai avuto mani capaci di toccare Vivian con la forza che il ragazzino sembra chiedere. Non avrebbe saputo articolare il disprezzo, ordinargli una posizione.
E per un attimo è dolce sapere che forse a lui è stato possibile scorgere ancora il calore, negli occhi di Vivian. Spogliarlo della maschera per ritrovarlo bambino.
Subito dopo, quello stesso pensiero porta invidia. E lo stomaco, di nuovo, torna a chiudersi intorno alla propria colpa.
“Che c’è? Questa nuova informazione è troppo improbabile per incastrarsi nella tua diagnosi perfetta, dottore?” domanda il ragazzino, il tono di nuovo sferzante. E forse è la sua voce – quella risata ferma in gola che in altri momenti si trasformerebbe in singhiozzo mentre nel presente sfoga solo un divertimento macabro.
Forse è lo sguardo – luminoso e indignato, troppo orgoglioso per ammettere quanto abbia fatto male l’ennesimo tradimento.
O forse è soltanto quell’epiteto. Dottore. E tutti i litigi che nel corso degli anni ha accompagnato – tutte le volte che Albert se l’è sentito scagliare addosso come un insulto.
Ma per un attimo è quasi possibile vedere Mike, ritto in piedi alle spalle di Vivian. Sentire la sua rabbia pulsare nell’aria, vedere i suoi nervi tendersi sotto la pelle.
Mike ha sempre avuto una maniera più intensa di gestire il dolore: più facile sentirlo urlare, piuttosto che raccogliere sussurri. Più facile vedere libri volare e soprammobili schiantarsi a terra, esplodere in frammenti impossibili da radunare. Come la loro storia.
Ma adesso – adesso che Albert si è trovato a inciampare in una mina imprevista, adesso che deve ammettere la propria sconfitta – è quasi facile andare oltre quelle differenze superficiali per trovare i tratti comuni, più profondi. Reali.
Vivian e Mike si sono sempre somigliati nella facilità con cui sanno conquistare il mondo con un semplice sorriso – la fiducia che riescono a vincere senza neanche sforzarsi troppo, senza muoversi fuori dal tracciato stabilito. Hanno lo stesso entusiasmo e la stessa forza e lui ha sempre pensato che fosse questo a renderli tanto compatibili. Questo, a farli andare tanto d’accordo – ad avvicinarli.
Non aveva mai sospettato che anche nella loro fragilità, invece, potessero essere tanto simili. Lentamente prende un respiro profondo - chiude gli occhi, scuote piano la testa.
È strano rendersi conto di un proprio sbaglio in maniera così improvvisa. Di solito gli succede gradualmente, riflettendo – mettendo insieme i dati e aggiustando le proprie conclusioni.
Adesso invece è tutto in movimento e non c’è tempo di scegliere con cura le proprie mosse – non c’è tempo di progettare un intervento.
Chiedere scusa non è sufficiente, ma si tratta forse di un passaggio inevitabile.
“Non ho mai pensato che tu fossi una puttana, Vivian,” dice.
Dal ragazzino, solo uno sbuffo incredulo.
Lui solleva una mano per zittirlo ma si ferma in tempo - ammorbidisce il gesto.
E non cerca di dare l’inflessione giusta alla propria voce, poi - non tenta di esprimere una tenerezza che sa di non poter rendere, di indovinare parole che non esistono o che lui almeno non saprebbe trovare.
È parte della sua condanna, forse, non imboccare mai la strada giusta per raggiungere certe persone. Fare il possibile per stare al loro passo - cercare di riconoscerle, di comprenderle – e finire invece per ferirle ogni volta che solleva una mano per proteggerle. Lasciarle cadere quando dovrebbe allungare il braccio per afferrarle, invece.
Riaprendo gli occhi, torna a fissare il volto impassibile di Vivian. Appoggia le mani sul bracciolo della poltrona – stringe appena la presa.
“Tutti gli insulti che mi hai messo in bocca… Non sono mai stati miei. Non mi appartengono.”
L’altro rovescia gli occhi al cielo, prevedibilmente, e lui cerca di immaginare come avrebbe reagito Mike se avesse cercato di parlargli con questa stessa franchezza in una qualunque delle discussioni che hanno logorato la loro storia. Avrebbe contrapposto lo stesso scetticismo o sarebbe stato più semplice, recuperare la sua fiducia?
Sarebbe stato possibile deviare il tracciato della crisi – mettervi un tampone, risolverla – o ogni strada alternativa era già stata preclusa?
Improvvisamente, l’eco dei troppi litigi osservati da quella stessa prospettiva appare intollerabile: immobile a qualche passo da lui, Vivian ha una postura più incerta di quella che assumeva sempre Mike in quei momenti, ma la situazione è la stessa. E non si possono fare certi discorsi restando seduti in poltrona, guardando il proprio interlocutore come da una platea.
È necessario alzasi in piedi, invece, a propria volta.
Muovere un passo avanti, senza troppa fretta.
Senza bruciare ogni possibilità, e senza lasciarle spegnere prima ancora di averle tenute tra le dita.
“Dico davvero, Vivian,” mormora, fermandosi a qualche metro di distanza. Incastrando gli occhi nei suoi, con fermezza, e schiarendosi la gola.
“Ogni volta che esci di casa vestito in un certo modo – ogni volta che mi dici quello che hai intenzione di fare, o che me lo fai capire. Ogni volta che ti dico qualcosa, che cerco di impormi. È solo perché ho paura.” Prende fiato, lentamente. “So che non sei più un bambino. E so che non sei mai stato il mio bambino. Ma tu e Björn siete parte della mia famiglia, e non posso evitare l’impulso di proteggervi. Tutti e due, non solo Björn,” aggiunge, perché a volte sembra che sia quello il problema più grosso.
Il primo tradimento inghiottito a fatica – la prima ferita che abbia infettato il loro rapporto.
Sono successe molte cose, nel frattempo - Albert non l’ha registrato subito - ma in retrospettiva gli è accaduto spesso di pensare che quel bambino abbia smesso di sorridergli apertamente quando le porte della propria casa si sono aperte per accogliere Björn. Richiudendosi subito dopo, poi, per lasciare fuori lui.
“Siete troppo diversi, però, e se Björn ha bisogno di qualcuno che lo incoraggi… Tu hai bisogno di qualcuno che ti freni. Perché non è sbagliato quello che fai, Vivian – non è peccato. Ma non risolve niente. Non cura. E io non sono capace di lasciarti andare dritto per la tua strada sapendo che ogni volta che ti fai toccare da qualcuno, ti stai facendo del male. Consapevolmente.”
Esita, poi, indeciso se fermarsi o aggiungere l’ultima precisazione.
Vivian sembra disposto ad ascoltare, però, e lui si inumidisce le labbra. Abbassa appena la voce, la rende più morbida.
“Quando Samuel Weldon mi ha detto di averti conosciuto, oggi pomeriggio – quando ho creduto che aveste quel tipo di relazione… Ho disprezzato lui, Vivian, ma non ho mai pensato che fosse colpa tua. C’è una ragione se i rapporti sessuali con i minorenni sono vietati dalla legge. E non è certo la protezione degli adulti.”
Che quello sia un terreno pericoloso lo sa benissimo, Albert - ha passato la vita a discutere con gente che la pensava in modo diverso, che si concentrava solo sull’aspetto erotico di simili rapporti e adduceva come giustificazione fulgide eccezioni al livello di maturità degli adolescenti comuni.
La tesi più inflazionata era che esistano persone capaci di assumersi le proprie responsabilità molto presto – di valutare i rischi e decidere se correrli o meno senza trasformarsi necessariamente in prede di coscienze già formate.
Ma lui è sempre rimasto della sua idea – non gli piacevano le relazioni che Raven da ragazzino intrecciava con persone più adulte e non poteva che disapprovare privatamente la storia che suo migliore amico aveva da sempre con un uomo più vecchio di trent’anni.
Anche se Gabriel non era mai stato un adolescente normale, ed Ethan non era il tipo di persona che godeva di certi disequilibri, la sua crescita è stata comunque segnata profondamente da quella disparità di esperienze.
L’adolescenza è un’età troppo fragile, in bilico tra correnti contrastanti e violente: mettere il proprio corpo nelle mani di un’altra persona non resta mai un’esperienza esclusivamente fisica - passando suoi tuoi fianchi, le dita dell’altro modellano anche il tuo carattere, il tuo approccio al sesso. Alla vita.
Vivian, da questo lato, presenta una situazione ancora più complessa.
Perché chiunque l’abbia toccato, nel corso degli anni – chiunque l’abbia anche solo guardato quando era tanto giovane da poter essere considerato bambino – ha dato una spinta troppo brusca alla sua crescita e ha lasciato un segno inevitabile che non lo condanna di certo, ma che comunque non potrà mai del tutto sbiadire.
È questo che Albert vorrebbe essere capace di spiegargli senza lasciare spazio ai fraintendimenti – senza insultare l’indipendenza del ragazzino, o accusarlo di essere immaturo. Senza che la propria preoccupazione possa somigliare a possessività, invece che a istinto di protezione.
“Nessuno dice che stai facendo qualcosa di sbagliato, Vivian. Ma lo sai anche tu, credo, che è pericoloso,” mormora infine, in tono quasi sommesso.
Per un attimo, sembra che l’altro non abbia intenzione di rispondere.
Distoglie lo sguardo, voltando il viso verso la finestra – incrocia le braccia sul petto, affonda i denti nel labbro.
“Samuel non potrebbe mai farmi del male,” dice poi, convinto. “Non so che razza di istinto tu possa avere, per pensare che lui potrebbe essere una minaccia. È la persona più buona che io abbia mai conosciuto.”
“Non sapevo come spiegarmelo, infatti,” ammette Albert. “Ma non mi sentivo disposto a correre rischi, mi dispiace.” Pausa. “Dovrò scusarmi con lui. Non l’ho trattato molto bene.”
E ha tutta l’intenzione di mantenere quella promessa, domattina. Qualunque cosa Weldon possa aver pensato del suo atteggiamento, sicuramente è ben lontano dall’immaginare le vere ragioni e lui si concede un attimo per rimpiangere la propria durezza. Per ripensare a certi momenti – certi sguardi.
Subito dopo, però, il presente torna a reclamare tutta la sua attenzione e lui sa che non può lasciarsi sfuggire la possibilità di affrontare seriamente, in toni pacati e maturi, la questione che sta alla base di ogni braccio di ferro tra lui e Vivian. Di ogni discussione, fra loro.
“Non avrei dovuto saltare a conclusioni affrettate con Samuel, Vivian. Hai ragione,” inizia, con fermezza. “Ma il problema rimane. Perché posso essermi sbagliato in questo caso, ma…” Esita. “Non mi sono inventato tutto il resto. E sono davvero preoccupato.”
“Lo so,” è la risposta. “Ma non devi, credo. Non così tanto.”
Lui trattiene un sospiro. “Viv….”
“No, davvero.” Quando il ragazzino torna a voltarsi ha un’espressione determinata sul viso – lo sguardo più presente di qualche minuto prima, il tono più convinto. “Le cose sono cambiate, adesso. Da quando ho incontrato Sam, e… Ho smesso di fare certe cazzate.”
Preso in contropiede, lui lo guarda sorpreso. “Come?”
“Ho anche lasciato il Black Velvet,” aggiunge Vivian. E Albert si lascia cadere seduto sul divano, sbattendo le ciglia.
Incredulo, si passa una mano sulla bocca.
“Da quando?”
“Qualche mese.”
“Qualche mese? E non hai pensato di dirmi niente?”
“Non volevo darti la soddisfazione,” risponde l’altro, guardandolo negli occhi. “Non era una cosa che riguardava te. Non l’ho fatto perché tu non volevi che continuassi. È stata una decisione mia, e…”
Vivian si interrompe, e Albert non può fare altro che rimpiangere ancora una volta la propria incapacità di relazionarsi con caratteri tanto decisi. Gli viene naturale, in quei casi, forzare la mano come se l’orgoglio fosse un animale da domare invece che una qualità da accudire con dolcezza, lasciandola libera di esprimersi e di crescere.
Ha compiuto lo stesso errore con Mike, troppe volte. Avrebbe dovuto imparare dai propri sbagli – evitare che certe dinamiche si ripetessero, costringendo un altro rapporto in una strada senza uscita.
“Non avrei pensato che l’avevi fatto per me, Vivian,” mormora, sinceramente. “Non l’avrei neanche voluto. Il fatto che sia stato tu a deciderlo è molto più importante.”
“Non c’è bisogno che lo trasformi in un atto eroico,” commenta però il ragazzino, in fretta. “Ho solo deciso che era ora di smettere. Poi, non mi andava di mentire a Sam. E non potevo dirgli che…”
Si interrompe. Distoglie lo sguardo.
Lui si schiarisce la voce.
“È per questo che hai smesso anche il resto?” domanda, cautamente. “Il… sesso anonimo, se ti riferivi a quello.”
“No.” Vivian si passa la lingua sulle labbra, incerto.
In quel momento, forse per via della luce che lo sfiora appena entrando dalla finestra – forse per l’espressione quasi assorta, concentrata – sembra di nuovo terribilmente giovane. Quasi bambino.
“No?”
“Non ho smesso proprio per quello.”
Albert tace, lasciandogli spazio per decidere se andare avanti. Come proseguire.
Non avrebbe mai pensato che sarebbe stato facile cedere a Vivian il controllo della loro conversazione, quando un’ora fa si è alzato dal letto deciso ad affrontarlo una volta per tutte, ma adesso è solo naturale aspettare di vedere quali siano le sue scelte. Quali confidenze si conceda di condividere – quali mosse.
Quando lo vede scrollare le spalle, ancora, sa già che non riceverà una risposta precisa.
Vivian si volta verso di lui e non lo guarda negli occhi - si infila una ciocca di capelli dietro l’orecchio, come per avere qualcosa con cui impegnare le dita.
“Non ne avevo semplicemente più voglia, credo,” dice infine, con un tono quasi leggero. Qualunque.
Ed è evidente in ogni sua espressione, che non dirà altro su quell’argomento. Che probabilmente non avvicinerà più nessun’altra questione – non ora, almeno. Non subito.
Ma la disinvoltura che esibisce adesso è molto diversa da quella che mostrava prima, come scudo eretto per nascondere una ferita. Non si tratta più di un’arma difensiva – o se lo è, non è più lui il nemico.
Albert lo sa e non può che essergli grato, in qualche modo, per quel privilegio.
È strano, in fondo, perché tutto ha avuto origine da un fraintendimento: ha passato la serata intera a riflettere su quella situazione, cercando di calmare la rabbia e di mettere in prospettiva le informazioni raccolte. Quando ha deciso di affrontare il ragazzino, lui e Vivian hanno rischiato di litigare seriamente – di rovinare tutto davvero, una volta per tutte.
Ora, osservando dal basso l’espressione del suo viso, non può che sperare che quella tregua regga, invece. Che si trasformi in qualcosa di stabile – che permetta a entrambi di recuperare la fiducia di un tempo.
Quando Vivian viene a sedersi sul divano – accucciato contro il bracciolo opposto, ma comunque vicino – è come una conferma.
E Albert sa che dovrebbe incoraggiarlo ad andare a letto.
Sa che sarebbe il caso che si alzasse lui stesso – che tornasse in camera, cercasse di dormire.
Ma c’è qualcosa di dolce, in quel momento, e forse è questo che serve a volte, per riparare i danni causati dalla propria distrazione.
Un silenzio condiviso, respiri quieti che si sovrappongono nel buio.
E nessun bisogno di cercare parole.
Nessun’accusa goffa a cui dover rispondere, da cui doversi difendere.
Contro la parete della stanza, Vivian è soltanto un profilo tratteggiato dalla luce, e lui espira piano fiato che tratteneva da troppo tempo.
Chiude gli occhi, poi.
E appoggiando la nuca contro lo schienale, lascia che la notte prosegua. Senza darle scadenze. Né orari.
Senza nessuna fretta.



































































































































































































































































































































































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CAPITOLO 93

Dec. 4th, 2010 09:38 pm
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93
Dylan - Verso casa





Dylan aveva impiegato un po’ a focalizzare la realtà, quando si era svegliato.
Dalla finestra filtravano strisce di luce – lui si era stiracchiato nel tepore della coperta e aveva sbadigliato languidamente, aveva socchiuso le ciglia.
Era già giorno, forse, o forse appena l’alba.
Forse stava ancora dormendo e quel senso di benessere pigro faceva parte di un sogno non ancora concluso – magari il mondo era una favola e lui ci viveva dentro. Magari era tornato a casa.
Aveva sbattuto le ciglia, fissando il globo immobile della lampadina.
Gli sembrava di non sentirsi così bene da un tempo incalcolabile eppure era come se qualcosa sfuggisse, nel frattempo – come se un filo sottile di sabbia scendesse lento da un cono all’altro della clessidra e il tempo aspettasse di avventarglisi addosso a un qualche varco. Quale varco?
E che stanza era quella – dov’era Ash?
Di colpo era scattato a sedere sul materasso, aveva fermato il respiro.
Rosenfield – aveva realizzato subito, sentendo i muscoli tendersi come corde. Sentendo il cuore piombare in gola, le pupille allargarsi nel vuoto.
Jude.
Si era voltato d’istinto prima ancora di collegare quel nome a un qualche ricordo ma le lenzuola apparivano spiegazzate, al suo fianco, e il cuscino sembrava intatto.
La stanza vuota, tutto intorno.
Ed erano arrivate in quel momento le immagini – luce più bianca offuscata dal sonno e frammenti di parole sussurrate mentre lui ancora sonnecchiava. Le labbra di Jude premute sulla tempia, la voce curvata sulle cifre di un orario assurdo. Sette e mezza, forse - un appuntamento con sua sorella e un qualche genere di invito. Pranzo? A casa sua?
Quella mattina Dylan l’aveva ritrovato così, il senso del suo vivere in bilico da un lato all’altro dello specchio: tensione e abbandono, appartenenza e alienazione.
Il vorticare di contraddizioni faceva quasi girare la testa e lui aveva spostato lo sguardo sul proprio corpo solo per ritrovare l’immagine delle gambe nude - torace e fianchi e braccia, pelle bianchissima. Le cosce appiccicose.
Ripensare alla notte precedente era stato inevitabile a quel punto – a nulla era servito sforzarsi di distogliere la mente o tentare di concentrarsi su qualcosa di più immediato. Accendersi una sigaretta o arrotolarsi i capelli fra le dita - mordicchiarsi le unghie.
Non funzionava.
Perché nel ricordo Jude aveva mani bellissime e lui non avrebbe mai pensato che sarebbero risaltate così tanto sul suo corpo - non avrebbe mai creduto possibile che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a toccarlo senza lasciargli segni sulla pelle e non sa più liberarsi dall’immagine dei propri pugni agganciati alla testiera del letto. Da quella insistente della schiena di Jude curvata nel rilievo delle vertebre e dalla vertigine di chiedersi quante volte Raven abbia socchiuso gli occhi su quella stessa prospettiva - il solletico dei capelli sulla pancia. La percezione dei suoi palmi sulle anche - sulle natiche.
È assurdo.
Ieri sera sembrava tutto fin troppo giusto mentre adesso il rimpianto di non essersi preso tempo per studiare il corpo di Jude è come un grido incastrato in gola – nostalgia che scava nel petto e spegne lentamente ogni colore.
Non lo vedrà mai più, e non può neanche portarsi dietro la fotografia dei suoi fianchi.
Non sarebbe capace di riconoscerlo dalla mappatura dei nei, dalle cicatrici, e non ha idea di quale sapore possa avere il suo piacere. Non sa nulla, di lui.
Eppure mai si era sentito tanto vicino a qualcuno, durante il sesso - mai si era lasciato sciogliere in quel modo. Mai aveva concesso a qualcun altro tanta fiducia e mai il piacere era stato così intenso, sorprendente.
Gli avrebbe preparato la colazione, se fosse rimasto.
A volte lo faceva per Ash, la mattina, e certe cose gli mancano ancora da morire.
Forse sarebbe riuscito a non svegliarlo, mentre aspettava che il caffè si scaldasse sulla piastra, o magari gli sarebbe tornato vicino per sporgersi a baciarlo sulla fronte - magari lui avrebbe aperto gli occhi, lo avrebbe attirato sul letto. Magari la caffettiera si sarebbe bruciata sul fuoco, nel frattempo, o forse sarebbe bruciato direttamente tutto quanto. Unendo le sopracciglia in un’espressione grave, Dylan affonda la guancia nel cuscino.
In fondo è stato meglio che Jude sia andato via mentre lui dormiva – non sarebbe stato capace di stargli accanto senza cercare di nuovo il contatto con le sue labbra. Era già difficile prima - adesso è qualcosa di ancora diverso: la differenza fra respirare e soffocare - un confine netto.
Definitivo.
Sa perfettamente che basterebbe un passo – occhi che si incontrano per caso o lo sfregare involontario del ginocchio contro il suo, l’immagine dei capelli dentro il colletto della camicia. La voglia di scostare i ciuffi e premere le labbra su quel lembo di pelle - camminargli davanti per sentirsi il suo sguardo addosso.
Non può concedersi certe fantasie – pensarci fa solo ancora più male.
E fa male anche continuare a fissare il telefono con la speranza che lui chiami, con la paura che lo faccia. Con l’illusione assurda che possa farlo Raven – che siano insieme. Che ogni problema si sia magicamente risolto nella notte come l’incantesimo fragile di qualche fiaba a lieto fine – una realtà senza quella nostalgia struggente di tutto. Senza quel nodo in gola.
Vorrebbe qualcosa in cui potersi cullare, adesso.
Qualcosa di diverso dalla percezione delle labbra di Jude sulla pelle, però – un abbraccio meno avvolgente. Forse gli serve compagnia – sentir parlare Vivian e affondare distrattamente il cucchiaio in uno dei suoi gelati con cialde. Forse ha bisogno di suo fratello, invece – Ash come era una volta.
Ash con le cuffie incollate alle orecchie e la quotidianità rassicurante di passargli accanto senza che la pelle si increspi di brividi, senza dover immaginare le mani del fotografo sui suoi fianchi e sentirne la pressione sui propri. Senza la paura di addormentarglisi vicino.
Quando il cellulare inizia a suonare, però, lui si ritrova in piedi di fronte al tavolo senza sapere neppure come sia successo: le coperte scivolano sul pavimento, le spalle sono tese. Rigide.
E il cuore batte veloce mentre gli occhi si posano sul quadrato del display, mentre il panico si addensa nel petto come un gelo che cresce. Come un morso.
“Jude,” sussurra.
Forse le labbra non si sono mosse, forse è stato solo un respiro. Il suono del suo nome ripetuto mentalmente e i simboli luminosi delle lettere a confermare che basterebbe premere quel pulsante per lasciarsi sciogliere di nuovo. Dalla sua voce, prima – e poi dalle sue mani.
Basterebbe rispondere.
Trattenendo il respiro Dylan chiude gli occhi, invece. Perchè il silenzio di Raven era troppo profondo, quella sera – perchè se anche lui si fosse sporto a baciarlo non sarebbe servito e non sarebbe servito toccarlo, accarezzargli i capelli. Neanche morire sul sedile della sua macchina sarebbe servito a niente – l’unica cosa che potrà mai fare per lui. Per Jude. È non rispondere.
Lo sa perfettamente, questo.
Non. Rispondere.
Non saprebbe dire per quanto tempo gli squilli abbiano continuato a crivellare il silenzio, in seguito - sa soltanto che si sente sfinito, che ha freddo. Un freddo lucido. Strano.
Tornare a raggomitolarsi sul letto non è davvero una decisione – il corpo sembra cercare da solo una tana in cui nascondersi e lui si accorge di aver indossato di nuovo la maglia bianca solo quando sente la stoffa arrotolarsi sui fianchi.
Vorrebbe fumare ancora, se soltanto trovasse la forza di raggiungere il tabacco. Se trovasse il coraggio - spegnere il telefono.
Non si muove, invece.
E resta a fissare il quadro sulla parete – la testa sepolta nel cuscino – sforzandosi di immaginare un giorno di sole e una casa di campagna, le mani di un pittore.
Non un pittore di professione, però - un vecchio ferroviere.
Ha lavorato tutta la vita nelle stazioni e adesso dipinge nature morte – non ha molto altro con cui occupare il tempo. Non gli restano troppi anni, non ha figli né nipoti. Però da giovane era bellissimo, capelli scuri scuri e occhi di un nero profondo. Di un nero insondabile.
Raven.
Serrando con forza le palpebre, Dylan ingoia la voglia di piangere. La voglia di pensare ancora a lui – sfogliare con la mente i ritratti custoditi nella memoria e giocare a farli combaciare di nuovo con le fotografie di Jude.
Ci ha trascorso notti intere, in quel modo, recuperando dai ricordi spezzoni di immagini e sovrapponendo ai contorni del corpo di Raven i chiaroscuri delle stampe appese alle pareti. Provando a disegnare il suo sorriso sulla propria pelle.
Adesso è soltanto un’agonia, invece.
E si rigira sotto le coperte, cercando una posizione diversa. Getta via il cuscino e lo recupera subito dopo – si tira a sedere sul materasso. Torna a distendersi, a voltarsi.
Non può farcela – è evidente.
Non può farcela perché il telefono ha ripreso a squillare e ogni suono è un pugno allo stomaco che ne prepara un altro - che divora la volontà e tende i nervi come corde.
Che allerta i muscoli, preparandoli allo scatto.
Dylan spalanca gli occhi, quando si accorge che il pollice sta già premendo sul pulsante verde del cellulare: ma è lo scarto di un istante – il ritmo del suono che si interrompe e lo spegnersi improvviso delle luci sul display.
Un silenzio quasi irreale, improvviso.
Panico.
Dopo, i movimenti esplodono di colpo con la frenesia disperata di tutta l’energia contratta in ore di attesa. Dita che scorrono veloci sui tasti e polsi che tremano come foglie – l’alternarsi soffuso di squilli più lontani. Lacrime che scendono, rapide.
“Dee?”
La voce di Chris è la stessa di sempre, ed è come un incubo che si spezza nello schiudersi delle ciglia. Svegliarsi a casa, ritrovare prospettive e paesaggi.
Ritrovare se stesso.
Per un attimo, il sollievo è così intenso che non lascia spazio neppure a una risposta - neanche al respiro.
“Dee, mi senti?”
Sa che dovrebbe dire qualcosa – il tono dell’amico è già allarmato e sono passati mesi, dall’ultima volta che si sono visti. Mesi di messaggi a cui lui non ha risposto, registrati in segreteria o abbreviati dentro lo spazio ristretto di un sms. Mesi di silenzio voluto.
A Chris quella telefonata deve essere piombata addosso come una doccia fredda eppure non sembra arrabbiato – non pare neanche intenzionato a riattaccargli il telefono in faccia, stranamente.
“Stai bene? Che succede?” domanda invece, ancora.
Ma lui riesce a rispondere solo un “Ciao” stentato prima che qualunque altra parola si infranga contro la pressione della mano sulla bocca. Prima che il pianto minacci di sciogliersi contro la sua stessa volontà, facendolo sentire ancora più bambino. Ancora più stupido.
“Dylan,” sospira l’altro, come se tirasse il fiato. “C’è qualcosa che non va, che hai fatto?”
“Ho combinato un casino…”
“Che casino?”
“Uno dei miei…” è la risposta, quasi incomprensibile. Confusa.
Eppure Dylan sa che quello è sufficiente a fugare dalla mente di Chris ogni possibile ipotesi cruenta – non c’è quasi bisogno di dirgli altro per instradarlo nella giusta direzione. Suggerirgli il problema.
Non può fare a meno di pensare che sia perfino rassicurante, finalmente, poter parlare a qualcuno senza esser costretto per forza a spiegare tutto quanto. Avere la certezza che l’altro ti conosce abbastanza da capire anche così. Senza parole.
Lasciandosi scivolare lungo la parete si siede per terra, quindi – si preme la mano sulla fronte, concedendosi un respiro più profondo.
“Puoi venire?” domanda.
In realtà neanche si rende conto di quel che gli sta chiedendo - quasi fatica a orientarsi quando lui ribatte, senza scomporsi: “Sei ancora a Rosenfield? Nella stessa pensione che hai detto a tua madre?”
“Sì, a Rosenfield…” conferma, quasi stupito. E vorrebbe riuscire a pronunciare quel nome senza che il pensiero di Raven torni a chiudere la gola – senza che la nostalgia di Jude crolli addosso con quella violenza. Con quella capacità distruttiva, paurosa.
“Puoi venire?” insiste, come se da quello dipendesse la sua stessa sopravvivenza. Come se restare da solo per altro tempo volesse dire morire, o impazzire.
O crollare.
Dall’altra parte del telefono l’amico sembra esitare un istante di troppo, però - un istante che precipita Dylan nel panico più totale.
Non gli era mai capitato di reagire in maniera tanto irrazionale, prima - mai in modo così istintivo e illogico. Assurdo.
“Devo sistemare un paio di cose, prima,” lo sente dire, cautamente. “Avvertire i tuoi, e Alan, e non so neanche quanto posso metterci, in auto. Pensi di riuscire a reggere?”
“Chris, ti prego…” geme allora, disperato. Senza riuscire a trattenersi né a farsi forza – senza riuscire a non tremare.
In qualunque altra situazione si odierebbe, per comportarsi così - adesso invece gli sembra di non avere altra scelta, semplicemente. Nessuna alternativa.
“Per favore, potrebbe telefonarmi di nuovo!” singhiozza, tirandosi subito in piedi. “Potrebbe telefonarmi e io stavolta risponderei, già prima stavo per farlo! Avevo già il pollice sul tasto verde, capisci? Avevo il pollice sul tasto verde!”
“Dee per favore, ascoltami. Prendi un respiro profondo e cerca di concentrarti sulla mia voce, va bene? Mi senti?”
“No!”
“Beh, sarà il caso che cominci a farlo, allora,” sbotta l’altro, la voce improvvisamente dura. “Perché in questo casino ti sei cacciato da solo e forse se non mi avessi evitato mesi interi avrei potuto esserti d’aiuto per tempo, ma adesso il massimo che posso fare è mettermi in macchina per venire a prenderti e non posso farlo finché tu continui ad avere una crisi isterica al telefono. Ok?”
Silenzio.
“Ok, Dylan?”
È raro che Chris gli parli con quel tono – succede solo quando non trova altri mezzi per costringerlo a ragionare e lui lo sa benissimo, sa che non è davvero arrabbiato.
Eppure è strano, perché funziona sempre: qualunque approccio di quel tipo non fallisce mai nel tentativo di farlo rabbrividire, di rendergli lucidità. Soprattutto quando si tratta di Chris - lui che normalmente è soltanto carezze fra i capelli e braccia forti in cui lasciarsi cullare. Parole sussurrate all’orecchio, declinate in sorrisi leggeri.
Chiudendo gli occhi, Dylan si impone di calmarsi.
“Okay,” sussurra.
Sedendosi sul bordo del letto scosta il ricevitore dall’orecchio per allontanarsi i capelli dal viso, per permettersi di inspirare più a fondo.
“Okay,” ripete.
“Perfetto.”
E non è realmente tranquillo – non ha rilassato le spalle e sente ancora freddo ma almeno pare che le lacrime si siano asciugate, adesso, e che la voce di Chris sia tornata di nuovo normale. Meno autoritaria, e certamente più dolce di pochi istanti prima. Più vera, in un certo senso.
“Ascolta,” gli sta dicendo, mentre lui si raggomitola nel lenzuolo. “Non so davvero quando riuscirò ad arrivare – farò il prima possibile, ma ci vorrà qualche ora comunque. E ho bisogno di sapere che tu te ne starai buono ad aspettarmi senza fare cazzate - pensi di potermelo promettere?”
“Credo,” è la risposta, appena abbozzata. Ma lentamente il respiro si sta sciogliendo e neanche il fatto di accorgersi che sta lampeggiando l’avviso di un sms, quando conclude la telefonata, riesce a precipitarlo ancora nell’angoscia furiosa che ha caratterizzato le ultime ore.
Il cuore schizza in gola come al solito ma le dita non tremano mentre lui preme i tasti per aprire il messaggio. Mentre legge, lentamente, chiudendo poi gli occhi sul nome di Jude. Su quelle quattro lettere scritte in stampatello, alla fine di una lista di domande prevedibili e a loro modo commoventi. Un po’ dolci e un po’ vigliacche - tenere.
Molto *da lui, in fondo.
Sto bene, risponde.
Le dita corrono rapide sulla tastiera e gli occhi si gonfiano ancora di lacrime mentre le frasi si formano una ad una, quasi da sole.
Stavolta non è pianto, però – somiglia più a una specie di addio silenzioso. La consapevolezza di un distacco che è comunque una sua responsabilità - il dono più importante che potrà mai fare a qualcuno. Qualcosa di prezioso.
Ti voglio bene, Jude. Ti vorrò bene per sempre.
Dopo, spegnere il telefono è come graffiarsi la pelle con le unghie. Come togliersi da solo il respiro – togliersi aria.
Il resto della mattinata Dylan lo trascorre così, immobile sul letto a fissare la finestra senza riuscire più a formulare alcun pensiero cosciente. Dimenticandosi perfino della promessa di Chris, delle ore che scorrono e che spostano le lancette dell’orologio, piano, un millimetro dopo l’altro. Un respiro. Dopo l’altro.
Quasi lo coglie di sorpresa, il bussare deciso di colpi alla porta. La memoria che mette a fuoco gli ultimi eventi, il sollievo infinito di aprire per ritrovarsi davanti l’unica persona che non avrebbe mai creduto possibile incontrare in quel posto.
In quella città, nella sua nuova vita.
“Chris…” sussurra.
Lui indossa un giubbotto nero – un paio di stivali scuri - e sembra avere negli occhi ogni sorriso di Ash, ogni dolore e ogni silenzio. Ogni sua parola sulle labbra - sulla pelle.
D’improvviso, la nostalgia è così lacerante che Dylan sente quasi fermarsi il cuore. Fermarsi il mondo, intorno a sé.
“Scusa, scusa se non ti ho mai risposto,” esclama, gettandogli le braccia al collo senza preoccuparsi minimamente della maglia. Del tizio che sta attraversando il corridoio di fronte a loro, o di quanto potrebbe apparire infantile quella sua reazione agli occhi dell’amico. Agli occhi di chiunque, a ben vedere.
“Avrei voluto farlo credimi, soprattutto in certe sere. Non hai idea, Chris, a volte è stato difficile da morire. Mi sei mancato così tanto… Mi dispiace per tutto, anche per non averti salutato. O per non averti detto niente, mai. Mi dispiace per essere quello che sono… Non avrei dovuto chiederti di venire, mi dispiace da impazzire… Sono così felice che sei qui, finalmente…”
Ama il suo odore – è qualcosa di così familiare da far girare la testa.
Lo amava quando era piccolo e si lasciava abbracciare davanti a un film del terrore – lo amava quando aveva quindici anni e quell’odore voleva dire sesso, la scoperta di universi inesplorati. L’illusione di sentirsi bellissimo - di sentirsi grande.
“Mi sei mancato anche tu,” mormora l’altro, baciandogli la tempia. “Se fai un’altra volta una stronzata del genere giuro che ti vengo dietro solo per ucciderti,” aggiunge.
Ma Dylan sa che non che non avrà rancore da presentargli né alcun rimprovero da muovergli - sa che gli parlerà dolcemente. Che si occuperà di lui - come sempre.
“Stai bene?” domanda infatti, spingendolo dentro la stanza. E anche quel semplice gesto è rassicurante – delegare a qualcuno il compito di dirigere i tuoi passi. Non doversi occupare di chiudere la porta, neanche, perché ci ha già pensato lui. Perché lui pensa sempre a tutto – da una vita.
Spingendosi la maglia sulle ginocchia, Dylan scrolla appena le spalle.
“Sono un po’ fuori allenamento, Dee, quindi temo dovrai tradurre,” sospira l’altro lasciandosi cadere sul letto. “Questo è un silenzio alla ‘non ho voglia di parlarne’, o alla ‘fammi domande più precise’?”
“Hm…”
È una peculiarità di Chris anche quella – il modo in cui riesce sempre a metterlo alle strette. Offrirgli strade obbligate, scelte semplici. Bianco o nero.
Le mille sfumature delle foto di Jude, da quel punto di vista, sembrano labirinti di percorsi inestricabili. Fiato sospeso, sempre.
“Credo che sto male,” sussurra lui, e pensa che avrebbe bisogno di abbracciarlo di nuovo. Pensa che vorrebbe chiedergli di Ash, chiederglielo mentre se ne sta raggomitolato contro il suo corpo. Fra le sue braccia.
Ma è troppo presto, forse – forse il coraggio non ha ancora messo radici abbastanza solide. O forse è che da solo non sarà mai capace di addentrarvisi, Dylan, nei terreni scivolosi di quell’argomento. Forse adesso sta davvero troppo male - non ha ancora spalle abbastanza forti. Un respiro abbastanza fluido.
Scrolla piano la testa, deglutendo a fatica.
“Non lo so,” è tutto quel che riesce a concludere.
Chris si sta guardando intorno, nel frattempo, e lui si accorge che in quel punto preciso si era seduto anche Jude, la sera prima. Che pochi centimetri più a destra aveva incastrato il corpo fra le sue gambe – che potrebbero esserci ancora tracce di sesso fra le lenzuola.
Arrossisce di colpo, raddrizzando la schiena.
“Devi andare in bagno?” domanda, prima di ricordarsi che si tratta di Chris e che non ha nessuna speranza di farlo alzare con quello stratagemma. Che così probabilmente riuscirà soltanto a tradirsi – che all’amico basterà guardalo in faccia per intuire cosa sia successo su quel letto.
“Oppure vuoi che ti prepari un caffè?” cerca di rimediare subito. In fretta.
Perché poi si stia comportando con tanta riservatezza non sa neanche spiegarselo – ha sempre raccontato qualunque cosa, a Chris, specialmente quando si trattava di avventure erotiche. A volte si è perfino domandato se il piacere vero non stesse nel riferire a lui ogni particolare, più che nel fatto di viverlo. Ingigantire le descrizioni e ridacchiare e vederlo ruotare gli occhi al cielo.
Adesso Jude sembra essere una faccenda decisamente privata, invece.
E forse Dylan è perfino un po’ geloso – forse certe cose ha bisogno di tenerle per sé ancora qualche altro minuto.
“Avrei anche una lattina di birra, se preferisci…” balbetta, arrossendo.
Che Chris abbia già intuito tutto è più che evidente ma per fortuna si limita a chiedere, sollevando il mento in direzione del cumulo di contenitori accatastati per terra: “Piena o vuota?”
Ridacchia, quindi, e Dylan si lascia cadere sul materasso vicino a lui.
“D’accordo,” sospira, lanciandogli un’occhiata veloce. “La mia vita è un casino completo.”
“È per il tipo che ti stava chiamando stamattina?”
“Anche…” risponde, prima di piegare il ginocchio e incastrare la gamba sotto il sedere – prima di poggiare la guancia sul petto dell’amico e sentire il suo braccio avvolgere la schiena.
Chiudere gli occhi e inspirare il suo odore - rilassare le spalle.
È così strano stare in quella stanza con Chris – pensare a tutte le volte che ha desiderato la sua presenza e sentir battere il suo cuore contro l’orecchio, adesso. Anche Rosenfield sembra meno estranea d’improvviso – Dylan potrebbe uscire con lui e camminare per le strade fermandosi a ogni vetrina. Potrebbe aver voglia di suonare ancora in qualche locale, di accamparsi a fumare nel parco. Giocare a riconoscere le razze dei cani, per strada.
Si rende conto che se dovesse portarlo a vedere la città non saprebbe cosa mostrargli a parte il divano di Jude – a parte il suo malessere continuo e quell’unico angolo di pace. Quel senso di appartenenza immotivato. Illogico.
“E quindi chi sarebbe il tizio, che crimine ha commesso?” domanda Chris, scostandogli le trecce dal viso. “È etero? Sposato?”
“No, lui ha…” Esitazione. “Ha litigato col suo ragazzo,” viene la risposta, quasi bisbigliata. “Perché non voleva fare sesso con me…”
“Ha litigato con il suo ragazzo perché non voleva fare sesso con te?”
“È complicato, Chris…” mormora lui, e non è più neanche solo questione di pudore. Non è che davvero voglia tenere Chris fuori da quella storia – cambierebbe forse il modo di raccontare, rispetto al solito, ma di fronte all’amico aprirsi è sempre stato fin troppo facile. Naturale, quasi.
Il problema sta piuttosto nel fatto che quella faccenda complicata lo è davvero – che forse è necessario aver affondato lo sguardo negli occhi di Raven per poter comprendere, o aver visto in che modo si definiscono i muscoli sulle sue spalle. Averlo sentito parlare, conoscere l’esatta sfumatura della sua pelle. I suoi lineamenti.
Per questo quando l’altro sospira, rassegnato: “Già, l’avevo intuito. Chi dei due non voleva fare sesso con te, tra l’altro? Lui o il suo ragazzo?”, Dylan non trova nient’altro da rispondere a parte un flebile: “Raven è un pellerossa.”
Non trova nulla di più importante che sostituire il suo nome a quella locuzione vaga, perché sentir chiamare Raven il suo ragazzo è troppo strano. Perché non rappresenta niente e scava un taglio nettissimo fra ciò che è stato e quel che d’ora in avanti sarà la sua vita senza di lui. Senza Jude.
E fa male, tanto.
Fa anche una paura terribile, in certi momenti, come se rendesse il distacco non solo fisico ma anche più profondo. Come se la notte scorsa non ci fosse mai stata e non ci fosse stato quel bacio in macchina con Raven - come se lui non gli avesse sorriso in quel modo, passandogli lo spinello.
“Cioè, non è che sia proprio completamente pellerossa,” si sente quindi in dovere di specificare, mentre Chris lo osserva allibito. “Di sicuro ha più sangue nativo che altro nelle vene, però…” Si interrompe, di colpo.
Accorgersi di aver ripetuto le esatte parole che lui gli aveva detto la prima sera che erano usciti insieme lo coglie di sorpresa, ma è anche lo sguardo dell’amico a lasciarlo perplesso.
“Pellerossa?” domanda Chris, raddrizzando la schiena. “Nel senso di… Apache? Cheyenne? Capelli e occhi scuri?”
Stringendosi nelle spalle, lui scrolla piano la testa.
“Non so esattamente a quale tribù appartenga,” risponde, e pensa che anche quello è un rimpianto da aggiungere alla lista delle cose lasciate in sospeso: non essersi mai preso il tempo per fare più domande, scavare a fondo.
Tutto scivolava in secondo piano, con Raven – bastava la sua presenza perché il mondo intero si concentrasse su stimoli immediati. Camminava e il modo in cui camminava ti riempiva la mente – parlava, e rimanevi incantato ad ascoltare le sue parole. Era come se ti rapisse, in qualche modo - o come se ti inglobasse dolcemente.
Lentamente.
“Comunque sì,” aggiunge, mordendosi forte il labbro. “Pellerossa…”
Chissà poi perché solo l’idea sembra avere la capacità di togliergli il respiro – è sempre stato così, da che ricordi. Per qualche strana ragione la faccenda sembra suscitare in Chris uno stupore quasi spropositato, al contrario.
“Di solito i pellerossa non sono biondi…” sta meditando, assorto.
Voltandosi sul fianco, Dylan lo guarda senza capire.
“Mh?”
“È tinto, sto tizio?”
“Oh,” esala lui, focalizzando finalmente la questione. Affrettandosi a nascondere il viso fra i capelli, imbarazzato. Un po’ incredulo, anche.
Gli riesce difficile, ora, riconoscere se stesso nel ragazzino che catalogava l’universo maschile in base al colore dei capelli.
“Nono, non è esattamente biondo…” farfuglia, mentre Chris sogghigna divertito.
“Non esattamente biondo? E cosa vorrebbe dire, non esattamente biondo?”
Ma lui non risponde, mentre i denti affondano nel labbro ancora più nervosamente. Mentre da dietro le trecce azzarda un’occhiata cauta in direzione dell’amico, tornando ad arrossire di nuovo.
“Chris…” mormora infine, a voce bassissima. “L’hai mai fatto con due ragazzi, tu?”
“Io?”
“Due ragazzi insieme, voglio dire…” chiarisce.
Non ha idea del perché quella domanda gli sia uscita così, senza alcun legame col discorso precedente e senza che lui l’avesse quasi preventivata.
Ci sono cose di cui neanche sei cosciente fino a quando non ti trovi davanti qualcuno che le tue fragilità le conosce quasi tutte – qualcuno che conosce la tua infanzia e il tuo riflesso, la parte di te che hai lasciato in un’altra città.
La metà più giusta.
Il dubbio è sempre stato lì ma non c’era il petto di Chris su cui appoggiare la testa e non c’erano le sue braccia intorno ai fianchi. Non c’era il coraggio di domandarsi se non sia stato lui a sbagliare qualcosa, quella sera - a non coordinarsi con gli altri due.
“Ti hanno proposto qualcosa del genere?” domanda però l’amico, e il cuore inizia a battere più veloce. Il disagio cresce – i pugni si chiudono - e d’improvviso è come se il tizio della discoteca fosse di nuovo lì. Come se il suo fiato scivolasse ancora sul collo, nell’orecchio.
Puttana.
Un po’ a fatica lui deglutisce, abbassando in fretta la testa per nascondere il viso nei capelli.
“Credo di esser stato io, in realtà…” bisbiglia.
E forse è per quello che Jude è fuggito - probabilmente lui non ha saputo dosare gli equilibri e ha finito per rubargli la sua parte di scena. Forse si è spinto troppo a forza fra di loro, finendo per confondere ruoli già stabiliti e minando le interazioni – imponendo la propria volontà su entrambi. Non l’ha fatto apposta.
A malapena si rendeva conto di quel che stava accadendo, quella sera – il corpo si muoveva d’istinto e la mente sembrava incapace di connettersi alla situazione. Resta il fatto che ha sbagliato tutto, però. Che si sente come un ragazzino che abbia giocato a fare l’adulto senza esserne capace – un perfetto idiota.
Qualcuno a cui dover badare, più che un possibile amante.
“Dee, ehi. Calma,” dice Chris, facendo scivolare la mano lungo la sua schiena. “Non c’è nulla di male, l’importante è che fosse quello che tu volevi e che non ti sia fatto forzare da nessuno.”
“Non so che mi passasse per la testa…” è tutto quel che lui trova da rispondere, perché le domande premono in gola ma solo l’idea di chiedere a Chris se secondo lui abbia sbagliato a infilare la mano fra le gambe di Jude lo fa sentire ancora peggio. E non trova il coraggio di confessargli che se qualcuno si fosse azzardato a infilarla fra le sue gambe, una mano, lui sarebbe probabilmente venuto subito. Che avrebbe concluso il suo personale apporto alla serata nel più imbarazzante dei modi e che magari Jude deve averlo intuito. Che è troppo puttana anche per fare la puttana.
È quasi comico, in fondo.
“Hai voglia di raccontarmi?”
Trattiene a stento la voglia di piangere, quando Chris comincia a muovere cerchi lenti sulla sua schiena.
“Non so bene cosa dire, in realtà,” sussurra, rabbrividendo. “È che mi sembra di bermi sempre il cervello, con loro…”
“Ti piacciono davvero così tanto? Tutti e due?”
“Mh.”
Silenzio.
“Ed è diverso,” aggiunge, cautamente, quasi testando per la prima volta quel concetto. Con un po’ di timore, anche – una specie di riverenza sacra.
“Non so spiegartelo, ma Jude e Raven sono una cosa diversa da Jude o da Raven,” tenta di spiegare, un po’ confusamente. “Non più forte, solo… Diversa, ” conclude, rendendosi conto per primo di non esser riuscito a dire nulla. Di averlo soltanto sfiorato vagamente, il punto, e di sembrare forse anche completamente pazzo.
Lasciando andare un sospiro frustrato, scrolla la testa con disappunto.
“Diverso,” ripete, ma Chris si affretta ad annuire.
“Okay…” mormora, con il tono di chi si è rassegnato a non capirci nulla. “E sei sicuro che non si possa risolvere in nessun modo, questo casino?”
“No!”
Pausa – tesa.
Un sospiro, dopo, come a tentare di sciogliere i nervi.
“Loro stavano bene, prima che arrivassi io,” dice Dylan, nervosamente. “Adesso Jude ha paura, invece, e Raven non lo capisce più. E hanno discusso, e hanno detto cose che non dovevano dire. E hanno dovuto occuparsi anche di me, nel frattempo, e io non voglio che Raven sia nervoso. Non voglio che Jude abbia paura e non voglio…”
“E quindi torni a casa con me?” viene la domanda, del tutto inattesa.
Una pugnalata nel petto – sussulto improvviso.
“Con te?” ripete lui, raddrizzando di colpo la schiena. “A casa?”
“Perché qual era il tuo piano, scusa, che mi hai chiamato a fare?”
Ma Dylan non aveva alcun piano in mente – non ha giustificazioni per aver chiesto a Chris di raggiungerlo a parte il panico irrazionale di un istante. A parte il bisogno di averlo vicino – lasciarsi abbracciare.
Per un momento il cambio di prospettiva è talmente veloce da fermargli il cuore – la reazione istintiva è quella di rifugiarsi sul divano di Jude ed è una vertigine paurosa ricordarsi che non può farlo. Che non potrà farlo mai più, che in ogni caso deve andarsene da Rosenfield e che comunque c’è sempre suo fratello ad aspettarlo, allo sbocco di ogni strada.
Che tutti i percorsi finiscono sempre per portare da lui, inevitabilmente.
“Ash cosa… Come sta?” domanda, quasi senza voce.
Il momento è arrivato, e fa paura come sempre.
Come sempre sembra chiamarlo a sé, di contro, gonfiando gli occhi di lacrime e addolcendo la nostalgia. Rendendola morbida, avvolgente.
“Sta bene,” risponde Chris, e Dylan abbassa in fretta lo sguardo. “Gli ho già detto che venivo a prenderti, fra l’altro.”
“Glielo hai già detto?”
“Non avrei dovuto?”
Ha sbagliato, e se ne rende conto solo adesso.
Solo ora capisce che non era logico aspettarsi niente di diverso – Chris non poteva prescindere da suo fratello o dalla loro città, dal passato.
Ed è di nuovo lì, Dylan: al punto di partenza.
Con qualche cicatrice in più e con un nuovo bagaglio di nostalgie, con quella voglia suicida di tornarci davvero, a casa. Con il bisogno di scappare ancora più lontano.
Abbandonando le spalle contro la parete si domanda a cosa sia servito, e la sola risposta che riesce a darsi sono le labbra di Raven. Le mani di Jude sul suo corpo – il respiro.
Nulla serve a calmare quel senso di vertigine, però – il vuoto non si riempie. Non basta.
“Lui che ha detto?” sussurra, e la voce trema appena mentre la testa si rovescia all’indietro – mentre gli occhi si chiudono piano. Troppo, piano.
“Era preoccupato. Sapeva che non saresti tornato se non fosse successo qualcosa di brutto e credo abbia pensato a un incidente, all’inizio. L’ho rassicurato dicendogli che fisicamente stavi bene.”
Ash – pensa Dylan. E sta per piangere.
Sta per piangere perché non c’era lui a rassicurarlo, e non c’è stato per mesi interi. Non gli ha preparato la colazione e non si è addormentato nel loro letto, non gli si è seduto vicino quando si sentiva solo. Perché vorrebbe non averlo mai dovuto lasciare e perché vorrebbe non esser costretto a tornare da lui - perché Ash fa male in ogni modo, e non ha importanza se ci saranno altri schiaffi sul viso o se il dolore resterà chiuso in gola come in uno scrigno.
Non ha mai voluto difendersi da lui - piuttosto, non ha mai saputo come difendere suo fratello da se stesso.
E adesso non ha scelta – solo il pensiero che Ash lo stia aspettando chiude di riflesso ogni possibilità di restare a Rosenfield. O di allontanarsi ancora – partire verso altre mete.
Scappare.
“Ho paura, Chris…” mormora, sentendo scendere le lacrime.
Ma è impossibile spiegargli che non si tratta solo di quello – che la voglia di tornare è altrettanto forte e che anche quella potrebbe uccidere. Che non sa più come orientarsi fra la sconfinata libertà degli occhi di Raven e il legame assoluto con Ash - fra due mondi così diversi.
“Posso farti solo una domanda?” mormora Chris, e lui è quasi sul punto di scrollare la testa. “Non voglio che tu mi dica perché te ne sei andato, non sono affari miei.” Pausa. “Vorrei solo sapere se c’entrava Ash. Solo questo.”
“Sì,” risponde piano.
Ma non aggiunge altro perché quando manca la forza di guardarsi allo specchio diventa importante riconoscersi negli occhi di un amico, e quando da solo non sai muovere nessun passo è fondamentale che qualcuno ti prenda per mano.
Perché Chris è l’unica persona con cui ancora è possibile sentirsi innocente – sentirsi pulito.
E perché certe cose non puoi dirle a nessuno – puoi solo sperare che tacciano. Fingere che non esistano e sistemare le valigie – prepararti a tornare.
Forse ci sono modi meno vigliacchi per affrontare le paure.
Ma Dylan si limita a poggiare la testa sulla spalla di Chris - ad aspettare che lui lo accarezzi di nuovo e a nascondere il viso nella sua camicia come faceva da piccolo. A lasciarsi abbracciare. E a pensare che alla fine anche quello è già un ritorno – guardarsi indietro e ritrovare spazi di pace. Odori e gesti antichi – sollievo. E paura.
Forse, davvero, il primo passo verso casa.

























































































































































































































































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92
David - E venne la guerra*





“Judith? Velocemente, grazie.”
Occhi che si spalancano in una curva di mascara nero, schiena che si raddrizza di scatto.
“Mh?”
Seno. Sparato di colpo nello scollo della camicetta.
“Oh sì, certo... Sì... Buongiorno avvocato...”
“Ho detto velocemente.”
“Velocemente, sì...”
Non vuol neanche saperlo, David, cosa stia succedendo alle sue spalle.
Ha già attraversato l’anticamera dello studio, sta già addentrandosi lungo il corridoio. Le dita sono già chiuse sui bottoni della giacca mentre dalla scrivania di Judith arrivano fruscii concitati di carta e stoffa, lo sbattere scomposto di cassetti. Il respiro strozzato di chi è appena inciampato da qualche parte, e si è probabilmente appena storto una caviglia.
È così ogni giorno. Ogni volta che entra in quell’ufficio, da anni.
Verrebbe in effetti da chiederselo, cosa diamine facciano i suoi collaboratori mentre lui è assente. Se Judith passi il tempo a vaneggiare una notte di passione con l’attore della sua soap preferita o se Herrera si abbandoni a Morfeo sognando tutti i documentari naturalistici della sua collezione.
David ha fretta, però – ha sempre fretta, quando arriva allo studio.
E se generalmente manca proprio il tempo materiale per farsi certe domande – che il bisogno di caffé è urgente, la mattina, e finché Judith non gli ha fatto il punto della situazione può cordialmente scordarsi che gli venga servita la sua agognata razione di caffeina – oggi invece è proprio la voglia, a mancare.
Ha per la testa ben altri pensieri – il processo, in primo luogo, e la Jaguar fuori uso. Le parole di Megan, che perseguono nell’odioso vizio di affacciarsi alla mente in ogni istante della giornata. Che si ripetono a ciclo continuo, cristallizzate in una specie di maledizione oscura.
Ma soprattutto – soprattutto – sono gli avvenimenti dell’altra sera ad aver scosso profondamente il suo equilibrio.
“Alloradunque, ha telefonato Carter...” ansima Judith, zoppicandogli dietro con i suoi appunti volanti.
“Solo le cose importanti, sia gentile.”
“Mh, sì. Weldon, quindi. Pare che non sia ancora riuscito a contattarla...”
“Ho detto le cose importanti, maledizione!” esclama lui, spalancando la porta della stanza. “Parlo arabo, forse?”
“Sua figlia?” azzarda allora la ragazza, e lui si volta di scatto. Solleva le sopracciglia – la giacca ancora infilata alle maniche.
“Mia figlia cosa?”
“Ha telefonato,” viene la risposta, surreale, prima che Judith si corregga in fretta. “Cioè, la babysitter di sua figlia... Ha chiamato un’ora fa...”
David si sente sbiancare.
“Per avvertire che la banca non sembra averle accreditato ancora il bonifico, questo mese...” termina l’altra, prima che lui strattoni via la giacca e la getti malamente sul divano. Prima che sbatta accendino e sigarette sulla scrivania - un gesto improvviso quanto rabbioso.
Insofferente.
“Fanculo la banca!” sbotta, mentre la ragazza sussulta lasciando cadere a terra il suo mucchio di foglietti scarabocchiati. Mentre si china in fretta a raccoglierli – la scollatura pericolosamente in bilico sull’orlo di un minuscolo bottone.
Voltandole le spalle, David lascia andare una risata incredula.
“Cazzo, è da manicomio!” sibila. “Domani si apre il fottuto processo del secolo e lei mi viene a parlare delle rivendicazioni sindacali di una stupida babysitter! Mi viene a parlare di Carter, e delle paranoie di Weldon, e mi obbliga a perdere il mio preziosissimo tempo preoccupandomi di quanto impiegherà il bottone della sua camicetta ad alzare bandiera bianca, si rende conto?”
Immediatamente Judith arrossisce, raddrizzando la schiena di scatto.
“Oh, al diavolo!” taglia corto lui, e aggira la scrivania per lasciarsi cadere sulla poltrona.
Accende la sigaretta – movimenti bruschi. Fumo che invade i polmoni, amaro.
“Mi porti questo dannato caffé, piuttosto,” conclude, agitando la mano con un movimento infastidito.
Non gli era mai successo che un processo lo innervosisse a tal punto – la pressione esterna è fortissima e c’è da aspettarsi che si inasprisca maggiormente, d’ora in avanti, eppure non è questo il problema reale: David è abituato a gestire aspettative e responsabilità, è perfettamente in grado di tenere sotto controllo i giornalisti e non ha mai avuto particolari difficoltà nell’affrancarsi dalle ingombranti interferenze del suocero.
Stavolta sembra sia il proprio personale equilibrio, invece, che sta faticando a stabilizzare.
Perché che si metta a parlare delle galline di sua nonna a quella che doveva esser la sua preda non è normale, e non è normale che abbia finito per cercare l’opinione di un ragazzino in merito a questioni che neppure dovrebbero essere messe in discussione.
Non è normale la debolezza che ha mostrato con Keith – quel bisogno suicida di svestire ogni maschera e la speranza insensata che lui avrebbe potuto capire. Offrirgli una direzione percorribile, un’alternativa.
La rabbia lascia in bocca il gusto amaro delle sconfitte peggiori, se soltanto la mente si concede di ripercorrere le tappe di quella storia: un qualunque adolescente negli spogliatoi della piscina e il normale istinto predatorio che lascia spazio alla decisione illogica di risparmiare proprio lui. Lasciarlo andare, senza nessuna ragione apparente.
Vivian, poi, con le sue confessioni sibilline: immaginavo si trattasse di Keith, so di chi stai parlando, lo conosco di vista. Affermare che già da quel momento lui non avesse intuito la loro amicizia sarebbe poco onesto, come sarebbe una menzogna dire che non avesse scelto deliberatamente di ignorare la questione. Far finta di nulla, anche in quella circostanza.
E poi l’inconcludenza assurda delle interazioni – un diciottenne evidentemente confuso che sembra chiedertelo in ogni modo, di metterlo alle strette. Di abbattere le difese e sollevarlo dalla responsabilità di scelte scomode, sedurlo e basta.
Sarebbe stato fin troppo facile, per lui. Eppure no.
Perché c’era la voglia di giocare, metterlo alla prova. Testare le sue reazioni e scavare più a fondo, sfidarlo. Conoscerlo.
Avrebbe dovuto capirlo fin da quel momento che una scopata non può valere tanto disturbo, neanche se il ragazzino è evidentemente alla sua prima esperienza e l’idea di mettere le mani su qualcosa che nessuno ha mai toccato rappresenta uno stimolo irrinunciabile. Proprio per quello.
Sarebbe bastato un briciolo appena di strategia, per portarlo a letto già quella prima sera. E ne sarebbe stata sufficiente ancor meno dopo, quando è stato lui stesso ad avvicinarsi: c’è qualcosa che non funziona, se invece di scoparti un ragazzino che ti si mette alle calcagna di sua spontanea volontà ti impegni a parlarci come faresti con tua figlia. Se gli chiedi coraggio e fiducia quando sai benissimo che coraggio e fiducia non puoi aspettarti, perché il suo problema sei tu. Perché quel che pensa di te lo immaginavi, eppure hai fatto in modo che arrivasse a dirtelo in faccia. Guardandoti negli occhi.
E tu lo sai, che c’è dell’altro. Che non è stato solo Vivian – che quasi mai ti sei preoccupato di conoscere il nome del corpo che prendevi né ti ha mai attraversato uno scrupolo di coscienza per chi nel frattempo lasciavi a casa, per chi hai sposato. Per chi hai creduto di amare, o per chi hai amato davvero.
Ha fatto male, e questo brucia.
Come brucia la rabbia di averlo sempre in testa, quel ragazzino: il contrasto schizofrenico fra l’impulso di fargli male e quello di proteggerlo, fra la stima per un avversario tanto pericoloso e la voglia di vincere. Fargli pagare quei suoi ideali limpidissimi e quella sua strada perfettamente tracciata - la superbia odiosa di tenersi lontano da chi le mani sporche le ha sempre avute.
Non sono il tipo.
Vorrebbe ripetergliela all’orecchio mentre lo sbatte con violenza, quella frase: metterlo contro quella che sicuramente sarà la sua perfetta famigliola borghese e strappargli col sesso le ore di studio, minare la sua vita al punto che qualunque direzione sembri percorribile. Qualunque errore.
“Il suo caffé, avvocato.”
Farlo innamorare, forse.
Con un cenno della mano, David fa segno a Judith di lasciare la tazza sul tavolo. Lasciare la stanza, sparire.
Ma la ragazza si ferma sulla porta, incerta. Le dita saldamente chiuse sulla maniglia, getta un’occhiata in corridoio.
“Herrera dice di aver bisogno di parlare con lei,” azzarda, schiarendosi la voce. “Chiede se può concedergli dieci minuti, in mattinata…”
“No,” è la risposta secca. Uno sguardo, e Judith si affretta ad annuire.
Ha abbottonato la camicia fin quasi sotto il mento, nota lui. Avesse voglia di ridere ci sarebbe da divertirsi, anche perché il suo disagio è uno spettacolo: che debba aggiungere altro è evidente, sarebbe interessante scommettere se troverà il coraggio di farlo oppure no. Se riuscirà a non morirà prima.
“Mi ha pregato di riferirle che vorrebbe ricevere istruzioni per domani,” si decide finalmente a balbettare, e trasale di colpo quando lui solleva lo sguardo per piantarlo fermamente dentro il suo. Uno sguardo severo – tagliente.
“D’accordo, gli dico che oggi non ha tempo…” assicura, muovendo velocemente un passo indietro. Tirandosi appresso la porta, fino a ridurre l’apertura a uno spiraglio sottile.
“Poi, ci sarebbe suo suocero,” aggiunge, quasi sottovoce. “È appena arrivato, vuole che lo raggiunga quanto prima nel suo ufficio.”
L’attimo dopo è già sparita in corridoio – quasi una fuga. Ritirata strategica.
E a lui non resta che lasciarsi andare contro lo schienale della poltrona, rovesciare la testa all’indietro. Allentarsi la cravatta con un gesto brusco, esasperato.
Lavorare così non è possibile – non con collaboratori come i suoi e non con suo suocero che gli sta col fiato sul collo. Non con quello stronzetto di ragazzino nel cervello, nella mente. Con quell’odioso senso di sconfitta da vendicare.
Deve occuparsi seriamente della faccenda – scoparsi Keith una volta per tutte e poi fargli pagare ogni interferenza nella sua vita. Fargli scontare l’affronto di ogni rifiuto - ancora non riesce a credere che sia stato capace di mandargli in bianco non una ma ben due serate. Non riesce a perdonargli di aver osato esprimere giudizi sulla sua condotta e sulla sua morale – portarselo a letto non chiuderebbe la questione neppure se si trattasse di prendersi la sua verginità e di farlo in un certo modo. Di lasciargliela per sempre incisa addosso, la rivincita.
Il gioco è finito - è questa la decisione che ha maturato quando finalmente si decide ad alzarsi dalla poltrona per dirigersi svogliatamente nello studio del suocero.
È già preparato ad affrontare l’ennesima sequela di domande e raccomandazioni – è così da settimane, ormai: il vecchio sembra strutturalmente incapace di non interferire nel caso Holmes e la sua reticenza a coinvolgerlo non ha fatto che fomentare l’ossessione, inasprire le ingerenze. Togli a un bambino il suo giocattolo e si metterà a strillare come un dannato – c’era da aspettarselo.
David non aveva messo in conto di doversi giustificare con qualcuno per non essersi concesso in pasto ai giornalisti, però: in genere le ammonizioni sono per invitarlo a tenere a bada vanità e protagonismo – per ridimensionare il suo ego. In effetti lui stesso aveva programmato di gestire la stampa in modo da ottenere quanta più visibilità possibile, sulla scia dell’interesse mediatico del caso.
Se ne accorge solo adesso, che ha finito per scegliere sempre ingressi secondari quando si è trattato di accedere al tribunale. O di salire allo studio, di entrare nel carcere. L’unica volta che i cameramen sono riusciti a raggiungerlo li ha liquidati con un laconico: “Non adesso,” e si è defilato quasi di nascosto all’uscita dell’ultima udienza preliminare.
“Semplicemente ho preferito aspettare che tutti gli altri avessero fatto il loro ingresso in scena,” dice adesso al vecchio, e per un attimo l’odore del sigaro gli chiude lo stomaco in uno spasmo di nausea.
“Il protagonista entra sempre per ultimo,” ridacchia.
Da dietro la scrivania intarsiata il suocero lo osserva senza battere ciglio e quando grugnisce fra i denti, immobile: “Perfetto, allora,” lui viene colto dall’improvvisa sensazione che stia per imporgli qualcosa di particolarmente odioso. Qualcosa che non sarà facile evitare senza esporsi ad ulteriori sospetti e pressioni, a più pesanti interferenze.
“Ho parlato con Nancy Grace, stamattina,” viene l’annuncio, e lui solleva gli occhi di scatto. “La tua presenza in trasmissione è confermata per stasera, sarai collegato dalla loro sede di New York.”
“Stai scherzando, spero.”
“Puoi contattarla direttamente per i particolari.”
“No.”
La voce suona secca – severa – ed è forse la prima volta che succede. La prima volta che un rifiuto al suocero non passa per strade traverse, che non viene elaborato in maniera diplomatica ed efficace.
Respirando a fondo, David serra la mascella in un tentativo estremo di controllo.
“Ho bisogno di gestire la faccenda a modo mio, Larry,” scandisce. “Avevi piena fiducia, una volta.”
E pensa che non è mai stato così, in fondo – che tutto è andato liscio solo fino a quando il vecchio ha potuto esercitare la sua influenza su di lui. Istruirlo e guidarlo e supervisionare ogni mossa. Gli piaceva l’idea di avere un discepolo, non ha mai voluto nulla di diverso.
L’autonomia non era contemplata fin dall’inizio, nel suo piano.
“Su nessun processo si concentrerà mai un interesse mediatico così forte. Pensi davvero sia soltanto per le tue qualità professionali, che ti è stato affidato?”, viene infatti la risposta, e qualunque ipotesi di aggirare l’ostacolo si scontra con la consapevolezza che stavolta non servirà a niente – che bisogna ingoiare quella medicina per sperare di ritagliarsi spazio in futuro. Che l’ha giocata male, questa mano. Ed è colpa sua.
Colpa della stanchezza e di domande che non avrebbe dovuto porsi, colpa di aver rilasciato per un attimo le redini quando sapeva benissimo di non potersi concedere nulla del genere.
Verrebbe voglia di spiegarlo al ragazzino perfetto, cosa siano i compromessi.
Cosa significhi avere un processo che si apre la mattina dopo e dover trascorrere la serata in TV, fronteggiare una troia intenzionata a metterti alle strette per assicurarsi la sua dose settimanale di audience e doverla vincere per forza, quella causa. Doverla vincere perché ci metti la faccia, perché mezza America dirà che è solo per la tua faccia che ti trovi lì.
Perché te lo sta dicendo tuo suocero, e non puoi neanche permetterti di prenderlo a pugni. Non puoi fare nulla.
David sa perfettamente come rapportarsi con le telecamere – sa quando è importante sorridere e quando diventa fondamentale guardare fisso dentro l’obiettivo. Sa come volgere a suo vantaggio una domanda, come tirarsi fuori incolume dai trabocchetti più bastardi e come dosare la serietà con l’ironia. Come ostentare sicurezza.
Eppure niente viene automatico – la tensione sta tutta concentrata nelle spalle e mentre sul monitor passa la testimonianza inedita di una delle vittime lui pensa che dovrebbe sapere anche quello, il ragazzino: quanto costi restare impassibile, cancellare dal volto ogni ombra di nervosismo e rimanere fedele al copione fino in fondo. Fino a quando il finestrino della Jaguar non torni a liberare vento e la velocità non sciolga nel rombo del motore ogni altro grido, fino a che in lontananza non appaia l’insegna rossa del solito hotel.
Non ci fosse stata la prospettiva di incontrare Vivian tutto sarebbe risultato ancora più difficile, probabilmente. Ma è giovedì – il giorno in cui non c’è neanche bisogno di fissare un appuntamento. Il giorno riservato a loro due soltanto, concordato insieme.
Ore ventitre, ogni settimana. In quell’albergo.
Stavolta sono le undici e quaranta, però, e David è ancora vestito. Ancora in piedi vicino alla finestra - il telefono incastrato fra la spalla e la mandibola. Le sopracciglia aggrottate in un’espressione rigida, le labbra serrate.
Nella stanza, tutto intorno, un ordine decisamente insolito.
“Pronto?”
“È più di mezz’ora che sono pronto, se vogliamo esser precisi,” scandisce nella cornetta, sollevando distrattamente il gomito per gettare un’occhiata all’orologio. “Che fine hai fatto, è successo qualcosa?”
“David!”
Non c’è che l’entusiasmo di una chiamata inattesa, nella voce di Vivian, ed è forse proprio questo a risultare particolarmente sospetto.
“Pensavo fossi impegnato con il lavoro: va tutto bene?”
Lasciandosi cadere sul bordo del letto, lui sospira. Rassegnato.
“Quindi vorresti farmi credere che il motivo per cui mi stai dando buca è il profondo rispetto che porti al mio lavoro?”
“Non sapevo di starti dando buca,” risponde l’altro, cauto. “Sei all’hotel solito?”
“Vivian.” Pausa.
C’è da dargli merito che ha comunque un candore tutto suo, anche in certe cose. Nulla a che vedere con la teatralità degli ammutinamenti di Samuel o con la freddezza glaciale dei rifiuti di Megan. Neanche è possibile arrabbiarsi, con lui. Forse, in effetti, potrebbe esser considerato il più subdolo di tutti.
“Alza il tuo delizioso culetto da ovunque tu lo abbia parcheggiato e vieni subito qui – sai perfettamente dove,” gli dice nella cornetta, abbandonandosi all’indietro sul materasso. “Prenditi un taxi, ti rimborso i soldi appena arrivi.”
Dopo, è il buio più totale.
Fatica a credere di esser crollato in quel modo, David, quando l’affossarsi del materasso allerta i sensi strappandolo ad un sonno quasi comatoso: Vivian è lì, seduto al suo fianco. E lo sta osservando dall’alto – l’espressione vagamente incerta di chi non sa bene come rapportarsi con un situazione insolita. I capelli sugli occhi – scompigliati. La testa appena inclinata su un lato, in quella posa che è tipica dei suoi momenti più spontanei.
“Oh, merda!” esclama lui, tirandosi su coi gomiti. “Devo essermi addormentato, merda…”
“Non preoccuparti,” viene la risposta, mentre il ragazzino si sporge a baciarlo delicatamente sulla guancia. “Giornata pesante?” aggiunge.
Ma David ha già aggrottato le sopracciglia, sta già percependo qualcosa di fortemente distonico. Non che quella serata sia stata aliena da momenti surreali – in certi casi si è domandato veramente di quanto la realtà possa superare le fantasie più assurde. Le più impensabili, e grottesche.
Ma Vivian che lo bacia sulla guancia risulterebbe allarmante in qualunque contesto, figurarsi poi se ha appena tentato di dimenticare il loro appuntamento. Se se ne sta seduto sul bordo del letto a scostargli i capelli dal viso come faceva sua nonna quando aveva sei anni. Con la stessa tenerezza materna – agghiacciante.
Scostandosi quasi bruscamente, lui allunga la mano sul comodino per recuperare sigarette e cerini.
“Scommetto che hai mal di testa,” scandisce, lanciandogli un’occhiata. “Il dubbio in realtà sarebbe fra quello e il ciclo, ma dubito che tu possa accampare la scusa del secondo.”
“Mal di testa?” ripete l’altro, confuso. “Non ho mal di testa, David. Sei tu, quello che sembra sul punto di crollare da un momento all’altro.”
“Io non sto crollando. Io non crollo mai,” è la risposta, contrariata.
Continua ad esserci qualcosa che non torna, ma la razionalità si rifiuta di credere che il problema possa riguardare anche lontanamente il sesso: l’ultima volta è stato perfetto – nessun problema e nessunissima recriminazione successiva.
David è convinto di non essersi ancora rimbambito così tanto da non riconoscere una buona scopata da un disastro - in genere con Vivian, poi, è anche particolarmente attento.
Particolarmente incisivo, e convincente.
“Quindi?” sorride, tirandosi in piedi e soffiando via il fumo. Allargando le braccia di fronte a lui – un’offerta evidente del proprio corpo. Un invito complice, deciso.
Vivian non accenna a volersi muovere, però, e continua a fissarlo con la stessa esitazione nervosa di poco prima. Lo stesso sguardo strano – incerto.
“Pensavo…” inizia, a bassa voce. Si schiarisce la gola, poi – volta la testa dall’altro lato. “Keith è mio amico, David. Non… Non posso venire a letto con te e intanto…”
Lui unisce le sopracciglia, immobile.
“So che stai vedendo Keith,” spiega il ragazzino, a bassa voce. “Che siete usciti insieme qualche giorno fa e… Non posso cercare di convincerlo a buttarsi e intanto continuare a fare sesso con te. È come tradirlo,” conclude, neanche fosse l’ultimo capitolo di un harmony scritto male. O il momento strappalacrime di una delle soap opera di Judith.
E David lascia ricadere lentamente le braccia lungo i fianchi – una moviola quasi. Lascia che il fumo scivoli intorno al braccio in un nastro continuo, che gli occhi si assottiglino in due fessure affilate. Due falci di nero scurissimo sul volto.
Non riesce a crederci.
Diventa a ogni istante più irreale, quella situazione – come una trama onirica dove riconosci le singole istanze ma la cui logica complessiva non riesce a strutturare alcun senso, nessuna coerenza.
Vivian sta parlando seriamente e la cosa buffa è che lui non è neppure ancora riuscito a baciarlo, il suo prezioso amico del cuore. La cosa tragica è che non gli viene prospettata scelta – tutto è stato probabilmente deciso a sua insaputa il pomeriggio stesso in cui Vivian gli ha presentato Keith.
Adesso capisce anche perché non sia venuto subito all’albergo, stasera – capisce l’esitazione e l’incertezza degli sguardi. Il bacio sulla guancia.
Per un istante, follemente, è quasi sul punto di scaraventare il posacenere contro lo specchio. Prendere a calci l’armadio, spazzar via i bicchieri dal tavolo e dar fuoco a tutto quanto – tappeti e tendaggi e lenzuola.
Inspira a fondo un’altra boccata di fumo, invece. Scrollando la cenere, volta le spalle al ragazzino.
“Io credo che a forza di frequentare il professore tu ti sia rincoglionito più ancora di quanto lo sia lui,” scandisce infine, allentandosi la cravatta.
Ma sa che la partita è persa ormai – e anche quella è un’altra delle cose da far scontare a Keith. Forse l’unica che non potrà mai davvero perdonargli, la più vigliacca e la più assurda.
Lasciandosi cadere sulla poltrona, si passa velocemente una mano fra i capelli.
“Perché?” domanda Vivian, dall’altra parte della stanza. “Solo perché penso che tra te e Keith potrebbe funzionare?”
“Non mi interessa quel che pensi,” è la risposta, brusca. Più brusca di quanto David avrebbe voluto, in realtà. “Hai preso una decisione - non ne condivido i motivi ma non posso far altro che rispettarla.”
“Non l’avevi messo in conto, quindi,” commenta l’altro, con uno sbuffo ironico, “Keith aveva ragione, a quanto sembra.”
“Keith ha sempre ragione, non lo sapevi?”
“Keith non ha praticamente mai ragione, soprattutto quando si parla di lui e dell’effetto che ha sugli altri. Voglio dire, è ancora convinto che tu lo consideri la persona più stupida e patetica mai comparsa sulla faccia della terra,” scandisce Vivian, asciutto. “E che non gli avresti dato mezzo secondo di considerazione se non fosse stato mio amico… Ma me l’aveva detto, che non l’avresti presa bene."
“Esatto. Ci vuole davvero un’intelligenza superiore alla media, per immaginare una cosa simile,” sibila lui, eppure non è che una rabbia frustrata. Una freccia avvelenata che continua a sbagliare bersaglio e che forse non vuole neanche centrarlo davvero, il nucleo della questione.
La verità è che si tratta di Vivian, e Vivian smuove sempre qualcosa molto in profondità: qualcosa che vorresti stracciare con disappunto, a volte. Qualcosa che invece finisci sempre per guardare dritto in faccia e che ti fa scuotere la testa di fronte a qualunque guerra. Qualunque rivendicazione.
Svanisce.
“Al diavolo. Finiamola di parlare di Keith, per favore,” sospira quindi, allungando la mano verso il ragazzino come per invitarlo ad avvicinarsi. Scivola più comodamente sulla seduta della poltrona, intanto. “Sono due settimane che non ti vedo.”
“Già.”
Sorridere viene naturale, in risposta al suo sorriso. Quello di Vivian ha sapore di malinconia e di aspettative disattese – è fragile almeno quanto il suo risulta aperto. Accogliente, e morbido. “Mi sei mancato,” lo sente mormorare, e chiude fermamente le dita sul suo polso.
Lo tira vicino, sistemandoselo senza sforzo sulle ginocchia.
“Lo so,” scherza, e rovescia la testa all’indietro. La inclina su un lato, bagnandosi le labbra. “Una volta che qualcuno mi ha sperimentato non è facile, sopravvivere senza di me.”
“In realtà sono stato quasi sul punto di chiamarti, ieri.”
“Succede sempre, il mio nome è musica.”
Ridacchiando Vivian scuote la testa, e David sa che gli mancherà in maniera atroce. Che avrà voglia di baciarlo e spogliarlo e toccarlo – voglia di sentirselo addosso e di respirare fra i suoi capelli. Di vederlo accucciarsi fra le proprie gambe.
Adesso la sola cosa importante sembra essere il fatto che lui sta sorridendo, però.
Che gli ha posato la guancia sul petto – che ha chiuso gli occhi.
“No, è che… Avevo bisogno di vederti, credo,” sussurra, e lui gli sfiora la gola con il dorso della mano.
“Stai per farmi una dichiarazione d’amore?” sogghigna.
“Sono andato da Samuel, ieri pomeriggio,” risponde però Vivian, la voce bassissima. Soffocata quasi contro la stoffa della sua camicia – un po’ stanca. “Non…” Pausa. “Tu lo conosci, l’uomo per cui stava scrivendo il suo libro? L’hai mai incontrato?”
“Edward Logan?”
“No…” Il ragazzino si morde il labbro, stringendo forte le palpebre. “Björn,” dice.
E David solleva la testa, sorpreso – piegando il collo lancia a Vivian un’occhiata incredula. Sospettosa, anche, e appena un po’ contrariata.
“Cazzo, lo sapevo!” sbuffa, scostando le spalle del ragazzino con entrambe le mani. “E’ stato il professore a rimbambirti, era evidente !”
“Non mi ha rimbambito,” protesta Vivian, tirandosi in piedi. Si passa una mano tra i capelli, distrattamente, lanciando uno sguardo verso il letto – verso la finestra. Prendendo un respiro profondo, muove qualche passo verso l’altro lato della stanza.
“Forse sono solo stanco,” aggiunge, scuotendo la testa. “Avrei dovuto mettermi a dormire anch’io, credo…”
“Vivian.” Un respiro, profondo. “Che succede, mh?” domanda lui.
Ma non ci sono risposte, sul momento – solo l’immobilità del ragazzino e il suo sguardo perso, le spalle tese.
David deve farsi violenza per non raggiungerlo e allacciargli le braccia intorno ai fianchi – baciargli la nuca e dirgli qualcosa a bassa voce, non importa che abbia un senso. Non importa neppure che siano bugie – inganni o favole o le note di una canzone.
Gli ha parlato con troppa durezza, stasera - troppa distanza, e l’ombra di Keith continuamente fra loro. Altre persone, troppe.
Non sono stati da soli neanche un solo minuto, in quella stanza.
“È mio fratello,” arriva però la rivelazione, improvvisa, e di colpo i nervi si tendono da soli. Lui raddrizza la schiena di scatto, sporgendosi in avanti.
“Tuo fratello?” esclama, confuso. “Chi, sarebbe tuo fratello?”
Eppure la risposta è lì – già aggrappata alle spalle come il più vile dei nemici. Non ci sarebbe neppure bisogno che Vivian parlasse, che sussurrasse piano: “Björn.”
David si alza in piedi, e gli occhi sono affilati come lame mentre l’altro aggiunge, quasi a spiegargli meglio: “Il… vichingo di Sam, presente? L’ho scoperto ieri e… È stato un po’ destabilizzante, credo.”
“Il vichingo di Sam?”
“L’ho scoperto ieri sera.”
Ed eccola finalmente, la beffa definitiva: mesi interi trascorsi nell’attesa che il ragazzino si decidesse a rivelare qualcosa di sé per poi trovarsi invischiato nell’odioso filo rosso che Samuel sta intessendo da un’intera vita – destino e Nord e ogni altro genere di stronzata.
Il loro braccio di ferro perso in una sola mossa e la mente che ripercorre frenetica spezzoni di dialoghi mai davvero ascoltati, parole perse da subito nei labirinti della distrazione.
Il romanzo, e il protagonista che prende vita. La storia – finzione. E realtà.
Dove davvero finiva l’una e dove iniziava l’altra?
Non sa darsi risposta David – non ha mai saputo farlo.
“Te lo ha detto Samuel?” chiede d’istinto, ma Vivian scuote la testa lentamente.
“No,” risponde. “Cioè, mi ha detto come si chiamava, le coincidenze erano troppe e gli ho chiesto quando l’ha conosciuto…” Si stringe nelle spalle – gli lancia un’occhiata. “I tempi erano giusti. Sono stato io a dirgli che è mio fratello.”
“Hai un fratello, quindi?”
Un cenno di conferma, nervoso.
“E il professore lo sapeva? Cosa gli hai detto, Vivian, che gli hai raccontato?”
“Sam non ne sapeva niente, gliel’ho detto solo quando l’ho capito…” Prendendo un respiro profondo, il ragazzino muove un passo verso di lui. “Non volevo ingannarlo ma… Mi sento un po’ come se l’avessi fatto, per tutto questo tempo.”
“Non dire assurdità, si tratta solo di una coincidenza,” dice David, e pensa di nuovo ai parchi per i cani e ai laghetti di papere. A quanto sia schifosamente piccola quella città – a Samuel che starà probabilmente gongolando nella certezza che tutte le sue teorie bislacche abbiano finalmente trovato conferma. E al romanzo maledetto, al capitolo che l’amico gli ha letto quel pomeriggio d’inverno.
Il protagonista che prende vita.
Distogliendo in fretta la mente, si preme con forza una mano sugli occhi.
“Okay,” dice, sforzandosi di scherzare. “Tu saresti un vichingo bonsai, quindi.”
Vivian rovescia gli occhi al cielo.
“Il tuo senso dell’umorismo è stata sicuramente la cosa di cui più ho sentito la mancanza,” risponde, ma sta sorridendo. Si è fermato davanti a lui, di nuovo, e sta scuotendo la testa con aria divertita.
“Credo mi abbia fatto tanto effetto anche perché Bj adesso è a New York. Da mesi. E da come parlava Sam non mi aspettavo assolutamente che fosse una storia così recente – mi ha preso alla sprovvista.”
“Eppure dovresti saperlo, che anche le cose più recenti sono state scritte eoni fa nell’antichissimo libro del destino,” ridacchia lui, allungando le mani sulla zip della sua maglia.
Solleva un sopracciglio, poi – abbassa la cerniera. “Lo spazio tempo… Che vuoi che sia?”
“David.” Inarcando un sopracciglio a sua volta, Vivian lo fissa negli occhi. “Cosa stai facendo?”
E se lo domanda anche lui cosa stia facendo – la mente continua ad smarrirsi nei frammenti delle conversazioni avute con Samuel e il corpo sembra averla trovata per abitudine, la strada del contatto con Vivian. Il bisogno istintivo di dargli protezione e forza – farlo sorridere.
Aveva già dimenticato il problema Keith, ma ugualmente ha la prontezza di spirito di rispondere, con tutta calma: “Ti spoglio. Ormai dormiamo qui, stasera, e non ho intenzione di dividere il letto con un ragazzino che ha la maglia impelata dal gatto del professore.”
Non chiuderà occhio, chiaramente, ma per la prima volta dopo giorni non sarà l’adrenalina a tenerlo sveglio né la partita appena aperta con Keith – non saranno le parole di Megan e neppure le pressioni continue di suo suocero.
Vivian respira regolarmente – ha i capelli impigliati nelle labbra e sembra addormentato nel sonno limpido dei bambini mentre lui lo osserva dall’alto. Immobile.
Eppure c’è da chiedersi se un’infanzia l’abbia avuta davvero – un’infanzia senza mostri e senza segreti, senza incubi di luce. E c’è da domandarsi quanto Samuel sappia realmente di suo fratello, quale sia il confine fra romanzo e realtà e dove sia destinata a portare precisamente, la famosa strada verso il Nord.
Non avrebbe mai creduto che un giorno si sarebbe posto certe domande, David.
E non avrebbe immaginato che la sfida di un processo potesse arrivare a pesare così tanto – che avrebbe contato le ore con la speranza folle che il tempo si fermi lì: in quella camera d’albergo, dentro l’abbandono tranquillo del sonno di Vivian.
Un respiro, e un altro. Un altro ancora.
Fino a quando la luce dell’alba filtrerà nella stanza e arriverà il momento di guardarli in faccia uno per uno, tutti i fantasmi. Smascherarli e stanarli dai loro segreti - armarsi. E dopo, senza più nessuna incertezza, prepararsi alla guerra.

* Et la guerre arriva
Et nous voilà ce soir.
(Jacques Brel - Mon enfance)












































































































































































































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91
Raven e Dylan - Fiato su vetro



Il pensiero lo colpisce nel momento esatto in cui il pugno raggiunge il cuoio della sacca: nel prossimo futuro, nulla sarà semplice. Un periodo si è chiuso, forse solo per sbaglio, ed è impossibile ormai fare marcia indietro e riportare le cose allo status quo precedente. Neanche a volerlo.
Raven non potrebbe tornare a guardare Jude nello stesso modo così come non può trasformare la rabbia in altro, adesso – non basterebbe la volontà per dimenticare la scorsa notte e lo sguardo confuso di Dylan e le stronzate dette e sentite. Il bisogno improvviso di andarsene.
Per un attimo, la consapevolezza è talmente agghiacciante che anche la forza del colpo sembra smorzarsi – il tempo si cristallizza e lui si trova sbilanciato in avanti, le nocche premute contro la sacca. I muscoli gonfi di qualcosa che non può dirsi semplice tensione fisica, né può esaurirsi solo in rabbia o paura. Che scava più nel profondo.
I pugni successivi, forse per reazione, colpiscono con ancora più violenza del primo.
È strano, perché di tutte le emozioni sperimentate nel corso degli anni la rabbia è forse l'unica che davvero non gli sia ancora riuscito per niente di controllare.
Di solito è bravo a sviarla, a soffocarla sul nascere: sa dirottare le provocazioni e lasciarsele scivolare sulla pelle come se non pesassero nulla, come se fossero aria.
Ma quando mette radici – quando monta – diventa impossibile dissimularla o trasformarla in qualcosa di meno distruttivo: non resta che incanalarla verso una direzione poco pericolosa. Tenersi lontano dal mondo e dalla gente, per evitare che mondo e gente ne vengano travolti.
Probabilmente è per questo che ieri, dopo aver passato un'intera giornata a non pensare a quel che è successo con Jude, Raven ha ceduto alla tentazione e si è presentato alla porta di Liam.
Ansimando, muove un passo indietro, adesso.
Si asciuga la fronte con il polso, piegando la testa di lato come per sciogliere i muscoli del collo, e approfitta della pausa per riflettere su quanto la rabbia modifichi il suo portamento. Sulla maniera in cui sente il proprio corpo e sull'effetto che provoca negli altri, anche, forse. Una diversa influenza.
Liam ha fatto bene a suggerirgli la sua palestra, quella mattina; Raven non ha idea di che direzione avrebbe potuto prendere la sua giornata, se non avesse trovato un modo per sfogare l’energia in eccesso. Forse, sarebbe riuscito a litigare anche con l’amico.
Non è ancora del tutto escluso che questo succeda, in realtà – finora Liam è stato discreto, ma prima o poi vorrà sapere qual è il problema con Jude e perché tocchi a lui gestirlo. Per il momento, però, c’è solo la palestra deserta, intorno a lui: nessun pericolo.
E tutto quel che riguarda gli ultimi due giorni – Dylan, e Jude, e la sua insostenibile tendenza a usare l'attacco come una forma di difesa – può venire relegato ai margini della consapevolezza mentre il mondo si restringe al circolo costruito dal suo corpo e dalla collera. L'affondo del braccio che scatta in avanti e l'urto del pugno. La velocità con cui il sangue viene pompato verso i muscoli, verso il cervello.
Quando finalmente decide di smettere, ha ormai perso il conto del tempo trascorso lì sotto: la realtà mostra forme troppo taglienti e pulsa sotto la pelle in onde non ancora smorzate, ma la stanchezza fa da contrappeso e lui pensa che potrebbe anche essere in grado di riemergere, forse. Andare in cucina e cercare qualcosa da bere, senza doversi preoccupare.
Passando di fronte al salone, scopre che Liam non ha ancora perso l'abitudine di trasformare casa sua in un punto di ritrovo: sono almeno otto, le persone sedute intorno al tavolo.
Appoggiata allo schienale della sedia, Helene sta sbadigliando – inarca appena un sopracciglio, quando incrocia il suo sguardo. Lui solleva la testa in un cenno distante di saluto, senza rallentare il passo.
La differenza tra l'ospitalità di Jude è quella di Liam sta tutta nel modo che hanno di vivere la loro casa: Jude ne è parte in maniera integrante, e questo tende a comunicarsi anche a chi attraversa quelle stanze soltanto di passaggio, dandogli l'impressione di conoscere davvero il proprietario. Liam vive in casa sua come un ospite lui stesso, invece – che il resto del mondo vi si accampi dentro non sembra quasi riguardarlo.
È un po' la stessa differenza che c'è tra il loro modo di essere ricchi – tra il diverso modo di essere viziati. Jude lo fa senza quasi accorgersene, come potrebbe farlo un bambino. Liam ne è fin troppo cosciente, e la cosa sembra annoiarlo da morire.
Probabilmente è per questo che si sopportano così poco, loro due – riflette Raven, prendendo una bottiglia dal frigorifero e svitando il tappo. E può darsi che questa sia anche una delle ragioni per cui presentarsi da Liam è stata una scelta obbligata: Jude non si azzarderebbe mai a cercarlo qui, se anche volesse trovarlo. Finché si limita a telefonare – senza neanche lasciare messaggi in segreteria, lo stronzo – lui può stare tranquillo.
"Va meglio?"
Voltando la testa verso la porta, incrocia lo sguardo dell'amico.
"Marginalmente," risponde.
Liam annuisce, passandogli accanto per prendere a sua volta qualcosa dal frigo.
"Helene non si aspettava di trovarti qui," lo informa, distrattamente. "Le ho dovuto dire che sei arrivato ieri sera. Credo stia traendo le sue conclusioni."
Raven non ha idea se le conclusioni di Helene riguardino il letto nel quale ha trascorso la notte o se piuttosto non si sia chiesta come mai abbia deciso di dedicarsi alla boxe, né è particolarmente interessato a scoprirlo. Possono pensare quel che vogliono, lei e Liam – di lui, di Jude, di qualunque cosa – e la situazione non cambierebbe comunque di una virgola. Non l'ha fatto finora.
"Neanche io mi aspettavo di trovare lei qui," risponde, incrociando le braccia sul petto. "Questioni di lavoro?"
"L'adattamento del romanzo di Weldon. Te ne aveva parlato?"
"Forse. Qualcosa." Raven piega il capo, osservandolo attentamente. "Il dio malato, giusto?"
Liam non è cambiato moltissimo, rispetto alla prima volta che si sono conosciuti: il suo corpo, a quel tempo, aveva la struttura fragile di un adolescente magro – il viso tratti meno definiti, meno spigolosi – ma negli occhi c'era già la stessa luce distante. Singolare.
Raven aveva quindici anni, a quel tempo – l'amico diciotto – e ricorda di essere rimasto affascinato come gli capitava spesso con i ragazzi più grandi: senza intenzioni precise, né di amicizia né di sesso, ma inchiodato semplicemente dalla consapevolezza che di fronte a lui respirava qualcun altro. Con distinti processi mentali, distinti sentimenti.
Visioni.
Forse non sarebbero neanche diventati intimi se le circostanze non li avessero portati a frequentarsi più spesso – se il primo ragazzo di Raven non fosse stato amico di Liam, se quella stessa casa non avesse fatto da scenario a molti dei suoi ricordi più belli.
Ma il fascino c'era, e non è mai sbiadito davvero del tutto. Anche se sono passati gli anni e le distanze si sono fatte più pressanti – anche se la storia con Matt è finita e Matt stesso se n'è andato ed è arrivato Jude e a volte trascorrono anche mesi prima che la mente torni su certi ricordi.
Anche se forse, con il tempo, i loro mondi sono diventati ancora più differenti.
"Non ho ancora capito se accettare di lavorare con Helene a quel progetto sia stata la decisione più insensata o la migliore di tutta la mia vita," sta dicendo Liam, adesso, una sigaretta infilata tra le labbra. "Non ho mai fatto niente del genere ed è tutto…" Un gesto vago, con la mano destra. "Confuso. Non abbiamo ancora neanche idea di chi scritturare per le parti principali. Ma almeno il copione è pronto, ora. E non credevo che Weldon ci avrebbe mai dato l'okay definitivo."
Improvvisamente, Raven si trova a dover quasi trattenere un sorriso.
"È esigente?"
"Non hai idea." Uno sbuffo. "Helene poi è quasi peggio di lui."
"Niente di nuovo, quanto a questo."
Raddrizzando le spalle, Liam annuisce. Si sporge verso il posacenere appoggiato sulla mensola; scrolla la sigaretta con un gesto secco. Preciso. Lentamente, gli lancia uno sguardo, inclinando la testa di lato.
"Hai tre chiamate perse, sul cellulare. Lo sai, vero?"
E il sollievo temporaneo di potersi concentrare su altro sbiadisce, mentre i muscoli tornano a irrigidirsi. I nervi si tendono, la mascella si contrae.
"Sta chiamando da ieri pomeriggio," risponde, freddamente. "Ogni tre o quattro ore."
"Hai intenzione di rispondere, o pensi di ignorarlo finché non la smette?"
"Non dire stronzate," sbuffa lui. "Lo richiamerò tra un po’. Devo solo chiarirmi le idee."
Un altro cenno affermativo, come se l'affermazione fosse perfettamente logica. Come fosse già capitato, in precedenza, che Raven lasciasse passare due giorni senza vedere Jude – senza sentirlo. Ignorando le sue chiamate e sfogando l'energia negativa sugli attrezzi di una palestra.
"Pensi di fermarti qui anche stanotte?" viene quindi la domanda, quasi indifferente. Lui scrolla le spalle.
"Credo. Non sono dell'umore giusto per relazionarmi con il mondo."
"Troppo asociale anche per venire in soggiorno e lasciarti sfoggiare?" ribatte Liam, con un'inflessione appena divertita nella voce. Ridacchia, poi, di fronte al suo sopracciglio inarcato.
"Diciamo che la tua presenza non è passata inosservato. Posso solo ringraziare che l'attività fisica ti abbia sciolto abbastanza da far concentrare l'attenzione più sui muscoli che sullo sguardo assassino, o sarebbe cominciata a correre la voce che do alloggio a serial killer allo sbando."
"È per questo che mi hai dato via libera con la palestra, Liam?" chiede lui, ironico, seguendolo in corridoio. "Paura che ti spaventassi gli ospiti?"
In realtà, pensa che soltanto l'amico sarebbe capace di accontentare la sua richiesta di solitudine trascinandolo in mezzo a una decina di completi sconosciuti: chiunque altro avvertirebbe la profonda stonatura tra le due cose, ma con Liam gli opposti si trovano spesso a coincidere pericolosamente.
Seduto in mezzo ai suoi colleghi, con i loro occhi addosso e nelle orecchie l'eco dei loro nomi, Raven si sente più rilassato di quanto non fosse nel centro della palestra, quando Jude, sotto forma di assenza, era ancora il fulcro di ogni pensiero. È confortante in qualche modo lasciare che sia il corpo a trovare il suo spazio – incastrarsi tra chiacchiere che non lo riguardano e non doversi preoccupare troppo di seguire il filo del discorso.
Sentirsi libero di non dover trattare nessuno con nessun riguardo. Di non dover neanche fare i conti con se stesso.
Da ragazzino era convinto che fossero quelle, le situazioni decisive per la sua formazione: non tanto le ore trascorse a parlare con qualcuno privatamente, lasciando la mente libera di andare. Ma i periodi spesi in mezzo alla gente, quando erano i confini del corpo a venire testati. Quando negli occhi di qualcuno trovava un riflesso di sé nitido e preciso e il proprio stesso allungare il braccio per accettare una sigaretta ridefiniva la forma dei muscoli.
L’ampiezza di ogni gesto.
Poteva testare l’effetto di ogni sguardo, in quei momenti. E mentre il corpo imparava a muoversi – a sintonizzarsi automaticamente sulle frequenze giuste, a trasformarsi in qualcos’altro – le parole intorno si intrecciavano a formare discorsi e penetravano la coscienza sotto forma di nuove idee. Nuovi messaggi.
Era stimolante anche discutere, in quei momenti. Scegliere una posizione e portarla agli estremi.
Una delle cose che più amava dei suoi fratelli, allora, era il fatto che gli portassero sempre persone più che disposte a prestarsi a quei giochi.
È strano, forse, che dieci anni dopo quella condizione di indeterminatezza continui ad avere sui suoi nervi lo stesso effetto distensivo.
Gli ospiti di Liam in realtà non gli hanno prestato troppa attenzione – ci sono stati sguardi e convenevoli, sicuro, ma la conversazione è tornata presto sui binari consueti e lui si è trovato a recuperare un copione dal centro del tavolo per poter seguire meglio quel che stavano dicendo.
Helene, al suo fianco, fumava in silenzio e indicava a volte qualche passaggio fondamentale – lui osservava il suo polso sottile, l’eleganza della sigaretta retta tra indice e medio e poteva quasi convincersi che fosse ancora un’altra, la sua vita. Che ciò che vibrava sotto pelle fosse l’energia dei diciott’anni, e non tensione, e che tutto il resto fosse ancora da costruire.
“Non riesco a credere che sei riuscita a trasformare Il dio malato in uno spettacolo teatrale,” commenta, ad un certo punto. “Solo tu avresti potuto, seriamente.”
Anche senza sollevare lo sguardo dal copione, può vedere Helene sorridere.
“È solo un’altra forma di traduzione...”
“Liam ha detto che ci sta impazzendo.”
“Liam dice di star impazzendo da dieci anni.”
Scrollando le spalle, lui non si disturba a contraddirla. Sono rimasti soli, del resto – gli altri si sono dispersi nel resto della casa quando Liam ha annunciato che era ora di fare una pausa e che sarebbe andato a occuparsi del pranzo – ed è sempre strano trovarsi in compagnia di Helene senza interferenze estranee. Intimo, e quasi rilassante.
Per questo, forse, quando la donna cambia posizione sulla sedia e pronuncia a bassa voce il suo nome, lui risponde senza quasi pensarci.
“Che c’è?”
“Ti ha davvero presto alla sprovvista, quel che è successo con Jude?”
Per un attimo, la sorpresa è tanto grande che è quasi impossibile capire di che cosa stia parlando. Raven solleva la testa di scatto, fissa gli occhi nei suoi – ed è solo quando lei distoglie lo sguardo che il significato della sua domanda si chiarisce.
Di colpo, la rabbia che nell’ultima ora era rimasta in sottofondo torna ad esplodere nelle orecchie, come un colpo sparato a bruciapelo.
“Che cazzo significa, ‘ti ha preso alla sprovvista’, Helene?” sbotta, gettando il copione sul tavolo. “Avrei dovuto prevederlo?”
“Io me l’aspettavo, in realtà,” mormora lei, senza guardarlo.
“Perfetto! Mi fa piacere che almeno qualcuno se l’aspettasse, sai – rende tutto molto più comprensibile. Probabilmente ero soltanto io, a non essermi accorto che negli ultimi tempi ero passato dall'essere il suo migliore amico al ruolo di amante semi-abusivo!"
La donna rovescia gli occhi al cielo. “Andiamo, Raven. Neanche Jude nel suo momento peggiore potrebbe arrivare a dire questo…”
"Ha detto che non me n'è mai fregato un cazzo," scandisce lui, fissando il suo viso – la curva amara di quelle labbra familiari. "Che questi dieci anni non sono stati altro che un tira-e-molla continuo e che non ho mai voluto prendermi nessun impegno. E che è meglio che stia lontano da Dylan perché gli complicherei soltanto la vita. Come ho complicato la sua, del resto," conclude, in tono sprezzante.
Si sente girare la testa, invece. La voglia di prendere a pugni qualcosa – di far male a se stesso, prima ancora che di farlo a qualcun altro – pulsa di nuovo nelle vene ma più forte ancora, più profondo e vero, c’è il bordo del vuoto. Il ricordo della prima volta che l’aveva percorso, che si era costretto a guardarci dentro.
Mark mancava ed era quella la ragione – quella l’origine di tutto.
Il vuoto null’altro che ciò che restava del suo modo di abitare il mondo.
C’era stata rabbia anche allora. Frustrata e sconfitta e febbricitante, e se si sforzasse di ricordare potrebbe forse ammettere che l’aveva sfogata proprio nel letto di Liam. L’unica volta in vita sua che avesse lasciato al sesso il compito di fare male – l’unica volta che non gli avesse chiesto piacere. Ma è un pensiero lontano, quello, che anche formandosi non si lascia decifrare: Liam non ne ha mai più parlato ed Helene non ne sa nulla e ha ragione Jude, quando lo accusa di aver mancato di rispetto a tutti, in quei giorni. Raven sa di aver combattuto il mondo soltanto per arrendervisi, nel momento sbagliato, e che non ci sarà mai modo di chiedere scusa davvero. Non è stato quello il problema, l’altra notte.
Non è stato quello il tradimento. Il colpo alle spalle.
Ma Jude aveva occhi troppo caldi e le sue parole vibravano incandescenti, e non era mai stato così, prima d’allora. Non c’era mai stato quel senso di precarietà sospesa, quell’addio che riecheggiava giù per le scale insieme ai suoi passi. Non c’era la sconfitta del suo sguardo distolto e la sensazione insostenibile che stesse dicendo la verità completa, non solo quella di un momento.
Di solito i litigi con Jude lasciano il tempo che trovano - sono esplosioni minori che possono nascere nei momenti più assurdi, ma finiscono imprevedibilmente così come iniziano. Raven non ha mai avuto problemi a distinguere il vero dal falso, nelle sue parole, anche mentre lo attaccavano. Non ha mai avuto problemi a schivarne le frustrate permettendo alla propria sicurezza di smorzarle.
Adesso invece, ogni volta che il cellulare vibra nella tasca, deve combattere l’impulso di spegnerlo. La necessità irrazionale e stupida di dimenticarlo da qualche parte e poi scappare.
“Ne aveva parlato con Magda?” domanda, premendo con forza le spalle contro lo schienale della sedia.
Helene, al suo fianco, inarca un sopracciglio e lui si costringe ad allungare il braccio verso il copione abbandonato sul tavolo; riprenderlo in mano. Sfogliarlo.
“È per questo che non sei rimasta sorpresa? Sapevi già qualcosa?”
“Raven,” mormora lei, incredula. “Non c’è nessun complotto in atto per tenerti all’oscuro. Magda non sa niente. Io non so davvero cosa sia successo – immagino si tratti di Dylan, però.”
Lui annuisce, nervoso.
“Ecco. E conoscendo Jude, ti aspettavi davvero che fosse pronto a fare un passo del genere senza prima piantare su qualche casino?” Un sospiro. “Andiamo, per quanto quel ragazzino possa piacergli…”
“Non era il ragazzino, il suo problema,” la interrompe Raven, acido. “Finché si trattava di Dylan sembrava tutto perfetto – è stato quando l’ho sfiorato io che ha dato di testa.”
Probabilmente avrebbe fatto meglio a mordersi la lingua – Helene è Helene, e le vuole bene come fosse sua sorella, ma non ha mai imparato a vestire le proprie insicurezze di fronte a nessuno che non fosse Mark.
Ed è strano, in realtà, perché sul momento non era stato quello a creargli problemi – quando Jude si era tirato indietro e aveva dato inizio alla sua scena madre, l’irritazione era tutta per quel che stava facendo a Dylan. Per la fragilità perfetta di quel momento e per l’insensatezza con cui il compagno la stava distruggendo con il solo proposito di mettersi la coscienza a posto.
Soltanto il giorno dopo, quando la concentrazione tesa ad escludere il pensiero di Jude dalla quotidianità si era allentata il tempo sufficiente a lasciar filtrare qualche ricordo della notte appena trascorsa, era venuta la necessità di rivivere quegli ultimi momenti in moviola. Ed era stato sconcertante rendersi conto che il cervello aveva registrato con tanta precisione la successione degli eventi – che non era stato solo il calore della pelle di Dylan sotto le labbra, a restare impressa, o la pressione della sua schiena contro il petto. Ma anche l’incresparsi del respiro di Jude, quando lui si era chinato a sussurrargli qualcosa all’orecchio. Lo sgranarsi dei suoi occhi, che per un attimo l’avevano guardato come se si fosse dimenticato della sua esistenza. Come se, quasi, gli costasse fatica accettarlo.
È stato tutto talmente veloce e sorprendente che Raven non può sapere con certezza cosa sia successo. E avrebbe sicuramente ignorato il senso di disagio che il pensiero di poter venire tagliato fuori dalla percezione di Jude gli comporta, se non ci fosse stato il litigio subito dopo. Se Jude non avesse avuto quello sguardo.
Non sa cosa pensare, in realtà. A cosa credere.
Ma non ha mai dovuto forzarsi, per dare fiducia a qualcuno – di solito gli basta affidarsi all’istinto – ed è destabilizzante trovarsi adesso a sfiorare il bordo del cellulare con le dita, cercando di convincersi a fare una chiamata.
Cercando di trovare dentro di sé la voglia di sentire il compagno, e il coraggio di scegliere le parole giuste per affrontarlo. Pur sapendo che, qualunque cosa si trovasse a dire, una parte di sé starebbe mentendo.
E probabilmente è proprio quello, il problema più grosso. Perché in tutti questi anni non ha mai detto altro che la verità, a Jude. Non gli ha mai chiesto che di fare altrettanto. Mentre in questo momento, invece, non crede di saper mettere in ordine neanche se stesso.
Chiuso nello studio di Liam, schiena premuta contro la porta, prende un lungo respiro prima di decidersi a recuperare il cellulare dalla tasca e premere il tasto di richiamata.
Non ha idea di cosa potrà dire.
L’altra sera, quando è uscito dall’appartamento dell’amico, non era sicuro che sarebbe riuscito a sopportare la presenza di nessuno – non si trattava di rabbia, allora, ma soltanto del dolore di una ferita riaperta. Il discorso che Jude aveva fatto – il peso di quel tradimento – passava in secondo piano, come avvolto dal fumo. Ed era passato in secondo piano anche Dylan, la notte mancata, la frustrazione di doversi interrompere così bruscamente. L’irritazione successiva.
Poi, era arrivato il sonno. E il risveglio, la mattina. E l’irritazione si era trasformata in rabbia – la rabbia era diventata bisogno di fuga. Lui era finito da Liam.
Adesso, non saprebbe neanche spiegare quale sia il sentimento dominante. Se il bisogno di vendicarsi, o di proteggersi. Di proteggere gli altri. Ferirsi.
Quando Jude risponde, però – al secondo squillo – il suo respiro è affannato e per un attimo ascoltare la sua voce sembra sufficiente. A respirare con più leggerezza.
Addolcire il rancore.
“Stavi aspettando incollato al telefono, o hai rischiato di spaccarti il ginocchio per prendere la chiamata?” si trova a domandare, il tono divertito.
“Vaffaculo,” è la risposta – risentita. “Sono due cazzo di giorni che ti chiamo. Pensavo fossi sparito.”
“Tranquillo, questa volta ti saluterei, prima,” ribatte lui, quasi senza pensarci. Perché è sempre così, con Jude – non c’è bisogno di filtri.
Subito dopo, però, il vero significato di quel che ha appena detto si chiarisce e il cuore manca un battito. L’ironia impasta la lingua con una consistenza amara, densa, e lui si affretta a cambiare argomento. Si schiarisce la gola.
“No, sono soltanto da Liam.”
“Raven.”
Può quasi immaginarlo, Jude: occhi chiusi e capo appena rovesciato indietro. Volto modellato su linee nervose, incerte – la maschera del pentimento. Raven non saprebbe neanche dire quante volte abbiano fatto un simile balletto, ma non gli era mai successo di dover rifiutare le sue scuse non perché sarebbero inutili. Ma perché non è sicuro di credergli.
“Mi dispiace per quello che ho detto. Non avrei dovuto, non…”
“Era nel tuo pieno diritto,” lo interrompe, in fretta. “Lasciamo perdere, ok? Acqua passata.”
“Sicuro. Per questo hai passato gli ultimi due giorni a ignorarmi.”
Irritato, lui muove un passo verso la scrivania.
“Beh, scusa tanto se non avevo voglia di starti intorno. Poi, fidati. È meglio per te che ti sia stato lontano.”
“Sei incazzato?”
“Sono stato tutta la mattina a prendere a pugni il punching-ball di Liam. Se fossi venuto da te avrebbero potuto farne le spese le tue fotografie. Ho preferito evitare.”
C’è un che di surreale, in quella situazione. Rendersi conto che il cervello è perfettamente in grado di portare avanti un battibecco qualsiasi con Jude, ricorrendo soltanto a strutture già collaudate, mentre l’istinto non fa altro che inviare segnali a ogni periferia nervosa, mettendo in guardia contro il pericolo.
Il cuore batte veloce, nelle tempie e in gola, e Raven non pensa di essersi mai trovato tanto vicino a mentire. Senza dire comunque nulla che non sia vero.
Jude si sta scusando ancora, intanto, e lui si trova ad annuire con il capo senza neanche ascoltarlo.
Vorrebbe poter dire che non ce n’è bisogno, che è tutto sistemato e possono vedersi quella sera stessa e dimenticare tutto quel che è successo – sa che l’amico non sta aspettando altro.
Ma i nervi non si sono ancora rilassati: le dita tamburellano nervosamente sul piano della scrivania – gli occhi scivolano tra i fogli che Liam vi ha ammucchiato, documenti e articoli e un’agenda sotterrata da giornali – ed è come se il suo corpo fosse diventato un animale estraneo. Un testo da leggere tra le righe – qualcuno da avvicinare cautamente.
Un piano dissociato.
“Dylan come sta?” domanda, improvvisamente, dando le spalle alla stanza per avvicinarsi alla finestra.
Nell’orecchio, la risata di Jude suona nervosa.
“Dee? Speravo me lo potessi dire tu…”
“Non lo vedo dall’altra notte.”
“Ah. Non sei più passato da lui, o…?”
“Jude, che cazzo,” sbotta Raven, innervosito. “Sono da Liam per non spaventare nessuno, e vuoi che vada da Dylan che ha problemi con me anche nei giorni migliori?”
Il silenzio con cui Jude accoglie quell’affermazione non dovrebbe fare male, se paragonato a quel che si sono detti l’altra notte, ma in qualche modo sembra allargare ancora di più la distanza che li separa. Fare più profonda la spaccatura – più bruciante la ferità.
Contando lentamente fino a dieci, Raven cerca di lasciargli il tempo di trovare una risposta – poi, quando diviene evidente che questo non avverrà, trattiene un attimo il fiato.
Lo lascia andare in un lungo sospiro.
“Hai provato a chiamarlo?”
“Non risponde…” mormora Jude, a voce bassissima.
“Grande sorpresa,” sibila lui, ironico. “E cosa aspetti, precisamente? Un invito scritto?”
“Non so di cosa…”
“Senti, non mi importa quali cazzo fossero i tuoi problemi l’altra sera, né cosa ti stia passando per la testa in questo momento, Jude. Se vuoi evitare di affrontare le cose, accomodati. Se vuoi toglierti dai piedi le complicazioni, fa pure. Ma Dylan non si merita di pagare lo scotto delle nostre cazzate.”
“Non ho mai voluto…” “Forse no, ma è questo che sta succedendo,” lo interrompe Raven, con un tono più fermo di quanto avrebbe pensato. “Perché l’abbiamo tirato noi in mezzo a questa storia – l’hai tirato in mezzo tu. E se non hai le palle di portare avanti la cosa e preferisci far scoppiare tutto da subito, devi almeno dirglielo. Che non ho nessuna intenzione di farlo io per te, sia chiaro.”
È strano parlargli in questa maniera – difficile ricordare l’ultima volta che è successo. Quando erano ragazzini, probabilmente – quando Jude si ostinava a dirsi etero e lui stringeva i denti contro la voglia di sbriciolare ognuna delle maschere che imbastiva.
Non c’era nessun noi, allora – nulla da affrontare insieme, ma soltanto strade da costruire da soli. Direzioni da scegliere.
Percorsi da affrontare.
Dà le vertigini rendersi conto che non è più così da anni. Che Dylan stesso, nella sua percezione, non è mai stato un affare privato: all’inizio c’era la sua bellezza e la bellezza richiama sempre Jude, qualunque sia la forma.
Dopo, quando è arrivata la tenerezza, Jude era già entrato nel cerchio e aveva già cambiato gli equilibri per costituirsi come terzo polo: fin dalla notte in cui Raven è entrato in casa sua e li ha trovati entrambi addormentati sul divano non c’è più stata una vera divisione, tra loro.
Nel momento in cui ha cominciato davvero a credere di potersi vedere con Dylan, ha cominciato necessariamente a vedere Dylan con Jude.
Solo adesso si rende conto che forse non era un passaggio così logico, quello. Che forse gli altri due non l’hanno sentito con altrettanta naturalezza – che per Jude potrebbe essersi trattato di un’imposizione. Un forzare le loro esistenze a procedere parallele quando lui avrebbe voluto una curva brusca.
Una qualche diversione.
“Pensi davvero che dovrei andare a cercarlo?” sta chiedendo adesso l’amico, e anche la voce con cui pone quella domanda sembra diversa. Più distante, forse, o forse solamente più stanca.
“Sì,” gli risponde comunque, perché qualunque sia il problema tirarsi indietro adesso è impossibile. E perché non è in grado di andare lui da Dylan – di trovare in se stesso la delicatezza necessaria a maneggiarlo – ma soltanto l’idea di quanto debba essere confuso stringe lo stomaco. “Seriamente, Jude. L’altra sera stava malissimo. È convinto di aver fatto qualcosa di sbagliato, o che tu non lo volessi, o qualche altra cazzata che meno sta nel suo cervello meglio è per tutti.”
“D’accordo.” In sottofondo, il suono di un sospiro. “Andrò a cercarlo oggi pomeriggio.” Pausa. “E tu?”
“Io cosa?”
“Pensi di tornare, o…”
La risata che gli sfugge, a quel punto, è sorprendentemente amara.
“Credo che non sia il caso per ora, no. Meglio fare qualche altra prova con il punching-ball di Liam, prima.” Scuotendo la testa, si tira indietro i capelli. “Seriamente, Jude. Pensa a Dylan, adesso. Noi…” Esitazione. “Noi aggiusteremo dopo. Lasciami qualche giorno.”
Le parole suonano vuote al suo stesso orecchio – non sono neanche una promessa, ma soltanto un rimandare al futuro il problema – ed è evidente che neanche Jude ci crede davvero.
Per un attimo, Raven pensa quasi che potrebbe protestare – cercare di convincerlo a raggiungerlo subito, ad andare da Dylan insieme. Lui non accetterebbe mai, ma sarebbe la cosa migliore, forse. Litigare seriamente. Adesso.
Offrire al corpo qualche ragione per continuare a sentirsi così distante, e così svuotato. “Ok,” risponde invece l’amico, quietamente. Aggiungendo soltanto, a voce più bassa: “Mi dispiace.”
E quando lui mormora: “Anche a me”, chiudendo la comunicazione, pensa che quella è forse l’unica verità che abbia detto in tutta la conversazione – una verità non corrotta dalla rabbia, dall’improvvisa paura di non sapersi più ritrovare.
Qualunque direzione stia prendendo la loro storia – qualunque cosa voglia ancora Jude da lui, qualunque cosa sia disposto a dare – questo momento resterà comunque un segno sul loro percorso. Con il suo carico di rammarico, con tutta la frustrazione. Perché per quanto il corpo, dai suoi confini di pelle e nervi, pretenda un diversivo capace di consumare in rabbia il dolore, la realtà più profonda, in quel momento, si legge nel battito del sangue.
Nel senso di vuoto che si scioglie in bocca, nelle tempie.
E nel sapore dell’assenza.
Talmente amaro, a volte, da non permettere alcun nome.






Colpo alla porta.
Dylan solleva la testa dal cuscino, si accorge che è ancora giorno. Si accorge che c’è vento, fuori dalla finestra. Torna a chiudere gli occhi.
Colpo alla porta.
È la responsabilità del risveglio ciò che maggiormente pesa, in certe circostanze: dover aprire le ciglia anche quando non c’è assolutamente nulla che vorresti vedere, doversi strappare all’abbraccio delle coperte soltanto perché il mondo esterno ha deciso così. Soltanto perché sono gli altri, a non dormire.
Aveva immaginato una città immobile, quando poche ore prima si era disteso sul letto: le palpebre bruciavano, la mente era esausta. Era persa. E lui si era ripetuto la favola della bella addormentata, sforzandosi di ricordare la voce di sua madre. Sforzandosi di sentirle, le dita di suo fratello intrecciate alle sue mentre il mondo dormiva. Mentre dormivano i paesi, e le persone, e tutto rimaneva sempre identico a se stesso. Un anno dopo l’altro.
Colpi alla porta.
Due, adesso, il primo più convinto. Più incerto il secondo – quasi impercettibile.
Forse dall’altra parte dello specchio ci è finito di nuovo, Dylan, se intorno a lui tutto sembra sospeso nel sonno e fuori da quella stanza qualcuno si muove, invece. Qualcuno bussa.
L’errore dev’esser stato tirar giù i lenzuoli, scoprire i riflessi.
L’ha fatto settimane prima - non saprebbe dire di preciso quando né perché: ricorda solo che era pomeriggio, che aveva dormito sul divano di Jude, quella notte. Che aveva pranzato a casa sua, fumato le sue sigarette. Ascoltato i suoi dischi.
Quando era tornato alla pensione, più tardi, Ash era lì.
Il lenzuolo scivolava e la mano tremava appena - il riflesso si definiva lentamente, attraverso le ciglia socchiuse. E non c’era stata paura né disagio – solo il sollievo indicibile di ritrovarlo ancora. Ritrovarsi, finalmente.
Adesso tiene lo sguardo fisso sul pavimento, invece, mentre un passo dopo l’altro assaggia il freddo delle piastrelle sotto i piedi nudi. Mentre si avvicina alla porta, cercando l’equilibrio, e senza alcun reale interesse si domanda che ore siano. Forse le cinque, azzarda.
O le cinque del giorno dopo.
Tira su col naso, chiudendo il pugno sul pomello della maniglia.
Ed è strano, perché di domandarsi chi possa cercarlo non gli interessa minimamente. Si trattasse anche di Vivian lo lascerebbe entrare senza opporre la minima resistenza, lo lascerebbe chiacchierare per ore o darebbe al proprietario della pensione anni interi di affitto anticipato, se li pretendesse.
A Jude non sa bene cosa potrebbe dare, però. E non riesce neanche ad immaginare per quale motivo si trovi lì, incorniciato nello spiraglio della porta come fosse il soggetto sfumato di una delle sue foto in bianco e nero. Come se avesse un senso, il fatto che i loro occhi si incrocino di nuovo proprio in quel corridoio. Sulla soglia di quella stanza.
“Ehm. Ciao.”
Ha i capelli un po’ arruffati, biondi di una sfumatura più fredda. Effetto delle lampadine a basso consumo che si usano alla pensione, forse, o forse è colpa delle punte bagnate. Forse fuori sta piovendo - pensa Dylan.
"Posso entrare?"
Sussultando appena, lui sbatte piano le ciglia.
Anche Raven aveva usato parole simili, quella prima sera, e nel mondo sembrava esserci lo stesso vuoto sordo.
Lui aveva abbassato lo sguardo nello stesso modo quando si era ricordato di indossare solo quella maglietta bianca – niente pantaloni e niente scarpe. Neanche i boxer, sotto l’orlo del cotone.
In un attimo, improvvisamente, il cuore balza in gola come se dovesse esplodere.
“Un momento solo,” dice, affrettandosi a richiudere la porta. Premendo le spalle contro il legno, subito dopo, e chinando la testa per controllare che la maglia arrivi davvero a metà coscia. Che non si sia arrotolata sui fianchi, nel frattempo.
Tutto a posto.
Ma gli occhi stanno già correndo da un angolo all’altro della stanza, stanno già cercando il paio di jeans scalciati via la sera prima. O i pantaloni peruviani che ricorda di aver abbandonato da qualche parte dopo averli lavati.
Vorrebbe trovare dentro di sé la forza di aprire almeno l’armadio, Dylan. Almeno provarci.
Resta immobile, invece, perché l’ostacolo dello specchio chiude ogni percorso. Perché sa già che nel vetro le labbra di Ash non avrebbero la stessa piega che Jude deve aver visto sulle sue, mentre ieri sera lo baciava. Mentre lo spingeva indietro, e si alzava in piedi. E tutto finiva.
“Hai la bocca più indecente che esista,” gli aveva detto una volta qualcuno, in una discoteca di New York. Dylan non era ubriaco, quella sera, eppure se ne stava schiacciato fra la parete e il corpo di un tizio che neppure gli piaceva soltanto per il piacere di sentir crescere la sua eccitazione. Per vederlo fremere.
“Te l’hanno mai detto, che sei una puttana?” aveva ripetuto il ragazzo, guardandogli le labbra. Guardandolo mentre le bagnava con la lingua, e intanto faceva scorrere la mano lungo il suo sesso. E sorrideva.
Chiudendo piano gli occhi, Dylan prende un respiro profondo.
“Okay,” dice quindi, voltandosi ad aprire di nuovo la porta.
Stavolta l’effetto è più forte – se prima la presenza di Jude era stata a malapena processata come potresti fare con un sogno al risveglio, o con il ricordo offuscato di un avvenimento lontano, adesso invece il suo sguardo fa increspare la pelle e la consapevolezza che basterebbe allungare una mano, per toccarlo, accelera inevitabilmente il respiro.
In realtà le sensazioni della sera precedente sono ancora vivissime, impresse nei sensi come un profumo o un sapore. Qualcosa di incredibilmente fisico. I lineamenti di Jude, poi, sembrano intessuti dello stesso nervosismo inquieto, un po’ impaziente e un po’ indeciso.
Adorabile.
L’aveva già notato altre volte, Dylan, quando possano diventare febbrili i suoi occhi in certe circostanze. O quanto appaiano sensuali le labbra – lo sguardo che si distoglie per poi fermarsi di nuovo sul tuo corpo. Quasi non riuscisse a evitarlo.
Scostandosi un poco dalla soglia, si appresta a fargli spazio.
Dovrebbe dire qualcosa – pensa. Riuscire a salutarlo.
Ma è lui a parlare per primo - prima ancora di gettare un’occhiata all’interno della stanza. Prima di decidersi a muovere un passo avanti, o a prender fiato.
“Dee. Mi dispiace,” dice.
E dispiaciuto lo sembra sul serio – forse anche un po’ a disagio. Tiene le mani affondate nelle tasche, i denti piantati nel labbro inferiore. Le spalle rigide - tese.
"Non volevo farti un'improvvisata, ma il cellulare era spento e ho pensato che fosse meglio…" Si interrompe, voltandosi verso di lui. "Come stai?" domanda, in tono sommesso.
Fa tenerezza.
Fa tenerezza senza una ragione logica, senza reale motivo. Senza che la tenerezza influisca minimamente sull’erotismo, neanche - senza che quel bisogno improvviso di abbracciarlo si spogli del tutto della valenza sessuale.
Dylan lo guarda – non riesce a fare a meno di guardarlo – e quasi deve farsi violenza per non inginocchiarsi ai suoi piedi. Chinarsi di fronte a lui, lentamente, e allungare la mano a sistemargli l’orlo dei pantaloni. Lasciar scorrere il palmo lungo la coscia, poi - premerlo sull’inguine.
“Hai la scarpa slacciata,” mormora invece, e non riesce a perdonarselo.
Non riesce a non sentire di nuovo nelle orecchie il bisbiglio umido di quel tizio, in discoteca: sei una puttana. È esattamente così, per questo è fuggito da New York.
Per questo ha colpito suo fratello - un ceffone in pieno viso, il primo - e ha rovinato tutto anche a Rosenfield. Jude deve averlo capito, forse.
E avrebbe voluto non doverlo incontrare ancora – si sentiva abbastanza al sicuro in quella stanza. Adesso è straniante, vederlo allacciarsi le scarpe nel disordine sbandato della propria camera. Ricordare l’arredamento del suo salotto, confrontarlo con quello dimesso della pensione. E capire d’un tratto di aver sempre covato quel posto come un incubo segreto – il lato di se stesso che non ha mai raccontato a nessuno. Nessuno al mondo.
"Volevo chiederti scusa," dice Jude, e lui trattiene il fiato d’istinto.
"Per l'altra sera,” chiarisce, tornando a sollevarsi. “Non era mia intenzione fare una scenata del genere – non so cosa mi è preso. Ci sei andato di mezzo tu e non lo meritavi. Per niente."
“Stai meglio, adesso?”
In risposta, l’altro accenna una specie di un sorriso ironico.
Non è mai stato bravo in questo genere di cose - mai stato minimamente convincente, quando si sforza di nascondere il nervosismo.
"Sono tornato in me, sì,” risponde, lanciandogli un’occhiata incerta. ”Se è quello che intendi."
Ma cosa intendesse di preciso non lo ha per niente chiaro, Dylan: non ha ancora maturato nessuna teoria razionale sulla sua fuga dell’altra sera – può contare soltanto su sensazioni istintive e sul confronto delle sue labbra con quelle di Ash. Sulla percezione chiarissima della propria estraneità dal cerchio che Jude e Raven hanno tracciato insieme molto tempo prima, quando lui era troppo piccolo o troppo lontano. Al posto giusto, forse.
Ancora non riesce a credere di esser stato tanto ingenuo da illudersi di poter davvero far parte di loro. Loro che sono così diversi da dare le vertigini – con un futuro ormai impostato e un passato da ricordare insieme. Con dinamiche troppo complesse, troppo articolate per un ragazzino che ancora si basa sulle favole dell’infanzia per processare la vita.
I primi giorni era stato esaltante, muoversi nell’appartamento di Jude.
Ovunque c’erano tracce di esperienze così tanto più adulte della sua – qualunque cosa sembrava promettere l’accesso ad un’età sempre aspettata e mai raggiunta. E la porta poteva aprirsi da un momento all’altro sull’entrata di Raven in maniera talmente naturale da sorprenderlo ogni volta - da fargli credere che potrebbe esser perfino possibile, dividere la quotidianità più semplice con qualcuno che ti fa battere il cuore così forte. Con qualcuno che si muove dentro un corpo come il suo, con la sua armonia istintiva.
“E Raven?” domanda, perché ha ancora i brividi se ripensa alla serietà del suo volto mentre guidava per riaccompagnarlo a casa. Paradossalmente, non ricorda di averlo mai desiderato come nel momento in cui la sua mente era concentrata su Jude soltanto. Non ricorda di aver mai avuto così tanta voglia di spogliarlo. Toccarlo.
"È preoccupato per te. Dice che dovremmo chiarire,” risponde Jude, e per un attimo a Dylan viene quasi da ridere. “Cioè. Dice che ti dovrei spiegare."
“Beh, puoi riferirgli che nessuno mi deve alcuna spiegazione,” scandisce, senza riuscire a nascondere l’amarezza. La delusione - inevitabile. “Non a comando, almeno. E non perché lo ha detto lui.”
Ma si pente di quella risposta un attimo dopo averla pronunciata, perché in fondo sa perfettamente che non è quello il problema. Perché lo conosce troppo bene, Jude, per pensare davvero che si trovi lì solo per compiacere Raven.
"Non lo sto facendo perché me l'ha detto lui," ribatte infatti l’altro, ed è fin troppo evidente che non stia mentendo. Solo che Dylan non sa spiegarsi come mai adesso quel particolare rivesta d’improvviso un’importanza tanto grande – Jude neanche lo vedrà mai più, probabilmente.
Raven neppure.
Non ha alcun senso.
"L'ho capito anche da solo, che l'altra notte ho gestito le cose nella maniera peggiore,” lo sente aggiungere, mentre unisce le sopracciglia in un’espressione grave. Seria. “E sono sicuro che tu possa esserti fatto un’impressione sbagliata, tipo che io non volessi andare avanti. O che, non so…" Lo vede stringersi nelle spalle, incerto. "Hai tutte le ragioni, per essere incazzato. Ma vorrei almeno poterti spiegare, per favore..."
La fregatura sta nello sguardo – nessuna reale sorpresa: Dylan ha sempre sospettato che gli sarebbe stato impossibile non intenerirsi, se un giorno avesse litigato con lui.
“Non sono incazzato,” sospira, scostandosi dalla parete per farglisi incontro.
Jude si è seduto sul bordo del letto e lui gli si china davanti, guardandolo dal basso.
“Però forse ho bisogno di capire, sì,” Aggiunge. “Sentirlo da te…”
Si domanda perché lo stia facendo, in realtà, visto che le ragioni sente di conoscerle già tutte. Visto che non servirebbe a molto, alla fine, incasellarle accuratamente in concatenazioni logiche e razionali. Legarle alla voce di qualcun altro in modo che sembrino più terribili. Più dolorose.
“Prima di tutto, se mi sono tirato indietro non è stato per una questione… sessuale,” inizia Jude, e quasi sembra assurdo stare chinato di fronte a lui ad ascoltarlo analizzare la faccenda come se questo potesse in qualche modo risolvere qualcosa. Stringere un legame, o vanificare il problema.
“Voglio dire,” continua. “Non era la prima volta che Raven e io facevamo sesso con un altro, insieme, e mentirei se dicessi che non ho mai pensato che sarebbe potuto succedere con te. O che non l'ho mai sperato. Più o meno dalla prima volta che ti ho visto."
Più o meno dalla prima volta, ripete Dylan mentalmente. In maniera meccanica.
Subito Jude torna a guardarlo, arrossendo.
"Cioè, non sto dicendo che fosse quello il mio scopo, o che stessi cercando di sedurti o che… Solo. Tu sei tu, e Raven è Raven…” Esitazione. “Non ti sto offendendo, vero?"
“Tranquillo.” Deglutendo, Dylan si bagna le labbra.
“So di non essere Raven, non preoccuparti,” mormora.
Ed è vero – quella è l’unica cosa che ha sempre avuto perfettamente chiara in testa: non ha mai pensato di poter prendere il posto di qualcuno di loro, non lo ha mai neanche desiderato.
Jude scuote forte la testa, però – sgranando gli occhi, torna a fissarlo con decisione.
“No, non era quello il mio discorso!” esclama, stranito. “Quel che volevo dire è che…" Espira. "Non penso di saper immaginare qualcosa di più erotico di te e Raven insieme, ok? Questo è parte del problema, immagino. Non era mai successo con nessun'altro, prima," aggiunge.
Ed è in quel momento che senza nessuna logica, in maniera del tutto folle, Dylan sente sciogliersi nel sangue un sollievo talmente grande che deve abbassare la testa per non mostrare gli occhi lucidi. Le lacrime trattenute – impigliate fra le ciglia.
“Davvero?” domanda, piano.
Il senso di colpa arriva subito dopo, come conseguenza inevitabile di ogni sorriso accennato.
"Senza ombra di dubbio. Questo…” Jude si interrompe, stupito. “Cioè, ma Dee… Pensavi davvero che potesse essere quello, il problema? Il fatto che non ti vogliamo?"
“Io sono…” Silenzio. “Sono strano,” mormora lui, tenendo gli occhi ben saldi sul pavimento.
"Strano?"
Ha le unghie dei piedi colorate, se ne accorge solo adesso. Azzurro chiaro.
E anche questo è parte della sua colpa – la vanità che troppo spesso ha suggerito desideri malati. Che ha avvelenato col sesso ogni rapporto, perfino quello con suo fratello. Perfino la cosa più sacra, la più innocente.
Arrossendo, lascia che i capelli scivolino sul viso: sta quasi per dirgli degli specchi, a Jude -sta per raccontargli di Ash, di ciò che lo ha costretto ad allontanarsi da New York e delle parole che il tizio gli aveva sussurrato quella sera in discoteca. Di quanto si senta falso, sporco.
Si limita a tacere, però.
E poi si tira in piedi, scosta distrattamente le coperte aggrovigliate dall’angolo opposto del letto e si siede lì – le mani chiuse fra le ginocchia. Il cuore che continua a battere fortissimo, come dopo una corsa. Come se dovesse farsi male, o disintegrarsi.
Pulire col sangue ogni macchia.
“Dimmi cosa è successo,” mormora.
Prima di rispondere, l'altro prende un respiro profondo.
"Credo che… In realtà non lo so neanche io, con certezza," ammette, imbarazzato. "Voglio dire. Non pensavo che sarei scattato così. Ma… Mi spaventa, questa situazione. E mi spaventava anche prima, fin da quando tu ed io ci siamo baciati. O forse fin da quando hai dormito da me la prima notte, perché non sarebbe stato solo… Solo sesso, Dee. Non per me e Raven, almeno. E non ci era mai capitato prima di fare qualcosa del genere con qualcuno a cui teniamo tanto, e…" Scuote la testa, strofinandosi gli occhi con le mani. "Non avevo un grande controllo sulle mie reazioni, l'altra sera. Il cervello era abbastanza andato, e quando mi sono accorto davvero di cosa stavo facendo mi è preso il panico. Credo."
“Il panico?” ripete lui, confuso.
"Sì, cioè. Più che altro, credo di aver capito più o meno confusamente che avevo qualcosa come mezzo secondo per tirarmi indietro prima di lasciarmi andare del tutto, ed è stato una specie di cortocircuito. Non so neanche bene cosa pensavo, in quel momento – credo che Raven abbia suggerito di spostarci in camera e io ho messo a fuoco la situazione e l'attimo dopo ero già in piedi."
“Oh.”
"Eh."
Silenzio.
“Ho capito,” commenta infine Dylan, lanciandogli un’occhiata veloce.
Non ha capito quasi niente, in realtà, a parte che è stato ad un passo dall’essere portato nel letto di Jude. Che è stato sul punto di fare l’amore con Raven.
Con loro.
Paradossalmente lo sta realizzando adesso – per qualche strana ragione non ci aveva pensato quella sera e non ci ha poi pensato neanche dopo. Non con quella lucidità cristallina, almeno - come potresti pensare ad una cosa reale. Una cosa imminente.
Sbattendo le ciglia, torna a voltarsi in direzione di Jude. Lo fissa negli occhi, stranito, neanche lo vedesse ora per la prima volta.
“Oh,” ripete. Arrossisce, deglutendo.
Immagina che la scena possa apparire surreale, dall’esterno: non saprebbe neanche dire se sia più smarrita la sua espressione o quella di Jude mentre si guardano negli occhi come se nessuno dei due sapesse minimamente in che mondo si trova. Come se si stessero studiando per sperare di scoprirlo nell’altro, un barlume di consapevolezza. Qualcosa che indichi la direzione da seguire.
In realtà sta lentamente iniziando a collegare gli elementi, Dylan: sta percorrendo a ritroso le parole ascoltate fino a quel momento e a sistemare gli incastri. A realizzare.
"Comunque,” azzarda infine Jude, schiarendosi la voce. “Non avrei voluto reagire in maniera così isterica – sarebbe stato il caso di parlarne, credo. Decentemente. E mi dispiace che la serata sia finita su una nota simile, Dylan. Avrei voluto che tu potessi stare bene, e invece abbiamo complicato tutto e…" Si stringe nelle spalle. "Non so neanche che cosa puoi aver pensato, in quel momento."
“Hai avuto paura?” domanda lui, profondamente intenerito. Profondamente commosso, allungando la mano a sfiorargli la guancia. Dolcemente.
Jude ridacchia, voltando il viso nella carezza.
"Ho ancora paura," ammette. "Ma tu non sembri odiarmi, e questo è già un passo avanti rispetto alle aspettative peggiori…"
“No. Avrei avuto paura anch’io,” sussurra lui, muovendo il pollice lungo la sua mascella, piano. Sorride, lievemente.
“Raven ci ucciderà, scommetto…”
Ma Jude torna a tendersi - immediatamente distoglie lo sguardo, tirandosi un po' indietro.
E il cuore si ferma d’improvviso, come se il corpo avesse percepito prima ancora della mente che stavolta il colpo sarà più duro. Come se l’istinto fosse inciampato per caso nel vero nodo - quello che non potrà esser sciolto. Quello che prima era solo un vago sentore, un’idea imprecisa.
"In realtà abbiamo avuto da discutere, quella sera,” dice il ragazzo, un po’ a fatica. “Dopo che Raven ti ha accompagnato a casa."
Al suo fianco, Dylan non risponde.
"Lui era… Irritato," prosegue Jude, senza guardarlo. "E io non so, non mi ero ancora ripreso del tutto, credo. Ho detto cose che non avrei dovuto. Cose che non gli avevo mai detto perché davvero, non spettava a me parlarne e…" Scrolla le spalle. "Non lo vedo da allora. Stamattina ci siamo sentiti per telefono e mi ha chiesto di te, ma… Non siamo esattamente in ottimi rapporti, al momento."
Domandargli se sia grave non servirebbe, per questo lui continua a tacere.
Per questo rimane immobile ad aspettare che il respiro si decida a sciogliersi, che l’aria torni a riempire i polmoni. Per questo e perché non riesce neppure ad immaginarli separati, Jude e Raven. Perché non può fare a meno di ripensare alla tensione che si respirava in macchina quando è stato riaccompagnato a casa, e non può evitare di sentirsi responsabile.
“Mi dispiace,” sussurra soltanto.
Sente le lacrime gonfiare gli occhi e sente Ash fissarlo da dietro lo specchio.
Sente la voglia disperata di abbracciarlo, di addormentarsi vicino a lui.
Sparire.
"Devo dargli il tempo di metabolizzare, credo…" mormora l’altro, ma lui scrolla la testa.
“Jude, così non…” Esita un istante. “Così non funziona,” termina, e subito si alza in piedi.
Attraversa la stanza, raggiunge la finestra. Scosta la tenda, lentamente, concentrandosi sull’alternarsi delle automobili per strada. Fari bianchi e fari rossi.
Semafori.
“Non voglio creare problemi, non voglio che litighiate.” Prende respiro, voltandosi di nuovo verso di lui. “Non voglio neppure che qualcuno debba metabolizzare qualcosa per causa mia - non voglio.”
"Ma non è questo, il problema. Sicuramente non sei tu quello che Raven deve metabolizzare, Dylan. "
“Io sono quello che devi metabolizzare tu, infatti,” risponde lui, e pensa al sollievo di pochi istanti prima. A come i colori sembrassero diversi, a come apparisse meno buia quella stanza. Meno umida. E pensa a Raven, poi.
All’effetto fortissimo che gli aveva fatto la gravità del suo sguardo, ieri sera. La concentrazione con cui teneva gli occhi fissi sulla strada – l’inquietudine. Non lo aveva mai visto così.
Non crede che riuscirà a dimenticarla mai, quella sua fragilità improvvisa. Non riuscirà mai neanche a perdonarsi di esserne stato testimone – di essersi trovato lì in quel momento.
Imponendogli un pubblico.
Un altro problema.
“Le mie foto le terrai fra quelle che non lasci vedere a nessuno?” domanda a Jude, chiudendo gli occhi.
L'altro non risponde, ma la tensione si avverte nell'aria. L'incertezza, e la paura.
Quando poi mormora: "Dylan…", anche la voce è bassa. Un po’ incrinata.
"Le ho fatte vedere solo a Raven," viene la risposta, quieta. "Ma lui non conta, in questo."
“Sì. Lui non conta,” ripete Dylan.
Ci ha riflettuto spesso, molte volte, su come sia possibile che nei momenti definitivi tutto quello che vorresti dire non sembri mai abbastanza. Come accada che nulla appaia in grado di esprimere neanche una minima parte di ciò che hai dentro e perché alla fine sia sempre il silenzio a prender spazio. Il silenzio o frasi troppo ruvide, frasi non tue. Quasi una punizione autoinflitta.
“Credo sia meglio che tu te ne vada, adesso.”
Avrebbe voluto che la voce non suonasse così asettica né così distaccata. Falsa.
Quando Jude annuisce, però, lo fa con la rassegnazione di chi ha già ottenuto più di quel che si aspettava.
"Credo anche io," risponde, tirandosi in piedi, e passa un lungo momento prima che smetta di guardarsi intorno per decidersi a fissare gli occhi nei suoi. "Grazie di avermi ascoltato, Dylan. Era importante, per me."
Lui annuisce.
D’improvviso ricorda la maglietta bianca, la pelle nuda. Il sonno abissale di poco prima e il bisogno disperato di coperte intorno al corpo – la favola che si era raccontato per addormentarsi. La porta che si apriva, e il torpore. La scarpa slacciata.
Rimarrà per ore a fissare il lembo di materasso sul quale lui è stato seduto – lo sa già adesso. Sa che non piangerà ma che avrà freddo, che vorrà dormire. Che il sonno non verrà.
Jude e Raven erano diventati parte così integrante della sua vita che quasi non riesce a concepirne una alternativa - non sa bene neanche che sfumatura di biondo potrebbe esistere a parte quella color grano dei capelli di Jude.
Sembra un problema da poco, eppure non chiuderebbe la gola in quel modo se non fosse importante. E non costringerebbe gli occhi a sollevarsi ancora sul suo viso, con l’urgenza di memorizzare lineamenti e sfumature. Con quel senso di perdita lacerante, ribelle. Furioso, quasi.
Gli sembra impossibile.
“Preferisco che non ci vediamo più, Jude,” dice – la mano destra che trema appena sulla maniglia della porta già aperta. La sensazione di non avere più pelle – più forza.
L'altro abbassa la testa, bagnandosi le labbra.
"Lo immaginavo.”
Il cuore batte forte, così forte che Dylan ha perfino paura che lui se ne accorga. Che ne senta il rumore, nel silenzio, e che decida di fare altre domande. Cercare di calmarlo.
Sarebbe tutto più difficile.
Più ancora di quanto lo sia adesso vederlo voltare le spalle, seguire i suoi passi che si allontanano lungo il tunnel del corridoio e sentire quel nodo che si stringe in gola. Che si stringe di più ad ogni passo, fino a tendere i muscoli in uno scatto inatteso.
“Jude. Aspetta.”
Non era andato così lontano, alla fine, eppure Dylan ha il fiatone quando gli si ferma davanti.
“Aspetta,” ripete, e lo sa che così è solo peggio. Che non dovrebbe.
Si ripete che sarà solo un bacio rapido – labbra che si stampano sulle labbra e una fuga precipitosa dentro la stanza, subito dopo. La porta che si chiude.
Solo che la spinta sembra esaurirsi nel momento stesso in cui le loro bocche si separano e lui rimane immobile, gli occhi saldamente affondati dentro i suoi. I pugni chiusi sul suo giubbotto – i muscoli tesi. Nel silenzio.
Trattiene il respiro.
E succede in un istante – l’accorgersi improvviso che l’orlo della maglietta deve esser salito fin quasi alle anche e la percezione delle mani di Jude sui fianchi, la pressione attutita dalla stoffa.
Il bacio, urgente. L’affondare della sua lingua in bocca e la testa che gira, il fiato che manca.
Calore.
È come se il sangue affluisse al cervello in un’ondata unica – Dylan sente i palmi scivolare sulle natiche e il respiro dell’altro spezzarsi nella bocca quando incontra la pelle nuda.
Follemente immagina l’affacciarsi dei pensionanti in corridoio – l’istantanea che si presenterebbe ai loro occhi. Immagina la propria schiena nuda, la maglia impigliata alle braccia di Jude e le mani aperte sui glutei. Immagina Raven.
Ha occhi scurissimi, indecifrabili, mentre con la spalla appoggiata alla parete li sta osservando attentamente. Ha il cilindro di uno spinello che fuma fra l’indice e il medio, i jeans calati sui fianchi. Sta sorridendo.
Cercando l’aria, lui rovescia la testa all’indietro.
E smette di pensare, dopo – tutto si confonde nella scia umida che la lingua dell’altro traccia sul collo e nel groviglio dei brividi, nell’incalzare del suo corpo. Passi indietro, la porta che sbatte.
Le decisioni prese sono ancora lì, tutte ordinatamente in fila come un esercito schierato: addii necessari e nostalgie e gelo. Eppure Dylan si lascia distendere sul letto, si lascia baciare ancora. Ancora più a fondo.
E non fa male, stranamente.
Non è neanche sesso, non somiglia a nulla di già sperimentato: il sesso è sempre stato una guerra e adesso non c’è che abbandono, invece. È sempre stato gioco.
E ora nessuno dei due sta giocando, non Jude. Non lui, mentre inarca la schiena e apre le gambe per far spazio al suo corpo. E sbarra gli occhi, quando si sente avvolgere dalla sua bocca.
Lascia andare un gemito.
Se ne accorge in quel preciso istante, che i pugni sono saldamente agganciati alla testiera del letto. Che per la prima volta ogni iniziativa è delegata all’altro, che gli occhi si stanno chiudendo. Non c’è bisogno di vigilare.
E non c’è bisogno neppure di nascondere l’imbarazzo dietro i soliti gesti sfrontati, non è necessario fingere né provocare. Né nascondersi.
Forse, prima di abbandonarsi alle labbra di Jude, Dylan neanche sapeva cosa fosse davvero il piacere. Non aveva idea che qualcuno potesse gestirlo per lui in maniera più efficace di quanto abbia mai saputo fare lui stesso e non credeva che sarebbe arrivato a sentir tremare le gambe contro le tempie di un ragazzo.
Ha sempre sorriso, quando succedeva agli altri. Li vedeva impazzire e sapeva che era merito suo - sapeva di averli in pugno.
Adesso fatica a riconoscere se stesso nei movimenti che il suo corpo sembra articolare da solo, invece. E non ha idea di che sorriso sia, quello che sente tendere le labbra mentre Jude sale a baciarlo. Non somiglia né a trionfo né all’ironia solita - non somiglia a niente.
Eppure non gli importa.
Non gli importa perché lui torna a premergli la bocca sullo stomaco e poi sul ventre – lentamente lo accarezza appena, facendolo rabbrividire. E c’è soltanto il bisogno disperato di ritrovare le sue labbra – tornare a sentirsi avvolgere e tendere e affondare.
Affondare.
Stacca le mani dal legno della testiera solo quando l’orgasmo gli scuote il corpo fin nelle ossa e mentre si rovescia a pancia sotto tirandosi dietro coperte e lenzuola vede il buio riempirsi di infiniti puntini luminosi - sente il respiro spezzarsi in un colpo di tosse. La testa girare.
Per un attimo, è come se non sapesse più dove si trovi. Né chi sia veramente.
Succede solo più tardi, che tutto torni di nuovo quieto.
Molto più tardi.
Le ciglia si schiudono - fuori il mondo sembra stranamente quello di sempre. Ci sono spartiti e scarpe, sul pavimento - la solita luce fioca di poco prima. CD e vestiti e la custodia della chitarra in un angolo.
Alle sue spalle, contro la schiena, il respiro di Jude è un suono soffuso. Caldo.
“Per favore. Dimmi che non sei già pentito.”
“Hm?”
Stirando languidamente i muscoli, lui volta la testa sul materasso fino ad incontrare il petto dell’altro – a premere la guancia sulla pelle. Lo sente ridacchiare e la cassa toracica vibra contro l’orecchio – una sensazione stranissima. Dolce.
“Stanco?”
È quasi sicuro che non fosse quella la domanda precedente, ma è davvero troppo stanco per cercare di ricordare. O per concentrarsi su qualcosa di diverso dal braccio di lui che gli circonda la schiena, che lo attira più vicino. Dalle sue labbra che sfiorano la tempia.
“Hm,” risponde.
Poi, chiude gli occhi.
È successo tutto troppo in fretta – troppe emozioni contrastanti in così poche ore: dolore e piacere, rinuncia. Tensione e abbandono.
Se tutto questo ha un senso, lui non riesce a vederlo. Non sa più distinguere solitudine e completezza, non saprebbe dire se sia più forte la nostalgia per qualcosa di perduto o la sorpresa di sensazioni mai provate. E non riesce a trovare i confini del proprio corpo, mentre Jude lo abbraccia. Mentre gli preme le labbra sulla tempia, pigramente, e ogni gesto si porta dietro l’impronta di Raven come se fosse stato modellato dall’interazione con lui molto tempo prima. Molto in profondità.
Se quel benessere non fosse tanto ubriacante – tanto esteso e completo da annullare ogni pensiero razionale, da soffocarlo – verrebbe da domandarsi quanto abbia pesato la somiglianza con Ash, nel sovrapporsi quasi distonico di dimensioni tanto diverse. Quanto Jude possa averla percepita sotto le mani, la presenza di suo fratello, e se non sia stato lui a trasformare il rifiuto in passione. La paura in desiderio – qualcosa di più forte.
La testa gira ancora, ed è come un’altalena che confonde le dimensioni. Come aver bevuto troppo, sentirsi altro. Sentirsi sfumare.
E forse è la stanchezza a insinuarsi nel riflesso dello specchio o forse è Dylan stesso a sollevare bandiera bianca. Forse le dimensioni torneranno a sovrapporsi, quando l’incantesimo sarà spezzato. Forse no.
Ma c’è silenzio, nella stanza, e il respiro di Jude scivola fra i capelli come una carezza che sembra riservata a lui soltanto. Per una volta – un’illusione. Crederci.
Il sonno arriva come fiato sul vetro, dopo, offuscando gli specchi in immagini ovattate di condensa. Ombre bianche senza contorni - favole sbiadite in trame che nessuno ricorda più. Che non raccontano nulla. E che non fanno rumore.




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Samuel - Tre metri





Affacciarsi alla porta del salone era stato un’errore – Samuel se n’era reso conto quando già l’immagine si era cristallizzata dentro gli occhi e l’illusione aveva fermato il respiro in un’immobilità esangue, quasi marmorea.
Eppure si era trattato di un gesto automatico, un semplice passo in avanti. Le dita strette sulla cornice della porta e un nome appena formato sulle labbra - un nome che era diventato quotidiano, ormai: conforto e calore e tenerezza.
Vivian.
Vivian che aveva capelli così biondi da sembrare neve – così lunghi da cadere sulle spalle in ciuffi morbidi. Appena ondulati.
E la spalliera del divano a coprire il suo corpo – l’angolazione della prospettiva a nascondergli il viso.
Non era la prima volta che succedeva, ma Samuel non si sarebbe mai abituato alla vertigine di affacciarsi sulla soglia di una stanza. Lanciare un’occhiata dentro – un’occhiata distratta. E trovarlo lì, Björn.
Trovarlo in piedi vicino alla finestra o abbandonato su una poltrona – scoprire quanto possano diventare chiari i suoi capelli alla luce del giorno o quanto dolore comporti immaginarlo ragazzino. Sentire la sua presenza nell’aria, come un vento freddo. Nebbia che sale.
E ricordare con una nitidezza paralizzante che tutto è sempre stato per lui – per lui quella casa, le travi di legno dei soffitti e i cuscini sul divano. Per lui la fiamma delle candele, l’aroma del tè. Ogni parola sussurrata a voce bassa, stampata sulla carta.
Un’intera vita.
Per lui.
Senza che nulla sia riuscito a proteggerlo mentre cresceva, e la coscienza intanto maturava la colpa di non averlo conosciuto abbastanza presto.
Senza che nulla sia stato capace di proteggerlo dopo, quando già la colpa diventava crimine. Quando Samuel l’aveva violentato con le parole come altri con le mani, senza fermarsi una sola volta ad ascoltare i suoi silenzi. Abbandonare la religione cieca del suono per raggiungerlo dentro quel vuoto di neve – ascoltare la sua storia. Dentro il respiro.
Vivian è lì.
Un’illusione in controluce – un’altra violenza forse. Sicuramente.
Ma lui resta immobile a guardarlo anche stavolta, come mille volte è già successo in passato. Come accadrà sempre, con ogni probabilità. Un vizio assurdo.
E non c’è rimedio, perchè in certi momenti sembra avere un’importanza essenziale capire se anche le spalle di Björn apparissero così fragili, quando era ragazzino. In certi momenti il bisogno di avvicinarsi a occhi chiusi è una necessità fisica – immaginare di potersi sedere ancora di fronte a lui, offrirgli un tè caldo. Osservare le sue labbra che si schiudono e spogliare quell’immagine di ogni poesia residua. Di ogni metafora.
Le pagine del romanzo sono ancora sparse sulla scrivania del salotto – da mesi lui non si avvicina a quell’angolo della stanza.
Ha lavorato al tavolo della cucina, allo scrittoio della sala. Sulla poltrona, anche. Spesso.
Ma lì, in quello spazio esiguo fra la vetrata e il camino, il tempo si è fermato al pomeriggio in cui aveva rimboccato la coperta di lana sul petto di Björn e l’aveva guardato dormire. E gli aveva acceso lo stereo, perchè la voce di Cohen potesse abbracciarlo come lui non sapeva fare. Senza toccarlo.
Senza.
Ferirlo.
Samuel abbassa le ciglia – abbassa la testa.
Ha immaginato di fermarsi in quel preciso punto, alcune sere - abbastanza lontano da confondersi con la leggerezza dell’aria e abbastanza vicino da poter sfiorare il suo spazio vitale come una carezza sfiorerebbe la pelle. Björn non tornerà, questo lo sa bene.
Eppure il cuore si contrae come se l’equilibrio cercato così a lungo fosse stato finalmente raggiunto, quando Vivian percepisce la sua presenza e si volta lentamente. E affonda nei suoi occhi quello sguardo di vetro - sguardo di nebbia. Di cielo e ghiaccio.
Tre metri.
Tre metri di distanza per farsi sentire senza che il corpo diventi un muro e l’intenzione una violenza - tre metri per ascoltare il respiro di Björn senza spezzarlo, per imparare a toccarlo in maniera diversa.
Tre metri, e non servono comunque.
Non servono perchè il sangue pulsa ostinato, nelle vene – perchè basta uno sguardo e Samuel ha di nuovo la febbre alta. Basta uno sguardo.
E le dita di Björn scorrono ancora lungo le tracce delle ferite, e l’odore della sua pelle intossica i sensi come veleno. E la sua bocca è così vicina da far male – il neo sul collo diventa il punto di fuga di ogni prospettiva.
Non ha imparato nulla, non ha trovato. Nulla.
Nessuna formula alchemica per mutare il corpo in vento, nessuna preghiera e nessuna bestemmia.
Avrebbe forse dovuto supplicare Mark quando era ancora in tempo – costringerlo a lacerare la carne col bisturi delle sue labbra e lasciarsi bruciare dalle sue mani come se neppure la cenere dovesse testimoniare più niente.
Avrebbe potuto farlo per amicizia, per pietà. Non avrebbe avuto importanza.
Come adesso non ha importanza rimanere lì fermo, perchè quei tre metri non lo separano da Björn. Ma da Vivian.
E Vivian sta già aggrottando le sopracciglia, sta inclinando la testa. La piega delle labbra - così struggente, sempre, e remota – si sta curvando sotto il peso di una preoccupazione indefinita. Ansia nascente.
“Sam?” lo chiama, piano.
Muovere un passo avanti non è mai stato tanto doloroso, mai così straziante. Nè difficile.
“Qualche problema? Era il tuo editore, al telefono?”
“Edward Logan. Sì,” risponde Samuel, mentre il volto del ragazzino ridisegna i contorni che gli sono propri e lui si ritrova a doverlo sussurrare più in fretta di quanto avrebbe voluto, quell’addio. Chiudendo i pugni per impedirsi di allungare la mano incontro allo sfumare della visione e urlare al vuoto di non andar via, per favore. Non un’altra volta.
Sarebbe inutile.
"Brutte notizie?" sta domandando Vivian, e Björn è già lontano. Disciolto nei pulviscoli di luce, forse, o nel fumare caldo della tazza abbandonata poco prima sul tavolo.
Una tazza di tè alla rosa.
E nessun senso, in quel ripetersi di nostalgie. Riti superflui che appaiono svuotati di valore, spogliati di vita. Preghiere inutili.
“Ho una settimana da oggi, per spedirgli la bozza del romanzo,” mormora, sedendosi sul bordo della poltrona. “E vuole i primi tre capitoli, anche.” Piano, si passa una mano sulla fronte. “Completi.”
"Tu sei ancora a un punto morto, invece?"
“Io non...” Pausa. “Non ho neanche iniziato, Vivian. Non ho nulla da dargli,” confessa.
È la prima volta che lo ammette ad alta voce, la prima volta che costringe se stesso a fermarsi lì. Affrontare quel nodo.
D’istinto, lo sguardo attraversa la stanza per sfiorare i contorni della scrivania - la macchia bianca dei fogli che Björn deve aver tenuto fra le mani, che deve aver lasciato ricadere sul piano mentre il mondo intorno crollava. Mentre la teiera bolliva, sul fuoco.
E lui non era lì, neppure quella volta.
Neppure se sarebbero bastati pochi passi – poco più di tre metri per evitare l’ennesimo dolore. L’ultima violenza.
È rimasto un post it, attaccato alla bacheca.
Il suo nome scritto in lettere minuscole - simboli troppo spigolosi e troppo falsi. Inchiostro nero su sfondo giallo.
Per un attimo la nausea chiude lo stomaco, al pensiero di quanto tutto questo deve essere apparso estraneo ai suoi occhi. Grottesco, forse.
“Ci sono solo appunti,” aggiunge, scandendo le parole lentamente. “Appunti slegati, brani scritti di getto senza alcun ordine di continuità. Nulla di strutturato.”
Di fronte a lui Vivian ha lo sguardo di quando sta ascoltando con attenzione - di quando studia le pause tra le parole per trovare un senso più profondo.
"Non mi hai mai parlato molto della storia…" mormora, come se non fosse sicuro di avere diritto a fare quella domanda.
Esitando cambia appena posizione - porta le ginocchia al petto. Le circonda con le braccia.
E Samuel ricorda d’improvviso quanto l’avesse sentito fragile, la notte che hanno dormito vicini. Ricorda il sollievo di abbracciarlo, il senso di pace che veniva dal sentir battere regolarmente il suo cuore sotto il palmo della mano.
Vivian è stato l’unico perdono che sia mai riuscito a concedersi – l’unico momento.
Ed è ora di chiuderlo, quel cerchio – radunare il coraggio. Sono mesi che ci pensa.
Mesi che attende il momento giusto, l’occasione di gettare un ponte fra le loro solitudini e lasciarsi raggiungere finalmente – anche solo per dirgli grazie. O per mostrargli il luogo dove potrà sempre trovarlo, il suono del nome di Björn. Il centro.
Di se stesso.
“Lui indossava un giubbotto scuro, quella sera,” inizia a bassa voce, come stesse recitando una formula sacra. O i versi di una poesia imparata a memoria - qualcosa di molto intimo.
“Sedeva fra la gente,” aggiunge, “Ascoltava. In silenzio.”
La parte più difficile, poi: “Ho pensato che dovesse esserci una crepa, nel tessuto del mondo, se la sua pelle appariva così diafana. E le sue spalle così solide, invece. Le sue mani.” Chiude gli occhi. “Così grandi.”
Non è davvero una sorpresa, la vertigine che si spalanca nel petto quando l’eco delle parole rimbalza fra le pareti. Quando giunge alle orecchie carico delle immagini di quella sera, e Samuel torna a sentire l’impatto dello sguardo di Björn. Affondato dentro il suo – per quell’attimo brevissimo. Quel respiro spezzato.
“Lui?”
Dal suo angolo di cuscini, Vivian lo sta fissando incerto.
“Aveva i tuoi stessi occhi, un identico azzurro...”
O forse appena più trasparente - pensa. Appena più freddo.
Non ha importanza.
Perchè dire certe cose ferma il cuore comunque, di fronte a quelle iridi. E deve farsi forza, per non pregare il ragazzino di voltarsi, per non chiedergli di abbassare la testa. Abbassare le ciglia.
“Ho cercato il Nord tutta la vita, Vivian,” mormora, mentre la voce si fa un poco più debole. Mentre la vertigine cresce, espandendosi come sempre. “Lui, ce l’aveva negli occhi,” aggiunge. “Ed è stato automatico, ritrovare i suoi tratti nel mio romanzo. È stato fin troppo facile, confondere realtà e finzione. Confondere me stesso. Con lui.”
"Lui sarebbe lui, quindi?” domanda l’altro, con la solita cautela. “L'uomo che se n'è andato?"
Ma rispondergli non è semplice, perchè da quella casa Björn non si è mai davvero allontanato. È sempre stato in ogni oggetto – ogni angolo. Dentro ogni notte.
E sarà sempre lì, in quelle pagine abbandonate sulla scrivania che continuano a tenerlo incatenato in gabbia come un animale raro. Come qualcosa che non riesci a lasciare libero, perchè è parte di te troppo a fondo. Perchè lo sarà sempre.
“Devo bruciare quel romanzo,” sussurra.
"Bruciarlo?"
“Devo bruciare quel romanzo,” ripete. Sa che deve farlo.
Sa anche che non troverà mai la forza, però – che liberarsi delle colpe può risultare paurosamente difficile quando sono le colpe, la sola cosa che è rimasta. Il solo legame che unisce la sua vita a quella di Björn.
Colpe.
Come tutte le notti che ha immaginato la sua pelle – il vento lieve delle sue mani sulla schiena e la nudità dei corpi avvolta in coperte di lana. Come tutte le volte che ha desiderato muoversi lentamente – lentamente. Lentamente, sotto di lui, fino a vederlo rovesciare la testa sul petto e sentirlo morire. Dentro.
“Ci sono troppe cose,” spiega, rabbrividendo appena.
Dal divano, Vivian lo sta osservando con attenzione.
“Cose di cui non so liberarmi.”
"Che è successo?" viene allora la domanda. Inevitabile.
“Aveva trovato un suo equilibrio,” mormora Samuel, muovendo gli occhi da un punto all’altro della stanza. Bagnandosi le labbra – cercando le parole. “Lavorava in biblioteca, e credo gli piacesse. Aveva suo fratello, qui. Io l’ho allontanato da tutto, invece.” Manca la forza. “Io,” ripete comunque, perchè c’è bisogno di ricordarlo sempre. Ricordarlo bene, quel che è stato capace di fargli.
Chiedere perdono sarebbe troppo semplice, troppo ignobile.
"Mi spiace, Samuel," sussurra Vivian, ma lui gli è grato di non aggiungere altro. Di non formulare alcuna assoluzione, di lasciargliela tutta sulle spalle. La sua responsabilità.
"Non hai più avuto sue notizie?" lo sente domandare invece, dopo una breve esitazione.
“So che sta a New York, adesso,” risponde. “Ed è straniante, immaginarlo in un orizzonte di grattacieli. Lui che era silenzio. Immaginarlo in una città tanto caotica.”
Lentamente, Samuel appoggia le spalle sullo schienale della poltrona.
Vivian ha distolto lo sguardo, e per un attimo l’assenza di quell’azzurro soffia nel cuore una nostalgia struggente.
"A New York?" sta ripetendo, assorto.
Lui abbandona la testa all’indietro, deglutendo. “Central Park ha colori bellissimi, in autunno. Le foglie si stendono sull’erba in tappeti caldi, tappeti di luce. A volte mi illudo che l’estate possa dimenticarsi del mondo, quest’anno.”
Pausa.
“O che i motori delle auto non sporchino la neve, quando cadrà. Che Björn possa perdersi nel bianco.”
E il bianco sembra stendersi davvero, in quel momento. Sulle parole, su quell’immagine. Nella stanza, con un velo di silenzio fumoso. Silenzio immobile.
Inspirando piano, Samuel chiude gli occhi.
Non è davvero dolorosa, la necessità di dover sempre delegare ad altri gesti che sente invece profondamente suoi: avvolgere il corpo di Björn in un contatto di braccia lievi, passargli le dita fra i capelli. Sentire la tensione dei suoi muscoli che si allenta, sotto il palmo delle mani. E proteggerlo.
Lui non potrebbe farlo comunque.
Per questo è confortante, in certe sere, sperare che possa essere il reflusso del mare a farsi musica – a sussurrargli quelle poesie che sulle sue labbra diventerebbero imbarazzo. O immaginare che venga il vento, ad accarezzargli i capelli. Che sia la nebbia ad abbracciarlo.
Vorrebbe dirgli anche questo, a Vivian: che vestire un corpo può esser terribile, quando ami certe persone. Che ringrazi ogni giorno il cielo per sciogliersi in pioggia, o per soffiare sul viso aria impalpabile. Vorrebbe chiedergli di prestargliele per un giorno soltanto, quelle sue ossa da uccellino. O quei suoi occhi chiari come acqua, i polsi esili.
Quella fisicità impalpabile.
"Björn?" domanda però il ragazzino, in un tono strano. Il tono duro di quando sta fuggendo da qualcosa – un allarme improvviso. Irrazionale.
E Samuel solleva le ciglia di scatto – solleva la testa.
Sentendo il gelo nascere nello stomaco, si sporge appena in avanti.
“Sì,” ripete.
Di fronte a lui, Vivian si è fatto immobile.
"Sam," dice, a voce bassissima. "Quando è successo tutto questo? Per favore, rispondimi chiaramente."
“Tutto questo?”
"Quando l'hai conosciuto, Björn? Quando è andato a New York?"
Per qualche strana ragione, per un attimo, lui quasi non trova voce per rispondergli.
“Qualche mese,” riesce a dire poi, molto lentamente. Molto piano, come se qualcosa di irreparabile dovesse succedere, a seguito di quelle parole. “È stato quest’inverno,” chiarisce.
Ed è come se Vivian se l'aspettasse, perché chiude gli occhi un istante e annuisce.
Ingoia aria, senza rispondere. Senza muoversi, nemmeno.
Ma l'attimo dopo è già scattato in piedi - sta già attraversando la stanza in direzione della porta. Sta chiudendo le dita sulla maniglia - afferrando il giubbotto.
"Devo uscire un attimo. Giuro che torno subito, ma ho bisogno di un attimo," dice in fretta. Prima di sparire.
Dopo, resta solo il disordine dei cuscini sul divano a testimoniare che qualcosa è successo realmente. Qualcosa che Samuel non riesce ancora a processare – qualcosa di definitivo.
David.
Il pensiero devia nella direzione del suo nome per abitudine, forse, o magari soltanto perchè d’un tratto tornano in mente le sue parole. La contrarietà dimostrata quel giorno, quando lui gli aveva comunicato di voler parlare a Vivian del romanzo.
Il distillato più nauseante del tuo egocentrismo, aveva detto.
E non è mai stato così - non è mai stato vero.
Eppure qualcosa di sbagliato doveva esserci per forza, in quell’intenzione, se la reazione del ragazzino è stata tanto violenta.
Se quel gesto ha vanificato ogni proposito di condivisione, invece di facilitarlo - se adesso lui sta misurando la stanza in passi nervosi mentre Vivian è fuori nella notte. Più lontano di quanto sia mai stato, forse.
Samuel ricorda la prima volta che l’ha tenuto a dormire in quella casa, il suo bisogno di buio. L’orrore nei suoi occhi, mentre gli raccontava dell’aggressione.
Ci sono persone con le quali devi usare un linguaggio diverso – qualcosa di più silenzioso e di più intatto. Sguardi muti, magari. Soltanto.
O soltanto la dolcezza innocente del cioccolato, forse.
“Vivian,” sussurra piano, quando la porta di casa si chiude alle sue spalle e l’aria fresca della notte punge la pelle come un assedio di spilli.
Ci sono le lucciole nel bosco – nota.
Per un istante, d’improvviso, la nostalgia di David è così intensa che quasi strappa un gemito. Un respiro spezzato.
“Cristo...”
È seduto sul legno della ringhiera, Vivian.
Samuel se ne accorge in quel momento, quando lo sguardo si sposta di lato per scostare il gatto dalle caviglie. Quando l’oscurità inizia a farsi meno aliena, meno fitta.
“Viv,” ripete. Muovendo un passo nella sua direzione.
"Perché dici che è stata colpa tua, se lui ha dovuto andarsene?"
C’è qualcosa di irreale, in quella serata: la voce di Vivian sfumata nella notte – l’incapacità di mettere a fuoco le intenzioni. E distanze che si tendono come elastici, senza una logica apparente. Senza controllo.
“Non avrei dovuto dirti di questa storia,” mormora lui, bloccando i movimenti. Fermando il braccio a mezz’aria, lasciandolo ricadere sul fianco.
L’altro ha parlato piano, senza neanche sollevare la testa. Senza voltarsi.
Ed è strano che siano ancora tre metri, quelli che dividono ogni bisogno di contatto fisico dal sollievo di una carezza. Dalla necessità disperata di farsi perdonare.
Ancora.
“Mi dispiace,” riesce a dire soltanto. A bassa voce.
Ma Vivian ripete il suo nome, scandendo le lettere una ad una. "Ho bisogno di sapere cosa è successo," aggiunge. Quasi con irritazione.
E a lui non resta che radunare i pensieri – imporre a se stesso di metter ordine nelle emozioni per riuscire a darglielo davvero, quel che sta chiedendo. Quel che in fondo gli deve, a questo punto, perchè se tutto quanto è stato un errore adesso tornare indietro non è più possibile comunque. Vivian ha tracciato una sola direzione, di fronte a loro. Una strada obbligata.
E non importa quanto possa far male parlare di Björn in quel modo - lasciar andare il suo nome nel freddo. In spiegazioni quasi troppo dure, da formulare.
“Ho iniziato a scrivere il romanzo prima di conoscerlo,” mormora lentamente, in un sospiro più lungo. “Il protagonista aveva alle spalle un’infanzia difficile - c’erano stati episodi pesanti. C’era un presente da ricostruire, e c’erano i suoi tratti fisici. Il suo silenzio. Erano talmente simili, Vivian... Ho sovrapposto a tutto questo la realtà di un ragazzo che ferito lo era sul serio, e che io stupidamente credevo di poter salvare solo con le parole. Solo...”
La voce si spezza, riprende a fatica.
“Solo scrivendola, la sua salvezza...”
"E poi?" insiste l’altro, atono. "Non fai del male a qualcuno, scrivendo la sua salvezza."
“E poi lui ha letto il romanzo,” viene la risposta, appena sussurrata. Sillabe che si perdono nei vuoti di respiro, nuvole di condensa bianca. Nel buio.
Samuel non sa perchè Vivian gli stia facendo questo.
Sa soltanto che il freddo della notte ha ormai reso di vetro le ossa, che la voce deve essersi persa in qualcuno degli angoli d’ombra fra la porta e la ringhiera. E che le palpebre bruciano come se non dormisse da secoli, che le parole pesano in gola come macigni.
“So che è stato male, dopo,” aggiunge, abbassando gli occhi.
Le travi del portico sono impregnate di umidità - in certi punti, la vernice appare scrostata.
“Poi, è partito.” Silenzio. “Non l’ho mai più rivisto,” termina.
E preme la spalla contro la perete, come se d’improvviso mancasse la forza per restare in piedi. Come se servisse un appoggio – uno qualunque – mentre ripensa ai mesi passati per individuare la prima volta che si è sentito così debole. Così stanco.
Tutto è troppo confuso, nella memoria.
Riesce a ricordare soltanto l’odore di David - le proprie mani chiuse sul legno della ringhiera e il suo corpo premuto sulla la schiena. Le sue braccia.
Intorno ai fianchi.
Vorrebbe trovare la forza di riportarlo dentro, Vivian. O di accendere la luce per assicurarsi che abbia indossato il giubbotto – che non l’abbia abbandonato come suo solito da qualche parte.
E vorrebbe chiedere alla notte se anche Björn sta sentendo freddo, sapere se il buio ha lo stesso sapore anche a New York. Se respira ancora, il suo amore.
Se respira ancora...
"Sta bene, adesso," viene la risposta, inattesa, e per un attimo il sollievo è talmente intenso che Samuel sente le lacrime pungere gli occhi – la testa farsi leggera come condensa di fiato.
Fumo sottile.
"O meglio, insomma...”
Ha sempre amato la voce di Vivian.
Scorre fra le parole con la leggerezza del vento e ricorda le carezze che immaginavi da bambino, quando si scioglie bassa nel silenzio di momenti come quello.
Momenti di stasi assoluta.
“Andare a New York è stata una buona idea,” lo sente aggiungere, mentre il corpo rileva quasi inconsciamente un bisogno d’ossigeno che non ha mai sperimentato prima. Qualcosa di anomalo. “O forse è solo stata una buona idea partire, o…”
Il cuore si è fermato, ma Samuel se ne accorge solo adesso.
E si accorge solo adesso che nel frattempo lo sguardo ha agganciato l’ombra di Vivian, che sta scandagliando il buio alla ricerca disperata dei suoi occhi.
Quanto può diventare intenso, un desiderio, e quanto può alterare la lucidità il bisogno disperato di qualcosa? Quanta pressione può sopportare la mente prima di precipitare per sempre nella follia – quanto silenzio?
Non sa darsi risposte.
Dal suo angolo Vivian parla ancora – ancora più piano - e lui sente distintamente le lacrime scendere lungo gli zigomi.
Lungo le guance.
"Se sei stato tu a convincerlo ad andare, hai fatto una buona cosa. Aveva bisogno di una spinta, credo," continua a sussurrare il ragazzino. Nella notte.
E non c’è un senso, nessuna logica. Solo la sua voce.
La sua voce e la necessità vitale di ascoltarla ancora - lasciare che la realtà si plasmi intorno ai desideri e abbandonarsi alle spalle qualunque pesantezza. L’ha già fatto una volta, questo errore. Adesso, no.
Adesso non può bastare l’illusione, una verità su misura. Non basterà mai nulla del genere, per Björn.
“Vivian,” scandisce quindi, inspirando a fondo. Concedendo ancora un istante al silenzio, l’ultimo.
“Che cosa stai dicendo,” continua, senza neanche dare alle parole l’intonazione di domanda. Ma non c’è irritazione nella voce, solo una fermezza doverosa.
La volontà del coraggio.
"Quella notte, dopo che ha letto il tuo romanzo...” Vivian tace un istante, e lui si scosta lentamente dal muro. “Ha avuto una crisi forte, come non gli capitava da anni. Pensavo fosse colpa mia, perché aveva saputo delle cose che…" Un movimento nervoso, nell'ombra – il dorso della mano che sfrega sugli occhi. "Non mi ha mai detto di averti conosciuto. E tu parlavi di questa storia come se fossero passati anni, Samuel… Non avrei mai immaginato che si trattasse di lui.”
“Di... lui?”
È come sollevare un velo, improvvisamente.
Samuel non avrebbe mai creduto che la realtà potesse farsi così limpida, che potesse superare di colpo ogni fantasia possibile. Offuscarla.
La verità è stata sotto i suoi occhi per tutto quel tempo - gestualità simili, l’inclinarsi della testa in sguardi attenti. E il colore delle iridi, il biondo identico dei capelli. La presenza costante di Björn, sempre - ogni volta che Vivian entrava in quella casa.
“Signore, siete... È tuo fratello...” sussurra. Il respiro spezzato.
E forse è così che doveva andare – forse nel profondo l’ha sempre saputo anche lui.
Forse.
Ma adesso non ha importanza perchè c’è qualcosa, in quella rivelazione, che è più terribile di qualunque realtà mancata - di qualunque errore. Panico gelido, nella gola.
Senso di nausea.
"Non te l'ho tenuto nascosto apposta," dice subito Vivian, e quei tre metri diventano intollerabili. "Davvero, non avevo idea. Finché non hai detto il suo nome."
Il ragazzino sta ancora parlando ma lui si ritrova a stringerlo fra le braccia senza neppure rendersi conto – senza capire. Come se il bisogno di avvolgerlo fosse più forte di tutto – sapere che in quel momento nessuno al mondo potrebbe toccarlo. Nessuno.
Chiude gli occhi, inspirando piano.
“Va bene, cucciolo. Va bene così...” gli ripete, mentre gli preme le labbra sulla fronte. E sulle tempie, sui capelli. Non c’è nulla che vada bene, invece.
Samuel aveva creduto che non potesse esistere un dolore più grande, quando la storia di Björn si era delineata in tutto il suo carico di orrore. Aveva pensato che il limite fosse lì – che fosse stato raggiunto. Si sbagliava.
Perchè è ancora diverso immaginare Vivian, immerso in certe dinamiche. Perchè il suo corpo è troppo esile – troppo fragili le spalle. E il dubbio si carica di un malessere viscerale, al pensiero di quanto immensamente Björn ami quel ragazzino. Di quanto lo ami lui stesso.
Non sta pensando.
Non sta pensando a niente, mentre lo tiene stretto: lo spazio per il sollievo sembra essersi prosciugato insieme alle lacrime e di chiamare in causa il destino manca la voglia – manca la forza per sciogliere l’abbraccio.
Rimane solo una parola nella mente, agganciata ai fili del ricordo. Modellata nella voce calda di Björn, al centro dei suoi silenzi.
Ljus.
E lui lo ripete sottovoce, quel nomignolo, perchè possa esser Björn a sussurrarlo con le sue labbra. Per fargli dono delle proprie braccia e delle proprie mani – di quel momento.
E per tenerlo stretto ancora un altro istante, Vivian. Un istante solo.
Prima che anche quella notte, come ogni altra notte, si sciolga nella luce.

















































































































































































































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88
Dylan e Jude - Quando scende la marea





Forse sotto le mani di Raven anche la pelle avrebbe vibrato come velina - ma questo Dylan non poteva saperlo con certezza.
E non poteva sapere se le sue dita si sarebbero spinte nella carne con gli stessi movimenti che usavano per pressare l’erba nella carta – il lento scivolare di onde lunghe sulla costa. Equilibrio intatto.
Jude sembrava averne un’idea precisa, invece, e sembrava saperlo la luce che avvolgeva i suoi gesti con quel chiarore caldo. Con la densità fumosa del sonno e delle ombre.
Era strano, trovarsi in mezzo a loro.
Strano come potrebbe esserlo entrare in un sogno non tuo, abituarti al diverso scorrere del tempo e all’espandersi degli spazi in orizzonti di terra e cielo. Immergersi per la prima volta dentro il mare.
Poi, c’era stata la fiamma.
La fiamma che era fumo, sui polsi di Raven, ed era miele sulla pelle. L’accendersi improvviso di lingue argentate e lo schiudersi delle labbra di Jude, appena più a destra.
Gli occhi arrossati.
Dylan non è ancora riuscito a spiegarsi come sia possibile che tutto diventi sempre così liquido, quando Raven è nei paraggi: perché non è solo il tempo a distillarsi in una dimensione più fluida, ma anche gli spazi sembrano aderire al corpo in maniera diversa.
Come sott’acqua le distanze ti toccano - i suoni si amplificano.
E anche il cuore batte più lentamente, lasciando stagnare nei sensi quell’elettricità costante. Un languore vigile.
Aveva voglia di quello, in fondo.
Aveva voglia di quello anche durante il pomeriggio, quando la luce del giorno rendeva più chiari i capelli di Jude ed era divertente giocare a intrecciarli fra le dita - osservarne i riflessi mentre lui infilava ed estraeva i CD dallo stereo per fargli ascoltare canzoni che diceva fosse un delitto non conoscere.
Raven non era ancora arrivato, eppure la sua presenza si respirava già nell’aria come le ombre calde della sera. O come un assolo di chitarra quando si spengono le luci.
E poi c’era stata la cena – la sensazione sempre incredibile di dividere con entrambi un percorso di vita iniziato da tempo: muoversi in una quotidianità più adulta, trovarcisi inglobato in maniera del tutto naturale. E lasciarsi trasportare dal flusso dell’esistenza, semplicemente. Sciogliere i nervi.
Volerne di più è sempre stato inevitabile – Raven e Jude funzionano come una droga.
“Mi va di fumare,” aveva quindi detto Dylan, e nessuno aveva mosso obiezioni.
Perché in fondo la naturale evoluzione della serata aveva previsto fin dall’inizio che si sarebbero seduti in cerchio su quel tappeto – Jude con le spalle premute contro il divano, un ginocchio piegato.
Raven a gambe incrociate, i piedi nudi. I jeans calati sui fianchi, come sempre.
E lui lì di fronte a lasciarsi stordire da quel silenzio come se i respiri fossero onde - come se spingersi alla deriva fosse tutto ciò di cui ha sempre avuto bisogno. Quel che più desidera.
Eppure Ash è lì, ogni volta.
Ogni volta in maniera più nitida – una gemma incastonata al dito o lo strusciare lieve della maglietta sulla schiena. L’istinto di voltarsi per incontrare i suoi occhi - perché anche lui possa vedere come le labbra di Raven lasciano scivolare via il fumo o come Jude abbandona la testa contro il bracciolo del divano. Come la luce si scioglie nell’aria – con quei colori caldi. Quella morbidezza.
Allungando le braccia, Dylan preme la guancia sulla spalla.
Non c’è nostalgia, ed è strano, ma non c’è neanche paura. Nessun senso di perdita e nessuna distanza.
Ash è memoria presente – l’essenza che ha dato forma al corpo e l’alito di vita che lo muove.
L’io che guarda. Che si lascia guardare.
E il verde fragile degli occhi, la percezione ubriacante del respiro nei polmoni. Un cerchio perfetto.
“Dee?”
Il cuore neanche si ferma più, ormai, quando Jude lo chiama in quel modo.
Dylan lascia semplicemente scivolare lo sguardo dalle labbra di Raven al suo collo – poi alla spalla, indugiando sul bianco della camicia e sul nero dei capelli riuniti in un elastico. Nastri di fumo, nell’aria.
E poi i jeans larghi di Jude – le maniche arrotolate sugli avambracci. Gli intrecci sottili delle vene, sul polso, e il cilindro di brace che gli sta porgendo.
La sua bocca.
Allunga lentamente il braccio, sfiorandogli le dita.
È come se non ci fosse, in quella stanza – eppure allo stesso tempo non è mai stato così cosciente di ogni sguardo che gli scivola addosso. Dello spazio occupato dal proprio corpo e di quello che si espande oltre confini non più percepibili. Di quello nascosto.
È pazzesco.
Raven apre la mano sulla forma del cuscino e Dylan sente le sue dita allargarsi al centro della schiena – Jude piega appena il ginocchio e lui lo percepisce premuto contro il fianco.
Non hanno acceso lo stereo, e forse tutto dipende da quel silenzio.
Dalla profondità di cui sembra caricarsi ogni respiro e dal fatto che i movimenti diventino uno strusciare continuo di stoffa su stoffa.
Lana morbida e la ruvidezza quasi eccitante del jeans.
C’è una tranquillità intatta, nei gesti di Raven – qualcosa che ti fa quasi credere alla sua magia di sciamano e che ti lascia impressa la sensazione stranissima che sia il suo stesso pensiero, a plasmare la realtà. Come se bastasse desiderare - immaginare.
Ma non può esser solo quello.
Non basta Raven, perché quella sensualità somiglia più a una rete – nodi intrecciati in trame che senza la stretta di Jude tornerebbero a sciogliere disegni incompleti. Geometrie diverse.
Ed è tutto scritto nel fumo, in fondo.
I sorrisi che entrambi si scambiano senza bisogno di guardarsi, le decine di altre volte che devono aver intessuto quella stessa atmosfera. E i volti di tutti i ragazzi che l’hanno respirata prima di lui - la calma di Raven a sostenere il nervosismo appena percettibile di Jude. La voglia di riempire ogni distanza fra i loro corpi.
Pigramente, Dylan si solleva sui gomiti.
Il cilindro delle spinello sembra portare l’impronta delle loro dita e lui osserva la carta annerirsi intorno allo sfrigolio della brace prima di sollevare lo sguardo, con fermezza. Prima di affondarlo dentro gli occhi di Jude, e aspirare il fumo. Socchiudere le ciglia.
Può sentirla chiaramente, la forza.
È come un magnetismo – qualcosa di terribile e misterioso che impedisce a Jude di interrompere il contatto e a lui di lasciarlo andare.
È Raven che li sta osservando in silenzio, forse. Il nero deciso delle sue iridi.
Ma Dylan non avrebbe mai creduto che sarebbe stato così eccitante, lasciarsi muovere da desideri altrui. Diventare tramite fra di loro, veicolare intenzioni e sguardi.
E ritrovarsi comunque lì, presente in maniera essenziale. Il centro delle vibrazioni e il motore di ogni azione – una corsia obbligata. Il punto di arrivo, al tempo stesso.
Non immaginava che sarebbe stato possibile.
Come non credeva di poter arrivare a esser così spudorato – mantenere gli occhi fissi in quelli di Jude ed espirare il fumo, intanto. Bagnarsi le labbra, inclinare la testa all’indietro. Come a offrirgli la gola.
Eppure lo sapeva, che prima o poi sarebbe successo.
Lo sapeva anche se i pomeriggi con Jude si scioglievano in chiacchiere e risate, anche se del bacio che si erano scambiati nessuno aveva mai parlato e non sembrava più esserci alcuna zona di pericolo, fra loro.
Al termine di ogni giorno arrivava la sera, però. Arrivava Raven.
Ed era nel momento in cui i suoi colori scurivano le ombre che cambiava tutto: i sensi si allertavano, il corpo diventava consapevole di ogni movimento.
Le prospettive si inclinavano in angolazioni più segrete – immagini rubate.
Silenzi più lunghi.
E tornava a scorrere una tensione bassa, appena sotto la superficie. Una tensione che impregnava l’aria anche quando i gesti disegnavano scenari quotidiani e non sembrava esserci nulla di erotico, nelle interazioni. Niente di troppo diverso da una familiarità innocente.
Bastava uno sguardo.
O una parola pronunciata sottovoce, lo sfiorarsi distratto delle spalle. L’imbarazzo e la paura e l’eccitazione, subito dopo.
Come una giostra impazzita.
Adesso a Dylan sembra che in qualche modo fosse inaspettatamente esatta, l’immagine che si era fatto all’inizio: se è vero che è sempre stato Raven, a muovere il timone di quella barca, è anche evidente che sarebbe stata la marea a farla salpare verso una qualche destinazione.
E la marea lui se la sente dentro come qualcosa che monta, che cresce. Un premere incalzante del sangue nelle vene – dell’eccitazione. Nelle tempie.
Non ha in mente un piano preciso quando invece di passare lo spinello a Raven decide di prendere un’altra boccata, e di trattenere il fumo nei polmoni.
Lui ha piegato al petto le gambe, intanto – ha inclinato la testa in avanti. Lo sta guardando.
E gli occhi allungati sembrano incastonarlo nel loro nero, quello che Dylan ancora non sa di star facendo - sembrano chiamare gesti e render la mente leggera come vento. Soffiarla via.
È come se l'aria diventasse più rarefatta, mentre la distanza si riduce.
Il ginocchio destro preme sul tappeto, e poi una mano.
L’altro ginocchio.
Per qualche ragione ignota ha sempre pensato che camminare a gattoni fosse terribilmente erotico, Dylan. Ma è l’idea di incastrare il corpo fra le gambe di Raven che lo costringe a bagnarsi di nuovo le labbra - la percezione dei suoi jeans che strusciano sulle anche. Il suo sguardo fermissimo.
E gli occhi di Jude – ai margini del campo visivo. Pulsazioni impazzite che battono nelle orecchie.
Non ha neppure bisogno di inclinare la testa, quando finalmente poggia le mani sul petto di Raven. Lui lo stava aspettando, e le sue labbra sono già socchiuse. La coda dei capelli già scivolata sulla spalla. Sapeva tutto.
Anche quello che Dylan ancora non osava pensare – quello che improvvisamente ferma il cuore per poi spingerlo in un battito più lento. Diluirlo in fiato.
Da così vicino i suoi occhi sono quasi ipnotici, e sono perfettamente distinguibili i muscoli del petto sotto i palmi delle mani. Il rilievo dei capezzoli.
Espirare il fumo fra le sue labbra è come chiudere gli occhi, dopo – trattenerne una parte come condividere un gioco. O il più eccitante dei segreti.
Ma Jude è lì.
Appena alla sua destra - neanche un metro di distanza o di incoscienza. Giusto un breve spostarsi delle ginocchia sul tappeto, il nero che muta nel verde. Verde grigio.
Ed è tutto più facile, con lui.
Sporgersi a soffiargli il fumo fra le labbra ed accarezzarne il bordo con la lingua – respirare il suo fiato. Aspettare.
Ed è tutto diverso, anche.
Perché Jude ha chiuso gli occhi, intanto, e il suo respiro è accelerato. Le guance accaldate.
E lo sguardo di Raven non è ai margini e non è fuoco – somiglia piuttosto al tracimare lento di una forza che ti spinge e ti tocca. Qualcosa di troppo fisico per scivolare solo sulla superficie della pelle senza scendere più a fondo. E scioglierti dentro.
Dylan rabbrividisce, incastrando un ginocchio fra le gambe di Jude.
Guardandolo deglutire.
È lui a iniziare il bacio, mordendo leggermente il mento dell’altro per risalire subito alla bocca e spingervisi dentro con affondi lenti. Carezze misurate.
Dev’essere ancora l’infuenza di Raven, a rallentare tutto, perché la fame di sensazioni è una forza che preme sui nervi ma che stempera e ammorbidisce gli impulsi non appena si concretizza in gesti. Ed è quasi insostenibile - un naufragare calmo.
Galleggiare nel vuoto.
La mano destra risale senza fretta lungo la coscia di Jude e mentre Dylan sente i suoi muscoli fremere pensa che è perfino divertente, ricordare come tutto sia iniziato: il fraintendimento con Raven, durante quella prima serata in pizzeria – l’imbarazzo e la delusione.
L’incapacità di immaginare se stesso dentro dinamiche del genere.
Adesso sembra che ogni universo binario sia diventato di colpo incompleto, invece, come se per ritrovare la propria immagine servissero necessariamente specchi multipli. Come se sentirsi accerchiato fosse un bisogno fisico - perdere ogni coordinata nota per scoprirne di diverse.
Allunga l’altro braccio.
Raven è già vicino e le dita affondano nei suoi capelli agganciandosi all’elastico che li lega. Tirandolo via.
Per un attimo è quel contrasto a spingere il cuore in gola – la morbidezza delle onde nere in una mano e nell’altra il rilievo durissimo del sesso di Jude.
Mare e roccia.
Ma è soltanto un respiro: poi l’acqua invade tutto.
Perché basta inclinare la testa di un niente e la bocca di Raven prende il controllo – Raven, con l’equilibrio fluido dei suoi movimenti. Con la lentezza ipnotica degli affondi e il potere misterioso di accordare ai suoi ritmi anche lo scorrere del sangue.
Dylan si sente sfumare.
È quasi sicuro di essersi aggrappato alla sua camicia, di aver abbandonato la schiena sul suo petto. È abbastanza certo che sia stato il tocco dei suoi capelli ad addensargli i brividi sul collo e riconosce il piacere di Jude dallo strusciare lento della sua erezione sotto il palmo.
Ma non saprebbe dire a chi appartengano le dita che descrivono quei cerchi sinuosi, sulla nuca, e non sa più distinguere la lingua di Raven da quella dell’altro. Non ha ben chiaro neppure da quale parte della stanza stia il divano. Dove il soffitto.
È stordito.
Per questo la coscienza fatica a ritrovare sé stessa, dopo, quando d’improvviso sotto le mani sembra restare solo la lana del tappeto. Intorno al corpo solo vuoto.
Dylan rimane immobile, senza capire.
Ha registrato vagamente lo spostarsi delle labbra sulla mandibola, il sussurrare basso di Raven all’orecchio di Jude. Il premere di qualcosa sul petto, anche.
Forse.
Sbatte le ciglia.
Jude si è alzato in piedi, però, e dal tappeto l’altro lo sta fissando incredulo.
“Ma che cazzo,” sta dicendo Raven, con i capelli ancora impigliati fra le labbra. Il collo della camicia mezzo sbottonato – il palmo puntato a terra.
È quasi paurosa, la sensazione di distacco.
Dylan sembra riuscire a elaborare solo questo pensiero mentre sposta gli occhi da Raven a Jude - mentre vede quest’ultimo premersi le dita sulle tempie e lo sente farfugliare qualcosa che somiglia a un “Mi dispiace…” - qualcosa di confuso. Solo un respiro, forse.
Torna a guardare in basso.
“Ma che ti prende?”
Raven ha affilato gli occhi – lui sente l’inquietudine nascere nello stomaco senza sapere neanche esattamente a cosa attribuirla. Ma Jude ripete ancora – ancora più piano: “Mi dispiace. Non riesco…”
Ed è in quell’istante che la mente si connette di colpo - come svegliarsi di soprassalto nel mezzo della notte. Una vertigine improvvisa, una fitta acuta.
Il cuore si blocca.
E i ricordi si accalcano nella mente in una ressa caotica, dopo - il sapore della marijuana sulla lingua e la solidità del corpo di Raven contro la schiena, lo strusciare delle labbra.
Lui.
Lui che adesso quasi non riesce a credere di averlo fatto davvero - che si sente arrossire fino alla radice dei capelli e si affretta a piantare gli occhi in basso, ancorarli sul tappeto. Affondare i denti nel labbro.
Vorrebbe evaporare.
O forse solo tornare a chiudersi nella sua stanza, non esserne mai uscito. Rintanarsi sotto le coperte come faceva da piccolo e non vedere mai più nessuno al mondo. Nascondersi.
Eppure resta lì fermo anche mentre Raven si alza in piedi, mentre Jude si affretta a sparire nella stanza accanto e l’altro accelera il passo per ritrovarsi bloccato da una porta sbarrata. Anche quando il silenzio diventa assoluto, e l’imbarazzo perfino doloroso.
E la sensazione è quella di esser completamente nudo al centro della stanza. Con tutti gli occhi del mondo puntati addosso.
Trattiene il respiro.
Sa bene che adesso succederà qualcosa di terribile – qualcosa come il suono di passi che battono sul pavimento, ad esempio, o il corpo di Raven che si piega lì di fianco. La sua voce che scivola nelle orecchie, vicinissima.
La sensazione del suo fiato sui capelli.
“Ehi. Stai bene?”
Lui annuisce in fretta, raddrizzando la schiena.
“Vado a casa,” annuncia.
In realtà non è del tutto certo che la voce sia uscita e non è sicuro neanche di volersene andare davvero: per un istante la speranza insensata è che Raven gli afferri il braccio e gli assicuri che va tutto bene - che lo abbracci, e gli chieda di restare.
Che lo tenga con sé tutta la notte.
"Ti accompagno," viene però la risposta, e lui non ha neppure il coraggio di protestare.
Si limita a radunare velocemente le sue cose, invece - infilarsi il giubbotto. Gettare un’ultima occhiata alla porta dietro la quale Jude è scomparso e poi di nascosto alla stanza - mobili e libri e la luce calda della lampada. E tutte le stampe appese ai muri, dopo, cercando di mandarle a memoria una ad una. Come se non dovesse mai più rivederle.
Non ha ben chiaro cosa sia successo – l’imbarazzo fatica a sbiadire anche quando scendono in strada e l’aria fresca della notte libera definitivamente il corpo da ogni traccia di eccitazione.
Forse si azzarderebbe perfino a risalire la scala tortuosa delle possibilità se non ci fosse quel senso di vuoto a premere in gola – quel sentore di perdita che non si placa.
E che richiama la nostalgia mai sopita di suo fratello, anche. Che risveglia il silenzio.
Seduto nel sedile di fianco a Raven, Dylan tiene lo sguardo attentamente ancorato fuori dal finestrino dell’auto per non trovarsi costretto a guardare le sue mani strette sul cerchio del volante, o il profilo assorto delle sue labbra. O il nervo della mascella che si tende sotto la pelle – la cosa più mortale. Quella che non dimenticheresti troppo facilmente, dopo.
Non hanno detto una parola, da quando sono saliti in macchina.
Ed è difficile non domandarsi quali pensieri affollino la sua mente – difficile evitare di darsi l’unica risposta plausibile e di scoprirsi d’un tratto del tutto estraneo a equilibri che appartengono da sempre a loro due soltanto. Jude e Raven.
Credere di poter far parte del loro universo è stata un’ingenuità ridicola - crederci come ci aveva creduto lui, sentirlo. Dentro il sangue.
Chissà per quale ragione torna sempre l’immagine di Chris, in momenti del genere.
Forse perché è una vita che qualunque errore si porta dietro i suoi commenti ironici, o forse perché poi venivano immancabilmente le carezze. Le serate raggomitolate sul suo divano - le sue mani fra i capelli. Il pensiero di tornare alla pensione è un baratro, invece.
Quelle ombre, e l’accostarsi delle ruote allo scalino del marciapiede.
Il motore che si spegne.
Silenzio.
"Mi spiace," mormora finalmente Raven, e Dylan si ritrova a sussultare suo malgrado. Stava cercando la forza per dirlo lui, qualcosa di simile, o per riuscire ad abbozzare quanto meno un saluto. Buonanotte o semplicemente ci vediamo.
Sente la sua mano fra i capelli, invece.
Rabbrividisce.
"Non so cosa sia preso a Jude – non ho idea. È un po’ di giorni che è strano, ma non pensavo… Credevo fosse solo nervoso. Non è molto bravo a gestire i cambiamenti…"
È una fortuna, in fondo, che quel tocco si esaurisca così: scostandogli una ciocca dal viso per scoprirgli gli occhi – lasciandolo solo un po’ più indifeso. Niente a cui non si possa rimediare abbassando lo sguardo, dopo tutto.
Prendendo un lungo, lungo respiro.
“Non preoccuparti. Sto bene,” assicura, sforzandosi di sorridere. Serrando d’istinto le dita sulla maniglia della porta.
“Sicuro?”
Dylan si blocca.
È un assedio di sensazioni, quella macchina – l’ultima volta che si è seduto lì dentro Raven lo stava baciando, il mondo si stava sciogliendo. E nessuno aveva ancora sbattuto in faccia a Jude cambiamenti da dover gestire – Raven non doveva preoccuparsi per lo stato d’animo di ragazzini idioti invece di prendersi cura della sola persona che ne avrebbe diritto. L’unica persona con cui vorrebbe trovarsi in questo momento – sicuramente. Senza il peso di altri problemi addosso.
“Sì, sono sicuro,” risponde allora, imponendosi di sollevare la testa. Guardandolo dritto negli occhi, con fermezza.
“Davvero, Raven, non è successo nulla. Stai tranquillo,” ripete, e sente che se resta dentro quell’auto un solo minuto in più potrebbe scoppiare a piangere. O fare qualcosa di altrettanto stupido.
Si affretta ad aprire la portiera, quindi – scivola fuori.
“Vai piano. Okay?” gli dice dopo, sporgendosi a sorridergli dal finestrino aperto.
Raven ha le sopracciglia appena aggrottate – occhi nerissimi.
Lo sta guardando.
E Dylan si morde l’interno del labbro perché avrebbe voglia di dirgli buonanotte. Dirgli ci vediamo.
Gli direbbe soltanto addio, invece, e ci sono parole che non sanno sciogliersi in voce. Anche se sono tutto quel che è rimasto.
Come il silenzio quando scende la marea.






La sensazione è di respirare il vuoto.
Dentro lo specchio il bagno si immergeva nel buio e l'aria era fredda, increspata appena dalla corrente della finestra aperta – i rumori dell'esterno penetravano ma come attraverso un filtro. Ovattati.
Nell'altra stanza le voci di Raven e Dylan suonavano basse, confuse: impossibile capire cosa stessero dicendo. Jude aveva studiato le pieghe sulla fronte del proprio riflesso, mentre aspettava che il sangue tornasse a scorrere con un ritmo razionale – aveva guardato la confusione dei capelli ed era come vedervi scorrere le mani di Dylan, ancora. Le mani di Raven.
Poi era venuto il rumore della porta d'ingresso, chiusa con un tonfo secco, e lui aveva visto gli occhi del riflesso sgranarsi appena. Il cuore aumentare i battiti, spaventato, e il sollievo sciogliersi sotto la pelle come elettricità condotta dai nervi. Un contrasto che era un brivido, e la percezione netta che nulla di quel che stava accadendo poteva trovare qualche senso. Neanche cercarlo.
Quando era tornato in sala, la lampada spandeva ancora la stessa luce calda e accogliente di cui si era dipinta la serata ed era sembrato quello il particolare più assurdo. Incoerente e crudele, anche, di una crudeltà distaccata. Imparziale.
Jude l'aveva spenta senza rifletterci troppo, accettando con un senso profondo di sconfitta l'avanzare del buio.
Quando gli occhi si erano abituati alla notte quel tanto che bastava per riconoscere i contorni della stanza, aveva attraversato a passi lenti il tappeto su cui quasi aveva ceduto alla tentazione impossibile di star bene ed era andato ad aprire la finestra.
L'odore del fumo impregnava ancora l'aria ed era stata una soddisfazione distratta sentirlo sbiadire istante dopo istante. Gradualmente. Portandosi via anche il ricordo troppo netto delle labbra di Dylan, delle labbra di Raven, e sciogliendo con il freddo ogni residuo di eccitazione.
Dopo, non era rimasto più nulla.
Non le distanze solite da una parete all'altra – non le proporzioni di tutti i giorni, di tutte le notti, degli anni spesi a tappezzare le pareti di volti e sguardi – e neanche la certezza di aver fatto la cosa giusta. O quella sbagliata.
Solo, il senso statico dell'attesa.
E la consapevolezza che dovrebbe esserci confusione, dietro quel momento, ma che anche il caos ha un modo di riempire la vita intollerabile per il vuoto.
Seduto nel centro della poltrona di sempre, con le ginocchia allargate fino a premersi contro i braccioli e la nuca affondata nel cuscino, Jude tiene gli occhi fissi sull'orologio appeso al muro e aspetta.
Pensa a Raven e Dylan chiusi in auto, alle parole che forse stanno scorrendo tra di loro. La tensione residua della sua uscita brusca e lo sconcerto derivante – la preoccupazione, forse. Il senso di colpa e l'irritazione.
Vorrebbe poter scappare al presente innescato per approdare a un futuro già calmo, sereno. Dimenticare prima ancora di doverle vivere le ore che stanno per seguire e chiudere gli occhi per non guardare le foto. Evitare Raven è impossibile quando il suo volto lo fissa da ogni angolo – Jude non si era mai accorto prima di quanto fosse opprimente, la sua presenza. Di quanto fosse costante, continua, preziosa.
Il fatto che non ci sia neanche una foto di Dylan è quasi uno scherzo, da quel punto di vista. Come se la superficie della sua vita non avesse ancora avuto tempo di registrarlo, quando invece il nucleo profondo è già stato sovvertito dalla sua presenza. Dal suo arrivo.
E qualcosa, dentro, ne sta già soffrendo l'addio.
Passandosi le mani sul viso, Jude chiude stretti i pugni – li preme contro gli occhi. Ogni ticchettare dell’orologio è lo scandirsi di un ipnotismo lento e non saprebbe dire cosa stia cercando di raggiungere – se sarà necessaria una meditazione, a qualche punto della serata, o se basterebbe prendere fiato e parlare. Lasciar fluire le parole che stanno incastrate in gola da troppo tempo – dal pomeriggio di quel bacio, forse. O forse ancora da prima.
Forse sono dieci anni che cerca un modo di dar loro voce ed è stato solo sciocco illudersi che qualcosa potesse funzionare – che Raven sapesse rallentare il passo per lasciarsi raggiungere, che si fermasse il tempo sufficiente a mettere a fuoco e scattare. O appena più a lungo.
Per prendere un po’ fiato.
Fuori in strada, il traffico è calmo.
Le auto vanno e vengono sporadicamente – rombi di motori che sfumano lontano e lasciano larghi spazi al silenzio e al buio.
Socchiudendo le ciglia può vedere la luce della luna ritagliare spazi sul pavimento e pensa che in un altro momento forse avrebbe avuto voglia di fotografarli. Adesso, anche guardarli sembra faticoso.
Troppo difficile.
Non ha mai pensato di essere particolarmente sintonizzato sulla realtà delle persone – tende a lavorare con le loro ombre, a leggere quel che sentono e dicono sui volti piuttosto che nella voce. A distinguere la loro essenza dalla forma che assumono nell'aria, dallo spazio che occupano.
Anche per Raven è sempre stato così, in fondo. Il suo corpo è il mezzo di trasmissione essenziale.
Per questo ora lo stupisce avvertirla sulla pelle, la sua presenza, appena oltre i confini della stanza.
Non ha sentito l'auto arrivare – non l'ha sentita fermarsi. Niente chiudersi di portiere o passi sulle scale – neanche il suono del respiro.
Ma può quasi vederlo, il compagno, nascosto dal legno pesante della porta: una mano ferma sulla maniglia, l'altro pugno stretto intorno alle chiavi. La mascella serrata per contenere la tensione e gli occhi chiusi come per concentrarsi.
L'alzarsi e l’abbassarsi del petto, sotto la stoffa della camicia.
Il corpo rigido. Contratto. Vibrante di energia trattenuta a stento.
È un nuovo brivido – sollievo e panico – quando infine lo scattare della serratura annuncia il suo ingresso.
Bagnandosi le labbra, Jude si impone di restare fermo – non voltarsi, non piegarsi in avanti, come se qualunque movimento potesse sbilanciare l'equilibrio troppo precario che ha tenuto in piedi quella serata fino ad adesso.
Ascoltando i suoi passi sul pavimento – tintinnare di metallo contro metallo e tonfo sordo di metallo su legno quando posa le chiavi sul tavolo – cerca di immaginare la sua espressione. Di capire se stia aspettando una sua mossa, o se sia solo una battaglia interna ciò che non gli ha ancora permesso di dire una parola.
Quando il silenzio si protrae, però, e il compagno resta immobile accanto al tavolo, non gli resta altra scelta che dare inizio lui alla conversazione.
"L'hai riportato a casa?" domanda sentendo la gola secca, come fossero giorni che non parla.
"Cosa volevi che facessi?" è la risposta, brusca. "Dylan ha già abbastanza casini, di questi tempi. Non è il caso di aggiungergli crisi di nervi gratuite."
L'accusa vibra, nella sua voce, ed è impossibile fraintenderla – Jude pensa che forse dovrebbe risentirsi per l'ostilità evidente ma quando prende fiato sono sempre solo panico e sollievo a invadere i polmoni. Tendere i nervi e rilassarli.
Perché la ricorda fin troppo bene l'espressione di Dylan quando l'ha spinto indietro – il viso arrossato e le labbra umide e il nero lucido delle pupille dilatate. Eccitazione che aveva lasciato il posto a confusione e poi paura, quando lui si era tirato in piedi in tutta fretta.
Probabilmente è segno di quanto sia astratto dal momento presente, il fatto che non riesca neanche a sentirsi in colpa. Non davvero.
Gettando indietro la testa, lascia andare un sospiro.
Si preme le dita sulle tempie, cercando di riprendere il controllo.
"Sta bene?" chiede, intanto, mentre sul pavimento i passi di Raven ricominciano a segnare un ritmo, lento, e il suo corpo si fa più vicino. "Gli hai detto che non era per lui?"
"Gli ho detto che non era colpa sua. E che non avevo idea di che cazzo ti fosse preso."
Jude annuisce, senza guardarlo, e torna a spostare le mani in modo che i palmi sfreghino gli occhi.
Adesso che il momento è arrivato tutte le parole accumulate negli ultimi giorni – le spiegazioni, e le giustificazioni, e le richieste d'aiuto – sembrano evaporare nella tensione di quel silenzio.
Raven è una presenza immobile a qualche metro di distanza – lo stesso grumo di energia contratta – e lui si sente addosso la sua disapprovazione come fosse un peso impossibile da sostenere. Sente i suoi occhi e vede la linea tesa delle labbra – l'espressione impassibile di quando vuole controllare la rabbia – e cerca un modo per iniziare.
Spiegare.
Si trova a lasciar andare una risata tremante, invece. A lasciar cadere le mani sui braccioli, mormorando impotente: "Non lo so neanche io."
"Cazzo."
In un attimo Raven ha abbandonato la sua immobilità impassibile per coprire la distanza che ancora li separava e sedersi sull'orlo del divano – la schiena piegata in avanti, i gomiti premuti sulle ginocchia. Lo sguardo fisso nel suo, dal basso – un misto di preoccupazione e insofferenza. Frustrazione.
"Non puoi uscirtene con una stronzata del genere, Jude. Non adesso. Non dopo che…" Scuote la testa, incredulo. "Sei scappato. Ci hai piantati in asso senza una ragione, senza che fosse successo niente, e…"
"Avevo paura," lo interrompe lui. "Avrei dovuto realizzarlo subito, ma non ci ho pensato, e quando mi sono accorto era troppo tardi per tirarmi indietro con calma. Elegantemente."
"Elegantemente? Che cazzo c'entra l'eleganza, Jude? E che cazzo significa 'avevo paura'? Avevi diciott'anni, quando hai smesso di poter usare quella scusa!"
"Non è una scusa."
Distogliendo lo sguardo, Jude si alza in piedi.
Non è mai stato facile parlare a Raven di certe cose – le parole si ingarbugliano ed è come cercare di spiegare il vento: non puoi dire che a volte anche solo camminare al suo fianco dà lo stesso effetto che correre e che è imbarazzante voltarsi a guardarlo per scoprire il suo fiato solo un po’ accelerato. Studiare l'espressione viva del suo sguardo – il percorso di una goccia di sudore dalla tempia al collo – e sapere che è soltanto entusiasmo quel che lo muove, quando dietro ai tuoi gesti c'è stanchezza. Bisogno di mantenere il passo e nient'altro.
A diciassette anni ci provava, a farglielo capire. Ma ogni sua preoccupazione si confondeva con altro e Raven si limitava a stringergli le spalle per rassicurarlo - lasciarlo indietro, per andare a trascinare via qualche altro amico.
Quando Jude ha finalmente smesso di aspettare soltanto il suo ritorno per decidersi a seguirlo, invece – imitarlo – non credeva comunque che sarebbe riuscito nell'intento. E quando c'è riuscito, poi, il resto l'ha scordato.
Sono stati necessari dieci anni e Dylan, per ridargli quella sensazione scomoda di star correndo fuori tempo.
"Ascolta," dice, aggirando nervosamente la poltrona. "Non… Voglio dire, cosa pensavi che potesse succedere, stasera? Sesso, tutti e tre insieme? E poi domattina cosa, colazione?"
"Non sarebbe la prima volta." Infastidito, Raven socchiude gli occhi. "Cristo, Jude, ma che hai? Proprio tu hai problemi con questo, ora?"
"Non è la stessa cosa," ribatte lui, esasperato. "Non abbiamo mai fatto niente del genere. Mai. Dylan è… Ne sei già mezzo innamorato, Raven. E lui lo è di te."
"E di te," viene la precisazione. "E tu di lui. E davvero non riesco a vedere il problema, in tutto questo."
"Il problema è che nella realtà queste cose non funzionano. Non durano. Non… Faremmo solo casino, e Dylan ha già una vita abbastanza incasinata di suo, e tu sei già più che sufficiente a complicare l'esistenza di chiunque entri nella tua orbita senza aggiungerci anche…"
"E quindi cosa, hai deciso che complicare tutto prima ancora di iniziare fosse il modo migliore di semplificarlo?" lo interrompe Raven, allargando le braccia – ma lui lo conosce troppo bene per non distinguere un cambio di tono, nella sua voce.
All'inizio c'era irritazione, e preoccupazione confusa verso qualcosa di poco comprensibile.
Ora l'irritazione sta trasformandosi in fastidio – il fastidio che Raven ostenta sempre nei confronti di ogni sua minima debolezza – e la preoccupazione sta seguendo l'evoluzione solita in rabbia.
Sarebbe quasi divertente, riconoscere nei propri nervi una reazione speculare – perché è da quando si conoscono, lui e Raven, che tutti i litigi nascono dal niente e si alimentano delle loro stesse frecciate. Sarebbe divertente non fosse così chiara la dimensione troppo reale di quella discussione. La sensazione che, lasciato a se stesso, quell'incendio potrebbe estendersi a tutto. Divorare anche loro.
Prendendo un respiro profondo, Jude cerca in se stesso un angolo di calma dove rifugiarsi per riprendere il controllo. Lascia andare l'aria, mormorando: "Raven…"
L'altro è già scattato in piedi, però, e sta già avanzando verso di lui.
"Poi che cazzo vorrebbe dire che io sono già più che abbastanza bravo a complicare le cose di mio, eh? Dylan andrebbe protetto?" chiede, irritato, e lui si ritrova a guardarlo con sfida, ogni buon proposito già archiviato.
"Perché, credi che sia una passeggiata stare con te? Starci proprio, voglio dire, non solo finire nel tuo letto ogni tanto."
Raven non risponde, limitandosi a sostenere il suo sguardo – ed è ciò che Jude ha sempre odiato di più, questa sua capacità di portare avanti una discussione mantenendosi impassibile. Sono gli unici momenti in cui resta immobile davvero – occhi lucidi, di pietra nera, e volto affilato nella roccia – fino a darti l'impressione di poter resistere a tutto. Di non sentire niente.
La tentazione ogni volta è di riuscire a sgretolarlo. Battere sulla superficie fino a trasformarlo in terremoto.
"Credi che sia semplice, seguirti?" continua, muovendo un passo avanti. "Che sia stato semplice, in questi anni? Ti sembra che la nostra storia sia minimamente stabile? Voglio dire, è una vita che portiamo avanti questo tira e molla e ancora non ci siamo decisi a prendere un impegno!"
Di fronte a lui, Raven solleva appena il mento e soffia fuori l'aria in uno sbuffo sarcastico.
"È un plurale di cortesia, quello? Perché non dici chiaramente che sono stato io a non prendermelo, l'impegno, visto che è evidentemente lì che vuoi arrivare?"
"Perché non è solo colpa tua," ammette Jude, distogliendo lo sguardo. "Io non ti ho mai chiesto di farlo, del resto. O avremmo avuto questa discussione molto tempo fa."
E per un attimo si prende il tempo di immaginarlo, come sarebbero potute andare le cose se avesse affrontato la questione quando per la prima volta ne ha sentito l'esigenza. Quando tutto era ancora confuso, ogni legge da scrivere e testare, o subito dopo, quando già avevano cominciato a stilarne alcune. Quando quelle poche che c'erano venivano infrante e ricostruite – dopo la morte di Mark, nei lunghi mesi trascorsi senza che Raven si degnasse neanche di chiamare. O al suo ritorno, quando lui aveva troppo bisogno di sentirlo vicino per tirare in ballo questioni passate – per chiedergli qualche spiegazione.
Non sarebbero qui adesso, questo è sicuro. Non ci sarebbe Dylan – né in una forma né in un'altra – e probabilmente non ci sarebbero neanche più loro. È quasi una certezza.
Ma non ha ancora finito di metabolizzare quel pensiero che le mani di Raven premono sulle sue spalle, spingendolo indietro fino a fargli urtare il divano con la schiena.
Non è un gesto violento – non si tratta di un attacco – e probabilmente se Jude fosse stato concentrato su quel che il compagno stava facendo avrebbe saputo evitarlo, ma per un attimo la sorpresa è tanto forte che quasi non riesce a leggere l'espressione sul suo volto.
"Sai qual è la cosa che mi fa più incazzare di tutto questo discorso, Jude?" lo sente mormorare, troppo vicino. "Non tanto il fatto che stai tirando fuori certe stronzate perché come al solito te la fai sotto all'idea di poter uscire di qualche passo dal tuo tracciato. Non è neanche il fatto che hai deciso di tuo che non potrà funzionare o che stai trattando la cosa come se il problema fossero le mie scopate invece che questo. No." Scuotendo la testa, aumenta la pressione sulle sue spalle – lo guarda, incredulo. "Quello che davvero mi sembra delirante è che siamo qui. Adesso. A fare gli Albert e Mike della situazione, quando pensavo che quella fosse l'unica cosa in assoluto che entrambi eravamo del tutto intenzionati a evitare."
Gli occhi fissi nei suoi, Jude deglutisce.
"Al e Mike non c'entrano niente in tutto questo, Raven."
"Non c'entrano?" L'altro ride, lasciandolo andare. "Jude, hanno passato dieci anni a raccontarsi balle per aggrapparsi a qualcosa che stava in piedi solo per le ragioni sbagliate! E tu mi vieni a dire adesso che io non mi sono mai preso nessun impegno ma la colpa è tua perché non mi hai mai chiesto di farlo? Che cazzo è successo alla politica del 'tirare fuori i problemi prima che diventino troppo grossi'? Quand'è che abbiamo cominciato a raccontarci stronzate anche noi? Far finta di niente? Mentirci?"
E lui pensa che potrebbe indicare mille piccole occasioni in cui certe differenze sembravano troppo stupide per farne un caso nazionale - che potrebbe parlare di Keith, per esempio, o di tutte le persone che sono entrate e uscite delle loro vite lasciandosi dietro solo una fotografia incorniciata. Potrebbe dire di Mark. Dell'assoluta impotenza e del vuoto.
Dice solo: "Non ti ho mai mentito", invece. E non lo stupisce davvero quando l'altro, sempre ridendo, si allontana di un passo esclamando: "Jude. Era solo l'altra notte che ti chiedevo se c'era qualche problema e tu dicevi che no, andava tutto benissimo."
Perché ha ragione, quanto a questo, e Jude lo sapeva anche allora, mentre scuoteva la testa premendo la guancia nel cuscino. Così come sapeva che se Raven avesse potuto leggergli dentro sarebbe stato quello, il particolare che l'avrebbe ferito – non il bacio scambiato con Dylan né la voglia di toccarlo. Neanche la confusione di sentimenti che gli dava vederlo insieme a Raven o immaginare che la loro storia finisse per inglobarlo – neanche la paura di tentare. Il terrore che possa funzionare, o che possa fallire.
Ma quello.
Inghiottire le parole come se la fiducia non bastasse ad assicurare una soluzione. Approfittare della discrezione solita – dell'enfasi con cui Raven da sempre sostiene la libertà di scelta – per nascondergli qualcosa che sarebbe stato suo diritto conoscere fin dall'inizio.
Non può neanche usare la propria confusione come alibi, perché questo è l'altro problema essenziale: che in qualche punto del loro percorso, a qualche curva che lui non ha notato, Raven ha smesso di essere un appoggio per farsi complicazione. Ha smesso di essere qualcuno capace di aiutarlo a sbrogliare i fili per trasformarsi in colui che i fili intreccia. E li confonde. E li strappa, senza avvertire.
È un tradimento più profondo di una semplice avventura, questo, ed è difficile anche capire chi dei due sia stato, a disertare per primo. Perché Raven l'ha lasciato solo, forse, tirando dritto per la sua strada senza voltarsi indietro, ma lui non ha mai urlato per fargli sapere che non lo stava seguendo. La colpa è di entrambi, in fondo, ed è una conclusione quasi armonica tenendo conto del fatto che fin da quando si conoscono è insieme che agiscono. Ma non rende meno duro il colpo.
La consapevolezza che il danno è stato fatto.
"Raven…" inizia Jude, incerto, ma l'altro lo interrompe con un gesto nervoso.
"La cosa più buffa è che tu parli come se di tuo fossi il manifesto della relazione esclusiva, quando poi basta che qualcuno ti guardi negli occhi per farti dimenticare tutti i buoni propositi. Voglio dire, io almeno se penso non sia il caso di fare qualcosa con qualcuno riesco a non farla."
Lo sguardo che gli lancia, a quel punto, ha la sfumatura di divertimento amaro che Jude ricorda dai loro giorni adolescenti, quando sembrava che per l'amico anche stare male fosse un'esperienza tutta da sperimentare.
"Davvero, sei esattamente come Albert che ha costretto Mike a diventare adultero perché era convinto fosse la maniera più salutare di vivere una relazione, quando è a lui per primo che fa fatica il sesso."
E non c'è da concentrarsi molto, per capire perché continui a battere su quel tasto: Albert e Mike sono sempre stati un modello, per loro, il paradigma di qualcosa da evitare. Hanno misurato la forza del loro legame sulle griglie create da quella relazione fin da subito, ed è stato navigando quegli equilibri che hanno imparato a stare a galla. A parlarsi.
Jude ricorda fin troppo bene la frustrazione di Mike, in quei giorni: anche la forza con cui le sue mani lo toccavano sembrava rispondere a quei meccanismi - farsi espressione di un disagio diverso, possibilità di sfogo. Era strano.
E Raven li guardava con gli occhi increduli di chi non riesce a capire come certe storie possano incagliarsi in simili fraintendimenti – è un fermo immagine fisso nella memoria quello delle sue spalle premute contro il muro, mentre in casa Mike urlava per qualcosa che non rappresentava il vero problema e Albert fingeva di ascoltarlo mentre in realtà non capiva. C'era la luce che cadeva dall'alto, filtrando tra le nuvole quasi fosse un miracolo, e lui fumava con boccate brevi – sigaretta consumata in fretta, tra dita nervose.
In certe circostanze Jude non sapeva mai se fosse più forte la preoccupazione o il desiderio, mentre misurava la distanza tra i loro corpi e i minuti che mancavano prima che Mike si precipitasse fuori. Ma quando Raven aveva rovesciato la testa contro il muro, gemendo "Impareranno mai a parlarsi?" non aveva saputo trattenersi e si era sporto a baciargli la bocca, ridendo, le dita chiuse intorno al suo polso per intercettare la sigaretta.
"Non è così facile", aveva mormorato, prendendo lui la boccata. Raven aveva annuito, svogliato.
E da quel giorno avevano iniziato ad affrontare le cose di petto, tra loro.
"Albert ha messo in testa a Mike un sacco di stronzate," si trova a dire adesso, con lentezza, pur sapendo perfettamente che non è quella la questione. "Io non ti ho mai costretto a fare un cazzo, invece."
Sul volto di Raven, il sorriso è affilato e provocante.
"No, certo. Sono io quello che dà gli ordini, del resto."
"Dio, Raven!" protesta lui, esasperato. "Non mettermi in bocca parole che non ho detto."
"Dimmi una cosa: se nessuno dei due ha mai preso nessun impegno, cosa ci avrebbe tenuto insieme tutto questo tempo, secondo te?" ribatte l'altro. "Non è questione di comodità perché l'hai detto tu stesso: portare avanti questa storia è una fatica. Cos'è, quindi? Qualche contratto che mi era sfuggito? Dobbiamo fare insieme tot fotografie e poi ognuno per la sua strada, tanto le responsabilità ci sono estranee? O è solo il sesso che funziona particolarmente bene? Un insieme delle due cose, forse?"
"Non ci provare, a scaricare la colpa solo su di me!" sbotta Jude, avanzando di un passo.
Una volta sembrava divertente che anche durante le peggiori litigate lui e Raven non riuscissero a stare lontani l'uno dall'altro. A diciott'anni ci rifletteva spesso, dopo ogni litigio concluso a letto: premeva la guancia sulla spalla di Raven e chiudeva gli occhi sotto le sue carezze languide, pensando che doveva essere un segno anche quello. Come una legge fisica che regolava l'attrazione.
Adesso l'eccitazione dello scontro è stemperata appena dalla percezione della bellezza dell'altro: impossibile fermarsi a contemplarlo quando stai correndo al suo fianco, più veloce di quanto ti concederebbe il respiro.
"Non ho mai detto che la nostra storia non abbia senso, ma tu non hai neanche mai detto il contrario," continua, guardandolo negli occhi.
L'altro sbuffa, incredulo.
"Pensavo che certe cose contassero più delle solite promesse."
"Certe cose, cosa? Tipo le azioni, i fatti?" Lui solleva la testa, convinto. "Perché parlando di fatti, ricordo di essermi sentito decisamente onorato quando invece di venire a chiedermi una mano sei sparito dalla faccia della terra senza neanche un saluto."
E forse se Raven fosse un po’ meno vicino – se l'aria fosse un po’ meno tesa, la luce un po’ più calda – Jude noterebbe subito lo sgranarsi dei suoi occhi.
Percepirebbe il gelo, e prenderebbe respiro, e si renderebbe subito conto di quale sia il terreno che sta profanando. Ma il sangue batte nelle tempie più veloce del solito, più che durante l'amore, e gli sguardi sono troppo accesi. Le prospettive falsate.
"Hai lasciato passare sei mesi senza neanche degnarti di farmi sapere che eri vivo!" continua, a voce ancora più alta. "Sei mesi, Raven… E poi parliamo di fiducia?"
Il silenzio, a quel punto, si piega intorno alle parole come una garza poggiata su di un graffio.
Di fronte a lui, Raven è immobile, ma anche la fissità del volto è diversa da quella con cui accoglie di solito le sue sfide.
Più morbida, forse. O forse solo più stanca.
Una maschera indossata perché qualunque altra cosa costa troppa fatica.
"Scusa," mormora Jude. E l'altro distoglie lo sguardo.
Muove un passo indietro.
Per un attimo, l'alternarsi di smarrimento e complicità che ha costituito la trama di quella serata sembra stabilizzarsi in un senso di comunanza acuta: Jude guarda il compagno muoversi – gesti meccanici – e sa prima ancora che si avvicini alla porta che sta per andarsene.
Sottrarsi a quel momento come se fuggire potesse servire.
Quel che lo paralizza, però, è la consapevolezza del tutto nuova della propria impotenza: da quando si conoscono, Jude non ha mai avuto alcun dubbio che Raven, anche nei momenti peggiori, sarebbe comunque rimasto ad ascoltarlo. Potevano urlarsi addosso ma se uno dei due cambiava il tono di voce l'altro si orientava di conseguenza, spontaneamente.
Ora non è sicuro di come Raven reagirebbe, se lui allungasse il braccio per fermare la sua uscita – non è sicuro che basterebbe parlare. Chiedergli di fermarsi un attimo. Non andare.
Non è sicuro neanche che fermarlo sarebbe la cosa migliore.
"Raven…" mormora, muovendo un passo avanti d'istinto, ma l'altro neanche si volta mentre abbozza un gesto perentorio.
"Lascia perdere, meglio che chiudiamo il discorso," dice.
"Non volevo tirare fuori quella storia."
"Dormiamoci sopra, ti va?" continua Raven, senza ascoltarlo.
Ha già aperto la porta, mosso un passo oltre la soglia. E anche se la voce è quella di sempre – appena più aspra, forse, meno calda – non ha ancora smesso di dargli le spalle. Tiene la schiena dritta – troppo tesa – e ha gesti diversi dal solito.
Tutta la distanza possibile racchiusa in quel suo fuggire gli sguardi.
"Va bene," risponde comunque Jude, perché non c'è altro da dire.
Solo spingere le mani verso il fondo delle tasche, mentre la porta si chiude su un'uscita che sembra troppo definitiva per mettere a tacere ogni preoccupazione. Solo prendere fiato e chiudere gli occhi per non vedere le fotografie che lo osservano dalle pareti.
E poi dare le spalle alla porta, a sua volta – dare le spalle alle chiavi che Raven ha lasciato sul tavolo, al posacenere che Dylan aveva poggiato sul divano. Tornare all'altro lato della sala, dove la luce della luna ha ormai quasi raggiunto la poltrona. E lasciarsi andare sui cuscini, come ogni altra sera.
Accendersi una sigaretta.
E consumare la notte, piano. Boccata dopo boccata.



























































































































































































































































































































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87
David - Revival





Città di merda.
Viali che convergono verso i soliti incroci, uno skyline soffocato troppo in fretta da stupide montagne e la mappa delle strade che si articola in zone così ben definite da risultare di una semplicità perfino nauseante, se ne studi la dislocazione.
Rosenfield.
Interi chilometri infestati da aree verdi la cui unica utilità sembra esser quella di far pisciare i cani e un lago che ad asfaltarlo anni prima si sarebbe evitato, per esempio, di costringere il quartiere degli uffici giudiziari addossato a quello delle gallerie d'arte. Scongiurando che sacro e profano si incontrino, magari, e che possano scatenare l'apocalisse.
Sarebbe stata una buona idea.
Città di merda.
A volte David si ritrova a pensare che nessun altro sarebbe riuscito, in un perimetro così irrisorio, a ritagliarsi impunemente qualcosa che somigli a una doppia vita più che onorevole. Nessuno privo della sua astuzia, comunque, o del suo sangue freddo. Del suo innato talento per la sopravvivenza.
Rosenfield è capace di risultare paurosamente selettiva - una specie di coltura biologica in cui ogni agglomerato di cellule debba necessariamente evolvere le proprie strutture se non intende rischiare di soccombere alla noia.
Eppure per quanto la sua genialità sia fuori discussione - per quanto anni di esperienza sul campo gli abbiano insegnato a scivolare fra i quartieri eludendo tutte le seccature in agguato - una città di merda resta comunque una città di merda. Nulla da fare.
E non c'è quindi da stupirsi più di tanto che un coglione come Allen abbia finito per sconfinare nel quartiere maledetto dove un ridicolo mucchietto di mattoni che qualcuno spaccia per arte ha attirato la sua attenzione di coglione portando i suoi passi da coglione dentro una galleria del cazzo.
Magan era lì, naturalmente - sempre per la teoria secondo cui una città del cazzo è tale soprattutto in quanto lo spazio necessario a evitare certi casini risulta colonizzato da ameni laghetti con papere. O da insulsi praticelli di margherite.
E quando il più coglione dei tuoi soci incontra tua moglie puoi star sicuro che per te si preparano grossi casini - casini storici. Proprio ciò di cui hai più bisogno alla vigilia di un processo.
Merda.
David ha ormai perso il conto di tutte le volte che l'ha masticata fra i denti, quella parola, da quando rientrando in casa ha trovato la bambina addormentata nella sua cameretta.
Non ha neppure dovuto chiedersi cosa ci facesse già a letto alle sette - si è semplicemente spostato in sala. Si è versato del whisky, in silenzio. Ha guardato Megan.
E forse è stata quella frase a sciogliergli in bocca tutto l'amaro dei veleni più subdoli - forse la compostezza gelida con la quale sua moglie ha scandito, immobile: "Non credevo che saresti arrivato a tanto."
Ma non è servito nuotare fino a sfinirsi, dopo, né spingere il turbo della Jaguar lungo la striscia d'asfalto della tangenziale. Non è servito sorseggiare vino bianco in quel locale anonimo né osservare quella ragazzina con l'insistenza sfacciata del gioco più intrigante.
Se fino a quel momento Megan aveva mantenuto il solito silenzio di ghiaccio, riguardo al caso Holmes, le congratulazioni di Allen che si felicitava per loro - che le raccontava con quanta determinazione suo marito aveva lottato per ottenerlo, quell'incarico, e di quanto fortemente lo avesse voluto - non potevano evidentemente che far esplodere una tensione già esasperata in partenza.
David sapeva che la resa dei conti sarebbe stata inevitabile - non si era mai illuso di riuscire a farla franca.
Quel che non aveva messo in conto, però, era il fatto che il disgusto di sua moglie gli si sarebbe appiccicato addosso con quell'ostinazione - che quella frase sarebbe tornata ancora e ancora come un'eco. Un'eco insistente.
Non credevo che saresti mai arrivato a tanto.
"Merda," ripete, cupo. Ma neanche quello sembra servire.
Perché lei aveva parlato di nuovo, costringendolo faccia a faccia con ciò che non poteva permettersi di guardare - sua figlia, cresciuta quel tanto che sarebbe bastato per immaginarla con le mani di Holmes addosso; i volti delle ragazzine di cui avrebbe dovuto ignorare le cicatrici, in tribunale, e quelli appena adolescenti dei ragazzi che avrebbe dovuto inchiodare al muro. I volti dei loro genitori - dei fratelli.
Dei loro padri.
E per quanto l'autocontrollo costringa i nervi a restare saldi qualcosa continua a spezzarsi come un disco scheggiato che si interrompa sempre sulla stessa nota - un graffiare dissonante.
Sigarette di carta vetrata.
David ha gettato sul marciapiede la cicca ancora accesa - senza guardarsi intorno si è fatto largo fra i passanti. Ha affondato la destra nella tasca della giacca, fatto scattare le serrature della Jaguar.
Niente.
Non può concedersi niente di tutto questo - pensa adesso - accollarsi la responsabilità di ogni schifezza del mondo non può essere affar suo e se quel che ha combinato Holmes può forse riguardare la coscienza privata di ogni comune cittadino è invece del tutto fuori luogo che tocchi la sua, soprattutto fino a quando sarà impegnato a ricoprire un ruolo che guarda caso è garanzia di equilibrio in ogni contraddittorio democratico del mondo. Che guarda caso rappresenta anche il suo lavoro - nulla di personale e nessuna presa di posizione soggettiva.
Niente di tutto ciò, assolutamente.
Ma dannazione, avrà pure diritto a esercitare la sua professione senza che questo sia causa ogni volta di ipocriti ammutinamenti familiari - senza che lui sia costretto a sentirsi un mostro né un arrivista senza scrupoli se la sua carriera dipenderà necessariamente dalla sorte del suo assistito. Solo perché il fottuto sistema funziona così.
È già abbastanza difficile.
Mantenere il controllo dei nervi, e dover fare della sicurezza una religione. Del distacco un abito da indossare ogni mattina, come quella cazzo di toga nera. Come la fermezza assoluta di ogni sguardo - l'impostazione perfetta della voce.
Non è cosa da poco.
E avrebbe voluto guardare sua moglie negli occhi - dirle che ci sono momenti in cui è stanco anche lui. Stanco in maniera così profonda che non basta dormire, e non basta fumare. Non bastano i silenzi inflitti a Samuel e non bastano le ragazzine nelle discoteche - non basta la Jaguar e neppure sua figlia che muove i primi passi sul tappeto.
A volte ti sembra quasi di non riuscire a sopportarla, la notte - o il giorno che si prepara nel buio. Le strade fin troppo note di una città che ti sta addosso come una melma appiccicosa o come un oscuro animale affamato - un cuscino premuto sulla faccia.
Sulla bocca.
Perché adesso David ruoterà la chiave nel quadro del cruscotto - probabilmente spingerà l'acceleratore fino a quando il morso della velocità non serri le mascelle con la dovuta forza. E magari riuscirà perfino a togliersi dalla mente l'immagine di Herrera e dei suoi fottuti vent'anni - dell'incoscienza suicida con la quale ha affrontato suo suocero e il dannato Nord di Samuel, o l'innocenza intatta di April. Il disgusto di Megan.
Ma resterebbe comunque quella frase, la certezza di ritrovarla in aula. La certezza di ritrovarla appena il silenzio si fa più fitto, e il cielo più buio. La velocità meno intensa.
Non credevo che saresti mai arrivato a tanto.
"Merda!" sibila ancora - perché quella sera sembra davvero incapace di dire altro.
Perché le luci dei comandi non si accendono, e la Jaguar non dà segni di vita. Il motore non parte.
E lui non riesce quasi a crederci, che la batteria abbia deciso di piantarlo in asso proprio ora. Proprio in una nottata del genere, senza alcun preavviso. Senza neppure una ragione apparente.
Chinandosi a premere la fronte sul volante, chiude piano gli occhi.
Non è possibile - pensa, e gli viene da ridere. Gli viene da precipitarsi fuori e prendere a calci la carrozzeria - prendere a pugni i finestrini.
Apre la portiera con la solita attenzione, invece - appoggiandosi alla fiancata di sinistra si porta all'orecchio il cellulare. E osserva la gente sul marciapiede di fronte - le insegne verdastre di un locale per ragazzini. I neon che si curvano in lettere.
Distoglie lo sguardo.
Non saprebbe neanche dire per quale motivo decida di aspettare il meccanico seduto sul gradino rialzato di un portone, dopo - deve esser da quando aveva quindici anni che non si accampa sui marciapiedi e di certo non gli è mai più passato per la mente di farlo, da allora.
Probabilmente Samuel sarebbe l'unico in grado di riconoscerlo dentro quello scenario - nessuno dei suoi colleghi prenderebbe in seria considerazione il fatto che si tratti davvero di lui e forse anche Megan tirerebbe avanti senza vederlo. Forse perfino sua figlia.
Eppure Keith lo sta fissando, dall'altro lato del viale.
Lo sta fissando da interi minuti, confuso fra i ragazzi che indugiano all'entrata del pub con le insegne verdi. Protetto dalla lontananza - dalla folla.
Sta guardando lui.
E non è tanto la sorpresa di ritrovarlo sulla sua strada così presto né lo stupore di scoprire che la mente ha registrato la sua presenza quasi con sollievo, come qualcosa che stavi aspettando senza saperlo. Non è neppure il desiderio di cercare un contatto - David non ha intenzione di provarci ancora. Lo ha deciso la sera stessa della mostra, lo ha deciso seriamente. Questione archiviata.
Ma è il suo sguardo.
Deve sentirsi al sicuro, il ragazzino - probabilmente non sospetta che lui si sia accorto della sua presenza e non ha motivo di alzare le difese, quindi. O di nascondersi.
Ed è un volto diverso, quello che aggrotta le sopracciglia dalla parte opposta della strada - è la spontaneità di sguardi che David ancora non conosceva, la serietà di un'espressione che fa sembrare più adulti i lineamenti e più fermi gli occhi. Che equilibra i piani in maniera improvvisa.
È quasi incredibile.
Ed è curioso come i sensi si allertino anche se non sembra esserci alcuna reazione erotica in atto - strano che la voglia di conoscere quel ragazzo torni così violenta proprio adesso che non c'è intenzione né forse energia per cucirsi addosso alcun ruolo. Adesso che ogni gioco è finito.
Ma quando il meccanico arriva riscontra un problema al sistema di alimentazione elettrica della Jaguar - la macchina viene portata in officina col carro attrezzi. Lui cerca un'auto da poter noleggiare, inizia a far telefonate. Passano i minuti, in fretta.
E lo sguardo di Keith si perde così - nella stanchezza di una notte che sembra non dover finire mai. Nel pacchetto di sigarette fumato ai piedi di quel gradino, mentre la strada si svuota progressivamente e la musica si fa più lontana. E le palpebre più pesanti.
L'una - nota David, lanciando un'occhiata all'orologio.
Istintivamente, l'attenzione torna a spostarsi verso le insegne verdi del locale; il marciapiede è vuoto, l'entrata deserta.
Lui getta la cicca sull'asfalto, tirandosi in piedi.
"C'è qualche problema?"
Neanche si stupisce più di tanto, quando quella voce scivola alle sue spalle.
Qualunque cosa riguardi Keith è avvolta in una calma inspiegabile, stasera - gli ricorda un po' certi vecchi film in bianco e nero o il famoso fatalismo di Samuel.
Ci sarebbe forse da preoccuparsi, se ne avesse le energie. Si volta lentamente, invece.
"La Jaguar," risponde, e la sorpresa arriva nel momento stesso in cui affonda gli occhi dentro i suoi - in cui si rende conto che lui è davvero lì davanti e che ha trovato la forza di avvicinarsi da solo, stavolta. Senza alcuna pressione, senza che fosse obbligato a farlo. Dopo l'imbarazzo della sera precedente...
"Hanno dovuto portarla in officina, pare abbia un guasto al sistema elettrico," gli spiega, distrattamente. "Nulla di grave."
Ma intanto lo sguardo penetra nel suo in maniera stranamente fluida - David non sta forzando il contatto e lui non sta facendo resistenza.
Lo osserva spingere le mani in tasca, invece - spostare il peso da un piede all'altro.
"Sì, avevo visto il carro attrezzi," arriva infine la sua voce - ancora. "Per questo ho pensato di venire a vedere se era tutto a posto. O se avevi bisogno di qualcosa, insomma…"
"Ho noleggiato una macchina da Kenney, per fortuna è aperto anche di notte."
"Kenney? Quello dall'altra parte della città?"
"Chiamerò un taxi."
Silenzio.
"Se vuoi posso accompagnarti io, non sarebbe un problema," azzarda Keith, muovendo inconsciamente un passo indietro. Schiarendosi la voce. "Tanto stavo andando a casa, sarebbe di strada…"
E David inspira, lentamente. Inspira e sente l'aria scendere nel petto, penetrare nei polmoni. Riempirli.
"Merda," si ripete ancora. E poi di nuovo, in automatico: "Merda. Merda."
Perché non è la serata adatta, quella - perché non è sicuro di riuscire a farcela.
Perché il cazzo di ragazzino che ti colonizza il cervello da mesi e che ti ha dato il benservito appena hai provato a baciarlo non può ripiombare nella tua vita così, con un'offerta di quel genere.
Un'offerta fatta con quel candore, poi, come se caricarla di altri significati fosse impensabile - del tutto fuori luogo. O come se fotterti il cervello fosse il suo passatempo preferito. Come se fosse nato per quello.
Merda.
Per un attimo è quasi sul punto di chiedergli se si renda conto - mandarlo al diavolo o ridergli in faccia. Scoparlo nel primo angolo buio e farla finita una volta per tutte.
Capitolo chiuso.
"D'accordo. Grazie," risponde invece, e pensa che evidentemente c'è qualcosa che non va. Qualcosa di serio.
Ha questo strano talento, Keith: piazza bombe nei punti strategici della tua vita come un bambino inconsapevole che giochi col fuoco. Quando ne esplode qualcuna lui si spaventa, ma tu invece salti in aria. Non c'è modo di evitarlo.
E David valuta che sono almeno vent'anni che non si trova seduto in auto dal lato passeggero, con qualcun altro alla guida. Che sono almeno vent'anni che non gli capita di evitare deliberatamente uno sguardo per qualcosa che somiglia in maniera preoccupante ad imbarazzo, e soprattutto che sono quasi venticinque anni che non si sente addosso quella paura inconcepibile di baciare qualcuno.
Dev'esser la serata del revival, quella.
O qualcosa nell'universo deve aver sovvertito ogni legge logica - la deflagrazione simultanea di tutte le bombe di Keith, forse. Forse, solo l'immagine del suo pugno stretto sulla leva del cambio a decidere il ritmo del motore. Decidere ogni spinta.
Distoglie gli occhi in fretta, bagnandosi le labbra.
"Tu credi che potrebbe piovere, domani?" mormora, e subito inizia a contare meccanicamente da quanto tempo non gli capiti di fare una domanda altrettanto inutile. Altrettanto cretina.
L'altro sembra prendere sufficientemente sul serio la questione da sporgere la testa verso il finestrino, comunque. E da rispondere, con la massima serietà: "Forse… Qualche nuvola c'è, in effetti…"
Saggiamente, lui decide di lasciar cadere l'argomento.
Keith ha una piccola utilitaria piuttosto vissuta - sedili ricoperti di stoffa sgualcita e un'autoradio ancora a nastri incassata nel cruscotto.
L'intento più urgente di David, al momento, è quello di persuadere se stesso che quel senso di disagio costante provenga da lì: dalla disabitudine a certe cose, a certe scenografie. E dall'assurdità della propria immagine calata in un contesto del genere - lui che fino a pochi minuti prima se ne stava seduto sul marciapiede come un ragazzino qualunque. O come un accattone.
Forse conviene che si impegni a cercare una teoria più convincente - considera.
Contrariato, si lascia scivolare sul seggiolino.
"Metti la freccia. Giriamo a destra," annuncia.
Stupito, l'altro gli lancia un'occhiata. "A destra?"
"Non vieni spesso in questo quartiere, scommetto."
"Non spesso, no."
"Io ci sono cresciuto," confessa lui. E il cuore si blocca, l'istante successivo, perché non aveva in programma di dire niente del genere. Perché non ha senso raccontare qualcosa di sé a quel ragazzino e perché ha anche sempre avuto serie difficoltà ad affrontare con chiunque i luoghi della propria infanzia. Ricordare da dove viene non gli piace - non l'ha mai fatto neppure con Samuel. Neppure con se stesso.
"Sì? Sei nato qui?" domanda però Keith, ed evitare di rispondergli diventa impossibile senza rischiare di peggiorare ulteriormente la situazione. Senza che il silenzio diventi più eloquente di ogni parola e che un ragazzino qualunque possa dire di aver visto David Hamilton in difficoltà.
"In una delle case vicino al bosco, per l'esattezza," spiega quindi, affrettandosi a cercare le sigarette. "Allora era quasi tutta campagna, qui."
Silenzio.
"Si può praticamente dire che io sia venuto al mondo in una specie di stalla. Come dio, presente?"
"Un precedente illustre…"
"Già."
E improvvisamente quasi scoppia a ridere, David. Così, senza ragione.
"Avevano trenta capre, i miei, e una quarantina di conigli. Mi sembra di ricordare anche una mucca da latte, per un certo periodo. Oh, e naturalmente le galline. Avevo convinto il mio amico che una di loro faceva le uova d'oro perché andasse ogni mattina a fare la raccolta al posto mio."
"Avevi già più la vocazione dell'avvocato che del contadino, quindi…"
"Lascio giudicare a te. Il mio amico ci crede ancora adesso, a stronzate del genere…"
"Va ancora a raccogliere le uova?"
"Non esattamente." Un sorriso. "Con l'età, è peggiorato," ridacchia lui, mentre i nervi si distendono gradualmente. Mentre la stanchezza torna a farsi sentire e le palpebre bruciano, e la testa si rilassa all'indietro contro il sedile della macchina.
Lentamente.
"In effetti tutto è successo così in fretta che non ho avuto quasi il tempo di accorgermi, e temo siano rimasti in sospeso diversi quesiti," mormora. "Quesiti importanti, capisci?"
"Con il tuo amico?"
"Mh? Ah, no. No." Ancora una risata. "Lui è fin troppo lineare, nella sua follia. Parlo di questioni più complicate, più insidiose. Magari la prospettiva di qualcuno abituato a guardare il mondo dall'alto delle galassie potrebbe sciogliere il nodo, chissà…" dice.
E quando Keith arrossisce appena, chiedendo: "Di cosa si tratta?", le parole escono quasi da sole, senza che lui possa intervenire in alcun modo per ridurle al silenzio. O per mettersi al riparo.
È perfino pauroso, se soltanto ci pensa.
Se soltanto fa mente locale e si domanda perché lo stia facendo - perché proprio quella sera, e perché proprio con quel ragazzino. Perché in quel modo - come una richiesta di aiuto. Un atto di debolezza.
"Merda," si ripete.
E continua a ripeterselo anche mentre accende la sigaretta, mentre abbassa il finestrino. Mentre parla, espirando fumo.
"Immagina te stesso fra una ventina d'anni," mormora, guardando dritto avanti a sé. "Immagina di aver speso l'intera vita per… che so. La fisica? Immagina di essere Enrico Fermi. E di avere in mano il segreto della fissione nucleare - la scoperta del secolo. Successo e immortalità e fama. E un tassello fondamentale per l'evoluzione della scienza - la scienza a cui hai dedicato tutto te stesso. Mi segui?" domanda.
"Più o meno… Credo di sì."
"Bene," prosegue. "E adesso immagina di conoscere perfettamente gli effetti devastanti che potrebbe avere una bomba atomica - sei niente meno che Fermi, del resto. Se non li conosci tu… E immagina di sapere anche che gli scienziati di Hitler stanno lavorando alla stessa ricerca, e che se anche tu riuscissi a tenere segrete le tue scoperte otterresti solo che qualcun altro giunga ai tuoi stessi risultati al posto tuo, magari… Senza che questo serva comunque a salvare una sola vita."
Keith gli lancia uno sguardo.
"Cioè, la mia scoperta sarebbe la bomba atomica? E io, sapendolo, dovrei decidere se andare avanti o lasciare che lo facciano i miei nemici?"
"Qualcosa del genere, sì," sbuffa David.
E pensa che a questo punto dovrebbe forse attendere una risposta - contare meccanicamente gli istanti di silenzio e lasciare ai pensieri del ragazzo il tempo per articolarsi. Lasciargli in mano la propria vita, tutti gli anni passati. Gli anni che verranno.
"Era un esempio del cazzo," sbotta invece, perché dev'esserci un limite anche al surreale. Dev'esserci rimasto qualcosa da salvare dalla catastrofe di quella notte - qualcosa di se stesso. Un corpo da poter ritrovare domattina, dentro i vestiti che indossa.
"Non farci caso, non so che mi prenda," taglia corto, indicando fuori. "Puoi accostare qui, siamo arrivati."
E rivede Megan nel buio della strada, quando si sporge ad aprire la portiera. Rivede le ciglia di April adagiate sulla guancia, il suo orsacchiotto di peluche. Respira il sigaro di suo suocero, nell'aria.
Ha bisogno di whisky.
E ha bisogno di tornare a sentire il vento fra i capelli - chiudere i pugni sul cerchio di un volante e strapparla dalle labbra di quel ragazzino, la forza che manca.
Riprendersi quel bacio.
Invece è la voglia di accarezzarlo che brucia le mani - la leggerezza. La tentazione di premergli la bocca sul collo e di ascoltarla davvero dalla sua voce, la risposta che non può permettersi di sentire. La fine di tutto.
Ha una paura fottuta, tanto vale ammetterlo.
Forse proprio per questo blocca i movimenti, adesso - per questo si volta lentamente e guarda Keith dritto negli occhi. Nero nel nero, con fermezza.
Come ha sempre fatto.
"Per quanto riguarda l'altra sera," inizia, serrando la stretta sulla maniglia della porta. "Non penso di averti ancora detto che mi dispiace. Mi dispiace di aver scelto il momento sbagliato, intendo, perché a questo punto è evidente che avrei dovuto aspettare."
Silenzio.
"Fino ad ora," aggiunge, e il ragazzo distoglie gli occhi come se fosse stato sfiorato un nervo scoperto. Come se quell'affermazione avesse spalancato di colpo la porta di una stanza proibita. Territorio pericoloso.
Ma non sembrano esserci limiti stasera, per David - soprattutto adesso che ha intravisto il suo vero volto. Adesso che l'onestà è diventata una scelta, più che un incidente, e forse per la prima volta da anni la possibilità di scoprirsi davvero si è trasformata in un bisogno quasi fisico. Voglia di farsi conoscere e di conoscere, lasciando perdere qualsiasi maschera.
Qualunque difesa.
"Guardami," scandisce quindi a bassa voce, dopo averlo osservato a lungo.
E preferirebbe che lui non trovasse il coraggio obbedirgli, in realtà - che inconsapevolmente lo trascinasse via dall'orlo del precipizio chiudendola lì una volta per sempre, quella follia.
Eppure quando Keith alza lo sguardo solo per fermarlo oltre le sue spalle si ritrova a ordinargli ancora una volta, ancora più fermamente: "Guardami."
E si ritrova ad attendere i suoi occhi con la consapevolezza nettissima che quell'istante resterà inciso nella sua vita per sempre, comunque si concluda. Che gli orizzonti saranno diversi in ogni caso - in ogni caso terribili. E che per una volta può concederselo anche lui, di aver paura.
Assaggiare il sapore del vuoto sulla lingua e sentirlo scendere nello stomaco. Sentirlo crescere.
È come se i piedi franassero nel nulla, quando finalmente gli occhi si incontrano.
"Va bene," sussurra - la voce appena un po' arrochita. Un timbro strano, non suo.
Assottiglia le palpebre.
"Qual è il problema?"
Silenzio.
"Tutto, in pratica," risponde poi il ragazzino, ridendo nervosamente. "Perché non è che non voglio, è che… È che non sono capace."
Prende un respiro profondo, dopo. Cerca di proseguire.
"Vivian non ha problemi a vivere le cose come vengono," chiarisce. "Io sì. E non riuscirei neanche a iniziarla, una notte con te. Anche lasciando da parte il mattino dopo."
"Già. Il mattino dopo preoccupa parecchio anche me…" sorride lui, ma non c'è traccia di ironia nella sua voce e l'altro sembra ormai deciso a proseguire il suo discorso fino in fondo.
"Probabilmente non avevi torto, l'altra sera," continua, tornando a spostare lo sguardo fuori dal finestrino. "Quando dicevi che non sono il tipo. Perché… Non sono il tipo, appunto." Un sospiro. "Non sono il tipo che riesce a farsi guidare dall'attrazione e basta, che si lascia andare. O che vive le cose d'istinto, alla leggera."
"Alla leggera," ripete lui. Keith arrossisce.
"Sì. Cioè," riprende. "Conosco Vivian da quando era bambino - so come affronta certe cose. Come vi siete conosciuti, intendo. Io non sono mai stato capace. E non sto dicendo che voglio promesse di fedeltà o altro, prima di… Cioè, non avrebbe senso neanche quello. Ma… David, la prima volta che te lo sei portato a letto non sapevi neanche il suo nome. E se vi siete ritrovati dopo mesi è stato solo un caso, e io non sono Vivian, comunque." Pausa. "Non ci sarebbe neanche quel discorso," conclude il ragazzo.
Ma David non lo ascolta già più, perso nello stupore di guardarlo negli occhi e chiedersi come sia possibile che la razionalità giochi un ruolo così primario, negli schemi comportamentali di un ragazzino. Se si tratti solo di una strategia difensiva particolarmente consolidata o se manchi alla base un vero coinvolgimento, invece. Se con un altro sarebbe diverso.
Raddrizzando la schiena, annuisce lentamente.
Non è abbastanza lucido per darsi risposte precise, adesso - eppure non può ignorare il fatto che si senta svuotato. Sfinito.
E che si sia aperta una ferita, in qualche parte molto profonda di sé. Che sia stato Keith a scavarla. Che lui gli abbia permesso di farlo.
"D'accordo," conclude. Ha voglia di fargli male.
Ha voglia di fargli male e di baciargli dolcemente la fronte, intanto. Farlo star bene.
Premendosi le dita sulla tempia, spinge i capelli lontano dal viso.
"Città di merda," mormora, perché di qualcuno deve pur essere la colpa se quel ragazzino è riuscito a massacrarlo una seconda volta. Sarebbe bastato distribuire i locali notturni su un territorio appena un po' più vasto - allargare i confini del quartiere. E qui torniamo alla questione dei parchi. Dell'ameno laghetto…
Scrolla la testa, aprendo la portiera.
"Riesci a tornare in centro, da qui?" domanda a Keith, per poi aggiungere ridendo - senza aspettare neppure la risposta: "Già. Non c'è pericolo che qualcuno riesca a perdersi a Rosenfield, scommetto…"
E per un attimo gli sembra che il punto di contatto sia vicinissimo, in realtà - il ragazzo gli sorride come davvero farebbe qualunque altro suo coetaneo: in maniera un po' incuriosita e un po' nervosa. Sincera.
"Sì, dovrei riuscirci senza problemi…" dice, con quel tono di voce che soltanto i ragazzini riescono a modulare. Che ti costringe a perdonare loro qualunque cosa. Desiderarli soltanto.
Ma David non vuole guardare, stasera - non vuole vedere più nulla.
Non vuole sentire.
"Grazie del passaggio, Keith," scandisce, mentre già l'aria della notte affila le palpebre e la percezione della terra sotto i piedi rende più solido l'equilibrio. Mentre la fiamma dell'accendino illumina le mani, con la sua luce calda. La forma delle dita.
"Oh, ecco…" ridacchia, prima di sporgersi dentro l'abitacolo. "Sembra che io conosca il tuo nome, dev'esser questo che porta sfiga…"
Eppure allunga il braccio, dopo, e senza aggiungere altro gli sfrega le nocche sulla guancia con una delicatezza che non pensava neppure di possedere. Che destabilizza lui per primo.
Poi si tira indietro. Sbatte la portiera.
E senza voltarsi - aspirando il fumo - si allontana.


























































































































































































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rosadeiventi: (Ash)

Blue Horses





Amor, amor, amor. Niñez del mar.
Federico García Lorca, Tu infancia en Mentón





Prólogo. Fábula de fuentes

1. Arena sin sosiego

2. Cielos sin salida

3. Vuelo de nieve


Nota: Incompleta. Quattro capitoli che sono più quattro racconti consequenziali che altro.
Prima versione dell'incontro tra Mark e Luis. Non tiene conto delle cose che abbiamo precisato in seguito - è del tutto incompatibile con Spade come labbra e con la Rosa. Se la riprenderò in mano, dovrò ricominciarla da capo.
Ma vi sono troppo affezionata per perderla del tutto, quindi ve la offro. Anche solo per Luis e Mark.
Post lockati, però. Se qualcuno vuole leggerla e non appartiene alla nostra f-list, lasci un commento o scriva un mp.
rosadeiventi: (Default)
86
Samuel - Cicatrici luminose





A Deb e Witch
Che forse lo leggeranno insieme^^.



Quando erano piccoli, d’estate, David e Samuel facevano spesso il gioco della prima lucciola.
Aspettavano che il buio fosse completo per avventurarsi alla cieca verso il fiume – David amava dimostrare a se stesso di sapersi districare abilmente nella notte e lui si limitava a seguirlo, aggrappato all’orlo della sua maglia.
Ma la notte scendeva sempre lenta, quando erano bambini: c’era da lasciarsi alle spalle la cena - le verdure da mangiare controvoglia e la tavola da sparecchiare. I piatti da insaponare.
E c’era il buio da attendere, dopo, seduti a gambe incrociate ai margini del bosco. Chiacchierando di niente, a volte.
A volte, invece, scrutando in silenzio l’oscurità alla ricerca di una luce fragile - una luce che dava diritto a chi la scorgeva per primo di diventare il dio indiscusso della serata. Colui che poteva ordinare all’altro qualsiasi cosa – che avrebbe deciso per tutti e due fino alla mezzanotte. O anche per tutto il giorno successivo, spesso.
E Samuel perdeva sempre.
Perdeva perché David barava, vero - perché nove volte su dieci sosteneva di aver visto lucciole inesistenti. In perfetta malafede.
Ma non era soltanto questo.
E non era neanche questione di attenzione, o di fortuna. Di allenamento.
La verità è che il fiato si spezzava ogni volta, quando il primo spillo di luce bucava la notte, ed era lo stesso stupore di quando nasce una stella - lo stesso miracolo di incoscienza che si ripeteva all’infinito: l’immensa massa di buio, intorno - e quel chiarore tremolante.
Quella scheggia di vita incastrata nel nulla.
“Lucciola!” gridava David, saltando in piedi. Indicando in direzione di un angolo ormai già buio – la voce improntata di trionfo.
Ma David non ha mai immaginato quanto Samuel lo abbia sempre sentito simile a quella luce - lui che d’improvviso viene a squarciare la trama immobile dei giorni e che subito scompare nel groviglio delle tenebre.
Lui che ti chiude la gola con la stessa meraviglia. La stessa nostalgia.
E che lascerà squillare a vuoto il telefono almeno fino a quando l’oscurità non sarà diventata abbastanza pericolosa - fino a quando non potrà fare di se stesso il dio di un’altra notte interminabile. Eroico e incosciente come quella luce, forse. O soltanto fragile e ferito come solo un dio sa essere - con i suoi capricci di diluvi e assenze, le sue lacrime murate dentro la pietra di occhi fermissimi e le tracce della sua presenza sparse nel cielo. Abbandonate nel bosco.
David è sempre stato ovunque.
Stava seduto sulla poltrona del salotto anche poco prima, un bicchiere di whisky accostato alle labbra e la cravatta allentata sul petto - la sua ombra riflessa nel televisore supertecnologico che ha insistito tanto per regalare a Samuel e che Samuel non ha neppure mai acceso.
Stava nell’alone della lampada alogena, nel posacenere vuoto. Nella notte che scende sempre lenta come un tempo. Sempre muta.
E stava in ogni rumore impercettibile che spezzava il silenzio, in ogni drizzarsi delle orecchie del gatto. Nelle file ordinate dei libri che riempiono gli scaffali – “Ti ho trovato una prima edizione, professore: è abbastanza ingiallita, per i tuoi gusti?”, “Questa puzza addirittura di muffa: andrai in trance!”
Perfino negli spazi vuoti fra un volume e l’altro - “Il libro che ti ho comprato è uno dei tuoi preferiti: non esiste. E non dire che ho dimenticato il tuo compleanno, non è certo colpa mia se hai gusti tanto eccentrici!”
Sarebbe così facile allungare la mano – così facile…
Lasciarsi immobilizzare dalle sue braccia, lasciare che i suoi affondi capovolgano il soffitto e che piacere e dolore tornino ad incarnarsi di nuovo - scendere dal vuoto delle nevi intatte fin dentro al corpo per sporcarsi ancora di sangue e di sudore.
Ancora di vita.
O aggrapparsi alla sua maglia come quando erano bambini – seguirlo dentro il bosco. Chiudere gli occhi e delegare a lui la scelta di ogni percorso.
David lo ha sempre saputo: avrebbe fatto male.
Più il volo è alto più l’aria diventa rarefatta, così rarefatta che anche le mani possono perdere consistenza. Tramutarsi in ali, forse - ali immobili.
E Samuel osserva la forma delle proprie dita, nel buio – ombre allungate che sfumano i contorni nell’oscurità della notte mentre le assi del portico cigolano appena ogni volta che Seneca allunga le zampe per stirarsi. Ogni volta che si accomoda di nuovo ai suoi piedi - una macchia più chiara. Lo scivolare impercettibile del pelo sulla stoffa dei pantaloni.
Ma niente luna, niente.
E la tazza di the si è freddata, il vento della sera si è fatto più umido fra i capelli.
Ha dimenticato il maglione in casa e non gli importa, deve preparare la lezione per domani.
Ma non riesce a pensare.
Non riesce a pensare che a David, alle sue ferite. A tutte quelle che gli ha dovuto infliggere negli anni e a quelle che ancora non sa risparmiargli – al suo bisogno commovente di diventare dio. La causa e l’effetto, l’unico.
E lui, intorno.
Lui che non è mai riuscito a trovare un linguaggio per raccontargli quanto in realtà sia sempre stato al centro della sua vita, neanche quando le parole avevano ancora la loro forza e Samuel si illudeva che ripetere il suo nome sarebbe bastato per chiudere il sigillo, se gliel'avesse sussurrato all’orecchio. Fra le lenzuola.
La verità è che neanche il sesso è servito.
Raggiungere David sembra adesso più irreale che pretendere di chiudere la mano intorno al chiarore remoto di una stella, o all’apparizione lontana di una lucciola nel bosco.
Potrebbe sembrare un’altra illusione se ai suoi piedi Seneca non sollevasse la testa - se la luce non seguisse traiettorie del tutto inusuali. E se la ghiaia non scricchiolasse sotto il peso di passi incerti, troppo cauti per appartenere davvero a lui.
Il gatto non scappa a nascondersi, del resto - non c’è la brace rossa della sua sigaretta nella notte. E la pelle non riconosce la presenza del suo corpo.
È ancora troppo presto…
“Samuel?”
Raddrizzando la schiena, lui si tira in piedi.
Helene.
Come abbia potuto dimenticare di aver fissato un appuntamento con lei, quella sera, non riesce proprio a spiegarselo.
In fretta allunga il braccio verso l’interruttore della luce, Seneca sguscia veloce sotto la panca.
Dal viottolo, poco lontano, la fiamma tenue di un accendino si spegne nella notte.
"Cosa stavi facendo lì fuori al buio?" viene la domanda, e lui cerca di incastrare la realtà di quel nuovo scenario nel torpore stanco del proprio universo percettivo: i lineamenti morbidi dell’amica – così diversi dalle spigolosità maschili del volto di David. La gonna indiana che le drappeggia alle caviglie - i braccialetti di pietre azzurre e argento.
La sua voce. Chiara.
"Mi hai fatto quasi spaventare…"
Cercando la chiave nelle tasche, lui le sorride.
“Aspettavo le lucciole,” risponde, mentre lei sale i gradini del portico e Seneca si avvicina sospettoso per annusarle le scarpe.
"Almeno aspettavi qualcosa, visto che di me ti eri completamente dimenticato…" Rovesciando gli occhi al cielo, la donna si sporge ad abbracciarlo. "Come stai?"
“Mi sento un po’ come quando ero bambino, solo che non mi è rimasto più molto da sotterrare in fondo al bosco. Adesso le cose scivolano dalle mani molto prima che tu riesca a trovare il modo giusto per proteggerle, hai notato?”
"Ho notato che sembri più onirico del solito, Sam,” osserva però Helene, mentre il gatto scivola fra di loro come una carezza misteriosa. “Non dovresti davvero passare tanto tempo da solo al buio. Non ti fa bene."
“Entriamo in casa?” domanda allora lui, scostandosi quel tanto che basta per incastrarle i capelli dietro l’orecchio.
Eppure quando apre la porta – quando sente il suo profumo orientale scivolargli addosso mentre lei varca la soglia per entrare in sala – non può fare a meno di lanciare un ultimo sguardo verso il bosco. Controllare se siano apparse le prime stelle, la luce fioca della lucciole.
Niente.
Dopo ritrova il portatile esattamente come l’aveva lasciato, sulla scrivania. Il cellulare è ancora appoggiato lì accanto – la sedia scostata. I cuscini sistemati in un disordine insolito, sul divano.
"Sono passata da Derek, prima," sta dicendo Helene, mentre appoggia la borsa sul tavolo e ne estrae un fascio di fogli – fogli stampati. "Mi ha dato l'ultima stesura del copione. Dovrebbe avertela inviata anche per e-mail, oggi pomeriggio, ma già che c'ero gli ho detto che te ne avrei parlato io. A quattrocchi si riesce meglio," continua.
E Samuel osserva i suoi polsi, le ossa in rilievo sotto il peso dei braccialetti. Segue con lo sguardo i movimenti delle sue mani, la praticità curiosamente femminile con cui gli sta porgendo l’adattamento del suo romanzo.
Il suo romanzo.
"Se te la senti, chiaro,” viene la precisazione, ma lui non può fare a meno di distogliere gli occhi. In fretta. “Altrimenti possiamo rimandare il lavoro ad un altro momento."
Risponderle non è facile, molto meglio tentare di rassicurarla con un sorriso e offrirle un caffè, magari - lasciare che sia lei a prepararlo per entrambi. Lasciarla allontanare in cucina, fuggire le domande mute del suo sguardo. Molto più facile.
Restare da solo.
“Il barattolo sta sul pensile, la caffettiera dovresti trovarla lì accanto,” le dice da lontano, raggiungendo lentamente la scrivania. “Lo zucchero è nella dispensa, come sempre…”
In piedi di fronte al fascicolo del copione, adesso, Samuel lo osserva dall’alto indugiando sulle pieghe della carta, sull’impronta dell’inchiostro. Sulla forma rotondeggiante del verdana – strano carattere per un testo teatrale. O il carattere perfetto, forse - armonia insolita.
Quasi destabilizzante.
E non ha senso.
Non ha senso quel malessere, non ha senso che abbia finto di non vedere la mail del regista. Che non l’abbia aperta, che non abbia scaricato l’allegato.
E non ha senso che le mani non riescano a toccare quei fogli quando è stata una sua decisione, quella di affidare ad Helene l’adattamento de Il dio malato.
Non si sarebbe fidato di nessun altro, per la sceneggiatura – di nessun altro ha mai avuto altrettanta stima.
E poi…
E poi perché quel dolore irrazionale, se il silenzio ha ormai scavato le parole come gusci di uova rotte - se il linguaggio si è rivelato ottusità e superbia, se la comunicazione segue già percorsi troppo diversi? Percorsi nuovi…
Tutto è nato da un equivoco del genere, in fondo.
Per questo ha scelto di lasciare il suo libro in mano ad altri - per togliere dalle spalle di Björn il peso di un’interpretazione che a lui solo aveva concesso e che invece non avrebbe mai dovuto pretendere da nessuno.
Sa di aver sbagliato. Molto.
Eppure mentre Helene parla dalla cucina – mentre lui risponde distrattamente, mentre gli occhi restano fissi sui fogli e le mani restano ferme lungo i fianchi – quel malessere cresce al ritmo del respiro senza che la volontà possa far nulla per impedirlo.
E David manca in maniera paurosa, come ogni volta che serve forza.
Come ogni volta che serve onestà, o soltanto coerenza.
No.
Inspirando a fondo, Samuel solleva la mano destra verso il bordo del tavolo.
C’è un copione da leggere, adesso, e c’è da assumersi la responsabilità di ogni singolo passo compiuto. Ci sono doveri da adempiere, quando ami qualcuno.
E la fragilità non può essere un alibi, non di fronte al coraggio struggente che permette a Björn di respirare ancora, da qualche parte del mondo. Non importa dove - né quanto lontano.
Non importa.
“Sam?”
Quando Helene rientra in sala lo trova seduto in poltrona, gli occhiali soltanto a fare da schermo fra l’inchiostro nero dei fogli e il ragazzo che lui stesso è stato quasi quindici anni prima. Il ragazzo che non ha mai smesso di essere, in fondo, e che adesso invece deve lasciar morire come una stella cadente.
Un altro frammento di buio.
Perché qualcos’altro deve nascere in cielo, quando la volta celeste sarà completamente scura. Quando il silenzio sarà totale, e non ci sarà più David a scorgere la prima luce. A condurlo nel bosco, facendogli strada fra l’erba alta. Fra gli spini.
Sollevando gli occhi dal foglio, si bagna lentamente le labbra.
“Non immaginavo che sarebbe stato così doloroso,” mormora.
La donna si avvicina con cautela, allora, appoggiando sul tavolo la tazza del caffè.
"È troppo lontano da quello che volevi?" domanda, il viso inclinato come per guardarlo dal basso. Trovare un'angolatura più sincera per leggere dentro le risposte – per seguirlo.
"Sam, lo sai. Qualunque cosa non ti convinca, anche minima…"
“È una morte bellissima,” risponde però lui.
Sorride.
“Solo che fa male lo stesso. Come ogni morte.”
E quando aggiunge, a bassa voce: “Vorrei che Mark potesse leggerlo,” Helene sgrana appena gli occhi – un cambiamento impercettibile per chiunque non la conosca bene o non sappia aspettarsi una reazione simile. Per chiunque non abbia conosciuto Mark, probabilmente, ed i legami intricati che hanno unito la sua vita a quella di entrambi. Al romanzo.
A volte torna in mente anche lui.
Succede di notte, spesso, quando il cielo è così immenso da somigliare troppo da vicino al vuoto della sua scomparsa e il rimpianto serra la gola nella consapevolezza impietosa di una colpa che si ripete come una maledizione. Mark, prima. E poi Björn.
David, in maniera ancora diversa.
Tutti i crimini della sua innocenza.
"Mark avrebbe saputo come renderlo perfetto, probabilmente," commenta Helene, e Samuel si rende conto che anche volendo non avrebbe potuto evitare di fare quel nome. Che lo sapeva anche lei forse - o forse sono solo i suoi fantasmi. Scie di luce fioca.
Annuisce.
"Mi sentirei molto meno allo sbaraglio, se potessi fare affidamento sulla sua opinione."
“La sua opinione sarebbe che ne valeva la pena, Helene.”
"Probabilmente." Una mezza risata. "Troverebbe di sicuro anche mille cose da modificare, però. Era sempre così." Lo sguardo si solleva, piano. "Amava Il Dio malato, lo sai vero? Credo fosse il suo preferito, tra tutti i tuoi lavori."
“Lo so,” risponde soltanto lui. Deglutisce.
E forse quella è la serata delle stelle cadenti, perché d’improvviso il volto di Mark si definisce nella memoria con una nitidezza che mancava da anni – che quasi toglie il fiato. Che coglie alla sprovvista, come tutti i ricordi più violenti - mai davvero sbiaditi. Mai perdonati.
Quel romanzo era per Björn. Anche allora.
Anche mentre lui trascorreva le notti ad immaginare l’impronta del corpo di Mark sopra il suo, anche mentre lasciava che le loro vite si separassero.
Ed è stato inutile, è stato assurdo.
“Avrei voluto…”
Solleva gli occhi sul viso di Helene – ed è un brivido freddo. Tagliente.
“Avrei voluto saper guardare al di là,” mormora. “Vorrei saperlo fare adesso...”
"Non è mai facile, Sam," risponde lei, quietamente. "Non fartene una colpa."
Scivola un po’ indietro sul divano, poi - si appoggia allo schienale guardandolo con aria intenta. Quasi fin troppo concentrata.
"Non mi hai mai detto cosa sia successo esattamente, tra di voi."
“Non l’ho mai detto a nessuno, credo.”
Pausa.
“Mark non era solo il mio compagno di stanza, era anche il mio critico più severo. Il mio lettore più attento – l’unico del cui giudizio mi fidassi ciecamente. Qualunque cosa io abbia mai scritto è stato per merito suo, Helene. Ma oltre questo era…”
Un’occhiata, esitante.
“Era anche il suo corpo,” mormora Samuel, a fatica. “Tutte le notti impossibili che trascorrevo a guardarlo dormire, a desiderare che si muovesse nel sonno perché il lenzuolo scivolasse appena un po’ più in basso. È sempre stato il mio problema,” aggiunge, piano. “Non ci sono mai riuscito, ad amare soltanto. Amare e basta.”
"Mark non ha mai detto che fosse tua la colpa. Ogni volta che gli ho chiesto rispondeva che era stato lui, a sbagliare."
“Ho sempre creduto che ci sarebbe stato tempo per spiegargli…”
Spiegargli…
Quando guardarlo negli occhi avesse fatto meno male, forse. Quando il desiderio fosse diventato meno urgente, o quando il coraggio avesse trovato una strada più percorribile. Una strada qualunque.
Sono passati mesi, invece. Anni.
E d’improvviso non c’è stato più niente da poter dire – nessuno a cui dover chiedere perdono.
"Spiegare cosa?" domanda Helene e stavolta Samuel quasi non ci riesce neppure, a risponderle.
Non ha mai parlato con lei della morte di Mark, neanche all'inizio. Neanche quando la ferita era ancora aperta e il bisogno di ritrovare il suo volto negli occhi di qualcuno era una necessità fortissima. Estenuante.
Ma è sempre stato il suo segreto.
Il nome da tacere con Luis, la parte di sé stesso che David non ha mai conosciuto. L’errore più grande – o forse solo il primo. Quello che ha segnato la strada.
“Non è stata colpa sua,” mormora Samuel, alzandosi in piedi.
C’è profumo di caffè, nell’aria, e in cucina la luce è ancora accesa. È ancora buio, oltre i vetri della finestra.
“Lui non era responsabile,” ripete, piano.
E non sa perché dopo tutto quel tempo ne stia parlando adesso – perché lo stia dicendo proprio a Helene. Perché stasera, stasera che non ci sono stelle nel cielo e non c’è luna.
E non c’è pace.
“Riuscivo a sentire solo il suo corpo, come se tutto il resto fosse al di fuori del mio campo percettivo…” continua. Si avvicina alla finestra, poi.
Scosta la tenda.
“E non vedevo lui. Non ho mai guardato le persone, Helene: ho solo conosciuto le maschere distorte che il desiderio sovrappone ai volti di chi amo. Ho un intero inferno di spettri, dentro di me.”
Un sorriso. Amaro.
“Ed è un abisso che mi chiama di continuo. Ancora.”
"Tutti abbiamo i nostri spettri, Sam. Non ha senso sentirsi in colpa per questo," osserva la donna. Ma lui non risponde.
Continua a guardare fuori della finestra fino a quando gli occhi non modificano la messa a fuoco – fino a quando non si definisce l’immagine delle proprie labbra, riflessa nel vetro, e della bocca di Mark così vicina che quasi sembra ancora di respirarne il fiato.
Una vertigine acuta – sorda.
E la fantasia fin troppo familiare delle sue ginocchia incastrate fra le gambe, dei suoi pugni serrati. Sui polsi.
David.
È sempre stato David che ha dato corpo a certe visioni e d’improvviso viene da chiedersi se non sia stato un atto di volontà cosciente, da parte sua, indossare quella maschera. Una maschera che non gli è stata imposta, ma suggerita. Preparata con cura - plasmata nel corso degli anni. Giorno dopo giorno.
Samuel sussulta, d’improvviso.
“Credo di aver bisogno di mangiare, forse. Mangiare qualcosa,” mormora.
Lascia andare la tenda - rivolge ad Helene un’occhiata incerta.
“Hai visto David, ultimamente?”
"No, non penso di averlo più incontrato dopo quella sera a casa tua…" la sente rispondere, dal divano. "Perché, è successo qualcosa?"
“Nulla, solo un periodo difficile...”
Silenzio.
“Sono da te fra un istante,” conclude poi, in fretta, distogliendo lo sguardo. Entrando in cucina, appoggiando le spalle contro la parete. Stringendo le mani sulla spalliera della sedia – occhi chiusi. Labbra asciutte.
Gli manca.
Non sembra esserci tregua, quella sera – ovunque la mente si posi trova soltanto ombre.
Soltanto follia.
Ed è un rimpianto strano accorgersi di non riuscire neppure a identificare con precisione quale sia stata l’ultima volta che ha sentito le sue mani – i ricordi naufragano nei mulinelli degli anni come relitti di vita travolti dalla corrente e c’è troppa poca luce per distinguere i contorni di ogni istante, di ogni emozione.
Lo avesse saputo allora, che dopo quell’incontro non ce ne sarebbero stati altri, forse si sarebbe preso almeno il tempo per guardare il suo corpo - guardarlo con attenzione diversa, come fai con i luoghi dove sai non tornerai mai più. O con i giorni importanti che muoiono al tramonto.
È mancato lo struggimento dell’addio, invece – quel nodo alla gola che rende il momento così doloroso da incidere una cicatrice profonda almeno quanto la nostalgia che seguirà. Un segno che parli di tutte le notti trascorse con il suo respiro vicino, di tutti gli istanti in cui è bastata il la sua risata per accendere di nuovo l’interruttore della vita.
E delle guerre, degli armistizi firmati con l’impronta dei denti nella carne.
Del desiderio struggente di aprire le labbra sotto le sue e della paura di chiedere un bacio. Del terrore di offrirlo.
Samuel se lo è domandato spesso, se non sia stato solo un modo per fargli scontare la sua bellezza. Forse davvero non gli ha mai perdonato la perfezione del suo corpo – la forma delle sue labbra. O la facilità assoluta con cui sapeva convincerlo a fare qualsiasi cosa.
Con un solo sguardo.
Eppure c’è anche la dolcezza di sapere che dopo tutti quegli anni David è ancora un mistero, per lui. Lo stesso mistero che impedisce di ricordare il sapore della sua bocca – che impedisce di immaginare se e quando si farà vivo ancora. E quale dolore porterà, stavolta.
Quale vendetta.
“Ti verso ancora del caffè, Helene?” domanda, sforzandosi di inspirare.
Ma la consapevolezza del confine varcato fa tremare la voce, muove gli occhi da un lato all’altro della stanza alla ricerca di oggetti comuni. Punti di riferimento solidi.
Trova la donna appoggiata allo stipite della porta, invece.
"No, grazie. Io sono a posto," la sente dire.
Ed è successo lì – d’un tratto il ricordo esplode nella mente con una chiarezza improvvisa.
C’erano i libri aperti, sul tavolo della cucina, e decine di fogli segnati da grafie diverse. Compiti da correggere e appunti disordinati e la solita tazza di the in un angolo.
La luce bassa della lampada.
Era inverno.
Samuel rammenta il dorso delle mani coperto dal maglione - la penna che sfregava contro la lana e il brusio della stufa accesa, in sottofondo. Ricorda l’accelerare inspiegabile delle pulsazioni, la sensazione improvvisa di eccitazione e paura.
E lo sguardo sollevato lentamente dai fogli - il vuoto d’aria inaspettato dei bottoni sganciati sul suo petto. Le sue spalle appoggiate alla cornice della porta - sfida ed erotismo e gioco.
Quel sorriso.
Chiudere gli occhi non era servito a niente - come adesso non serve concentrarsi sull’immagine di Helene, sforzarsi di non sentire ancora il suono dei suoi passi.
Il rumore della cintura slacciata.
E il peso del suo corpo sulla schiena - le sue dita ad artigliare i capelli. Ad affondare nella carne, come se lui gli leggesse nella mente. Come ha sempre fatto.
L’impronta di David è un dolore che senti per giorni, la stessa ferita che un tempo Samuel ha preteso da Mark. La stessa che non oserebbe mai chiedere a nessuno. Nessuno.
Ma che sta lì da sempre, in fondo - al di sotto di ogni proposito. Al di là dell’amore e della coerenza, un marchio maledetto alla base della nuca. Un abisso abbagliante di confusione e brividi - la lontananza vera. Da Björn.
Sta lì.
Nelle costellazioni di desiderio che illuminano le sue notti, che nel corso degli anni hanno tracciato nel cielo i disegni più scabrosi. Che hanno ucciso amicizie, scavato cicatrici.
Evocato demoni.
E che prendono la forma di bestiari agghiaccianti, adesso, perché adesso l’orizzonte è coperto di neve e il mondo appare così bianco ed uniforme che anche la più piccola ombra sarebbe una violenza. Violenza ulteriore – la colpa più odiosa.
Helene parla.
Gli sta chiedendo di rimandare a domani la lettura del copione – di andare a letto che ha l’aria stanca. Dovrebbe dormire di più, mangiare regolarmente. Ha cenato, stasera? Telefonerà al regista in settimana, non c’è fretta. Nessun problema, davvero…
Ma Samuel sa che trascorrerà la serata a studiare quei fogli – perché ha bisogno che il dolore sia totale. Perché quella notte deve diventare così nera da inghiottire nel suo abisso qualunque luce - perché deve scenderci fino in fondo nei suoi inferni. E perché è arrivato il momento, ormai.
Il momento di guardare in faccia tutti i demoni. Uno ad uno.
E di lasciare che il cielo oscuri ogni stella.




































































































































































































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84
Carlos e David - La fenomenologia del ritorno






Carlos è sicuro che la colpa sia sua.
Il moccioso che strilla, sul sedile davanti, e il tizio della fila a fianco che vomita dentro il sacchetto della compagnia aerea. La nonnetta schifata che agita il suo lugubre ventaglio di pizzo nero.
Colpa sua.
Ha stazionato sotto la doccia per quasi un'ora, prima di partire, e si è spalmato sulla pelle litri di dopobarba. Ha pulito con cura le camicie, ha portato i pantaloni in lavanderia.
Non è servito a niente.
Quel fetore nauseante di cipolla continua a sentirselo ancora addosso, come se l'aria pestilenziale del paesello messicano fosse penetrata nei pori mutando la composizione stessa delle cellule. Come se Santa María gli avesse tessuto attorno una specie di inquietante maledizione, come se la razionalità si fosse involuta in qualcosa di oscuro e subdolo.
Qualcosa di fatale.
Non ha senso.
O forse ne ha fin troppo, invece: forse è esattamente quello, il punto di rottura verso cui Hamilton intendeva spingerlo quando l'ha costretto ad esiliarsi laggiù. Forse serviva proprio la minaccia di leggendarie cimici a togliergli quel poco di sonno su cui ancora poteva contare - forse il bastardo sapeva bene che in Messico la luna è così tanto più grande. Che ulula nella notte come un animale ferito, che certi luoghi sono entità viventi. Incubi malvagi.
Carlos è confuso.
Eppure ricorda che quando anni prima sua nonna gli faceva le carte, sotto il quadro di una Madonna con sette spade infilate nel cuore, il brivido che sentiva percorrere la schiena era gelido nello stesso modo - nello stesso modo ghiacciava il sudore sulla fronte. Pietrificava i muscoli.
Hamilton.
La Madonna con le sette spade aveva lo sguardo demoniaco di Hamilton, nei sogni, e Vivian rideva ai suoi piedi. E sua nonna si strappava i capelli, spargeva pizzichi di sale agli angoli della stanza. E Vivian rideva ancora, ed Hamilton assottigliava gli occhi. E lui non respirava più.
Non respirava.
Cazzo.
Quando si svegliava c'era il solito odore appiccicoso di cipolle, nell'aria, e dal vicolo sottostante giungevano grida e schiamazzi di ubriachi.
Carlos si alzava dal letto, allora - fuori dalla finestra la luna galleggiava all'orizzonte come l'occhio bianco di un cadavere e qualche puttana gli faceva cenno di scendere, dal basso.
Sul pavimento, una cimice attraversava il fascio di luce che filtrava dai vetri - lui chiudeva gli occhi. Sentiva scendere gocce umide lungo la tempia.
Era sudato.
Era sudato e dal vicolo l'odore delle cipolle si mischiava con quello più pungente dei gelsomini e quasi sembrava possibile scorgerlo lì per strada, Vivian - il riflesso della luna sui capelli.
Le mani di quegli ubriachi strette sui fianchi, strette sui polsi.
La sua risata.
Mi piace come mi guardano, cosa pensano, cosa mi vogliono fare…
Quella risata martellava nel cervello come una filastrocca satanica - non c'era modo di farla tacere. Non c'era antidoto.
Mi piace come mi toccano. Come mi scopano…
E poi ancora, in un sussurro: Cos'è, ti eccita?
Un altro sguardo, più duro.
La nausea di altre mani - di altri odori.
Fortuna che ero io, quello con la passione per le scopate nei cessi…
Premendosi le dita alla base del naso, Carlos riapre gli occhi.
Guarda il soffitto bianco dell'aereo, sopra di sé - guarda il monitor che si spegne. La hostess che si sporge per invitarlo ad allacciare la cintura di sicurezza - i capelli biondi sulle sue spalle. La vallata di Rosenfield, nell'oblò.
È a casa. Inspira.
A casa, finalmente.
O forse no....
Muove un passo avanti, incerto - lancia un'occhiata intorno.
Serra il pugno sulla tracolla della valigia - qualcuno lo spintona in avanti. Qualcun altro gli urta la spalla, senza voltarsi. Una voce metallica, dagli altoparlanti, chiama al check-in i passeggeri diretti a New York.
Non è a casa - non è in nessun luogo, evidentemente.
Perché manca il sollievo del ritorno, e manca la sensazione di familiarità che solo la città in cui vivi riesce a darti. Manca la voglia di rivedere le strade, di ritrovare le persone. Di rincontrare se stesso.
E manca Vivian, soprattutto. Ammetterlo, adesso, non fa più neanche così paura.
Per la prima volta, varcando il perimetro del campus, si ritrova a domandarsi quale sia realmente il senso di dormire in quel posto, di svegliarsi ogni giorno e frequentare le lezioni. E poi di mangiare in fretta, di correre al lavoro. Di farsi spedire un'altra volta chissà dove. A fare chissà cosa.
Il processo - ricorda - la grande opportunità di un prestigioso studio legale.
Il futuro che si è scelto.
È tutto troppo lontano.
Ha solo voglia di dormire, al momento - cadere in un sonno profondo e per una volta non accorgersi della notte che scende o del colore che hanno le stelle. Smettere di lottare e lasciar andare tutto quanto.
Poggiando la valigia per terra, ruota la chiave nella serratura della porta.
Raven è disteso sul letto - nota, entrando. Ha i capelli sciolti - i jeans calati sui fianchi. La pelle scura, così diversa dalla carnagione olivastra dei messicani. Così tanto più notturna - più misteriosa.
È strano.
Per un attimo, incrociando il suo sguardo, a Carlos sembra di vederlo adesso per la prima volta. O forse non lo aveva mai guardato davvero, prima - non con quella stanchezza abissale.
Ha sempre potuto contare su una propria forza, da contrapporre a quella dell'amico.
Adesso è come fissare il sole senza schermi, invece. Come sentirsi accecare.
"Ciao."
Istintivamente distoglie gli occhi - getta la valigia sulla poltrona.
Sfilandosi il giubbotto, recupera dalle tasche sigarette e cerini.
"Ti stavo aspettando. Com'è stato il volo?"
"Bene."
Silenzio.
"Nessuna particolare turbolenza," si sente in dovere di aggiungere, avvicinandosi senza convinzione all'angolo della cucina.
Potrebbe forse prepararsi un caffè, valuta, se la mente fosse in grado di elaborare in maniera pratica una qualunque intenzione. La verità è che riappropriarsi degli spazi sembra diventato impossibile - perfino Raven deve essersi accorto del suo disagio.
"Sicuro? Non hai un'aria molto riposata…" osserva infatti, e Carlos inspira a fondo.
Si porta la sigaretta alle labbra, apre la scatola dei cerini.
Cambia idea, subito dopo.
Lasciando cadere il pacchetto sul tavolo, lo allontana con un gesto brusco.
"Non sono affatto riposato, già," risponde all'amico, senza guardarlo. Senza riuscire a trovarne la forza, senza neanche provare irritazione per questo.
Lo sente muovere alle proprie spalle - il letto cigola appena segnalando un cambio di posizione.
"Santa María è stata l'inferno che ti aspettavi, immagino," viene la domanda, ma lui scrolla la testa.
"Non è neanche questione di questo," ammette, passandosi una mano fra i capelli. "È solo che non c'era nessuna reale ragione per cui Hamilton dovesse spedirmi laggiù. E non riesco a togliermi di dosso quest'odore di cipolle," aggiunge, sfilandosi la maglia d'improvviso. Gettandola sulla poltrona, a coprire la valigia. "Non ho quasi chiuso occhio per un'intera settimana…"
"Vuoi che ti lasci la stanza?"
La voce di Raven è cauta, adesso - appena più bassa.
"Posso andare a studiare in biblioteca, se vuoi provare a recuperare qualche ora di sonno…"
"No," risponde però lui, quasi senza pensare. "Non è necessario, non…"
Pausa.
"Non mi disturbi, tranquillo," termina, lanciandogli un'occhiata. Scoprendolo seduto a gambe incrociate sul letto, la fronte perfettamente distesa. Le spalle sciolte - incurvate appena contro lo sfondo della parete. Avvolte in una colata di capelli nerissimi.
Immobile, Carlos si schiarisce la gola.
Non si era reso conto di quanto gli fosse mancata la presenza costante di Raven, in Messico - quella sicurezza che disegna perfino le linee del suo corpo e la calma composta che rende tanto profondo ogni suo sguardo. Che rende la sua voce così ferma - così pacata.
Ha faticato molte volte, in passato, a tollerare la tranquillità apparentemente inattaccabile con cui l'amico sembra capace di affrontare qualunque cosa; eppure avrebbe voluto averlo accanto, a Santa María, per riuscire a ricomporre la realtà nella giusta prospettiva. Per sentirlo respirare nel letto vicino quando la luna diventava immensa e gli odori troppo esotici - troppo strani. La voce di Hamilton troppo metallica, dentro la cornetta del telefono.
Stancamente torna a distogliere lo sguardo - si bagna le labbra.
Inspira, piano, provando a far penetrare l'aria fin dentro i polmoni.
"Sta cercando di tagliarmi fuori dal processo," mormora, e dall'altra parte della stanza Raven raddrizza subito la schiena - più attento.
"Ne sei certo?" domanda.
"Mancano soltanto cinque giorni all'apertura della prima udienza ed io non ho ancora messo mano a nessuna delle sue carte, Raven. Non ho letto neppure la sua dannata arringa, capisci? Niente."
"Non ne avresti comunque lo stomaco," commenta l'altro, con una smorfia. "Se ti tiene fuori ti fa solo un favore. Da ogni punto di vista."
"Merda! Non riesco a capire cosa diavolo abbia in mente!"
Afferrando il pacchetto delle sigarette, Carlos se ne incastra una fra le labbra.
"Non ha alcun bisogno di allontanarmi, nessuno gli impedirebbe di licenziarmi come e quando vuole. Di prendersi un altro assistente, in qualunque momento. Non ha senso! Sta sobbarcandosi da solo l'intera mole di lavoro… per che cosa?"
Esitando, Raven gli lancia un'occhiata.
"Con Megan hai chiuso, vero?"
"Cazzo, Raven!" sbotta lui, soffiando via il fumo. "Certamente che ho chiuso, è naturale! Che c'entra Megan, adesso?"
"Niente, sicuro." L'altro scrolla le spalle. "Solo, se Hamilton sospettasse che ti sei portato a letto sua moglie potrebbe non esserne troppo contento…"
"Ragione di più per licenziarmi in tronco, non ti pare? Potrebbe mettermi contro l'intero ambiente se volesse - suo suocero ha abbastanza influenza per rovinarmi la carriera. Ma legarsi al piede la zavorra di un assistente a cui non permette di lavorare è contro il suo stesso interesse," osserva Carlos, assorto. "Cioè dai, è semplicemente suicida…"
Stancamente, si lascia scivolare sul materasso, poi - fissa gli occhi nel quadrato bianco del soffitto.
Sollevando le braccia - le incastra lentamente dietro la nuca.
"Il punto è che non gli importa abbastanza di me da rischiare di giocarsi il processo, e se proprio vuoi saperlo sono convinto che non gli importi abbastanza neppure di sua moglie…"
"Quanto a questo, non ho il minimo dubbio."
"Perché per lui è così importante tenermi d'occhio, quindi?" medita Carlos, quasi fra sé. "Per chi?"
Ma l'altro non risponde subito, e quella domanda rimane sospesa nell'aria il tempo sufficiente per caricarsi delle suggestioni più inquietanti. Più sinistre.
C'è qualcosa che non torna in quella faccenda - i tasselli presentano incastri troppo irregolari. Il disegno completo fatica a prender forma.
Manca una logica coerente - razionale.
"Il Messico ti ha reso ancora più paranoico, sembra," commenta infine Raven, trattenendo un sorriso. "Seriamente, Herrera. Il massimo che può capitarti è che ti licenzi, l'hai detto anche tu."
"Già…" viene la risposta, un po' roca. Stanca, forse.
Sicuramente, poco convinta.
Ma mentre Raven torna a sfogliare il suo libro Carlos rimane lì disteso, assorto, e non si muove neppure quando dal comodino sente squillare il cellulare. Quando l'altro allunga il braccio, scavalcandolo per recuperare il telefono. Quando parla.
Quando lo scavalca di nuovo, per tornare a posare l'apparecchio sul mobile.
"Raven?"
Voltando la testa, l'amico gli lancia un'occhiata.
"Quando ero piccolo mia nonna aveva un quadro, appeso alla parete…" bisbiglia lui, lentamente.
"Tua nonna quella del catechismo?"
"Sì. Era il dipinto di una madonna che teneva in mano un cuore," spiega, piano. "Un cuore vero, capisci? Con tanto di arterie e sangue. E nel cuore c'erano conficcate sette frecce acuminate…"
"Dio!" sbotta l'amico, agitando la mano. "Ogni volta che mi parli di questa donna capisco un po' di più come hai fatto ad arrivare alla tua età così incasinato..."
"Il punto è che l'ho sognato quasi ogni notte, in Messico," continua Carlos, senza badargli. Senza cambiare tono, neanche - come fosse una strana cantilena.
Al suo fianco, Raven solleva il sopracciglio.
"Carlos. Che cosa stai cercando di dire?"
Silenzio.
"Nel sogno la madonna aveva gli occhi di Hamilton," biascica infine lui, quasi sottovoce. "E mi fissava - fissava proprio me. Per tutto il tempo, come se volesse dannarmi. Ma la cosa più agghiacciante…"
Prende respiro, con cautela.
"La cosa più agghiacciante è che c'era Vivian, sotto quel quadro," sussurra. "Stava in piedi nell'ombra come se il mantello della madonna lo avvolgesse in un'unica macchia nera, e rideva in un modo che non somigliava affatto ad una risata… Rideva e mi guardava, capisci? E rideva ancora, in quel modo terribile…"
"Carlos," lo interrompe Raven, bruscamente. "Non puoi andare avanti così. Sono mesi che fai finta di niente, e posso capire che ti ci è voluto un po' per accettarlo, ma continuare a raccontarti stronzate è assurdo. Te ne accorgi, vero?"
"No, non si tratta di questo…"
Lentamente, lui chiude gli occhi.
Non si tratta davvero di quello - il fatto di ritrovarsi innamorato di un ragazzo è sicuramente una gran seccatura, ma non spaventa neanche più così tanto adesso.
No, quella fase è stata superata.
Forse è stato il Messico a ridimensionare le prospettive, forse è che a tutto si fa l'abitudine. O magari si tratta di stanchezza - stanchezza di combattere una guerra persa in partenza. Stanchezza di opporre una resistenza inutile.
Ma dietro l'angolo della resa c'è sempre stato Vivian, e sta lì il vero problema.
Vivian che balla sulla pista di una discoteca, che si nasconde nell'ombra di auto sconosciute.
Vivian che ride - che ti guarda fisso negli occhi con il quadro di qualcuno sempre appeso nella stanza. Santi e demoni sconosciuti.
Hamilton.
Carlos tende i muscoli - si tira a sedere.
Scivolando sul bordo del letto, punta i gomiti sulle ginocchia.
"Chi sta vedendo, adesso?" domanda, premendosi il palmo sulle palpebre.
"Un tipo che non conosco," viene la risposta, sincera. "Vivian non è mai stato particolarmente loquace, a questo riguardo. Non conosco neanche il suo nome, so giusto che non è un ragazzino. Credo abbia qualche anno più di me, anche."
"Più di te?" ripete lui. Lentamente.
"Non so di preciso, ma sì. Cioè, è un uomo adulto, pare. Decisamente."
"Okay…"
Pausa.
"Adulto," mormora ancora Carlos.
E fa male.
Fa male anche se se lo aspettava - se forse si aspettava di peggio. Anche se tutto sommato il fatto che Vivian frequenti qualcuno potrebbe voler dire che non frequenta più tutti - che il suo amante di stasera ha buone probabilità di essere lo stesso della sera prima. E di quella prima ancora. Che corre meno pericoli, forse.
Fa male lo stesso.
E fa male anche il contrario, paradossalmente: pensare che allora è capace eccome di rinunciare a mille amanti per uno soltanto. Che quell'uno non è lui, però.
Che non lo sarà mai.
"Di quello…" Esitazione. "Di quello che è successo al Queer non ti ha detto nulla, vero?"
"Non esattamente," risponde Raven - ed anche quella risposta se l'aspettava.
Cos'è successo in fondo, quella sera, che riguardi direttamente Vivian?
Ne avrà sicuramente parlato sul momento - la notizia che Herrera si è fatto sorprendere in situazioni non esattamente etero era sicuramente troppo ghiotta per non condividerla con gli amici.
Ma poi l'argomento non può che essersi esaurito lì - magari appena un po' di delusione per non esserci riuscito lui, ad ottenere quella preda. Non si può dire che non si fosse impegnato.
Questo particolare potrebbe averlo irritato, in effetti. Giusto questo.
Basta.
Con una decisione improvvisa, Carlos si alza in piedi.
Sta facendosi del male gratuito, e al momento non è neppure abbastanza in forze per sostenerlo. Deve ancora disfare la valigia, pensa. Mangiare qualcosa.
E dormire, magari.
Riuscire a riposare davvero. Staccare la mente.
"D'accordo," mormora, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. "Credo che mi farò una doccia… Tu hai bisogno del bagno?"
"No, vai tranquillo," risponde Raven, con un cenno vago del mento. "Hai voglia di andare a mangiare qualcosa insieme dopo, che ne dici?"
"Non so…"
Non ha proprio idea di cosa fare della sua vita, Carlos - pranzare o non pranzare è senza dubbio il problema minore. Ma Raven gli è mancato, e questa è la sola cosa di cui può dirsi ragionevolmente sicuro.
"Facciamo alla mensa del campus?" azzarda quindi, abbassando la maniglia del bagno.
"Credo che dopo la settimana che hai passato in Messico potrebbe farti comodo un posto migliore della mensa del campus," commenta l'amico, con un mezzo sogghigno.
Ma poi lascia che le labbra si tendano - inclina appena la testa.
Gli poggia la mano sulla spalla, sorridendo.
"Sono felice che sei tornato," aggiunge.
E Carlos annuisce piano. Sorride a sua volta.
E se ne accorge in quel momento, senza più alcun dubbio. Senza nessuna incertezza. Di essere davvero tornato, finalmente.
Di essere a casa.






In controluce, il whisky ha i riflessi dell'oro.
I cubetti di ghiaccio disegnano forme levigate, nel bicchiere, e il fumo scivola lungo i bordi del vetro con la sinuosità di una carezza segreta.
Infastidito, David aggrotta le sopracciglia: l'immagine gli ricorda Keith, e in teoria Keith dovrebbe esser stato bandito dai pensieri con tutta la severità del caso.
Si tratta soltanto di un normalissimo ragazzino, in fondo: occhi da ragazzino, fianchi da ragazzino. Fondoschiena da ragazzino.
Una normale serata di caccia e può facilmente trovarne a decine, di ragazzini come lui.
Eppure il particolare delle sue mani premute contro il petto deve per forza avere una certa importanza se la mente continua ad arenarsi sulla fantasia di labbra che si schiudono, invece di serrarsi. Di fiato che scivola in bocca caldo come whisky.
Merda.
Non gli era mai successo che un dannato ragazzino gli mandasse in bianco una serata - e la faccenda risulta tanto più irritante alla luce del fatto che, se deve esser sincero, non gli era mai neppure capitato di impegnarsi così tanto per avere qualcuno nel suo letto.
Si è ritrovato a studiare la propria faccia nello specchietto dell'auto, quella sera - a scostarsi i capelli dalle tempie per controllare se per caso ce ne fosse uno bianco. E poi ha passato le dita sulle palpebre, ha soppesato la profondità di occhiaie inesistenti. Ha osservato attentamente la fronte, in cerca di rughe troppo marcate.
Ridicolo.
Non c'è nulla che non vada in lui, non è colpa sua se un lattante complessato decide di dar sfogo alle inibizioni proprio all'interno della sua Jaguar.
Ma è inutile: David non ha affatto digerito l'esito della serata - non ha assolutamente metabolizzato la circostanza surreale di un qualunque ragazzino che si libera così facilmente dall'intreccio della sua rete di seduzione.
Perché per quanto nel rifiuto di Keith abbiano indubbiamente pesato la timidezza e la paura - l'inesperienza anche, e forse perfino quel senso di inadeguatezza che lui stesso si è impegnato ad instillargli per buona parte della serata - resta comunque il fatto che non ha perso la testa quando lui gli ha sfiorato le labbra. E non si è lasciato paralizzare dal suo sguardo - non in quel momento. Non quando lasciarsi paralizzare sarebbe stato solo logico.
Tutto questo appare incomprensibile - non esiste che qualcuno sia capace di tenere testa a lui con quella determinazione.
Anche perché era convinto di averlo studiato a fondo, Keith: era sicuro di aver tarato i gesti in maniera adeguata alle sue difese e non ricorda di aver mai usato tanta delicatezza con nessuno al mondo - non gli sembra di esser mai stato più attento. O più convincente.
Non riesce a capire.
Il rifiuto del ragazzino sfugge alle più basilari leggi della concatenazione causa-effetto, e lo disturba terribilmente l'idea che un moccioso qualsiasi sia stato capace di ribaltare i ruoli con quella naturalezza - odia ritrovarsi a pensare a lui nel bel mezzo di una riunione.
Neppure Samuel, con i suoi deliri da asceta, è mai riuscito a violare il territorio sacro del suo lavoro. Con quella ostinazione, poi. Come se gli avesse incatenato il cervello.
"David, puoi farmi l'onore della tua presenza?" scandisce il vecchio, e lui manda giù d'un sorso l'ultima boccata di whisky. Quasi con rabbia.
"Non credo ci sia motivo di allarmarsi più del dovuto," dice, immaginando che il lungo monologo del suocero non abbia deviato di una virgola dall'argomento iniziale.
Non ha seguito l'ultima parte del discorso ma lo conosce abbastanza da sapere benissimo quanto lo irriti scoprire particolari importanti a pochi giorni soltanto dall'apertura di un processo.
In questo caso, poi, la faccenda tocca anche tasti spinosi del suo vissuto personale - che per quanto lo riguarda neanche la pedofilia può dirsi più disgustosa dell'omosessualità e il fatto che adesso il procuratore possa contare sulla testimonianza di ben due ragazzini maschi, per inchiodare Holmes, sembra avergli fatto dimenticare perfino la sua rigida freddezza.
"Sei troppo sicuro di te stesso, come al solito!" grugnisce infatti, sbuffando una boccata di fumo nero. "Ti ho ripetuto mille volte che prima o dopo questo tuo atteggiamento finirà per portarci guai molto seri, David!"
"In realtà devo confessarti che quasi ci speravo, in uno sviluppo del genere," risponde lui, versandosi altro whisky.
"Sei completamente impazzito?"
"E' molto più difficile screditare la testimonianza di ragazzine traumatizzate - di solito le bambine vittime di abusi sono portate a chiudersi in se stesse."
Pausa.
"I maschi tendono a reagire in maniera diversa, invece. È probabile che crescendo sfoghino la rabbia con atti di vandalismo, o che esercitino a loro volta violenza su elementi più deboli..."
"Sei convinto di trovare qualcosa nel loro passato?"
"Sono entrambi ragazzi di strada, alla fine."
Un sorriso - quasi di sfida.
"Non si può certo dire che il nostro uomo non abbia avuto la furbizia di andarseli a cercare in ambienti a noi favorevoli, i suoi capi d'accusa."
"Non fare il brillante con me, David!" ringhia il vecchio, inferocito. "Mancano esattamente cinque giorni all'inizio del processo e tu non hai ancora convinto il tuo cliente a raccontarti tutta la storia!"
Ma lui scrolla la testa, posando il bicchiere sul mobile.
"Holmes non ci racconterà mai tutta la storia," ribatte, seccamente. "C'è sotto ben altro che la sua personale incapacità a tenerselo nei calzoni di fronte a qualche sporadico minorenne, questo è più che evidente!"
"Ma di cosa stai parlando?"
"Siamo solo fortunati che l'accusa perda il suo tempo sui traumi emotivi dei ragazzini di strada," è la risposta, brusca. "Maschi o femmine che siano. Non è questo che deve preoccuparci," aggiunge poi David, prendendo posto sulla sua poltrona.
Accavallando le gambe allunga il braccio sul tavolo per recuperare le sigarette - fa scattare l'accendino. Aspira il fumo, senza fretta.
E finge di non accorgersi che lo sguardo dell'altro è fisso su di lui - che lo sta studiando attentamente. Che l'argomentazione non deve averlo convinto affatto, con ogni probabilità.
Ma è esasperato.
Sta iniziando a patire piuttosto gravemente l'obbligo di dover render conto di ogni azione a quel matusalemme rimbambito - un tempo forse il confronto poteva esser stimolante, quando il vecchio non era ancora preda dell'arterosclerosi e lui era soltanto un aspirante avvocato con un bel po' di esperienza da accumulare.
Adesso le cose sono cambiate, però - quell'interdipendenza forzata si sta facendo soffocante. Il caso è suo - non dello Studio legale, non di suo suocero.
Suo.
È stato lui ad elaborare la linea difensiva, lui ci ha lavorato sopra giorno e notte. Lui ci ha speso idee, e talento - lui ci metterà la faccia in tribunale.
E lui vincerà la causa, ne è più che convinto.
Odia sapere che i soci gli saranno alle calcagna, dopo, per raccogliere i frutti di un successo che dovrebbe esser suo soltanto. Detesta quella colonia di parassiti e detesta la mediocrità.
Detesta avere zavorre.
Ma più di tutto fatica a tollerare le interferenze del vecchio - non ha tempo da perdere dietro i suoi stupidi pregiudizi né ha voglia di condividere con un idiota bacchettone i segreti di una strategia che gli è costata fatica, e lavoro. E notti insonni.
Fanculo.
"Permesso?"
Non poteva mancare la ciliegina sulla torta, a questo punto: perché stupirsi?
La sua pazienza non sarebbe stata testata in maniera adeguata, altrimenti - il training di autocontrollo non avrebbe potuto dirsi completo!
Affilando le palpebre, sposta lentamente lo sguardo verso la porta.
"Herrera," scandisce.
Le dita ancora serrate sulla maniglia, il suo assistente muove un passo avanti.
"Scusate l'interruzione…"
Sembra decisamente sotto tono - David l'aveva già notato quando, entrando in ufficio, gli era capitato di incrociarlo velocemente nell'ombra austera del corridoio.
Ironia della sorte per la prima volta, quella mattina, si è anche vestito in maniera adeguata: cravatta sobria, abito scuro. Volto pallidissimo.
Distinguerlo da uno spettro, in un contesto del genere, non era stato per nulla automatico.
"Oh, ma bentornato!" gli aveva detto, passandogli di fianco. "Cos'è, un gruppo di olmechi ti ha usato come palla in un torneo di pelota?"
In realtà non si aspettava che l'avrebbe ancora rivisto al lavoro - era convinto che avrebbe gettato la spugna fra le cimici di Santa María.
Evidentemente l'aveva sottovalutato.
Che sia rimasto provato dall'esperienza è fuor di dubbio, ma nonostante questo si è presentato allo studio puntuale. Si è messo a stampare la posta, come ogni mattina, ha fotocopiato la sua risma giornaliera di sentenze. E adesso è lì che tiene fra le mani il fascicolo di documenti che lui lo ha spedito a procurarsi nella parte opposta della città - documenti che sa bene essere inutili ma che ha riunito e catalogato ugualmente come avrebbe fatto con materiale della massima importanza. Senza nessun accenno di protesta, fra l'altro.
Da non credere.
Scivolando più comodamente contro la spalliera, David schiaccia la sigaretta nel posacenere.
"I documenti che aspettava sono pronti, vuole che glieli lasci sul tavolo?" lo sente chiedere, e distrattamente gli fa cenno di entrare.
"Preferirei che me li scannerizzassi tutti," risponde, indicando lo scaffale. "Nel frattempo, ti sarei grato se fossi così gentile da versarmi ancora un po' di whisky, già che sei in piedi."
"Un bicchiere anche per me," grugnisce il vecchio.
Herrera non commenta.
"Ha telefonato Brider, mentre eravate in riunione," comunica invece, togliendo il tappo dalla bottiglia.
Pausa.
"E Weldon. Di nuovo," aggiunge infine, dopo un attimo di esitazione. "Judith sostiene che la sta cercando da una settimana, pare che sul cellulare non riesca a contattarla."
"Oh, davvero?"
"Così dice."
"Ma che strano…"
In realtà David non si aspettava nulla di diverso - la prevedibilità che l'amico dimostra in certe circostanze è perfino divertente.
Continuerà a chiamare per mesi, ogni mattina. Ogni pomeriggio, esattamente alla stessa ora, fino a quando lui non si deciderà a rispondergli. Finchè non lo rassicurerà che va tutto bene, che la faccenda ascetismo è stata digerita e metabolizzata. Senza nessun rancore.
Vada a farsi fottere!
Sono anni che Samuel fa il brutto e cattivo tempo nella sua vita, imboccando del tutto arbitrariamente le direzioni più improbabili. Ubbidendo soltanto ai propri deliri metafisici - approfittando di ogni minimo strappo nella rete per tentare il suo prezioso volo verso nord.
Ci tiene dunque tanto, a raggiungere il suo ridicolo iperuranio?
Che ci sguazzi pure dentro, allora - che ci affoghi!
Lui ha altro da fare che sniffare narcisi e bearsi al cospetto di asessuate gerarchie celesti: c'è un processo da portare avanti, ci sono da affrontare decine di ragazzini violentati. C'è da guardarli in faccia senza abbassare gli occhi - senza che la determinazione vacilli. E c'è da chiudere in una cassaforte la propria umanità - chiuderla a chiave. Dimenticare la combinazione per mesi interi. Per sempre, forse.
"David?"
"Hm?"
Aggrottando le sopracciglia, lui cambia appena posizione.
L'aria è densa di fumo, nella stanza, e l'odore del sigaro sembra bruciare nella bocca dello stomaco un leggero sentore di nausea.
"Il suo whisky," scandisce Carlos dalla parte opposta della scrivania, porgendogli il bicchiere. "Devo aggiungere del ghiaccio?"
"Non dire cazzate," è la risposta.
Il ragazzo annuisce, lentamente.
"Serve altro?" domanda poi, avvicinandosi alla porta. "Vuole che le richiami Weldon?"
"Fammi il favore di contattare quell'uomo, David!" sbotta il vecchio, agitando la mano in un gesto esasperato. "Ci mancherebbe solo che venisse a cercarti allo Studio in un momento del genere - come se non avessimo già abbastanza guai per conto nostro!"
"Quindi… Devo telefonargli?" domanda Carlos, senza riuscire a nascondere l'espressione stupita. Il disorientamento.
Per un attimo, considerando la situazione, David è quasi sul punto di scoppiare a ridere.
"No, ci penso io," risponde. Trattiene un sorriso. "Lo farò stasera da un telefono pubblico - non si sa mai dove la stampa potrebbe piazzare le sue cimici…"
"Ti avverto che stai passando il limite!" ringhia suo suocero.
Ma lui manda giù il whisky, tranquillamente. Poggia il bicchiere sul tavolo.
E si gode la faccia smarrita di Herrera, intanto - il suo sconcerto. L'esitazione muta degli sguardi - dei movimenti.
È uno spettacolo.
Che stia faticando a seguire il senso del discorso appare più che evidente, eppure stavolta non si può neanche fargliene una colpa. Bisogna esser cresciuti insieme a Samuel per capire al volo certe cose - bisogna aver visto i suoi racconti tagliati fuori dai concorsi ed il suo petto segnato dalle cicatrici del rasoio. Bisogna avergli voltato le spalle mille volte e mille volte averne sentito il rimorso. E mille volte averlo soffocato con cura. Una vita di allenamento.
"Ti ripeto ancora una volta che la situazione è completamente sotto controllo," dice a suo suocero, scostando la sedia dal tavolo. Accavallando le gambe.
Sta iniziando a dar segni di insofferenza.
"Sarebbe stata sotto controllo se il tuo amico d'infanzia si fosse limitato a scrivere romanzi dignitosi!" scandisce però il vecchio, agitando il sigaro in aria. "Non quelle porcherie - non parlare continuamente di froci e lesbiche, andiamo!"
"Omosessuali," lo corregge David. "Cerchiamo di essere politically correct…"
"Mi domando per quale ragione certa gente sembri ostinarsi a sbattere in faccia le proprie perversioni a tutti gli onesti cittadini del Paese…"
"Probabilmente perché il Paese è così pieno di onesti cittadini da rischiare di esplodere!" viene la risposta, inaspettata, e David volta la testa di scatto.
Il vecchio scatta sulla poltrona, l'immagine definisce i contorni. Definisce il baricentro, lentamente - mette a fuoco le forme. Il suono della voce.
Herrera.
Per quanto sembri impossibile è stato Herrera a parlare, non c'è nessun altro nella stanza.
Nessuno a parte loro tre - e David sa di non nutrire ambizioni suicide. Non si sarebbe mai sognato di uscirsene con una frase del genere - non è uno stupido. Fare cazzate simili non rientra fra le cose che ha mai pensato di potersi concedere.
Herrera dev'essere impazzito.
Evidentemente è stato il sole del Messico a liquefargli il cervello, o forse le cimici erano particolarmente letali. Forse è sul serio più sprovveduto di quanto si addica ad un normale essere umano.
Eppure qualcosa non torna - c'è una contraddizione netta fra l'immagine del bastardo omofobo di cui parlava Vivian e la specie di strano kamikaze che si è appena lanciato in picchiata folle contro la fortezza inespugnabile del vecchio.
Incuriosito, David punta il gomito sul bracciolo della poltrona - affonda il mento fra indice e pollice. Con attenzione, osserva l'affondo ostinato dello sguardo di Carlos in quello inorridito e scandalizzato di suo suocero.
"Cos'è che ha detto esattamente, il tuo assistente?" viene la domanda, glaciale.
"Ho detto che…"
"Herrera, fammi il favore…" lo interrompe lui, alzandosi in piedi. "Liberaci della tua presenza, abbiamo una riunione da concludere. Grazie."
Silenzio.
"Herrera," ripete, notando che il ragazzo non si è mosso di un solo passo. Che non accenna a distogliere gli occhi - che non sembra avere alcuna intenzione di andarsene. "Sparisci!"
Non avrebbe mai pensato che gli sarebbe toccato salvare il culo al suo tirocinante né tanto meno che per qualche motivo si sarebbe mai sentito motivato a farlo.
In realtà non sa bene neppure lui cosa lo spinga in quella direzione - la rabbia brucia ancora nello stomaco se solo la mente torna a concentrarsi sulle parole di Vivian. O sull'immagine di Carlos e Megan che parlano sottovoce, troppo vicini. Troppo intimamente.
Eppure l'incoscienza di quel ragazzo si porta dietro una strana nostalgia, qualcosa di inspiegabile. E, per qualche altrettanto inspiegabile ragione, sembra legata in qualche modo allo sguardo di Keith. Al riflesso della luce nelle sue pupille.
Fanculo anche il ragazzino, dannazione!
"Dovresti liberarti di quell'insolente. È completamente superfluo," sta grugnendo intanto il vecchio, e lui scrolla la testa infastidito.
Lancia un'occhiata al vano della porta, ormai vuoto.
Recupera le sigarette - in fretta.
"Dopo il processo ne riparliamo. Adesso è troppo coinvolto nella causa, mi occorrerebbero mesi per addestrarne un altro," risponde, agitando la mano in un gesto annoiato.
Sa di star bluffando - soprattutto con se stesso. Ma il sospetto di essersi rincoglionito non è cosa simpatica, da affrontare, e per oggi di interferenze moleste ne ha avute anche troppe.
Ha un'arringa da preparare, lui. Un processo da vincere.
Quindi torna a sedersi - apre il fascicolo a cui stava lavorando. Apre il computer.
E per il momento decide che tutto il resto, semplicemente, può andare dritto dritto al diavolo.






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rosadeiventi: (Piume)
PIUME DI BOA
di Roh & Fata



Capitolo 6

Nude - Have You Seen My Feathers?



Mani puntate sui fianchi - piglio inquisitorio - la madre dei gemelli si aggira lungo il perimetro della camera annusando l'aria come fosse un segugio.
È domenica - domenica pomeriggio - ed in casa ci sono soltanto lei.
Suo marito.
E Dylan, chiaramente, che come da sceneggiatura è stato colto da un improvviso attacco di febbre.
"Io non capisco…" borbotta, interdetta, lanciando al figlio un'occhiata sospettosa. "Eppure ho pulito tutto l'altro giorno, prima che tuo fratello partisse…"
"Saranno le scarpe da ginnastica di Chris…" azzarda lui, distratto.
Ma la donna agita la mano, contrariata.
"Dee," ribatte, sollevando la coperta per sbirciare sotto il letto. "Per quanto le scarpe di voi ragazzi possano arrivare ad esser davvero pestilenziali dubito fortemente che Chris abbia una balena putrefatta, al posto dei piedi. Questa è proprio puzza di pesce marcio, vuoi che non lo riconosca?"
"Marcio, adesso…"
"Marcio, ti dico!"
"Hm…"
Silenzio.
"Tu credi che il pesce diventi tossico, se non è proprio fresco fresco?" domanda lui, cautamente.
Il dubbio gli era venuto, in effetti: forse passare in pescheria con troppo anticipo poteva non essere stata esattamente una buona idea, ma non ha avuto molta scelta. Ufficialmente ha la febbre, del resto. Da venerdì pomeriggio.
E non poteva rischiare di rimanere senza materia prima per la sua cena afrodisiaca - che senza cena afrodisiaca tutto il piano sarebbe andato a monte.
I gamberi ha dovuto comprarli giovedì, quindi. Nasconderli con cura.
Fra l'altro è quasi sicuro di averli sentiti muovere, durante la prima notte.
Naturalmente, non è riuscito a chiudere occhio.
"Oh santo cielo, ma che cos'è questa roba?!?!"
Il grido di sua madre lo fa sobbalzare di colpo, distogliendolo brutalmente dai suoi pensieri.
"Dee, ma sono gamberi! Avariati!" la sente urlare, inorridita.
Sbatte le ciglia, allora - raddrizza la schiena.
Incuriosito, si volta nella direzione di tutto quel fracasso.
Ne ha sentito parlare spesso, Dylan, dei vuoti percettivi: si tratta di piccoli black-out che il cervello attiva in momenti particolari - in seguito ad uno shock, spesso, o di fronte ad una realtà troppo traumatica.
Non avrebbe mai pensato che potesse capitargliene uno proprio alla vigilia dell'ora X, però. Proprio quando il piano sembrava ormai inattaccabile - quando metà del lavoro era già stato fatto. Quando mancava così poco, alla fatidica cena. Giusto qualche ora.
Impietrito, deglutisce.
Non riesce a crederci - non può accettarlo.
Non sopravviverà mai ad una simile catastrofe.
"In decomposizione!" strilla intanto sua madre, fuori di sé. "Un intero incarto di gamberi in decomposizione dentro la custodia della tua chitarra, Dylan!!!"
Ma lui è sbiancato - il sangue è crollato ai piedi.
"Credo li abbia dimenticati Ash…" esala, con un filo di voce.
"Ash?"
"Ora che ci penso, erano il regalo di compleanno per Cathy…"
Pausa.
"Sai com'è fatto, Ash," riprende, atono. "Non ha troppo buon gusto, in queste cose…"
Non è neppure convincente, se ne rende conto da solo, eppure non trova la forza per reagire.
Non riesce a pensare ad altro che alla sua cena - la parte fondamentale del suo piano.
Cancellata.
Aveva già anche preparato le candele - la musica. Pepe e zenzero e peperoncino e paprica.
Sta per scoppiare a piangere.
"E va bene, va bene!" esclama, prima che sua madre traduca in parole il sollevarsi del sopracciglio. "I gamberi sono miei, li ho nascosti lì perché volevo fare una cena a sorpresa per Chris! Per dirgli addio, capisci? L'ultima cena! Cucinata da me, per lasciargli un ricordo! Qualcosa che non potesse dimenticare, che non…"
Si preme la mano sulla bocca, soffocando un singhiozzo.
Ed ha mandato via suo fratello, per questo, lo ha spedito a passare un intero fine settimana da solo.
Lo ha lasciato partire preoccupato per la sua febbre - lo ha ingannato. E tradito.
Per nulla.
Malgrado l'euforia del piano, per Dylan gli ultimi giorni non sono stati affatto facili: mancava il respiro di Ash, la notte, e mancava l'odore dei suoi capelli sul cuscino.
C'era la sua immagine stampata nei sogni - lui che scendeva uno ad uno i gradini di casa, che si voltava un'ultima volta prima di salire in macchina col suo borsone nero. Prima di lasciare un silenzio pauroso, dietro di sé.
E c'era quell'ansia sottile - indefinita - a tessere la trama di ogni istante senza di lui. A sfumarne i contorni come se il tempo scorresse in modo diverso. Più lento, a volte. O più veloce. Ma mai in maniera familiare, mai senza farsi percepire.
In realtà avrebbe voluto poter raccontare a suo fratello del piano e confessargli anche che ha un po' paura. Che guardare Chris gli fa venire voglia di fare le cose più peccaminose del mondo, in certi momenti, e in altri solo di scappare. Lasciar perdere tutto, forse.
Restare bambino.
Ma adesso - adesso che sua madre è in piedi lì di fronte, con quel cartone di gamberi puzzolenti fra le mani - vorrebbe che Ash fosse al suo fianco solo per vederlo ruotare gli occhi al cielo. Per esser sicuro che il mondo non sta crollando come sembra, dopo tutto, perché sempre c'è lui che sbuffa. Che scrolla le spalle, agganciandosi gli auricolari alle orecchie.
Con i capelli arruffati. Con le sue magliette lugubri.
"Sì, beh… Sul fatto che Chris l'avrebbe ricordata a lungo, la tua cena, non ci sono dubbi…" sospira la donna, rassegnata, e Dylan non può fare a meno di notare quanto somigli a suo fratello, in certi momenti.
"Mi manca Ash," piagnucola, avvilito. "E ho la febbre…"
"Sono già intenerita, Dee," risponde lei, sedendosi sul bordo del letto. "Non è necessario che ti impegni tanto."
"E domani se ne andrà via anche Chris… E i miei gamberi sono putrefatti…"
"Puoi sempre cucinargli un'altra cosa, ti pare?"
"No…"
"Perché no?"
Un sospiro.
"Sono rossi."
"I gamberi?" domanda sua madre, sollevando il sopracciglio. "E allora?"
"Ricordano me…" esala lui, lanciandole un'occhiata straziante.
E non credeva che sarebbe stato così facile - non avrebbe mai pensato di riuscire ad affrontare la catastrofe con quel sangue freddo.
Mezz'ora dopo, appollaiato sul panchetto della cucina, osserva con delizia la finestra del microonde dentro il quale l'aragosta che gli ha rimediato sua madre sta girando lentamente e considera che avrebbe dovuto pensarci da subito, al congelatore di casa.
Si sarebbe risparmiato un sacco di guai. E avrebbe potuto spendere i soldi dei gamberi per comprare il nuovo smalto color I pink I love you.
La verità è che ha sempre troppe cose di cui occuparsi - troppe responsabilità per un ragazzino: come adesso, che deve stare attento contemporaneamente al bip del forno, alla pentola dell'acqua, al tegame della salsa.
Alla maschera idratante che si è spalmato sul viso.
"OddioOddioOddio! Le sei e mezza!!!" esclama, allarmato, saltando giù dallo sgabello con un balzo unico.
Tenere in posa venti minuti per ottenere una pelle liscia e setosa, c'era scritto sulla confezione della crema. E non che sappia esattamente fare il conto di quanti minuti siano passati da quando l'ha spalmata, Dylan, ma del fatto che avrebbe già dovuto toglierla da un pezzo è praticamente sicuro.
Sporgendosi per osservare il proprio riflesso nello specchio del bagno, si concede una smorfia disgustata.
"Bleah. Che schifo…" borbotta, passando con cautela le dita sui rilievi degli zigomi.
La maschera ha formato una pellicola verdastra, sulla pelle - una roba gelatinosa che sembra fango. O bava di rospo.
Sangue di gnomo.
Per un attimo - di colpo - il panico sembra scavare le viscere.
"Via via via!" inizia Dylan, affrettandosi a strappare dalla faccia il primo residuo di quella robaccia verde.
L'allarme del microonde gli blocca la mano a mezz'aria, però.
Sgranando gli occhi, si volta di scatto verso la porta.
"Oh cavolo! L'aragosta!"
Alla crema penserà dopo - decide: adesso la cosa più urgente è togliere dal forno quella bestiaccia e infilarla velocemente nella pentola. L'acqua sta già bollendo, del resto.
E la salsa è diventata nera. Meglio spegnerla. Odora già un po' di bruciato…
"Ahhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!!"
Balzando indietro, si aggrappa al bordo del tavolo con entrambe le mani: non si era reso conto di quanto fosse impressionante un'aragosta fino a quando non gli è apparsa perfettamente scongelata sul piatto del forno, con quelle sue gambette tentacolari. Con quelle antenne telescopiche - con tutte quelle protuberanze. Quell'aspetto preistorico.
Rabbrividisce.
A tentoni, allunga cautamente il braccio per raggiungere la forchetta: trattiene il fiato, avanza di un passo. Serrando gli occhi, tenta di arpionare l'orrido crostaceo.
"OddioOddio!" esclama, scontrandosi con la corazza del guscio.
Ha la pelle d'oca.
Per calmarsi, è costretto a passeggiare su e giù per la cucina, respirando profondamente.
Lanciando rapide occhiate in giro, intanto, alla disperata ricerca di ispirazione.
Forse potrebbe agganciarla con gli alari del caminetto - se in casa ci fosse un caminetto.
O potrebbe gettarle sopra un asciugamano. Due. Tre.
Prenderla mentre è bella coperta dalla spugna - completamente invisibile.
"Mamma!!!!!!!!!!!" urla invece, premendo le spalle contro la parete.
"Mammaaaaaaa!!!!!!!!!!" insiste, disperato.
Quando sua madre finalmente entra nella stanza, ha l'aria allarmata di chi si aspetta il più terribile dei disastri. Eppure nulla sembra averla preparata alla visione di un figlio spalmato contro il muro, con la faccia coperta di gelatina verde. Gli occhi sgranati - spettrali.
Sussultando, si lascia sfuggire un gemito strozzato.
"Dylan!" esclama, premendosi la mano sulla bocca.
Ma lui scrolla la testa, solleva la mano.
Tremando appena, indica col dito lo sportello del microonde.
"L'aragosta…" balbetta. "Non so come metterla nella pentola…"
"Ma non ti accorgi che stai bruciando la salsa, non lo vedi il fumo???" sbotta lei, precipitandosi a spegnere il fornello.
Ha sempre avuto un'ottima capacità di reazione, sua madre. Dylan deve ammetterlo.
"E cosa ti sei messo sul viso, cos'è quella roba?!?"
"Dici che l'ho cotta troppo?" mormora lui, azzardandosi ad allungare il collo per sbirciare nella padella.
"Dee, non dirmi che è la mia maschera al cetriolo! Quella scomparsa due anni fa - quella che tu giuravi di non aver rubato!"
"Non l'ho rubata infatti," viene la risposta, cauta. "L'ho solo presa in prestito. Appena mi dai la paghetta te la ricompro, promesso…"
"Ma ti rendi conto che sarà scaduta da un pezzo, ormai?"
"Scaduta come?"
"Vai subito a toglierti quella roba dalla faccia, fammi il favore!"
"Mi metteresti l'aragosta nella pentola?"
Dall'altra parte della cucina, la donna sospira.
E mentre l'aragosta galleggia finalmente in un ricamo di bollicine e vapore Dylan si avvicina di nuovo allo specchio del bagno - di nuovo arriccia il naso nella solita smorfia schifata.
Di nuovo si appresta a sciacquarsi il viso - allunga le mani sotto il getto dell'acqua.
Di nuovo - improvvisamente - si blocca a metà del gesto.
"Le sette!" esclama, ruotando il polso per guardare meglio l'orologio. "Le sette, sono già le sette!!!"
È tardissimo - Chris sarà a casa fra meno di un'ora e lui deve ancora indossare il vestito. Deve finire di preparare la cena, allestire il tavolo. Accendere le candele e darsi lo smalto sulle unghie e lisciarsi i capelli. Truccarsi.
Ma soprattutto - soprattutto! - bisogna che si affretti a mettere in atto la parte più difficile del piano: liberarsi dei suoi genitori.
È quella l'incognita più grande, l'aspetto a cui ha lavorato con maggior attenzione quando si è trattato di pianificare i particolari.
In fretta abbandona la stanza da bagno per tornare nuovamente in cucina: l'aragosta sta ancora bollendo, Dylan non ha la minima idea se sia già cotta oppure no. Quel che è certo è che lui non ha più tempo da concederle - non adesso.
Senza esitare afferra lo scolapasta, lo sistema dentro il lavello. Chiude gli occhi.
"Okay," dice a se stesso. Prende respiro.
Poi rovescia acqua ed aragosta nel contenitore forato, trattiene un brivido, cerca a tentoni un vassoio. Ed è fatta!
Quando riapre le ciglia l'agghiacciante crostaceo se ne sta esattamente dove deve stare: al centro del piatto.
Con somma soddisfazione lui lo osserva da debita distanza e pensa che non ricorda di aver mai fatto nulla di altrettanto eroico in tutta quanta la sua vita: affrontare con quella fermezza un simile mostro. Per amore!
Se anche la cena non dovesse essere il massimo dell'arte culinaria, Chris sarà sicuramente fiero di lui anche solo per il coraggio. La dedizione.
Sospirando, sorride beato.
Fase tre terminata, digita sul cellulare, impostando il numero di Babs. "Inizio fase quattro."
È deliziato.
Trotterellando allegramente attraversa l'appartamento per raggiungere il salotto -fa capolino dalla porta, si guarda intorno. Individua la figura di sua madre, seduta sul divano.
"Papà dov'è?" domanda, stranito.
Da lontano, lei solleva la testa dal libro che sta leggendo.
"Dylan!" esclama, raddrizzando la schiena. "Ti avevo detto di togliere quella schifezza dal viso!"
"Papà?" ripete lui, senza badarle.
"È andato a farsi una doccia, ha detto che cenerà e si infilerà a letto. Aveva mal di testa…"
"Oh, bene!"
"Bene?"
"Voglio dire… Bene che vada a letto, così si riposa…" cerca di rimediare lui, tossicchiando. "Anche tu hai una brutta cera, comunque…"
"Ti ringrazio," risponde la donna.
"Hai un viso spaventoso…"
Senza scomporsi, lei solleva un sopracciglio. "Vogliamo parlare del tuo di viso, Dee?"
Dylan scrolla le spalle.
"Ma penso sia solo stanchezza. Forse un po' di stress. Sai che ti servirebbe?"
"Qualcuno che adotti mio figlio?"
"Ma no!" sbuffa Dylan, contrariato. "Un bel caffè caldo!"
"Dov'è il trucco?"
"Che trucco?"
Ruotando gli occhi al cielo, lei sospira.
"Vada per il caffè caldo, allora," concede, mentre Dylan sta già avviandosi soddisfatto verso la cucina. "Ma non avvelenarmelo, okay?" aggiunge, e lui blocca i passi di colpo.
Rimane immobile per qualche istante, senza neanche respirare.
Deglutisce.
"Ma no, non può sospettare nulla…" ripete a se stesso, premendo la mano sulla tasca dei pantaloni. "Era solo una battuta delle sue. Tutto normale…"
La boccetta è ancora lì al sicuro, e lui torna a riprendere fiato.
Occorre mantenere lucidità, non lasciarsi impressionare dalle coincidenze.
Tutto sta andando per il meglio, alla fine - non c'è nessun motivo razionale per preoccuparsi.
Adesso preparerà il caffè, ne porterà una tazza a lei. Una tazza a suo padre. Indosserà lo strepitoso vestito rubato dall'armadio della madre di Candy, accenderà le candele. Finirà di condire l'aragosta…
"AHHHHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!!!!!!"
Seduto al tavolo della cucina, il padre di Dylan sussulta come se fosse stato punto da uno spillo acuminato.
Lo schiaccianoci che tiene in mano scatta con forza - la chela dell'aragosta vola sul frigorifero.
Lui urla a sua volta, sollevando gli occhi sul volto del figlio.
"Cielo Dylan, mi hai fatto paura!" esclama, senza fiato. "Ma che cos'hai sulla faccia???"
"La mia aragosta!!!!!!!" geme lui, premendosi entrambe le mani sulla bocca. "Ti sei mangiato la mia aragosta!!!"
"La tua aragosta?"
Interdetto, l'uomo lancia un'occhiata nel piatto.
"Pensavo fosse la mia cena…"
"Non era la tua cena, era la cena di Chris…" strilla Dylan, fuori di sé. "L'avevo cucinata io! Per lui!"
"Oh, davvero?"
Silenzio.
"Ti era venuta buona, comunque," considera l'altro, mentre la moglie compare sulla soglia della cucina. "Forse appena un po' cruda…"
"Ma che succede, cos'avete da urlare in questo modo?"
"La mia aragosta!!!" Dylan non sembra capace di dire altro. "Si è mangiato la mia aragosta, se l'è mangiata tutta!!!"
"No, su…" Dispiaciuto, l'uomo indica il piatto. "Le gambette sono rimaste… E anche una chela…"
"Mammaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!"
"Ascolta Dee, tuo padre non l'ha fatto apposta," sospira lei, lanciando un'occhiataccia in direzione del marito. "Purtroppo è andata così, sono cose che succedono. Facciamo in questo modo: tu adesso vai a lavarti il viso e intanto io ti cucino qualcosa per la cena, okay?"
"Ma qualcosa cosa???" geme lui. "Non abbiamo più crostacei, e ti ho spiegato che mi serve qualcosa di rosso!!!"
"Un'insalata di carote?" azzarda suo padre.
Ma Dylan urla, isterico, scagliandosi contro i genitori per spingerli entrambi fuori dalla stanza.
Chiude la porta, poi - si lascia cadere sulla sedia.
Trattiene le lacrime, guardandosi intorno con aria afflitta.
Dentro il pentolino la salsa piccante che aveva così amorevolmente preparato si è addensata in decine di terribili grumi neri e l'aragosta, amputata di ogni sua preistorica protuberanza, giace a pancia in su sul margine estremo del vassoio con le viscere scavate. Le chele mozzate - la coda ritorta. Il coltello piantato sulla testa, all'altezza degli occhi.
Una carneficina.
"La mia cena…" mormora lui, incapace di consolarsi. "Non è possibile…"
Lentamente, allunga la mano verso il piatto: raduna le gambette dell'animale in religioso silenzio, allineandole una ad una come se si trattasse di preziose reliquie da salvare. E fa la stessa cosa con la coda - con le antenne. Con il frammento dell'unica chela superstite.
Non è affatto la cena che aveva in programma di servire, quella, ma se suo padre si è mangiato la carne dell'aragosta a Chris toccherà mangiarsi le zampe, volente o nolente.
Dylan non può rinunciare all'effetto afrodisiaco dei crostacei - non se ne parla proprio.
Risoluto, rovescia sulla ciotola la salsa grigiastra del tegame - condisce con abbondante paprika e aggiunge zenzero a manciate. Un fitto strato di peperoncino, sopra.
Pepe in quantità.
"Alla fine è sempre un'aragosta," considera saggiamente mentre sale le scale, bilanciandosi con attenzione il vassoio fra le mani.
Entrare in camera gli fa sempre un certo effetto, da quando Ash è partito, ma dopo aver acceso le candele gli sembra già di sentirsi un po' meglio: nella stanza c'è un chiarore pastoso, caldo, e per un attimo le fantasie erotiche prendono il sopravvento su tutto.
Già si vede, avvolto nell'abito di seta che Candy ha sottratto alla madre, con il boa di piume rosse intorno al collo e la mano morbidamente appoggiata sul fianco.
Chris starà sgranocchiando le zampette dell'aragosta, intanto - magari mezzo disteso sul letto.
E lui incederà lentamente, un passo dopo l'altro, fino a raggiungerlo. Fino a fermarglisi di fronte - abbassare le spalline. Lasciar cadere il vestito a terra - sentirlo scivolare lungo la schiena.
Sentire il suo sguardo.
Sulla pelle…
"Occavolo!" esclama, non appena la mano che stava sfiorando l'inguine incontra il rilievo della boccetta di sonnifero.
Velocemente, gli occhi corrono a controllare l'orologio: il tempo stringe. Deve sbrigarsi!
Di nuovo chiuso in cucina, poco dopo, aspetta con impazienza che il caffè sia pronto e intanto cerca di quantificare la dose di medicina che gli conviene versare nelle tazze: dovrà regolarsi sul peso della persona da addormentare? Esisterà una prescrizione standard?
Non ha idea.
Sa solo che quando è andato a rubare la boccetta dal comodino di sua madre non c'erano foglietti illustrativi, lì intorno, e lui non può rischiare che i suoi genitori si sveglino a metà serata - nel momento più cruciale, magari. Non esiste proprio!
Meglio abbondare.
Metà flacone per uno dovrebbe metterlo al riparo da ogni rischio - medita, soddisfatto.
Eppure, mentre con le tazze in mano attraversa il corridoio per tornare in salotto, insistenti ed inopportune vocine interiori iniziano a ripetergli oscuri mantra di lutto e sventura.
E se fosse pericoloso, Dee? sussurra una di esse, sinuosa.
Se cadessero in coma? infierisce l'altra.
Per colpa tua!
Unendo le sopracciglia in una smorfia stizzita, lui sbuffa.
Ci mancavano soltanto gli scrupoli di coscienza, adesso! Come se avesse bisogno di altri intoppi, come se già non ci fossero fin troppe cose di cui preoccuparsi!
E se morissero?
"Mammaaaaaaaaaa!!!!!!!!!" geme, spalancando la porta del salotto.
Dal divano i suoi genitori sussultano, all'unisono.
"Mamma…" tossicchia Dylan, abbassando la voce. "Ti ho portato quel caffè, sai…"
Un'occhiataccia a suo padre. Rapida. "E anche a te, ecco…"
"Davvero?" domanda l'uomo, raddrizzando la schiena. "Per digerire l'arag…?"
"Sei molto gentile, Dee," lo interrompe la moglie, allungandogli una gomitata nelle costole. "Hai poi trovato qualcos'altro da cucinare? Sei certo di non volere una mano?"
La tua mamma… bisbiglia la vocina, commossa. Cosa mai faresti senza la tua adorata mamma, Dee?
"So cavarmela benissimo anche da solo!" borbotta lui, cupo. "Almeno così non rischio che qualcuno mi divori tutto!"
Suo padre si schiarisce la gola, imbarazzato.
"Tieni, bevi!" fa Dylan, allungandogli il caffè con un gesto brusco per poi incontrare i suoi occhi - affondarci lo sguardo qualche secondo. Ricordarli più giovani, socchiusi su un libro di favole mentre la voce raccontava di principi e fate. Cavalli bianchi. Mentre censurava ogni accenno agli gnomi - facendo infuriare Ash.
Questo è il tuo papà, fa presente la vocina, una qualunque delle due. Quello che ti leggeva le fiabe quando eri piccolo…
Quello che ti ha insegnato a suonare la chitarra…
E tu stai per drogarlo!!!!
"Grazie amore," sorride l'uomo, sporgendosi a prendere la tazza.
Ti ha chiamato AMORE…
"Quindi abbiamo fatto pace?" domanda, fiducioso. "Mi hai perdonato?"
"No!" sbotta Dylan, strappandogli la tazza dalle mani.
Il caffè bollente si rovescia sui pantaloni, suo padre caccia un urlo. Sua madre si precipita in soccorso del marito, allarmata.
"Ho cambiato idea, per questa volta niente caffè!" esclama lui, attraversando la stanza con passi rabbiosi. "Ma vi avverto," minaccia, dalla soglia della porta. "Se qualcuno osa interrompere la mia cena ve ne farò bere un litro a testa, un litro intero! Senza nessunissimo scrupolo, lo giuro! Questa è una promessa!"
"Ma è impazzito?" balbetta suo padre.
Sua madre scrolla la testa, rassegnata.
"Vado," termina quindi Dylan, puntando l'indice nella loro direzione. "Quando Chris arriva, mandatelo su da me. E ricordatevi la promessa, ve lo consiglio caldamente! Qualcosa da dire?"
Silenzio.
"Togliti quella melma dalla faccia, Dee."
"Perfetto!" grugnisce lui, sparendo nel corridoio.
Così adesso deve anche preoccuparsi dei suoi genitori - sbuffa - come se già sedurre un uomo non fosse abbastanza impegnativo!
Non è sicuro di riuscire a dare il meglio di sé sapendo che quei due deambulano per la casa - che sono capaci di irrompere nella sua stanza da un momento all'altro.
Ma no, sei ingiusto! interviene la vocina, cautamente. Sai benissimo che i tuoi si sono sempre dimostrati discreti…
"Zitta tu!" ringhia lui. "Rompiballe!"
Non ha neanche la forza di spedire un nuovo messaggio a Candy - ha come la sensazione che qualunque cosa faccia potrebbe portargli sfiga. E poi non avrebbe tempo, in ogni caso.
Sono quasi le otto, e lui non ha ancora provato il vestito! Non ha ancora scelto lo smalto!!!
Non c'è tempo da perdere.
Salendo i gradini due alla volta si precipita in camera, chiude la porta, spalanca l'armadio.
Facendosi largo fra le lugubri magliette di Ash, recupera l'abito di seta nascosto dietro i giubbotti.
Gli viene da piangere - gli viene sempre da piangere di fronte alla seta.
Non esiste al mondo nulla di più commovente, per Dylan. Neanche le piume. Niente.
Lascia che le dita scivolino sulla trama liscia del tessuto, incantato, e pensa che darebbe qualunque cosa per potersi sempre vestire così.
Eppure se si vestisse sempre così non sarebbe tanto emozionato, adesso - non affronterebbe quel momento con il cuore in gola. Con l'eccitazione che vibra sottopelle, come un brivido.
In realtà gli piace l'idea di poter riservare a Chris qualcosa di così raro e prezioso.
"Hmmm…" sospira, chiudendo gli occhi, quando il tessuto scivola sulla pelle.
Si sente decisamente peccaminoso - nessun altro al mondo sa che sotto è completamente nudo e questo esercita su di lui un fascino tutto particolare.
Il fascino dei segreti, in un certo senso.
Delle cose proibite.
Bagnandosi le labbra, si avvicina lentamente allo specchio tenendo le palpebre serrate - concentrandosi sullo sfregare del tessuto lungo i fianchi. Lungo le cosce.
"Okay…" sussurra.
Piano, apre gli occhi.
"AHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!"
Non se lo aspettava, non ricordava più di avere ancora sul viso quella dannatissima crema al cetriolo!
Lo shock è talmente violento che Dylan balza indietro, pesta l'orlo del vestito, precipita a terra.
Qualcosa si strappa, qualcosa gli cade in testa. I capelli si impigliano da qualche parte.
Lui grida ancora, in preda al terrore.
"No, il vestito!!!!!!!! Il vestito!!!"
Sta per avere una crisi di panico - sta per sentirsi male. O per scoppiare a piangere.
È già scoppiato a piangere, a ben vedere.
"Il vestito, il vestito…." continua a singhiozzare, allucinato, mentre si tira in piedi. Mentre si volta per valutare i danni, scoprendo uno strappo gigantesco sulle natiche. Esattamente lì.
Come una barzelletta!
"Il vestito…" ripete, fra le lacrime, incapace ormai di articolare qualunque altra parola.
Fuori di sé si precipita in bagno, apre il rubinetto. Si sciacqua il viso, convulsamente.
"Il vestito…" singhiozza ancora, afferrando l'asciugamano.
"Il vestito…" geme, sollevando la testa.
"Il ves…"
La litania si interrompe di colpo, lui sbatte le ciglia.
Avvicina il viso allo specchio, sbatte ancora le ciglia.
Inclina il capo.
Sbatte le ciglia.
E lascia andare le braccia lungo i fianchi, poi - si trascina di nuovo in camera.
Lentamente oltrepassa il vino, le zampe dell'aragosta, il letto.
Oltrepassa lo smalto color Pants on fire e quello color Flit a bit. Quello color I'm not Really a Waitress - che aveva quasi scelto.
Oltrepassa le macerie del suo piano di seduzione, l'assenza di suo fratello, la luce tenue delle candele.
Il boa di piume.
Oltrepassa tutto quanto.
Quando si accuccia nell'angolo estremo della stanza c'è solo ombra intorno a lui - Dylan stringe le ginocchia fra le braccia e nasconde il volto fra i capelli arruffati.
Pelle liscia come seta - diceva l'etichetta della crema.
Il suo viso è completamente rovinato, invece, punteggiato da decine di macchie rossastre.
Deturpato per sempre.
E non è neppure l'ennesimo fallimento del suo piano a rendere quella consapevolezza tanto straziante - non è la certezza praticamente assoluta che nessuno vorrà mai più guardarlo in faccia né tanto meno fare sesso con lui. Non è immaginare lo sguardo della gente, o quello dei compagni. Quello di Chris.
È Ash, soprattutto - la loro somiglianza perduta.
Le fondamenta del mondo che sembrano vacillare, i punti di riferimento confusi. Il senso di perdita, paralizzante.
Terrore.
"Dee?"
Neppure ha la forza di asciugarsi gli occhi quando Chris entra nella stanza - neppure si muove.
In un certo senso è come se qualunque cosa lo riguardasse solo marginalmente, adesso, come se tutto avvenisse su un piano troppo distante.
C'è silenzio, intorno, e la luce delle candele è schermata dai capelli. Il viso è nascosto contro le ginocchia, immobile.
"Dee…" ripete l'altro, cautamente.
Ma lui resta fermo - continua a piangere senza far rumore. Nessun rumore.
Ha come la sensazione che qualunque suono potrebbe rendere solo più reale quella catastrofe - come quando era piccolo e si raggomitolava sotto le coperte per paura del buio, senza neanche trovare il coraggio di respirare.
Non si sente molto cresciuto, da allora - soltanto un po' più perso, forse. Più inadeguato.
E la voce di Chris non aiuta, perché Dylan non ricorda di averla mai ascoltata modularsi in un tono tanto dolce. Tanto intimo, e gentile.
"Che succede, mh?"
È quasi un bisbiglio, ma il nodo in gola si fa subito più stretto.
Senza rispondere, scrolla piano la testa.
"Dai…"
Silenzio.
"È per Ash?" mormora ancora Chris, passandogli le dita fra i capelli.
Dylan morde un brivido fra i denti - tende i muscoli delle spalle.
Scatta appena indietro, quando lui gli fa scivolare le mani ai lati del viso.
"Dee?"
Non avrebbe mai trovato il coraggio per guardarlo negli occhi se non si fosse trovato con il mento chiuso fra le sue dita ed il volto improvvisamente sollevato - scoperto dai capelli.
Non se lo aspettava - non ha opposto la dovuta resistenza.
"No, non guardarmi!" esclama, cercando di liberarsi dalla presa. "Non guardarmi non guardarmi!!!"
"Ma…" Di fronte a lui, Chris sembra trattenere a stento una risata. "Posso sapere che hai combinato, Dee?"
Raggomitolandosi contro la parete, lui affonda i denti nel labbro.
"Ho la faccia… Piena…" Un singhiozzo - strozzato. "Di bolle rosse…" termina, disperato. "Lo so che hai visto…" Pausa. "Non voglio la tua pietà…"
"Cosa… Pietà? Dee, hai il naso un po' arrossato! Di che bolle stai parlando?"
"Non devi farlo, Chris…"
"Ma fare cosa?"
Silenzio.
"Raccontarmi compassionevoli bugie…" bisbiglia lui, piano. "Non è necessario, davvero… Non…" Rovesciando gli occhi al cielo, l'altro lo strattona in piedi.
"Dio, se sei drammatico… Ti sei guardato allo specchio, almeno, prima di metterti a piangere la tua bellezza sfiorita?"
"No, Chris!!!" viene subito l'urlo, straziante. "Ti prego non posso, non ce la faccio, non farmi…"
Sbattendo le ciglia, Dylan si zittisce di colpo.
Ci sono due figure, nel riflesso del vetro di fronte al quale l'amico lo sta spingendo: un ragazzo quasi biondo, decisamente attraente, sufficientemente divertito. Chris, senza dubbio.
Su quello non ci piove.
Ed un qualcuno con i fianchi avvolti nella seta - con le spalline abbassate, e gli occhi rossi di pianto. E i capelli più arruffati di quelli di Ash - più selvaggi.
Lui.
Lui che in effetti non è riconoscibilissimo, così agghindato, ma che sta inclinando di fronte allo specchio un viso sulla cui superficie non sembra esserci più nulla che somigli ai bubboni rossi di poco prima - nulla che risulti troppo diverso dal solito.
C'è solo la scia umida delle lacrime, sulle guance, e l'impronta dei denti sul labbro inferiore. La luce di un sollievo evidente, nello sguardo. E forse giusto una punta di imbarazzo, subito dopo, mentre le gambe muovono un mezzo passo all'indietro. Mentre lui abbozza un sorrisetto esile, in direzione di Chris, e si sistema i capelli. E si aggiusta il vestito, in fretta.
Si schiarisce la voce.
"Si, beh…"
Pausa.
"Scherzavo, comunque…" balbetta. "Non è che fossi preoccupato sul serio, eh…"
"No, sicuro. Chiaramente." Divertito, l'altro trattiene un sorriso. "Era evidente che stavi recitando."
"Recitando, esatto…"
"Esatto."
"Già."
"Del resto, ti sei messo anche in costume…" ghigna Chris e Dylan ridacchia a sua volta, senza capire. Guardandosi intorno - incontrando il proprio riflesso nello specchio, e la spallina destra scivolata sul braccio. La seta scura del vestito.
Il vestito.
Sussulta.
"Il vestito!!!" urla, spalancando gli occhi in un fermo immagine di puro orrore.
"Il vestito!!!!!" ripete, forse per la centesima volta da che ha messo piede in quella stanza.
D'improvviso il collegamento gli è paurosamente chiaro: il bruto ha inteso paragonare il suo splendido abito sexy ad una mascherata - ad una ridicola caricatura da teatro di terz'ordine!
E forse è la stanchezza del pianto, forse la delusione per il definitivo fallimento del suo piano.
Forse è che Chris ha osato denigrare la seta - tasto dolente. Terreno minato.
Ma prima ancora che la mente possa valutare l'effettiva necessità di una crisi isterica in piena regola Dylan è già esploso, sta già affondando le mani nei capelli. Si è già dimenticato dello strappo sul sedere e sta camminando su e giù per la stanza come se intendesse carbonizzare il terreno. Incendiare tutto quanto.
Immobile, a debita distanza, Chris lo sta osservando incuriosito.
"Ma come osi, razza di bruto ingrato e pusillanime???? Come se tutte le disgrazie della mia vita non dipendessero dalla tua patologica estetica neanderthaliana, come se non fosse colpa tua se mi sono quasi sfigurato la faccia!"
Senza scomporsi, l'amico solleva un sopracciglio.
"Colpa mia?!?"
"Tua, certo! Per chi credi che mi sia messo a lessare crostacei, per quale cavolo di ragione pensi che mi sia spalmato i cetrioli sulla faccia?"
"Devo rispondere?"
Un grido furioso - strozzato.
"L'ho fatto per prepararti la dannata cena afrodisiaca, per essere irresistibile! Perché tu ti decidessi a guardarmi, una buona volta, perché volevo…"
Silenzio.
Improvvisamente, Dylan arrossisce fino alla radice dei capelli.
"Volevi?" domanda Chris, angelico, allungando il braccio a sollevargli la spallina.
Ma lui non risponde - di colpo è come se la voce si fosse accartocciata in gola.
E la cosa più destabilizzante è che tutto d'un tratto si sta accorgendo che la mano dell'altro è appoggiata sulla sua spalla - che la suddetta spalla è nuda. Che sono nude le ginocchia, e la schiena, e che le labbra di Chris sono vicinissime.
Proprio vicine vicine.
Sta iniziando a sentirsi un po' accaldato.
"Volevo…" esala, abbassando gli occhi.
"Sì?"
"Insomma, volevo…" ripete, senza riuscire a terminare la frase neppure stavolta.
Attraverso lo schermo dei capelli ridacchia appena - lancia un'occhiata alla porta. Prende respiro, un po' a fatica.
"Non credo che vestirsi da donna sia esattamente la miglior strategia per sedurre un ragazzo gay…" osserva Chris, facendogli scivolare lentamente la mano dalla spalla al collo.
Ha ancora quel sorrisetto divertito sulle labbra - Dylan è quasi certo di averne rilevato la curva tipica prima che la mente si scollegasse del tutto. E non è certamente la prima volta che l'amico gli affonda le dita fra i capelli - non sembra esserci nulla di troppo diverso dal solito in quella loro interazione. Eppure…
"Hm?" esala.
Eppure i pensieri sono collassati inesorabilmente in qualche punto imprecisato del percorso che la mano di Chris ha tracciato per raggiungere la nuca, e il cervello pare diventato incapace di processare qualunque altro stimolo che non sia il suono della sua voce. Il suono e basta.
È come una scissione netta.
La mente ovattata dalla tonalità delle vocali, il corpo paurosamente sensibile. La pelle punteggiata di brividi.
Cavoli.
L'ha immaginato circa un migliaio di volte quel momento, Dylan: nelle fantasie ha sempre sorriso in maniera maliziosa - ha premuto il palmo della mano sull'inguine dell'altro e poi ha sollevato le sopracciglia dicendo qualcosa del tipo: "Wow!"
Adesso è completamente paralizzato, invece.
Forse perché quella somiglia tanto alla realtà - perché c'è la possibilità troppe volte sperimentata che Chris se ne esca da un momento all'altro con una delle sue battute. Ma più che altro perché d'un tratto i muscoli sono impietriti da una paura folle - una paura pari soltanto all'intensità dei brividi che punteggiano la pelle. O al calore dell'eccitazione. Al senso di stordimento.
Trattenendo il respiro, solleva gli occhi sul suo volto.
"È perché vado via domani?" lo sente domandare, in un sussurro. "Panico dell'ultima ora, o sei convinto davvero?"
Senza neppure capirne la ragione, lui arrossisce.
"Potresti…" Abbassa lo sguardo - facendosi istintivamente più vicino. "Potresti farmi una domanda più facile, per favore?" bisbiglia.
Ma Chris scrolla la testa, sorridendo, e gli fa scivolare le dita sotto il mento. Gli solleva il viso, delicatamente - si china verso di lui. Gli sfiora le labbra con le sue.
E di domande non ne rivolge altre, per quella sera. Per fortuna.
Perché qualunque cosa gli avesse chiesto da quel momento in avanti, fosse stato anche il suo nome, Dylan difficilmente avrebbe saputo rispondere.







A volte ci sono luci che disegnano atmosfere, o sapori che richiamano ricordi.
Oggetti che diventano simboli.
È strano.
Seduto sul davanzale di una finestra diversa, in una casa diversa, Dylan si riunisce le rasta in una coda improvvisata e pensa che l'odore degli smalti gli ha sempre ricordato i suoi quindici anni - l'appartamento che divideva con i suoi genitori. Il periodo in cui Chris ha abitato con loro e quel senso di sicurezza intatta. L'infanzia, forse.
Sorride.
Un tempo impiegava ore per scegliere un colore da stendere sulle unghie ed ogni scelta si portava dietro il rimpianto per tutte quelle a cui aveva dovuto di conseguenza rinunciare.
Adesso è diventato incredibilmente facile - lo smalto nel quale sta intingendo il pennello è trasparente - non ha nome - e forse lui soltanto si accorge delle infinite sfumature cromatiche che la tinta assume con certe condizioni di luce. Col sole, a volte, o la sera al tramonto.
È un po' come un segreto.
Gli è venuto spesso da ridere, nel corso degli anni, ripensando al suo improbabile piano di seduzione e alle zampette dell'aragosta ordinatamente allineate sotto una spessa colata di salsa al peperoncino.
È sicuro di aver fatto giurare mille volte a Chris di non raccontare ad anima viva la faccenda del vestito da donna - lo ha minacciato di morte se solo avesse osato rivelare a qualcuno quanto fosse nervoso quella sera. O quanto si sia dimostrato impacciato.
Naturalmente la risposta è sempre stata un sogghigno assai poco rassicurante - certe cose puoi star certo che non cambino mai. Sono i cardini del tuo universo, in fondo - le fondamenta di casa tua.
E va bene così.
Quel che ancora Dylan non riesce ad individuare è il momento esatto in cui è cambiato lui, invece - quando precisamente sia successo che da adolescente svampito ed iperbolico si sia trasformato nel ragazzo che è adesso.
Forse Chris solleverebbe il sopracciglio se gli raccontasse che della sua prima volta, a distanza di tempo, non ricorda tanto l'emozione o il piacere, o la novità assoluta del contatto con un altro corpo o il sapore dei baci. O la tenerezza.
Rammenta con chiarezza particolari curiosi, piuttosto, come il fatto di avergli ringhiato addosso almeno una decina di volte prima di decidersi a lasciarlo entrare.
Ricorda di esser stato convinto che non sarebbe mai più riuscito a sedersi, dopo, ma che avrebbe ricominciato comunque da capo. Che non gli importava niente.
E se ripensa a quei momenti sono le mani di lui che gli fanno il solletico l'immagine più nitida - non le carezze sensuali o i tocchi più eccitanti. O l'intreccio dei corpi.
È una cosa ben strana, la memoria.
Eppure…
Eppure c'è una cosa che manca in tutto quel sistema di ricordi più o meno confusi - un vuoto curioso che non ha mai trovato spiegazione. Mancanza assoluta di qualunque appiglio. E forse la risposta sta proprio lì.
Perché c'è un boa di piume, nella memoria, ad avvolgere ogni singolo istante dei suoi quindici anni: era appoggiato sulle spalle mentre Ash partiva per il suo primo week-end da solo, era attorcigliato intorno al collo mentre lui rubava il sonnifero dal comodino di sua madre.
Stava adagiato sul petto mentre spiava dai fori delle serrature - mentre dormiva. Mentre elaborava fantasiosi piani di seduzione.
Ed era ancora lì quella sera - ne è sicuro - quando Chris gli ha sfiorato le labbra.
Poi Dylan ha sorriso, ha inclinato la testa. Ha dimenticato il vestito e la seta e lo smalto che avrebbe voluto scegliere. E la sensualità che avrebbe voluto mostrare.
Ha chiuso gli occhi.
E da quel momento, per qualche ragione, il boa di piume non c'è stato più.


FINE





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CAPITOLO 83

May. 3rd, 2010 08:01 pm
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83
Jude - Giochi discreti






Quella sera ci sono soltanto ombre, nella stanza.
La luce arriva dalle lampade ed è schermata dalla carta dei rivestimenti - filtrata in sfumature più scure, più calde, che non servono ad enfatizzare la realtà delle forme. Che non permettono di distinguere alla perfezione i contorni - di seguirli. Ripassarli con lo sguardo, come per mandarli a mente.
Ricordarli.
Jude non ha idea del perché abbia preferito questa illuminazione a quella solita e più neutrale del lampadario. Non crede che ci sia stato qualche disegno preciso - non voleva atmosfera, per una volta. Il suo piano prevedeva tinte fin troppo artificiali e toni neutri. Pratici.
Nulla che mettesse in risalto il colore della pelle di Raven, comunque. Nulla che rendesse più liquido il nero dei suoi occhi e gli facesse venire voglia di correre a recuperare la macchina fotografica per avere la certezza di non vederlo scappare.
È questione di sopravvivenza.
Concentrazione.
Sono venti minuti che cerca la maniera di avvicinare la questione di cui deve parlare senza ottenere nulla. Neanche un minimo spunto.
Raven sta guardando le foto di Dylan, intanto. Le ha sparse sul tavolo basso e si è seduto per terra vicino ad una delle piantane - le gambe incrociate, i capelli legati sulla nuca. Occhi socchiusi, come sempre quando è concentrato su qualcosa.
È bellissimo.
E Jude lo sa che dopo dieci anni dovrebbe averci fatto l'abitudine - al suo aspetto, e alla sensazione strana di gravitargli attorno, e all'assenza totale di punti fermi che ti porta il frequentarlo. Eppure, ci sono momenti in cui tutto questo continua ancora a togliergli il fiato. Giorni in cui la voglia di fotografarlo non nasce neanche da un bisogno di bellezza - dal bisogno di guardarlo. Ma sembra essere semplicemente un modo per fermarlo.
Costringerlo in una forma un po' più stabile di quel mutare continuo.
È stata quella, probabilmente, la costante di tutta la loro storia. L'impressione che ogni gesto - ogni sguardo - non fosse altro che sabbia che scivolava tra le dita. Manciate di secondi gettate alle spalle con disinvoltura, senza che nulla segnasse la pelle. Senza che niente si lasciasse fissare.
La prima volta che hanno fatto l'amore, era quella una delle sfumature in cui si poteva scomporre il desiderio. C'erano il corpo, l'attrazione e la frustrazione di quel gioco che stava andando avanti ormai da troppo tempo, sicuro. Ma c'era anche il bisogno segreto di sentirlo proprio, almeno per qualche istante. La necessità silenziosa di ancorarlo al mondo con il proprio corpo - come se quel gesto bastasse a rivendicare qualche possesso. Come se l'efficacia stessa di quel tentativo non fosse stata già vanificata dal numero di persone che erano state al suo posto, in precedenza. Che prima di lui avevano battuto quella stessa strada.
È strano. Perché Jude sa che è assurdo - lo sa ora, e lo sapeva quel giorno.
Eppure, nel profondo, ha sempre sentito anche che non fosse così lontano dal vero. Che in qualche modo Raven era davvero suo - se non sempre, almeno nei momenti in cui stavano a letto insieme. In cui si lasciava fotografare.
È l'unica cosa che gli abbia permesso di sopportare quella libertà spaventosa che l'amico gli ha forzato tra le braccia fin dalla prima volta che si sono rivolti la parola. Il contrappasso delle paure e delle inquietudini che, a quindici anni, non credeva avrebbe mai dovuto affrontare.
Se ripensa alla persona che era prima di conoscere Raven gli viene quasi da ridere.
Perché quel ragazzino aveva una storia già tracciata per sommi capi, e non pensava certo che tutte le sue certezze avrebbero potuto deviare in quella maniera. Che si sarebbe trovato lì, dieci anni dopo, a vivere in una casa arredata con un gusto che a quel tempo non aveva ancora scoperto e a far scorrere le dita sulla superficie lucida di fotografie sviluppate in mattinata. A far scorrere gli occhi sulle linee bianche del corpo ritratto, e su quelle più dure del volto di Raven. Inseguendo le ombre. Accarezzandone il profilo.
A volte gli sembra che tutto quel che è ora sia opera sua. Un suo dono, come tutti i veri doni non davvero meritato - l'eco di una promessa mai fatta ad alta voce che si è sentito sul punto di infrangere troppe volte. Che sempre ha rinsaldato, invece. Riparandone le crepe.
Proprio per tener fede a quella promessa, adesso, dovrebbe inginocchiarsi di fronte a lui e prendergli le mani - cercare i suoi occhi. Lasciarsi andare nel nero delle sue iridi e dirlo chiaramente. A bassa voce.
Ho baciato Dylan. Quando tu non c'eri.
Avrei fatto di più, se non ci avessero interrotti.
Non è stato facile lasciarlo andare. Far finta di niente. Mentire.
Vorrebbe dirgli che si sente in colpa, anche, senza sapere con certezza verso chi e per quale ragione. Chiedere se sa trovare lui una spiegazione - chiedergli cosa pensa. Cosa vede.
Se lo distingue, il desiderio, nelle angolazioni con cui ha fotografato Dylan. Se intuisce nella curva del suo braccio - nella curva del sorriso - quello che stava per accadere. Se lo sapeva già, il giorno che gliel'ha portato in casa.
Quella prima sera.
Ma Raven sta studiando le stampe come studia tutti i suoi lavori, da sempre, e non sembra turbato. Solleva appena la testa quando lui si avvicina, e lo sguardo è limpido. Il sorriso sincero.
"Immaginavo che sarebbero state qualcosa del genere," commenta, con un tono morbido.
E lui lo sente in quel momento, con chiarezza, che non dirà niente. Perché l'equilibrio è già troppo incrinato e neanche riesce più a capire quale sia l'emozione dominante - se ci sia amore o incertezza o paura. Se sia complicità, quella che scorre tra di loro, o forse semplicemente gelosia.
Sono anni, del resto, che non vivono più qualcosa del genere. Anni che si completano perfettamente e camminano insieme senza esitare.
Ma ogni strada dritta si trasforma in un bivio, superato un confine. E tu devi deciderlo da solo, da che parte andare.
Capire da solo quali sono gli ostacoli. Le trappole da temere.
"Ti piacciono?" si limita a chiedere, quindi, mentre si lascia cadere sulla poltrona. Rovescia la testa sullo schienale, poi - preme il ginocchio contro il bracciolo. "Io non avevo intenzione di fare dei nudi, in realtà."
"Come mai hai cambiato idea?"
Lui scrolla le spalle, indicando le stampe con il mento. "L'ha voluto Dee. E a quel punto sembrava giusto."
"Era giusto, Jude," mormora Raven, tornando ad abbassare la testa. "Credo siano tra i tuoi lavori migliori."
"Trovi?"
Un cenno affermativo - distratto.
"E Dylan è bellissimo. Non l'ho mai visto tanto sereno."
Prendendo un respiro profondo, Jude scivola più in basso sulla poltrona. Non distoglie lo sguardo.
E intanto pensa a quando tutto è iniziato - a quanto era difficile distinguere le sfumature della loro storia, trovare un equilibrio tra l'amicizia e l'amore. Accettare che il loro rapporto cambiasse mentre il mondo intorno restava identico a se stesso - mentre Raven continuava a ridere e a chiudere la mano sulla sua nuca per attirarlo vicino, anche mentre parlava con altri. Anche mentre si lasciava guardare.
Non è stato facile venire a patti con la gelosia.
Non è stato facile imparare a modulare la propria - dimenticarla - né accettare il fatto che dall'altra parte mancasse del tutto. Che Raven potesse passare la serata a guardarlo flirtare con un completo sconosciuto e intanto sorridergli come se niente fosse - lasciarli andare via insieme. Senza domandare niente il giorno dopo. Senza approfittare della prima occasione per pareggiare i conti e fargliela pagare.
Ci hanno perso almeno un anno, su quel tiro alla fune. In silenzio certe volte - altre volte scandendole ad alta voce, le regole. Sfidandosi e confrontandosi e litigando anche, brutalmente. A letto come per strada. Sui corpi delle altre persone.
Jude non saprebbe dire quanto fossero coscienti della situazione, i ragazzi che si lasciavano tirare in mezzo - quelli che si frapponevano tra loro.
Non ha mai capito come fosse possibile ignorare il centro focale di tutti i suoi gesti - come potessero guardarlo negli occhi e non notare che i suoi scivolavano sempre oltre le loro spalle, verso qualche altro angolo di locale. Con quale coraggio si stupissero, dopo, quando lui diceva che c'era un altro. Quando spiegava di chi si trattava.
Forse avrebbe dovuto capirlo da quei particolari, che il gioco era inutile e colpiva soltanto i bersagli sbagliati. Forse avrebbe dovuto cambiare strategia fin da subito - fin da subito accettarla, quella strana dolcezza che stringeva tra le dita. Quel potere ubriacante che sapeva trasformarsi in debolezza alla prima incrinatura - il brivido che scivolava lungo la schiena ogni volta che gli occhi si incrociavano, anche se tra di loro c'era un'intera stanza e troppa gente e la schiena di un ragazzo qualunque.
Forse, tutto quello sarebbe dovuto essere sufficiente.
Invece, era stato necessario scorgere una scintilla nuova nell'espressione dello sconosciuto con cui si stava appartando. Era stato necessario vederlo voltare la testa - vedere gli occhi di Raven inciampare su di loro. Indovinarli fissi nei suoi.
E poi scivolare insieme nel letto, senza altre parole perché tutto quel che bisognava dire era già stato detto. Far scorrere le mani sulla sua schiena e incontrare lo sguardo di Raven oltre la sua spalla - sentire il respiro fermarsi.
La sensazione destabilizzante di avvertire tutti i pezzi del mosaico che lentamente, in quel preciso momento, tornavano ad incastrarsi.
È anche ironico, da un certo punto di vista, che la certezza della profondità della sua storia con Raven gli sia stata regalata dalla prima volta che hanno fatto sesso con un altro, insieme, mentre adesso è proprio l'idea di un nuovo articolarsi del rapporto a fargli tremare la terra sotto i piedi.
Il pensiero della pelle di Dylan accarezzata dalle labbra di Raven.
Il ricordo delle sue ginocchia premute contro i fianchi. Il ricordo di come la luce scivolava nei suoi occhi - sui suoi capelli - e della sua maniera leggera di muoversi.
La certezza - quasi un brivido - che basterebbe trovare la voce adesso. Parlare. Per poterli avere entrambi, insieme.
Non saprebbe dire perché quella possibilità non riesca a trovare respiro neanche nelle fantasie - perché stringa la gola anche solo immaginarla. Forse, è che dopo sarebbe impossibile tornare indietro. Che farebbe troppo male lasciarlo andare.
O forse è che in fondo lo sa, lo sente, che potrebbe non lasciarlo andare mai più, Dylan. Che Raven potrebbe decidere di tenerlo altrettanto stretto. E non è sicuro che il loro equilibrio saprebbe sopportare un simile tipo di pressione.
Non crede che avrebbe la forza di sostenerla, lui. Senza crollare.
Stringendo la mano a pugno sul bracciolo della poltrona, Jude preme la tempia contro lo schienale - fa scorrere gli occhi sul viso di Raven, sul suo collo. Sulle mani.
Si bagna le labbra, affondandovi i denti. Lascia andare il respiro.
"Devi tornare al campus, stanotte?" chiede, in tono sommesso.
Dal basso, Raven solleva la testa.
"Perché dovrei tornare al campus?" ribatte, inarcando le sopracciglia.
Una scrollata di spalle.
"Non so. Non hai detto che torna Carlos? Magari volevi andare ad aspettarlo..."
Per un attimo, l'amico resta impassibile, limitandosi a sostenere il suo sguardo. Jude lo conosce troppo bene per non distinguere la luce divertita che illumina il nero - basterebbe concentrarsi un po' per scorgere dietro quella maschera il sorriso che si sta sforzando di trattenere. Un minimo movimento e tutte le carte verrebbero calate in tavola - faccia scoperta, punteggi bene in vista.
Se non dice niente e aspetta che sia l'altro a fare il passo successivo è soltanto perché i nervi sono già tesi, e l'aspettativa sgrana i secondi come fossero battiti. Anticipazioni di brividi.
Giochi discreti.
Quando Raven appoggia sul tavolo la fotografia che stava guardando, il movimento è lento. Perfettamente misurato. E lo sguardo che gli lancia mentre si alza in piedi, subito dopo, è quello dei momenti migliori. Quello di quando sono soli e c'è quella penombra densa intorno a loro, a rendere ancora più immobile l'aria. A confondere i ricordi con il presente, e a sfumare i desideri.
"Se dicessi che avevo in mente di andarmene, rovinerei i tuoi programmi?"
Piegando le labbra in un sorriso, Jude inclina appena la testa.
"Può darsi."
"Hai in mente qualche foto?"
Lentamente, lui percorre il suo corpo con lo sguardo - partendo dal basso, si concentra sulle pieghe del jeans in corrispondenza delle ginocchia. La stoffa più tesa in prossimità dei fianchi - i bottoni e la cerniera. La fibbia della cintura. Il bordo della maglia e la forma del petto, la forma delle spalle. La curva del collo e il mento, la bocca, l'espressione impassibile del volto.
Il nero luminoso degli occhi. Il loro sorriso.
"No," risponde, a bassa voce. "Stanotte voglio solo guardarti."
"Guardarmi?"
L'espressione impassibile sul volto dell'amico si increspa appena, cedendo il posto alla sfida.
"Tutta la notte? Davvero?"
"Chi può dirlo. Magari mi viene qualche altra idea, nel frattempo…"
"Magari…" annuisce Raven, guardandolo dall'alto. Il corpo perfettamente bilanciato - le braccia ferme lungo i fianchi. Immobile di fronte a lui: soltanto un passo di distanza.
Pochi centimetri.
Inghiottendo ogni altra battuta, Jude si sporge in avanti - posa una mano sul suo fianco destro. Curva le dita, in una stretta più salda.
Divarica le ginocchia, per permettergli di coprire lo spazio che ancora li separa.
È sempre stranamente eccitante, quando momenti del genere passano spontaneamente dallo scherzo al silenzio: come se le energie centrifughe del loro rapporto di colpo si sintonizzassero su un'unica frequenza. Come se non ci fosse più bisogno di dire niente, per dare un senso al loro stare insieme, ma bastasse incontrarsi. Lasciar parlare gli sguardi.
Le mani.
I primi tempi succedeva perché l'intensità era troppa, probabilmente. Perché c'era fretta e incertezza e paura e Raven aveva occhi e corpo di pietra levigata, e Jude non poteva concentrarsi a sufficienza per comandare allo stesso tempo le dita e la lingua.
In seguito, quando i gesti hanno cominciato ad essere soltanto naturali, compierli in silenzio dava loro una solennità diversa.
Era come tracciare un confine che divideva quel che facevano alla luce da quel che facevano nell'ombra. Un modo per distinguere certe emozioni da quelle della semplice amicizia.
Perché non si trattava di toccarsi e basta, quando stavano zitti. Non erano le conseguenze un po' ambigue di un rapporto stretto - di un'attrazione che viveva il suo tempo. Né si trattava soltanto di sesso.
Anche il termine desiderio sembrava svuotarsi. Un colore spento.
Era un'altra la fretta. Un altro il bisogno.
E ogni volta che succede, ancora adesso, Jude sente la gola stringersi come quel primo giorno.
Come se tutte le parole da dire - tutte le cose da fare - si accalcassero l'una sull'altra, rallentandogli il cervello.
"Ehi," mormora Raven, dall'alto - la punta delle dita una carezza impalpabile lungo la mascella. E Jude sorride, sollevando gli occhi verso di lui - chinandosi in avanti per premere le labbra sul suo ventre. Per farle scivolare verso il basso, oltre il rilievo della cintura.
Fa quasi effetto scoprire le proprie mani salde, ora - sicura la stretta delle dita sul fianco, sicura la pressione del palmo sul sesso.
La prima volta tremavano entrambi, ricorda. Le carezze di Raven tra i capelli. I suoi gesti impacciati, incerti.
I respiri veloci.
Adesso è come se prendessero finalmente fiato dopo una lunga apnea, quando Raven sospira al contatto. Le sue dita massaggiano la nuca, stringono appena la presa. La rilasciano. Ed è difficile imporsi di procedere lentamente.
Sono rare le occasioni in cui Jude avverte con maggiore chiarezza la portata del suo ascendente sull'amico. Rare le situazioni che lo fanno sentire più forte - più in controllo. Come se tenesse in mano le chiavi del mondo.
Capita a volte durante l'amplesso - quando si spinge dentro di lui e sente il suo corpo aprirsi, i suoi muscoli contrarsi. Quando lo guarda - occhi aperti, occhi chiusi - e ascolta il momento prolungarsi, come un elastico teso. Quando inizia a muoversi. E lo vede muoversi con lui.
Eppure, quei momenti si articolano su un piano ancora diverso. Sono una forma di possesso più violenta - viscerale - e non possono davvero essere messi a paragone con il senso profondo di questi attimi di aspettativa.
Quando Raven è immobile, e così vicino.
Le mani appoggiate sul suo capo ma forzatamente ferme, come per lasciargli libertà di movimento. E c'è soltanto il suo odore, intorno. Prima ancora del suo gusto - prima di ogni contatto. A penetrare ogni scheggia d'istante. Ogni pensiero.
Jude sente la stretta delle dita serrarsi appena, quando infine si decide ad aprire la bocca e lasciarselo scivolare sulla lingua.
Rilassa la stretta delle dita e le fa scivolare indietro, verso la schiena, mentre Raven spinge i fianchi in avanti lentamente.
Si ritira.
E lui chiuderebbe gli occhi, in ogni altro momento. Lo lascerebbe fare o detterebbe il ritmo, concentrandosi sul suo sapore. Su ogni loro movimento.
Non saprebbe dire con certezza perché adesso invece sollevi lo sguardo verso l'alto - verso il suo volto. Forse, soltanto perché lo sapeva, che oltre le ciglia socchiuse anche gli occhi dell'amico sarebbero stati aperti. Brucianti.
Lentamente, la mano di Raven scivola ad accarezzargli la guancia - a cambiare appena l'inclinazione del capo, mentre il pollice traccia cerchi concentrici in prossimità dello zigomo.
"Pensavo volessi guardarmi," mormora, muovendo appena le labbra. E lui potrebbe rispondere qualunque cosa - tirarsi indietro e parlare, o forse sollevarsi a baciarlo. Potrebbe cambiare le posizioni e scivolare per terra e spingerlo seduto.
Dire di sì, sorridendo.
E poi chinarsi e invece di riprenderlo in bocca premere le labbra sull'osso del suo bacino. Succhiare la pelle e lasciargli il segno di un morso - toccandolo con le mani, intanto. Prendendosi tutto il tempo di studiare le espressioni del suo volto, e le variazioni del respiro.
È sicuro che Raven si sforzerebbe anche di essere totalmente passivo, se quelli fossero gli accordi. Lo lascerebbe fare e basta, senza cercare di accelerare i tempi. Senza fare nulla a sua volta - soltanto sentendo. E lasciandolo guardare.
Era quello che Jude aveva in mente quando l'ha visto avvicinarsi, del resto. Quello che chiedeva - che traspariva dal suo atteggiamento. E non capisce perché invece nello spazio di pochi istanti tutto si sia capovolto - per quale motivo il desiderio abbia cambiato direzione e pulsi nel sangue con un ritmo diverso.
Con diversi parametri.
Anticipazioni.
"No," risponde, tirandosi indietro. E non può trattenere un sogghigno quando l'altro geme contrariato, mentre lui si affretta a sollevargli la maglia. A sfilargliela di dosso.
"Cambio di programma," comunica, gettandola a terra e sporgendosi a baciargli l'orecchio. "Camera da letto."
"Buona idea…" ridacchia Raven, voltando la testa per mordergli il labbro. "Meglio della tua poltrona, senz'altro."
"Non ti sei mai lamentato, prima."
"Perché sono bravo a soffrire in silenzio…"
"Sicuro," sbuffa lui. "Un martire."
"Non te n'eri mai accorto?"
Senza rispondergli, Jude spinge il palmo contro la porta della camera da letto e resta fermo sulla soglia un attimo, prima di premere l'indice contro l'interruttore. La stanza si accende di luce, quasi gradualmente, e lui si prende il tempo di studiarne le prospettive. Le distanze.
Alle sue spalle, Raven gli ha fatto scivolare un braccio intorno alla vita e si è chinato a baciargli il collo - sta respirando contro il suo orecchio.
"A cosa stai pensando?" mormora, mentre lui rovescia la testa di lato per lasciargli più spazio. Mentre si spinge indietro, per aderire meglio al suo petto.
Lo sente sorridere, a quel punto. Chiudere le labbra intorno al lobo - morderlo piano. Soffiare: "Hai cambiato idea?", in un tono divertito.
Voltandosi nell'abbraccio, Jude sogghigna.
"Forse. Faccio ancora in tempo a recuperare la macchina…"
"Decisamente no," lo interrompe l'altro, strattonandolo verso l'interno della stanza. "Hai avuto la tua occasione, Iverson. Non è colpa mia se l'hai bruciata."
"Abuso d'autorità, davvero? Non eri tu, l'anarchico?"
Scuotendo la testa, Raven lo spinge sul letto e punta un gomito al lato del cuscino, chinandosi a baciarlo. Chiudendo gli occhi, Jude lascia che sia lui a dettare i tempi - il suo corpo a muoversi, scegliendo la pressione; il suo respiro a far respirare entrambi.
Gli ha sciolto i capelli, intanto - vi sta facendo scorrere le dita. E pensa che non gli capita spesso di sentirsi tanto soddisfatto nel restare semplicemente sdraiato ad accarezzarlo - tanto rassicurato nel cedergli il timone.
Lasciarlo fare.
Gli sembra di essere tornato ragazzino, quando l'amico era quello con tutti i segreti del mondo sulle labbra - sulla pelle - e lui non doveva far altro che star fermo, aspettando che glieli trasmettesse. Imparare. A capire in che direzione andasse il desiderio. E dopo, ad accettarlo. Una lenta educazione all'istinto.
Fino ad arrivare al punto in cui non sembrava più di stare sbagliando tutto.
Quando riapre gli occhi, Raven si è di nuovo sollevato sul gomito - il suo corpo pesa ancora addosso, solido e forte, ma lui ha smesso di baciarlo. E forse ci si potrebbe aspettare un sorriso - qualche altra battuta che sfumasse di nuovo l'intensità con lo scherzo. Ma il ragazzo è immobile, e lo sta semplicemente guardando.
Con i capelli sciolti già rovesciati su una spalla. Con gli occhi socchiusi, scuri. Fissi nei suoi.
Voltando la testa di lato, Jude lancia un'occhiata alla porta ancora aperta - solleva la mano per chiuderla sulla sua nuca. Comincia a massaggiarla.
"Spegni la luce?" domanda - e l'altro lascia andare uno sbuffo che somiglia ad una risata. Chiude la mano sotto il suo ginocchio - gli fa piegare la gamba. Chinando il capo per baciargli il collo, sfrega i fianchi contro il suo bacino - sorride contro la sua pelle.
"No," sussurra.
Ed è un rifiuto che sa di invito, più che tutto. Di concessione e promessa e dono. Perché l'amico stanotte ha smesso di giocare soltanto - e ha smesso anche di restare fermo, e lasciare che sia lui a dettare il passo. Gli occhi sono quelli con cui guarda la gente a volte, quando la gente vuole lasciarsi guardare. Ed è un brivido sentirsela addosso, quell'intensità, perché di solito quando sono insieme Jude è troppo impegnato a cercare di legarlo a sé, Raven. Troppo impegnato a toccarlo, per farsi davvero toccare.
Come se servissero gesti di quel tipo per rivendicare verità che il loro rapporto spesso preferisce tacere. Come se ne avessero bisogno entrambi.
O forse soltanto Jude.
O forse, soltanto Raven.
È difficile da capire. L'amico ha una capacità talmente grande di modellarsi intorno ai desideri degli altri da rendere difficile distinguere le sue preferenze da quelle che il mondo gli mette tra le mani. Troppa scioltezza nell'assumere qualunque ruolo - qualunque posizione - senza per questo perdersi. Cambiare.
Sono soltanto sfumature. I diversi modi in cui la luce può scolpire un volto - creare emozione.
Quando si lascia andare, dà l'impressione di saper ridurre ogni periferia del corpo a centro - di sapersi gestire anche quando sei tu, a guidare. E quando è lui, ad avere il controllo, sembra chiederti con ogni movimento di abbassare le barriere.
Con ogni sguardo.
Ogni inclinarsi misterioso del respiro.
"Rilassati," sussurra, baciandogli l'orecchio. "Per una volta, Jude. Chiudi gli occhi."
Non capita spesso che faccia di queste richieste. Non capita spesso che gestisca il tempo con quella dolcezza - lo strusciare del naso sulla guancia, il bisbiglio del respiro tra i capelli. Le mani che scivolano lungo i fianchi, sulle cosce - i movimenti esasperanti del bacino.
Il calore della pelle nuda - dell'incastro dei corpi. Dei baci.
E non capita spesso che Jude si conceda di ascoltarlo così profondamente. Di mettersi nelle sue mani, lasciando che sia lui a decidere i gesti, le posizioni. Senza neanche guardarlo.
Senza che gli occhi, per una volta, si pongano come filtro tra lui e il mondo.
Rabbrividisce, dopo, quando sente le sue labbra aprirsi sulla spalla - scivolare verso il basso, dal collo alla schiena, seguendo il percorso delle vertebre. Chiudendosi intorno alla prima.
Le dita, serrate sui fianchi, sono una pressione familiare - impronta conosciuta. Il suo corpo, premuto da dietro, ha una forma diversa. Più convinta.
Ed è strano, perché non è la prima volta.
È strano perché tutte le volte, dopo la prima, sono state questo: un periodico riscoprirsi straniero. Come fosse uno sconosciuto, il ragazzo che lo sta toccando. Il respiro che batte sulla pelle con un'angolazione nuova - con un altro ritmo.
E l'odore. Il sapore.
Il brivido stesso.
"Sei pronto?"
Anche la voce è differente - più bassa, e calda. Una nota che vibra nel profondo e scioglie, accarezza. Verrebbe da chiedersi se anche gli occhi avrebbero un altro colore.
Nero inchiostro. O acqua di notte.
O l'ossidiana solita, forse. Soltanto più ardente.
Stringendo i pugni sulle lenzuola, Jude affonda i denti nel labbro. Annuisce.
E sente la stretta della mano che gli teneva il fianco destro rilassarsi - il palmo scorrere verso l'alto, sfiorargli il petto. Il volto.
Le labbra risalire a baciare il collo.
"Stai calmo…"
Lui si sforza di concentrarsi sul respiro.
"Piano…" mormora Raven, intanto. Con la stessa dolcezza ipnotica con cui lo stava toccando - la stessa lentezza. Di ogni movimento.
Ed è come se le parole le sentisse la pelle, prima dell'udito. Come se fossero rivolte al corpo, più che tutto - un incoraggiamento privo di senso, che la coscienza percepisce soltanto come soffio. Ritmo.
Jude lo sente gemere, quando arriva in fondo. Il suo nome in un sospiro e riesce ad immaginarlo come se lo sentisse nell'orecchio, il battere del suo cuore. Pulsare nel sangue, nel corpo, sotto la pelle. Farsi strada nella mente fino a occupare tutto lo spazio.
Trasformare il resto in niente.
È sempre un momento particolarmente intimo, quello. Diverso da quando è lui nella parte attiva - diverso da quando è lui concentrato sul calore, o sulle espressioni del volto dell'altro. Dolore e piacere e impazienza mascherate dalle ciglia abbassate, o spudoratamente dipinte nelle pieghe della fronte. Nella curva delle labbra.
Nell'accoglienza che il suo corpo riserva.
Alle sue spalle, Raven si è risollevato - si sta ritirando lentamente, ancora attento ad ogni segno di sconforto - e lui china la testa in avanti, lasciando andare il respiro. Lasciando che la tensione abbandoni i muscoli, nell'attesa che anche il dolore sbiadisca del tutto e che i movimenti si facciano più sciolti.
Più spontanei.
La prima volta che hanno provato una cosa del genere quel momento non era mai arrivato - non c'era stata scioltezza alcuna, né impazienza. Raven si era interrotto subito - incerto, quasi spaventato - e lui non aveva potuto fare altro che respirare sollevato. Prima di rimettere a fuoco la situazione, e di trovarsi perso nell'imbarazzo. E nel disagio strano - per la prima volta, da quando stavano insieme - di non saper cosa fare del proprio corpo.
Adesso, è quasi impossibile ricordarsene, mentre lo sente affondare di nuovo dentro di sé e si spinge indietro a sua volta per farglisi incontro - mentre ascolta il suo respiro affrettato e la tonalità bassissima della sua voce ed è come il silenzio. Irreale. Troppo denso e preciso e incollato alla pelle come fosse sudore - o l'impronta di un'identità che non potrai più cancellare.
Qualcosa che ti definisce.
Parte di te.
Il ritmo stesso della sua storia con Raven sembra modularsi intorno all'intensità con cui i loro corpi si cercano a letto - riflettersi nel sesso così come nella complicità di quando camminano per strada con le spalle che si sfiorano. Quando siedono in un bar guardandosi intorno e parlano piano, o quando litigano. Quando si amano.
Ci sono volte che è dolce in una maniera impalpabile - la provocazione quasi irreale di baci che si sforzano di restare in superficie per dimostrare che non tutto deve per forza precipitare, forse. O forse, che entrambi sono capaci di resistere.
Altre volte invece è solo carne, e fretta, e il segno dei denti sulla spalla. Il piacere esausto disegnato sul suo volto - nella posizione del corpo - e le mille fotografie che testimoniano quel traguardo.
Raven e un braccio gettato di traverso sulla fronte. Il suo nudo completamente accessibile sul letto - il ricordo del suo sapore, un affare privato. E la curva delle labbra accostate agli spigoli del viso. Durezza, e un sorriso sazio.
Altre volte, invece, è soltanto questo. Il suo nome soffiato contro l'orecchio - i capelli umidi sulla nuca, sotto le sue labbra. L'impronta delle sue dita sui fianchi e quel senso completo di pienezza.
Un piacere diverso.
Più fragile, forse. Più spaventosamente profondo.
È anche per questo, probabilmente, che non lo fanno spesso in questo modo. Perché non è soltanto il dolore, a spaventare - non è soltanto il disagio momentaneo e l'indolenzimento. Il pudore.
Ma qualcosa di più viscerale, anche.
Paure che pulsano sotto la pelle.
Una mancanza di equilibrio che neanche il peso del corpo di Raven - il suo braccio allacciato intorno al petto, per rovesciare le posizioni e tirarselo addosso - può davvero stabilizzare.
Chiudendo gli occhi, quando tutto è finito, Jude si lascia voltare sul fianco - appoggia la testa contro la sua spalla. Respira.
E pensa che sono passati dieci anni, ma certe cose sembrano ancora identiche a quando erano entrambi adolescenti. Il piacere di sentirsi vicini - di potersi vivere usando tutti i sensi - e l'impressione che siano solo quei momenti, a schermarli dal resto del mondo e mantenerli vivi.
La paura che lo schermo possa rompersi. L'incantesimo spezzarsi.
Come se ci fosse ancora il rischio che suo padre torni a casa troppo presto ed entri in camera senza bussare e li trovi insieme a letto, tra lenzuola aggrovigliate.
Come se tutto questo non fosse già successo da anni, e lui con suo padre ormai neanche più ci parlasse. Come se la porta non fosse rimasta socchiusa tutto il tempo comunque.
A testimoniare che non c'è più niente da nascondere.
Niente di cui doversi preoccupare.
"Jude."
Strusciando la guancia contro la spalla dell'amico, lui annuisce. "Hm?"
E lo sente sorridere. Cambiare posizione - sporgersi a spegnere la luce.
"Mettiti a dormire," mormora poi Raven, tornando a sprofondare nel letto al suo fianco. "E niente paranoie."
"Non mi sto facendo paranoie," borbotta lui, senza sollevare la testa. "Ma grazie del consiglio."
"Di niente." Pausa.
L'immobilità del silenzio - di un languore che non si concede ancora la possibilità di un completo cedimento.
Poi, in un buio che sembra già meno caldo: "Se ci fosse qualche problema me ne parleresti, vero?"
E la sensazione disarmante è di trovarsi senza risposte, per una volta. Senza rassicurazioni - né verità né menzogne.
Nessuna parola che possa mettere ordine.
Nessuna certezza.
Prendendo un respiro profondo, Jude si sforza di sorridere. Di riaprire gli occhi e cercare il viso del compagno nell'oscurità - indovinare la curva delle sue labbra. L'espressione levigata, priva di sospetti e di tensioni.
"Sicuro, Raven," mormora a sua volta, in un tono di voce troppo basso perché possa svelare qualche sfumatura. "Se ci fosse qualche problema."
E quando si sporge a baciarlo sulla bocca - quando sente la sua mano scivolare tra i capelli e il sapore languido della sua stanchezza - pensa che forse non ha neanche mentito del tutto, con quella promessa.






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82
David e Keith - Collasso gravitazionale






Non era mai capitato che David si ritrovasse a fare un percorso in auto nel silenzio più assoluto. Neanche durante le liti con Megan - neppure con Samuel.
Nemmeno quando guida da solo - che comunque l'autoradio è sempre accesa. Sempre settata sul volume massimo.
Keith è stato una novità anche in questo senso.
E se all'inizio era venuto naturale rivolgergli qualche domanda - cercare di coinvolgerlo in uno scambio, o semplicemente offrirgli una battuta - non ha impiegato troppo tempo prima di rendersi conto che sarebbe bastato invece esacerbare quel silenzio per rendere il gioco ancora più intrigante.
Quando ha allungato il braccio per spegnere l'autoradio - quando ha smesso di parlare - Keith ha smesso a sua volta di rispondere. Ha smesso di tendere i muscoli delle spalle ad ogni domanda per stabilizzarsi su una tensione più omogenea - schiena perfettamente dritta. Sguardo ancorato fuori dei vetri dell'auto - il profilo nascosto in ombra. Le mani affondate fra le ginocchia.
David è sicuro che sarebbe bastato respirare appena più profondamente, per vederlo sussultare. È stato anche tentato di farlo davvero, in certi momenti.
Magari schiarirsi la voce d'improvviso - o chiamarlo per nome. Spostare direttamente la mano dalla leva del cambio alla sua coscia, con la naturalezza dei gesti più subdoli.
È rimasto immobile, invece, limitandosi a spiare la tensione del ragazzino con la coda dell'occhio. Con il gomito agganciato al finestrino - il sorriso sulle labbra.
Ha sempre avuto una sorta di etica personale, in certe cose.
Bruciare quell'erotismo troppo in fretta sarebbe stato un delitto - momenti del genere vanno assaporati lentamente.
Come il whisky.
Adesso - in piedi sotto i lampadari di cristallo, nel salone immenso della galleria d'arte contemporanea - inclina appena la testa di fronte al gigantesco dipinto che troneggia all'entrata e lascia che lo sguardo spazi lentamente sulle pennellate morbide del corpo ritratto.
Sulle curve dei muscoli. Delle spalle.
Al suo fianco, Keith sta fissando la firma dell'autore - invece.
Da almeno un quarto d'ora.
E lui lo sapeva, che sarebbe andata così: che l'imbarazzo del ragazzino sarebbe stato il vero spettacolo - la vera opera d'arte. E che l'artista sarebbe stato lui, alla fine.
Lui che calibra i gesti per strappare alla sua compostezza quasi eroica tracce sottili di un disagio che si fa ad ogni minuto più eccitante. Lui che morde i sorrisi fra i denti.
Che si sposta senza fretta verso il dipinto successivo.
Niente viene lasciato al caso.
E se probabilmente Keith sta silenziosamente pregando che quella tortura finisca il più in fretta possibile, David si prende al contrario tutto il tempo necessario per permettere all'imbarazzo del ragazzino di minare il suo autocontrollo.
Per riuscire a logorargli i nervi.
È il gioco più eccitante che gli sia mai capitato di sostenere.
"Oh, vedi…" mormora, assorto, fermandosi di fronte al quadro successivo. "Questo è interessante. Molto…"
Si tratta di un dipinto in acrilico, stavolta - le dimensioni della tela sono appena più contenute dell'altro.
Ma c'è un'erezione mastodontica, in primo piano.
Neanche un corpo. Niente.
Solo un colossale pene eretto che svetta verso l'alto in un groviglio di vene e sudore.
E lui è costretto a mordersi con forza l'interno del labbro, per non scoppiare a ridere.
Per non gettare la maschera troppo in fretta.
L'arte moderna gli è sempre sembrata una stronzata gigantesca - i profondi significati che Megan riesce a vederci dentro, deliri da sindrome premestruale.
Ma quello supera di gran lunga anche il più surreale degli artisti di sua moglie.
Non ricorda di aver mai visto niente di più idiota in tutta quanta la sua vita.
Niente di più ridicolo.
Incrociando le braccia sul petto, prende ad accarezzarsi il mento col le dita.
"Non trovi anche tu che il divino attributo maschile sia qui raffigurato in tutta la sua epica e voluttuosa potenza?" domanda a Keith, osservandolo con la coda dell'occhio. "Anelante metafora di una pregnanza fisica che si aderge spasmodica sulla cosmica dissoluzione…"
"Non…"
"Non iperbole esageratamente enunciata, ne convengo," annuisce. "Ma proprio per questo lungi dallo stereotipo del mero espediente d'avanguardia, non credi?" domanda ancora.
E il ragazzino deglutisce, senza osare un solo movimento. Senza sollevare la testa, neanche. Nascosto dai capelli, si bagna le labbra.
"Non mi intendo molto di arte," si limita a rispondere. Piano.
"Hm…" commenta allora lui - gli occhi fissi sul dipinto. "Qualcuno sostiene che l'arte moderna vada essenzialmente sentita, più che compresa."
Si volta verso Keith, quindi.
Guardandolo dall'alto, solleva un sopracciglio.
"Questo significa forse che non riesci a…"
Pausa.
"Sentirlo?" termina, trattenendo il sorriso. "Che non stai lasciando penetrare dentro di te l'organismo pittorico?"
Scrolla la testa, quindi. Aggirando con calma il ragazzino, si ferma alle sue spalle.
"Beh. Ma è un vero peccato…" sussurra, chinandosi a parlargli nell'orecchio. "Perché si tratta di un soggetto notevole, sai? Un autentico veicolo di orgasmica illuminazione…"
Gli sta venendo da ridere.
Eppure c'è anche un lato fin troppo serio, in quella sua commedia dell'assurdo, perché è innegabile che l'eccitazione stia battendo nelle tempie. Che il sangue pulsi contro le pareti delle arterie ad una velocità folle. Insensata. E che non si tratti solo di sesso - il sesso brucia più in fretta, generalmente. Scivola addosso.
Il disagio di Keith, al contrario, è come brace mai spenta. Basta un soffio a ravvivarla - un respiro più profondo. Aria calda.
Che avvolge l'orecchio.
Può sentirla chiaramente sulla pelle, la tensione del suo corpo - può sentire il turbamento e la rigidità di ogni muscolo.
Il calore che brucia le guance. Il respiro.
"Però, Keith…" bisbiglia piano, avvicinando ulteriormente le labbra. "Non puoi negare che un qualche effetto stia iniziando a fartelo, no?"
In realtà sta scegliendo il momento, ed è come tenere il mondo del palmo della mano.
Aspettare l'istante giusto per lanciarlo nel vuoto - tendere l'arco per scoccare la freccia.
Esaltante.
Deve esser nato per plasmarsi intorno alle forme del suo piacere, quel ragazzino.
Il corpo, ma non solo.
Anche la mente.
Ogni singolo istante di vita che ha vissuto - ogni esperienza che lo ha toccato. Che lo ha reso la persona che è adesso.
Semplicemente, Keith gli appartiene.
E la stretta delle dita non può che avere la fermezza di un'autorità rivendicata, quando David improvvisamente gli chiude la destra sul fianco.
"O magari il quadro non c'entra niente…" continua, sentendolo sussultare. "Magari non è l'arte moderna a farti questo effetto, Keith."
Sorride, lasciando che il silenzio si allarghi.
Lasciando che la tensione cresca. E cresca ancora.
Che diventi insostenibile.
"Magari sono io…" soffia infine.
Ed è un elastico che si spezza - il sibilo del tempo che scatta in avanti.
Prima ancora che la vertigine restituisca respiro Keith è già sgusciato fuori dalla sua presa - ha attraversato il salone. Ha imboccato il corridoio d'uscita, senza voltarsi.
E lui ha chiuso gli occhi, perché per un attimo l'adrenalina sembra aver polverizzato il cervello. Disseccato le vene.
Ormai non è più neanche un gioco - le emozioni sono troppo forti per non allertare il senso del pericolo. Per non volerne ancora. Ancora di più.
Sa che sarebbe più saggio lasciar perdere tutto - non è così ingenuo da sottovalutare a tal punto le proprie reazioni.
Eppure l'istante successivo sta già aggiustando il nodo della cravatta, sta già guardandosi intorno. Con calma, sta raggiungendo l'uscita.
Che non si sarebbe comunque trattato della solita scopata senza conseguenze l'aveva capito da subito, dalla prima volta che quel ragazzino gli è capitato sotto gli occhi. Si tratta unicamente di raccogliere la sfida, adesso. O forse solo di incoscienza.
Non gli importa.
L'aria delle sera è ruvida, contro il viso, e le luci della strada sembrano suggerire velocità folli. In lontananza, Keith è un'ombra nera che scivola lungo il marciapiede.
E viene da domandarsi se non sia consapevole lui per primo che quella fuga non lo porterà da nessuna parte - che si lascerà raggiungere comunque, prima o poi. Non è uno stupido.
Il percorso che ha deciso si rivela sorprendentemente lineare, però, e ai lati della strada si affacciano decine di traverse.
Senza neppure affrettare il passo, David ne imbocca una.
Quando sbuca di nuovo nel viale principale ha già guadagnato almeno una cinquantina di metri sulla corsa del ragazzino, e prima che Keith lo raggiunga trova perfino il tempo per accendersi una sigaretta. Per inspirare qualche boccata di fumo.
Di nuovo, la sorpresa che legge nei suoi occhi ripaga il rischio di qualunque azzardo: per un attimo le pupille diventano enormi - il passo rallenta d'improvviso. Le labbra si schiudono, in un'espressione incredula.
Subito dopo Keith si sposta verso destra, aggirandolo, e lui semplicemente prende a camminargli di fianco. Affonda le mani nelle tasche - gli lancia un'occhiata divertita. E si schiarisce la voce, prima di parlare. Prende un altro tiro dalla sigaretta.
"Hai qualche meta precisa?" domanda infine, come se nulla fosse.
"Casa mia," è la risposta, borbottata.
"Hm."
A labbra socchiuse, David soffia fuori il fumo.
"Ed è lontana, casa tua?" chiede ancora, tranquillamente. "Per regolarmi, sai," aggiunge.
Senza poterlo evitare, tende le labbra in un sorriso.
Gli sembra di sentirlo, Samuel: La tua unica fortuna è che riesci ad essere indecentemente disarmante.
Indecentemente bello, piuttosto, gli risponderebbe.
Quello scambio di battute è quasi vecchio quanto la loro amicizia, e prelude sempre ad una vittoria. È fin troppo facile piegare la resistenza del professore, quando nell'aria c'è quell'elettricità. Basta uno sguardo, a volte. L'inarcarsi di un sopracciglio.
Keith sembra determinato a non dargliela vinta tanto facilmente, invece.
"Senti, David," scandisce, fermandosi. Premendosi le mani sugli occhi. "Lascia perdere, tanto non stava funzionando. Non so cosa ti ha detto Vivian, ma… È inutile che andiamo avanti, okay? Non…"
Un sorriso. "Non?"
"Niente. Non sono come lui," mormora il ragazzino, piano. "E non sono il tuo tipo. Né il tipo da… Mostre. O da altro."
"Posso confessarti un segreto?" domanda allora David, senza badagli.
Getta la cicca sul marciapiede, poi.
Senza fretta, la schiaccia col tacco della scarpa.
"Neppure io sono un tipo da mostre," ridacchia, lanciandogli un'occhiata. "Ma onestamente, ammettilo: i membri ciclopici valevano la pena, perderseli sarebbe stato un peccato!"
Inclinando la testa, gli rivolge uno sguardo complice.
"Com'è che si chiamava, l'artista?"
"Hm."
Silenzio.
Ma David sa di averlo già in pugno - lo capisce dall'allentarsi della tensione sulle sue spalle. "Si chiamava Silk," lo sente rispondere infatti, con un filo di voce. "Silk qualcosa. Credo."
"Qualcosa di giapponese?"
"Forse…"
"Già."
Altro sorriso.
"E questo mi ricorda che in effetti tu ed io avevamo in programma una cena etnica, o mi sbaglio?" domanda quindi, fingendo distrazione. "Peccato…" Un sospiro. "Avremmo potuto orientarci su qualcosa di esotico, magari. Riso al vapore. Sushi."
Si stringe nelle spalle.
"Se solo tu fossi stato il mio tipo…"
Imbarazzato, Keith distoglie lo sguardo.
"Mi spiace di averti rovinato la serata," mormora. "Di solito non sono sempre così tanto isterico, davvero."
"Ed io non sono sempre così tanto idiota, giuro," risponde lui, sollevando le mani. Ma non attende neppure che il ragazzino esprima chiaramente le proprie decisioni - non è quello il momento di lasciargli aperte vie di fuga.
Gli avvolge il braccio intorno ai fianchi, invece, e inizia a camminare con lui nella direzione opposta. Guidandolo verso la macchina. Parlandogli per distrarlo. Per tenergli la mente occupata.
A volte si ha bisogno di qualcuno che accetti l'onere di farle al posto nostro, certe scelte.
E David vorrebbe poter dire che si tratta solo di strategia - che niente lo sta toccando davvero.
Eppure non può evitare di ammettere con se stesso quanto sia incredibilmente appagante sentire che, malgrado l'esitazione, il corpo di Keith si sta lasciando condurre.
Che potrebbe portarlo dove desidera, stasera.
E che sicuramente, entro qualche ora, sarà lui stesso a chiedergli di tenerlo con sé.
I ragazzini sono come pianeti: hanno le loro orbite - le loro nebulose.
Ma lui è il sole, e basta questo.
Vino, ombra. Voce soffusa.
E le leggi gravitazionali, poi, faranno sicuramente il resto.






Quando quella mattina è uscito di casa, Keith non aveva in mente un piano preciso.
Pensava di andare a lezione come tutti i giorni e di studiare un po' nel pomeriggio - magari di vedersi con Vivian un paio d'ore la sera.
L'idea che qualcosa potesse intromettersi nella scansione dei suoi orari non lo sfiorava nemmeno - non è una vita particolarmente segnata dagli imprevisti, la sua.
Anzi.
E forse è anche per questo che camminare al fianco di David, adesso, sembra così strano.
Forse è per questo che le emozioni della serata sono così difficili da classificare - da ridurre a termini concreti, paragonabili agli altri.
Intensità maggiore o minore, frequenza dei battiti. Palpitazioni.
Non ha senso.
Perché la situazione è talmente irreale da rasentare l'assurdo, e non c'è maniera di razionalizzare qualcosa di così irragionevole.
Non c'è modo di spiegarsi. Capire.
Intorno all'avvocato ogni cosa sembra capovolgere il suo senso: i sorrisi si fanno inquietanti - i quadri minacciosi.
E le sue mani hanno una forza che non dovrebbe trovare spazio in tocchi tanto impalpabili - i suoi occhi sono magnetici anche quando lui li fissa altrove. Anche mentre parla con il cameriere o sfoglia le pagine del menù o si versa da bere.
Addirittura il locale in cui hanno cenato era diverso da tutti i ristoranti cinesi in cui Keith è mai stato. Più elegante, più alieno - l'oriente una presenza discreta che pure invadeva gli occhi, che occupava la mente. I cibi avevano sapori delicati e profumi prepotenti - colori nuovi.
E l'avvocato sedeva tranquillo con la giacca appoggiata sullo schienale della sedia.
Aveva le labbra piegate in un sorriso anche mentre mangiava, e gli occhi fissi su di lui attraverso la distanza del tavolo.
Parlava a volte. Voce bassa e intima.
Altre volte masticava soltanto, guardandolo, ed era come soffocare lentamente.
Respiro dopo respiro.
Keith non è abituato a trovarsi al centro di uno scrutinio così intenso.
E invece durante tutta la cena non ha fatto altro che sentirsi addosso i suoi occhi, con l'impressione che anche il resto del locale non facesse altro che guardarli. Insistentemente.
Era colpa di David, con ogni probabilità. Della maniera in cui la luce batteva sui suoi capelli e del magnetismo che irradiava.
O forse era l'effetto che dava vederli accostati - un ragazzino ed un uomo adulto, così diversi da sembrare quasi inconciliabili. Due mondi che si fronteggiavano e cenavano insieme invece di abbattersi.
Senza nessuna spiegazione da offrire a chi li stava studiando. Senza motivazioni che potessero andare oltre la densità scura degli occhi dell'avvocato, o la maniera in cui il tendersi delle sue labbra tendeva i nervi del corpo. I brividi che scivolavano lungo la schiena seguendo il percorso della sua voce.
Keith non saprebbe dire neanche di cos'abbiano parlato.
Tutti i discorsi sembravano sbriciolarsi appena il silenzio tornava a pesare tra loro - come se ogni ragionamento si cancellasse di colpo, lasciando al posto della mente un foglio bianco su cui segnare il tracciato del cuore.
In quei momenti riusciva a concentrarsi soltanto sulla lentezza quasi irreale dei propri respiri - come se fosse necessario uno sforzo di volontà per portare a termine quell'operazione così spontanea. Come se la minima disattenzione rischiasse di bloccare anche quella funzione biologica basilare. Stand by assoluto, nel cervello e nel corpo. E nella gola, anche: corde vocali di pietra.
Soltanto quando David si decideva a distogliere lo sguardo Keith riusciva a tornare padrone delle proprie reazioni.
Ed era inevitabile arrossire, a quel punto - abbassare gli occhi.
Riprendere a cercare vanamente strategie di fuga - a progettare diserzioni - solo per sollevare la testa di scatto non appena l'uomo si decideva a parlare ancora. Ritrovandosi a rispondere al suo sorriso con un sorriso nervoso - a schiarirsi la voce.
Sussurrare qualcosa.
Quando quel pomeriggio era entrato nella sua auto - quando si era chiuso alle spalle la portiera - l'unica speranza era che quell'uscita finisse in fretta. Che l'avvocato lo lasciasse andare indenne.
E quella preghiera aveva continuato a risuonargli nella testa come un mantra per tutta la durata della loro visita alla mostra - mentre l'uomo lo stuzzicava e lui si sentiva morire e anche le provocazioni sembravano morire con lui, frantumandosi ai suoi piedi.
Trasformandosi in spine.
Non saprebbe dire cosa sia cambiato, ora.
Forse semplicemente la vibrazione dell'aria - il sorriso di David che pur restando pericoloso si è fatto man mano più gentile.
Ma quando uscendo dal ristorante il freddo della sera lo colpisce al viso, Keith si scopre a rimpiangere il tempo sprecato a desiderare che i minuti passassero più in fretta. A contarli mentre trascorrevano, guardandoli sfumare.
È come se se ne rendesse conto solo adesso, che le cose forse sarebbero potute andare diversamente - che il finale non era deciso già in principio. E che l'occasione è ormai passata, definitivamente, senza lasciare spazio neanche ai ricordi.
Senza lasciarsi toccare.
Lo scattare della serratura dell'auto sembra suggellare quella consapevolezza: osserva le luci accendersi, i lineamenti dell'avvocato definirsi e pensa che sta finendo lì, quell'incontro strano che Vivian ha orchestrato e in cui lui si è lasciato trascinare malvolentieri, soltanto per tener fede ad una promessa fatta senza pensarci. Forse. O forse, semplicemente perché rifiutare sarebbe stato troppo anche per la sua vigliaccheria.
C'è silenzio, mentre prendono posto in auto.
Un silenzio diverso da quello che aveva fatto loro compagnia durante il viaggio d'andata, e diverso da quello che ha punteggiato la cena: sa già di addio, forse. Un modo come un altro per accomiatarsi dal presente. Con dolcezza.
Spiando con la coda dell'occhio i movimenti di David, Keith lo guarda ruotare le chiavi nel quadro per accendere il motore, allacciarsi la cintura di sicurezza con i gesti pratici di chi guida da una vita. Lo guarda mentre si china sull'autoradio e sintonizza la frequenza su una stazione programmata, ed è come se avesse già imparato i suoi movimenti, quasi. Come se li avesse ormai mappati nella mente - come se avesse il diritto di sentirne già nostalgia.
Per questo forse è quasi una sorpresa quando l'uomo si volta verso di lui, invece di partire. "Le undici," gli comunica, guardandolo fisso negli occhi. Come fa sempre.
Solleva le sopracciglia, poi. Inclina appena la testa.
"Discoteca?"
Quella parola è talmente distante dalla prospettiva in cui Keith si è già inserito da non trovare corrispondenza in nessuno dei concetti che la mente mette a disposizione, in quel momento.
"Discoteca?" ripete, confuso.
Trattenendo il sorriso, David chiude la sinistra sul volante.
"È un posto buio, con la musica altissima e una gran quantità di testosterone nell'aria," spiega, divertito. "In genere, ci si va per ballare."
"Sì, ma lo so cosa..."
Si interrompe, imbarazzato. Distoglie lo sguardo.
Non riesce a capire perché quell'uomo abbia la capacità sovrannaturale di rallentare così i suoi riflessi - di confonderlo in quel modo.
Non è mai stato un tipo particolarmente socievole, ma certi livelli di disadattamento sociale non li toccava da quando aveva cinque anni e doveva parlare con adulti estranei.
Probabilmente, non arrossiva così tanto neanche a quel tempo.
Stringendo le dita a pugno per recuperare un po' di controllo, prende un respiro profondo.
Lancia un'occhiata fuori dal finestrino - rapida.
"È che non credo di essere neanche un tipo da discoteche," ammette, a bassa voce.
È difficile non pensare a cosa avrebbero risposto altri, poi, mentre lentamente torna a voltarsi verso di lui.
Impossibile non figurarsi la prontezza con cui avrebbe accettato Vivian - la maniera in cui sarebbe finita quella serata se ci fosse stato lui, al suo posto. La direzione completamente diversa che avrebbe preso da subito.
Non c'è neanche bisogno di esprimerlo ad alta voce, il rifiuto: David sembra aver capito perfettamente - forse, se l'aspettava già nel momento in cui ha fatto l'offerta.
"Ti porto a casa?" domanda, infatti, tranquillo. Aggiungendo, quasi in un suggerimento: "Stanco?"
Sforzandosi di sorridere, Keith annuisce.
"Credo di sì. È meglio."
E l'altro ingrana la retromarcia - si immette nella carreggiata. Con la calma di sempre, si sporge appena per regolare il volume dell'autoradio.
Non sembra deluso dalla risposta - non sembra avere nemmeno intenzione di insistere, di fargli cambiare idea.
"Hai lezione presto, domattina?" chiede, invece.
Ed è la naturalezza con cui quelle parole scivolano sulle sue labbra, forse, a destabilizzare ulteriormente Keith. La sensazione di intimità, di quotidianità familiare.
Straniante, in quella situazione.
Deglutendo, volta la testa verso di lui. La china leggermente, in un cenno affermativo.
"Alle otto," risponde.
"Di nuovo… Fisica?" Un sorriso. "O qualcosa di più terribile ancora?"
"Matematica. La combinazione materia-orario non è delle migliori, in effetti…"
"Prova a spiegarmi la ragione per cui sei tanto attratto da materie di questo genere," ride l'altro, tornando a guardare la strada. "Cosa ti fa preferire una cazzutissima radice quadrata ad uno mirabilante dipinto di arte moderna, ad esempio? Perché guarda che è strano. La faccenda mi incuriosisce."
Stringendosi nelle spalle, Keith cambia appena posizione sul sedile.
"Forse, è perché la radice quadrata la capisco," inizia, un po' tentennante.
Non è la prima volta che affronta un discorso del genere - altri gli hanno posto domande simili, ad altri ha già risposto con l'unica motivazione che riesce a trovare.
Ma David è diverso da ogni interlocutore - ed è diverso quel momento, la ragione stessa per cui stanno parlando. L'imbarazzo che serra la gola e la paura di sbagliare - di mostrarsi ancora più sciocco. Più bambino. E la certezza che, se non farà attenzione, finirà per chiudere quella serata su una nota più insipida di tutto il resto.
Schiarendosi la voce, guarda l'uomo cautamente. Con la coda dell'occhio.
"Voglio dire, se in matematica non capisci qualcosa, sai che hai comunque formule su cui appoggiarti. Calcoli da fare. Regole da applicare - regole fisse. Precise. Uguali per tutti, e sempre valide. Non si tratta di impressioni o… Non so." Scrolla le spalle, voltando la testa. "Non è niente di arbitrario. Puoi sbagliare o confonderti, ma resta un problema tuo: se ti impegni davvero potrai superarlo. Con l'arte è diverso, non c'è niente di effettivo. Soltanto interpretazioni. Sensazioni." Arrossendo, fa una smorfia. "E se non senti niente, è difficile apprezzare."
"Già," commenta allora l'altro, - gli occhi fissi su di lui attraverso lo specchietto retrovisore. "E questo bisogno di avere tutto sotto controllo? Da dove viene, mh?"
"Non lo so." Arrossendo, Keith incassa la testa tra le spalle. "Forse è un fattore genetico…" borbotta.
"Genetico." Un sorriso. Divertito. "Probabile."
David abbassa il finestrino, poi. Accende una sigaretta, aspirando il fumo.
"Quindi è per questo che io ti destabilizzo tanto?" domanda improvvisamente, come se stesse chiedendo una qualsiasi informazione.
E Keith sente il cuore fermarsi, nel petto - i polmoni svuotarsi di tutto l'ossigeno, neanche fossero passate ore dall'ultima volta che ha preso fiato.
Non si aspettava che l'uomo decidesse di portare tutto allo scoperto - forse avrebbe potuto prevederlo se il tono della conversazione fosse rimasto lo stesso di quando stavano all'esposizione - di quando l'altro sembrava divertirsi solo a destabilizzarlo. A distruggere le sue difese e farlo crollare, farlo arrossire.
In quella logica, un affondo del genere sarebbe stato perfettamente logico. Quasi scontato.
Ma qualcosa sembrava essere cambiato, durante la cena, ed è strano ritrovarsi adesso di nuovo così nudo.
Non avere neanche più il suo sogghigno da incolpare - non riuscire a leggergli sul volto intenzione di ferire.
Una semplice domanda. Innocente, forse. Totalmente inconsapevole della propria carica distruttiva.
E sembrano passare secoli, prima che la voce si decida a tornare. Prima che la forza di volontà permetta a Keith di azzardare quell'unico monosillabo - prima che il respiro riesca a fluire di nuovo.
"Non…" In fretta, distoglie lo sguardo. Si sta sentendo arrossire.
"Non è per quello," risponde finalmente, mordendosi la lingua per mantenersi calmo. "O almeno," aggiunge. "Non solo."
Ma forse davvero David non aveva intenzione di metterlo a disagio, mentre spostava il discorso in quella direzione, perché sembra che il suo imbarazzo sia sufficiente per convincerlo a lasciar cadere l'argomento.
L'aria si increspa intorno a loro - tende i nervi e punge la pelle - mentre sotto le ruote dell'auto si srotolano le strade familiari del centro della città, e oltre il finestrino il paesaggio diventa più quotidiano.
Incroci e marciapiedi visti mille volte. I giardinetti in cui Keith giocava quando era bambino.
È così strano passarci davanti adesso, in circostanze tanto diverse da quelle di un tempo. Seduto in macchina con un uomo - il suo corpo a pochi centimetri di distanza. Da solo.
E tutto quel che non è accaduto, a pesare tra loro.
Tutto quel che potrebbe accadere, e a cui lui ha già messo un freno.
Sente il cuore battere forte in gola, quando infine la jaguar imbocca la strada di casa sua.
Perché il territorio è ancora più conosciuto e dovrebbe essere tutto più semplice, ora, ma David ha il potere di rovesciare anche il significato degli orizzonti più quotidiani.
E stare seduto nella penombra, al suo fianco, è ancora più destabilizzante se oltre il vetro del finestrino c'è la finestra accesa del tuo salotto invece che lo sfondo anonimo di un locale in cui non sei mai entrato. Se sai che quel posto almeno dovrebbe appartenerti, e ti accorgi invece che non ci sono più nascondigli.
Che lui è già ovunque.
Fa paura.
Ha già la mano appoggiata sulla maniglia della portiera, Keith, quando l'uomo accosta sulla destra - sta già contando gli ultimi secondi che restano, cercando il coraggio per affrontarli.
Occhi fissi sul vialetto che attraversa il suo giardino, si concentra sui movimenti di David, al suo fianco - il piegarsi del suo braccio sulla leva del cambio. La torsione del polso per ruotare le chiavi nel quadro e spegnere il motore.
Immagina il suo viso.
E quando si volta c'è quasi riuscito, a costringere il volto in un'espressione che non faccia trasparire troppo il proprio disagio.
È quasi riuscito a decidere quale sia la forma di saluto migliore, anche. A trovare il coraggio di rivolgergliela.
"Ok, allora… Grazie," mormora, sorridendo imbarazzato.
Ma poi incontra il suo sguardo, e qualunque altra parola crolla nel silenzio di quegli occhi - nella forza con cui lo stanno immobilizzando.
Nella loro fermezza autoritaria. Solida.
"Tu trovi che sia davvero così difficile?" chiede l'uomo - deciso - e il cervello torna ad incepparsi esattamente come ogni volta che lui gli domanda qualcosa. Il cuore salta in gola - la pelle si arrossa. Sbianca.
Non ha la minima idea di cosa l'altro gli stia chiedendo - la formulazione è troppo vaga, i suoi riflessi troppo rallentati. L'attenzione irrimediabilmente concentrata sui particolari più insignificanti - la forma delle dita di David ancora chiuse sul volante. La tensione della mascella e il nero delle iridi - il nero delle pupille.
"Difficile che cosa?" mormora, con un filo di voce.
Ma la calma dell'altro è quasi agghiacciante, quando nell'ombra accenna un mezzo sorriso.
"Gestire l'attrazione," risponde, gli occhi ancora fermi nei suoi. Magnetici.
Senza distogliere lo sguardo, allunga distrattamente la mano per spegnere l'autoradio - un gesto controllato. Quasi ipnotico.
Ed è ancora più faticoso riuscire a ordinare i pensieri, adesso - fronteggiare il silenzio.
Trovare la forza di rispondere di nuovo. Possibilmente, chiudere il discorso.
Uscire da quell'auto. Subito.
"Non… Non ho problemi con quello," ribatte, piano.
Il diversivo non sembra funzionare, però - David neanche finge di credergli.
Si sporge in avanti, invece, con tutta l'intenzione di approfondire l'argomento. Di non lasciarlo cadere di nuovo.
"No?" sorride divertito.
Forse stava solo preparando questo momento, anche quando ha avvicinato per la prima volta la questione. Anche quando è sembrato che volesse lasciar cadere quelle domande. Impossibile non sospettarlo.
"No." Pausa. "Non… Non è quello, il problema," insiste Keith.
E sa di non essere più convincente ora di quanto non lo fosse stato pochi istanti prima, ma non riesce a trovare una forma di difesa più efficace. Perchè mentre distoglie lo sguardo per lanciare un'altra occhiata alla finestra di casa sa che non sfuggirà a quella conversazione finché non aprirà la portiera.
Sa che finché David continuerà a guardarlo, la portiera non riuscirà mai ad aprirla.
Che rimarrà inchiodato lì. Senza nascondigli.
Mordendosi il labbro, si sforza di respirare a fondo. Il più regolarmente possibile.
Ma non serve.
Perché quando l'uomo parla di nuovo, a voce più bassa, la vibrazione stessa di quella tonalità sembra scivolare fra i capelli. Sfiorare la nuca.
Renderlo ancora più debole.
E quando sussurra, in un soffio: "Meglio così," il sorriso è malizioso. Caldo.
Fin troppo vicino.
Keith se ne accorge solo in quel momento, che non è più soltanto la sua voce. Che le sue dita stanno davvero chiudendosi sul collo - che tracciano sulla pelle curve sinuose. Lente.
Fanno rabbrividire.
E le sue labbra sono già vicinissime - il suo sorriso sa di fumo e di vino. La pelle è calda, anche attraverso la stoffa della camicia - quasi bruciante.
Chinando appena il capo verso di lui, l'uomo gli appoggia l'altra mano sul fianco.
"Sarebbe stato un inconveniente piuttosto delicato, in caso contrario," mormora, affondandogli le dita tra i capelli. Guardandolo dritto negli occhi. Con una fermezza assoluta.
"Perché sto per baciarti, Keith," aggiunge. Pianissimo.
"E naturalmente," continua, mentre il suo fiato carezza le labbra. Mentre la destra scivola sotto l'orlo della stoffa. Sulla pelle. "Naturalmente, non farei mai qualcosa che non stai desiderando anche tu… Che non stai desiderando da tutta la sera. Con tutto te stesso…"
Chiudendo gli occhi, Keith indovina il contatto prima ancora che il bacio l'abbia davvero sfiorato. Per un attimo, riesce quasi ad immaginare che quel tocco diventi più profondo - che il cuore rallenti i battiti e diventi più equilibrato, più calmo. Che la bocca si schiuda e il calore delle mani dell'uomo scenda a coprire per intero la pelle - a calmare i brividi, e ad accenderne di nuovi.
Che il suo sapore insegni una leggerezza diversa - una pesantezza più vera.
Che il corpo impari a muoversi. A lasciarsi andare.
È soltanto un pensiero, però - sfumato come la nostalgia del mattino che ti ruba ad un sogno, impalpabile e quasi irreale.
Perché è sufficiente che le bocche si sfiorino, invece - che l'eccitazione improvvisamente concreta corra come una scarica di elettricità lungo la schiena - perché la realtà di quel che sta accadendo torni a piovergli addosso come una doccia gelata.
E si riaccende la finestra di casa, alle sue spalle, dove i suoi genitori stanno guardando qualche programma alla televisione. Si raddensa la realtà di quella serata, e la mostra, e l'imbarazzo e la cena.
Il ricordo della prima volta in cui si sono incontrati - la presenza di Raven al suo fianco e quegli occhi nerissimi già allora. Già allora magnetici.
La carezza appena abbozzata dello scorso pomeriggio.
Vivian.
Voltare la testa di lato è probabilmente più una reazione istintiva che una decisione cosciente: come un bisogno di mettere un minimo di distanza tra la consapevolezza e i brividi. Tra la bocca di David e quel che sta accadendo e quel che non deve accadere - e lui.
Sente la sorpresa dell'uomo nello sfregare delle sue labbra sulla pelle, però - nell'irrigidirsi dei muscoli del petto sotto le sue mani, quando il contatto appena abbozzato prende fermezza e si trasforma in forza.
In rifiuto.
Lasciando andare un respiro profondo, Keith stringe forte gli occhi - si tira lentamente indietro. "Non…" dice, con voce incerta. Quasi confusa. "È meglio di no. David."
Non si volta a guardarlo, però. Mancano il coraggio e forse anche la volontà di farlo - la capacità di osservare con distacco come lo scontro tra realtà e fantasia stia sfociando ancora una volta nella completa soppressione di ogni possibilità di crescita. Di ogni desiderio.
Del resto, la tensione è già abbastanza palpabile nell'aria. Non c'è bisogno di sollevare gli occhi per accorgersi che il calore bruciante di pochi istanti prima è già stato sostituito da altro - è sufficiente notare l'immobilità quasi improvvisa delle sue mani. Del suo corpo.
E passano interi secondi, poi, prima che il tempo torni a scorrere.
Prima che la stretta si sciolga, lentamente, e David torni a voltare il busto in avanti.
A premere le spalle sullo schienale del sedile. Ad inspirare, piano.
Non dice niente.
Serra i pugni sul volante, soltanto, e le vene si definiscono sul dorso delle mani come quando cambia marcia. Come quando c'è uno sforzo da compiere, o qualcosa da trattenere.
Frustrazione, forse.
Forse rabbia.
"Bene," scandisce infine, schiarendosi la voce.
Inspirando, tenta una specie di sorriso nervoso.
"Lasciami indovinare. Scommetto che non sei il tipo…"
E Keith avrebbe mille possibili risposte - mille spiegazioni. Parole già organizzate nella mente, frasi già perfettamente formate: per una volta, nessuna incertezza. Nessuno stand by.
Potrebbe dirgli di Vivian, del sollievo di vedere i suoi occhi farsi sempre più chiari, man mano che passavano i mesi. Potrebbe dirgli del suo sorriso e di tutte le cose che gli ha raccontato - di tutte le cose che lui ha pensato ascoltandolo.
Potrebbe dirgli che sarebbe un tradimento anche se fosse stato Vivian stesso, a chiedergli di baciarlo. E potrebbe dirgli che lui non sa farle, certe cose - che sono troppo pericolose. Che fanno troppo male.
Che non c'è ragione.
Che in fondo è anche giusto così. Va anche bene.
Ma in realtà tutte quelle spiegazioni significano poco, in quel momento, quando ha appena voltato la testa per sfuggire al bacio che da sempre ha sognato. Quando siede nel buio, in quell'auto, e la nostalgia è già così forte da offuscare anche l'imbarazzo. Ma non abbastanza da convincerlo a sporgersi in avanti. E provare.
Perché forse è davvero soltanto una, la risposta possibile. Una la verità da accettare.
Non sei il tipo.
Né di andare a vedere una mostra né di lasciarsi invitare ad una cena. Né di finire la serata in discoteca né di concluderla in auto, sotto casa. Il tipo che si lascia toccare.
Che si lascia vivere. Baciare.
Ed la croce che ti porti dietro da sempre - l'ostacolo che nessuna delle tue frustrazioni ti potrà mai aiutare a scavalcare. Il meccanismo che soffoca ogni istinto, ogni anelito, e che ti fa precipitare a terra prima ancora di aver iniziato il volo. Per evitare ammaccature troppo dolorose, forse.
Forse, per sfuggire al destino e alle sue ferite.
Ma quando la portiera dell'auto scatta, nel silenzio, e Keith sente l'aria colpire la pelle e mormora: "Mi dispiace", sa che non c'è salvezza, nella direzione in cui si sta incamminando.
Non c'è rifugio, né razionalità, né coraggio.
Soltanto una distesa asettica e un po' piatta - costruita perfettamente su leggi indistruttibili, ma del tutto incapace di aprirsi alla vita.
Incapace di resistere alla pressione del mondo.
E forse, dopo tutto, anche di proteggerlo davvero.







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